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NON E' TERRESTRE
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mercoledì, settembre 29, 2004
”Chi è... Anima?”
”Forse in sogno. Ma non ricordo.”
”Spara!”
Prese a ridere. Ma il mio sguardo severo lo fece presto tacere. “D’accordo! Non sai il nome. Ma io come posso esserti d’aiuto?”
”Non eri cosciente. Non completamente. Più di là che di qua.”
”Non c’era nessuno con te!”
Bestemmiai. “Ma se avevi detto quella!”
”E’ una questione…”
”Una commedia ma non divina.”
A GAMBE INCROCIATE
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martedì, settembre 28, 2004
SENZA SCAMPO
COME IN PREGHIERA
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lunedì, settembre 27, 2004
COME in PREGHIERA
…perché l’Amore è anche coscienza Civile e Politica
di Giuseppe Iannozzi
Sometimes everything is wrong. Now it's time to sing along
When your day is night alone, (hold on, hold on)
If you feel like letting go, (hold on)
When you think you've had too much of this life, well hang on
Everybody Hurts (REM, Automatic For The People, 1992)
TI CREDEVI PERSO
L'amore che credevi perso
Il dolore che sapevi andato
Il volto che hai amato
Il volto che hai assassinato
Tutto torna,
tutto torna come una superstizione
L'odio che credevi eliminato
Il volto di Dio che hai amato
e la sua mano che ti ha tradito
proprio sul più bello
Tutto torna ma non torna mai,
quando la notte s'alza oltre le onde del mare
Tutto torna ma non torna mai,
quando la notte s'alza oltre le onde del mare
Le Erinni dicono una maledizione,
io solo uno scongiuro in un passo di danza
come un indiano, come un indiano
Diana ha amato un principe,
io solo una principessa
collassando in solitudine
come una candela al vento ma spenta,
come una superstizione che non credevo
Il cappello se lo porta via il vento
La risposta la sa il vento
L’eco la sa Mister Tamburino
Tutto torna, tutto torna
quando passi sotto i pioli d'una scala
Tutto torna, tutto torna
quando cade l'ultimo sogno
del Quinto Stato
Tutto torna, tutto torna
quando le Anime Morte bruciano
nelle lagrime di Tolstoj
Ma allora,
perché questa superstizione
di crederci immortali?
Ma allora,
perché Re Lucertola sgrana gli occhi
di fronte al suo spettro?
E' solo che hai amato troppo
e proprio non ti è riuscito
di dire “Basta!” al momento giusto
Così, ora siamo qui
a tendere la mano
in cerca d'un'altra Zingara
Così, ora siamo qui
a piangere un'elemosina
che sia finalmente per noi
Tutto torna e non torna mai
Ma è ancora l'amore che credevi perso
Ma è ancora il dolore che sapevi andato
E il volto di Dio non smette mai
di assistere all’umana disgrazia
E il volto mio si specchia nel tuo,
perché questa è la verità
E il volto tuo mi sorride speranza
E torno qui, torno qui un po' a vivere
NEANCHE DIO!
Temevo sarebbe accaduto…
Ho pregato
perché Dio dimenticasse il marcio,
ma è sordo come un ebreo,
come un treno su un binario morto.
Ho preso una stola d’innocenza
e ho nettato l'affanno dei cristalli;
mi son detto, “Questa è la volta buona!”
Ma m'ero ingannato un'altra volta
e il motore ha ruttato solo stanchezza.
Temevo sarebbe accaduto…
Quando gli angeli cadono,
il cielo non gli appartiene più,
per sempre. Quando gli angeli cadono,
l’avarizia della terra dà loro
il colpo finale, per sempre!
Adesso penso che,
che dovrò risolvere da solo
il problema che mi fa stanco
come un vagabondo del Dharma.
Adesso penso che,
che dovrò andare da solo
oltre il velo dell’apparenza
e cercare un altro motivo per vivere,
un Centro di Gravità Permanente.
Temevo sarebbe accaduto,
ma non pensavo così in fretta.
E il mondo mischia e trucca le carte
e ha sempre un asso nella manica
per mettermi i bastoni fra le gambe.
Oh, non è giusto. Non lo è affatto.
Ora che avevo incominciato a camminare,
ancora lo sgambetto di Salieri e quel Requiem
che fa eco come bronzo di campane.
Quando gli angeli sbattono il muso a terra,
c’è sempre qualcuno pronto ad affondarli nel fango
con un colpo alle costole o uno di manganello;
quando gli angeli avvertono il colpo finale,
quando gli angeli stanno male, sanno che è
per sempre!
Ma non finirà così. Non finirà così.
Ho ancora la forza e lo sputo in bocca.
Ho ancora un bacio da dare in pegno,
e neanche Dio potrà fermarmi.
C’E’ SE SAI VEDERE
C'è il sorriso di Marilyn Monroe
C'è quello di Charles Manson
E c'è quello di Andy Warhol
E c'è quello di Drella
C'è il sorriso che vuoi vedere
C'è la felicità e il dolore che sai vedere
COME IN PREGHIERA
a Cassy
Dovresti amare la preghiera delle mie mani,
o lasciarmi annegare in una rosa di whiskey
Dovresti stringermi tra le tue gambe vestite di seta,
o lasciarmi legato al tuo letto di Vergine col Bambino
Amore, la fragilità ci coglie impreparati
e le ombre di Hiroshima vivono dolore nel tuo grembo
come nella stanchezza dei miei fianchi cristiani;
questo non lo puoi dimenticare
se mi ami come il Sole,
se ancora senti d’esser Luna
Se è ancora l’Amore, se è ancora Sole e Luna,
Bambina, penso che dovresti darmi un’altra possibilità,
o il cappio che soffocò il giovane seminarista Berthet *
* Nel romanzo di Stendhal, Berthet è Julien Sorel. La storia narrata ne il “Rosso e il Nero” fu ispirata a Stendhal da un fatto di cronaca la cui conclusione ebbe per cornice il Tribunale di Corte d'Assise dell' Isère, il suo Dipartimento d'origine. Nel 1827, un giovane seminarista, Berthet, fu giudicato e condannato a morte per aver tentato di assassinare in una chiesa la sua ex amante.
NEI ROGHI DELLA PASSIONE
Questa è contro il fascismo dilagante dei nostri giorni
Questa è per chi lotta, per chi è dalla parte dei Giusti
Nei roghi della passione finisce questo,
questo amore che gridava
“Credere Obbedire Combattere”
Non è stato molto tempo fa, Liala:
credevi che mai si sarebbe perso il cuore,
obbedivi al suo battito fino al collasso perfetto,
combattevi per qualcosa di sbagliato
che dicevamo amore
Ma erano solo roghi di passione
Ma erano solo gioghi di repressione
Ora ti chiudi la porta alle spalle,
ma speri sempre che qualcuno bussi
Ora ti arrangi il cuore e muovi le tette al vento,
ma sempre speri che qualcuno ti abbracci
con tutto l’amore di Gesù;
ma sempre speri che qualcuno si faccia vivo
e vesta l’ombra della tua solitudine
mentre regge il dolore crociato sulle nude spalle
Non è stato molto tempo fa, Farfalla di Dolore,
ma quando l’Addio non si sanno i perdenti,
ma quando la Fine non si dà il serto ai vincitori:
siamo sulla stessa barca
e neanche un cane o una risata
Non è stato molto tempo fa, Donna:
l’Uomo ha messo piede sulla Luna,
Kennedy ha lasciato di sé una macchia di cervello,
Marilyn Monroe invece il suo corpo nel mito
Ma erano solo roghi di passione
Ma erano solo gioghi di repressione
E’ ora che tu sappia la verità:
la torta nuziale è esplosa come una bomba
e gli invitati hanno iniziato la Guerra Fredda
E’ ora che tu sappia la crudeltà:
la Baia dei Porci non è stato uno scherzo
e la libertà non porta la minigonna
Nei roghi della passione finisce tutto questo
E non può essere diversamente
Ma in ogni caso,
mai più “Credere Obbedire Combattere”
Nei gioghi della repressione inizia tutto questo
E non può essere diversamente
Ma in ogni caso,
mai più “Credere Obbedire Combattere”
IL LUPO E LA LUNA
a Bright
Berrò della Luna
il riflesso,
ma non potrà saziarmi:
questo lo sai.
Berrò il riflesso
come una poesia sull'acqua.
Berrò come un Lupo
che solo ha voglia
di bere un po' di caldo sangue,
vergine. Come te. Con te.
DAL PARADISO... IL TUO SORRISO
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sabato, settembre 25, 2004
MICHEL RIO, IL METAFISICO FANTASY
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venerdì, settembre 24, 2004
Michel Rio, il metafisico fantasy
di Giuseppe Iannozzi
Michel Rio è nato nel 1945 in Bretagna, quella che potremmo definire la culla dell'epopea arturiana, ed è cresciuto in Madagascar. Oggi, Michel Rio vive a Parigi, dove però rifugge le luci della ribalta, opponendo alla mondanità della capitale la quiete della propria ricerca letteraria. Autore molto apprezzato in patria, raffinatissimo e mai banale, ha ridisegnato le vicende arturiane con un aplomb inedito, metafisico, pur non disdegnando di accogliere inserti fantastici all’interno delle sue opere. La narrativa di Michel Rio è tutta tesa alla possibile ricostruzione della geografia umana e per questo motivo è impossibile tentare di inquadrarlo in una etichetta letteraria necessaria o di comodo. In patria, Michel Rio ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi letterari ed è da molti corteggiato per la sua verve unica; la sua è voce che ritrae l’uomo e lo smembra, è voce capace d’indagare nello spirito e ridurlo a brandelli e allo stesso tempo, paradossalmente, ricomporlo per restituirlo all’umanità.
In tanti si sono provati ad inquadrare questo autore più unico che raro, ma, sino ad oggi, nessuno ci è riuscito: il problema è che l’autore non appartiene a nessun genere e non fa riferimento a nessuna scuola creativa o moda letteraria. Distaccato dal materialismo e dallo strutturalismo che lo vorrebbero prodotto estetico, Michel Rio ha saputo costruirsi meritata fama di artista tout court interessato solo ad evadere dai cliché critici e dare all’uomo un’identità possibile o anche impossibile, perché l’autore quando parla, scrive, pesa ogni parola e ognuna è caricata di forti valenze metafisiche e richiami filosofici. Questa sua peculiarità, che per molti altri suoi esimi colleghi avrebbe potuto rappresentare una pesante tara, è invece per l’autore francese il suo motivo di forza. Insieme a Michel Houllebecq, Michel Rio è testimone della grande letteratura francese, quella che evade dagli schemi precostruiti per eternarsi nella storia.
La profonda coerenza di Michel Rio è oggi indicata da molti come esemplare, e questa è ravvisabile nella trilogia arturiana, i cui titoli sono Merlin, Morgane e Arthur. La trilogia è uscita in Italia per i tipi InstarLibri di Torino, una piccola casa editrice capace di proporre grandi titoli sempre ottimamente tradotti. Le traduzioni dei libri succitati sono opera di Annamaria Ferrero, che ha saputo mirabilmente trasporre in italiano tutta la forza espressiva dell’autore francese. Di grande pregio è anche la veste grafica di ogni volume.
Purtroppo, in Italia, ci si è poco occupati di Michel Rio: un certo snobismo da parte dell’intellighenzia italiana ha ridotto, per troppo tempo, l’autore francese a puro oggetto utile solo a occupare gli scaffali polverosi delle librerie. Tuttavia, per fortuna, finalmente sembra che qualcuno si stia svegliando. Polemiche a parte, gratuite e giustificate, Michel Rio con la trilogia arturiana ha dato nuovo lustro ad un filone che sembrava essere consumato da tempo. Come si è già detto, le pagine di Michel Rio sono fortemente intrise di filosofia: leggere un brano di questo autore, significa soprattutto sprofondare nelle latebre del pensiero umano per riemergerne con la sensazione di aver varcato i confini della mente umana. E’ una sensazione piacevole, perché ci si rende conto di essere ancora vivi e pronti ad accogliere la vita nonostante tutte le sue contraddizioni.
Elogio della memoria affabulatrice, dramma della filosofia umana, poesia metafisica che investe la classicità arturiana, i romanzi di Michel Rio sono godibilissimi ed immediati a dispetto di quanto si potrebbe erroneamente credere. In Merlino, primo titolo della trilogia arturiana, l’eco è quella che viene dal fondo di una caverna. E’ la voce di Merlino, profeta bardo sciamano, da alcuni detto figlio di Satana e di una vergine, “luogo vivente di tutti i contrari”. Merlino, condannato a una immortalità non desiderata, si trova suo malgrado a essere eterno. C’è dolore nel suo pensiero, ma anche disperazione esistenziale tipica di chi ha perso insieme alla donna amata la propria identità, la terra che gli ha dato i natali. Selvaggiamente attento ogni ricordo emerge e disegna il tempo che fu: un mondo inaspettato si disegna nella memoria del lettore, e questo è selvaggio e non è possibile riconoscerne il confine oltre l’orizzonte. Nelle parole di Merlino rivivono così le gesta di un mondo tanto meraviglioso quanto spaventoso, fatto di “donne cavalieri armi e amori”; ma soprattutto nelle sue parole si riaffaccia prepotente il duello tra la propria fede illuministica nel potere ordinatore della ragione, e Morgana, irresistibile dark lady paladina del caos.
Il secondo libro, Morgana, è la stessa storia che Michel Rio racconta in Merlino, ma a parlare è Morgana e la sua tracotanza che sfida l’epistemologia e si dà, coscientemente, al male, piuttosto che amare così come Merlino aveva tentato di insegnarle quand’era ancora una bambina. «Artù e Morgana si contemplarono. Erano il giorno e la notte messi l’uno di fronte all’altra, e il fulgore della notte offuscava quello del giorno. Morgana sorrideva. Ma nella luce verde dei suoi occhi Merlino colse qualcosa di gelido.» Morgana è riottosa, consapevole della sua bellezza, capace di credersi immortale nell’anima e nel corpo; ma a smentirla sarà il Mago, Merlino. In questo secondo capitolo metafisico delle gesta arturiane, Michel Rio mette in campo tutta la sapienza occidentale e orientale per metter in bocca a Morgana la storia di Re Artù e della sua inevitabile catastrofe. Morgana è la protagonista che racconta, secondo il suo punto di vista, la prospettiva di Merlino, della Corte di Re Artù. La sua cecità di fronte all’amore che rinnega come forza ispiratrice degli uomini sarà l’epitaffio, il trionfo del disfacimento sublimato in un odio inveterato: l’ideale del Mago diventa per Artù fede cieca in un bene cancellatore di ogni male, mentre Morgana decide di vendicarsi del male universale con il male individuale. La Regina di Ygerne, colei che troverà esilio definitivo presso Avalon, colei che scoprirà che anche lei era destinata ad invecchiare, suggella nella mortalità l’esistenza umana. Il trionfo lo trova nel disfacimento e non odierà e non adorerà, alla fine, che Merlino e Artù, perché non c’è fatalità né nella creazione né nella distruzione, e l’anima e il caso sfuggono ai più sottili calcoli della provvidenza.
La reinterpretazione della Tavola Rotonda si conclude con Artù (Arthur): "Io non sono la Tavola, non sono un'idea. Tutt'al più posso esserne il cattivo servitore, ma innanzitutto sono una carne che ama un'altra carne: Morgana." Artù è l’ultimo a dire la sua sulla Tavola Rotonda dopo il Demiurgo dell’Utopia, Merlino, e Morgana, il lato oscuro del Mago Demiurgo: amore e odio, questi sono gli ingredienti principali della trilogia arturiana rivista e corretta da Michel Rio. Artù è il terzo protagonista, è l’elemento dialettico, affascinato dal puro ideale, ma, purtroppo, succube del reale esercizio del potere. Il grande Re è disegnato da Michel Rio con maestria unica: la fragilità di questo uomo mitizzato si rivela in tutta la sua potenza. Afflitto per la doppia perdita della sorella-amante (Morgana) e del padre-guida (Merlino), Artù vota se stesso e il sogno di Merlino alla distruzione. Il figlio dell’incesto, Mordred, si contrappone al grande Re e la catastrofe è inevitabile per l’impero arturiano. L’apogeo della potenza della Tavola Rotonda, in un momento, o poco meno, si traduce in sconfitta: ad essere sconfitto non è il Re, è un Impero, un popolo, un sogno di fratellanza, è l’Utopia di Merlino che si perde nel vento come un castello di sabbia. Il mondo che si è autocreato si autoannichilisce, ripiegandosi sulle ferite mortali inferte dal figlio al padre e dal padre al figlio. Dalla lotta contro caos e tempo tutti escono soli e sconfitti. Il silenzio, rotto nella prima pagina di Merlino dalla voce terribile e incantevole del Mago, cala di nuovo sulla Storia nell'ultima pagina di Artù. Il cerchio si chiude.
Michel Rio con Artù, ultimo capitolo della trilogia della Tavola Rotonda reinterpretata, ha consegnato alla storia della letteratura alcune delle pagine più belle che siano mai state scritte sul Mito di Re Artù e dei tanti personaggi che invadono e si completano l’un l’altro intorno alla Tavola Rotonda.
Spesse volte, secondo logica dell’abuso, si definisce “capolavoro” ciò che in realtà è solo opera mediocre, ma in questo caso, dire che Michel Rio ha scritto opera memorabile vicina al capolavoro è forse davvero poco. Ci troviamo di fronte ad un autore tutto d’un pezzo capace di affascinare con la sua filosofia immediata che abbatte le barriere dell’incomunicabilità. La reinterpretazione di un mito per evidenziare la morte sociale dilagante del/nel nostro momento storico adoprata da Michel Rio è superba, perfetta sotto ogni punto di vista, sia sotto quello di Merlino, di Morgana o di Artù.
I tre capitoli (libri), Merlino, Morgana e l’ultimo Artù, costituiscono una lettura obbligata per quanti hanno amato il mito arturiano esclusivamente attraverso T. H. White o la metafora de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Sono il necessario completamento per capire “chi” e “che cosa” è stato il mito, la Tavola Rotonda.
Michel Rio - ARTU' (Arthur) - InstarLibri – 15 euro
...DI BASSOVENTRE
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giovedì, settembre 23, 2004
…di BAssOVentre
di Giuseppe Iannozzi
KATERINA IN SOGNO
Vladimir la rincorse sulla bianca neve
Ma di lei neanche una sporca traccia
E la piazza gremita:
uomini e donne
in colli di bottiglia
ma a loro agio
nell’agitazione
Il ricordo di lei gli sorrideva;
ed era irriverente innocenza
Ma sempre, in silenzio, da bianchi guanti
la bara di Katerina sarà accompagnata
verso il cammino del disposto oblio, sognato
SI FA NOTTE
Quando l’ora si fa tarda,
la tentazione è quella d’una poesia
o d’un dolore che nessuno,
nessuno ascolterà.
Quando la notte si fa completa notte,
è già troppo tardi per ammettere la verità
che si è ombre di crepuscolari identità.
FOLLIA
Scende la notte qui:
manca la febbre e la follia,
un sorriso amante
O la complicità di Charlie Manson
IL TUO VENTRE
Lasciati prendere alle spalle
o raccomandami al tuo ventre
in questo mentre
che sono ancora con te
mistico come le stelle
OLTRE L’AUTUNNO
Eri bella e lo sapevi.
Eri una bruna foglia d’autunno.
I tuoi occhi graffiavano:
una carezza fra le tue gambe,
la delicatezza del velluto sfiorato.
Di più non ho osato.
E tu lo sapevi
che non sarei andato oltre.
Ti ho amata negli occhi,
con timidezza. Questo no,
non lo immaginavi; ma io sì,
oltre l’incipiente morte
dei tuoi sguardi.
BAMBINE E MARINAI
In strada sciamano le amate bambine
Nel ventre del mare naufragano i marinai
VERGINITA’
(un frammento)
Con l’alba negli occhi, ricordo
il rosso della verginità sciupata
nel tramonto dell’età stuprata…
DUE MICRORACCONTI
L’AGO
Rincasò ch’era già tardi. La stanza vuota. La ragazza guardò la siringa quasi nascosta nell’ombra d’un angolo: non ricordava quando l’aveva usata l’ultima volta, ma l’ago non era ancora arrugginito. Il problema era trovare una vena che fosse buona e il soldi per una dose. L’avrebbe data via, ancora un’altra volta, la figa. Per il domani c’era ancora vuota speranza, come sempre. Come sempre, la vita l’avrebbe data via.
IL ROSSO CHE DIVORA
Depose la penna come se fino ad allora avesse tenuto in mano una spada insanguinata. Era stanco. I fogli erano tanti, di fronte a lui, come morti sventrati. Non era soddisfatto di sé, né del suo lavoro. Sfilò una sigaretta dal pacchetto: ed iniziò a fumare, poi con il mozzicone ardente diede fuoco ai fogli che aveva vergato. E rimase ad ammirare il fuoco. Se solo fosse stato capace di descrivere quel rosso che divorava… Ah, che grande scrittore sarebbe stato!









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