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ULTIME STRENNE & UN DOLORE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, dicembre 29, 2004

 

 
U L T I M E   S T R E N N E
 

 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
(con una Poesia di Errosa)
 
 
 
 
 
 

 

SPLENDIDA FEMMINA
OSCENAMENTE SCONVOLGENTE
 
a Missy,
che è Splendida Femmina
 
 
 
Perché sei femmina
come il giudizio universale, sconvolgente
Perché sei oscena
come il sole sui limoni, un colpo al cuore,
un vizio e una commozione
in un versamento di giallo nel bicchiere
 
No, non c’è uomo
che per te non perda la ragione,
Splendida Femmina
oscenamente sconvolgente
 
No, non c’è cuore
che per te non perda un battito almeno
E tu lo sai che dico il vero
quando m’ubriaco del tuo sapore,
bevendolo tutto da quel bicchiere
da te baciato e da me bevuto in sogno
 
Li vedrai,
sì, i miei occhi tu li vedrai:
saranno il paradiso
e poi un chiaroscuro cacciato
dentro ai mille baci che ho dato
incontrando il sole solamente;  
e tu un coltello siciliano
sul mio cuore appuntato
come un incanto osceno
 
Perché sei femmina
come il giudizio universale,
Splendida Femmina
oscenamente sconvolgente
 
Perché sei anarchia
come il dolceamaro, sconvolgente
Perché sei amore insolente
e giudizio universale
Perché sei come la prima
e l’ultima donna che ho non ho avuto
in ginocchio da me, in preghiera per me
 
Perché sei oscena, perché sei femmina
come un coltello siciliano, una fettina di cuore,
un vizio e una commozione, devozione
in un versamento di giallo, di rosso nel bicchiere
 
Sì, i miei occhi tu li vedrai piangere,
e pure quelli di tutti gli amanti
che mai a te si sono dichiarati
Sì, io conosco i loro occhi incollati
ai tuoi fianchi; e di profonda gelosia
io morirò in ginocchio, ma in un momento
che tu non potrai vedere quanto
e quanto t’ho desiderata oscenamente
 
In un momento quanto
e quanto t’ho desiderata oscenamente,
Splendida Femmina
oscenamente sconvolgente
 
Ma tu resti femmina, tu sei oscena
come il giudizio universale e il sole,
Splendida Femmina, anarchia sconvolgente
in un versamento di giallo, di rosso nel bicchiere
 
 
 
 
 
ERROSA LA BELLA
 
ad Errosa,
che è Sublime Poeta e Donna
 
 
 
In mezzo alle spine
di mille pallide rose
consumate dai sospiri
di cento e più amanti,
ma tutti antichi
e in compagnia di altre dame
che a stento osa immaginare insieme,
un vecchio Satiro sposa l’ingenuità
tingendosi di rossa vergogna,
mentr’offre la brutta sua imago
allo specchio del lago,
che solo gli mostra la verità
del volto suo sconvolto.
Ma sempre sogna lei e colla mente
la disegna bella e più bella ancora
sotto un cielo di splendenti stelle.
 
In mezzo alla solitudine
rimane a sognare se prima
di lui un altro simile a lui
soffrì così tanto per amore,
solo per amore,
senza mai cercare un’altra lei.
 
 
 
 
 
A GIUSEPPE IL CANTORE
(di Errosa)
 
 
 
Col flauto suona la Sua poesia, l’amabile cantore.
Con un sonetto tra mente e labbra
dondola la Sua arte sulla Sua magica altalena
che s’incatena e si libera tra le capriole
della delicatezza e rudezza pregiate di sensibilità.
 
M’affascino tra le Sue righe che compone e scompone,
tra tramonti e albe che si distendono nel lago del cielo.
Intimidita da tal bellezza, rubo aria fresca nel Suo dire
Ristorando la mia arida anima secondaria
che s’affaccia, sfacciata, ai prati spinati
dell’amabile cantore.
 
Se m’inciampo nel saltello d’un verso,
io m’appiglio nel suo grido forte e chiaro
e m’approprio della lontana e piccola certezza morbida,
come una fanciulla rassicurata dal canto soffice della forza.
 
E’ forte, il suo grido.
E’ forte il suo canto.
E’ forte…
 
E mentre mi soffermo al Suo timbro urlato e sussurrato,
raccolgo l’accordo che perse e riprese
per dare al Suo fil di lino un semplice bacio di brezza.
 
 
 
 
 
LEI MATTA, LEI DOLCE
 
a Fabyana,
che è Fragile Amica ma Dolce
 
 
 
Lei era matta,
lei era dolce,
glielo dicevano tutti,
e tutti continuavano a ribadirle
che non avrebbe combinato nulla,
ma proprio nulla di buono nella vita
Ma lei era testarda; e se Gesù
fu capace d’incedere sulle acque,
pure lei, un giorno, ci sarebbe riuscita
o sarebbe affondata
 
Lei era matta,
lei era dolce, troppo fragile
per stare al mondo
Ma lei aveva un sogno
e un amore nel cassetto
e un sospiro
che non avrebbe svelato mai
a nessuno;
e quando ci pensava,
si sentiva un po’ più forte
della debolezza
che la prendeva alle spalle;
e quando sorrideva
era come se sfidasse lo scherno
di chi la voleva vedere sconfitta,
in un buio angolo annullata
 
Un giorno chiese agli angeli
d’aiutarla con una preghiera,
ma quelli si dimenticarono
d’ascoltare il suo cuore,
e lei pensò d’esser stata abbandonata
al suo destino
 
Un giorno dimenticò il sogno,
l’amore e il sospiro e Dio,
e solo andò al mercato
per comprare una mela o due
E lì incontrò l’Ebreo Errante,
che aveva abbandonato
il suo errare per farsi Ambulante:
lui la raccolse fra le sue braccia,
e lei gli si donò teneramente
in un lungo pianto
tra singhiozzi e salse lagrime
 
Lei era troppo dolce,
lei era troppo matta
perché non ci si potesse innamorare di lei
 
Lei è così, semplicemente
Lei è così, dolcemente matta,
capace di credere alle favole
anche quando morte e sepolte
o inventate di sana pianta
dalla sua fantasia, come quella al mercato
 
Sospirò e l’amore tornò
Sospirò un’altra volta e il sogno tornò
Sospirò ancora e il sospiro tornò
Non era cambiato nulla o forse sì,
ma la voglia era quella che sapeva,
quella di camminare sulle acque
anche se non ci sarebbe riuscita,
anche se sarebbe affondata
solo per riemergere
 
Lei è così, lei è dolce e matta
Ha incontrato l’Ebreo Ambulante
e la sua bancarella al vento
e la sua strana generosità,
quella d’un abbraccio
 
Lei è così, lei è dolce e matta
Lei è testarda e ride e piange,
urlando sempre un po’ confusa
Lei è viva perché è così,
e tutti potranno pure continuare
a ribadirle che non combinerà nulla,
ma proprio nulla di buono nella vita,
però lei ora sa che un abbraccio sempre
e, per sempre, lo troverà in un amico
sconosciuto o in un altro Ebreo Ambulante
 
Lei è troppo dolce e matta
perché non ci si possa innamorare di lei
 
 
 
 
 
DOVE LE RAGAZZE…
(riedita – nuova versione)
 
Questa è a Tutti/e dedicata
 
 
 
Dove le ragazze che sapevano ridere,
dire non so, ma il terrore genera terrore,
e le strade s’invadono della solita malinconia
cacciata dentro ai motori fermi vicino a semafori spenti:
le strade ruggiscono noia,
mentre la portinaia sciorina l’ennesimo pettegolezzo,
e lontano, alle spalle della caserma militare,
passa veloce un’ambulanza persa a salvare la vita,
a chi?, non saprei dire; ma un ragazzo ubriaco se la ride grossa
chiedendo al vento se “è questo il piccolo paradiso
prima che sia l’inferno!”
Marlon Brando è ingrassato,
lo vedo io, lo vede la maschera
ammosciata dietro alla macchina da presa;
e Superga vive luce e non dimentica i morti,
un pallone che sfrecciava speranza in un aereo.
 
Così stanca è la Piccola Parigi
che s’allunga tra le nebbie della pianura padana,
poi televisori accesi e persone:
e tutti ballano un vecchio walzer Au Roi de Lingerie,
qui, in questa Casablanca in affitto.
 
Un uomo s’è gettato a Po,
affidando l’ultima speranza al dolore,
ma il Poeta firma ancora bigliettini agli amici
 citando Edgar Allan Poe:
le imposte sono quasi tutte chiuse,
e gli ultimi avventori si rifugiano nei ritardi
di quelle birrerie stanche che sanno di coltelli, uomini e donne;
qualcuno invece discute in strada all’ombra d’un lampione,
cercando l’agnizione
o almeno una marchetta che sia passpartout
per il giorno appresso,
o una rapida fine come mai conviene alla gente dabbene.
 
Il tempo, per alcuni matti, è la quarta dimensione;
ma noi che si è tutti mortali
viviamo coi paraocchi e preferiamo darci al vino,
a un barbera dolce e a un toscano,
poi, altro non accade quasi mai;
sono queste le tragedie
che Torino sa scavare.
 
Una barchetta di carta scivola sulle onde
del fiume mezzo limaccioso:
c’è cagiara e la Posse stona un’altra ingiustizia
in un Centro Sociale dove canne e fumo si consumano,
e le pance s’ingrassano di birra a fiumi.
Qualcuno s’improvvisa Marlon Brando
tentando un Ultimo Tango,
e questa Piccola Parigi riconosce
che è bimba capricciosa
seppur di duro carattere
stampato sovra le cime delle Alpi.
Non è buono, La luna e i falò,
non sono più di queste parti:
le colline che amavi, Leucò,
sono state invase da collinari
che bruciano incensi che tu non oseresti immaginare.
E’ un mestiere di vivere diverso, tanto diverso,
e noi non l’abbiamo ancora capito.
 
Si fa presto a cantare
che “Marlon Brando è sempre lui”,
ma le canzoni non ci risolvono l’esistenza,
e un Ultimo Tango non è mai l’ultimo dolore
che si è costretti a sopportare,
chiedendosi dove quelle ragazze,
quelle ragazze
che sapevano ridere e profumavano di fieno
e di morbida primavera…
un piacere tutto da mordere, da baciare.
 
Qui,
i bambini vanno a scuola accompagnati dalle mamme,
ma hanno una lingua, una lingua di quelle!
- mettono spavento addosso a quelli della nostra generazione
e a quella prima ancora. La pargoletta mano
che tendono non è innocente
e neanche malvagia: è solo una mano tesa,
e questa realtà spaventa i nonni
a macinar tabacco fra i denti.
 
Il prevosto è tutto azzimato,
costretto nel nero dell’abito:
ha un sorriso bianco
che s’intona col colletto
e un crocefisso splendente appeso al collo,
ma, se gli domandi di Dio o del futuro,
alza le spalle, poi si chiude in un “come?!”
quasi a testimoniare che pure lui non sa. Gli puoi dire
che Nietzsche, a Torino, ha preso sintomo di pazzia
e che ha difeso un cavallo maltrattato,
e anche gli puoi raccontare
di quando il diavolo rideva sulle colline,
ma lui rimarrà sempre rigido
nel terrore d’una indefinita assenza,
o in una proposta di fede.
 
S’incontrano tanti vagabondi in stazione,
per strada pure, e tutti in cerca
d’una destinazione che sia orgasmo:
è solo che sono invisibili ai più
raccolti come sono nelle loro case
di cartoni e stracci ed elemosine.
Si scivola loro accanto come barchette di carta,
ma guardando dentro ai loro occhi,
capisci che,
in un passato non troppo lontano,
sapevano
dove usavano nascondersi le ragazze
che sapevano ridere.
 
 
 

 

 

E UN DOLORE
 
 
 
ONDE SU ONDE *
 
Tragedia, 26 dicembre 2004, Sri Lanka
 
 
 
Amore, Amore è un dizionario di amori,
ognuno sceglie il suo [come] da un mazzo di carte truccato
 
Abbiamo visto quel ragazzo che suonava la viola in piazza
e abbiamo ascoltato la sua piaga così umana;
poi, anche noi, come tutti gli altri, ci siamo squagliati
e in uno zero ci siamo condotti per consumarci di baci e schiaffi
Però tu non riuscivi a dimenticare né il suo collo né il suo mento
 
Amore, Amore è un insieme di note a margine,
ognuno appunta e accorda la sua a caso
pescandola da un pentagramma fantasma
 
Te l’avevo detto che queste onde su onde avrebbero portato morte,
e non è servito a niente rimanere impietriti e poi gridare l’infinito:
l’Uomo Elefante ha recitato il suo barrito
e in un niente è sparito insieme a tutti i titoli di coda
Però tu non riuscivi a staccare lo sguardo dal nevischio sullo schermo
                                                                  [e dal suo tormento
 
Amore, Amore è un dizionario di amori
Amore, Amore è un insieme di note a margine
E quell’angelo di sopravvivenza in cui tu credi
è troppo impegnato a rifarsi il trucco per pensare a noi,
o anche solo al battito d’ali d’una ballerina sul Lago dei Cigni
 
Amore, Amore è la punta della mia sigaretta appena accesa
quando mi chiedi se puoi staccare una nota tutta per te
Amore, Amore è il calendario che perde i giorni
quando mi inviti a ballare l’ultimo lento per fingerci romantici
 
Te l’avevo detto che non ti sarebbe bastato
appoggiare la testa sulla mia spalla e poi piangere
 
Abbiamo visto quanto può essere crudele vivere insieme e da soli
Solo abbiamo scelto la vita da un mazzo di carte truccato
Solo abbiamo scelto la nostra nota da un pentagramma fantasma
Su questo siamo d’accordo entrambi, in questo almeno vorrei credere
 
Amore, Amore, ogni uomo ha il suo panico da sopportare e scaricare
Amore, Amore, ogni uomo è un po’ elefante e un po’ Nerone,
perciò solo ti chiedo di non domandarmi dove va a naufragare l’amore
 
Amore, Amore, ogni uomo è solo sé stesso
e non cambia perché Hiroshima o Tsunami
Ma ti prego lo stesso di non lasciarmi di te il vuoto
d’una gamba amputata
Ma ti prego lo stesso di non dire ai nostri amici
che continuo a scrivere poesie,
perché lo sai bene anche tu che non sono mai stato poeta
 
 
* (aggiunta in data 30 dicembre 2004)

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:43 | poesia | clicca per commentare commenti (42)



NUOVE STRENNE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, dicembre 27, 2004

 

NUOVE  STRENNE
 
 
 
 
di AA.VV.
 
 
 
 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 

 

 
 
And Jesus was a sailor
When he walked upon the water
And he spent a long time watching
From his lonely wooden tower
And when he knew for certain
Only drowning men could see him
He said "All men will be sailors then
Until the sea shall free them"
 
Suzanne, Leonard Cohen (Songs of Leonard Cohen, 1967)
 
 
 
 

 

ALLA FINE, UN’ARMA
IN NOME DELL’AMORE
(di Giuseppe Iannozzi)
 
a Chatterly, My Immortal Muse
 
 
 
Sto affondando in un intervallo che non avevo previsto,
e sono semplicemente un uomo in cerca di Dio o d’un miracolo
Tutti continuano a ripetermi che non è possibile,
tutti dicono che non può, che non può essere il sole e la pioggia
mano nella mano e una scarpa suolata e l’altra spiantata
Ma in questo momento io credo che abbiano detto il falso
 
Lo vedo nei tuoi occhi che l’amore esiste e sa piangere
Lo sento dalle tue mani il calore che tu, che tu mi puoi dare,
perché l’amore è cieco anche se è sbagliato, anche se è giusto
Così io credo che abbiano detto il falso gli uomini vestiti in nero
Ed ancora credo che non sia bello chiudere la porta in faccia al domani,
anche se dietro alle nostre spalle è tutto un deserto di sogni macinati
 
Maria fu sacrificata alla vecchiaia di Giuseppe;
ma lei era un angelo e lei non glielo disse mai
che un uomo più giovane sarebbe stato meglio
per accompagnarla nelle stagioni del suo destino,
per sorreggerla negli affanni che di lì a poco…
Così mi piace pensare che fosse la sua verginità
anche se non è tutta la verità, anche se è una ferita
 
Sto affondando nella tua bellezza per stringerla con forza fra le mani,
e sono solo un uomo in cerca di Dio e di un’arma, in nome dell’amore
Tutti continuano a dire che Moby Dick ha fatto una brutta fine,
tutti dicono che il Muro di Berlino è caduto per non cadere veramente
e tutti ripetono che Dio è morto per rimanere sepolto fra le macerie
Ma in questo momento io credo che abbiano detto il falso
 
Lo vedo nei tuoi occhi che l’amore esiste e sa piangere
Lo sento dalle tue mani il calore che tu, che tu mi puoi dare,
perché l’amore è cieco anche se è sbagliato, anche se è giusto
Così io credo che abbiano detto il falso gli uomini vestiti in nero
Ed ancora credo che la spiaggia si può camminare insieme a piedi nudi,
anche se sulla sabbia riposano storie di delfini morti in solitudine
 
Alla fine, Gesù spense gli occhi e la sua croce;
il dolore umano naufragava nell’amore
e le donne ai suoi piedi raccolsero il salvabile;
solo capovolse gli occhi al cielo di sé stanco,
cercando un tempo infinito fatto di nulla.
Così mi piace pensare che fosse la sua santità
anche se non è tutta la verità, anche se è una ferita
 
E tutto questo non lo posso dimenticare in una coppa di vino,
perché l’amore è cieco anche se è sbagliato, anche se è giusto
 
Sto affondando in un intervallo che non avevo previsto
Sto affondando in tutto il salvabile, e sono solo un uomo
Sto affondando nella tua bellezza, perché lo vedo nei tuoi occhi
che l’amore esiste e sa piangere, e sono solo un uomo
 
Alla fine, sto affondando in te, e non l’avevo previsto
Alla fine, sto vivendo in te, e non l’avevo previsto
Alla fine, l’amore è così, e non ti dirò quanto può far male
Alla fine, l’amore è così, e non ti dirò quanto può far bene,
perché sto semplicemente affondando, affondando in un miracolo
come un uomo in cerca di Dio e di un’arma, in nome dell’amore
 
 
 
 
 
TI VORREI A NATALE
(di Giuseppe Iannozzi)
 
ad Angela
 
 
 
Ti vorrei a Natale
Ti vorrei come Gesù Bambino
Ti vorrei come la Resurrezione
Ti vorrei danzare nel cuore
legando stretti i tuoi polsi
con un tenero nastrino di velluto rosso
Ti vorrei e ancora
E poi vorrei affondare il viso
nella seta dei tuoi capelli al vento
 
Ti vorrei come un Ciliegio in fiore
Ti vorrei come un assetato di dolore
o un dannato nel fascino del tuo sorriso
Ti vorrei costringere in una pioggia di petali rosa,
mentre indossi il tuo vestito migliore,
quello rosso che ti fa bianco il volto in amore
Ti vorrei e ancora
E poi vorrei scoprire l’Angelo che è in Te
e che si fa puro per me, per il mio cieco egoismo
Ti vorrei e ancora, e non è mai abbastanza
 
Ti vorrei prendere alla schiena
fingendomi burrascoso vento
Ti vorrei maledire e benedire nel mio nome,
perché tu lo possa appuntare sul tuo cuore
come una rossa rosa tutta da dissanguare
Ti vorrei fragile sulla Strada dei Ciliegi in Fiore
che si commuovono sotto il peso della loro ombra
Ti vorrei lagrima, ti vorrei petalo, sì, ti vorrei
come la costola d’Adamo, mentre ingoio il pomo
per un subito morire nel tuo intimo mistero
Ti vorrei e ancora, e non è mai abbastanza
 
Ti vorrei a Natale
vestita del tuo nudo vestito fatale
Ti vorrei consumare tutta
nell’attesa delle mie dita
che timorose sfiorano il tuo volto
con una bianca carezza,
mentre l’intorno si fa incertezza
e si colora di quel rosso vestito
che nella polvere terrosa hai gettato
 
Ti vorrei a Natale
per sempre o per un’ora sola d’amore
Ti vorrei e ancora, e non è mai abbastanza
 
Ti vorrei a Natale
per sempre, per sempre congelata in un’ora
Ti vorrei e ancora, e non è mai abbastanza
 
E non è mai abbastanza quanto ti vorrei
E non è mai abbastanza in questo Natale
E non è mai abbastanza il tuo nudo fatale
 
 
 
 
 
NATALE INSIEME
(di Giuseppe Iannozzi)
 
a Belynda
 
 
 
Quante strade ancora tutte
da percorrere
E quante porte ancora tutte
da aprire
Si stringe il cuore d’una donna
e le sue dita si fanno dure
sulla fragilità del tempo
Ma un uomo le dice
che l’ama, che l’ama
e che sarà per sempre
Ma lei non sa se credergli,
perché ha quel suo buffo cappello
di paglia che gli nasconde i neri capelli
e che invece dovrebbero donarsi al vento
e al suo abbraccio, al suo tormento
Ma lei non sa se sia giusto amarlo ancora
continuamente,
col cuore e con la mente,
solo perché ha un dono,
un mazzo di fiori e un’aria un po’ strana,
mentre gli pende la sigaretta fra le labbra
come una lagrima di fumo, come una dura
avventura
 
Poi, lei, imbarazzata, gli sorride
ma felice di scoprire
che è l’uomo di sempre,
mentre un rapido vento
gli strappa via il cappello
 
E si allenta piano la dura presa di lei
E torna il tempo a scorrere e la vita
come sabbia fra le tenere dita
E torna a respirare l’uomo
quasi soffocato dal suo stesso fumo,
spegnendo, con la punta del piede,
la sigaretta
 
Lei lo abbraccia, la sua porta gli apre
Lei gli dice che è Natale
e che c’è un posto vuoto
davanti al camino,
davanti al loro cammino 
 
E lei, reggendogli il capo, trema
ma stretto stretto a sé lo trattiene
E lui una lagrima, finalmente,
lascia che sia libera di fuggire
nel cuore e nella mente
E lei è la sola, ma proprio la sola
che la sa vedere
 
 
 
 
 
SEMPRE PREDATORE
(di Giuseppe Iannozzi)
 
 
Sempre predatore rimango:
come aquila il volo tento
spiegando i vanni,
stendendo i fogli al sole
e abbozzandoli con la luna.
Tornando poi al vincolo di partenza,
il sogno si fa quasi dimenticanza;
ma sempre il cielo scrivo
tra le nuvole,
e sempre il loro spessore faccio mio.
 
 
 
 
 
RIEN DE PLUS
(di Giuseppe Iannozzi)
 
a Valentina
 
 
 
C’è questo tavolino dannunziano
dove disegno il tuo volto cristiano
In mano ho un pennarello nero 
e dalla finestra filtra un sole
che non par vero, che non par nero
in questo dì invernale
 
Larmes et sanglots...
rien de plus normal
pour un homme seul !
 
 
 
 
 
LO SPIRITO DI NATALE
(di Chatterly)
 
 
Vecchi canuti vestiti di rosso
bambini plastificati
monete sparse sul mondo
balconi dipinti di luci
alberi sanguinanti linfa
immolati sull’altare
della festa pagana
rubata da falsi uomini pii.
 
Con Affetto.
 
Bloody Xmas to everyone.
 
 
 
 
 
POETA PREDATORE
(di Giada, Preziosa Perlina)
 
 
Poeta Predatore
La notte che spazzò
con la Sua Innata
Sensatezza Incisoria
Tremula Ancora,
Daccapo e
Ancora.
Era Presente In Sala
Agghindata una Giovinetta
Rallentata,
Gambe livide a Sostenerla,
Già Addormentata per il lungo
Commentare Ingegnosamente.
Puzza di bruciato
Le candele pizzicano gli Occhi.
E sento il ticchettio insistente
di Una mano che bussa alla
Finestra Con buchi Ovali al Centro.
Quindi fu Io
di far Effetto o Festa
per lo dolce meco segno?
Privilegia la vostra casa Onora
Degno e pregno
è il suo Spirito D’anime!
 
 
 
 
 
CHE SCIOCCO IL GRIDO…
(di Giada, Preziosa Perlina)
 
 
Pertanto, dimezzata poesia ho da offrirti.
 
Che
sciocco il Grido è sapientemente spento. Se desidero vivere sono costretta a
rastrellare il rigore. Sto Indietro. Eccola qui, che saltella come ‘na violetta
Amara. Non me la usate inutilmente la Voga ca tène a ipertermia forte. Siediti
Ospite e inizia a dialogare, mi diverte ‘sta responsabilità. Mi sono guadagnata
n’avvenente acquavite. Non devi diventar rosso come nu pomodoro maturo. Volete
lasciarlo in Provvisoria Pace ‘stu figliu cresciutu? Signori, niente da fa. Avete
affermato, che sulla Poesia di chissu benedetto figliu campate. E ora, ho firmato. La
stima nel Poeta Predatore, io l’ho ritrovata qui “Caverna rocciosa”. Tutto
è consentito a mio Parer! Ora me ne vado a divorar castagne arrustute. Tira a
Sapienza e inizia a scrivere.
 
 
 
 
 
SIAMO FRAGILI
(di Marmarmare)
 
 
siamo fragili,
steli di giunco in una notte di tempesta
 
ci leghiamo ad aghi di pino,
ci ancoriamo e ci lasciamo portare via
nel vento, col vento
volando sopra i misteri della nostra fantasia,
attraversando silenzi e tenerezze
meravigliandoci delle magie,
incontrando paure e nostalgie
cercando poesie
planando nella nostra essenza
nel vento che si placa, nei sogni che svaniscono
 
svegliandoci al mattino, o non dormendo mai
 
 
 
 
 
ATLANTE INDIFFERENTE
(di DouceFolie)
 
 
Atlante indifferente
conti le stelle sotto il peso
dei tuoi amari perché,
graffi i cieli con la rabbia,
scacci i venti con i pugni
e i rimpianti sempre uguali.
E’una tazza di cicuta
questa vita, questa notte,
che in un sorso volontario
lava i pianti, i baci, i sensi.
Ma tu dormi, Atlante dei rimorsi
perché le stelle son molte ancora
e i cieli ancora intatti
e i venti sempre più tenaci.
 
 
 
 
 
PER INCONTRARSI
(di NonLuisa)
 
 
Per incontrarsi, chi lo avrebbe detto,
è necessario far di conto,
imparare la sottrazione fino al nulla,
la dimensione più uguale e più umile
che spalanca le porte dell’Io divengo.
Allora mi accorgo dei miei sentimenti per te
schierati davanti a me,
severi, a rimproverarmi
il tentativo di continuare a soffocarli.
Sentimenti non come astrazioni,
ma concreti come la forza di rimettersi in piedi e
sinceri come mai
nel riconoscerci a un bivio: da cui fuggire
e a cui tornare e nessun altro,
per quanto ne so, da controllare.
Ti amo non lo so dire,
mi appartiene la voglia d’imparare la strada
della fiducia e il vigore delle impronte
per trovarmi al cospetto
dei tuoi occhi di lago che
placidi riflettono una luce gentile e
restituiscono a me la mia immagine buona.
Tu sai che non so amare con l’entusiasmo,
fuori del tormento e
spesso tentata di richiudere il passaggio
dei miei luoghi difesi;
spaventata dalla faccia mia nuova,
correndo il rischio di lasciarvi dentro
solo un fardello di intenti mancati.
 
 
 
 
 
FA’ DI ME LA TUA GEISHA
(di VoglioTuttoeNiente)
 
 
Ho portato il paradiso,
la divina luna piena
che partendo dall’inserto della schiena
si divide in due speciali mondi
e racchiude nel suo profondo
il più vecchio mistero che c’è al mondo
Ho portato ricordi di passioni struggenti,
attimi magici che non si ripeteranno.
Ho portato il tuo profumo addosso
e il tuo sapore dentro...
Ho portato le tue mani sulla pelle
e i tuoi gemiti nelle orecchie ...
Ho portato eventi
che mi feriscono come lame affilate e sanguinanti
Ho portato corse verso mete irraggiungibili.
 
 
Ho portato desideri e capogiri.
Tu sei entrato in punta di piedi
per sbaragliare, con indizi di infinita dolcezza,
tutto ciò che era vuoto e stonato.
 
A D E S S O
 
Fa’di me la tua geisha.
Voglio indossare per te il kimono di seta rossa
e servirti, su una foglia di loto, il mio sesso e il cibo
che spezzeremo assieme con pacata fierezza:
mangeremo in silenzio guardandoci negli occhi...
Ti stupirai quando vedrai il tuo sguardo,
ormai abituato a penetrare dolori e affanni,
arrestarsi di fronte alla magia delle mie dita.
 
...
 
Con tocco soave fermerò il tuo occhio,
sulle mie curve e sulle mie labbra...
Solo allora ti prenderò fra le mie braccia e dentro di me.
... Fammi essere la tua dolce geisha.
Fatti sognare.
... non riuscirai a raccontare quello che accadrà.
... non basteranno le parole.
 
 
 
 
A tutti Voi, Grazie.
 
Siete Voi i Poeti.
 
 
g.i.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 04:26 | poesia | clicca per commentare commenti (48)



PRIME STRENNE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, dicembre 24, 2004

S T R E N N E
 

 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 

 

 

SARA’ TARDI
 
a Giada, Preziosa Perlina
 
 
Ascoltami adesso che ho un pianto
che non vuol venire. Ascoltami
adesso: non ho niente di particolare
da dirti, ma ho un canto d’osteria
che spinge il cuore ad ubriacarsi
di un po’ di malinconia, di rosso vino.
Le donne trascorrono come i giorni
e ogni nuova alba si fa più dura
da sopportare. Così, solo ti chiedo
di ascoltarmi adesso che non ho niente
di particolare: il vento continua a stormire
e io a cantare fino a quando si fa l’ora
di dormire. Ascoltami, ascoltami adesso
che so vivere sempre tirando a sorridere,
perché poi sarà tardi anche per morire.
 
 
 
 
SARA’ ROCK’N’ROLL
 
a Niobe
 
 
Come una maschera lunare sento
l’incanto e il suo pallore,
mentre mi faccio scuro in volto
e nascosto rimango al vento
che punta su di me il suo fiato.
 
Come un agnello sacrificale
solo aspetto il mio momento
per vivere, fuggire o morire:
sarà lo stesso, sarà rock’n’roll,
o il bacio d’una donna sconosciuta
eppur da sempre amata.
 
Nei tuoi occhi s’insinua il dolore
e un amore gitano; sulla tua bocca
il fiore più bello di Monnalisa
e tutto il suo languido mistero.
 
Nei miei occhi s’insinua una religione
che è luce in cielo di mille fuochi d’artificio;
e dalla mia bocca solo potrai ascoltare
quanto e quanto tutto questo ci fa amare.
 
 
 
 
L’ORECCHIO
 
alla Signorina Viandante
 
 
Tragico l’orecchio
che alla notte diede via
per un amore o una follia,
o solo per rimanere
fedele ai colori suoi.
 
 
 
 
CHIMERA
 
a Mara
 
 
Nel colore del maturo grano
si perdeva l’infinito sguardo
degli occhi tuoi blu come cielo;
e dentro, tutti i sogni d’una chimera
che ti seduceva con vane parole
d’oro… naufragate nella luce del sole.
 
 
 
 
ULTIMA DEA
 
a SpesUltimaDea
 
 
Ah natale! Neanche porta
un bianco fiocco di neve
o una lagrima in paradiso,
ma solo di sé l’illusione,
una rosa che i petali perde
e che noi, fragili, indarno
cerchiamo di cogliere tutti,
tutti con tesa mano al cielo.
 
Ah natale! Qual cupo silenzio
ti gela l’anima ai semafori?
Un indecente incidente, la piuma
d’un angelo caduto che il vento
presto lontano spazzerà via, o forse
solo il nostro sguardo sprofondato
in quello del cieco occhio di dio.
 
Oh, Ultima Dea! Dov’è ora
il tuo cuore, lì è il mio a tenerti
magra compagnia, ma sempre
consolandoti con umana preghiera…
la mia mano che forte stringe la tua. 
 
 
 
 
ABBRACCIO
 
a Bonny
 
 
Vecchio Amico,
a Te un caldo abbraccio
con tanta amicizia e stima,
in questo periodo
che vede nascere il salvatore
per un subito morire.
Ma il nostro solidale abbraccio
eterno nei secoli resterà,
sfidando del tempo
tutti i perigliosi accomodamenti.
 
 
 
 
NEMMENO UN RICORDO
(severo profilo ebreo)
 
a Chi la vuole per sé
 
 
Di te, nemmeno un ricordo,
o la pelle d’un lupo o d’una volpe,
o un morire dentro ai flutti d’un fiordo;
ma soltanto la tua lezione di crudeltà
impressa nella labile mia ménte
che mente, oggi come allora. E tutti
i miei “lo so!”, raccogliendo more
tra il verde di mille fasci d’ortiche.
 
No, di te, di te nemmeno un ricordo
o un po’ di pallido sole a rischiarare
il mio sguardo, o una lama di luna
a raschiare un po’ di consumata verginità
dal cervello.
 
No, di te, di te nemmeno una corda
legata al mio collo: esso, a dispetto di tutto
e tutti, ancora regge il severo profilo ebreo
che conoscevi così poco bene. Ecco tutto.
 
 
 
 
E DOMANI SARO’ MORTO
(di H. Hesse - traduzione di G. Iannozzi)
 
a Cinzia
 
 
E’ un meraviglioso pensiero,
i miei occhi, che erano tanto limpidi,
si spengeranno e la mia bocca dimenticherà
i mille baci che ho dato.
 
Poi il mondo, che mi ha conosciuto,
con la sua sgarbata indiscreta mano
strapperà via l’involucro della mia vita.
L’uno dimostrerà all’altro,
che sono stato un uomo malvagio,
un poeta, un bugiardo, un vanitoso, un pazzo.
E posdomani, quando sarò dimenticato,
un altro con uguale metro verrà giudicato.
 
Nel mentre, in un altro mondo,
una dorata stella dal cielo cadrà,
ed un pianto, un lamento passerà
intorno a lui, intorno all’unico,
alla dorata stella che così presto svanì.
E quella stella ero io.
 
Anche la mia ragazza piangerà.
Poi, gli altri, cantando, si presenteranno
in casa e la dissuaderanno.
Insieme seduti staranno, bevendo vino
e di me rideranno.
E calde e rosse le sue labbra saranno.
 
Domani sarò morto.
 
 

 

 

EVILETTA
 
a Chatterly, Eviletta, My Immortal Muse
 
 
Per Te, solo ho un miserello dono,
Eviletta. Per Te, solo ho un alberello
di parole e un milione di lucenti stelle
soffiate dalla mia bocca alla tua.
 
Per Te, dolce Eviletta, bianchi dentini,
capelli di grano, un piccolo pensiero
che è un tenero innocente sbocciare,
un baciare l’impossibile e un giro di dò.
 
Per Te, Creatura della Notte, un sussulto
chiuso nel petto, un terremoto d’emozioni
e la mia scassata Harley che riposa i suoi cilindri;
ma a Te, in più, tutta la poesia che so scrivere.
 
Per Te, Mia sola Musa, un po’ di fresco chiasso
e la mia vecchia Fender, e la mia Moka e il caffè
caldo al mattino.
 

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CREATURE NATALIZIE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, dicembre 22, 2004



x Creature Natalizie  x  

  

Cari Vecchi Bastardi, Buone Feste!

 

 

 di Giuseppe Iannozzi

 

 

  

 

† - ADORABILI CREATURE
 
 
Ma quante adorabili creature!
Qui un pistone, poco più in là
una chiave inglese che fa humour,
e io sul sofà a far quattro chiacchiere
con un dandy e Jack Lo Squartatore
che mi chiede un fazzoletto
per asciugarsi le mani di sangue.
Quante voci e quante risate!
E c’è pure Pinocchio che s’allunga
in una bugia mentre cerca di sedurre
Biancaneve che, col bianco nasino,
tira da una vergine pista un po’ di cuore
e un battito irregolare.
 
Ma quante adorabili creature!
Qui il ditale, l’ago e il filo,
e un Cammello: non ce la fa proprio
a passare per la cruna.
E lo Spaventapasseri ha perso
l’ago nel pagliaio e adesso piange,
mentre il Fantasma dell’Opera
passa fra gli esagitati invitati
azzardando la parte del cascamorto:
a tutti regala un’aria un po’ strana
e una coppa di champagne almeno.
 
Ma quante adorabili creature!
Charles Manson ha il pancione
e i seni gonfi, e si commuove
come La Bella Addormentata:
è la prima volta che aspetta un figlio,
ma Jack, molto severo, gli ha detto
che sarà un taglio cesareo netto.
E Cesare si sfoga in un’aria annoiata.
Per Giove! Ha su una brutta cera davvero:
ha appena acquistato un set di coltelli in TV
e si chiede se Cleopatra o Bruto
si ricorderanno del suo compleanno.
 
Ma quante adorabili creature!
Falce & Martello alzano la voce
e prendono a calci in culo la Svastica,
e pure il Fasciocomunista infiltrato
che nessuno ha invitato.
Io resto sul sofà con l’osso sacro
sprofondato nel soffice, e guardo
e sento e ascolto e parlo, poi sbadiglio.   
Ma quante adorabili creature!
Quante voci e quante risate!
 
 
 
 
 
† † - AMOREVOLI CREATURE
 
 
Ma quante amorevoli creature!
Fanno una gran babele due Due di Picche:
uno siede a destra con la Bibbia in mano
per sentirsi più vicino a Dio,
l’altro sta sulle sue ma a sinistra
e si regge su patetici trampoli,
e tutti e due vanno cianciando,
mano nella mano (una mano lava l’altra),
che domani sarà migliore il vino
e pure l’amore, ma solo dopo
la Manovra Finanziaria.
 
Ma quante amorevoli creature!
Bacco è ciucco completo: s’affida
alla Cieca Fortuna, cercando
d’appuntare la coda d’Asino
al Gatto, ma la Volpe gli spara
in mezzo agli occhi lo Zecchino d’Oro
e una manciata d’Avena.
Quante voci e quante risate!
Albert Einstein gioca alla IV Guerra Mondiale
e sceglie solo i sassi migliori come un Gallo,
mentre Isaac Newton si lambicca il cervello,
con somma gravità, mordendo una rossa mela.
E la Strega Cattiva si dispera davanti allo specchio,
e Obelix le porta un po’ di pesante consolazione
consigliandole una bellezza da antologia.
 
Ma quante amorevoli creature!
Il Bue e l’Asinello sprecano
un po’ di fiato, e agli accaldati Re Magi
consigliano il Vangelo, mentre Gesù
in ginocchio chiede a Maddalena    
di sposarlo se è vero che gli vuole bene
e non gli tira il gusto della Crocifissione.
E Billy the Kid spara alla Cometa,
e Marlene Dietrich rifiuta
la corte del Nazismo buttando giù
un bicchiere di tragica ironia,
mentre il Principe Azzurro la seppellisce
in una dimenticata Scarpetta di Vetro.
 
Ma quante amorevoli creature!
Ed io bestemmio un Bastardo Natale,
e poi mi prende un’incontenibile voglia
di sparare un sonoro calcio in culo
a tutti quanti. Però dovrò accontentarti
- anche quest’anno, porco Dio! - 
di chiavarmi la Befana e la sua Muffa
dabbasso.
Ma quante amorevoli creature!
Quante voci e quante risate!
 
 
 
 
 
† † † - ESECRABILI CREATURE
 
 
Ma quante esecrabili creature!
Giovani Mozzi smozzicati s’imbarcano
su catastrofiche barchette di carta
a fare marchette, lasciando
che l’avaro Canto d’improbabili baffute
Sirenette si costringa in compagnia
e gioia. L’orecchio di Dioniso si fa sordo
e Apollo gli spacca la lira in testa
perché così gli va, poi sputa dalla bocca
un’esecranda poesia dando fiato
all’ispirazione che dabbasso lo fracassa.
 
Ma quante esecrabili creature!
Il Signore delle Mosche piange come un vitello
e Marilyn Monroe muore ancora una volta
stringendo al petto l’inventata verginità
di Kennedy. E Pier Paolo Pasolini, morto
e sepolto nel revisionismo critico,
si fa Santo Bevitore; e un Accattone
si dispera cercando invano
Bocca di Rosa in ogni dimenticato
vicolo; ed è la sola, ma proprio l’unica,
che ha in bocca la bocca della Verità.
 
Ma quante esecrabili creature!
Preti Neri come il Petrolio si fanno liberatori
e stuprano inumane stragi a destra e a manca;
Dio li assiste e pure il Diavolo.
E mai che la Scimmia gli schiacci
le spalle e le palle.
Ma quante voci e risate!
Si prepara l’Ultima Cena
e tutti, ma proprio tutti,
s’ammazzano di risate spezzando
il pane, bevendo il vino
e benedicendo chi ancora vivo.
E Gesù non ne vuol che sapere
di morire, ma Giuda gli sta alle costole
e, in segreto, pensa che non poteva essere
diversamente il versamento di sangue;
e continua a bere, in una falsa lagrima,
l’anima di Gesù e quella sua pure,
che vale trenta denari  e uno scheletrico
alberello dove legare il collo.
 
Ma quante esecrabili creature!
Mi fa male l’osso sacro e non poco,
e il soffice sofà non basta più:
ma resto accomodato e guardo e sento
e ascolto e invano parlo, poi sbadiglio,
rendendomi conto d’esser peggio
di tutto il peggio che ho spiato,
mentre Jack lo Squartatore mi usa la cortesia
di buttarmi addosso il fazzoletto imbrattato. 
Ma quante esecrabili creature!
Quante voci e quante risate!
 
 
 
 
 
… IN CHIUSURA …
 
 
Più non reggo né il Natale
né il suo Spirito Fantasma
che m’ubriaca di collera
e humour.
 
Cari Vecchi Bastardi,
non guardo né sento, non ascolto
e non parlo, nemmeno sbadiglio,
ma a quel Paese Vi mando regalandovi
Un Biglietto Esplosivo di sola andata. 
 
Ma quante adorabili creature!
Non guardo né sento, non ascolto
e non parlo, nemmeno sbadiglio.
Quante voci e quante risate…
ma in dissolvenza!
 
Ma quante amorevoli creature!
Non guardo né sento, non ascolto
e non parlo, nemmeno sbadiglio.
Quante voci e quante risate…
ma in lontananza!
 
Ma quante esecrabili creature!
Non guardo né sento, non ascolto
e non parlo, nemmeno sbadiglio.
Quante voci e quante risate…
si fanno assenza! Finalmente!
 
 
E mi scappa una scoreggia.
Chissà! Forse ne sentite il rumore…
forse solo il fetore…

 


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LIBERA NOS DOMINE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, dicembre 20, 2004



 

xLIBERA NOS DOMINEx

  

 

 

di Giuseppe Iannozzi



VIA CRUCIS

 

 

 

(ispirata a “Via Crucis” di Chatterly)
 
 
 
a Chatterly, My Immortal Muse, con immensa stima ed infinito affetto,
ricordando tutti i caduti in guerra
 e il loro sangue che impasta la nostra fredda terra
 
 
 
 
In questi giorni la terra mi trema dentro alle fredde ossa:
gli uomini si gettano a capofitto in una disperata impresa,
e poi, fra le mani, le nude budella espongono; invano cercano
di ricacciarle dentro all’epa in un atroce lamento, in un tormento
che di sé mai è contento. E inghiotte la terra ogni vita senza scampo.
 
In questi giorni non vedo né il sole né la luna ma solo un nullo cielo:
le donne piangono lagrime di sangue, si fanno pallide in volto
e, gridando mute che non è vero, su di loro cala un pesante velo;
e finiscono col strappare i giorni dal lunario tremando fragilità,
lasciando i capelli sciolti al vento, morendo piano nei confini del tempo.
 
C’è un urlo che si spande da cielo a cielo, poi è l’eco del niente:
lo conosco, è quello mio tra le tombe. Ma non osa l’alma mia
di chiedere perdono a dio, perché troppi ho lasciato a soffrire
e troppi ho seppellito accanto a me insieme al destino mio,
lasciando loro solo la triste eredità che più non c’è verità.
 
Avrei voluto vivere per sempre reggendo il tuo sguardo,
tenendo la tua mano nella mia come quand’eravamo bambini
a giocare nei prati la guerra dei primi innamoramenti.
 
E poi, ancora, avrei voluto dormire nei tuoi capelli d’oro e d’argento
per sognare insieme a te il miracolo dei fiori in boccio e la primavera.
 
E non so - o solo non oso - immaginare quant’altre gioie da scoprire
nella bocca tua di miele e d’amore. Ed invece è questa Via Crucis
che, stanca di sé, si trascina in mezzo a mille fiati raccolti in dolore.
 
 
 
 
 
LIBERA NOS DOMINE
(dialogo a due ispirato a “Waiting for a Sign” di Chatterly)
 
 
 
“Sapevo che m’avresti risposto solo dopo averci pensato su, non una, ma due volte almeno. Sapevo fin dall’inizio che sarebbe stato un no. Ma ci ho provato lo stesso: era in me sopravvissuta una pallida scintilla d’illusione che non fossi cambiato.”
“Ti ho dunque deluso.”
“No, non troppo. Più di me hai deluso te stesso. Ma se vuoi saper tutta la verità, questa consapevolezza, or come ora, non mi fa né caldo né freddo. Anche il pallore che credi di leggermi in viso s’è spento, caro amico d’un tempo remoto.”
“Così crudele sei!”
“No, ti sbagli. Non lo sono. Sono solo libero di difendermi da te… ignorandoti.”
 
 
 
 
 
IL SACRIFICIO
 
 
Lui le fece scudo col suo corpo: tutti i proiettili l’accolse nel suo maschio cuore come fossero baci della donna amata. Ma quando si voltò, la trovò cadavere a terra: le turgide rosse labbra di lei sprigionavano esiziale sapore, quello della polvere da sparo; però lui la baciò lo stesso, un’ultima volta.
 
 
 
 
 
IL NIENTE
 
 
Quel giorno il vecchio critico sfogliò la prima e l’ultima pagina del voluminoso libro che gl’era stato inviato affinché lo recensisse. Tutti i colleghi s’erano prodigati come scimmie, tutti avevano detto che il romanzo non poteva che essere l’opera prima d’un genio; ma il vecchio consumato critico solo si limitò a dire ch’era il primo e l’ultimo fallimento di chi aveva creato il niente in mezzo a mille pagine scritte fitte fitte.
 
Il giorno dopo sulle colonne del prestigioso Letterario apparve la recensione: “Il niente occupa sempre troppo spazio.”
 
 
 
 
 
IL CERCHIO DI GIOTTO
 
 
“Vorrei fare colla poesia quello che Giotto fece col cerchio! Vorrei la Perfezione.”
“Be’, per il momento accontentati di parlare come mangi e vedi di gonfiare a dovere quella cazzo di gomma.”
 
 
 
 
 
BALLERINA DI VITA
 
 
La vita è danzare sulle punta dei piedi, sempre volando, anche se le scarpette sono pianto di piombo.
 
 
 
 
 
IN VOLO
 
 
Nel raggio delle mie ali disegna la tua libera ombra in volo. O perisci insieme a me, qui, ora, tra scarafaggi, santi e sapienti dove neanche un’inchiodata ombra è possibile sui muri quando il sole o la luna.
 
 
 
 
 
LIBERO
 
 
Tu che sai la mia vita
non chiedermi della tua
perché ignorante rimango
come sempre. Sempre,
e per sempre, libero.
 

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ANTARTIDE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, dicembre 18, 2004



ANTARTIDE


di Giuseppe Iannozzi


 

 

ANTARTIDE
(O VAS CON ELLOS…)
 
 
sarò una rosa nel cuore di dino campana
o solo la cronaca d’una morte annunciata
un cielo che si capovolge da sé
il filo dell’alta tensione, il pericolo, un pretesto
tutta la saudade ottusa ed indifferente del freddo
in antartide
 
a la pata llnaa
o vas con ellos o te quedas conmigo
 
sarò un pinguino arpionato, la tua voce persa nel terrore
o solo l’ambiguità di chi grida giustizia, fame e pane
un treno senza passeggeri che scricchiola gelo ad ogni binario morto
tutta la baldoria d’un freddo carnevale di vuote maschere
in antartide 
 
estoy por marcharme sin despedirme de nadie 
o vas con ellos o te quedas conmigo
estoy seguro de lo que te digo
 
entre las lluvias y las heladas me he quedado sin cosecha
o vas con ellos o te quedas conmigo
el bien común está sobre los intereses particulares
estoy seguro de lo que te digo
 
o vas con ellos o te quedas conmigo
corazón apasionado no quier ser consejado
 
sarò un husky braccato dai tuoi denti di sangue
sarò un whisky nelle vene e una pista di neve
sarò infine benedetto dal freddo urlo della tua voce
o solo uno scherzo del destino clandestino
in antartide
 
sarò un poeta, un’aria mondana e pomposa
un divano, una noia nel ventaglio dei tuoi sorrisi
una mano, una storia in bianco nel polsino della giacca
sempre pensando che in antartide il sudore può uccidere
 
a la pata llnaa
o vas con ellos o te quedas conmigo
 
o vas con ellos o te quedas conmigo
corazón apasionado no quier ser consejado 
 
sarò una vittoria sconfitta e una rosa sottoghiaccio
tutta la meraviglia che non sai capire
sempre pensando che in antartide il sudore può uccidere
 
sarò un esploratore e una tomba di ghiaccio senza nome
sarò la tua verginità da sfogliare fra le pagine di tutti quei libri
che mai hai letto
sarò un reumatismo al cuore, un imbroglio, una fatalità
sarò un letto di sale, una spina di ghiaccio nel cuore di sibilla
in antartide
 
perché in antartide c’è il canto del cadavere della tenebra 
ma non c’è tenerezza che non possa morire
 
o vas con ellos o te quedas conmigo
corazón apasionado no quier ser consejado
 
o vas con ellos o te quedas conmigo
corazón apasionado no quier ser consejado
 
o vas con ellos o te quedas conmigo
corazón apasionado no quier ser consejado
 
 
 
 
 
BRR, FREDDO FA!
 
 
Brrr, freddo fa!
Questo tempo che,
che sembra non passi mai,
ma proprio mai,
mi spinge tra le coperte
a cercare il peccato
del sogno,
a sognare la castità
dell’innocenza.
 
Brrr, freddo fa!
Non so neanche dire
se fuori ci sia un invernale sole
o un lenzuolo di grigie nubi.
 
Oh, Eterna Purezza,
dov’è che t’ho persa?
Mi passa l’ombra mia davanti
e tosto s’accuccia a me accanto,
poi si comprende
nel rifugio mio di coperte
e mi scalda i piedi come meglio può
anche se sempre poco è.
 
Brr, freddo fa!
No, non mi diverto
con il tanto e il poco che,
che ho addosso. E
mi scappa uno starnuto
e un “ma!”, che pare un rifiuto
nell’ombellico sprofondato.
 
Brr, freddo fa!
E io, da sola,
che cerco…? cerco di capire
se mi riuscirà di dormire?
 
 
 
 
 
QUANTO FREDDO E’
 
 
Mia Dama, ma come! Quanto,
quanto freddo è il freddo,
che ti dà il suo crudele morso
per farti dolcemente miagolare?
 
Ma tu gattoni per casa,
raffreddata e influenzata,
toccando tiepidi pavimenti
di poesia lastricati. E il Caso
da me ti porta almeno col pensiero:
e s’allarga caldo il mio sorriso.
 
[…]
 
Oh Tempo! Tu fuggi
ma influenzando la mia Dama,
e mi lasci confuso
ad inseguire i miei passi.
Ed io prometto che t’acciufferò,
prima o poi, inventandomi
nella misura d’un salto felino.
 
 
 
 
 
SUL FUOCO
 
 
Alle volte bisogna
passar la mano sul fuoco
solo per scoprire
che è freddo cadavere
uguale alla nostra anima.
 
 
 
 
 
DISTANZA
 
 
Ecco, la Distanza
si spezza
in due frammenti:
si fa Nebbia,
si fa Gioco di Visioni
dove noi riposiamo
l’Alma e il Corpo.
 
Scriviamo
con penna di luce
quasi
avessimo in mano
la Pistola o la Verità
che ci ucciderà
in una nuova vita.
Ma poi
ci assale il panico,
quello solito,
e i fogli
si perdono
dentro alle Visioni.
E la mente
vagola
tra i ricordi:
cerca
ancora Nebbia,
e la Profondità
della Distanza
ridotta a Frammenti.
 
Così bambini siamo,
egocentrici ed innocenti!
 
 
 
 
 
UN ALTRO CIELO
 
 
A Chi credere, allora?
Ma c’è davvero bisogno
di credere in un Altro Cielo?
in un Infinito che si possa dire,
almeno un poco, simile a Noi?
 
In fondo, in fondo,
siamo tutti ribelli:
ma solo spicchiamo il volo
grazie ad ali posticce
di angeli e demoni.
 
Poi al suolo, da soli,
ci spacchiamo ossa e fedi.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:15 | poesia | clicca per commentare commenti (18)



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