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L'INCOSCIENTE - DIEGO CUGIA

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, febbraio 28, 2005

 

LINCOSCIENTE
 


 
DIEGO CUGIA
 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
 
Diego Cugia di Sant’Orsola, nato a Roma da famiglia sarda, è giornalista professionista, autore e regista: la sua carriera prende avvio in qualità di autore di satira per diversi varietà radiofonici tra cui spicca Mocambo Bar scritto a quattro mani con il cantautore Paolo Conte. In seguito, grazie ai programmi Torno Subito e Viva la Radio, è riuscito ad imporsi presso un pubblico ‘giovane’. Tuttavia il grande consenso arriva con l’invenzione del ‘radiofilm’; il format del tradizionale radiodramma è radicalmente cambiato: si passa dal teatro da camera al cinema da ascoltare. Grazie all’impiego di voci famose del doppiaggio, basti citare Sergio Graziani, Emanuela Rossi, Ilaria Stagni, e l’uso di effetti sonori presi a prestito dal repertorio del cinema americano, il radiofilm è diventato una realtà targata dal personalissimo stile di Cugia. Con i romanzi multimediali, Il Mercante di Fiori, Domino e Alcatraz, Diego Cugia si consacra come autore eclettico per un uguale successo di critica e pubblico.
I personaggi di Cugia sono sempre legati ad un’attualità ferale e cruda, spaventosamente contaminata: una giusta misura di pessimismo e di realistico esistenziale ottimismo. Ad esempio, Maria, la protagonista del Mercante, è vittima del racket internazionale della prostituzione; Domino, la piccola protagonista del romanzo omonimo, subisce attivamente/passivamente una sofisticata quanto imbrogliata violenza virtuale, poi la clonazione dell’anima. Jack Folla, DJ rinchiuso nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione, rappresenta un po’ l’espressione virtuale del nostro Ego collettivo, quello più ascoso e difficile da partorire. E’ Jack Folla a dare a Diego Cugia una notorietà notevole; se ad inizio carriera Cugia era ascoltato da pochi curiosi e attenti estimatori, con il personaggio di Jack Folla, Cugia è oggi voce che è impossibile non tenere in debita considerazione. Ormai Diego Cugia ha abbattuto il ‘muro di gomma’ della comunicazione proiettandosi in una dimensione espressiva dove il minimalismo così come la cultura alta sono entrambi strumenti validi per dar maggior risonanza alla propria voce.
“Da ragazzo ho letto i romanzi che ho più amato: "Martin Eden" di London, "Le illusioni perdute" di Balzac, "Alla ricerca del tempo perduto" di Proust, "Demian" di Hesse, le "Conversazioni in Sicilia" di Vittorini, "Tonio Kroger" di Mann, "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa, "Lo straniero" di Camus e tutti i romanzi di Dickens pubblicati in Italia. Le "Memorie di Adriano" della Yourcenar, invece, Stendhal, i russi, la narrativa americana (Conrad e Melville) e in particolare quella sudamericana, a partire da "Cent'anni di solitudine", li ho letti dopo. Da ragazzo mi sono abbeverato a tutti i racconti di Poe, di Buzzati, di Calvino, di Cechov. Alle poesie di Rilke, di Borges, di Silvia Plath, di Eluard, di Neruda e di Evtušenko, e soprattutto di Giovanni Pascoli.
L'amore per Pascoli e per la letteratura lo devo a mio padre e alla sua voce che tremava leggendomi "La pecorella smarrita" o "Tra San Mauro e Savignano" e alla sua sfavillante biblioteca. […] Sono entrato in analisi freudiana all'età di quattordici anni perché diventavo rosso quando parlavo con le ragazze. Ho partecipato alla prima terapia di gruppo in Italia, al Policlinico Gemelli, all'età di sedici anni, e una delle partecipanti, nella prima seduta, ha detto "Vorrei fare l'amore con lui." Tutti mi hanno guardato e sono diventato rosso come una lampada di cartapesta cinese, ma sono riuscito a dire "Veramente l'ho pensato anch'io di lei." Con la terapia di gruppo ho imparato a non mettere filtri fra ciò che si pensa e ciò che si dice. Con l'analisi individuale ho imparato a mettere filtri tra ciò che si è e ciò che si sogna di essere. Oggi penso, comunque, che la vita sia la migliore maestra in circolazione e che la psicanalisi abbia un solo, grande difetto: quello di farti ripiegare su te stesso fino a farti ombra e, paradossalmente, a impedirti di crescere.
Sono stato iniziato al Krya Yoga, lo yoga spirituale, dall'allievo di Paramahansa Yogananda, un indiano di più di ottant'anni e dal sorriso senza tempo che sosteneva di essere stato mio figlio in una vita precedente. L'ho molto amato, ma non amavo i suoi discepoli come, generalmente, non amo le "scuole", le sette, i club e le lobby, comprese le spirituali.
Sono diventato giornalista professionista a ventun anni, il giorno dopo l'editore de "Il Globo" mi ha licenziato perché, nonostante avessi scritto più di trecento articoli, mi ero permesso di fare l'esame sottraendomi alla mia condizione di "negro". Nonostante le promesse, la redazione non ha fatto un'ora di sciopero. La settimana successiva sono stato ricoverato per una broncopolmonite fulminante di origine sconosciuta e, dopo un mese tra la vita e la morte, sono stato salvato da un nuovo antibiotico non ancora in commercio. Grazie a questa esperienza ho scritto il mio primo racconto, s'intitolava "La sfida". Dal 1974 al 1976 ho inviato racconti e poesie a tutti i giornali d'Italia. Nessuno mi ha mai pubblicato o risposto. Nel 1976 "La Fiera Letteraria" mi ha pubblicato due poesie. L'articolo di presentazione cominciava così: "Chi lo dice che in Italia non esistono più poeti? Noi ne abbiamo scoperto uno…" Lo ricordo come uno dei giorni più emozionanti della mia vita…”
Tra le opere pubblicate: Rumors (Rai-Eri, 1997), Domino (Rai-Eri, 1998), Jack Folla Alcatraz (Mondadori, 2000), Jack l'uomo della Folla (Mondadori, 2002), Il mercante di Fiori (Mondadori, 2002)L’Incosciente (Mondadori, 2003), Jack Folla - Lettere dal silenzio (Mondadori, 2004).
Il romanzo di Diego Cugia, L’Incosciente, che non esito a definire come uno dei migliori romanzi apparsi a firma di un autore italiano, conferma - non che ce ne fosse effettivamente bisogno - la poliedrica grandezza di Cugia. Diego Cugia è artista che scrive usando la tecnica della fiction senza mai abusarne e che sempre evidenzia una lotta estrema contro l’ipocrisia dilagante nei corridoi della politica e dell’intellighenzia. La fiction di Diego Cugia non è fine a se stessa: la storia narrata è quella di un broker che si accorge a quarantanove anni che non può assicurare “nessuno”, che non si può rimettere la vita degli altri in una polizza, in un pezzo di carta. Un romanzo esemplare per i contenuti espressi e per lo stile adrenalinico. E’ sufficiente leggere queste poche righe per comprendere la forza espressiva di Cugia: “Non si cambia, né con la religione, né con la psicoanalisi, né con il tempo. Ci si tempera, ma non si cambia… Mio padre mi aveva inculcato il principio secondo il quale se tutti gli altri ritengono di stare dalla parte della ragione, tu non puoi trovarti che da quella del torto. Il dogma del branco. Per reazione, il mio carattere si era adagiato sulle fiammanti parole di Brecht: “Ci siamo seduti dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano già occupati.” Mi chiedevo se la verità non stesse nel mezzo. Quando mai la verità sta nel mezzo? La verità si arrampica sui tornanti delle opinioni, si attesta su cime estreme e disagevoli, ci osserva isolata e silenziosa, talvolta senza un contemporaneo che la condivida, e attende per anni di essere ripassata al setaccio della storia, e non è neppure detto che la storia, ammesso che ritorni indietro a controllare se si fosse persa qualcosa, si accorga di lei.”
Il romanzo di Diego Cugia è fiction superiore, armonica; questo risultato non da poco, l’autore è riuscito a ottenerlo grazie ad una forte coerenza che è quella di tutti i giorni, di quando lo si incontra e gli si stringe la mano e si è tutti in strada. Ma è anche il risultato di chi sa essere artista tout court che non si lascia addomesticare dai generi letterari: L’Incosciente è una “opera fortemente sociale” prima di essere un romanzo, prima di essere mera fiction. Se l’intellighenzia italiana non ancora compreso questa palese verità, probabile è che non sia molto attenta. Il mio consiglio disinteressato è quello di leggere a fondo, profondamente, le opere di Diego Cugia e riflettere su L’Incosciente, su i valori, su i significati che trasmette al lettore.
“La lunga notte di Luca Svevi, il broker che non poteva assicurare più nessuno su nessuna cosa al mondo”. Migliaia di persone incontrate nel corso della vostra vita vi attendono una notte in una torre sul mare, per giudicarvi. Accettereste "l’inevitabile autorità degli altri"? O fuggireste con l’amore perduto, rinunziando a scoprire di cosa vi accusa oggi il prossimo, pur di seguire il suo volto riconosciuto nella folla di testimoni?  L’Incosciente disegna la notte più difficile di Luca Svevi, broker senza lavoro perché non riesce ad assicurare "più niente e nessuno, su niente e nessuna cosa al mondo". Svevi accetta l’invito di due ex colleghi venuti a fargli visita la sera del suo cinquantesimo compleanno: un cocktail a sorpresa che si rivelerà una resa dei conti con se stesso e con gli altri. Aragno e Caruso lo condurranno a Torre Astura, il castello sul mare di Nettuno dove si rifugiò e fu tradito Corradino di Svevia; quella che per Luca Svevi sembra annunziarsi come una trovata imbarazzante - festeggiare il compleanno tra vecchie fiamme e saccenti compagni di scuola - si trasforma nell’epilogo sbalorditivo di un uomo solo e diverso. Svevi è un cinquantenne fedele ai suoi sogni di bambino: la scoperta della "verità degli altri", nell’ultimo colpo di scena, troverà una sentenza risolutiva, e una rosa di speranza sbocciata al di fuori e al di sopra dei "giorni disumani" che stiamo vivendo.
Un romanzo febbrile, teso, un flusso narrativo incessante: una pagina tira l’altra, il lettore è completamente fatto prigioniero dalla prosa elettrica, adrenalinica di Cugia. La storia narrata è un dramma compreso in una pesante ironia nera; lo stile è sempre quello tipico di Cugia, forte e brillantemente lucido. E’ impossibile non avvertire la verità che le vicende di Luca Svevi evidenziano ne L’Incosciente: una notte difficile da dimenticare per coloro che "passano la vita cercando di ritrovarsi", e per chi, come Luca Svevi, la trascorre "cercando ostinatamente di disperdersi".
Diego Cugia dimostra, per l’ennesima volta, di saper scrivere con grinta, di saper emozionare con una storia originale mai banale. Una storia, quella di Luca Svevi, che è anche la nostra, quella che teniamo nascosta nella carta d’identità.
 

 
Disponibilità:
 
L’Incosciente - Diego Cugia – Mondadori - Collana   Omnibus  - Pagine   180 - € 15,00  ISBN  8804517859
 
L’incosciente - Diego Cugia - Mondadori - Collana: Oscar, Piccola Biblioteca n. 364 - Pagine 177 - ISBN 8804529334
 
 
 

 
Il sito ufficiale di Diego Cugia:
 
http://www.diegocugia.com
 
 
 
Il blog di Diego Cugia/Jack Folla:
 
http://www.jackfolla.splinder.com/

 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:14 | recensioni | clicca per commentare commenti (10)



MY BEST OFF - AUTOANTOLOGIA

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, febbraio 26, 2005


 
MY BEST OFF
 
 

 
- autoantologia -
 
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 


 
VECCHIO ANGELO MEZZANOTTE
 
 
Ciao leggenda di Duluoz, ciao Vecchio Angelo Mezzanotte,
 
come vedi, la vita sempre uguale, non c’è molto da dire, solo strade da correre, premere l’acceleratore, rallentare, ma comunque l’importante è sempre saper andare avanti. & che dire di questi tempi vili che ci vogliono tutti uniformati profondamente annoiati? Niente, è il sogno vuoto dell’universo, un infinito che, che sappiamo & che mai ci abbandona nel nostro solitario cammino. Non so, forse bisognerebbe credere in una santità buddista-cattolica, forse bisognerebbe aver maggior fiducia nell’umanità, ma questa, caro Jack, è ubriaca di sé & si piange addosso copertine e sorrisi a trentadue denti, così ci tocca sempre imboccare la strada, stare su di essa & bruciare come candele greche sempre cercando un dove o un chi dove atterrare la nostra anima che è blues e jazz. Siamo vagabondi d’una disperazione, d’una somiglianza, d’un’umiltà, d’una maniera per cambiare Tutto in una felicità o in un Niente, ma tu lo sai che la differenza fra Tutto e Niente è poca cosa, una sfumatura che si spenge all’orizzonte, forse un nervosismo esistenziale che ci serpeggia dentro, nell’anima, & che non sappiamo dire ma solo provocare con la nostra esistenza che sempre si piega in frale benedizione oppure non so che altro. Ci si dovrebbe forse cacciare dentro a uno spazio che sia alberi e foreste e incendi da domare, poi scrivere poesie, o almeno provarci, trovare la pace della solitudine, ma anche Lei, caro Jack, lo sai bene anche tu, che è un’illusione & che poi sempre si declina in una folla di pensieri, perché la santità non è di questo mondo bagnato di lagrime sangue guerre. E allora, alla sera, ci prende il solito vecchio blues, la tentazione del diavolo di mettere mani addosso a noi quasi a strapparci via da ciò che siamo e che, che ha offeso chi ci ha conosciuti o dimenticati perché, purtroppo, nonostante tutto, siamo figli di Dio e della Natura, e Dio è un po’ distratto & probabile è che poco o nulla s’impicci degli umani affari. Sempiterni dèi, noi li abbiamo conosciuti o immaginati pensandoli a nostra immagine e somiglianza, sbagliandoci come tutti del resto, ma il resto quando paghi la vita, quello è sempre mancia e non torna mai a reclamarci nel valore d’un francobollo appiccicato ad una cartolina dal tempo ingiallita. Sappiamo che si deve andare avanti, con la prepotenza che ci spinge ad offenderci dicendoci siamo e non siamo, allora, se potete, perdonateci se ciò che siamo vi ha offeso, se ha offeso il vostro senso d’essere anche comunione col Creato intero. Siamo fatti così, buoni e cattivi, radicati nello spazio, nel Nulla, vagabondi del Dharma fuggitivi, redivivi angeli di desolazione o, più semplicemente, uomini sulla strada e una visione di Cody o una santità come quella di Gerard. Ci piace pensare con la nostra testa anche quando s’è persa in una nuvola bassa o nel volo estatico d’un’aquila. Noi che crediamo in Orfeo emerso, che sappiamo che Orfeo è proprio lui, che domani ci dirà che la vita non era proprio come noi l’avevamo immaginata, sappiamo che la fine è solo un inizio per verso-chissà-dove incontro a chi-o-che-cosa, boh! Buddha ha ingoiato troppo Nulla-Vuoto-Sogno-Universo, è ingrassato per farsi nuvola alta sopra ogni dì luminoso ombroso notturno, &.., e che c’è il bisogno di credere in qualcosa di più grande? Il centro dell’Universo s’è sprofondato nella sua essenza e non esiste, non basta mai, non basta più neanche a se stesso, seppellito com’è in una catena di R.I.P. in fossa gelata di due metri per due, si esiste per non esistere mai veramente. Abbiamo quell’ultimo Hotel da raggiungere, una estatica visione blues, ma c’è sempre tempo se è tutto qui il mondo, se è tutto qui, non è così grande come osavamo immaginare.
 
 


 
SCARS
 
 
Matura l’autunno
ferite,
foglie
che a terra cadono
subito
raccolte
da un vento
straniero
che non si sa
quale sia
sua appartenenza.
 
Poter
posare il capo
sulle rotaie,
abbandonarsi
al suono lontano
che il vento dondola;
e poi dire,
dire che
è stato
un niente,
un binario morto.
Solo
una ferita
maturata
e dal vento
raccolta.
 
Così
selvaggio
è
il vento,
nell’agitata
perfezione
di sua natura.
 
Se solo
si potesse
esser foglie
al vento!
 
 


 
LA MIA SAGGEZZA
 
 
Sono saggio dall’altezza bassa dei miei trentatrè, e non è molto. Questa è la verità.
 
 
 
 
 
BISOGNA SAPERSI ADDIO
 
 
Bisogna sapersi Addio
per frantumarsi negli sguardi petrosi
che si son visti
inseguendo orizzonti sbrecciati
di dolori sofferenze gioie.
 
Bisognerebbe credere in Dio
e cadere in vertigine
che sia rinascita e morte,
carezzando la propria Anima
e crederla sasso e peccato.
Ma prima, amore.
 
Che avesse, dir non so:
così sbagliato mai era stato,
abbagliato nell’intrico d’un profondo sonno
a naufragar in turbato mare di confusioni,
di abbagliamenti,
di già viste intime solitudini.
 
Dir non so che demone l’avesse
in libero possesso!
L’ultima volta
si asciugava sudata lagrima
simile ad addormentata pallottola,
ma io credevo nutrisse innocuo fastidio
nella tempia conficcato.
E bestemmiava in latino,
scolando via sangue e vino.
Tremante tentava poesia.
Ti guardava ubriaco di Majakovskij,
poi, pazzo, gridava: “E’ rosso!”
Ti guardava ubriaco di Pavese,
poi, sereno, cantava:
“Perdono tutti e tutti chiedono di perdere.
Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”
 
Non rivolse sguardo più a nessuno.
La sua storia è tutta qui,
nella nudità d’una lapide
che deserta io vedo.
Rossa.
Ma il mondo non esiste, non è vero!
 
 
 
 
 
IL TIRANNO
 
 
Adesso più non ho lineamenti gentili:
nascosti sono
nel folto della barba,
tornati in verginità sono.
 
Sì, sono stato un Tiranno,
sono stato la biografia morta di Lenin,
la pazzia sconvolgente di Dionisio per Arete.
Sì, sono stato un amante senza spiagge
dove riposare le membra stanche.
Sì, sono stato un Giocattolo
come ogni uomo che non si rispetti,
che si rispetti.
Sì, sono stato accusato di e poi ancora di,
seppellito in una giostra di emozioni,
ma erano le mie,
le mie preghiere.
Ma io ancora non sapevo,
non sapevo
quanto potesse essere donna
una donna che vuol essere.
 
Sì, sono stato una Colpa,
sono stato il peggio del peggio,
la semplicità d’esser ingenuo.
Ed ora, ora che tutto so,
ora che tutto ho compreso di me,
di te,
e che niente più mi sconvolge
dovrei gridare e bestemmiare.
E un po’ l’ho fatto,
tradendo l’orgoglio mio in una fragilità
che tu mai avresti dovuto conoscere.
 
Sì, tradito mi son sentito
dal silenzio. Dall’indifferenza.
Ma io ancora non sapevo,
non sapevo
quanto potesse essere donna
una donna che vuol essere.
Ma io gridavo, gridavo sempre troppo,
ma era un gridare “ti amo”
pur accusandoti di questo e quello.
E non l’hai capita mai
la mia disperata tenera disperazione.
Non l’hai perdonata.
Non l’hai dimenticata.
Ma hai dimenticato presto,
nel tempo d’un niente,
il mio nome.
 
Sì, adesso sono Il Tiranno,
il solo da solo.
 
Sì, adesso sono il Bacio della Morte,
Farfalla in Volo
nell’Anima, quella mia.
 
Sì, sono Il Tiranno
che nulla rimpiange.
 
Adesso più non ho occhi:
ciechi sono
nel buio che ho fatto mio;
o, forse, tornati in verginità sono
nel buio accecante di luce
che m’invade.
 
 
 
 
DALLE TUE FANTASIE
 
 
Dalle tue fantasie strappavo nudi baci,
allargando le braccia in un torrente
di dolorosa passione. Immaginavo braci
tormentose che davano via me in fonte
d’estasi, incontrando nella tua voce
la pura durezza del diamante in croce.
Del tuo nudo petto esposto al mio petto
rimane sol più il mio nudo vuoto letto.
 
 
 
 
 
DEMONE E FANTASMA
 

A Cristina, 1973 - 2002

 
Come,
come posso andare avanti
ora che m’
hai lasciato di te la
sabbia del tempo fra le
mani?
 
Un fantasma la tua
voce da qui all’
infinito conchiuso in altro
infinito. Ma si
passeggia ancora la
spiaggia che
accolse le
impronte dei nostri
passi
affogati nella
sabbia. E’ solo che
tu non ci
sei
più.
 
Gentile Demone, che
Invocasti la mia
Ombra,
dove ora il
battito del tuo
nascoso cuore?
 
Mi perdo nella
fiamma d’un
ricordo che
risale le scabre pareti dell’
anima mia per
trovarmi in quel
passato che
fece di noi
alba e tramonto
abbracciati.
 
La morta passione m’
insiste che
il passato è passato, che i
fantasmi non m’
appartengono; eppure
c’è un
discorso insoluto che
dovremmo spiegare all’
Eternità che
promettemmo a
noi stessi, sfidando degl’
astri l’
immutato loro percorso.
 
Come,
come posso tornare indietro
ora che m’
hai lasciato di te la
solitudine della
solitudine divinata
- indemoniata - nel
sapore della tua
bocca?
 
Mi trovo in un
dove che
non ha pareti di
spazio o di tempo e
penso a
te che
amasti legarmi le mani,
leggendo la linea della mia
vita fiorita nel tuo sorriso.
 
Ti desti al buio con un quasi
uguale sorriso, mentre la
vita ti fuggiva dalle mani
soffocate nella mia
impotenza di
reggerti al mio
fianco.
 
Passeggio le ombre nel ricordo che
è svanito in se stesso; eppure
resiste quando
raccolgo una manciata di sabbia per
lasciarla libera di
precipitarsi nel
suicidio che da
sempre orizzonte insegue altro orizzonte.
 
L’alba mi confonde nel tramonto quando
scavo le parole del tuo epitaffio,
strappando al cielo un
rabbioso brano di quell’Eternità che ci
promettemmo; e non
sa morire, ma tosto si
cangia in
un bacio di finito niente.
 
Ed allora perché non un
sintomo di pace nell’anima mia che
è piaga?
 
Mormora il vento che mai si
finisce di sanguinare nella linea che
corre dalla mano al tramonto.
Assicura la sabbia riposata con
scherno di risacca, mentre
montano le onde la bellezza di Ganimede, che il
sole mai smette di riscaldare la
terra sepolta nella mortalità dei
cadaveri amati alla follia.
 
Gentile Demone, che
Invocasti la mia
Ombra,
so ora dove il
battito del tuo
nascoso cuore.
 
Mi allontano porgendo le spalle
alle confusioni che il mare produce.
Mi stempero nei colori dell’alba,
del tramonto,
offrendo loro facile bersaglio
da pugnalare a sangue.
Ma solo,
da solo,
cado in ginocchio
rattenendo le lagrime,
perché il mare ha più sale
che non il battito
del mio sincopato cuore;
e tu mi sei davanti e taci e stormisci il vuoto
nella mia testa con diafana carezza
che non posso mordere fra i denti,
nella bocca.
 
E
trovo me
Demone non meno di te.
 
E non
ho più occhi per
penetrare l’Infinito o l’Eternità o un loro
brano, uno
solo.
 
E non
ho più bocca per
baciare altre bocche d’amore.
 
Ma
ho ancora la mano e la linea della vita, la
promessa che sanguinerò ancora
fiero come il Demone che
ho amato.
 
Un’altra alba e lo stesso tramonto di
sempre per
farmi dono d’un battito, d’un
cuore che è morto.
 
Così ti condivido in me,
divinata indemoniata solitudine.
 
Così posso andare avanti
scavando il vano significato d’un
epitaffio
che è tuo quanto mio.
 
 
 

 
MY MUSE

 
Let me be
a dream
in your blind eyes.
 
Let me be
a dream
in your sensual soul.
 
I adore you
in silence,
when you’re here
and not.
 
You enchant me
and then plague me
with your mere presence.
 
I could image the uncertainty
that had spread on your face,
the trouble of stumbling upon me.
 
I've learned
to take every image.
I've learned
to take every fantasy.
 
Please, surround me,
surround me
with a dark glance
and let me be a dream
in your blind eyes.
 
Please, surround me
with your holy soul.
 
Please, surround me
Please, surround me
with your fantasies.
 
You’re
My Immortal Muse.
 
 
 

 
COLLINE
 
 
Fu strano stordimento accorgersi che il mondo rotolava via. Le colline rimanevano affiatate di nebbie e cariche di fantasmi. Ciondolavo un’emozione che m’apparteneva un passo sì e uno no: non c’era altro che potessi fare, mentre l’erta* strada sfioriva ad ogni mio passo, portandomi dove lei desiderava.
 
 
La sera prima, a casa di Lucia, i brindisi si erano levati alti e i gomiti pure: regnava allegria. Poi s’era andati tutti a passeggiare su via Po e il caldo saziava la voglia di vedere: le amiche un poco si scoprivano mentre si diceva di Pavese e Fenoglio, dei caffè che avevano frequentato, delle sigarette che mai più avrebbero fumato. Si pensava che i falò dovessero essere ancora accesi da qualche parte, ma il profilo dolcemente severo delle colline non dava requie all’affanno dei nostri sguardi: più si puntava lo sguardo, più la forma umana dell’agreste verde si perdeva in un’allucinazione che non sapevamo dire. Eppure si rimaneva a braccetto, felici, imitando un passo contadino e borghese quello susseguente, poi ci si tuffava in una risata per affogare una tristezza appena nata.
 
La strada proseguiva, e io con lei: la sera prima era fantasma che si teneva compagnia al mio fianco. C’era il seno di Lucia, l’ubriacatura delle sue curve, lì, fra le colline che salivo.
 
 
 * sostantivo aggettivato!
 
 
 
 


 
LA MORTE DEL POETA
 
 
Quel giorno il poeta raccolse il libro
che leggeva in uno stordimento
tutto suo;
e si disse
che le stelle erano troppe
perché potesse contarle
e poi cantarle ‘poesia’.
Un dente gli ballava in bocca,
il vento faceva eco muta nel petto,
ma lagrime gli rigavano il viso.
 
 
 

 
LA FONTANA DELLE LACRIME
(canto per Federico Garcia Lorca)
 
 
Ora devi sorridermi,
perché sto per amarti,
perché sto per accecarti
Ora devi darmi un po’ di luce,
perché i miei occhi sono ciechi
E lo sai che la colpa è solo tua
 
Guarda! Guarda! Guarda!
Sono in ginocchio, sono nudo
Non puoi ignorare quest’uomo
Non puoi fingere che,
che ama solo se stesso
O l’acqua morta
della Fontana delle Lacrime
 
Le mie dita suonano il tuo corpo
Ma tu rispondi, dolore!
E io solo grido, amore!
La rima è facile,
più difficile legare noi
nel volo di mille bianche colombe
che piangono stelle e poesie:
in Spagna, un morto
è più vivo
come morto
che in qualsiasi altro dove:
il suo profilo ferisce
come il filo d’un rasoio
Guarda! Guarda! Guarda, ora!
Ho i polsi tagliati
e suono ancora la tua canzone,
quella che ci ha innamorati
 
Guarda! Guarda! Guarda, ora!
Ho il cuore a pezzi
e batto ancora il petto
e il tempo perché non ho che te,
perché non ho altro che bianchi gigli,
la purezza e il tuo biondo capriccio
Guarda! Guarda! Guarda, ora!
No, non dire che non si può fare,
che non si può amare e soffrire
suonando uguali note sul piano
dei nostri corpi di luce
 
No, non lasciamo morire la Luna
e il suo splendore: questa fontana,
questa fontana ha pianto abbastanza
Sì, sono cieco, ma vedo che mi ami,
che mi piangi ancora con occhi di colomba
 
Ti perdono la colpa, ogni bianco giglio
Ti perdono il fiore di sangue
disegnato dalla tua inespressa poesia
sul mio cuore che batte, che batte ancora
per te, per i tuoi occhi spalancati su di me
 
Ti prendo, prendo te e il tuo biondo capriccio
perché sto per amarti nelle tue lacrime,
perché sto per accecarti nella luce della Luna 
 
Sei sempre un colpo al cuore,
una poesia che uccide e non sa uccidere
Ma sei sempre un colpo al cuore
No, non lo puoi negare, Amore!
 
 
 
 
 
IL PARADISO DEL “CHE”
- il suo sogno, il nostro -
 

Per ricordare l’amore, il paradiso terrestre del Che

 
 
Amore, mi domanderai perché
amo gli occhi che non ti ho visto;
poi m’inginocchierai a te perché
possa sotterrare la vista ai tuoi piedi;
ma non c’è bisogno di aggiungere altro,
il superfluo non è per noi. Non è per noi.
 
Oh Amore! Se tu sapessi
quanto forte è il dolore
e la morte che l’accompagna,
non m’inviteresti a dividere
il pane con te, né il letto.
Il Paradiso può ospitare tutti,
tranne me e un colpo di pistola.
 
Questa notte è fredda
e solo fischia il vento
mentre scrivo una poesia
per non dimenticare
che l’uomo è l’uomo
ed è facile farlo fuori
tendendogli un’imboscata.
 
Amore, non c’è scongiuro
che possa allontanare
i tuoi occhi che non ho visto,
né quelli penetranti del proiettile
confinato nella mia testa.
 
Oh Amore! L’asma non mi lascia
un attimo di pace in un respiro;
eppur m’ostino a respirare
con le gambe spezzate:
fioriscono rose di sangue
ad ogni mio passo,
lasciano di sé tracce
ma non in Paradiso.
 
Oh Amore! Il braccio è stanco
ma non s’arrende allo sconforto,
anche se so che presto dovrò morire
seppellito nelle lagrime del mondo
che m’ha visto imbracciare
la fragilità della libertà.
Oh Amore! Ti ripeto all’infinito
ma non ti grido mai d’amarmi
più di quanto tu già non faccia.
C’è una valida scusa per vivere,
e una ragione per morire
senza rimpiangere il destino
e chi profila all’orizzonte
la bellezza in Cielo del Paradiso.
 
Ho camminato tanto in vita
curando di farla vivere la vita
in chi ho incontrato e amato:
lascio la bandiera
e l’ultimo sigaro cubano
che avrei acceso
in segno di vittoria
se la Bolivia non avesse tradito
il mio ultimo fiato.
 
Ho camminato tanto in vita, per la vita.
Ed ora sono una bandiera al vento.
Ed ora sono in cento e cento sguardi.
Ma il mondo è uguale a come l’ho lasciato.
 
Amore, mi domanderai ancora perché
amo gli occhi che non ti ho visto?
E m’inginocchierai ancora a te perché
possa sotterrare la mia vita ai tuoi piedi?
 
Oh Amore! Se tu sapessi
quanto forte è l’amore
e la vita che l’accompagna,
m’inviteresti ancora a dividere
il pane con te e il letto
per una speranza nuova?
Ma prima devi sapere che
il Paradiso può seppellire tutti,
tranne me e un colpo di pistola.
Ma prima devi sapere che
il Paradiso lo vorrei qui, oggi,
mentre dormo sepolto nella terra
che ho amato più di me stesso.
 
Amore, mi trattengo giusto un attimo:
vorrei vederli veri gli occhi
dell’Amore,
perché il superfluo non fa per noi,
perché il superfluo non fa risorgere
il meglio di noi. Se c’è. Se c’è.
 
E’ tutto dal Che!




 
QUESTA ROSA

 
Questa rosa, ora la colgo.
E le sue spine sulle mie dita.
 
Questa rosa, ora la mangio.
E il suo rosso nel mio sangue.
 
Questa rosa, solitaria, ora la scelgo.
E la sua fragilità nel mio cuore.
 
Questa rosa, ora la faccio poesia.
E la sua bellezza nei miei occhi.
 
Questa rosa, ora la tormento
sul mio petto, perché l’amo.
 
Questa rosa, ora l’addormento
in un cuscino di neve, perché è incanto.
 
Questa rosa, ora l’incendio
nella passione dei suoi petali.
 
Questa rosa, ora la faccio inferno
nelle spine del dolore
che m’ha lasciato incarnato.
 
No, non farò niente di tutto questo.
Solo l’amerò per il rosso e le spine.
E sul suo cuore di petali, io sognerò.

 

 

"My Muse", "La Fontana delle Lacrime" e "Questa rosa"
sono dedicate a Chatterly, Mia Immortale Musa.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 02:35 | poesia, racconti | clicca per commentare commenti (25)



MY LOVE IN BLUES

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, febbraio 25, 2005

 
 
My Love in Blues
 
 
 

 

di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 

 
 
 
GIORNO DI PIOGGIA
 
a Chatterly, che è Immortale Musa,
che è Artista Inimitabile
 
 
Questo girotondo, Amica mia, ci sta soffocando
Non è colpa nostra, ma ci sono uomini cattivi assai
Questo girotondo che ci porta in giro per il mondo…
 
T’ho incontrata dentro a un giorno di pioggia
Cadeva fitta e tu non avevi l’ombrello
T’ho invitata a ripararti sotto al mio e m’hai sorriso
Piovevano lagrime sul tuo viso bagnato
e io non ne conoscevo il motivo, però stavo male
Ho incontrata la tua anima dentro a una lagrima
 
Mi chiedesti che facevo per tirare a campare
Ti dissi che scrivevo poesie e che le davo via
Tu mi sorridesti un po’ incredula, un po’ arrabbiata
Io solo mi preoccupavo di coprirti meglio
Ho incontrata la tua anima dentro a mille lagrime
 
Questo girotondo, Amica mia, ci sta soffocando
Non è colpa nostra, ma ci sono uomini cattivi assai
Però questo girotondo, che ci porta in giro per il mondo,
ci porta anche ad incontrarci quando siamo troppo soli
 
 
 
 
 
IL BLUES DI BIMBA
 
a Giada, che è Bimba,
che è Preziosa Perlina
 
 
La mia Bimba aspetta davanti al fuoco
Aspetta davanti al fuoco
mentre le ombre s’allungano
e disegnano fantasmi e uomini neri
La mia bimba aspetta davanti al fuoco,
ma è impaziente e si tormenta i capelli:
prende un cernecchio, poi un altro e un altro
e li fa tristi come un immenso cielo di lagrime
 
La mia Bimba aspetta e fuori è la notte
Le ho ripetuto - non so quante volte -
che non deve accettare caramelle dagli sconosciuti,
gliel’ho ripetuto fino a farmi male dentro al suo cuore
Le ho sempre detto una verità e una bugia
perché mi piace vederla allegra e triste allo stesso tempo
Ma non deve accettare caramelle dagli sconosciuti
 
La mia Bimba non aspetta, non aspetta
La mia Bimba è proprio un bimba dispettosa
E’ uscita per andare incontro al buio della notte
La mia Bimba, la mia Bimba non aspetta
 
La mia Bimba è bella, è troppo bella
Provo gelosia se solo butta lo sguardo allo specchio
per incontrare la sua bellezza - sì, provo gelosia
La mia Bimba è troppo bella, troppo bella per me
Ma è mia, e se mi lasciasse sono sicuro
che commetterei una follia più nera della notte
 
La mia Bimba è tenera come un agnellino
La mia Bimba è proprio una bimba molto tenera
Non sa quanto possono essere tragiche le strade
che portano dentro al cuore buio della notte
(Non sa quant’è profondo il mio amore per lei)
La mia Bimba è troppo bella, troppo bella per me
Ma è mia, e se mi lasciasse è chiaro come il sole
che commetterei una follia più nera della notte
 
Le ho ripetuto - non so quante volte -
che l’amo per quel suo equilibrio teso fra sacro e profano
Le ho ripetuto a memoria ogni nome del firmamento celeste
per metterla in guardia dagli sconosciuti
che spacciano caramelle e anestetiche vertigini di odio
 
La mia bimba non vuole aspettare davanti al fuoco
E’ impaziente e si tormenta i capelli e urla contro Geremia,
poi prende tra le dita un cernecchio e un altro ancora
e si fa più triste e profonda d’una lagrima persa nella notte
 
La mia Bimba non aspetta, non aspetta
La mia Bimba è proprio un bimba dispettosa
E’ uscita per andare incontro al buio della notte
La mia Bimba, la mia Bimba non aspetta
Ma è mia, e se mi lasciasse è chiaro come il sole
che commetterei una follia più nera della notte
Ma è mia, e se mi tradisse è chiaro, è chiaro
che sarei costretto a una follia più nera della notte
 
Grida nel cuore della notte tutta la sua disperazione
Grida nel cuore della notte tutta la sua immutata fede
“Ora verso lagrime amare e vado a bruciare pensieri nascosti.
Perché  tu non ci sei. Sei lì, accanto alla macchina per scrivere.
Non sei solo. Una lampadina chiude gli occhi insieme a Te.” *
 
La mia Bimba è tenera come un agnellino
La mia Bimba è proprio una bimba molto tenera
 
La mia Bimba è bella, è troppo bella per me
Provo gelosia se solo butta lo sguardo allo specchio
per incontrare la sua bellezza - sì, provo gelosia
E io le ho sempre detto una verità e una bugia
perché mi piace vederla allegra e triste allo stesso tempo
Ma non deve accettare caramelle dagli sconosciuti
Ma non deve accettare caramelle dagli sconosciuti
Ma non deve accettare caramelle dagli sconosciuti
 
E’ mia, e se mi tradisse è chiaro, è chiaro
che sarei costretto a una follia più nera della notte
(Non sa quant’è profondo il mio amore per lei)
Dormi, dormirai nei tuoi occhi di bimba
 
E’ mia, e se mi tradisse è chiaro, è chiaro
che sarei costretto a una follia più profonda della notte
(Non sa quant’è profondo il mio amore per lei)
Dormi, dormirai nei tuoi occhi di bimba
 
E’ mia, e se mi tradisse è chiaro, è chiaro
che sarei costretto a una follia più immortale della notte
Perché lei non sa quant’è profondo il mio amore per lei
Dormi, dormirai nei tuoi occhi di bimba
 
 
* I versi in corsivo sono di Giada
 
 
 
 
 
LA BAMBINA E IL LUPO
 
 
Bambina, vieni, vieni qui
Qui fa caldo e non c’è il lupo
Qui c’è un uomo, una strada e un treno
Bambina, vieni, vieni qui
Fra le mie braccia
Ma il ritorno non è possibile
 
 
 
 
 
CON UNA PUTTANA
 
 
Sì, Bambina, hai ragione
Ieri sono andato con una puttana,
perché non ce la facevo più a sostenere
il peso della vita e quello dell’odio
E tu ti credi bella, ma non lo sei
 
Sì, Bambina, hai ragione
Ieri ho ucciso il tuo gatto per farti dispetto,
perché mi piace vederti piangere a dirotto
Perché la vita è dura
E’ ora che tu lo capisca
 
Sì, Bambina, hai ragione
Oggi sei sola
e non hai una spalla amica su cui piangere,
perché intorno a te hai fatto il deserto
con le tue sterili mani
E’ la vita che è crudele
E tu non l’hai ancora capito
 
Sì, Bambina, hai ragione
Nessuno ti amerà mai
E nessuno ti odierà mai
Sei come la sabbia, come la rabbia
che stringi fra le mani:
solo una triste impotente sincerità
che il tempo inghiotte senza pietà
 
E’ per questo
che mi sono fatto una vera puttana
 
 
 
 
 
DONNA MIA
 
 
T’amo
Ma che te lo dico a fare?
T’amo
quando il crepuscolo si presta a me,
all’anima mia
 
T’amo e t’amo come non sai,
come mai più saprai dalla bocca mia
 
Il prete maledice il nome che fu mio
mentre il becchino mi seppellisce in un amen,
in uno sputo alcolizzato
                                          profondamente maledetto
Ma io t’amo e t’amo
per morire ancora in silenzio
in eterno nel nome tuo, Donna Mia
 
 
 
 
 
DELUSIONE
 
a InsaneSinner,
che ama e che ama
 
 
Le delusioni vengono dagli uomini
così come la fame è la voce
che hanno dentro allo stomaco:
e non c’è stupore, solo dolore
E una rosicata briciola d’amore

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:06 | poesia, blues e beat | clicca per commentare commenti (21)



JONATHAN AMES - IO E HENRY

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, febbraio 23, 2005

 

THE EXTRA MAN
 
 
 
JONATHAN AMES
 
 
 
E’ MEGLIO DI JEFFREY EUGENIDES

 

 

di Giuseppe Iannozzi
 

 

 
 
 
«Una voce autentica della sofferenza giovanile. Il giovane eroe antisociale di Ames è un incrocio tra Jean Genet e Holden Caulfield nell'era dell'Aids. Lo stile è la reale conquista: solido, pulito, e impassibile». (Philip Roth)
 
«Cinematografico nelle sue rapide, essenziali riprese, stupefacente per la sua autorevolezza, questo romanzo è un ritratto spiazzante e divertente di un uomo senza illusioni. Un debutto sorprendente». (Joyce Carol Oates)
 
«Era dai tempi di Harold e Maude che non si vedeva una coppia tanto bizzarra e divertente come Louis Ives e Henry Harrison». (Jeffrey Eugenides)
 
 
 
 
Dobbiamo fare i conti con “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides, ma prima ancora con “Middlesex”, per poter parlare di “The Extra Man” di Jonathan Ames. E poi, con occhio colto, guardare a Scott Fitzgerald, al suo capolavoro “Il grande Gatsby”, al decadentismo signorile che Fitzgerald diceva della middle class prima di dire di “The Extra Man”. Perché “Io e Henry” - questo purtroppo il titolo italiano del romanzo di Ames - è la ricostruzione fedele e ironica della middle class moderna, di una società ormai avviata ad estinguersi nel fuoco delle sue vanità. “The Extra Man” risale al 1998, quindi prima di “Middlesex” di Eugenides, ma senza il lavoro di Ames probabile è che Eugenides non avrebbe mai dato alle stampe il suo Middlesex.
Ames ed Eugenides, pur essendo lontani l’uno dall’altro, sono più vicini nelle speculazioni intorno alla società di quanto la critica possa credere; infatti entrambi evidenziano il decadimento, forse precoce, della società americana, quella indaffarata a correre dietro ai suoi istinti nel vano tentativo di riconoscerli e consegnarli alla storia. Anche J.T. Leroy ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Ames: se Leroy ha scritto romanzetti come “Sarah” ed “Ingannevole è il cuore…” è perché Ames aveva già detto, con consumata maestria, quanto Leroy mette nero su bianco senza grazia alcuna nei suoi romanzetti - falsamente descrittivi d’una sessualità disperata. La grandezza di Jonathan Ames sta nel disegnare un ironico Holden Caulfield che veste il reggiseno, per scherzo quasi, in cerca, sempre, di una riconciliazione con sé stesso, con una identità smarrita che mai ha avuto né nello spirito né sul passaporto: Louis Ives, personaggio principale di “Io e Henry”, è un po’ come Holden Caulfield, come lui è un ribelle, ma è soprattutto un disperato ironico che all’arte del facile travestimento preferisce opporre sé stesso. Con pulizia chirurgica, Ames rifiuta la violenza del sentimentalismo e del vittimismo, o la volgarità falsamente controcorrente di Leroy, per riallacciare un dialogo ideale con la grande tradizione letteraria americana, quella di Salinger.
Jonathan Ames mette in scena una sorta di attore, Louis Ives, uno che non ha né arte né parte, ma che sa che la vita, indipendentemente da cosa possa significare, dev’essere comunque vissuta e provata così come tutte le cose belle e brutte che essa sa riservare all’uomo, anche quando è semplice animale - segno antropologico - incapace di declinare sé stesso nel costume della società imperante. Ives non è un rivoluzionario, o un accorto miglioratore del mondo: probabilmente è “nessuno”, ma non nega il “nessuno” che c’è in lui per dirsi appartenente a una qualsiasi classe sociale solo per essere accettato dall’umanità imbelle, che scorrazza tranquilla lungo le strade di una America furbescamente pulita nell’abito da sera, ma intimamente sporca nelle mutande imbollettate. Ives è anche un po’ una specie di Orlando, un gentiluomo demodè, ma senza il pessimismo speculativo tipico di Virginia Woolf: Jonathan Ames oppone alla speculazione nichilista il virtuosismo leggero di un falso gentiluomo à la Oscar Wilde riuscendo bene a fotografare l’importanza di chiamarsi (ed essere) Ernesto e Onesto.  
La storia messa in piedi da Jonathan Ames è la sfrenata, eroicomica (dis)educazione sentimentale del giovane Louis sedotto da una Manhattan invasa da transessuali, fintamente libera nei peep show; Louis, ammiratore sfegatato di Scott Fitzgerald, è, soprattutto, un gentiluomo in ogni occasione, anche quando, goffamente, prova l’ebbrezza di indossare un reggiseno. E’ sempre onesto con sé stesso: si guarda allo specchio e comprende che è ridicolo tentare di essere una donna a tutti i costi. Ma questa sua onestà allo specchio non è completa quando è inserito nella società, in quella porzione di microcosmo che lo ospita, trattandolo da parassita; infatti è incapace di ammettere che ha dei problemi, o meglio, che la società ha dei problemi nel riconoscere la sua vera identità che neanche lui sa.
Louis Ives è un giovane professore di provincia romantico, colto, quasi fascinoso: suo unico peccato vizioso è quello di una naturale fissazione per il look e i vestiti da donna. La sua vita sarebbe stata tranquilla se non si fosse fatto sorprendere in sala professori con addosso un reggiseno sottratto a una collega. E’ costretto a lasciare la città, ad andare altrove, per tentare di disintossicarsi da sé stesso, dal suo peccato. E sulla sua strada è Henry Harrison, un ex attore, un commediografo fallito che fa da accompagnatore a miliardarie ottuagenarie newyorkesi cui scrocca inviti e favori di ogni tipo. Henry Harrison nasconde la sua età, si tinge i capelli col mascara, anche se Louis non sa come faccia, e se la spassa con decrepite squarquoie mezzo avvelenate dalla poca vita che gli resta prima di calare entrambi i piedi nella fossa. Da queste signore, Henry riceve da mangiare, qualche volta gli riesce pure di farsi vedere a teatro frequentando così l’alta società, ma nulla di più. Non chiede di più: solo accompagnare le squarquoie a cena, in ristoranti di lusso, e satollarsi pure lui. Si vende per poco, e di tentare l’azzardo d’innamorare una vecchia vedova inconsolabile non ci pensa affatto: non vuole i soldi delle vedove, perché il sacrificio sarebbe troppo grosso, sarebbe impegnare la libertà con una donna più vecchia di lui, che creperà sì, ma che non sarà immediatamente. Henry è per “meglio un uovo oggi che una gallina domani”, e le galline spelacchiate le accompagna dove loro vogliono, raccoglie le uova senza troppi inchini, e fa ritorno alla sua povertà di sempre, quella di tutti i giorni che lo vede costretto a dividere l’appartamento con Louis per riuscire a sbarcare il lunario. E Louis è una vergine suicida al contrario che Henry non sospetta, una vergine che non si dice tale e che non ci pensa affatto a tirarsi il collo per… per chi? O che cosa? No, Louis non ci pensa a far la parte del suicida, al massimo quella della vergine, ma di nascosto da Henry, perché Henry è uomo tutto d’un pezzo, un tipo vecchia maniera che non sopporta neanche Scott Fitzgerald e la sua arroganza di gentiluomo troppo perbene per esser tale.
Louis si adegua, o almeno ci prova, alla puzzolente dimora, conquistato dalla bizzarra personalità del proprietario: Henry si tiene in forma ballando pezzi di Cole Porter, lava le camicie pestandole sotto la doccia mentre si lava pure lui, adora la famiglia reale inglese e scrive opere teatrali che continua a smarrire nel caos della sua casa. A Louis piacciono le donne, ma gli piace vestirsi anche da donna, il che è un problema.
A loro modo, Louis e Henry sono due personaggi donchisciotteschi, irresistibili, perfettamente disegnati dall’autore delle “Notti newyorchesi”, Jonathan Ames, che, a mio avviso, ha superato in abilità descrittiva le nevrosi sessuali che Eugenides ha evidenziato in “Middlesex”. Eugenides ha scritto un ottimo romanzo, ma le emozioni-sensazioni da lui descritte, alla fine, hanno preso il sopravvento tracimando, abbozzando un secondo romanzo all’interno di Middlesex, un romanzo che è rimasto incompiuto e che è perfettamente inutile. Jonathan Ames è invece riuscito a concentrare in un corpo narrativo unico il corpo stesso dell’ossessione sessuale americana e dei problemi ad essa correlata.
“The Extra Man” (Io e Henry) di Jonathan Ames è il Romanzo che meglio disegna le ossessioni sessuali dell’America, il decadimento sociale ed economico dell’America, la paura di vivere ed essere sé stessi. Con ironia. Con cattiveria.
Un romanzo, per una volta tanto, politicamente (s)corretto. Da leggere, assolutamente, perché Jonathan Ames è meglio di Jeffrey Eugenides. Credetemi!
 
 
Jonathan Ames - Io e Henry - Traduzione di Gioia Guerzoni - Einaudi - Collana: Stile libero n. 976 - Pagine 357 - ISBN 8806161504 - € 15.00

 

 
IL PRIMO CAPITOLO ON LINE sul sito Einaudi
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 23:44 | recensioni | clicca per commentare commenti (14)



UNA NUOVA VITA - IL CINQUANTESIMO RACCONTO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, febbraio 22, 2005

 
  
 
UNA NUOVA VITA
 
 
IL CINQUANTESIMO RACCONTO
 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 

 

“Gli scrittori si forgiano nell’ingiustizia come si forgiano le spade.”
“Essere uomo è un mestiere difficile. E soltanto pochi ce la fanno.”
“E’ morale ciò che ti fa sentir bene dopo che l’hai fatto, è immorale ciò che invece ti fa sentire male.”
 
Ernest Hemingway
 
 
Imparerai da te quant’è facile farsi una cultura fatta di niente.
 
Dichiarazione attribuita a Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
Arrivò a casa bello preciso come un colpo apoplettico: si guardò intorno, tirò un sorriso stanco alle carte avvoltolate sullo scrittoio, poi gli occhi concentrarono la loro attenzione sulla bottiglia di whisky accanto alla penna e al calamaio. Si passò una mano sul volto barbuto, agguantando la bottiglia per il collo e se la portò alla bocca: buttò giù due sorsi. Poi la lasciò cadere a terra.
“Fai sempre così.” - lo rimproverò amorevolmente.
“Non ti ho sentita arrivare.”
“Sono arrivata proprio adesso.” E subito l’abbracciò, guardandolo negli occhi: “Sei come un bambino dispettoso.”
“Era solo una bottiglia vuota. E non sono un ubriacone, Mary.”
”Sì, questo lo so. Altrimenti non starei con te.”
Mary era bella, giovane, la compagna ideale per un vecchio scrittore che dalla vita aveva avuto tutto, fama, soldi, donne e guerre.
“Stai con me perché sono famoso, perché lo sono stato. Ma oggi non scrivo più.”
“Come sei cattivo!” - cinguettò Mary, incontrando con la sua bocca rossa quella dura e consumata di Ernest: “La tua barba punge.”
“Ma ti piace.” E la baciò come se buttasse giù un altro sorso di whisky. La prese per la vita e le fece fare due giri su sé stessa, poi la prese in braccio e la buttò delicatamente sullo scrittoio.
 
“E’ stato bello.” - ammise lei in un sospiro.
Ernest le vellicava le tenere rose dei capezzoli turgidi. Provava quasi tenerezza per quella creatura fra le sue braccia pelose. Con voce roca, impastata di nicotina, cominciò a cantare pianamente My Way di Frank Sinatra, mentre Mary continuava a fissarlo negli occhi.
“Hai una bella voce.”
Ernest le sorrise da sotto il folto della barba e continuò a cantare: “I’ve loved, I’ve laughed and cried./ I’ve had my fill; my share of losing./ And now, as tears subside,/ I find it all so amusing.” *
“Perché hai smesso di scrivere?” - gli chiese lei, all’improvviso, facendosi seria.
Ernest smise di cantare e si rabbuiò un poco. “Perché? Lo sai. Troppi Salinger, Pynchon, Fiztgerald… Ogni checca è stata detta la giovane promessa della letteratura… Ma sono solo dei mestieranti, dei mercenari. Ero stanco dei loro piagnistei. E anche di me.”
“E’ per questo che hai…”
Ernest la zittì subito con un bacio. E tornarono a fare l’amore.
 
* * *
 
Mary stava in cucina: affettava dei sedani teneri e sul fornello già bolliva una pentola, che spandeva nell’aria un delicato profumo speziato.
“Non trovi che il mondo sia bello anche perché è vario?” - urlò in un pigolio la giovane donna.
Ernest, che stava disteso sul divano, aprì gli occhi, tossì quasi un mezzo ruggito, poi le rispose annoiato: “Dolcezza, il mondo è troppo vario, per questo non è né bello né comico. Che cosa stai preparando?”
“Lo vedrai quando sarà in tavola.” - e prese a ridere di gusto, allegra.
 
“Perché non la tagli?”
Ernest si passò una mano callosa tra i peli grigi della barba.
“Oramai non ce n’è più bisogno.”
“Che intendi dire?”
”Sono vecchio. E senza barba ti mostrerei solo un volto di rughe e tu fuggiresti.”  E scoppiò a ridere, abbracciandola, levandole di dosso le lenzuola bianche che vestivano la sua nudità dopo l’amore. Tutto serio: “Le chiacchiere a vuoto riempiono solo il vuoto e neppure quello.”
Mary lo fissò tutta seria: “Che dici?”
Ernest grugnì qualcosa, poi le sorrise: “Niente. Stavo pensando a voce alta.” Le accarezzò l’aurora dell’ombellico perfetto e prese a succhiarglielo dolcemente, ponendo così fine ad ogni altra chiacchiera inutile. Mary subito s’arrese sotto il peso del desiderio dell’uomo e prese a mugolare, dolcemente, senza traccia alcuna di volgarità e dimenticò la barba e tutto il resto.
 
* * *
 
Passeggiavano e Mary era raggiante: Parigi la inebriava, ogni vetrina era una sorpresa e ogni incontro su gli Champs-Elysées la illuminava di vita. Ernest, osservandola, capiva che era giovane quella donna che reggeva al suo braccio, ma d’altro canto l’aveva sempre saputo.
Di fronte a una vetrina, la donna si fermò: “Non ti andrebbe d’entrare?”
Ernest scosse il capo. E fece due passi in avanti, ma la donna era rimasta cogli occhi incollati alla vetrina.
“Un minutino!” - lo supplicò quasi.
L’uomo fece marcia indietro, giusto due brevi passi. Guardò all’interno della libreria, incontrò gli scaffali oltremodo pieni di libri, ebbe un conato di vomito che trattenne nella strozza, finse un sorriso accondiscendente, ed insieme a Mary entrò.
“Una volta avresti fatto follie per un posto così.”
“Non puoi saperlo. Quand’ero giovane, tu non eri ancora nata. E non stavi con me.” - ribatté l’uomo.
“Ma posso immaginare.”
“Immagina pure. Ma non è nell’immaginazione la verità.”
“Qui ci sono anche i tuoi libri.” - cinguettò Mary col volto in estasi.
“Suppongo di sì.” - si limitò a dire Ernest con un tono di voce che pareva una sentenza di morte. “Non è poi così importante.”
“Qualcuno ti riconoscerà.” - buttò lì speranzosa Mary, tirando fuori da uno scaffale un libro di Ernest.
“Non corro questo pericolo.” - si limitò a dire l’uomo annoiato.
Mary fissò per qualche istante il libro, poi la sua attenzione si concentrò tutta sulla quarta di copertina: c’era la foto di Ernest. Non era diverso dall’uomo che aveva accanto, ma tutti gli avventori gli scivolano accanto senza riconoscerlo. Possibile che solo lei sapesse che era in compagnia di Ernest? Nessuno aveva riconosciuto nell’uomo che l’accompagnava il grande Ernest: sul suo bel volto giovane e solare si disegnò un’ombra di disappunto.
“Perché?” - gridò quasi isterica, profondamente infelice.
“Perché ho voluto così.”
“Ma… ma nessuno ti riconosce. E tu sei qui, con me…” - balbettò la donna con le lagrime agli occhi.
“Accontentati.” - tagliò corto Ernest, strappandole il libro di mano. Lo ricacciò in mezzo a tutti gli altri senza degnarlo d’una sola occhiata.
La donna sarebbe scoppiata in un pianto dirotto, se l’uomo non avesse avuto la prontezza di spirito di stringerla a sé teneramente.
“Oggi non scrivo più. E’ normale che nessuno mi riconosca. Ma a me sta bene così. L’ho voluto io.”
“Ma non è giusto!” - singhiozzò lei. E si lasciò cullare dall’abbraccio dell’uomo. E si lasciò pungere il volto dalla barba di Ernest, mentre l’uomo le asciugava le lagrime con le grandi mani callose, con gesti quasi infantili. 
 
* * *
 
“La giusta maniera di fare, lo stile, non è un concetto vano. E’ semplicemente il modo di fare ciò che deve essere fatto. Che poi il modo giusto, a cosa compiuta, risulti anche bello, è un fatto accidentale.” **
“E’ per questo che hai smesso di scrivere.”
“Me l’hai già chiesto. Troppi Salinger, Pynchon, Fiztgerald… Troppi incidenti. Ero stanco di loro e di me. Questo lo puoi capire.”
“Sì, però è che non mi piace…”
”Io ti piaccio? Se sì, allora tutto il resto ha poca importanza.”
Lei annuì con la testa e si rifugiò fra il petto di lui, solido come marmo, nonostante Ernest si dicesse vecchio.
“Quella cosa dell’elettroshock…”
“Sono stato ricoverato in una clinica del Minnesota. Disturbi nervosi che i medici tentarono di curare con l’elettroshock. Poi una perdita di memoria…” Arrestò la voce in una pausa d’effetto, studiata. “All’alba del 2 luglio 1961, di domenica, di buon’ora, mi alzo e imbraccio il fucile a canna doppia, vado nell’anticamera sul davanti di quella che era la mia casa, e appoggio la doppia canna alla fronte. E sparo.” Un’altra pausa d’effetto, poi riprese a parlare, allucinato: “Ma prima, quell’incidente, quando io e mia moglie eravamo in viaggio per Entebbe… A Nairobi, all’ospedale… perdita della vista all’occhio sinistro, perdita dell’udito all’orecchio sinistro, ustioni di primo grado alla faccia e alla testa, distorsione del braccio destro, della spalla e della gamba sinistra, una vertebra schiacciata, danni a fegato, milza e reni. E chissà quant’altro ancora. Ero a pezzi. E dopo non sapevo più scrivere. I disturbi nervosi. E’ ancora tutto molto confuso in me. Colpa di quella perdita di memoria. Poi sono venuti fuori i finti Salinger e Fitzgerald, tutte quelle checche pronte a piangersi addosso. Non ne potevo più né di loro né di me. ”
Mary rimase in silenzio ad ascoltare l’uomo, tenendo il volto piangente sul suo petto.
“Mia moglie si chiamava come te.”
Mary continuò a rimanere in silenzio. Poi, con voce pigola, solo disse: “Sì, lo so, Ernest.”
 
* * *
 
Mary imbracciò il fucile: la doppia canna premeva dentro al suo palato. Sospirò come una bambola svuotata dell’anima, pensò all’alba che stava nascendo, poi premette il grilletto senza alcun rimpianto.
 
Ernest depose la penna nel calamaio. Rilesse lentamente il racconto che aveva appena finito di scrivere. Non gli piaceva. Solo il finale valeva qualcosa, ma tutto il resto faceva vomitare. Appallottolò tutti i fogli che aveva scritto tra le sei e le dodici di quella giornata e li cestinò insieme a tanti altri che facevano ressa dentro al cestino dei rifiuti. Poi si accese un sigaro cubano, uno di quelli che riservava per le grandi occasioni, anche se non aveva concluso niente: era uno degli ultimi che Fidel gli aveva regalato tanto tempo addietro. Larghe spire di fumo invasero la camera. Fumò a lungo, in silenzio, senza sforzarsi di pensare. Desiderava solo un po’ di pace.
 
S’affacciò alla finestra: Parigi era tranquilla, nonostante i tanti a sciamare lungo le strade con le bocche piene di niente, di fesserie urlate sottovoce.
‘Che strana umanità!’ - pensò quasi divertito per quella scoperta inutile che sapeva essere vera e che aveva provato a sé stesso più d’una volta nel corso della vita.
 
Mary era pallidissima. La morte l’aveva resa bella, impossibile, più bella di tutta la letteratura e di tutte le donne che aveva conosciuto. Posò sul suo volto pallido una carezza e un bacio, e subito Mary scomparve. Nessuna traccia del suo corpo, nessuna macchia di sangue o pezzetti d’osso sparsi in cucina.
 
Decise di fare quattro passi su gli Champs-Elisées. Mentre scendeva le scale, fischiettando My Way, si sentì, se non vivo completamente, un po’ più tranquillo. Ma non sapeva ancora a che cosa gli sarebbe servita la tranquillità, se un giorno l’avesse raggiunta veramente. Pienamente.
 
 
 
* parole da “My Way”: “Ho amato, ho riso e pianto/ Ho avuto le mie soddisfazioni, la mia dose di sconfitte/ E allora, mentre le lacrime si fermano,/ Trovo tutto molto divertente”
 
** Ernest Hemingway, da una intervista pubblicata sul Times il 13 dicembre 1954.
 

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GIAP! - INTERVISTA AL COLLETTIVO WU MING

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, febbraio 21, 2005

 

 

 

GIAP!
 
 
 
 
 
 
Intervista al collettivo Wu Ming
 
 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
Fonte: Carmillaonline - Giugno 2003
 
 
 

 

Nel 1997, ne La Quarta guerra mondiale, il sub-comandante insurgente Marcos scriveva: “La globalizzazione moderna, il neoliberismo come sistema mondiale, deve essere intesa come una nuova guerra di conquista di territori. La fine della III Guerra Mondiale, o “Guerra Fredda”, non significa che il mondo abbia superato il bipolarismo o che sia stabile sotto l’egemonia del vincitore. Al termine di questa guerra si è avuto, senza alcun dubbio, un vinto [il campo socialista], ma è difficile dire chi sia il vincitore. L’Europa Occidentale? Gli Stati Uniti? Il Giappone? Tutti questi? Il fatto è che il crollo dell’”impero del male” [Reagan e Thatcher dixerunt] ha comportato l’apertura di nuovi mercati senza padrone. Era necessario, pertanto, lottare per prenderne possesso, conquistarli… Se la Terza Guerra Mondiale è stata tra il capitalismo e il socialismo [capeggiati dagli Usa e dall’Urss, rispettivamente], con scenari alterni e differenti gradi di intensità, la IV Guerra Mondiale si fa ora tra i grandi centri finanziari, con scenari totali e con una intensità acuta e costante.” Ora io, in questa sede, non intendo fare una recensione a Giap! , ma intendo invece specificare, che in questo momento storico, il lavoro del collettivo Wu Ming si configura come un libro estremamente importante, un testo che dovrebbe essere letto con attenzione estrema: ci si dovrebbe anche soffermare a pensare, a mettere in discussione noi stessi e le nostre azioni passate presenti e future, ogni volta che terminiamo un capitolo.

Stiamo già combattendo contro la Quarta Guerra Mondiale? Temo che la risposta non possa che essere affermativa. L’impero del male è risorto, non è solo quello di Bush e Blair, non è solo quello di Saddam Hussein e Usama Bin Laden, è anche, e forse soprattutto, quello in cui ci rechiamo a lavorare, quando evitiamo di prendere posizione, quando accettiamo che la società può fare a meno di noi e della nostra voce, del nostro dissenso. Tacere è cooperare. Giap! è una raccolta di testi che invadono arte, società e politica, è “valore aggiunto”. Dove collocare Giap!? Tra i saggi, insieme a Che Guevara e il sub-comandante Marcos, tra la fiction o la filosofia, o “dove” ancora? In nessun reparto, nessuna etichetta: il collettivo Wu Ming ha dato il primo vero organico contributo “per combattere la Quarta Guerra Mondiale che stiamo vivendo”. Non si parla di manualistica, si parla di idee chiare e concrete che comprendono tutto lo scibile umano, idee che analizzano con spirito critico il nostro momento storico e che inducono a riflettere, perché se la storia di questi ultimi tre anni è stata quella che è stata, la colpa è anche nostra che non ci siamo impegnati abbastanza affinché potesse essere diversamente.
Non guardate al collettivo Wu Ming come a degli eroi, perché questa prospettiva non la accetterebbero: pensate invece a loro come a “noi”, a quel “noi” che non abbiamo avuto il coraggio e l’intelligenza di palesare.

 

Giap! - Wu Ming - Einaudi - Collana: Stile libero - Pagine 308 - Formato 12x19,5 - ISBN 8806165593 - € 8.50

 

 
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1. “Giap!”: ancora oggi qualcuno si interroga, qualcuno non ha ben capito, qualcuno fa finta di ignorare “Giap!”, poi c’è chi si ritrae imbarazzato ed evita di dire la sua: ora vi chiedo, ingenuamente, ma “Giap!” per chi è stato scritto?

Per quella che - "rubando" e modificando un'espressione cara a Paco Ignacio Taibo II°