Bio Iannozzi - La pagina personale di Giuseppe Iannozzi - do ut des



© - Tutti i contenuti di questo blog possono essere riprodotti
previo consenso scritto dell'Autore.
Tutte le violazioni saranno perseguite a termini di Legge.


un po' di pazienza!

Gli Editori e/o Autori
che desiderano inviare copie promozionali dei loro Lavori
affinché vengano recensiti sulle pagine di Bio Iannozzi
possono contattare tramite e-mail l'Autore di questo blog.

In Evidenza


Francesco Guccini - Icaro   Jurij Druznikov   Jerusalem - Frediani Andrea   I silenzi di Joe - Fabio Della Seta   Ivo Mej - Moro rapito!   Laura Costantini e Laura Falcone - Roma 1944




Free Tibet

Free Tibet





clicca qui, servirà a donare una mammografia




NON E' TERRESTRE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, settembre 29, 2004




  Non è Terrestre*
 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 
 
E qualcosa rimane, fra le pagine chiare,
fra le pagine scure,
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni,
i miei alibi e le tue ragioni.
Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente
ma lo zingaro è un trucco.
 
Rimmel (Rimmel, Francesco De Gregori, 1975)
 
 
 
 
 
Tornai ch’era già inverno: le strade di Firenze erano grigie come i volti dei passanti avvolti in cappotti di silenziosa tristezza.
 
* * *
 
Centellinavo un caffè che non mi piaceva: amaro. Ho sempre amato il caffè amaro, ma quello che m’avevano servito era veleno. Accesi una N80, ma dopo due boccate ero già disgustato. Il cameriere apparve alle mie spalle senza che io me ne accorgessi: era un tipo segaligno, pallido, un volto spettrale, quello d’un’anima morta à la Gogol’.
 
In strada faceva freddo: provai un paio di volte a chiedere delle indicazioni, ma nessuno mi prestò attenzione. L’albergo l’avevo prenotato da un po’ di tempo. Doveva essere un quattro stelle vicino al mercato di San Lorenzo. Decisi ch’era il caso che andassi ad occupare la mia camera. Nella hall non c’era nessuno. Prima che potessi rendermene conto, ero già disteso sul letto: la vista annebbiata, prossimo a sprofondare in un deliquio. Pregai perché non sognassi.
 
* * *
 
“La Venere di Botticelli, ricordi come nacque?”
“No.”
“Nasce dal mare, portata da una grande conchiglia che viene sospinta a riva dal soffio intrecciato di Zefiro e Clori, mentre Ora, personificazione della primavera, si avvicina per avvolgerla in un mantello fiorito.”
“Ed allora?”
“La nudità di Venere non è solo esaltazione della bellezza, ma anche affermazione della bellezza pura, della semplicità dell’Anima. Possibile che tu non abbia più memoria?”
“Non ricordo nulla.”
“Ma è terribile.”
“No. E’ naturale. Perché mai dovrei ricordare?”
“Ma è Anima?”
”Chi è... Anima?”
“Venere.”
“Venere! Non credo d’averla mai conosciuta.”
“Invece l’hai conosciuta.”
”Forse in sogno. Ma non ricordo.”
“Questo è un sogno!”
“Sia quel che sia, non fa differenza.”
“Tu eri un poeta. Un tempo non lontano eri un poeta dell’anima.”
“Mai scritte poesia in vita mia.”
“Tu non ricordi nulla. Non è possibile.”
“E’ reale.”
“Che?”
“E’ un pasticcio questo discorso.”
“Eri un poeta.”
“Sì, come no!”
“Perché sei qui?”
“Dove?”
“A Firenze.”
“Ah!”
“Ed allora? Perché sei qui? Ci sarà pure un motivo se sei tornato.”
“Immagino che debba concludere degli affari. O uno solo. Sono un promoter.”
“Forse. Ma le poesie?”
“Le poesie, quelle le scrivono i poeti. E se fossero furbi le scriverebbero sull’acqua.”
“Quanto cinismo.”
 
* * *
 
Mi svegliai d’ottimo umore. Forse avevo sognato, ma non ricordavo assolutamente nulla. Però sapevo d’aver sognato. L’importante era che non ricordassi.
 
A quel tempo fumavo ancora molto: accesi la prima sigaretta. Fumai in silenzio, poi scesi a fare colazione. La sala era vuota: non un’anima, neanche una che si potesse dire persa o capitata lì per puro caso. Feci colazione da solo: il mio corpo occupava uno spazio, una sedia, e consumava latte caffè e fette biscottate. Ero più reale di un’anima, qualunque possa essere il significato che l’uomo dà all’anima.
 
* * *
 
Non so come, arrivai davanti alla Chiesa di San Giuseppe in via delle Casine.
“E’ su progetto di Baccio d'Agnolo. Così attesta il Vasari.” Chi aveva parlato era un ometto sdentato, forse un religioso, ma aveva due occhietti da jinn che facevano pensare fosse un demone. “Nel 1405 si costituì a Firenze una confraternita dedicata a San Giuseppe: si riuniva in un oratorio vicino all’Ospedale del Tempio. La Vergine col Bambino è in un angolo di via San Giuseppe: si diceva che compisse miracoli. La devozione per questa immagine fu tale che permise alla Confraternita, per mezzo di offerte ed elemosine, di costruire la chiesa che vede.”
Ringraziai con un cenno del capo l’improvvisato cicerone, poi volsi lo sguardo altrove senza più curarmi di lui. Mi lasciai la Chiesa alle spalle: non m’interessava, avevo altro a cui pensare. Ero tornato per definire un affare. Sapevo solo che dovevo andare in un ostello della gioventù: il motivo m’era oscuro! Ma sentivo che quella era la strada da seguire. Me li feci tutti, ma alla fine, istintivamente, trovai quello che m’interessava. Entrai.
Il ragazzo alla reception non aveva dimenticato il mio viso: m’aveva riconosciuto. Capii che doveva esser così da una sua smorfia.
“Allora, sei tornato.”
“Non lo so. Sono qui per affari.”
“Anche l’altra volta dicesti le stesse precise identiche parole.”
“Gli uomini d’affari come me non hanno un vocabolario molto assortito.”
Quello fece un’altra smorfia, di disgusto. “Già, me ne sono accorto.” Tirò su col naso, poi aggiunse: “In cosa posso esserti utile, questa volta?
“Ho bisogno di alcune informazioni.”
Non sembrava sorpreso. “Potresti aiutarmi?”
”Spara!”
“Sto cercando una donna.”
Rise. “Sì, tutti noi. Che tipo di donna?”
Mi schiarii la gola ch’era secca a causa del troppo fumo. “Non è che la cerco veramente. Voglio solo sapere.”
“Capisco… qualcosa su di lei.”
“Esatto.” Gli passai un biglietto di grosso taglio. Quello lo prese senza fare una piega e lo intascò subito.
“Chi è?”
“Chi era!”, lo corressi.
“Come vuoi tu. Il nome?”
“Non lo so.”
Prese a ridere. Ma il mio sguardo severo lo fece presto tacere. “D’accordo! Non sai il nome. Ma io come posso esserti d’aiuto?”
“La conosci.”
“Ah! Ti riferisci a quella donna…”
“Esatto.”
“Quella che ti accompagnò qui.”
“Immagino che si possa dire così.”
”Non eri cosciente. Non completamente. Più di là che di qua.”
“Tu sai perché ero mezzo andato?”
“Ubriaco forse.”
Sospirai. “No, non credo. Ad ogni modo, tu l’hai vista. Sai dirmi chi fosse?”
“Te l’avrò detto un migliaio di volte. Il rito è sempre lo stesso… ti presenti qui, e il dialogo è lo stesso, e la conclusione…”
“E la conclusione?”
”Non c’era nessuno con te!”
Bestemmiai. “Ma se avevi detto quella!”  
“Vero. Quella!
“Vuoi parlare o te le devo cavar con le pinze ‘ste dannate parole dalla bocca?”
“Era semplicemente QUELLA. Non era una persona. O meglio, lo era. Ma era come se non esistesse.”
Accesi una sigaretta. Il ragazzo alla reception non disse nulla: l’avevo oliato pesantemente, sapeva che non poteva dirmi un cazzo.
“Hai un affare con QUELLA?”
 
* * *
 
Accesi il televisore: solo nevischio. Misi una sigaretta fra le labbra: le spire di fumo si fecero spesse. Mi sentivo stanco. Spenta la cicca, mi lasciai cadere sul letto: e m’addormentai subito.
 
“Allora, l’hai trovata?”
“Chi?”
“QUELLA.”
“No.”
“E ci tieni a trovarla, non è vero?”
”E’ una questione…”
“Non dire di affari. Non ti credo.”
“Non mi credere. Per me fa lo stesso.”
“Sai darmi una definizione di ‘gioco’?”
“Attività svolta da una o più persone per divertimento.”
“Esatto. E’ stato divertente?”
“Forse che sì, forse che no!”
“Falla finita col dannunzianesimo spicciolo.”
“Non ho altro. E non so neanche di che stai parlando.”
“Lo sanno tutti che QUELLA ti giocava.”
“Ed allora? Dovrei essere scandalizzato?”
“Era Violetta. Una delle tante. Voleva esser solo questo per te.”
“Che intendi dire?”
“Solo quello che ho detto.”
“Fottiti. Non mi dici niente anche se parli tanto.”
“E’ un computo ermetico. ‘E non c'è niente da capire. Mia moglie ha molti uomini, ognuno è una scommessa perduta ogni mattina nello specchio del caffè.’ ** E’ un computo ermetico.”
 
* * *
 
La stazione era gremita di persone: un gran vociare ma inintelligibile. Ero circondato da alieni e il mio treno non sarebbe partito prima di un’ora: avevo tutto il tempo per perdermi in quella babele di corpi, per cercare di capirli, ma ero stanco, troppo perché potessi tentare una simile impresa. Mi risolsi d’andare in sala d’attesa: faceva freddo nonostante il riscaldamento. Avevo una copia economica de La Divina Commedia: cercai di leggere qualche endecasillabo, ma la poesia non faceva proprio per me. Per me, la poesia era solo una commedia: gettai il libro in un cestino… “Canestro!” Mai spesi soldi in maniera peggiore: per fortuna avevo preso un’edizione di quelle economiche, da stazione ferroviaria, in un’edicola. Chissà perché m’era preso l’uzzolo di provarmi a leggere della poesia!
Il mio capo cominciò a ciondolare…
 
“Alla fine non l’hai trovata, come sempre. Ma è come se l’avessi raggiunta.”
“Immagino di sì. Non c’è più niente che mi trattenga qui.”
“Lo sai che tornerai, nonostante tutto.”
“Sì.”
“Allora è un addio!”
“Diremo sempre le stesse cose per quante vite un uomo possa vivere.”
“Già.”
“Sbrigheremo sempre gli stessi affari… sempre. All’infinito. Ma non arriveremo mai a concludere veramente.”
“E la poesia?”
”Una commedia ma non divina.”
“Peccato.”
“Solo una questione di punti di vista.”
“Forse un giorno ricorderai la poesia.”
“Ho i miei dubbi. Se un dio c’è, pregherò perché mai accada che di me si possa dir poeta.”
“Umiltà?”
“No. Assolutamente no. Sono contro l’umiltà. Arroganza. Solo l’arroganza è onesta.”
“Ed ora che farai?”
“Immagino che prenderò il treno che mi porterà a casa.”
“E poi?”
“Poi nulla più. Almeno fino alla prossima vita, se ci sarà. Ma ne dubito.”
“E Anima?”
“Intendi QUELLA? Be’, non è terrestre. Non c’è niente da capire.”
“E Venere?”
“Si vivrà per un’altra Venere, più umana. O reale.”
“Ricordi… qualcosa?”
“No. Neanche quello che abbiamo detto sino ad ora.”
 
* * *
 
La mia cabina: vuota. Siedo da solo: non potrebbe essere diversamente. Non fumo più: ho perso il vizio. Sono passati parecchi anni e neanche più li conto i viaggi. Non sono un buon padre di famiglia: sono sempre lontano, lontano. Ma lei mi ama. Ma loro, i miei bambini, mi amano e forse non sanno perché. A volte mi penso come un vecchio lupo grigio: volente o nolente, qualche poesia sono stato costretto a digerirla, ma la colpa è tutta di mia moglie così fissata perché abbia un’anima. Me lo ripete in continuazione che è importante averne una, ma io sempre le rispondo che sono più reale di un’anima: sono un corpo e occupo spazio nel suo cuore come nell’appartamento che ci ospita. Occupo spazio in ogni dove che lei occupa anche quando sono lontano, come adesso.
 
 
* Questa è opera di finzione: personaggi ed eventi sono inventati. Ma soprattutto allucinati. E non c’è proprio niente da capire. “Non è terrestre” è il titolo di un famoso saggio di archeologia spaziale scritto da Peter Kolosimo negli anni Sessanta: nel 69, con questo saggio, l’autore vinse il premio Bancarella.
 
** Da “Niente da capire”, Francesco De Gregori, album omonimo, 1974

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:31 | racconti | clicca per commentare commenti (41)



A GAMBE INCROCIATE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, settembre 28, 2004

 

 
 A Gambe  inCrociate
 
 

 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 

 

Condemnation
Why
Because my duty
Was always to beauty
And that was my crime
 
Condemnation (Depeche Mode, Songs Of Faith And Devotion, 1993)
 
 
 
 
 
 

SENZA SCAMPO

 
 
Dimmi perché il sole splende?
Ho il buio nell’anima:
non resiste la vita
di fronte a tanta morte.
Le pagine della Nera
sono piene di macellai.
Ma tu incroci ancora le gambe,
io solo sospiro
mentre mi accendi una sigaretta
con l’accendino che ti ho regalato:
sai i miei difetti
e li sfrutti a tuo piacere
per mettermi in imbarazzo.
 
Dimmi perché il sole splende?
E perché la tua bellezza si fa radiosa?
 
Lady Madonna, questo tempo,
questo momento è senza scampo.
La conosco la stretta delle tue gambe:
l’ho penetrata sempre come un intruso,
e sempre sono uscito sconfitto dal letto;
e sempre, da solo, mi accendevo una cicca.
 
Dimmi perché il sole splende?
Perché sono ancora confuso
in questa nuvola di fumo fra le labbra?
 
Questo tempo, questa morte,
questo nuovo momento con te è…
è senza scampo.
 
 
 
 
 
FAVOLA CRUDELE
 
 
Ho dato un morso al tuo tenero nudo malleolo
Poi ho perso il cervello nel fiore delle tue gambe
 
Ti chiamai Anima ed ancora Anima
Ma avrei dovuto darmi dell’Animale
Perché tu eri un’Alice
E io, per te, una bronchite
Come in una favola crudele
 
 
 
 
 
BIANCA NEVE
 
 
Quanta,
quanta neve viene giù!
 
Tu non ci sei più
a sorridermi seduta
a gambe incrociate
sul nostro bianco letto
Non mi tieni più
stretto stretto al tuo petto
 
Ma quanta neve,
quanta bianca neve
viene ancora giù…
 
 
 
 
 
ALLA FINE
 
 
Sulla linea del tramonto
Sulla linea delle tue gambe
E’ l’amore giunto alla sua fine
 
 
 
 
 
FRA LE TUE GAMBE
 
 
Dammi miele di cuore
o strappati le mutande
 
Dammi odor di sesso
o lasciami fumare in pace
 
Dammi l’egoismo mio
Ma fra le tue gambe
 
 
 
 
 
ESTASI
 
 
Per un orgasmo, o per sarcasmo,
adesso lasciati andare all’estasi
Ti amerò lo stesso:
come un eponimo darò via
          il mio nome al tuo sesso
 
 
 
 
 
PER AMORE TUO
 
 
Per andare incontro ad altra libertà
sono oggi chiuse a me le tue gambe
 
Per amore tuo
è questo dialogo interrotto
come un coito

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:58 | poesia | clicca per commentare commenti (26)



COME IN PREGHIERA

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, settembre 27, 2004

 

 

COME in PREGHIERA

 

 

 

 

…perché l’Amore è anche coscienza Civile e Politica

 

 

 

 

 

di Giuseppe Iannozzi

 

 

 

 

 

 

 

Sometimes everything is wrong. Now it's time to sing along

When your day is night alone, (hold on, hold on)

If you feel like letting go, (hold on)

When you think you've had too much of this life, well hang on

 

Everybody Hurts (REM, Automatic For The People, 1992)

 

 

 

 

 

 

TI CREDEVI PERSO

 

a Niobe (Silvia)

 

 

L'amore che credevi perso

Il dolore che sapevi andato

Il volto che hai amato

Il volto che hai assassinato

Tutto torna,

tutto torna come una superstizione

 

L'odio che credevi eliminato

Il volto di Dio che hai amato

e la sua mano che ti ha tradito

proprio sul più bello

Tutto torna ma non torna mai,

quando la notte s'alza oltre le onde del mare

Tutto torna ma non torna mai,

quando la notte s'alza oltre le onde del mare

 

Le Erinni dicono una maledizione,

io solo uno scongiuro in un passo di danza

come un indiano, come un indiano

 

Diana ha amato un principe,

io solo una principessa

collassando in solitudine

come una candela al vento ma spenta,

come una superstizione che non credevo

 

Il cappello se lo porta via il vento

La risposta la sa il vento

L’eco la sa Mister Tamburino

Tutto torna, tutto torna

quando passi sotto i pioli d'una scala

Tutto torna, tutto torna

quando cade l'ultimo sogno

del Quinto Stato

Tutto torna, tutto torna

quando le Anime Morte bruciano

nelle lagrime di Tolstoj

 

Ma allora,

perché questa superstizione

di crederci immortali?

Ma allora,

perché Re Lucertola sgrana gli occhi

di fronte al suo spettro?

 

E' solo che hai amato troppo

e proprio non ti è riuscito

di dire “Basta!” al momento giusto

Così, ora siamo qui

a tendere la mano

in cerca d'un'altra Zingara

Così, ora siamo qui

a piangere un'elemosina

che sia finalmente per noi

 

Tutto torna e non torna mai

Ma è ancora l'amore che credevi perso

Ma è ancora il dolore che sapevi andato

 

E il volto di Dio non smette mai

di assistere all’umana disgrazia

 

E il volto mio si specchia nel tuo,

perché questa è la verità

E il volto tuo mi sorride speranza

E torno qui, torno qui un po' a vivere

 

 

 

 

 

NEANCHE DIO!

 

ad Apsara (Angela)

 

 

Temevo sarebbe accaduto…

Ho pregato

perché Dio dimenticasse il marcio,

ma è sordo come un ebreo,

come un treno su un binario morto.

 

Ho preso una stola d’innocenza

e ho nettato l'affanno dei cristalli;

mi son detto, “Questa è la volta buona!”

Ma m'ero ingannato un'altra volta

e il motore ha ruttato solo stanchezza.

 

Temevo sarebbe accaduto…

Quando gli angeli cadono,

il cielo non gli appartiene più,

per sempre. Quando gli angeli cadono,

l’avarizia della terra dà loro

il colpo finale, per sempre!

 

Adesso penso che,

che dovrò risolvere da solo

il problema che mi fa stanco

come un vagabondo del Dharma.

Adesso penso che,

che dovrò andare da solo

oltre il velo dell’apparenza

e cercare un altro motivo per vivere,

un Centro di Gravità Permanente.

 

Temevo sarebbe accaduto,

ma non pensavo così in fretta.

E il mondo mischia e trucca le carte

e ha sempre un asso nella manica

per mettermi i bastoni fra le gambe.

Oh, non è giusto. Non lo è affatto.

Ora che avevo incominciato a camminare,

ancora lo sgambetto di Salieri e quel Requiem

che fa eco come bronzo di campane.

 

Quando gli angeli sbattono il muso a terra,

c’è sempre qualcuno pronto ad affondarli nel fango

con un colpo alle costole o uno di manganello;

quando gli angeli avvertono il colpo finale,

quando gli angeli stanno male, sanno che è

per sempre!

 

Ma non finirà così. Non finirà così.

Ho ancora la forza e lo sputo in bocca.

Ho ancora un bacio da dare in pegno,

e neanche Dio potrà fermarmi.

 

 

 

 

 

C’E’ SE SAI VEDERE

 

a Francifra

 

 

C'è il sorriso di Marilyn Monroe

C'è quello di Charles Manson

E c'è quello di Andy Warhol

E c'è quello di Drella

 

C'è il sorriso che vuoi vedere

C'è la felicità e il dolore che sai vedere

 

 

 

 

 

COME IN PREGHIERA

 

a Cassy

 

 

Dovresti amare la preghiera delle mie mani,

o lasciarmi annegare in una rosa di whiskey

Dovresti stringermi tra le tue gambe vestite di seta,

o lasciarmi legato al tuo letto di Vergine col Bambino

 

Amore, la fragilità ci coglie impreparati

e le ombre di Hiroshima vivono dolore nel tuo grembo

come nella stanchezza dei miei fianchi cristiani;

questo non lo puoi dimenticare

se mi ami come il Sole,

se ancora senti d’esser Luna

 

Se è ancora l’Amore, se è ancora Sole e Luna,

Bambina, penso che dovresti darmi un’altra possibilità,

o il cappio che soffocò il giovane seminarista Berthet *

 

 

 

* Nel romanzo di Stendhal, Berthet è Julien Sorel. La storia narrata ne il “Rosso e il Nero” fu  ispirata a Stendhal da un fatto di cronaca la cui conclusione ebbe per cornice il Tribunale di Corte d'Assise dell' Isère, il suo Dipartimento d'origine. Nel 1827, un giovane seminarista, Berthet, fu giudicato e condannato a morte per aver tentato di assassinare in una chiesa la sua ex amante.   

 

 

 

 

 

NEI ROGHI DELLA PASSIONE

 

 

Questa è contro il fascismo dilagante dei nostri giorni

Questa è per chi lotta, per chi è dalla parte dei Giusti

 

 

 

 

Nei roghi della passione finisce questo,

questo amore che gridava

“Credere Obbedire Combattere”

 

Non è stato molto tempo fa, Liala:

credevi che mai si sarebbe perso il cuore,

obbedivi al suo battito fino al collasso perfetto,

combattevi per qualcosa di sbagliato

che dicevamo amore

Ma erano solo roghi di passione

Ma erano solo gioghi di repressione

 

Ora ti chiudi la porta alle spalle,

ma speri sempre che qualcuno bussi

Ora ti arrangi il cuore e muovi le tette al vento,

ma sempre speri che qualcuno ti abbracci

con tutto l’amore di Gesù;

ma sempre speri che qualcuno si faccia vivo

e vesta l’ombra della tua solitudine

mentre regge il dolore crociato sulle nude spalle

 

Non è stato molto tempo fa, Farfalla di Dolore,

ma quando l’Addio non si sanno i perdenti,

ma quando la Fine non si dà il serto ai vincitori:

siamo sulla stessa barca

e neanche un cane o una risata

 

Non è stato molto tempo fa, Donna:

l’Uomo ha messo piede sulla Luna,

Kennedy ha lasciato di sé una macchia di cervello,

Marilyn Monroe invece il suo corpo nel mito

Ma erano solo roghi di passione

Ma erano solo gioghi di repressione

 

E’ ora che tu sappia la verità:

la torta nuziale è esplosa come una bomba

e gli invitati hanno iniziato la Guerra Fredda

E’ ora che tu sappia la crudeltà:

la Baia dei Porci non è stato uno scherzo

e la libertà non porta la minigonna

 

Nei roghi della passione finisce tutto questo

E non può essere diversamente

Ma in ogni caso,

mai più “Credere Obbedire Combattere”

 

Nei gioghi della repressione inizia tutto questo

E non può essere diversamente

Ma in ogni caso,

mai più “Credere Obbedire Combattere”

 

 

 

 

 

IL LUPO E LA LUNA

 

a Bright

 

 

Berrò della Luna

il riflesso,

ma non potrà saziarmi:

questo lo sai.

Berrò il riflesso

come una poesia sull'acqua.

Berrò come un Lupo

che solo ha voglia

di bere un po' di caldo sangue,

vergine. Come te. Con te.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:20 | poesia | clicca per commentare commenti (24)



DAL PARADISO... IL TUO SORRISO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, settembre 25, 2004

 

 
Dal Paradiso… Il tuo Sorriso
 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 

 
 
 
Dance me to your beauty with a burning violin
Dance me through the panic till I'm gathered safely in
Touch me with your naked hand or touch me with your glove
 
Dance me to the end of love
 
Dance me to the end of love (Leonard Cohen - Various Positions, 1984/1985)
 
 
 

 

 
_______________
 
 
Queste poesie son tutte dedicate ai mille sorrisi delle Donne.
 
Un omaggio modesto, forse superfluo, alla Femminilità,
alla Classe che Vi invidio!
 
 
g.i.
_______________
 
 
 
 

 

 
IN SILENZIO, IL TUO SORRISO
 
 
C’è la carezza del tuo sorriso sul mio stanco viso
E’ solo l’anima d’un cuore spezzato, ripetono gli angeli dal paradiso
E’ solo la stanchezza che ti gioca brutti scherzi, fa eco la tua risata
 
Amore, non senti anche tu che stiamo andando alla deriva?
 
Mia madre sorride come per invitarmi a stare tranquillo
Ma qui l’aria si fa pesante ad ogni momento
La tavola apparecchiata e i soldi del Monopoli non bastano mai
Papà ha un cancro all’anima ma non intende tentare una cura
Dice che passerà come la vita perché prima o poi capita a tutti
Poi tace e sparecchia e si fa di nuovo silenzio intorno a me
 
Amore, non senti anche tu che stiamo sbagliando?
Amore, non ti rendi conto che non serve sbadigliare?
 
Il tuo sorriso mi spezza l’anima in due
Tu la prendi nel tuo dolore fra le gambe
Però sei lontana e non ci sono giustificazioni
Anche se è solo l’anima d’un cuore spezzato
Anche se è solo la stanchezza a farmi male
 
Amore, non senti anche tu che stiamo andando alla deriva?
 
Amore, mia madre è morta all’improvviso
E non me l’aspettavo proprio così presto
Amore, mio padre è sopravvissuto
E non immaginavo che un uomo potesse tirar a campare
Ma c’è che adesso tacciono entrambi
E’ solo che prima o poi capita a tutti il paradiso
E’ solo che prima o poi capita a tutti l’inferno
 
Amore, non senti anche tu che stiamo morendo?
Non senti, non senti quante carezze sciupate?
 
Oh, allora è vero! Non posso fare a meno d’averti intorno
E’ vero quello che si dice in giro sul nostro conto
 
Papà aveva ragione a dire che prima o poi capita a tutti
D’essere nel torto e non poterne fare a meno
Ma in silenzio, in silenzio ancora la carezza del tuo sorriso
 
Mamma aveva ragione a suggerirmi di stare tranquillo
E’ solo un gioco avere ragione e non poterne fare a meno
Ma in silenzio, in silenzio ancora la carezza del tuo sorriso
 
 
 
 
 
SORRISO DI MALIZIA
 
 
Ho messo su la Tosca e subito mi sono arreso alla noia:
c’è che preferivo quel tuo modo particolare di sculettare
e di farti vedere in giro con me, fasciata in un vestito da bambina. 
 
C’è che ancora ti amo per il tuo sorriso di malizia;
c’è che non ho dimenticato i tuoi capelli sconvolti sul cuscino,
anche se è solo l’impronta del tuo corpo a riposarmi accanto.
 
Ma ora, ora che siamo tanto intimi quanto lontani,
il tempo non ricorda più la felicità delle ore insieme.
 
 
 
 
 
SEMPRE E PER SEMPRE
 
 
Gridavi, “Aria! Ho bisogno di aria!”
E non capivo quanto forte il tuo male.
Ma dall’Inferno al Paradiso…
il tuo sorriso… sempre e per sempre
nello schiaffo del vento.
 
 
 
 
 
IL SORRISO DI DIO
 
 
Sono tornato per ricordarti
che ho sfidato Dio e il suo sorriso
per farmi bello agli occhi tuoi.
 
Ho affrontato le onde del Destino
e ho messo sul piatto mille uomini sconfitti
per dimostrarti tutto il mio valore.
 
Sono tornato per amarti.
Ma tu non lo sai. E solo questo conta
quando la fine d’un amore.
 
 
 
 
 
COME IN CIELO COSI’ IN TERRA
 
 
Come in un cielo di nuvole squarciato da una lama di luce
c’era il tuo sorriso ad illuminare il buio delle mie solitudini;
come in una terra devastata dalla morte che piange sangue
c’era il tuo sorriso a dar vita alle mie mani nude sul tuo corpo.
 
Come in cielo così in terra: sempre il tuo amore, corpo e anima.
 
 
 
 
 
SULLE TUE MUTE LABBRA
 
 
Non l’ho detto a nessuno:
ti amo così, in silenzio,
perché è tuo desiderio.
 
Ma ti ho sorriso davanti a tutti
come un fiocco di neve precipitato
dal cielo sulle tue mute labbra.
 
 
 
 
 
CON TE
 
 
E grazie per tutti i problemi che m’hai dato.
E grazie per tutto l’amore che m’hai donato.
 
Ogni battito di cuore è stato nostro:
ho pianto con te, ho sorriso con te.
 
 
 
 
 
SORRISO DI LUNA
 
 
La mia gelosia è sorriso di Luna,
affascinante come una donna
che a tutti sorride
e a nessuno si concede.
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 04:00 | poesia | clicca per commentare commenti (28)



MICHEL RIO, IL METAFISICO FANTASY

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, settembre 24, 2004


Michel Rio, il metafisico fantasy

 

di Giuseppe Iannozzi



 

 

 

Michel Rio è nato nel 1945 in Bretagna, quella che potremmo definire la culla dell'epopea arturiana, ed è cresciuto in Madagascar. Oggi, Michel Rio vive a Parigi, dove però rifugge le luci della ribalta, opponendo alla mondanità della capitale la quiete della propria ricerca letteraria. Autore molto apprezzato in patria, raffinatissimo e mai banale, ha ridisegnato le vicende arturiane con un aplomb inedito, metafisico, pur non disdegnando di accogliere inserti fantastici all’interno delle sue opere. La narrativa di Michel Rio è tutta tesa alla possibile ricostruzione della geografia umana e per questo motivo è impossibile tentare di inquadrarlo in una etichetta letteraria necessaria o di comodo. In patria, Michel Rio ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi letterari ed è da molti corteggiato per la sua verve unica; la sua è voce che ritrae l’uomo e lo smembra, è voce capace d’indagare nello spirito e ridurlo a brandelli e allo stesso tempo, paradossalmente, ricomporlo per restituirlo all’umanità.

In tanti si sono provati ad inquadrare questo autore più unico che raro, ma, sino ad oggi, nessuno ci è riuscito: il problema è che l’autore non appartiene a nessun genere e non fa riferimento a nessuna scuola creativa o moda letteraria. Distaccato dal materialismo e dallo strutturalismo che lo vorrebbero prodotto estetico, Michel Rio ha saputo costruirsi meritata fama di artista tout court interessato solo ad evadere dai cliché critici e dare all’uomo un’identità possibile o anche impossibile, perché l’autore quando parla, scrive, pesa ogni parola e ognuna è caricata di forti valenze metafisiche e richiami filosofici. Questa sua peculiarità, che per molti altri suoi esimi colleghi avrebbe potuto rappresentare una pesante tara, è invece per l’autore francese il suo motivo di forza. Insieme a Michel Houllebecq, Michel Rio è testimone della grande letteratura francese, quella che evade dagli schemi precostruiti per eternarsi nella storia.
La profonda coerenza di Michel Rio è oggi indicata da molti come esemplare, e questa è ravvisabile nella trilogia arturiana, i cui titoli sono Merlin, Morgane e Arthur. La trilogia è uscita in Italia per i tipi InstarLibri di Torino, una piccola casa editrice capace di proporre grandi titoli sempre ottimamente tradotti. Le traduzioni dei libri succitati sono opera di Annamaria Ferrero, che ha saputo mirabilmente trasporre in italiano tutta la forza espressiva dell’autore francese. Di grande pregio è anche la veste grafica di ogni volume.
Purtroppo, in Italia, ci si è poco occupati di Michel Rio: un certo snobismo da parte dell’intellighenzia italiana ha ridotto, per troppo tempo, l’autore francese a puro oggetto utile solo a occupare gli scaffali polverosi delle librerie. Tuttavia, per fortuna, finalmente sembra che qualcuno si stia svegliando. Polemiche a parte, gratuite e giustificate, Michel Rio con la trilogia arturiana ha dato nuovo lustro ad un filone che sembrava essere consumato da tempo. Come si è già detto, le pagine di Michel Rio sono fortemente intrise di filosofia: leggere un brano di questo autore, significa soprattutto sprofondare nelle latebre del pensiero umano per riemergerne con la sensazione di aver varcato i confini della mente umana. E’ una sensazione piacevole, perché ci si rende conto di essere ancora vivi e pronti ad accogliere la vita nonostante tutte le sue contraddizioni.
Elogio della memoria affabulatrice, dramma della filosofia umana, poesia metafisica che investe la classicità arturiana, i romanzi di Michel Rio sono godibilissimi ed immediati a dispetto di quanto si potrebbe erroneamente credere. In Merlino, primo titolo della trilogia arturiana, l’eco è quella che viene dal fondo di una caverna. E’ la voce di Merlino, profeta bardo sciamano, da alcuni detto figlio di Satana e di una vergine, “luogo vivente di tutti i contrari”. Merlino, condannato a una immortalità non desiderata, si trova suo malgrado a essere eterno. C’è dolore nel suo pensiero, ma anche disperazione esistenziale tipica di chi ha perso insieme alla donna amata la propria identità, la terra che gli ha dato i natali. Selvaggiamente attento ogni ricordo emerge e disegna il tempo che fu: un mondo inaspettato si disegna nella memoria del lettore, e questo è selvaggio e non è possibile riconoscerne il confine oltre l’orizzonte. Nelle parole di Merlino rivivono così le gesta di un mondo tanto meraviglioso quanto spaventoso, fatto di “donne cavalieri armi e amori”; ma soprattutto nelle sue parole si riaffaccia prepotente il duello tra la propria fede illuministica nel potere ordinatore della ragione, e Morgana, irresistibile dark lady paladina del caos.
Il secondo libro, Morgana, è la stessa storia che Michel Rio racconta in Merlino, ma a parlare è Morgana e la sua tracotanza che sfida l’epistemologia e si dà, coscientemente, al male, piuttosto che amare così come Merlino aveva tentato di insegnarle quand’era ancora una bambina. «Artù e Morgana si contemplarono. Erano il giorno e la notte messi l’uno di fronte all’altra, e il fulgore della notte offuscava quello del giorno. Morgana sorrideva. Ma nella luce verde dei suoi occhi Merlino colse qualcosa di gelido.» Morgana è riottosa, consapevole della sua bellezza, capace di credersi immortale nell’anima e nel corpo; ma a smentirla sarà il Mago, Merlino. In questo secondo capitolo metafisico delle gesta arturiane, Michel Rio mette in campo tutta la sapienza occidentale e orientale per metter in bocca a Morgana la storia di Re Artù e della sua inevitabile catastrofe. Morgana è la protagonista che racconta, secondo il suo punto di vista, la prospettiva di Merlino, della Corte di Re Artù. La sua cecità di fronte all’amore che rinnega come forza ispiratrice degli uomini sarà l’epitaffio, il trionfo del disfacimento sublimato in un odio inveterato: l’ideale del Mago diventa per Artù fede cieca in un bene cancellatore di ogni male, mentre Morgana decide di vendicarsi del male universale con il male individuale. La Regina di Ygerne, colei che troverà esilio definitivo presso Avalon, colei che scoprirà che anche lei era destinata ad invecchiare, suggella nella mortalità l’esistenza umana. Il trionfo lo trova nel disfacimento e non odierà e non adorerà, alla fine, che Merlino e Artù, perché non c’è fatalità né nella creazione né nella distruzione, e l’anima e il caso sfuggono ai più sottili calcoli della provvidenza.
La reinterpretazione della Tavola Rotonda si conclude con Artù (Arthur): "Io non sono la Tavola, non sono un'idea. Tutt'al più posso esserne il cattivo servitore, ma innanzitutto sono una carne che ama un'altra carne: Morgana." Artù è l’ultimo a dire la sua sulla Tavola Rotonda dopo il Demiurgo dell’Utopia, Merlino, e Morgana, il lato oscuro del Mago Demiurgo: amore e odio, questi sono gli ingredienti principali della trilogia arturiana rivista e corretta da Michel Rio. Artù è il terzo protagonista, è l’elemento dialettico, affascinato dal puro ideale, ma, purtroppo, succube del reale esercizio del potere. Il grande Re è disegnato da Michel Rio con maestria unica: la fragilità di questo uomo mitizzato si rivela in tutta la sua potenza. Afflitto per la doppia perdita della sorella-amante (Morgana) e del padre-guida (Merlino), Artù vota se stesso e il sogno di Merlino alla distruzione. Il figlio dell’incesto, Mordred, si contrappone al grande Re e la catastrofe è inevitabile per l’impero arturiano. L’apogeo della potenza della Tavola Rotonda, in un momento, o poco meno, si traduce in sconfitta: ad essere sconfitto non è il Re, è un Impero, un popolo, un sogno di fratellanza, è l’Utopia di Merlino che si perde nel vento come un castello di sabbia. Il mondo che si è autocreato si autoannichilisce, ripiegandosi sulle ferite mortali inferte dal figlio al padre e dal padre al figlio. Dalla lotta contro caos e tempo tutti escono soli e sconfitti. Il silenzio, rotto nella prima pagina di Merlino dalla voce terribile e incantevole del Mago, cala di nuovo sulla Storia nell'ultima pagina di Artù. Il cerchio si chiude.
Michel Rio con Artù, ultimo capitolo della trilogia della Tavola Rotonda reinterpretata, ha consegnato alla storia della letteratura alcune delle pagine più belle che siano mai state scritte sul Mito di Re Artù e dei tanti personaggi che invadono e si completano l’un l’altro intorno alla Tavola Rotonda.
Spesse volte, secondo logica dell’abuso, si definisce “capolavoro” ciò che in realtà è solo opera mediocre, ma in questo caso, dire che
Michel Rio ha scritto opera memorabile vicina al capolavoro è forse davvero poco. Ci troviamo di fronte ad un autore tutto d’un pezzo capace di affascinare con la sua filosofia immediata che abbatte le barriere dell’incomunicabilità. La reinterpretazione di un mito per evidenziare la morte sociale dilagante del/nel nostro momento storico adoprata da Michel Rio è superba, perfetta sotto ogni punto di vista, sia sotto quello di Merlino, di Morgana o di Artù.
I tre capitoli (libri), Merlino, Morgana e l’ultimo Artù, costituiscono una lettura obbligata per quanti hanno amato il mito arturiano esclusivamente attraverso T. H. White o la metafora de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Sono il necessario completamento per capire “chi” e “che cosa” è stato il mito, la Tavola Rotonda.

 


Michel Rio - ARTU' (Arthur) - InstarLibri – 15 euro

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:26 | recensioni | clicca per commentare commenti (22)



...DI BASSOVENTRE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, settembre 23, 2004

 

 

 

…di BAssOVentre

 

 

 

 

 

di Giuseppe Iannozzi

 

 

 

 

 

 

 

KATERINA IN SOGNO

 

 

Vladimir la rincorse sulla bianca neve

Ma di lei neanche una sporca traccia


E la piazza gremita:

uomini e donne

in colli di bottiglia

ma a loro agio

nell’agitazione

 

Il ricordo di lei gli sorrideva;

ed era irriverente innocenza

 

Ma sempre, in silenzio, da bianchi guanti

la bara di Katerina sarà accompagnata

verso il cammino del disposto oblio, sognato

 

 

 

 

SI FA NOTTE

 

 

Quando l’ora si fa tarda,

la tentazione è quella d’una poesia

o d’un dolore che nessuno,

nessuno ascolterà.

 

Quando la notte si fa completa notte,

è già troppo tardi per ammettere la verità

che si è ombre di crepuscolari identità.

 

 

 

 

FOLLIA

 

 

Scende la notte qui:

manca la febbre e la follia,

un sorriso amante

O la complicità di Charlie Manson

 

 

 

 

IL TUO VENTRE

 

 

Lasciati prendere alle spalle

o raccomandami al tuo ventre

in questo mentre

che sono ancora con te

mistico come le stelle

 

 

 

 

OLTRE L’AUTUNNO

 

 

Eri bella e lo sapevi.

Eri una bruna foglia d’autunno.

 

I tuoi occhi graffiavano:

una carezza fra le tue gambe,

la delicatezza del velluto sfiorato.

 

Di più non ho osato.

E tu lo sapevi

che non sarei andato oltre.

 

Ti ho amata negli occhi,

con timidezza. Questo no,

non lo immaginavi; ma io sì,

oltre l’incipiente morte

dei tuoi sguardi.

 

 

 

 

BAMBINE E MARINAI

 

 

In strada sciamano le amate bambine

Nel ventre del mare naufragano i marinai

 

 

 

VERGINITA’

(un frammento)

 

 

Con l’alba negli occhi, ricordo

il rosso della verginità sciupata

nel tramonto dell’età stuprata…

 

 

 

 

DUE MICRORACCONTI

 

 

 

L’AGO

 

 

Rincasò ch’era già tardi. La stanza vuota. La ragazza guardò la siringa quasi nascosta nell’ombra d’un angolo: non ricordava quando l’aveva usata l’ultima volta, ma l’ago non era ancora arrugginito. Il problema era trovare una vena che fosse buona e il soldi per una dose. L’avrebbe data via, ancora un’altra volta, la figa. Per il domani c’era ancora vuota speranza, come sempre. Come sempre, la vita l’avrebbe data via.  

 

 

 

 

IL ROSSO CHE DIVORA

 

 

Depose la penna come se fino ad allora avesse tenuto in mano una spada insanguinata. Era stanco. I fogli erano tanti, di fronte a lui, come morti sventrati. Non era soddisfatto di sé, né del suo lavoro. Sfilò una sigaretta dal pacchetto: ed iniziò a fumare, poi con il mozzicone ardente diede fuoco ai fogli che aveva vergato. E rimase ad ammirare il fuoco. Se solo fosse stato capace di descrivere quel rosso che divorava… Ah, che grande scrittore sarebbe stato!



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:51 | poesia | clicca per commentare commenti (13)



tutte le pagine del blog

Bio Iannozzi


1 2 3 4<