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L'UOMO CHE VENDETTE IL MONDO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, novembre 29, 2004




xL’Uomo che vendette il Mondox

 

di Giuseppe Iannozzi

 

 

 

 

I gazed a gazely stare at all the millions here
We must have died alone, a long long time ago
 
Who knows? not me
We never lost control
You're face to face
With the Man who Sold the World
 
The Man Who Sold The World (David Bowie, 1970)
 
 
 
 
S’abbottonò il cappotto e uscì di casa. In strada faceva freddo: la nebbia mattutina faticava a levarsi di torno, ma il lavoro, per quanto non gli piacesse, non poteva essere rimandato.
 
S’aggiustò il nodo della cravatta e finalmente si decise a bussare. Alla porta venne una signora né bella né brutta, solo insignificante. Ma era strana. Bastarono due chiacchiere e quella gli spalancò la casa invitandolo ad entrare, ad accomodarsi. Sembrava una donna insignificante anche nel poco residuo cervello che le era rimasto nella scatola cranica: questa l’impressione che ne ebbe l’uomo di primo acchito.
Tirò fuori il catalogo del piano editoriale e lo stese sotto agli occhi della donna come se fosse una veronica. Poi le allungò la mano, presentandosi: “Elohim Freeman!”
La donna gli sorrise ebete, poi raccolse la mano di Elohim nella sua bofonchiando qualcosa tra imbarazzo e scolastica civetteria.
“Maria!”, ripeté Elohim per sincerarsi d’aver capito bene il nome della donna. “Un gran bel nome.”
Maria arrossì d’un rossore pallido.
Il più era fatto: per Elohim sarebbe stato un gioco da ragazzi rifilare a quella donna almeno mezzo catalogo dell’Editrice Opzione.
 
* * *
 
L’Editrice Opzione era nata e s’era fatta strada nel corso degli anni grazie a piazzisti come Elohim, uomini senza scrupoli che odiavano il loro lavoro ma che non erano capaci di abbandonarlo su due piedi. Gli editor erano tipi foschi: pareva quasi non invecchiassero mai nonostante gli anni. Tutti si dicevano sinistrorsi, ma si sapeva in tutti gli ambienti editoriali e critici che in realtà era più giusto definirli sinistronzi. Nel giro di pochi anni avevano pubblicato decine e decine di libri, arrivando a piazzare sul mercato qualcosa come ottocentomila pezzi all’anno. Ma che libri!  Lo sapevano tutti che si pubblicavano solo fra di loro: o eri dei loro o eri contro di loro. Elohim, più d’una volta, aveva visto coi suoi occhi gambe allargate e culi alla pecorina dati agli editor: le giovani autrici non disdegnavano di farsi fottere pur di pubblicare un melenso libello, che poi sarebbe stato reclamizzato come l’evento editoriale dell’anno; e gli uomini con velleità artistiche pur di vedere il loro nome in copertina, se dotati di danaro e amicizie, non ci pensavano su due volte a far passare sottobanco una grassa bustarella. Una sola volta Elohim aveva provato a leggere un libro dell’Editrice Opzione, ma dopo dieci pagine già ronfava adagiato sulla poltrona con in faccia disegnato il disgusto. Non era mai stato un uomo di forti letture, ma quando aveva sottomano una stronzata ne sentiva subito la puzza. Non gli piaceva fare il piazzista, ma se i lettori erano pronti a pagare per simili stronzate, il suo era solo un lavoro come un altro, forse neanche troppo sporco, comunque non più sporco di quello d’un mercenario. Non aveva particolari ambizioni nella vita, ma non si poteva mai dire. S’era sposato una sola volta e gl’era bastato. Dopo un anno, il divorzio: niente di traumatico, un fatto ordinario.
 
* * *
 
Adesso aveva davanti questa Maria: lui parlava e parlava, lei annuiva. Era sicuro che le avrebbe venduto mezzo catalogo. Non fu smentito: la donna prese tutto quello che Elohim le aveva consigliato. Elohim le regalò un sorriso a trentadue denti: nel giro di mezz’ora aveva fatto un affare della madonna. Per quel giorno avrebbe potuto pure smettere di lavorare: se tutti i clienti fossero stati come quella Maria, Elohim non avrebbe avuto davvero bisogno di sudarsi la pagnotta da mane a sera bussando di porta in porta con il catalogo dell’Editrice Opzione in mano.
“Gradisce un drink?”
Elohim non si fece pregare due volte: “Perché no? Ce l’avrebbe un whisky?”
”Un Red Roses?”
“Sì.”
“Glielo preparo. Liscio o…”
“Liscio, grazie.”
La donna lo lasciò da solo in salotto: diede una rapido sguardo all’intorno. Era tutto così sobrio da far venire la nausea.
Maria tornò con un vassoio in mano, la bottiglia e due bicchieri. Gli versò una generosa dose di alcol nel bicchiere, e si accomodò davanti a lui accavallando le gambe.
“Lei non beve?”
“Astemia.”
“Mi dispiace.”
”Non è mica una malattia.”
Elohim ci pensò su due secondi prima di rispondere: “Sì, ha ragione lei.” Poi prese a centellinare il suo whisky. Maria lo fissava: il suo volto era innaturale, pareva quello d’un dipinto vittoriano, e solo un po’ di rossore ma pallido la faceva sembrare viva. Era strana nella sua insignificanza, quella che Elohim riusciva a scorgere in lei.
“E’ molto che fa questo lavoro.”
“Sì.”
“Perché?”
“E’ un lavoro.”
Continuò a bere il suo whisky, mentre si faceva strada nel suo cuore un po’ di apprensione: e se quella donna apparentemente ebete si fosse svegliata tutto d’un tratto? Ingollò il resto dell’alcol nel bicchiere con precipitosa fretta. Poi si alzò, lasciando la sua impronta pesante scavata nella morbidezza della poltrona.
“Signora, adesso dovrei andare.”
Maria mise su un’ombra di pesante mutria: era contrariata.
“Perché non resta ancora un po’?”
“Ho il mio lavoro…”
“Le ho comprato mezzo catalogo.” Elohim sentì nascergli un nodo in gola: allentò il nodo della cravatta. Sospirò. Era stato troppo facile: quella donna voleva qualcosa da lui. Lo intuiva. E non era così ebete, insignificante, come lui l’aveva vista poc’anzi.
“Ha ragione.”
“Dammi pure del tu. E’ più facile per entrambi, Elohim.”
“D’accordo.” Sospirò, lasciandosi cadere sulla poltrona andando ad occupare l’impronta che il suo corpo aveva lasciato. “Che cosa vuoi da me, Maria?”
“Semplicemente che mi tieni compagnia per un po’.”
“Si sente sola?” Si morse il labbro inferiore. “Scusami. Avevamo detto che ci saremmo dati del tu. Volevo dire: ti senti sola?”
“No.”
“Ed allora, perché?”
“Per conoscerti un po’ meglio.”
Maria continuava a rimanere seduta: il suo corpo sulla poltrona di fronte a lui non era scosso da alcun tremito, e solo la rosea bocca sul volto pallido, fintamente ebete, la faceva sembrare viva.
Elohim tossì: “Quand’è così, mi par di capire che non ho scelta.”
La donna non disse nulla. Si alzò lentamente dalla poltrona e lasciò scivolare rapidamente il vestito a terra. Elohim neanche capì com’era riuscita a spogliarsi tanto in fretta, ma adesso ce l’aveva davanti nuda. E nuda era un gran bel tocco di femmina, più di quanto avesse osato immaginare. Altro che insignificante! S’era proprio ingannato. O era una ninfomane o una pazza. Ma a lui, Elohim, che gliene fregava? Se voleva scopare, lui non si sarebbe rifiutato di penetrarla.
“Quand’è così!” Non trovò altre parole adatte alla situazione.
 
* * *
 
Maria s’era rivelata la più completa scopata della sua vita: non s’era risparmiata.
Adesso erano a letto sotto le lenzuola, abbracciati, come amanti di vecchia data, e parlavano.
“Non vorrai pubblicare anche tu? Io non sono un editor.”
”No. Pubblicare è inutile, come scrivere del resto.”
“E leggere?”
“I libri servono solo ad occupare gli spazi vuoti lasciati dalla tappezzeria. O a coprirla tutta.”
“Non hanno delle belle copertine quelli pubblicati dall’Editrice Opzione.” Respirò a fondo, poi aggiunse: “Tutti sinistronzi.”
“Poco male. Al massimo si possono regalare.” Una breve pausa: “Sinistronzi? Che significa?”
“Stronzi che si dicono di sinistra o sinistrorsi, o alternativi anche.” Elohim sorrise. “Posso farti una domanda indiscreta?”
“Spara!”
“Perché? io e te?”
“Avevo voglia di farlo.”
“Solo questo?”
”Sì. C’è qualcosa di strano forse?”
“No, non intendevo questo. E’ che non capita spesso.”
Rimasero in silenzio per un po’. Poi Maria lo spogliò delle lenzuola e glielo prese in bocca. Lavorò bene, lungamente. Elohim venne nella sua bocca e non se l’aspettava proprio, perché pensava che di più non potesse dare. Ed invece!
 
Il pomeriggio aveva fatto in fretta a venire. Elohim e Maria erano ancora a letto.
“E se ti amassi? Ti piacerebbe?”
Elohim strabuzzò gli occhi: “Che intendi dire?”
“Non ti piacerebbe essere amato?”
L’uomo non sapeva che rispondere. “Sono già stato sposato.”
“Non ti ho chiesto questo.”
Elohim non riusciva a capire dove intendesse andare a parare la donna. Tutto d’un colpo sentì l’Aronne fra le gambe farsi moscio, quasi volesse ritirarsi tutto, quasi volesse nascondersi nel buco del suo culo peloso.
“Mi piacerebbe poter vendere il mondo!”, rispose alla fine. Ma mica lo sapeva che cosa cazzo significasse. Aveva risposto la prima cosa che gl’era venuta in testa.
“Amami. E il tuo desiderio sarà realizzato…”
“Quale?” L’uomo era più che mai frastornato.
“Quello di vendere il mondo.”
“Ma non è possibile”, sbottò Elohim. “E’ una follia. L’ho detto tanto per dire.”
“E’ il tuo desiderio?”
“E’ una fantasia. Solo una fottuta fantasia. Non so come mi sia venuta in mente. Era una cosa che desideravo quand’ero piccolo.”
“Allora, fallo!”
L’uomo prese a ridere fortemente, rauco, quasi strozzandosi, con le lagrime agli occhi.
“Vendi il mondo.”
“Io vendo libri...”, disse mentre teneva le risate strette in mezzo ai denti. “Solo libri, quelli dei sinistronzi.”
“E’ la stessa cosa.”
“Che intendi?”
“Ti piace il tuo lavoro? Io credo di no.”
“Mi dà di che vivere.”
“Ma non ti piace. Vendi il mondo. O i libri, tutti. E’ lo stesso.”
“E a chi? Come?”
Maria gli sorrise, poi lo baciò alla francese: la lingua della donna s’annodò alla sua e quasi lo soffocò. Non ricordava d’aver mai provato una passione tanto violenta per una donna. “Vendilo, il mondo. Tu sai a chi e come”, gli sussurrò dolcemente in un orecchio: “e io ti amerò per sempre. Per sempre.” Sentì che il suo Aronne era tornato turgido, più di prima: vendere il mondo, non era una cattiva idea. Era il suo desiderio più segreto, quello che credeva d’aver dimenticato per sempre. Ed invece!
 
* * *
 
Il magazzino era pieno: Elohim, in vita sua, non aveva mai visto così tanti libri, tutti in una volta. Non ricordava neanche che un libro del genere fosse stato stampato. Da uno dei tanti mucchi ne raccolse una copia: le pagine erano ingiallite, ma non uno aveva mai letto quel libro, neanche chi aveva deciso di pubblicarlo. Sorrise. Un’idea balzana gli attraversò la testa: Scrivendolo neanche l’Autore ha mai letto il suo libro! Guardò la copertina: il titolo era stampato a grandi caratteri ma non c’era il nome dell’Autore. Non ne rimase poi troppo sorpreso: in fondo se l’aspettava. La sua fortuna era tutta in quel libro. Non gl’importava conoscerne il contenuto: solo il titolo era importante ed era bene in evidenza su ogni copia.
 
* * *
 
Fu più facile del previsto: il libro divenne subito un caso editoriale. Un autentico successo. Mai il mondo aveva conosciuto libro più importante.
 
* * *
 
“A chi l’hai venduto?”
”A Tutti, sinistronzi compresi. Tutti ne hanno acquistato almeno una copia.”
“Tutti?”
”Sì. Persino Io ho la mia copia. Il libro è andato via come il pane.”
“E come ci sei riuscito?”
“Ho solo seguito il tuo consiglio.”
“Consiglio?”
“E io ti amerò per sempre. Per sempre.” L’abbracciò sussurrandole in un orecchio: “Vendilo. L’ho fatto. Ho venduto il mondo insieme a tutti i suoi protagonisti. Ho venduto i protagonisti ai protagonisti. Ho venduto il mondo al mondo. Era semplice.”
“Dunque questo t’avrei consigliato!”
”Sì. Se non avessi seguito il tuo consiglio, tu mai avresti potuto amarmi per sempre. Me l’hai fatto capire tu, Maria.” La guardò fisso negli occhi: “Nessuno ha rifiutato di comprare la sua propria identità, il suo personaggio. Nessuno può permettersi di rifiutarsi. Neanche io. Neanche tu. Neanche il suicida. Prima si deve nascere per scegliere o la vita o la morte. Tu mi hai detto: Tu sai a chi e come. Era vero: sapevo da sempre d’esser io l’Autore del libro più importante del mondo. Me n’ero solo dimenticato.”
 
* * *
 
Il Mondo. Mai un titolo è stato più importante.”
”E dell’Autore, che cosa ne pensi?”
“Io penso che scrivendolo neanche l’Autore ha mai letto il suo libro!”
 
Fecero all’amore: in fondo, anche loro erano dei personaggi, forse solo più importanti di tutti gli altri nel mondo sparsi da secoli e secoli. Da quando l’Umanità. Anche loro, seppur protagonisti-creatori, erano nell’Umanità compromessi per sempre.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:28 | racconti | clicca per commentare commenti (35)



M'ILLUMINO D'IMMENSO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, novembre 27, 2004




xMIllumino DImmensox

 

 

 

di Giuseppe Iannozzi

 

 

 

 

"Par pudeur.
Si je pouvais être quelqu'un, je ne m'amuserais pas à paraître.
Vous savez que la pudeur est la forme consciente de la lâcheté.
Mai, par hasard, je viens de me montrer tout nu.
Ne m'en gardez pas rancune".
 
Giuseppe Ungaretti
 
 

 

 
Gli strati cobalto del cielo sposavano la sua tristezza: un tramonto tanto bello era raro vederlo sulla colonia di Venere. Con passo incerto stava attraversando un prato. L'erba gli solleticava le caviglie nude, calzava delle pianelle quasi disfatte dal tempo, piedi che affondavano in perle di fresca guazza: non poteva negare a se stesso che era piacevole sentire l'umido sulla pelle, lo faceva sentire vivo.
Daisy era seduta in mezzo all'erba alta circondata da alcuni cespugli di pervinca artificiale. Tiresia si avvicinò alla bambina.
"Ciao", disse lei con un sospiro, quasi annoiata.
"Ciao", le rispose Frate Tiresia. Rimase a fissarla per qualche secondo. Era una bambina strana: non poche volte la famiglia aveva manifestato una quasi preoccupazione per gli atteggiamenti solitari della bimba, ma lui non era riuscito a fornir risposte spirituali e conforto a nessuno, né al patrigno né alla madre. Tutto quello che poteva fare per Daisy era di starle accanto, tentare di farla uscire dal suo guscio di solitudine.
"I fiori sono la tua passione: è così, Daisy?"
Daisy fece un cenno con il capo, poi sollevò gli occhi azzurri verso il frate.
"L'esoscheletro è pesante?"
"E' pensante", confermò Tiresia con una punta di imbarazzo. Gli avevano diagnosticato il tumore osseo dieci anni prima; i medici l'avevano dato per spacciato ma la fede in Cristo gli aveva concesso di vivere ancora. Lunghe sessioni di chemioterapia avevano consumato il suo corpo già asciutto per natura; infine aveva dovuto scegliere tra il rimanere paralizzato per il resto della vita o portare il peso di un esoscheletro. Frate Tiresia non si era ancora del tutto abituato all'esoscheletro, anzi non lo reggeva proprio il pondo della vita costretta nell’acciaio. Gli anni non gli avevano fatto accettare la sua condizione di invalido: disgusto per il suo corpo violato dalla tecnica medica, dalla meccanica. Era ancora piuttosto giovane: trentatré anni, gli stessi di Cristo quando morì crocifisso sul Golgota; tuttavia, chiunque lo incontrasse per la prima volta non poteva fare a meno di attribuirgliene almeno il doppio.
"Perché non lo butti via?"
"Non posso."
Una carezza di vento attraversò il prato.
"Perché?"
Frate Tiresia inghiottì un bolo amaro di odio represso prima di rispondere alla bambina: "Morirei", le rispose con tono asciutto.
"Cosa significa morire?"
"Significa non esistere più. L'anima abbandona il corpo e il corpo finisce nelle profondità della terra."
Daisy strappò un azzurro fiore da un cespuglio di pervinca con distrazione quasi calcolata, lasciando vagare lo sguardo lungo tutto il perimetro del prato fino ad incontrare la linea del tramonto; l'azzurro del cielo stava cambiando rapidamente in un rosso acceso.
'Questo tramonto brucia come il sangue nelle vene, ma solo il freddo ammorba le mie membra', pensò Frate Tiresia. 'Beata innocenza!' Ma in realtà, lui, Tiresia, all'innocenza infantile non ci credeva. Per quanto gli era possibile ricordare, lui non era mai stato completamente innocente, neanche da bambino: aveva più volte confessato a se stesso la sua debolezza spirituale stando ben attento a non rivelarla negli ambienti ecclesiastici. La Fede che Frate Tiresia nutriva in seno era una coniugazione pagana: credeva in Cristo ma anche nell'Antropologia come unica scienza in grado di spiegare, almeno in parte, il mistero della mortalità umana.
"Nella terra fa freddo?"
"Può darsi."
"Anche in estate?"
"Non lo so."
Daisy strappò un altro fiore, uno qualsiasi, dal folto dell'erba affidandolo alle cure del vento che lo trascinò via con sé per lasciarlo cadere a terra, all’improvviso. La bambina era rimasta affascinata dal breve volo del fiore: i suoi occhi brillavano di eccitazione.
"Non è bello quello che fai", la rimproverò il frate.
Daisy rimase in silenzio.
Le campane della chiesa suonarono tre volte: si stava celebrando un funerale nel Distretto Civile.
"Perché suonano le campane?"
Il Frate chinò il capo amareggiato: "E' morto Papa Hemy... Si è suicidato."
"Ah... lo Scemo del Villaggio!" Strappò un altro fiore: intorno a Daisy si stava formando un cimitero vegetale: le piaceva tastare con le sue manine la fragilità della vita.
"E' peccato dire così!", la rimproverò prontamente il Frate.
Lei non rispose: si alzò in piedi e rimase prigioniera del suo silenzio.
"Ti sei pentita?" Ancora nessuna risposta.
Daisy cominciò a svellere l'erba alta tirando forti calci, mentre il Frate la osservava.
"Non ti sei pentita!", disse infine il Frate sconcertato.
"Sono contenta invece."
Frate Tiresia impallidì: perle di sudore cominciarono a scivolargli lungo le gote scavate incontrando le sue aride labbra.
"Sì, sono contenta e penso che anche tu dovresti seguire l'esempio di Papa Hemy."
Il Frate cercò invano di balbettare qualcosa, ma le parole gli morirono in bocca: non era neanche sicuro d'esser riuscito ad articolare un qualsiasi pensiero nel suo cervello. Si asciugò la fronte madida di sudore con una mano: l'esoscheletro gracchiò un suono rugginoso.
"Sei ridicolo!" Daisy sorrideva, non c'erano dubbi.
Tiresia cercò ancora una volta di dire qualcosa ma non ne fu capace; alla fine biascicò un suono non tanto dissimile da quello che l'esoscheletro aveva prodotto qualche istante prima.
Entrambi rimasero in silenzio per qualche minuto: il sole si era nascosto dietro la chiesa e tutto l'intorno cominciava ad essere invaso da lunghe spettrali ombre.
"E' tempo di tornare a casa...", biascicò il frate quasi vomitando l’ultimo alito di forza che i polmoni gli avevano concesso.
Daisy lo guardò con i suoi occhi azzurri, poi, senza accennare un qualsiasi saluto, prese la sua strada lasciando il Frate da solo in mezzo all'erba alta corteggiata dalle ombre della notte imminente.
 
Guardò il Cristo in croce: Tiresia piangeva.
Un gancio, poi un altro ed un altro ancora: l'esoscheletro scivolò pesantemente a terra producendo una eco sinistra che rimbalzò di cella in cella, poi il silenzio della notte rimase unico testimone del dolore di Tiresia e della sua Fede costretta fra le pareti della chiesa.
Un passo, due, tre, e cadde a terra come una foglia secca senza produrre alcun rumore percepibile ad orecchio umano. Un rivolo di rosso sangue si estese dolcemente sul freddo pavimento di granito: un taglio profondo si era aperto sulla spaziosa fronte di Frate Tiresia. Un singhiozzo vomitato con dolore e subito ricacciato in petto, poi l'impotenza di grattare con le unghie il freddo granito cercando indarno di riacquistare la posizione eretta.
 
L'alba: il sole stava salendo alto nel cielo terso.
"L'alba", gridò Frate Tiresia ancora a terra abbracciato al fucile di ordinanza, arma solitamente usata per scacciare gli Ossessi vaganti delle notti di Venere; era riuscito a strapparlo dal muro dopo lunghe ore a scivolare lungo il pavimento come un verme: la canna cacciata in bocca, l'indice tremante sul grilletto, lo sguardo perso nel vuoto dell'Eternità. Presto, molto presto il suo destino si sarebbe compiuto. Frate Tiresia immaginava l’Eternità come una grande luce: erano gli ultimi istanti della sua vita, una vita che non gli era mai completamente appartenuta. ‘Sei ridicolo!’, così gli aveva detto Daisy, riusciva a ricordare bene ogni parola di lei, il tono della voce, ogni sfumatura. Negli ultimi istanti di lucidità non poteva non ammettere che la bambina gli aveva detto la verità. ‘Sono ridicolo, è vero. Ma tu, Daisy, non sei una bambina innocente. Non lo sei. E questo non è ridicolo’, pensò Tiresia. Ormai doveva premere il grilletto: non poteva più procrastinare l’appuntamento con la morte. La tentazione era forte, davvero troppo forte perché potesse allontanarla, dimenticarla: il grilletto sembrava quasi che possedesse una sua propria volontà, una volontà aliena spaventosa quanto innocente che aveva preso possesso della mente e dello spirito del Frate. Doveva assolutamente premerlo così come aveva fatto Papa Hemy, lo Scemo del Villaggio, l'Idiota-che-sapeva. 
"M'illumino d'immenso!", gridò con tutto il fiato che gli era rimasto in corpo.
Il colpo partì: sfondò il palato, attraversò il cervello e fu la luce, finalmente.
La materia cerebrale sul pavimento di granito sembrava spugna rocciosa, una cosa tanto naturale quanto disgustosa, quasi inumana.
 
Le campane suonarono tre volte: il corpo di Frate Tiresia fu sepolto in terra sconsacrata in un boschetto di ulivi selvatici.
La cerimonia fu breve: solo tre persone assistettero al funerale, una donna quasi ubriaca, una bambina, e il becchino vecchio amico di Frate Tiresia prima che prendesse gli ordini.
"Perché è morto?", domandò la bambina alla donna.
"Per i suoi peccati", le rispose la madre con tono faceto.
'E' scandaloso che si permetta ad una donna ubriaca di partecipare ad un funerale', pensò il beccamorti gettando uno sguardo di algido rimprovero nella direzione della EX moglie del marito. La donna contraccambiò lo sguardo del becchino tutto ossa con uguale odio.
"La morte è la fine di tutto?"
"No, non è la fine di tutto, mia piccola Daisy. Se così fosse, tu, oggi, non avresti un altro papà ad aspettarti a casa."
Daisy si strinse alle gonne della donna. "Adesso andiamo! Questa sera ci sarà un gran da fare al Lupanare, molti più clienti del solito. Succede sempre così quando muore qualcuno: la gente ha voglia di divertirsi, mi capisci piccola?"
La bambina rimase in silenzio. 'Ecco, ci risiamo!', pensò la donna. 'Un altro attacco di mutismo.' La madre prese per mano la figlia ed insieme si allontanarono dal boschetto di ulivi, lasciando il becchino da solo a meditare sopra la tomba di Frate Tiresia. “Quel pezzo di merda del patrigno avrà cura di lei, adesso che te ne sei andato, Tiresia. La farà uguale a sua madre, a quella donna che un tempo fu compagna nel tuo talamo, quella donna che è stata anche tua moglie per un po’ di tempo”, gracchiò il vecchio. Ma nessuno era lì ad ascoltarlo. Tanto meglio.
 
Il crepuscolo di un bel rosso acceso scese dolcemente su Venere, sulla corona di fiori di pervinca deposta sulla tomba del Frate peccaminoso: gli azzurri petali dei fiori subito vennero stuprati dall'ultima luce serale.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:29 | racconti | clicca per commentare commenti (25)



IL SOGNO EROTICO DELLA MORTE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, novembre 25, 2004



il Sogno erotico della Morte


di Giuseppe Iannozzi



 

L'ira funesta dei profughi afghani
che dal confine si spostarono nell' Iran
cantami o diva dei pellerossa americani
le gesta erotiche di squaw "Pelle di Luna"
le penne stilografiche con l'inchiostro blu
la barba col rasoio elettrico non la faccio più
"il mondo è grigio il mondo è blu".
 
Franco Battiato, Cuccurucucu (La voce del padrone, EMI Records, 1981)
 
 
 

 

 
CILIEGI IN FIORE
 
ad Alecta, che ha ispirato con la sua Opera questa poesia
 
 
Le mani sporche
di sangue
carezzano la cicatrice
cucita-aperta,
sollevano la morte
dal petto.
 
Come una geisha:
il bianco seme muore
scivolando
sulla pelle,
lungo le gambe
bianche come neve,
come neve
immersa 
nel lunare lucore.
 
I ciliegi in fiore,
e Buddha ingrassa.
Kamala, Govinda, i Samana,
tutti servono al Nirvana;
ma la saggezza non è
un’onda
che possa essere trasmessa
nel corpo traslucido
della reincarnazione.
 
Parlami d’amore
o aiutami a dimenticare
le passioni, le mani sporche
e il bianco seme.
 
Parlami d’amore
o aiutami a dimenticare,
perché solo si sta
come fiori sui rami
della vita.
 
 
 
 
 
CADERE NELLA LUCE
 
a Jexie, che ama il Sole
 
 
Oh Sole! Scalerò tutte le montagne
Oh Sole! Posso sentire
il tuo affondo gentile in me
che s’apre nel mio cuore
Così in profondità c’è la tua luce
Oh Sole! Prendimi con te
E non esigere un perché
 
Solo continuare a cadere nella luce
Solo continuare a cadere nella luce
Solo continuare a cadere nella luce
 
Sono costretta a circondarmi delle mie proprie fantasie
quando tutto quello che voglio è il tuo calore sulla mia pelle
Circondami, circondami con il tuo amore
Tienimi fra le tue braccia, mettimi nel tuo cuore
 
Oh Sole! Scalerò tutte le montagne
Oh Sole! Accecherò tutte le notti
Ma tu restami accanto
Lasciami cadere nella luce
Oh Sole! Lasciami essere il tuo sorriso d’oro
E scalerò tutte le montagne per te
Ed accecherò tutte le notti per te
 
Trattienimi, trattienimi fra le tue braccia
E ti darò tutto il mio calore
Abbi fiducia in me, lasciami essere la tua bianca colomba
Trattienimi, abbi fiducia in me, circondami con il tuo corpo
Mostrami dov’è la strada giusta per me quando inciampo
Trattienimi, abbi fiducia in me, circondami con la tua luce
 
Oh Sole! Circondami con le tue braccia
E non esigere un perché
 
Solo continuare a cadere nella luce
Solo continuare a cadere nella luce
Solo continuare a cadere nella luce
 
 
 
 
 
PUTREFAZIONE
 
a Vitreouseyes, per le sue grida che rimbombano silenti
 
 
D’umor nero
si vive e si muore,
ma non allo stesso
tempo. D’umor nero
ci si nutre:
odor di putrefazione
e negre nuvole,
disteso sudario
in cielo come in noi.
Il corpo è senza senso:
ingoiata ostia
sputata
nel domani:
un rinviare
il giorno del Giudizio
e la morte di Socrate.
 
 
 
 
 
ATLANTE INDIFFERENTE
 
a Doucefolie, che è Dolce Follia,
una carezza in lontananza e non d'addio.
Ma d'affetto.
 
 
Molti, in silenzio, spensero
i loro giorni, quelli solari e negri,
tutti, perché troppa fu l’incoscienza,
l’indifferenza di “chi” solo calpestava
la Vita. Si era in cerca d’un’attenzione
minima, o anche solo terminale. Ma
non ci fu, mai. E nel mai la Vergogna
di chi oggi rimane Atlante indifferente
a sostenere il peso del suo proprio egoismo.
Ecco la mia Vergogna, la compagnia
che m’accompagna senza redenzione.
 
 
 
 
 
GREMBO MATERNO
 
 
a Chi oggi muore giovane, troppo giovane
 
 
Fu disperato coraggio
cadere
tra le barbe del grano
ancora poco maturo,
troppo poco biondo.
 
La vita era all’inizio,
ma tu già la finivi
senza né un canto
né una malinconia
che t’indicasse la via
del paradiso o anche solo
la ragione irragionevole
del tuo esistere schiantato
nei polmoni gonfi di niente.
 
Fu un tenero inutile
cadere
quando la barba
ancora non metteva
radici o ombre
sul tuo giovane
troppo esangue viso.
 
Ma qui è il pianto
del cielo, grigio Maggio
d’una madre
che sol più culla
il grembo che t’ospitò.  
 
 
 
 
 
INCUBO RIMBALDIANO
 
a Giada, che sfiora le labbra dei suoi peluche
 
 
Un fantasma di carta
invade Coscienza:
affilata forbice, non occorre
per questo orrore lama migliore.
Un cielo placentare
abortisce Essenza:
forcipe, utile è estrarre
il dente cariato quando sangue
nelle gengive ancora scorre.
E il Sogno erotico
nell’utero della Morte
appena nata e già pettinata:
è nell’Occhio del mattino incastonata,
tirata a lucido con la brillantina blu.
Ma tu non ricordi che,
che ti stringevo i polsi:
non volevo che,
che tagliassi le vene
all’Incubo mio
che spacciava l’ombra di dio
ad affamati e disgraziati
senza firma, ma tutti in fila
a braccia allargate come ali.
Ma tu non ricordi che,
che su Tutto il Nulla.
E qui è terra d’Abissinia.
E lo sai che fuori c’è la Guerra:
saresti stata la più felice fra le bambole,
saresti stata la mia cravatta annodata,
un cappio al collo; ma c’è che,
che non m’hai capito mai. E qui è terra
d’Abissinia, sempre forbice e forcipe.
 
 
 
 
L’AMATA SEPOLTA
(versione rivista ed ampliata)
 
 
Rabbioso
il cocchiere
frustava la corsa:
“Più veloce, per Dio!”
 
I neri cavalli lanciati
sudavano
sette umani peccati,
ferendo il sudario
della profonda notte.
 
Il galantuomo
plorava infinito sudore:
“Dio, abbi pietà di Lei!”
 
Morti i cavalli
caddero a terra
senza un lamento.
 
Ma il gentiluomo
era arrivato:
baciando
l’avello
dell’Amata,
inginocchiato
rimaneva.
 
Il cocchiere,
impassibile,
seppellendosi
nel notturno buio,
seppelliva
i neri cavalli.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:48 | poesia | clicca per commentare commenti (24)



ILLUSIONE E PROSPETTIVA

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, novembre 23, 2004



Illusione & Prospettiva




di Giuseppe Iannozzi




 

ILLUSIONE E PROSPETTIVA
 
 
Con le cispe negli occhi il mattino vediamo.
Con parole incrostate di gromma parliamo.
A chi? Alla nostra prole o solo al nostro specchio
che conosce i nostri vizi e gli effetti dei loro riflessi.
E nella folla dei tanti a noi simili ci mescoliamo
fingendo d’uccidere il corpo dell’eterna nebbia.
E nell’egoismo nostro ci catturiamo; in ginocchio,
poi, preghiamo la prospettiva che di noi nutriamo
nell’illusione vana di stornare dalla pelle la sabbia
dei nostri padri. Ma grattarsi è sol eterna scabbia.
 
 
 
 
 
ALBA E TRAMONTO
 
 
Affonderai
nel mio corpo
il tuo sentimento
senza mai trovar
appagamento,
perché io sono
una luce confusa
tra Alba
e Tramonto.
 
 
 
 
 
INFRANTO
 
 
Salvami da me stesso,
ma se bene mi vuoi
non salvarti mai
dall’infranto ricordo
che di me hai.
 
 
 
 
 
CAMPO SANTO
 
 
In questo Campo riposa Poesia.
Ma tu non dirlo Santo o Ipotesi:
già son troppe corone di fiori
disposte a coprir grigi Epitaffi
che marciscono lezzoso Rifiuto.
 
 
 
 
 
RUMORE
 
 
Quanto rumorosi possono essere
i sospiri e gli sbadigli, tu non
puoi sapere. Ma io so sbattere
bene le porte in faccia alla noia.
 
 
 
 
 
L’AMORE CAMMINATO
 
 
Il tempo, il tempo te lo dimostrerà…
l’amore camminato su lame vetrose di rose.
E noi a piedi nudi davamo il meglio di noi:
il rosso.
 
 
 
 
 
UNA GOCCIA DI MORTALITA’
 
 
Mi dirai che,
che sono stato un angelo
e un diavolo incarnato
fra le tue gambe delicate.
 
Mi dirai che,
che sei stata fredda
perché di me sapevi
ogni virtù e sventura.
 
Ti dirò che,
che t’ho amata per conoscere
la fredda mortalità della carne.
 
Ti dirò che,
che sono stato su di te e in te
come una goccia di Chanel N.5
 
 
 
 
 
TEMPO
 
 
Tu aspetterai
                        un mio commento
che ti dica
                   dove oggi l’amore.
 
Io solo mi darò con calma
                                               al mio tempo
perché vita è.
 
 
 
 
 
DI PROFESSIONE
 
 
Fossi stato negro facchino di professione,
avrei sopportato meglio il peso della scrittura.
 
Fossi stato bianco scrittore di professione,
avrei sopportato meglio il nero delle chiacchiere.
 
 
 
 
 
NUDA VERITA’
 
 
Tu vesti i tuoi vestiti,
io solo la mia nudità
perché così so amare.
Perché così è la verità
che tu vorresti odiare.
 
 
 
 
 
STELLA
 
 
Sono
un intermedio,
una semplice stella
persa. Ma sempre in ballo
fra dio
e il mondo
che ami respirare
e fischiettare
quando la luce del mattino.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:26 | poesia | clicca per commentare commenti (35)



INFANZIA DEA DI M. L. BOMPANI

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -

INFANZIA DEA

 

 
MARIA LUISA BOMPANI


di Giuseppe Iannozzi

 

fonte: King Lear – Officina Avanguardie


 

  

“Quando c’era molto freddo, l’aria saliva sotto la gonna, le gambe diventavano livide. Sentivamo precario quel calore che ci imbottiva nella parte superiore del corpo, un calore che poteva essere strappato via con facilità. Eri due bambine in un corpo solo. Una poteva morire di caldo, l’altra di freddo. Anche in casa, o si moriva di caldo vicino alla stufa, o di freddo nella camera da letto.”

 

Maria Luisa Bompani è nata nel 1957. Abita a Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena. Insegna Lettere in una scuola superiore e fa parte del Gruppo Poesia della Casa delle Donne di Modena. Ha pubblicato poesie e racconti in riviste e volumi collettivi.

 

“Infanzia Dea”, un romanzo-diario di Maria Luisa Bompani. Un esperimento narrativo o più semplicemente (difficilmente) un tentativo di relazionarsi con il proprio “io”? “Infanzia Dea” è soprattutto un diario, una pletora di ricordi e immagini che si traducono in un racconto compiuto che non manca di evidenziare momenti di puro lirismo minimalista. Evitando accuratamente preziosismi psicologici - i modelli analitici di Jung e Freud -, l’autrice descrive il conflitto e la pacificazione tra Maria Luisa bambina e Maria Luisa donna. Si ha quasi l’impressione, a tratti, che la donna di oggi sia la bambina di ieri e viceversa, ma è impressione che subito viene immortalata in una fotografia diaristica, una polaroid i cui colori, per quanto sbiaditi, riescono comunque a suggerire al lettore che l’Infanzia è stata Dea. Due voci narranti per un romanzo-diario, due voci che spesse volte sembrano contraddirsi, ma che alla fine si sviluppano e maturano in un’unica espressione tradotta in infanzia matura, quella d’una donna che non nutre più alcun risentimento nei confronti del suo passato. Sondare gli ascosi pensieri infantili serve all’autrice per introiettare il dolore che l’ha vista protagonista, permettendo così a Maria Luisa di riemergere da sé stessa ma fulgida d’una nuova consapevolezza, quella che i sogni, la propria identità, non sono declinabili in arrendevolezza esistenziale.

L’editoria pullula di romanzi e di tentativi autobiografici, e spesse volte gli autori riescono a dare alle stampe libri che solo qualche impavido critico riesce a digerire momentaneamente: ma poi, subito, viene espresso disgusto in una netta stroncatura. Nel caso di “Infanzia Dea” il risultato è apprezzabile e commovente. L’autrice non si piange addosso: molto più onestamente affida alla narrazione la sua infanzia perché possa essere specchio di paragone per quanti sono stati bambini e che ancora non sono riusciti a liberarsi dei loro strascichi di paure e insicurezze.

Douglas Coupland in “Memoria Polaroid” tentava di estrapolare un arco della sua vita vivendola attraverso la cronaca giornalistica: Coupland, in una Polaroid sbiadita, immortalava gli anni Novanta, uno spaccato del suo sentire l’intorno condividendolo con la sensibilità di chi uguale, o vicino, a lui. M. L. Bompani attraverso “Infanzia Dea” investe la sua deità infantile per consegnarla a noi contemporanei, figli vittime carnefici di questo nostro tempo storico proiettato in un esagerato individualismo e rinnegamento del passato. L’autrice non rinnega il proprio passato ma ne fa motivo di conoscenza, specchio di paragone per tutte le bambine (e i bambini) di ieri, oggi donne (e uomini) con una loro propria famiglia. E’ battesimo di vita la deità bambina: “Bambina, “battezzami nella religione dell'incanto feroce, dell'incontro a sorpresa, della risata senza controllo, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Salve o regina bambina, madre di misericordia, vita, dolcezza, speranza, salve.”  E’ vita la deità, e di essa non bisogna nutrire tema alcuna: solo occorre comprenderla, affinché non sia nell’età del senno di poi motivo di attrito nei rapporti interpersonali, e, soprattutto, con sé stessi.

La mitologia familiare investigata da M. L.  Bompani è voce che abbisogna di esser ascoltata, perché solo ascoltandola è possibile liberarsi dalle matrici educative che costruirono prigione nell’io e intorno ad esso. Ecco dunque nonne, zie, che impongono il loro modus vivendi alla bambina Maria Luisa: e lei cerca di capire, di capire perché le vien comandato d’esser triste, d’esser sottomessa alla volontà altrui ma anche a quella degli oggetti domestici che però sono inarrivabili, impossibili da comprendere perché dalla famiglia tesaurizzati e mitizzati. Una ribellione lieve quella della bambina, quasi in sordina, che oggi riscopre la sua deità e ce la consegna, affinché possa essere utile a noi per comprendere il dolore del passaggio da bambina ad adulta, il suo significato, e non viverlo come una ferita.

Avantpop, romanzo-diario è “Infanzia Dea”: non è semplice tentativo di relazionarsi con sé stessi, è invece un racconto completo e finito, una polaroid e la sua intima deità.

 Infanzia dea – Maria Luisa Bompani – Sironi Editore – Collana: indicativo presente - Codice ISBN: 88-518-0028-6 - Pagine: 224 - € 13,00


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:54 | recensioni | clicca per commentare commenti (5)



MORSO DOPO MORSO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, novembre 21, 2004



Morso dopo Morso




di Giuseppe Iannozzi




 

INFINITO SPAVENTO

 
a Chatterly, My Immortal Muse
 
 
Angeli, Angeli, il mio animo è al vento.
Angeli, Angeli, il mio corpo è quello del tempo.
Angeli, Angeli, sono vento, sembro il mio spavento.
 
Non so, non so quanti dimenticati baci, non si contano:
ma sarei morto in una follia infinita per un Vostro bacio,
avrei fatto torto al mondo per cader nel Vostro strazio.
 
Ma i respirati bramati affanni non come me si affannano:
non stanno dietro al vento, al tempo; eppur si concedono
ad altri angeli. E Voi, miei Angeli, dove e come? A chi,
                                                               [ora, il mio strazio?
 
E’ questa la mia delusa follia? non comprendere il mio dire,
non vivere né morire? e solo nelle mie contraddizioni finire?
E’ questa la mia malattia? non trovar risposta all’Amore?
 
Angeli, Angeli, siete in un altro vento a cercare un altro tempo.
Angeli, Angeli, tutte le lagrime si sciupano in questo mio canto.
Angeli, Angeli, sono vento. Sol più sono il mio infinito spavento.
 
 
 
 
 
NERO LAGER
 
 
morso dopo morso il pane nero al perdente
sorso dopo sorso l’acqua nera al fetente
 
mi turo gli orecchi e più non sento
e più non sento il vuoto masticare il bere
ma non gli occhi affamati svegli vigili: capire perché
perché tanti uomini in fila senza dio, ma una pallottola
nel cavo della bocca cacciata a forza, a forza
di forse domani sarà un giorno migliore
 
l’incubo ricorrente, le fabbriche bruciano corpi su corpi
nelle fabbriche la realtà si consuma giorno dopo giorno
morso dopo morso, sorso dopo sorso, poi il niente
 
qui solo l’orrore, e mai un colore diverso dal nero
delle camice fasciste e dalle loro dispense
mentre noi un colore non ce l’abbiamo per loro
 
solo il nero quando la vita si spegne negli occhi     
ma resta un perché irrisolto bruciato dato al vento
di cenere, resta un altro fratello a non vivere
in questo nero nero lager
 
 
 
 
 
LA GALEA
 
 
il rutto del bruto, e tu occhio per occhio ma dente perdente
poi il canto delle sirene, e tu a dire ci si deve arrendere
ed io la bocca sdentata, gli occhi ciechi dalla nascita
e le mani ancorate ai remi a remare oltre il tuo pretendere
 
 
 
 
 
IL NOME
 
 
Amore,
più non avresti
nome,
se ti invocassi
nel mio nome
o se tu…  
 
Perciò
io taccio
per entrambi.
 
 
 
 
 
NUVOLE DI TEMPESTA
 
 
no, perché? o sai forse che
si stanca la fatica e il passo lungo più della gamba
quando credi, quando il mondo nella mano
 
, si agitano i coriandoli all’aria affidati
poi mutano in nuvole di tempesta
e tutte le parole prendono il volo
e i sogni pure quando il tempo fuggito
dalla mano, ma fra le gambe incastrato bastone
 
 
 
 
 
ALLE SPALLE
 
 
e quanti i miei giorni andati sputati
e quante le battaglie alle spalle - che palle!
non si contano, non valgono il tempo
d’una poesia o d’una noia
 
 
 
 
 
NESSUN ROSSORE
 
 
una andrà via col cuore spezzato
un’altra solo sarà impacciata
quando l’amore finito o iniziato
 
ma nessun rossore per le mie rose
 
 
 
 
 
FUMARE
 
 
Fumo
per il piacere mio,
non per quello passivo
degli altri!
 
T’ho fumata bene,
attiva, stanotte.
Oh, sigaretta,
un piacere sei,
punto e basta. Ma se
cacciata nella bocca mia
ti pensassi,
se fallica ti pensassi,
addio piacere.
 
Ecco, così t’ho pensata.
Mon Dieu! M’è passata
voglia e piacere di fumarti.
 
In una sola tirata è sfumata
la piacevole colpa della vita.
 
 
 
 
 
IL TALENTO
 
 
C’è voluto
del talento,
amarci
e poi lasciarci
in questo tempo.
 
Sì, bene o male,
abbiamo fatto
il nostro tempo.
 
 
 
 
 
CORPO BUIO
 
 
Oh Notte, prendimi!
Nel tuo buio corpo
voglio scoprire
ogni estremo piacere
anche se poi il dolore.
 
 
 
 
 
INCHIOSTRO
 
 
non c’è romanzo
non c’è inchiostro
da versare invano
 
ma polso rotto
conserva la sua penna
e sente sangue freddo caldo
e tutte le stagioni da qui
all’eternità per una puttana
o una donna, la vita se…
qualcuno ad eterna morte

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:49 | poesia | clicca per commentare commenti (23)



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