Bio Iannozzi - La pagina personale di Giuseppe Iannozzi - do ut des



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LUCE E OMBRA - INTERVISTA A G. IANNOZZI

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, agosto 30, 2004

Giuseppe Iannozzi
 

Luce e Ombra
 
 
 
Intervista ad un personaggio controverso:

 

Giuseppe Iannozzi

 

A cura di Fabrizio Corselli


 
 
 
 
1) Per la domanda di rito, cito le parole espresse nella recensione del 30 Giugno 2003 operata da Clarence, sulla Webzine King Lear, di cui tu sei il moderatore: «Questo losco figuro qui a fianco è ormai una leggenda della Rete italiana. Si tratta del mitologico Giuseppe Iannozzi, i cui interventi chilometrici e tempestivi in qualunque mailing list o blog a carattere letterario, da parecchio tempo, hanno reso questo nome una sorta di epico sigillo. Molti hanno fatto via mail a SdM due domande che, sul Web, chiunque sia entrato in contatto con Iannozzi si è prima o poi posto: chi è Iannozzi?»
 
Con Clarence/SDM si è conclusa una stagione, irripetibile. Quella che oggi potrei definire “una stagione all’Inferno”. Fu un’esperienza eccitante e che non sarà più possibile replicare. I tempi sono cambiati, e probabilmente, molti, che ieri avevano delle idee, oggi ne hanno delle altre o hanno iniziato un loro progetto personale slegato da quello che fu l’Ideale di SDM. Tuttavia, a questo punto, ora che un bilancio si può fare, dobbiamo ricordarci che non sempre tutto ciò che luccica è oro. King Lear è nato poco prima della fine di Società delle Menti. E’ nato per scommessa, forse neanche con intenti che fossero un minimo seri, poi, col passare del tempo, la Webzine ha preso piede e si è imposta come “alternativa” a SDM, mentre questa moriva. Oggi, Giuseppe Genna, che per quattro anni, o giù di lì, tenne viva SDM, porta avanti il progetto I Miserabili. Progetto onorevole, sicuramente, ma che nulla ha a che fare con quella stagione all’Inferno che fu SDM e che vide tante “menti” coinvolte a dar corpo a una critica diversa, lisergica, e, per certi versi, “fuori dagli schemi” critici.
“Losco figuro” è una definizione, un’identità, che mi è stata appiccicata addosso, volente o nolente: qualcuno ancora ricorda che sono un losco figuro, per diversi motivi, ma quello precipuo è sicuramente dato dal personaggio che credevo d’essere. Parlo al passato: dico credevo d’essere per evidenziare che oggi credo d’esser diverso, forse più losco. Ma potrebbe essere vero il contrario. La verità è che a distanza di poco più di un anno, questa identità mi va stretta, non la sento più mia. Poteva essere buona ieri, ma non oggi. Di loschi figuri, in giro, in rete e no, ce ne sono tanti, e t’assicuro che sono veramente loschi e pronti a vendersi anche la madre per un minimo di visibilità. Io rifuggo la visibilità, se non come espressione delle mie idee, che possono essere condivise o meno. Preferisco, oggi, dirmi un “provocatore” ma uno di quelli che guarda all’”essenza” e a quanto essa “realmente vale”. E’ più facile, per me, dire chi non è Iannozzi: e, forse, l’ho già fatto. Iannozzi è uno che non segue le mode e che non ci tiene affatto a farsi degli amici per ottenere un tornaconto personale. Iannozzi è slegato da qualsiasi connivenza editoriale e critica. Con King Lear ho posto le basi per una critica diversa, non legata al sospetto che “una mano possa lavarne un’altra”. Ma ormai la mia leggenda è proprio confinata nella leggenda, in quanto la stagione all’inferno si è conclusa da una lunga pezza, e, pour ainsi dire, è iniziato qualcosa di nuovo, un lavoro di gruppo che confluisce in King Lear. Giustamente, Fabrizio, hai indicato che sono il “Moderatore” di questa Webzine: e il mio ruolo è proprio questo, e non un altro. All’inizio partecipavo molto di più coi miei scritti su King Lear: adesso preferisco che King Lear sia una “vetrina” per le menti valide, non per la mia. La Webzine deve essere, e vuole essere, una “vetrina” non per Iannozzi, bensì per chi la scrive quotidianamente o partecipa in maniera occasionale proponendo materiali. Ianozzi è questo. Ma se qualcuno avesse voglia di saper di più, trova una mia biografia a questo link:

 
http://biogiannozzi.splinder.com/category/17416
 
 
2) Giuseppe Iannozzi, Scrittore...alter ego o sempre la stessa persona?
 
Giuseppe Iannozzi scrittore? Non sapevo fosse anche uno scrittore. Forse lo era un tempo. Oggi non più. Ma, forse, e sottolineo il forse, il suo alter ego crede d’esser uno scrittore. O un poeta. Su King Lear è solo un critico. Ma il più delle volte ricopre solo ruolo di Moderatore.  
 
3) La tua figura è stata accompagnata da diverse etichette, alcune manifeste altre velate, dal “logorroico” al “reazionario”, creandoti anche diversi nemici in campo letterario. Chi sono secondo te i veri nemici della cultura, specialmente qui in Italia e nel settore dell’editoria?
 
Vero. Non sono a tutti simpatico. A molti sono inviso: il motivo? Forse parlo troppo. Forse dico sempre senza peli sulla lingua. Non conosco la diplomazia. Odio i machiavellismi e le mafiette editoriali e critiche. Ieri ero molto, ma molto logorroico: oggi preferisco lurkare, e restare in silenzio, o sparare una battuta ma pungente. Sarà la vecchiaia ma non ho più voglia di impegnare il mio “cervello” sui blog di editori e scrittori che non hanno mai considerato seriamente né King Lear né il Moderatore. Ho regalato, a piene mani, troppo della mia mente critica. Un errore di gioventù che non si ripeterà più. Immagino che questa dichiarazione mi porterà nuovi nemici: sinceramente meglio un nemico sicuro oggi che un Giuda domani! Dai nemici dichiarati sai cosa ti puoi aspettare. Dagli amici no: oggi ci sono, domani ti vendono per trenta denari o meno, oppure ti pugnalano alla schiena. Il nemico è onesto in quanto si dice da subito tale. L’amico è invece mutevole e capriccioso per natura. Anche King Lear, purtroppo, ha ospitato dei Giuda e anche un Bruto: per fortuna oggi non fanno più parte dei collaboratori. Ma non mi illudo: domani potrebbe accadere di nuovo che qualcuno si faccia Giuda o Bruto. E’ un rischio, che in qualità di Moderatore so, e che ho già ammortizzato: non mi stupisco più di nulla né di - e per - nessuno. Se per “reazionario” intendi uno che non accetta il qualunquismo critico, allora sì, lo sono.
I nemici della cultura sono quelli che pubblicizzano sempre e solo i nomi che vanno per la maggiore. E quelli che portano avanti, ed incensano, i soliti nomi di moda dimenticando tutti gli altri valenti scrittori, critici, poeti, ecc. ecc. Più in generale sono quelli che pubblicano libri solo se si è del “giro” loro, che loro, ma solo loro, dicono essere quello “giusto”. L’editoria è marcia ab imis: un autore, anche se valente, non ha “alcuna” possibilità di essere pubblicato se non si adegua alle leggi del giro, o dei giri. In Italia è pratica consumata che per pubblicare bisogna prestare fede alla “lunga catena dell’amicizia.” Ma anche altrove non è molto diverso. Il mondo non è cambiato, nonostante, nel corso dei secoli, siano stati pubblicati milioni di libri. Per fortuna, milioni di libri sono stati dimenticati e sepolti perché “inutili”: e non sono stati i critici a dimenticarli, bensì il popolo dei lettori. I “lettori” sono i veri critici, da sempre. E decretano successo e sfortuna di un qualsiasi lavoro. Gli editori che chiedono contributi agli autori sono dei nemici, dei “moloch” che non hanno alcun diritto di esistere nel mondo dell’editoria: il problema è che esistono e continuano ad esistere senza troppi sforzi. Ma la colpa è anche di chi si rivolge loro accettando di pagare per vedere un lavoro pubblicato: ma il grosso problema è la distribuzione, perché, una volta che l’autore ha  pagato per la pubblicazione, il libro, nel 99% dei casi, rimarrà a marcire nei depositi. Gli editori a pagamento non hanno un circuito di distribuzione: e quando ce l’hanno, non lo utilizzano, e il motivo è semplice, quanto lapalissiano… hanno intascato e da businessmen si comportano, senza né morale né deontologia alcuna. Attualmente non esiste un editore serio, completamente onesto. Vorrei essere smentito, ma so che non accadrà. Non oggi comunque. E, con tutta probabilità, neanche domani.
 
4) Con poche parole, una definizione della Web-zine King Lear.
 
Un’alternativa allo schifo imperante. C’è ancora chi resiste, per fortuna. Ma devo ricordare almeno l’ottima webzine Sguardomobile, di Lorenzo Flabbi e soci. E Cartaiginicaweb. Ci sarebbe poi “I Miserabili” di Giuseppe Genna, ma ormai, il Genna che conoscevo non lo so più se è quello che ho conosciuto. Ma sia chiaro: è un mio limite, perché è da parecchio tempo che non ho contatti con il Genna. Forse la colpa è mia. Forse è sua. Lo deciderà il tempo, se c’è qualcosa da decidere e mostrare alla luce del sole. Valide recensioni e critiche le trovo su CarmillaOnLine: è testata on line che ritengo maggiormente valida rispetto ad altre. King Lear è una goccia nel - e del - mare che si oppone con i mezzi che ha e che sa allo schifo imperante. Niente più di questo.
 
5) Come è nata invece l’idea di King Lear: un’esigenza o una messa al passo con gli altri blog esistenti?
 
Temo di ripetermi: King Lear è nato come idea, ma non voleva, e non si pensava, al tempo della sua nascita, che potesse assumere un qualche valore per i lettori. Per fortuna, il nostro target di lettori c’è. Ed è questo il motivo principale per cui, oggi, non senza poche difficoltà, si continua ad andare avanti, nonostante le defezioni, che in questo anno e più di onorata attività, si sono manifestate. In alcuni casi, in maniera evidente e caciaresca, quando non era proprio il caso. Si continua ad andare avanti: in una parola si resiste contro “tutto” e “tutti”, perché qualcuno deve pur farlo, qualcuno deve pur accettare di vivere un “mezzogiorno di fuoco”. Non è facile. E domani sarà ancora più difficile continuare le attività. Non è questo un problema insormontabile. Ma, di fatto, lo è. Si resiste, solo questo il trucco. Oggi King Lear ha ancora carattere di blog-webzine, ma domani non sarà più così: sarà semplicemente una webzine. Se oggi è possibile inserire commenti, domani non più: il motivo è presto detto. Molti credono che il numero dei commenti presenti su un articolo possa influenzare la validità dell’articolo stesso. Così non è. Non è censura quella che si intende fare. Ci sarà un nuovo modo, più diretto e democratico, per esprimere le proprie opinioni: la “Mailing List di King Lear”. In realtà, questa è già stata battezzata, ma utilizzata poco. Domani, se si vorrà discutere dei contenuti di King Lear lo si farà in ML: sarà un po’ come trovarsi seduti ad una tavola rotonda. Oggi King Lear è un’esigenza, puoi metterci la mano sul fuoco.    
 
6) La maggior parte degli scrittori hanno un loro blog personale; adesso anche tu hai Bio-Iannozzi; di cosa si tratta?
 
Bio-Iannozzi è nato per un’esigenza dell’alter ego di Iannozzi Moderatore di King Lear. Qualcuno ha espresso – forse giustamente – critica, o convinzione, che King Lear ospitasse troppi scritti di Iannozzi logorroico. E’ questo il motivo precipuo per cui ho aperto un blog mio personale, una pagina dove poter mettere tutte le cose che scrivo: chi vuol leggermi lo fa, chi no, molto semplicemente non lo fa. A giudicare dal numero di accessi, e di commenti, evidentemente qualcuno ci tiene a leggermi: così l’alter ego di Iannozzi Moderatore si è assicurato una visibilità discreta, sicuramente maggiore rispetto a quella che avrebbe potuto ottenere con un libro pubblicato su carta. Se avessi deciso di pubblicare un libro, oggi, sicuramente, sarei in cerca di un editore e visibilità nessuna. Il motivo? Mi sono fatto troppi nemici. O forse è vero che non so scrivere come qualcuno ha insinuato. Ma ciò che più conta è che, oggi, King Lear non vede me più protagonista se non in qualche rarissima occasione. Guardo la pagina critica, mi preoccupo dell’impaginazione, dei problemi correlati alla gestione dei vari canali tematici, e altre cose ancora.
Bio-Iannozzi è invece uno spazio “biologico” per un singolo, per Iannozzi e il suo alter ego. Rarissimamente ospito qualche scritto altrui: non è mia abitudine riempire il blog con materiale che non sia mio o che non sia stato toccato almeno un po’ dalla mia mano. E’ espressione della mia Arroganza: chi viene a trovarmi sa che il mio motto è, “Tutta l’Arroganza dell’Arte”. L’Arte è Arroganza, altrimenti nessuno si preoccuperebbe di produrla, o crearla. Stupido ed ipocrita dirsi umili quando si ha intenzione di fare arte, con la A maiuscola o minuscola che sia: l’arte è un’estensione del nostro “Io” e delle nostre ambizioni. Non credo in chi si è detto umile e l’ha gridato a pieni polmoni in tutti questi secoli: erano solo dei falsi, o solo troppo presi in sé stessi per non ammettere la verità che l’Arte è Arroganza. Persino Cristo è stato un arrogante: e si dice sia morto in croce, sul Golgota, per dimostrare al mondo che aveva un ideale da difendere. L’Arte non è un ideale, è solo un Alibi per i crimini che gli Artisti commettono contro sé stessi e contro chi sta loro dietro. Questo è Bio-Iannozzi. Può piacere. Ma può fare schifo. Sinceramente non mi interessa. A me interessa scrivere e portare avanti i miei ideali, anche attraverso i miei scritti che, come avrai notato, non sono mai scevri di un definito clima che coinvolge e la società e la politica e le passioni umane.
 
7) Gestendo tutte e due le categorie, potresti tracciarmi gli elementi di differenziazione tra il blog personale ed una webzine a carattere più aperto? In tutti e due si fa cultura e confronto di idee, ma in cosa differiscono, o forse ho già sbagliato la domanda poiché nulla vi è di diverso: mi piacerebbe avere una più capillare e sottile comprensione.
 
In parte, credo d’aver risposto nelle domande precedenti. Un blog personale è “personale”, uno spazio virtuale dove uno ci può scrivere anche quante volte è andato al cesso nel corso della giornata (e qualcuno lo fa davvero). Una webzine è un progetto ma anche  un’attività decisamente più complessa e completa: una webzine che si rispetti non è scritta da un singolo, ma è invece capace – o almeno dovrebbe essere capace – di ospitare voci diverse.
 
8) Quale libro collocheresti in Paradiso, quale in Purgatorio... e quale nell’Inferno?
 
In Paradiso, un libro? Potrei cadere nel banale con “La Divina Commedia”, pur essendo questa Opera nulla affatto banale. Ma oggi come oggi, guardando al momento storico e sociale che stiamo subendo, devo rispondere così: “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio.
Un libro per il Purgatorio? Uno solo? Difficile, molto. “Una vita” di Italo Svevo accompagnato dal mio e dal suo pacchetto di sigarette.
Rispondere per un libro che sicuramente dovrebbe essere all’Inferno è invece facile. Peccato che non sia uno solo. In pratica,  il 90% dell’attuale spazzatura pubblicata e spacciata per letteratura contemporanea.
L’ultimo capolavoro che ho letto è “La Messa dell’Uomo Disarmato” di Don Luisito Bianchi: un partigiano Johnny con una sensibilità straordinaria. Il titolo migliore del catalogo Sironi, almeno a mio giudizio. Tornando un po’ indietro nel tempo, un altro capolavoro moderno è “Il nome della Rosa” di Umberto Eco. Tra gli autori stranieri, anche se è libro ormai datato ma non per questo non poco valido, “L’ultima tentazione di Cristo” di Nikos Kazantzakis: tra l’altro, è parecchio tempo, troppo, che non lo vedo più in libreria.
 
9) Da ultimo, si è rilevata la tua collaborazione con L’Artista Chatterly. Colgo l’occasione allora per sapere la tua opinione sulla sinergia delle Arti, e se è possibile ancora adesso creare un unicum artistico che le accomuni tutte quante.
 
La collaborazione con Chatterly è nata, spontaneamente, un miracolo direi, perché sì, ci siamo subito trovati sulla stessa lunghezza d’onda. Pur essendo caratteri diversi, sappiamo intenderci alla perfezione e molte nostre idee collimano. Ieri pensavo, erroneamente, che letteratura e poesia non potessero avere punti di contatto con le arti grafiche: oggi, senza le Opere di Chatterly, sono sicuro che molti miei scritti non sarebbero mai nati. O venuti alla luce. Non nego che c’è stato un momento in cui ho creduto di dover smettere di scrivere: troppe critiche da persone, da amici, mi avevano quasi convinto d’essere un incapace. Ho attraversato un breve periodo di debolezza caratteriale ed artistica. Poi, con Bio-Iannozzi, ho dato la stura al mio alter ego e delle critiche me ne sono altamente infischiato: ho così proseguito per la mia strada. Qualcuno ci ha provato a mettermi i bastoni fra le ruote, ma non c’è riuscito. Bio mi ha convinto che le mie idee sono le mie, veramente, e possono essere valide per chi “ha intelligenza” e non si rifugia nella pratica dell’indifferenza. Ho continuato a scrivere, come sapevo, e come so, ottenendo risultati – non lo nego – ben più che lodevoli, superando di gran lunga quei detrattori che ieri mi davano addosso. Bio-Iannozzi è nato anche per dimostrare a chi ha osato, senza avere conoscenza piena di molte e molte strutture letterarie, che la letteratura non è “vivere nell’Ottocento”. La letteratura, così come la lingua, è evoluzione: non tenere conto di ciò significa rimanere prigionieri del passato, di un ideale, bello quanto si vuole, ma potenzialmente invalido, perché incapace di descrivere il mondo come è oggi. Credo, con l’arroganza che mi contraddistingue, d’aver pienamente dimostrato che so scrivere e bene: magari le mie idee non sono da molti condivise, ma nessuno, o quasi, è profeta in patria. Se poi, la patria letteraria è quella che è, quella che si legge e si pubblica, allora è bene, almeno per me, allontanarla. Non scrivo per la “moda”, scrivo per i posteri, che è ben più importante. Sarebbe facile e troppo comodo dare alle stampe un romanzetto infarcito di clichè, ma non voglio questo. C’è chi meglio di me scrive abusando clichè. Io scrivo per non essere dimenticato, ma anche per paura che questa società venga dimenticata: non ho rimpianti, qualche rimorso sì; sono ancora umano, troppo umano. Ma ciò non significa che un domani non sia in grado di emanciparmi completamente dalle negative passioni umane: ma solo da quelle negative. Si scrive per lasciare un segno di sé nel futuro e non uno scarabocchio nel presente. Mi dispiace solo che non sono sufficientemente bravo nelle arti grafiche: il mio ideale è quello di riuscire ad integrare, abilmente, immagini e parole. L’incontro con l’Artista Chatterly ha segnato una grande, grandissima svolta: ha cambiato radicalmente il mio modo di scrivere, l’ha migliorato in maniera evidente a Tutti/e. La mia gratitudine nei confronti di Chatterly è enorme, impossibile da dire con la pochezza delle parole. C’è stato un lungo periodo che scrivevo di getto senza portare attenzione, non troppa comunque, allo stile: oggi è diverso, molto. Oggi lo stile lo curo in maniera maniacale, come già facevo una decina di anni fa. Sul blog di Giulio Mozzi qualcuno mi ha accusato di sapere tutto della Beat Generation ma niente della letteratura moderna: niente di più falso. La Beat Generation è solo una “piccolissima” briciola di quelli che sono i miei interessi stilistici ed espositivi. Temo che troppi diano fiato alle trombe giusto per dar sfogo alla loro smania di protagonismo. Chatterly mi ha ricordato come sapevo scrivere dieci anni fa: c’è riuscita con la sua Arte, naturalmente, senza che io dovessi chiederle nulla. Dovrei esser grato anche ad un’altra persona – e di fatto lo sono -, ma non è il caso di approfondire ulteriormente: il passato è passato, almeno per me, e me lo sono lasciato alle spalle sepolto, dimenticato. Non ci tengo a riesumare fantasmi, non più: ho altre questioni ben più importanti che abbisognano della mia energia.
Ritengo che musica e arti visive siano, anzi sono, ben più forti ed immediate della parola: è questa la ragione per cui, oggi, integro sempre una immagine significativa ai miei scritti. Qualche volta manipolo io le immagini che illustrano i miei scritti, ma più spesso rubo all’Amica Chatterly le sue Opere, in quanto sono tutto ciò che vorrei saper esprimere senza dover far ricorso alle parole e alla loro impotenza. Per quanto ho spiegato, piuttosto lungamente, almeno per me, sì, è possibile anelare ad un unicum artistico: ma questo non può essere portato avanti da un singolo “carattere artistico”. C’è bisogno di trovare, con un po’ tanta fortuna, persone grandi che sappiano condividere una uguale sensibilità artistica. Io, questa fortuna, insperata, l’ho trovata. Oggi, più di ieri, creare un unicum artistico, una espressione artistica totale, è necessità non procrastinabile.
 
10) Se dovessi scegliere, in assoluto quale tipo d’Arte adottare per operare tale sinergia, preferiresti...?
 
L’Arte visiva: se potessi, se fossi in grado, la pittura unita ai versi. Si dice che sia un buon pittore, ma non come io vorrei, ed è questa la ragione per cui utilizzo immagini rubate all’Arte di Chatterly. Sono Opere sue, questo ci tengo a sottolinearlo, ma quando le introduco nei miei scritti diventano anche parte di me e di quanto ho espresso attraverso le parole.
 
11) Mantenendoci sempre nel campo dell’arte, ed in particolar modo sulla Pittura, cosa ne pensi dell’ultimo evento accaduto, inerente al furto de “L’Urlo di Munch”? Alcune congetture hanno parlato di trovata pubblicitaria: cosa ne pensi di questa pratica?
 
“L’Urlo” di Munch fu trafugato già dieci anni or sono e ritrovato in capo a sei mesi senza che venisse pagato alcun “riscatto”. Si può parlare di “riscatto” per un’Opera come “L’Urlo” di Munch? Credo di sì. La mia è solo una “idea”: è possibile che si tratti di una trovata pubblicitaria. E’ stato troppo semplice operare questo furto. E nessuna misura di sicurezza è stata approntata affinché si potesse evitare il trafugamento dell’Opera. Penso che, a breve, l’Opera di Munch spunterà di nuovo fuori, alla luce del sole. E si griderà al miracolo! O qualcosa del genere. Penso che viviamo tempi bui: siamo in pieno medioevo tecnologico, ma non è una novità.
 
12) Traslando in maniera più generale, partendo da tale evento come trampolino di lancio, l’opera d’arte va tutelata, specialmente la sua integrità. E a tale integrità io voglio approdare sulla forma del copyright. Come ti poni di fronte alla questione dei diritti d’autore? Se non sbaglio di recente hai pubblicato su King Lear, un interessante articolo di Lello Voce, proprio su tale questione.
 
Il copyright sul web è “utopia”. Se si scrive sul web, e per il web, il copyright è una favola, una pia illusione. Lello Voce ha ragione ad inalberarsi: gli è stata rubata l’idea del Poetry Slam. Ma più generalmente, se io scrivo una poesia e la metto in rete, è possibile che qualcuno me la rubi e la metta in rete altrove. Un furto non mi dispiacerebbe, a patto che venga riconosciuta la paternità della poesia: e che venga quindi indicato che l’autore è un certo Giuseppe Iannozzi. Ovviamente se trovo in giro una mia poesia, o racconto, firmato diversamente, allora mi “incazzo” e non poco. I miei scritti sono “liberi”: chi vuole pubblicarli altrove, libero di farlo, purché riconosca il mio nome. Non chiedo tanto. Anzi, direi che solo pretendo il giusto, e nulla di più. Se però un editore intendesse pubblicare i miei scritti, allora la questione si farebbe più complicata, perché a questo punto la pubblicazione “cartacea” mi porrebbe nella posizione di chiedere all’editore quanto mi spetta di diritto.
 
13) Internet sta sempre prendendo più campo, come si è visto ad esempio con la pratica e-book. Quali i pro e i contro? Inoltre, è possibile stabilire una ampia funzionalità lettoriale in rete, senza sovvertire la naturale lettura del libro? Il video e la tastiera soppianteranno la penna ed il foglio?
 
Si può dire che “la rete”, oggi come oggi, fa viaggiare almeno un buon 50% delle informazioni che quotidianamente assorbiamo, spesse volte senza operare una seria critica. “Internet” non è il futuro. E’ già il futuro. Prolificano blog, siti, scuole di scrittura, on line: non è la semplice massaia a tenere su un blog, ad esempio, ma sempre più spesso ci troviamo di fronte scrittori affermati, giornalisti, critici, ecc. ecc. Ciò la dice lunga: se non si è presenti sulla “rete” significa esser tagliati fuori da buona parte del mondo. Sembra brutto detto così, ma la realtà è che “la realtà virtuale” è non meno importante di quella che vediamo e tocchiamo con le nostre proprie mani, perché la “rete” è una realtà di informazioni, di spazi d’incontro, di possibilità anche. Molta cultura viaggia in quello che diciamo essere uno spazio virtuale: ma, a questo punto, ci dobbiamo, imperativamente, interrogare circa il virtuale e il suo significato. E’ virtuale la cultura – o quella spacciata per tale – che ci scorre davanti agli occhi su un monitor? No, non è virtuale. Quella cultura noi l’assorbiamo, la leggiamo, e in qualche caso la stampiamo pure con la stampante di casa nostra. Non essere presenti nel web significa mettersi il bastone fra le ruote ma da soli. La vecchia generazione, o almeno una buona parte, è restia ad affidarsi ad Internet. E anche molti giovani ricusano il web. Pensano ancora, stupidamente, che tutta la vita e l’arte siano nei caffè letterari o in chissà quale altro dove. Moltissimi hanno paura perché se mettessero in rete, allora qualcuno potrebbe approfittarsi del loro lavoro e rubarglielo. Non metto in dubbio che possa accadere, soprattutto se si è molto affermati. Ma difficile, se non impossibile, è che la poesia di un esordiente venga rubata e pubblicata altrove: e se dovesse accadere, bene, io, almeno io, ne sarei ben felice, perché significherebbe che ho scritto ed ho emozionato tanto sino al punto da “costringere” qualcuno a rubarmi un lavoro per proporlo altrove. E’ un risultato da poco questo? Certo, nelle tasche non mi tornerà nulla, ma in quanto a fama, come la mettiamo? Molti fanno gli schizzinosi, e peccano di superbia, accampando scuse che la rete non può ospitare l’Arte. Molti hanno paura che venga rubato il frutto del loro ingegno. Ma io mi chiedo: Signori/e, ma sapete quante migliaia di persone, in Italia, scrivono versi? Milioni di novelli poeti a zonzo abbiamo. Se non ci fosse la rete, nessuno se li cagherebbe neanche di striscio. Quindi, Signori/e che fate tanto gli schizzinosi, fossi in Voi, io comincerei a pensare, ma seriamente, che esser fuori dalla “rete” significa esser fuori da una parte “importante” del mondo culturale. Esser fuori equivale a non darsi alcuna possibilità di emergere e di farsi notare e dagli editori e dai critici e dai semplici potenziali lettori. Gli e-book non sostituiranno il libro cartaceo, non nell’immediato: ma sono ottimi come strumento di diffusione e promozione. Molta manualistica è in formato .lit o .pdf, e ci sono anche titoli di romanzi e saggi in rete. Nell’immediato non vedremo scomparire il libro stampato, ma sicuramente questo cambierà, e lo sta già facendo: spesse volte è integrato con un supporto, un cd multimediale, una rivoluzione che fino a pochi anni fa non si pensava affatto. Ormai, la più parte di noi scrive per mezzo della tastiera: scrivere a video è una cosa,  usare la macchina da scrivere o la penna è un altro paio di maniche. A video, se una parola non ti piace, non ci pensi su due volte a cancellarla; se invece scrivi con la penna, prima di scrivere una parola ci pensi non due volte su, ma almeno tre, perché lo scarabocchio è pesante, è una tara. Spesse volte scrivo utilizzando la penna o la macchina da scrivere, per avere un rapporto diverso con la scrittura, più “concentrato”, poi riporto in formato elettronico quanto ho scritto su carta.
I pro sono dati dalla diffusione di un libro, soprattutto se trattasi di un esordiente, che, quasi sicuramente, non gli è facile trovare un editore; i contro sono tutti quelli dovuti all’abuso, perché abusare di un qualsiasi mezzo è sempre nocivo. Sta al nostro buon senso fare in modo che Internet e la scrittura a video non siano semplicemente un esercizio per le dita.
 
14) Quale forma d’arte è più aderente al Web?
 
Oggi, sicuramente il Blog. E’ il mezzo maggiormente immediato per proporre idee, poesie, racconti, libri a puntate, ecc. ecc. Ma anche opere d’Arte visive. E anche musica. Costa poco, o niente in alcuni casi, e si ha la possibilità di interagire con parecchie persone, editori, scrittori, critici, giornalisti, ecc. ecc. Tenere un blog, seriamente, non è facile: occorre tanta pazienza. E soprattutto, bisogna ricordarsi, che un blog non vive da solo se “nel blog” non c’è una persona che lo mantiene vivo e aggiornato. Non si può pretendere di essere letti e commentati se non si ha l’attenzione, la volontà, la disciplina, di leggere anche gli altri blog presenti in rete. Non è solo una questione di cortesia, è soprattutto uno scambio di opinioni. Questo concetto, nutro tema, che molti ancora non l’abbiano capito a fondo. O molto più semplicemente, se ne infischiano bellamente e ritengono che un blog, una volta messo su, sia a posto così. No, non funziona così. Se vuoi essere ascoltato, prima devi imparare ad ascoltare, perché solo ascoltando è possibile imparare e migliorarsi. Chi tiene un blog e lo lascia a sé stesso è solo un incosciente, perché si mena la zappa sui piedi da solo: nessuno verrà mai a cercare nessuno. Prima occorre prestare ascolto. Un blog funziona come un caffè letterario, solo che è in rete, on line. Non si può pretendere di frequentare un caffè senza esprimere la propria opinione, ma pretendendo che gli altri esprimano la “loro” quando tu sei il primo a dimostrare indifferenza. Alcuni disattivano la possibilità di inserire commenti all’interno dei loro blog: niente di più sbagliato. Tenere un blog in questa maniera non serve a niente. Meglio chiuderlo a questo punto o non aprirlo affatto se si ha tanta paura di commentare e di essere commentati. Chi ha paura dei commenti, delle critiche, semplicemente non ha la stoffa per essere.
 
15) So che tu ami molto Charles Bukowsky; recentemente sul tuo blog, in diversi commenti è venuta alla luce una questione sugli stili. Lo stile di Bukowski come si inserisce, a tuo avviso, nel campo della Letteratura Italiana. Cosa potrebbe il lettore imparare da tale Scrittore?
 
Io amo, tra gli altri, anche Charles Bukowski. Non è l’idolo, non è l’assoluto. Chi dice diversamente, dice il falso. Bukowski la vita la viveva, completamente, e la raccontava. Sapeva il fatto suo. Scrivere come Hank non è facile, per niente. Ci vuole pelo sullo stomaco per saper scrivere come lui senza risultare noiosi e ripetitivi. In Italia, esistono alcuni che cercano, indarno, di imitare Hank: i risultati, disastrosi. Non si scrive per imitare, si scrive per dire la verità anche quando è declinata in immaginazione. Hank scriveva la “sua verità” senza infarcirla di ipocrisie, ed è questo che oggi si dovrebbe imparare dalla scrittura di Hank, piuttosto che tentare di imitarlo. Si può trarre ispirazione da Charles, ma è assurdo (tentare di) imitarlo completamente e spacciarsi per dei novelli “porci con le ali”. Lo stile di Hank era il suo. Quello della “sua verità”.
 
16) Tralasciando il discorso sulla valenza dello stile a livello di dimensione individuale, quanto è lontano o vicino il limite oltre il quale lo scrittore perde la sua vera identità, sacrificandola in vista di una pratica editoriale, che assecondi le voluttà dell’editore stesso?
 
In pratica, se oggi vuoi pubblicare, ti devi vendere, almeno un po’. No, un po’ tanto, così è più corretto e veritiero. Non è importante, per l’editoria moderna, che tu sappia scrivere bene: è invece importante il tuo nome e quanto credito esso ha presso il grande pubblico. Magari sei anche uno scrittore valido, ma gli editor vogliono “prodotti commerciali” che si vendano subito come un hamburger Mc****** e non un libro che “duri” nel tempo. Non interessa un libro che faccia letteratura; interessa invece un “prodotto” che si possa piazzare sul mercato e che venda migliaia di copie nel giro di pochi mesi. Molti romanzi oggi pubblicati, che potevano essere letteratura “duratura”, ho come l’impressione che siano stati sovvertiti e ampiamente rimaneggiati da un pesantissimo editing: il risultato è quello che troviamo in libreria, romanzi che potevano dirsi veramente tali se non fossero stati rimaneggiati. Se hai un nome, prima chiedi all’editore cosa vorrebbe pubblicare, poi ti metti a tavolino e produci un libretto “mordi & fuggi”. Pensare di fare il contrario è assurdo: l’editore non pubblicherà mai qualcosa che non sia un “prodotto” smerciabile. Solo in rarissime occasioni qualche editore coraggioso piazza nel suo catalogo un romanzo che si può a ragione dire “letteratura resistente”. Diciamo che l’editore A pubblica 300 titoli all’anno: quanti di questi resteranno? Probabilmente, anzi sicuramente, nessuno: nel giro di un anno o due saranno tutti dimenticati. Sempre  lo stesso editore, il nostro signor A, si vede arrivare in ufficio un capolavoro: decide di pubblicare, di rischiare, ma accade una volta ogni dieci anni, quando va bene. Grandi scrittori italiani, grandi firme ne abbiamo in Italia: Aldo Busi, Sebastiano Vassalli, Michele Mari, Valerio Evangelisti, il collettivo Wu Ming, Massimo Manfredi, Tiziano Terzani (da poco scomparso), Carmen Covito, Umberto Eco, Giuseppe Genna, Enzo Biagi, Stefano Marcelli, giusto per fare qualche nome… Ma abbiamo anche moltissime pessime penne e firme declinate in una formula alla Melissa P. I più, quelli che scrivono per assecondare la voluttà degli editori, sono nomi che non rimarranno nella storia della letteratura: oggi godono di fama, domani godranno di due metri per due. E forse qualcuno dedicherà loro un epitaffio à la Edgar Lee Master. Dire tutti quelli che oggi scrivono male, o che assecondano gli editori, è inutile: dovrei scrivere una sequela di nomi lunga quanto l’Antico Testamento, e non mi sembra il caso. Però mi sembra d’esser stato chiaro: la letteratura finta, scialba, inutile, quella non serve ai lettori, né alla Letteratura. Ma serve solo alle tasche degli editori. Pochissime firme, nomi, oggi possono far valere la propria volontà espressiva ed artistica su quella dell’editore. Ma è anche vero che pochissimi hanno il coraggio di farsi valere senza scadere in facili compromessi. Lo scrittore perde la sua identità quando decide di diventare “scrivano” degli - e “per gli” - editori.    
 
 
17) In questa nostra società, è possibile rimanere fedeli a sé stessi senza accettarne e pagarne le conseguenze, intendo sempre come scrittore?
 
Chi decide di rimanere “profondamente” fedele a sé stesso, come scrittore e uomo, sa che prima o poi pagherà. Conseguenze ce ne saranno, non da ultima quella della “censura”. Sì, perché se lo scrittore rimane fedele a sé stesso, prima o poi verrà censurato nella maniera più classica e conosciuta dagli editori: di lui non verranno pubblicati più libri. O non verranno pubblicizzati i suoi lavori o non verranno distribuiti. Ma chi accetta di essere (restare) fedele a sé stesso non ha paura né della possibile censura né della Letteratura, perché sa fin dall’inizio che potrebbe essere gambizzato o anche assassinato per le sue idee.  
 
Concludendo, caro Giuseppe ti ringrazio molto per la tua disponibilità e ti auguro di cuore un lieto futuro.
 
Grazie a te. E in bocca al lupo. Il futuro sarà lieto se sarò capace di costruirmelo con le mie proprie mani. In questo credo.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 23:39 | interviste | clicca per commentare commenti (43)



ANGELA DI DESOLAZIONE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -

ANGELA DI DESOLAZIONE

 

 

 

 

di Giuseppe Iannozzi

 

 

 

 

 

 

Oh Angela!
Angeli di desolazione siamo.

 

Costruiamo un ponte

che unisca noi al paradiso

o all’inferno sognato,

agognato

come sola possibilità

di vita

o di redenzione.

Ma non sappiamo

che aspettarci

oltre il ponte:

siamo angeli

e cadiamo

sempre

negli stessi errori,

quelli che l’umanità

da sempre fa.

E non è un milione

di anni fa

o un milioni di baci

dati e mai tornati indietro.

 

E’ che ci facciamo male:

ci piace saggiare

il sangue e la pelle,

il calore liquido

e quello corporale,

per poi buttarlo

nel primo cesso

o nel primo sesso

che ci passa in mano.

Ma sempre sottomano.

 

Oh Angela!

Cadiamo così,

e non sappiamo

quanto profondo è

il blu, il cielo

o una tomba

due metri per due.

 

Ci prendiamo così,

ma rimanendo

angeli senza ali.

Ci inganniamo così,

ma saggiando

solo la saliva

che mastica

un perché.

Ma che non viene mai

al momento giusto,

con noi & per noi.

 

C’è sesso morto

in città

e nei vespasiani

che l’accolgono:

un po’ di piscio,

o un fiume

o un mare

e una porta aperta

per ricordarci

che abbiamo dimenticato

l’avviso,

l’uscita di sicurezza:

NON DISTURBARE

 

Oh Angelo!

O Angela!

E noi,

noi che facciamo!

Veniamo

o che altro?

Il tempo fugge:

si muore sempre

in tempo

scontando pena

al momento sbagliato.

 

No,

non sei un Angelo!

Sei Angela.

E anche questa volta

hai dato priorità

al tuo desiderio.

E sei caduta da sola,

prima che potessi raccogliere

una tua lagrima

o quella piuma di piombo

che scalfisce le tue fragili spalle.

 

Oh Angela!

Angela di desolazione!

Quando accenderai

la mia ultima sigaretta?

E quanta pena darai

alla condanna

che dovrò scontare

per colpa della tua bocca?

 

Qui c’è sempre

una porta aperta,

ma ha problemi suoi

e li chiude in me.

 

Così sai anche tu

adesso

che ho perso una donna,

una famiglia e un figlio

in un cigolio di ruggine,

in un cardine fuori posto.

 

Ma il vento sempre bussa

e fa sbattere la porta.

Aprendola.

Chiudendola.

 

Così continua tu

ad aprire,

a chiudere

questa poesia

con verso o due

che non so.


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:57 | blues e beat | clicca per commentare commenti (14)



PRIGIONI DI DOLORE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, agosto 29, 2004

SING THE SORROW

 

 

Stanotte c'è qualcosa di sbagliato
nell'aria e nel mondo.
Stanotte non voglio essere qui,
voglio volare al di là del mare
per giungere in tempo
a sentire quanto a lungo
riesci a tenere una nota.
Voglio sentir vibrare l'aria
con i tuoi effetti che conosco,
non più soltanto per ascoltare
ma per annusare finalmente
l'odore della tua musica.

 

 

 

“Sing the Sorrow”, immagine e versi

 

sono Opera di Chatterly

 

 

 

Il Blog di Chatterly: http://www.chatterly.splinder.com

 

Il Sito Ufficiale di Chatterly: http://chatterly.altervista.org

 

La Deviant Home: http://chatterly.deviantart.com

 

 

 

 

PRIGIONI DI DOLORE

 

 

 

 

di Giuseppe Iannozzi

 

 

 

 

 

 

 

NEL MIO NOME! (*)

 

Questa l'ho scritta per Te, sfidando la Luce

A Chatterly

 

 

Ho inventato lo sguardo tuo solare

per non dimenticarti nell’amore:

questo giorno, ora vivimelo nell’anima.

O condannalo ad esilio infinito. Prima.

Questo giorno, conducilo nell’anima.

O mutilalo in una corona di spine. Prima.

 

Ho rivoltato il sangue nelle vene,

perché potessi suggerlo dal mio petto,

perché potessi abbandonarti in me,

pensandomi Cristo o Giuda.

Ma sempre nel tuo amore condannato.

Ma sempre dalle tue gambe legato

in preghiera o in croce. E tu, nuda!

 

Le rondini in cielo disegnano voli e spazi:

io solo posso colmarli di speranza e attesa,

tracciando l’ideale profilo del sole

che m’acceca. Poi, si fa rabbia il giorno

e il mio funerale, quando notte s’appresta.

 

Ho inventato lo sguardo tuo lunare

per non condannarti nel dolore:

questa notte, ora vivimela nell’anima.

O inceneriscila nell’impeto del vento. Prima.

Questa notte, conducila nell’anima.

O riducila in un infinto nonritorno. Prima.

 

Non ho niente, tranne questo giorno

e questa notte prima che sia il mio funerale.

Ma te ne faccio dono: non ho che questo

per dimostrarti quanto è grande l’amore

vissuto, spremuto, fino all’ultima goccia

di sangue. Di dolore. Ma te ne faccio dono,

perché tu non debba più soffrire né per me

né per chi – dopo di me – ancora ti dirà:

“Nel mio nome! Nel mio nome, vivi l’Amore!”

 

 

(*) Nata sul blog di “Chatterly”: http://chatterly.splinder.com/

 

 

 

 

 

PASSEROTTO IN PRIGIONE (**)

 

a Chatterly

 

 

Oh, all’Amore, all’Amore! Quante

le volte che t’hanno gridato,

quand’io ero coll’anima lontano,

perso in chissà quale strana prigione.

Ma sempre cantavo a te, Amore,

che avevo un diavolo per capello

e che i coperchi mi riuscivano male.

 

Quel passerotto che t’amava tanto

ora non fa più male alle tue lagrime:

sol più asciuga le tue pallide gote

con una becchettata o due, posando

sulla tua stanchezza la sua piumata

morbidezza. E t’ascolta quand’invochi

degli dèi l’Ira perché spazzi via

ogni umana vanità! E t’ama pei giochi

che fai alla sua gabbia con ombre cinesi

inventando impossibili voli di libertà. 

 

Oh, all’Amore, all’Amore! Quante

le volte che t’ho cantato stonato!

Ma sol ero una piuma, un cuore

piccino, che seguiva dell’arcobaleno

i colori nei tuoi occhi riflessi, persi

a sognar un battito più grande

del mio pigolare ch’era prigione.

Ma per te, una pioggia di pianto

nata da due lagrime. Ma solo per te.

 

 

(**) Nata sul blog di Niobe: http://niobe76s.blog.excite.it

 

 

 

 

 

 

ME E ME (***)

 

 

Arrivata

in un buon momento,

ritrovo qui

quell'abbraccio

che avevo sentito

la prima volta.

L'abbraccio

dell'inverno.

La ricerca

di un corpo

che riscaldi

il corpo.

E l'anima.

Nonostante

il sole sia ancora

cocente, Fuori,

Dentro

cominciano già

ad aprirsi distese

enormi di freddo.

Incessante.

A volte,

ingombrante.

 

E si espande

la Ricerca,

amara e dolce

quanto l'Attesa.

E ancora lì

nello specchio,

il mio specchio,

l'imago comandata.

“Specchio! Specchio!

Sono la più bella?”

Ma quanto,

quanto ancora

durerà la richiesta?

Paura,

dolce tortura.

Mi scoprirò uguale

a mille altre,

ed allora arriverà

la morte:

non quella del corpo,

quella si consuma

in fretta,

ma arriverà

una morte

più lenta,

sofferta.

In vita come in morte,

sarò il prodotto

della mia morte.

Nulla più.

 

Lo Specchio

si rompe.

L'attesa

lo spezza.

Non ho risposta:

ho solo me.

Come chi,

diversa da,

- che importa...? -

me e me.

Solo il mio Urlo.

Quello che danza,

che danza frenetico

nel silenzio.

Che nel silenzio

non si consuma

a squarciagola.

Ma la gola

la squarcia.

Me e me.

 

Ma

è sempre

emozionante

leggerti

i giorni.

Viverti.

 

 

(***) Questi versi sono di Apsara (Angela): li ha abbandonati, per così dire, in un commento sul mio blog. Me ne sono impossessato, ma non mi appartengono. Io solo mi sono permesso di accomodarli per conferir loro un po’ di assonanze. In qualche caso ho operato sui versi delle correzioni, secondo il mio capriccio artistico.

 

In pratica, questa poesia che avete letto è di Apsara. E a Lei appartiene.

 

Il blog di Apsara (Angela): http://aphsara.blog.excite.it

 

 

 

 

 

SULLA NEVE, L’AMORE

 

 

E ti seguo,

ti seguo

di nascosto,

pensando che,

che ho anima

da consumare

e censurare

nelle deboli tracce

che sulla neve

abbandoni.

Per me. Per te.

 

Amore,

l’amore così è:

soffre con noi.

Cercandoci.

 

 

 

 

 

AFFOGARE

 

 

In cascata

rovesciata

in tumulto,

io scivolo

portando meco

la risata tua

cristallina.

 

In cascata

sconvolta

in singulto,

io ti annacquo

nell’affogare

tacito

che è mio.

 

 

 

 

 

COI MIEI MORTI

 

 

Rimango qui

in ascolto

tra le nuvole

dove l’amore

tormenta arpe

e corde di dolore.

 

Rimango qui

in prigione:

dabbasso

non è meglio

l’eco dei fiumi

coi suoi annegati.

 

Rimango qui

coi miei morti:

mi raccontano

la vita

che facevano

sul marciapiede

o in macchina

a scassarsi i lombi.

Ma per niente.

Sempre.

 

Rimango qui,

dimenticato,

come loro.

 

 

 

 

 

QUANDO L’ADDIO (****)

 

 

Adiosu

in bon'ora!

 

Si cade solo

per cadere.

Si cade solo

per rialzarsi.