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IO, NARCISO? NON SIA MAI...

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, marzo 31, 2005

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Marco Spada scrive di - e su - questo brutto ceffo qui dabbasso,
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Potevo non segnalarvelo?
Tutta colpa del mio narcisismo che puzza d'assenzio.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 23:58 | generico | clicca per commentare commenti (11)



DI ROSE E DI COSE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, marzo 30, 2005



di Rose e di Cose
 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 


 
ROSE E COSE
 
a Chatterly, My Immortal Muse
 
 
Forse era un sorriso, forse un gioco sul ciglio della ferrata
E’ così che si va a finire e non è detto che sia un male
quando tutti i treni deragliano dentro alla stazione
 
Il tuo amore patinato l’ho sempre spettinato per amarti meglio
per odiarti meglio, ed allora che vuoi oggi di più? di meno?
Viaggio e ritorno, e si ritorna sempre al punto di partenza
anche se non c’è mai stato né principio né fumo negli occhi
 
In una rosa mi potrai trovare e sfogliare, nei petali è il morire
Ho fame ma non è detto che sia a tutti i costi un male madornale
La mia bocca è quella di una donna e dio resiste fino in fondo
in fondo al pozzo dei desideri, ma le mie parole le sai trovare
Lo sai che c’è una tempesta di mare e di miele lungo i boulevards
e che ogni artista è un assassino che dipinge di Van Gogh il sorriso
 
E lo sai che ogni lacrima scolpisce il David di Michelangelo
e lo corrode nella carne, e poi lo fa più bello al calar del sole
Forse era cera, forse la sera che si scioglieva nei tuoi occhi
E’ così che si va a dormire, il fascino ci dà da mangiare la verità
o solo colpa e ragione, e non è detto che sia un dolore madornale
Così dividiamo il pane senza sale, così mesciamo vino e umiltà
 
Quante cose abbiamo ancora da imparare e quante da dimenticare
Mi potrai trovare, se lo vuoi, mi potrai amare all’indirizzo sbagliato
Mi potrai morire, se lo vuoi, mi potrai morire nel fiorire delle tue dita
 
Quante rose ancora tutte da spogliare e quante cose da cambiare
da lasciare in ore bianche rosse e nere quando i treni in stazione
Quanti amori sul ciglio delle mie ciglia come addormentati sguardi
 
Quante rose ancora tutte da vestire e quante cose da lasciare
da cambiare in ore bianche rosse e nere quando i treni in partenza
Quanti amori al di là dei tuoi binari come treni svestiti in una risata
 
 
 
 
 
MOSTRO VERDE
 
 
Rimango disteso a far avara poesia
come un mostro verde d’invidia
Sudo l’infinito e il suo ultimo vagito
nel mio fiato che si sposa alla lingua
 
Son brutto assai - lo riconosco -
e solamente vorrei il mio stagno
e lì affogare tutto l’inchiostro nero
che sta dentro al mio dispiacere
 
Ma, per amor tuo, rimango come sono
nel tuo salotto dalle pareti scrostate;
e m’addormento ma sognando
il volo e l’occhio d’un regale falco
 
 
 
 
 
BATTERE
 
 
Sono un noto marchettaro:
batto da mane a sera
prima che mi possa sedere
sul mio dolente sedére
e così consumare una magra
magra cena. Dio, che pene!
 
 
 
 
 
INNOCENZA NON C’E’
 
 
innocenza è un nome ma tutti colpevoli allo stesso modo
tutti meritano solo la gogna e una manica di scudisciate
 
nel riflesso dei lunghi coltelli stanno gli occhi dell’assassino
nella posa del caffè stanno i cadaveri di mille morti di fame
 
tu che stai in politica e ti riempi la bocca di grasse risate
tu che te la passi bene sempre rubando alla faccia mia
tu dici che non meriti un calcio in culo e la faccia nel fango
 
tu che stai in politica e ti riempi la bocca di infami risate
tu che te la passi bene sempre rubando alla faccia mia
tu dici che è scorretto farti il vestito in una nausea di brandelli
 
amico alla fame, seppellisci il violino scordato e prendi il fucile
seppellisci l’arte che avevi messo da parte e imbraccia il fuoco
innocenza è un nome ma tutti colpevoli allo stesso modo
e dove cogli cogli bene - almeno in prigione avrai un nero pane
 
amico alla fine, dimentica il tuo nome
ma ricorda chi t’ha voluto invisibile
 
amico alla fine, dimentica la tua identità
ma ricorda chi t’ha voluto disgraziato
 
amico che ogni giorno fai la fame e la fine
almeno in prigione avrai un nero pane
e qualcuno uguale a te con cui parlare
 
amico che ogni giorno fai la fame e la fine
almeno in prigione avrai un nero pane
e qualcuno con cui preparare una sedizione
 
amico alla fine, seppellisci l’anima e il cuore, poi prendi il fucile
seppellisci le prove della tua non esistenza e rinuncia alla pietà
innocenza è un nome ma tutti colpevoli allo stesso modo
e dove cogli cogli bene - almeno in prigione avrai un nero pane
 
oggi innocenza non c’è per nessuno - fai bene ad ammazzare
perché oggi innocenza è morta - fai bene a non farti ammazzare
e dove cogli cogli bene - almeno in prigione avrai un nero pane
 
 
 
 
 
LIBERI PENSIERI
 
I miei pensieri liberi non valgono un soldino: si danno via al vento e si lasciano raccogliere da chi li vuole condividere un po’ coi suoi. Poi la Luna insegna me il Futuro in uno specchio d’acqua prigioniero d’un catino di zinco.
 
 
 
 
SULLA FALSITA’
 
Il falso è di un conio che quando lo prendi sotto i denti subito si spezza: non resiste, ma fa comunque danno al panorama dentario e al dizionario che mastichiamo in bocca.
 
 
 
 
SUL VIVERE
 
Non mi adorare: mi consumo in fretta. Però sempre inseguo l’alba dentro al tramonto perché il giorno appresso sia vivo nonostante le malinconie che alla sera.
 
 
 
 
DI PENSIERO E DI MANI
 
Il filosofo è bestia uguale all’uomo: dalla sua ha solamente il pensiero e quasi mai anche l’azione che rende/a il filosofare utile a sé stesso e all’umanità. L’uomo è bestia uguale all’uomo e dalla sua ha solamente le mani: le usa male per spargere sale sulle ferite e sa scavare profonde fosse per i suoi fratelli. La bestia è bestia uguale all’uomo di pensiero e a quello di mani.
 
 
 
 
DONNA IN APPARENZA
 
L’apparenza che veste una donna fa la donna in apparenza, ma non fa venire l’uomo tranne che per finta.
 
 
 
 
VAGO E VAGOLANTE RICORDO
 
Solo un vago e vagolante ricordo d’amore per l’umanità, ma non per le gambe che oggi camminano grazie a stampelle di vetro e di specchi. Quella che oggi si dice umanità solamente distribuisce stragi e ingiustizie a iosa ad ogni ora… dissanguando il corpo stesso dell’Amore. Forse in un tempo assai lontano fu l’Amore un cadavere putrescente - tangibile -, ma oggi è sol più lo spavento spaventato di sé stesso. E tu chiamalo amore se ci credi ancora, ma non merita nemmeno un effimero essiccato petalo di rosa o un più caduco e triste gambo di crisantemo.



 
 
Grazie a Tutti/e
 

 
30 marzo 1972 *
 
 
Esplodano forti le risate di tutti, si sputino via i denti e le carie
Bocca piena, bocca masticata; ma è mia la bocca imbavagliata!
 
Soffocano gli anni dentro agli anni; e si stemperano gli affanni
in una bottiglia stappata, e il tappo si stappa in un cielo lontano
E ricordo quanti compleanni e quanti capelli dimenticati - andati
E so perfettamente quanti m’hanno fatto le pulci col pettine in mano
E so perfettamente tutti i nomi dei tanti che me le hanno contate
in un ghigno lungo dal trenta marzo del settantadue ad oggi
E so distintamente quante viltà ho calpestato guardando avanti
 
Sempre tutti i nodi vengono al pettine: il barbitonsore lo sa meglio di me
e dalla bocca mi strappa via il cerotto, e mi lascia in poltrona accomodato



* aggiunta il 31/03/05
 
 
 
 
 
Questa Poesia “Tanti Auguri Giuseppe”
è il regalo di Giada (Dama Perlacea)
 
 
 
Tanti Auguri Giuseppe **


Ossessivamente svuoto la credenza
Come una piovra con tentacoli triangolari.
Riuscirò a frullare la panna candida
Con poesia e lettura ibrida?
 
Ho trovato un matterello che servirà
Ad appiattire la velocità mischiata a
Frutti glassati naturali.
 
Sono seduta a terra
Con guanti gialli da giardiniere:
sono sudata e
Fretta a invadere lo stomaco.
La mia fobia è quella
di non riuscire a consegnarti in tempo
La torta pasticcera.
 
Se rimango appesa al frigorifero
Mi porterai gli ingredienti?
Non desidero altro che
Sognare una torta già pronta.
 
Ti regalo un pasticcino: forse è meglio!
Inserisco una candelina e
Stappo una bottiglia di champagne.
Il sipario del Buon Compleanno finalmente
Si può aprire:
Auguri Giuseppe.



** aggiunta il 31/03/05
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:57 | poesia, riflessioni | clicca per commentare commenti (25)



OGNI AMORE UNO NUOVO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, marzo 28, 2005

 
 
 
Ogni Amore Uno Nuovo
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 

 



 
 
 
PARLANDO D’AMORE
 
a Chatterly
 
 
Parlando d’amore
ho incontrato una pietra
e la sua difesa in una piuma
 
Parlando d’amore
son caduto
e mi sono rialzato
cercando - provando -
sulle mie ginocchia stanche
quanto grande la sua pesantezza
e la sua infinita bellezza
 
Parlando d’amore
sono andato incontro a una catastrofe
 
Dovrei sentirmi pentito
E forse un po’ lo sono
Dovrei dire che è stato invano
amare e soffrire
Eppure, oggi, con le spalle al muro
so di non avere scampo alcuno
e che ancora inciamperò nei passi
d’ogni ombra che a me si dirà “amore”
Così credo, fermamente,
che farò del mio meglio per avere
e dare
Così credo, fermamente,
che l’amore è dare e non ricevere
anche se fa male
E anche se fa male
non ci posso proprio rinunciare
ad amare e a soffrire
portando la mano al cuore
e alla sfida che m’impone
 
 
 
 
 
IL SUO ADDIO
(giorno di Pasqua)
 
a Pixeleen
 
 
Presto me ne sono reso conto: i grandi mali dell’uomo derivano tutti dall’amore. Vi sembra strano? A me no. Sono invecchiato e ho consumato tanti anni e tante donne: ormai non m’attendo più nulla dalla vita, solo che la vita ponga termine a sé stessa. D’altronde un uomo come me, ormai vecchio, con la memoria labile, che cosa potrebbe ancora dare all’amore? Niente. Ottant’anni non sono pochi. Dunque, dicevo che l’uomo rovina sé stesso nel ricordo del primo amore, in quell’amore che l’ha contagiato quand’era giovane: quando si è ventenni o giù di lì; dopo la prima scopata, capita a tutti d’incontrare un amore folle, una ragazza che è ben più d’una scopata e via. E’ stato così anche per me: ho incontrato anch’io una femmina che m’ha fatto impazzire. E anch’io sono stato lasciato da lei ma non dalla sua pazzia… dalla mia pazzia. E per vendicarmi, tutte le donne che dopo di lei ho avuto le ho trattate con i guanti bianchi, ma solo per schiaffeggiarle senza che loro se ne rendessero conto. Però non è del tutto vero: ad un certo punto, alla fine, i nodi vengono al pettine, tutti - quando stai insieme a una donna, quando la tratti fintamente bene. Non avete capito? Perdonate la demenza di questo vecchio, ma è il meglio che so fare e poco mi curo dello stile; e se questi pensieri vi sembrano il vaneggiamento incoerente d’un pazzo annoiato, forse non avete tutti i torti. Però, lo stesso io vi invito, con insistenza, a non lasciare vagare altrove i vostri occhi: continuate a leggere, poi, forse, anche voi comprenderete il significato estremo che le mie parole racchiudono oltre le parole, oltre quello che ora voi dite vaneggiamento.
 
Ero giovane e arrogante, sicuro di me stesso. Lei era bella e non mi fu difficile amarla per la sua bellezza; ma poi la sua pazzia rapì la mia - la mia pazzia - e in lei essa diventò necessità di tenerezza. Ero in trappola, ma troppo innamorato e tenero perché potessi rendermene conto. I giorni trascorrevano veloci e ogni dì era una primavera anche se fuori era la tempesta ad imperversare. Tra gli alti pioppi c’incontravamo, fra quelle fronde ci nascondevamo al mondo e mentre lo stormire del vento cantava per noi tra le foglie una melodia di magia, noi consumavamo ogni nostro ardore e lo mischiavamo subito all’eco delle foglie a tremolare sui rami. Si stava bene insieme ed erano tutti invidiosi di noi, proprio tutti, anche chi non ci conosceva e nulla sapeva di noi.
E poi tutto finì. Venne il giorno di Pasqua, e lei mi lasciò: solo come un cane rimasi a sedere sui gradini della Chiesa e bestemmiavo e piangevo e ridevo. Ero il più disgraziato degli uomini, almeno così mi pensavo a quel tempo. Ero giovane e l’abbandono non l’avevo proprio contemplato. Non ci fu una vera ragione per cui mi lasciò, lo ammise lei stessa quando mi diede l’ultimo bacio. Solamente mi disse che ero un ragazzo dolcissimo, e addio; poi, quasi pentita d’avermi detto così poco, in un sussurro specificò che non m’avrebbe dimenticato mai e che ero stato il suo amore, quello più grande. I fatti, non molto più tardi, tradirono quelle poche parole che mi lasciò in eredità nell’addio, perché la vidi abbracciata ad un altro e nel giro di tre mesi sposata con l’abito bianco. La mia Cristina non era più mia, neanche nel sogno o nella fantasia, o nella tortura dei miei pensieri di pensarla ancora mia nonostante tutto. Mi lasciò e cadeva proprio il giorno di Pasqua: osservai uomini e donne felici uscire dalla chiesa passandomi accanto, senza degnarmi d’un solo sguardo. Le mie lagrime non commuovevano proprio nessuno, e neppure le mie bestemmie: era come se a tutti fossi invisibile, per tutti non avevo neanche la consistenza d’un’ombra. Rimasi seduto sui gradini della Chiesa. Poi scese il crepuscolo, e a quel punto ogni mia residua - vana - speranza s’era completamente dissanguata; non avevo neanche più la forza di piangere o bestemmiare contro la crudeltà di Dio che per me aveva preparato un così triste giorno.
Per distrarmi da me stesso mi gettai in politica: fui anarchico, socialista, comunista, nazionalista, e poi fui di nuovo anarchico e comunista, e con ogni partito ebbi a menar le mani. Fece presto il mio furore politico a stemperarsi e, alla fine, la mia bandiera fu la più totale indifferenza per ogni cosa che m’invitava a stare a destra o a sinistra o al centro o nel niente. Tornai a guardarmi intorno per un nuovo amore. E lo trovai e lo modellai su Cristina: la mia nuova compagna era forse la più bella del Paese, però io sempre avevo in testa lei e solo lei, Cristina. La trattai coi guanti bianchi Maddalena, e dopo un anno che restammo insieme, Maddalena m’allungò un ceffone con le lagrime agli occhi. Ci lasciammo, ma non provai alcun dolore. Ero tremendamente felice d’averla fatta soffrire. Seguirono molte altre ragazze nel mio letto, e una divenne mia moglie: due anni insieme e divenne la mia ex. E anche questa volta non provai alcun dolore. Mi risposai subito, con un bionda mozzafiato che non parlava affatto la nostra lingua: la incontrai e l’amai per la sua bellezza e solo per quella la volli tutta per me. Mi amò profondamente, visceralmente, mentre tentava d’imparare l’italiano, una lingua assurda per lei che era norvegese. Quando m’accorsi che di me non poteva più fare a meno, così, su due piedi, crudelmente, le dissi che non l’amavo più. E lei capì. Si tagliò le vene. Andai al suo funerale e nei miei occhi neanche l’ombra d’una lagrima.
Gli anni Sessanta furono assai turbolenti ed ebbi solamente donne o profondamente ricche o squattrinate, ma per una notte o due, non una di più. Durante gli anni Settanta incontrai Cristina: era più vecchia di quando mi disse addio, ma io vedevo ancora in lei sempre la mia Cristina, per me era bellissima e di più. Non m’accorsi che sul suo volto c’era già l’ombra della grande falciatrice. A metà degli anni Settanta, un amico mi comunicò, non senza un certo imbarazzo, che Cristina era morta e aveva lasciato due figlie e un marito disperato. Non piansi. Ringraziai l’amico, gli strinsi la mano, e tornai ai miei affari: raccolsi da terra una cartella con delle carte e in quel preciso momento compresi che ero morto, che io ero morto completamente, più di Cristina che ormai giaceva in decomposizione nel ventre della fredda terra. E piansi, cadendo in ginocchio. Piansi fino a consumarmi. Fu terribile. Lasciai morire ogni mio affare, e per mesi non uscii di casa. Tornai a vivere, ma non ero più io. E tornai anche a incontrare donne e ad andarci a letto. Mi sposai un’altra volta: due giorni dopo le nozze eravamo già ai ferri corti, e passata che fu una settimana, ecco il divorzio.
 
E la incontro: camminavo ed eccola di fronte a me. Era lei. Non avevo alcun dubbio in merito. Era Cristina, quella mia. Ed era giovane, giovane proprio come in quel lontano giorno che mi disse addio. Il cuore, tanta fu l’emozione, mi si fermò in petto per almeno due battiti. L’avvicinai. Non c’era dubbio alcuno che fosse la mia Cristina. Le sorrisi, levandomi il cappello, lasciando libera la folta brizzolata zazzera di spettinarsi al vento. E lei scoppiò a ridermi in faccia. Rideva di me. Non ebbi il coraggio di dirle niente: rimasi semplicemente imbambolato davanti a lei che rideva e rideva. Ma ero felice: la sua risata, anche se in segno di profondo scherno, mi fece comunque felice, folle, folle come quand’ero giovane. Poi si allontanò ed io rimasi a guardarla in lontananza.
M’informai sul suo conto e scoprii che era la figlia, la prima e la più grande, della mia Cristina. E pure lei si chiamava Cristina. La volevo. Avrei dannato l’anima all’inferno pur di averla. Cominciai a frequentare tutti quei posti dove lei amava recarsi, e dopo due anni di inutile corteggiamento, finalmente s’accorse di me e mi rivolse la parola: “Io so chi è Lei. So tutto di Lei. Se ne vada via per sempre, per sempre dalla mia vita. Addio.” Morii un’altra volta.
 
Oggi sono qui: Cristina, la figlia della mia Cristina, ha una sua famiglia, è felice e in buona salute. E io sono vecchio e solo. La domestica mi disprezza profondamente, ma non può fare a meno dei miei soldi e non può permettersi un lavoro diverso non avendo né istruzione né intelligenza dalla sua.
Oggi è Pasqua e spero solamente che Dio abbia un minimo di misericordia, spero che mi sbatta all’inferno o in paradiso: per me non farà alcuna differenza. Dovunque andrò a finire, per me non ci sarà mai pace. Anche se so che paradiso e inferno non esistono, dovunque andrò, io non avrò mai pace. Finirò sotto due metri di terra e basta? Sarò senza più né un’anima né un cuore in petto né un cervello pensante? Bene, io non avrò pace, non ce l’avrò mai, perché sono già morto… sono morto nel suo addio. Questo lo potete capire anche voi, adesso. Sono il più disgraziato degli uomini, così mi penso ancora oggi; e almeno in questo sono stato onesto con me stesso.
 
 
 
 
 
LATITANTE COME ME
 
a Giada Preziosa Perlina
 
 
Convertito io?
No, solo mi sono pervertito
Ed è un po’ diverso
Il mio dio non sta in cielo
E’ umano e latitante come me
Spara cazzate ad ogni ora
Poi si fa la barba con un rasoio di ruggine
e rutta e scoreggia un giorno senza fine
 
No, non mi sono convertito
Sempre mi prendo il mio
e non busso alle porte
per un soldino o un santino
Solo mi guardo d’attorno
Qualcuno cerca scampo alla morte
Qualcun altro alla vita
E non so dire davvero chi più saggio
e chi invece semplicemente coglione
 
Prendi le mie grosse mani nelle tue,
scoprirai che sono sporche d’antracite
Bacia la mia grande allegra bocca,
scoprirai che ho l’alito pesante di barbera
Guardami dritto negli occhi neri,
scoprirai che gridano ancora
‘Hasta Siempre Comandante Che Guevara’
E poi guardami nelle tasche fino in fondo,
scoprirai che non ho due tessere
per mangiare alla mensa
ma solo quella del partito mai tradito
Semplicemente scoprirai che sono rosso
Semplicemente scoprirai quel che già sai
 
Mi sono solo pervertito alla verità
E’ umana, è di terra e di morte
E’ fallibile e fuma un sigaro cubano
 
 
 
 
 
SIMONE E MARIANNA SIRCA
 
a Mara
 
 
Amore mio,
ci siamo cascati dentro all’amore
E’ stato il nostro primo e ultimo errore
e ci ha legati l’uno all’altra per sempre
 
Difenderai come allora il mio pugno di sabbia
o lo porterai sul tuo cuore perché sia cenere
alla cenere?
 
Amore mio,
quante stagioni hanno accolto i nostri pianti
e quante le nostre risate? Non oso confessartelo
Ma le tue lagrime di stelle, ma le tue risate di cielo
io non le ho dimenticate e ancora aspetto
che la tunga si apra a noi per una nuova verginità
 
Amore mio,
il sole muore e la luna si fa sua compagna
Io vagolo e di nascosto vengo a bussare alla tua porta
Ho cacciato un cinghialetto, mi sono fatto colpevole per te
Ma ora che muoio con una pallottola in corpo
capisco che ti fu impossibile amare i miei occhi
e la povertà che riposava dentro alle mie tasche
 
Se solo difendessi il mio pugno come allora!
 
Un tempo ci credevi
che avremmo avuto il coraggio d’amarci
Ed invece ora solo stringi la mia mano che si spenge
in magrezza nella tua che è di vita calda e colma
Ed invece ora solo mi vedi qui disteso in questo tuo letto
a tirare fuori dal petto l’ultimo respiro che s’arrende
sotto la benedizione d’un miserrimo prete tanto stanco
 
Amarci fu il nostro amore, fu la nostra morte
E domani sposerai un altro che avrà i miei occhi
E forse sarai felice, di più che non se fossimo restati
legati l’uno all’altra nella vita
 
Ma io ancora aspetto nel freddo balsamo della tunga
che una nuova verginità si apra a noi e ci porti a noi,  
perché l’amore è stato il nostro primo e ultimo errore
e ci ha legati l’uno all’altra per sempre, nella morte
 
 
 
 
 
SINISTRO COMMESSO VIAGGIATORE
 
a VoglioTuttoENiente
 
 
Sono solo un commesso viaggiatore, uno dei tanti. Mi porto il mondo addosso e qualche volta mi riesce pure di nasconderlo dentro alla valigetta che sempre tengo legata al mio polso sinistro. Qualcuno, sfiorandomi con lo sguardo, dice che sono alquanto sinistro e che non ispiro molta fiducia. Eppure nessuno può fare a meno di riconoscere che quando prendo a parlare ci so davvero fare: lascio sempre tutti i miei clienti a bocca aperta. Sono un commesso viaggiatore, vado a trovare tante persone nei punti più disparati di questo mondo. Una casa non ce l’ho e neppure una donna. Non ho legami. La mia carta d’identità ha solo una fotografia consumata, indecifrabile. Non mi lamento mai ad alta voce: con il mestiere che faccio non mi posso permettere confidenze urlate o confessioni. Ho imparato che nella vita è importante come e quanto sai vendere: se non c’è niente da dar via, io lo dò via comunque e sempre.
 
Ho comprato l’anima del Diavolo: alla fine s’è arreso alla mia insistenza, alla mia lingua biforcuta, e ha preso la strada della pensione o quella del paradiso - ma, sinceramente, non m’interessa granché sapere che fine abbia fatto adesso che un’anima non ce l’ha più. La prima volta che lo incontrai era uguale spiccicato a me. Voleva la mia anima. Parlava tantissimo e ad ogni sentenza, che sputava dalla bocca sulfurea, non mancava di ricordarmi che ormai da tempo s’era adeguato ai tempi moderni: “Adesso faccio sia le pentole che i coperchi.” Così sentenziava con amore - con amore infernale -, poi il suo miglior sorriso; tuttavia non sapeva ancora con chi aveva a che fare. Gli tirai fuori il mio sorriso, quello migliore, e poi, subito, ho aperto sotto ai suoi occhi la mia valigetta; lui ci ha guardato dentro, ha raccolto una copia sgualcita de “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, l’ha soppesata e l’ha tenuta fra le mani e l’ha sfogliata. Impallidì, divenne bianco come un cencio.
Raccolsi la sua anima, e lo lasciai a piangere in silenzio. Prima di lasciarci, definitivamente, mi ha solo guardato con i suoi occhi spenti. Ho ricambiato il suo sguardo, ma gridandogli addosso che il Paradiso può attendere. Lui ha scosso la testa, semplicemente. Era già in pensione nel momento in cui gli davo le spalle per non incontrarlo mai più sulla mia strada.
 
Il mio aereo vola al di sopra delle nuvole: ho un posto accanto al finestrino, ma non c’è nessuno a tenermi compagnia sul posto vuoto di fianco al mio. Non m’interessa. L’aereo è pieno di possibili clienti. E’ solo che in questo momento non ho troppa voglia né di sorridere né di parlare. Ma poi un’hostess mi scuote: la fisso con occhi di fiamma, e lei non fa una piega. Ed allora parlo, perché lei mi si offre spontaneamente, o quasi. Le dico, a bruciapelo, che mi sento tanto tanto solo. E lei è l’unica che può sentire la mia voce. Mi alzo e seguo il suo bel culetto tondo. Sarà difficile farlo con la valigetta legata al mio polso. La seguo e lei lo sa che sta per darmi quello che ogni uomo vuole per sé: l’anima. E lo sa che dopo la venderò al migliore offerente, perché il mondo è assai scarso d’amore e ne vuole sempre di più. Sono solo un commesso viaggiatore, uno dei tanti; però posso offrire al mondo intero tutto l’amore di cui ha bisogno, anche se lo vendo solamente al migliore offerente. In pratica, è questo il mio diabolico segreto. Ma molto più spesso vendo il niente al migliore offerente. E’ questo il mio simbolico segreto. E lascio sempre tutti - proprio tutti - a bocca aperta. Sono semplicemente un commesso viaggiatore e mi porto il mondo addosso; e quando mi sento in vena di dispetti mi riesce pure di nasconderlo dentro alla valigetta che sempre tengo legata al mio sinìstro polso.
 
 
 
 
 
FRAGILI SIAMO
 
a BB2004
 
 
Fragili siamo, sempre, quando la carezza
d’una vagabonda piuma la raccogliamo in grembo
o la prima pietra dalla mano lontano la scagliamo
al di là delle umane ingiustizie
 
Sì, tu ricordi gli orti e com’erano verdi al sole
Sì, tu ricordi com’era bello perdersi fra i filari
e poi restare affannati e nascosti a fare all’amore
perché la vita fosse almeno parvenza d’eternità
 
Cristo è morto, Cristo è risorto: ma dove?
Tra le mani solo stringiamo un vento di parole;
e davanti al fuoco, per confortarci, restiamo
a raccontarci fole, scherzandoci su
perché noi mortali siamo e siamo quaggiù
 
Fragili siamo, sempre - adesso
Però l’amore lo tentiamo a nostra somiglianza
con la forza dei nostri lombi, dei nostri cuori
che batteranno all’infinito finché vita ci sarà
da donare alla solitudine che ci portiamo appresso
 
 
 
 
 
NELL’OMBRA
 
 
Nell’ombra nuove gioie cospirai,
ma di cuore mai m’ammalai.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:23 | poesia, racconti | clicca per commentare commenti (44)



ANDREA IOVINELLI - ALIENE UMANITA'

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, marzo 27, 2005



Fonte:


Il Grande Portale della Fantascienza a cura di Danilo Santoni


 

INTERVISTA ad




ANDREA IOVINELLI
 

 
 ALIENE UMANITA’
 
 
 
 
 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
 
 
1. Andrea Iovinelli, chi è in realtà l’autore di “Aliene Umanità”?
 
Brr... mamma mia! Non sono proprio Nessuno, ma non si pensi nemmeno che io voglia far riferimento a Ulisse, per carità. Sono un semplice aspirante scrittore (o sognatore, scegliete voi). Il mio sogno è quello di guadagnarmi da vivere scrivendo, qualsiasi cosa, di qualunque media, anche se devo ammettere di avere un certo debole, una predilezione spudorata per il fumetto: praticamente sono cresciuto a pane, nutella, fumetti e cartoni animati, e fare lo sceneggiatore di fumetti per me sarebbe proprio il massimo, non chiederei altro dalla vita.
 
 
 
2. Potresti descrivere ai lettori di INTERCOM perché la scelta di un titolo come “Aliene Umanità”? E’ un po’ come una dicotomia, non trovi?
 
Più che una dicotomia, “aliene umanità” a mio modesto avviso è un bellissimo ossimoro, la contrapposizione per eccellenza di due concetti contrari. Cosa c’è di più estraneo a un essere umano? Un alieno. Ma la locuzione nelle mie intenzioni vuole esprimere anche un’immagine un po’ più sottile e rarefatta, e cioè il fatto che, come purtroppo possiamo constatare dalla vita di tutti i giorni, spesso l’alieno, l’essere mostruoso e disumano, quello di cui dobbiamo avere più paura, siamo noi stessi, intesi sia come razza che come singoli. Il titolo poi nasce dalla semplice esigenza di trovare un filo comune che unisse anche solo idealmente tutti i racconti dell’antologia. Mi sono messo a cercare dei temi che fossero simili o che si ripetessero nei vari racconti, e ho visto che più di ogni altra cosa erano legati assieme da questa idea dell’essere maligno, del “mostro” presente nei nostri vicini, o in chi credevamo ci volesse sinceramente bene, che tornava più volte. Una scoperta che ha sorpreso anche me, come se del tutto inconsciamente avessi voluto trattare quell’argomento nello specifico, quando invece non è affatto così.


 
3. “Aliene Umanità” accoglie otto racconti originali: “Tempo di vendetta”, “Ladri d’anima”, “Guarda in alto!”, “Come nei peggiori incubi”, “Diritto di libera estinzione”, “Donna di picche”, “Vento, la mia prigione” e “Mala tempora”. Vorresti raccontarli ai lettori di INTERCOM… come sono nati?
 
Gli otto racconti sono nati in un arco molto dilatato di tempo, e diciamo che sono una piccola selezione di quelli che, sentendo anche il giudizio di chi mi legge, reputo i migliori racconti che io abbia scritto finora. Non sono quindi nati con il preciso intento di metterli insieme poi in una raccolta, ma di volta in volta, separatamente e in modo autonomo. Penso sarebbe noioso e poco illuminante illustrare il contenuto o la genesi di ognuno di essi, una cosa che in realtà mi ero ripromesso di fare per inserirla all’interno del mio sito, insieme ad altre duecento cosette circa, e penso sarebbe stato carino e interessante. Poi... eh-ehm, forse non dovrei dirlo, perché non mi mette certo in buona luce, ma ho scoperto che di gran parte degli otto racconti non ricordo quasi nulla di come siano nati. Se avrò tempo, chissà... La mia scrittura comunque è un “parto” che diluisco di proposito nel tempo, perché spesso mi capita che l’idea, quella davvero buona, mi venga mentre sono nel bel mezzo della storia, come una sorta di folgorazione, un’illuminazione spirituale che ti apre le porte della narrazione, e magari essendo tutt’altra cosa rispetto all’originale mi costringe a ricominciare daccapo. Un’esperienza quasi mistica che credo sia comune alla maggioranza degli scrittori, in seguito alla quale inizi a scrivere spasmodicamente e non vorresti più fermarti per paura di perdere il “tocco magico”.
 
 
 
4. I tuoi racconti traducono il lettore in un mondo fantastico (o possibile): è credibile dire che con questi racconti Andrea Iovinelli abbia voluto lanciare un messaggio sociopolitico? O è puro amusement?
 
Oddio!, no, no! Nessun “messaggio”. Io sono molto genuino, diciamo così. Quando scrivo, non penso a finalità precise; mi viene l’idea, mi piace un personaggio o una particolare storia, e la racconto. Basta. Le uniche domande che mi pongo sono: mi piacerà scriverla, mi divertirò? E poi: è una storia che potrebbe appassionare chi la legge? Se sento che uno di questi due elementi potrebbe non concretizzarsi, lascio stare e penso ad altro. Non credo nella scrittura “sofferta”, la lascio agli altri. Io mi devo divertire, mi devo appassionare a quello che scrivo, altrimenti proprio non ci riesco, non butto giù neanche due righe. Questo, naturalmente, finché lo faccio per passatempo. Come professione sarebbe un discorso diverso e più complicato.
 
 
 
5. Questa è una richiesta cattiva: il racconto che preferisci in assoluto in “Aliene Umanità” e perché.  
 
Più che cattiva, è difficile. In genere, quelli che riscuotono più apprezzamenti sono “Tempo di Vendetta” e “Guarda in Alto!”. E forse quest’ultimo, essendo il più lungo e quindi anche quello che mi ha permesso di spaziare un pochino di più, è quello che più di ogni altro risveglia in me delle buone sensazioni. Se penso alla storia, mi scappa un sorriso, e questo è bene. È completo, dettagliato, e con la giusta dose di “sense of wonder”, che io tento sempre, quando il contesto lo permette, di imprimere alle storie. Adoro quella percezione impalpabile e indefinibile di ritrovarsi di fronte a un qualcosa che suscita in noi immagini, sogni, visioni fantastiche, il “senso del meraviglioso” per l’appunto, che è tale proprio perché unico e indescrivibile. E a me sembra che in “Guarda in Alto!” ci sia. Il mio sogno sarebbe poterlo trasporre in fumetto, e penso che sarebbe stupendo! ;-)
 
 
 
6. Il tuo stile è molto fluido, immediato. Dimmi qualcosa di più.
 
Ti ringrazio, per me è un complimento, perché io miro a una scrittura semplice, possibilmente senza scadere nel banale, ovvio. La lettura deve essere chiara, leggera, diciamo anche facile; non c’è bisogno di paroloni mirabolanti o frasi iperboliche per creare immagini forti. Quelle o ci sono o non ci sono e spetta allo scrittore il difficile compito di descriverle nel modo più affascinante, diretto e comprensibile. Sia chiaro, non sono io a dirlo, ma Calvino nelle sue stupende Lezioni Americane, uno splendido libro che io consiglio caldamente a tutti, aspiranti scrittori e no. Personalmente credo di non avere un mio preciso stile narrativo, e che la mia scrittura sia ancora molto ingenua. In questo senso devo lavorare sicuramente ancora parecchio. Come qualcuno molto illustre mi ha detto, a volte appare un po’ troppo “sciatta”, a causa di un certo semplicismo nella descrizione di ambienti o personaggi, e non posso non dargli ragione. Andrebbe rafforzata, avrebbe bisogno di un corpo più robusto e più riconoscibile, se possibile (e se si è capaci di farlo), fino a farne una scrittura che abbia una precisa e inconfondibile impronta personale. Caricarla di “immagini personali”, come mi ha suggerito il grande e saggio Vittorio Curtoni commentando, suo buon cuore, “Tempo di Vendetta”, e quindi maggiore cura e impegno, in una continua rielaborazione - alla ricerca della lingua personale dell’autore. A ciò bisogna mirare - (testuali parole del Curtoni). In una parola, lavorare.
 
 
 
7. Come ti sei avvicinato alla fantascienza? Perché?
 
Perché?! Ma perché la FS è fantastica! In realtà non lo so nemmeno io... Il mio amore per questo genere è innato, non l’ho acquisito col tempo. E d’altra parte il mio sogno da piccolo (ma lo è anche adesso) era fare l’astronauta... Il primo avvicinamento davvero importante e tangibile penso sia stato a Star Wars. Quando uscì io ero un bambino di 5 anni e puoi immaginare l’impatto che ebbe sul mio mondo fatto di fantasie e giocattoli, con tutte quelle astronavi fantastiche e quei pupazzetti in plastica magnifici. Ce li ho ancora, da qualche parte... So che con questa affermazione non farò felici molti cultori dei classici della SF, ma ripensandoci SW in fondo riproponeva in chiave moderna i temi classici dell’avventura epica, di quel “senso del meraviglioso” che citavo sopra e che mi affascina tanto, ed è quindi naturale che mi abbia colpito così nel profondo. Loro, i cultori di cui sopra, so che rabbrividiranno a un simile accostamento, ma io ce lo vedo. Poi è venuto il fumetto, con Nathan Never, e devo dire che è stato un tassello fondamentale per il mio avvicinamento lento ma graduale alla vera SF, quella che adoro, che più mi affascina e di cui godo maggiormente, cioè la fantascienza narrativa.
 
 
 
8. Oltre alla letteratura di genere, c’è qualche autore mainstream che ha influenzato il tuo modo di percepire il mondo e quindi di tradurlo in un contesto fantastico?
 
Potrei fare lo snob, e dirti che non la leggo perché mi annoia. Non è così. In realtà, anche se vorrei tanto farlo, purtroppo leggo pochissima letteratura mainstream, per mancanza di tempo e di possibilità. Aggiungici poi che le mie lacune in fatto di cultura umanistica sono abissali... e la depressione mi assale senza scampo. Tento di recuperare tutto il tempo perduto, pizzico qua e là, ma è davvero impossibile colmare le falle di chi come me ha iniziato a leggere seriamente dopo i venti anni, e che per di più si è perso anche quel poco che avrebbe potuto imparare se avesse fatto studi classici, invece di diventare un ragioniere.
 
 
 
9. Oggi, tanti scrittori si avvicinano alla letteratura di genere, si mettono alla prova producendo lavori egregi, che, purtroppo, o per fortuna, rimangono confinati nel Web. Tu sei evaso dal web, hai cercato un pubblico più vasto. Secondo te è giusto che lo scrittore debba autoprodurre il proprio lavoro, affinché possa raggiungere una fascia di lettori più vasta rispetto a quella che potrebbe avere se i suoi scritti venissero esclusivamente messi on line?
 
Paradossale, no? Evadere dal Web, dove in teoria potrebbero leggerti anche decine di migliaia di persone, per “confinarsi” a poche centinaia di lettori pubblicando su carta. È assurdo, ma è la realtà. La stessa realtà che dice in modo inequivocabile che leggere sullo schermo dei racconti è terribilmente faticoso e scomodo, per ora; fino a quando sarà così, e non sarà quindi facile e comodo leggere su uno “schermo portatile”, non c’è verso e neanche motivo perché debbano cambiare le cose. Io quindi non sono “evaso” per poter raggiungere un pubblico più vasto (figurati!), ma solo per rendere le mie storie semplicemente leggibili. Finora non lo erano.
 
 
 
10. Quando hai pensato ad “Aliene Umanità”, ti sei ispirato a qualche autore in particolare per dar corpo ai tuoi racconti? Oppure sono nati di getto?
 
Come ho detto prima, non ho pensato ad “Aliene Umanità” come a un progetto organico, ma è venuto poi. All’origine non c’è l’idea dell’antologia, ma i singoli racconti sono nati uno alla volta del tutto staccati l’uno dall’altro. Nei singoli racconti magari c’è l’ispirazione venuta da un autore o un opera specifica: in “Come nei peggiori incubi” per esempio, l’ispirazione m’è venuta leggendo quel capolavoro unico che è Il Gioco di Ender, ed è dichiarata nella dedica finale. Di getto poi, ahimé, non so gli altri, ma a me non nasce proprio un bel nulla. Ci vuole studio, impegno, analisi. E poi tanta pazienza e tantissimo spirito autocritico.
 
 
 
11. A questo punto, non posso esimermi dal chiederti quali sono i tuoi autori preferiti e perché, ovviamente.
 
Tanti. Finirei per scrivere un saggio... così citerò solo gli autori di SF narrativa. Vediamo, parto da Walter Jon Williams, perché mi ha profondamente colpito con Aristoi, e proseguo con gli innamoramenti più freschi: una mia recente scoperta è Simak, di cui ho letto pochissimo, ma quel poco ha suscitato emozioni fortissime, grande forza narrativa e coinvolgimento massimo; poi Alfred Bester che con La Tigre della Notte mi ha lasciato senza fiato, e Fredric Brown, di cui mi sto gustando piano piano l’ultimo Millemondi a lui dedicato. Il primo in assoluto fu l’immancabile Asimov, che ammiro tantissimo nonostante siano in tanti a bistrattarlo, e ancora come potrei non citare Heinlein o Bradbury, e ancora il più recente Gibson o l’inarrivabile Dick, l’avvincente C.J. Cherryh o Dan Simmons, il vecchio Jack Williamson e Kurt Vonnegut. Last but not least, direi l’unico, imprescindibile, stupefacente Richard Matheson; il suo I Am Legend è indescrivibile.
 
 
 
12. La fantascienza italiana, a mio avviso, tolto qualche grande nome, non gode di ottima salute: il pubblico è abbastanza refrattario nei confronti degli autori italiani che scrivono fantascienza. Tu cosa ne pensi?
 
La penso come te. E non ne capisco il motivo. C’è chi dà la colpa agli autori, chi ai lettori e chi agli editori. Io penso che siano correi, tutti e tre all’incirca con la stessa percentuale di colpa. Gli editori, perché non hanno il coraggio e la voglia di investire negli italiani, senza capire (o facendo finta...) che gli autori autoctoni, molte volte, sono migliori degli stranieri e che a lungo andare potrebbero ripagarli di introiti maggiori; nei rari casi poi in cui l’investimento avviene, vengono spesso promossi diciamo... in modo piuttosto “bizzarro”. Gli autori, perché troppo spesso si crogiolano nella loro stessa presunta arte, invece di restarsene un po’ più con in piedi per terra, e forse ne guadagnerebbero tutti; mi spiego meglio: ben venga la fantascienza italiana, con le sue caratteristiche, le sue peculiarità e le sue bellissime differenze da quella anglosassone, io sono il primo a sostenerne il diritto di esistenza, ma non ci lamentiamo però se poi non vende... è naturale che sia così, perché da cinquant’anni ad oggi il lettore medio di SF è abituato a leggere altro e, purtroppo, solo quello vuole, magari anche da un autore italiano. I lettori infine, che ricollegandomi a quanto detto sopra, non si evolvono, non maturano narrativamente e rimangono chiusi nella loro nicchia fatta solo di autori americani e inglesi; non cercano, non si incuriosiscono intellettualmente, ed è un gran peccato perché se solo sapessero cosa si perdono... Io spero con tutto me stesso che qualcosa si smuova, anche perché ne sono direttamente interessato, e qualche buon segno incoraggiante, seppur timido e necessariamente prudente, per fortuna c’è.
 
 
 
13. Credi nella commistione fra generi letterari? Ovvero, a tuo avviso, oggi è possibile scrivere fantascienza inquinandola con stilemi avantpop, gotici o espressamente mainstream?
 
Tutto è possibile. È possibile anche scrivere delle cose assolutamente illeggibili. Io credo che la commistione di diversi generi sia già radicata nella definizione stessa di fantascienza, che è molto vasta e variegata: nella FS c’è spesso il giallo, il fantasy o l’horror, e questo fin dalla sua nascita e dall’epoca della “golden age” americana. Personalmente credo che non debba essere solo possibile ma che sia, la dove si riesca a trovare la giusta amalgama, addirittura auspicabile, perché porta varietà, freschezza e originalità al racconto, oltre alla non trascurabile possibilità di coinvolgere un numero maggiore potenziale di lettori.
 
 
 
14. La tua è fantascienza pura o… C’è di mezzo qualcos’altro? Io penso che tu sia un tradizionalista, ma forse mi sbaglio.
 
No, no, tradizionalista mi sta bene come definizione. Anche se poi tendo a mischiare molto il genere con i suoi sottogeneri e con le influenze più disparate di tutti gli altri tipi di narrativa di genere. Con “fantascienza pura” non vorrei si fraintendesse però, magari intendendo la “hard science-fiction”; non sono né uno scienziato né possiedo cognizioni che mi consentano di essere uno scrittore “tecnico-specialistico”, anche se sono un appassionato di scienza e conoscenza in generale.
 
 
 
15. Ritornando a parlare del tuo stile, nei tuoi racconti ho notato che privilegi periodi brevi, quasi latini. E’ una tua scelta stilistica votata alla chiarezza e quindi all’immediatezza? O piuttosto è stata  una necessità dettata dal pubblico, che ama che si arrivi subito al “clou” senza troppi giri di parole?
 
È semplicemente una mia scelta, punto. Una mia caratteristica, se vuoi. Il pubblico per ora non ce l’ho, e se mai un giorno sarà così cortese da dettarmi le sue necessità, io sarò lieto di accontentarlo. ;-)
 
 
 
16. L’introduzione ad “Aliene Umanità” è firmata da Ade Capone, che cita Stephen King: “scrive non chi sa scrivere, ma chi ha voglia di scrivere”. Tu che cosa ne pensi?
 
Penso che sia inconfutabile. Al di là di ciò che comunemente si pensa, scrivere è un lavoraccio. Mentale, certo, ma un gran bel duro lavoro. Sempre meglio che spalare letame, o scavare 2000 metri sotto terra con 40 gradi centigradi, intendiamoci... ma è pur sempre un lavoraccio. Che però mi piacerebbe tanto fare. ;-D
 
 
 
17. Prova a coniare uno slogan che invogli i potenziali lettori a far proprio “Aliene Umanità”?
 
Mmm... vediamo. Più che uno slogan voglio lanciare una proposta, o una sfida: comprate “Aliene Umanità”, leggetelo, ponderatelo e valutatelo. Se non troverete nemmeno un racconto che vi sia piaciuto, sono pronto a rimborsarvi il 50% del prezzo di copertina. A pagina due trovate la mia e-mail... scrivetemi. Basta che siate onesti però, e non troppo severi. Non dimenticate di considerare che sono pur sempre un esordiente, caspita! (mah!, speriamo che la leggano in pochi, ‘sta intervista... :D)
 
 
 
18. Quanto c’è di “alieno” e quanto di “umano” nella tua antologia? In che proporzioni, come  e perché…
 
Cinquanta e cinquanta. La parte aliena è la parte oscura, mascherata di noi stessi. Quella che non mostriamo, ma che è ben presente, nascosta nel subconscio e pronta a saltare fuori al momento “giusto”. Quando c’è il momento estremo, l’apice, quando scatta qualcosa di irreversibile nei nostri “schemi di pensiero” e la coscienza viene meno, e non è più possibile trattenere la rabbia che tutti noi abbiamo dentro, ecco che salta fuori l’animale, anzi, la bestia che è in noi. L’alieno appunto. Né più né meno quanto l’alien di Ridley Scott...
 
 
 
19. Pensi che la fantascienza moderna - soprattutto quella italiana - sia ancora capace di esprimere qualcosa? Ritieni che possa far divertire i suoi lettori, che possa instradarli verso una analisi critica della propria umanità?
 
Ci mancherebbe, c’è un’infinità di cose da dire. Basta volerlo. Chi sostiene il contrario, secondo il mio modestissimo parere, o è perché non ha più idee in generale, e il suo atteggiamento da disilluso allora vale per qualsiasi altra cosa, o è perché non ha più voglia di sforzarsi di averle. La fantascienza, e non lo scopro di certo io, è il palcoscenico ideale per rappresentare la società contemporanea. È uno specchio dell’oggi che offre spunti di critica e ipotesi di analisi come nessun altro genere, e questo avviene soprattutto nella narrativa, o nel fumetto, dove tutto o quasi è possibile e rappresentabile, basta immaginarlo. Poi per quanto riguarda il discorso “divertimento”, io penso che si tratti sempre di un rapporto a due, tra lettore e scrittore. L’autore può dare alla storia un’impronta profondamente seria e impegnata quanto vuole, può mostrare una via e suggerire percorsi, ma poi spetta sempre a chi la legge trovare i giusti punti di raccordo che lo stimolino nella riflessione. Se questi mancano nelle sue idee, c’è poco da fare... E lo stesso dicasi per la parte ludica: se egli cerca nel testo donnine discinte, astronavi che sparano contro alieni mostruosi ed eroi senza macchia e senza paura, e cerca solo quello, non riuscirà mai a vedere nulla che gli possa fornire anche solo un piccolo insignificante spunto di riflessione. E viceversa. Ognuno alla fine vede in ciò che fa o legge qualsiasi cosa e il contrario, e capire quindi quanto l’opera di autore sia “impegnata” o “leggera”, resta e rimarrà sempre, a mio avviso, una questione strettamente e meramente personale. La cosa più stupida e melensa per l’uno, potrebbe benissimo essere la più intima e profonda per l’altro. Così la penso... ora accoltellatemi pure.
 
 
 
20. Scrivendo i racconti che compongono “Aliene Umanità”, quali difficoltà hai incontrato? E se non ne hai incontrate, perché?
 
Principalmente difficoltà di “costanza”. Per scrivere bene ho bisogno di tranquillità ambientale, serenità mentale, tempo a sufficienza e un bel po’ di stimoli e determinazione. Quasi mai questi fattori sono presenti tutti assieme, ed è allora che DOVREBBE subentrare la costanza, la metodicità del lavoro. Mettersi alla tastiera anche quando non ti va, quando ti fa male, e ti viene il mal di stomaco anche solo a pensarci... ecco, questo mi manca. Non ci riesco, e così se non ci sono tutte le condizioni ideali spesso non riesco a scrivere. Magari scrivo, certo, ma delle cose oscene.
 
 
 
21. La pubblicazione… Oggi, purtroppo, gli editori prestano poca o nessuna attenzione agli autori esordienti. Perché accade tutto ciò? Anche ieri non era diverso, forse si aveva più voglia di “scoprire” giovani talenti, ma non penso che le cose da qui a cinquant’anni fa siano cambiate di molto. Ma tu, alla fine, con grande coraggio, hai pubblicato, hai creduto in te stesso ed hai investito tutto te stesso per dar vita ad “Aliene Umanità”. E’ stato un atto d’amore nei confronti di te stesso o hai giocato l’ultima carta che ti rimaneva da giocare?
 
L’ultima carta! Cavolo, mi dai per stecchito ancor prima di cominciare! Vabbè che c’ho anche io i miei bei capelli bianchi, ma da qui a darmi per finito! Se con “atto d’amore nei miei riguardi”, intendi avere la soddisfazione di vedere un libricino con su scritto il proprio nome, sì, l’ho fatto anche per quello. Mi servono stimoli, l’ho detto. Il motivo primario però era promuovermi, o perlomeno provare a farlo. E ringrazio Ade Capone di avermi dato la preziosissima possibilità di farlo. Il coraggio non l’ho avuto solo io, ma anche e soprattutto Ade; in questo gioco, è lui quello che rischia di più: io posso rischiare di essere ignorato, lui può anche rischiare di perdere la reputazione. Io mi sono solo messo in gioco, cosciente di correre un rischio, certo... Ma come si dice, “chi non risica...”, e siccome io ho abbastanza voglia di rosicare, non mi tiro indietro.
 
 
 
22. Una domanda che rivolgo a tutti gli amici: se Andrea Iovinelli si guardasse allo specchio, quale domanda rivolgerebbe a sé stesso?
 
Questa te l’ha passata Marzullo, ammettilo... La prima cosa che mi viene in mente è: “ma mi devo fare la barba anche stamattina?”. La seconda invece è quella che mi faccio quasi sempre: “sicurosicuro di non conoscere il segreto della pietra filosofale e l’ubicazione della sorgente dell’eterna giovinezza?”. La terza: “ha senso scrivere questa risposta visto che molto probabilmente nessuno arriverà mai a leggere la mia intervista fino a questo punto?”
 
 
 
23. Qualche rimpianto? Se potessi tornare indietro nel tempo, cosa non rifaresti e cosa invece faresti ancora pur sapendo che in futuro avrai a pentirtene?
 
Rimpianti sì, tanti, come tutti, ma non vorrei mai cancellarmi dalla memoria, perché testimoniano i nostri errori, sono parte del proprio bagaglio di esperienze e senza di essi continueremmo a commettere gli stessi errori. Se potessi tornare indietro nel tempo invece, mi memorizzerei per benino l’ultima cinquina estratta sulla ruota di Roma e poi, una volta tornato indietro, me la rigiocherei! :p
 
 
 
24. I tuoi progetti editoriali per il futuro… Prossimamente Andrea Iovinelli cosa ci regalerà? A che cosa stai lavorando?
 
Mi spiace, non regalerò proprio niente, non me lo posso permettere! Scherzi a parte... progetti tantissimi, così come le idee ancora allo stato embrionale. Anche troppe, visto che non riesco a decidermi su che cosa lavorare. Nel prossimo futuro ho intenzione di alternarmi tra fumetto e narrativa, e così scriverò un soggetto e un racconto, un soggetto e un racconto, e così via. Ideare e scrivere soggetti forse è ancora più impegnativo del lavoro da svolgere su un racconto, soprattutto se si tratta di creare mondi nuovi, dove c’è bisogno di descrivere minuziosamente i più piccoli dettagli, gli ambienti, i personaggi, e anche se poi a chi li legge interessa vagamente solo la storia. Il tutto porta via un sacco di tempo e questo inevitabilmente mi spinge a prediligere quasi sempre i “semplici” racconti. Mi sono imposto questa regoletta proprio con l’intenzione di proporre in giro un po’ di idee a editori di fumetti... e vediamo un po’ se ne esce fuori qualcosa. Non sarebbe la prima volta, è una vita che ci provo! Ho appena finito una piccola sceneggiatura di 4 pagine per un promettente disegnatore romano con cui sto collaborando. Dovrebbe essere impegnato nella realizzazione delle tavole, e spero presto di poterle mettere on line sul mio sito. L’idea è realizzare una specie di “episodio pilota”, con un finale apertissimo, una specie di vetrina per una possibile serie futura. Speriamo piaccia. Ora invece sto ricaricando le pile, e mi sto nutrendo di fantasie altrui da cui poi trarre ispirazione (in pratica, sto cercando la storia giusta da scopiazzare... ;-p).
 
 
 
25. Ti ho posto tante domande, ma forse ho dimenticato di metter sul piatto quella fatidica, quindi ti lascio libero di parlare di “Aliene Umanità” a ruota libera… Dì tutto quello che vuoi senza tentare di autocensurarti!
 
Farò un appello.
Carissimo signor Steven Spielberg, la ammiro molto. Se in futuro desiderasse adattare una delle mie storie per un suo film, sarei molto lieto di cederle ogni diritto di sfruttamento. In cambio, mi accontenterei anche solo di un paio di milioni di dollari. Grazie.
 
 
 
26. Stavo per chiudere questa intervista, quando mi è venuta improvvisa ispirazione. Nel racconto “Donna di picche” dici: “Aspettavo con ansia questa tua decisone./ Hai fatto la cosa giusta, non temere… A te dunque, Tyra, il nostro dono di fratellanza./ Ciò che ti offriamo è la tua Verità./ A te farne l’uso che ritieni più equo./ A te il saluto degli Abele.” Devi sapere che io sono un po’ ottuso e non ho ben capito che cosa hai voluto esprimere… Saresti così gentile da volermi spiegare il significato di queste parole, del messaggio che il racconto racchiude nel suo “cuore di picche”?
 
Be’, in effetti quello è il racconto più criptico, me ne sono reso conto e, incredibile a dirsi, è anche piaciuto! Io mi aspettavo un bel po’ di insulti e minacce... e invece è andata bene. Mettiamo però uno SPOILER, non si sa mai. L’intuizione, perché questa devi avere per comprendere appieno il racconto, sarebbe quella di un’entità informatica superiore e autocosciente, un network formato da tutti gli individui che possiedono una certa percentuale di innesti cibernetici. Una specie di coscienza comune superiore. In quel passaggio che citi, l’Entità si manifesta palesemente a Tyra e le svela l’identità di chi ha attentato alla sua vita. Quanto agli “Abele”, un semplice nomignolo per identificare una razza di individui scacciati o uccisi dai suoi più stretti “fratelli”, gli uomini al naturale. Ti ho chiarito le idee oppure ho creato più confusione di prima?


 
27. Grazie Andrea, sei stato gentilissimo. Hai sopportato e vinto questo tour de force di domande non molto cattive, ma neanche troppo leggere. Ne sei uscito a testa alta, ma io non nutrivo dubbio alcuno in merito. “Aliene Umanità” è opera che merita veramente di esser letta con profonda attenzione. In bocca al lupo...
 
Crepi il lupo. Sono io che ringrazio te, infinitamente, e soprattutto ringrazio chi ha dimostrato tanta curiosità e coraggio da arrivare a leggere interamente questa lunga intervista all’esimio signor Nessuno. Grazie ancora.
 
 
 
Aliene Umanità (Tempo di Vendetta - Ladri d'anima - Guarda in alto! - Diritto di libera estinzione - Come nei peggiori incubi - Donna di picche - Vento, la mia prigione - Mala tempora) - Andrea Iovinelli - Introduzione di Ade Capone - Pagine 142 - Copertina Fabio Bartolini - 8,00 euro    
 
 
 
 
 
Il sito ufficiale di Andrea Iovinelli:


 
 
 
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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 15:02 | interviste | clicca per commentare commenti (13)



OGNI NOTTE UNA NUOVA

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, marzo 26, 2005



 
 
 
Ogni Notte Una Nuova
 

 
 
- scrittura automatica on the road, in the sky -
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi

( + 1 poesia di
Giada Preziosa Perlina )
 
 
 
 

 
 
L’hobo ha due orologi che non si possono comprare da Tiffany, su un polso il sole, sull'altro la luna, tutti e due i cinturini sono fatti di cielo.
 
Viaggiatore Solitario - Jack Kerouac
 
 
 
 
 

 
OGNI NOTTE UNA NUOVA
 
in memoria di Jack Kerouac
 
 
Sappi, vecchio Angelo Mezzanotte, che la strada è piena di rompipalle che s’improvvisano autostoppisti. Mai caricarli a bordo, neanche per una sveltina. Meglio lasciarli sul ciglio della strada e regalar loro, al massimo, una monetina d’indifferenza, ma che sia rigorosamente del vecchio conio, quello che non perdona e che non cerca perdono.
Ieri era un giorno di sole, c’era il terremoto, e le ragazze ballavano felici, ridevano & scherzavano la vita. Poi la vita le ha travolte per accoglierle nel Vuoto. Ho incontrato il mio vecchio amico, quello che aveva sparato alla moglie per distrazione, e m’ha cacciato in tasca un biglietto esploso strizzandomi l’occhio. L’ho raccolto, l’ho guardato bene & c’era scritto: “I dandy dovrebbero tutti morire di lenta agonia impiccati per le palle & le loro compagne con un palo vampiresco cacciato dentro alla figa.” Questa vita è avida, avida assai & tutti/e scrivono cazzate immonde, ma il peggio è che tirano su una barca di soldi - non è la fama, che s’infilano su per il buco del culo, il problema: così è il mondo & la strada che tu conoscevi non è più quella d’una volta. Niente più jeans a fasciare le gambe. No, non sono passati di moda, ma adesso se non c’hanno su la griffe d’un coglione non li mette su più nemmeno la più squattrinata delle puttane. Siamo tutti ammassati, in un lager: credi d’andare sulla strada e di fare la tue scelte, ma la realtà è che sei in rotta per entrare, in un lager. Tutte i palazzi sono alti, puntano il cielo: gli appartamenti sono loculi littori.
Sappi, vecchio Angelo Mezzanotte, che la strada è piena zeppa di rompipalle che tirano piste di dandismo, poi s’improvvisano pure anarchici ed anarchiche, ma sempre col crocifisso a pendaglio in mezzo ai seni.  Qui è stanchezza infinita: porta il disgusto, & alla fine capisci che l’indifferenza è l’unica soluzione. Alla fine la voglia è quella di fare a botte con il primo agnello di dio che ti si para davanti col suo sorriso di finta innocenza. Alla fine la voglia è quella di commettere una distrazione, & alla fine capisci che una strage sarebbe davvero tanto necessaria - una strage che faccia fuori tutti i dannunziani e le elenora duse.
Vorrei avere le labbra di Coltrane. Di Coltrane. E un cuore di Veleno e d’Amore. Vorrei un Angelo che mi spacchi il cuore, violentemente. Vorrei una Puttana, una Vera senza la Fede in mezzo ai seni, senza un Cuore Casa & Chiesa. La vorrei Puttana e basta. Ed invece mi trovo sempre di fronte una eleonora duse: & sono forse colpevole se non riesco proprio a trattenermi? se non posso fare a meno di sputarle in faccia? Non saranno le labbra di Coltrane le mie, ma sanno ancora sputare lontano, ma sanno ancora centrare il bersaglio. 
Ogni Notte una Nuova. Non c’è altro da sapere, vecchio Angelo Mezzanotte. Ogni Notte è uguale al Giorno che ci lasciamo alle spalle, rompiballe compresi.
 
 
 
 
 
AL MIO FUNERALE
 
a Frances Farmer
 
 
Il giorno del mio funerale mi dissero
che avevo usato una pistola sbagliata,
una di quelle che spruzzano acqua.
Ma io allora mi chiedo
perché son morto sul colpo,
senza neanche avere il tempo
di tirare prima l’ultimo respiro
- sospiro!
Io mi domando
come sia stato possibile.
Eppure, da lassù,
gli Angeli tutti mi assicurano
che è andata proprio così,
che era inevitabile
perché avevo cantato in strada
e avevo dato fiato a tutta l‘aria
che stagnava dentro ai polmoni.
 
Il giorno della mia sepoltura,
mia moglie non ha pianto
una sola lagrima:
è sempre stata molto fredda con me,
sempre molto pratica - svelta -
e sorda quando le cantavo
una canzone d’amore.
 
Adesso credo che,
che mi daranno in pasto alla terra;
lasceranno la pistola deposta
dentro alla bara insieme a me.
Ma quando mi sveglierò
da questo incubo,
giuro che farò fuori ogni angelo
e ogni agnello. Adesso vado,
vado in cielo a fare una strage.
Però ritornerò
perché ho ancora voglia di cantare,
perché ho ancora necessità d’amare
profondamente.
 
 
 
 
 
Maniscalco
Poeta
Scommettitore
 
 
E si vede che oggi non avrò niente d’importante da raccontare. M’avevano assicurato sulla loro anima che un diamante è per sempre: avevano mentito. E’ bastato un giorno di noia perché il diamante che m’ero regalato insieme alla sua lucentezza andasse in mille frantumi inutili. Però i poeti - tutti - continuano a far poesia: la menano sull’incudine la poesia, poi stemperano ferri roventi nell’acqua. Far poesia è lavoro assai simile a quello del maniscalco, questo l’ho imparato da una lunga pezza, ed è una delle poche certezze che non uso mettere sotto agli zoccoli dei tanti cavalli - che vedo - lanciati a far mostra di sé per un galoppare zoppo. Ho sparato ad un pony stamattina: ma non mi sento colpevole, così credo che domani pomeriggio andrò all’ippodromo. E che la fortuna m’assista. Ma può prendermi anche sotto i suoi zoccoli ferrati se proprio non le riesce di far di meglio per me.
 
 
 
 
 
LA MANO DI DIO
 
a BB2004
 
 
una parola nella notte
l’ho aspettata come la mano di dio
l’ho rubata ad un’altra mano
perché l’egoismo umano che è mio
non poteva davvero farne a meno
 
ma alla fine delle notti e dei cieli
mi sono deciso in maniera totale:
ho fatto a meno di me stesso
 
e, oggi, sono certo d’esser nel giusto
quando dico che non ho né debiti
né crediti col mondo
 
 
 
 
 
FOLLIA
 
a Frances Farmer
 
 
Follia?
Ah, dicono che sia gioia
la follia. Che sia una musa…
e anche una museruola
per tenere a freno gli orgasmi
infantili dei poeti
fino a quando sarà il momento
…farli venire al mondo
con un urlo completo,
immondo.
 
 
 
 
 
UN POSTO AL SOLE
 
ad Angela Buccella
 
 
stamani ho mangiato un piccione crudo
lo stomaco mi dava troppe preoccupazioni,
borborigmi
che davvero non riuscivo più a sopportare
 
erano ben peggiori di tutti i pianti
che sento quando scendo in strada
tentando di trovare un posto
al sole che sia il più lontano possibile
da me - possibile?
 
 
 
 
 
MONDO NUOVO
 
a Sidnapoorsocapo
 
 
Ho guardato in strada: ce ne sono tanti di uomini incappucciati. La pioggia, sempre, sempre li bagna. Non sanno dove vanno, non sanno cosa dicono - nessun perdono, mai -, ma sanno che devono continuare a camminare, altrimenti gli sarà la morte alle costole. Io rimango in casa. Semplicemente aspetto che tutti gli uomini siano passati, mentre io sto alla finestra. E la pioggia cade, incessantemente. Stringo fra le labbra una sigaretta, ma non l’accendo: aspetto, aspetto il sole; poi fumerò, veramente. Poi ci sarà davanti ai miei occhi un mondo nuovo, deserto. E’ il mio destino. E’ anche il tuo, amico.
 
 
 
 
 
CHIARO?
 
 
E’ chiaro, è torpido, è chiaro che è torbido ogni pensiero qui, in questo ingorgo dove tutti s’abbuffano come dal trogolo. E’ chiaro?
 
 
 
 
 
BUONA PASQUA
(Io gli e lo vedo)
 
a Cinzia
(non è una poesia, è invece un raccontino…
ma è il meglio che ho saputo fare)
 
 
Ma come? Buona Pasqua, a me? Mon Dieu!
Ieri Gesù m’è venuto a trovare, m’ha detto: “Figliolo!”
Ed io: “Figliolo, figliolo a me? A me? E quand’è che l’avresti conosciuta tu, mia madre?  No, perché adesso lo voglio sapere. No, lo voglio proprio sapere.”
“Ma perché figliolo?”
“E di nuovo! Non sono tuo figlio. E tu, mia madre la lasci perdere. Non le reggo le tue basse insinuazioni, che sono proprio molto ma molto basse.”
E Gesù Cristo - con quella faccia da finto tonto che si ritrova - mi fa, così, su due piedi: “Ma anche tua madre è figlia mia!”
Giuro che c’ho visto rosso: “Gesù, guarda, te lo spiego una volta sola: Eyes Wide Shut è un film, un film, e tu un’allucinazione fastidiosa. E non t’azzardare più a dire che sono tuo figlio, perché tu a letto con mia madre manco se ti mettono in Croce. Ci siamo capiti?”
Ma quello ostinato - di coccio -, ed allora mi son visto costretto, mio malgrado, a spaccargli la testa. Insomma ho dovuto difendere l’onore di mia madre; mica potevo restarmene con le mani in mano! E, alla fine, m’è toccato difendere l’onore di mio padre, anche se ne avrei fatto volentieri a meno, perché mio padre un po’ di ‘vizietto’ ce l’ha tutto, e non aggiungo altro. Insomma, quello parlava, parlava parlava parlava e tutti erano figli suoi a sentir lui. Io, quando sento che uno bestemmia - te lo giuro sul bene che ti voglio -, vedo rosso sangue. Quello bestemmiava, parlava d’un’orgia collettiva, una cosa che manco Sodoma & Gomorra. Così son stato costretto a dargli una severa lezione di vita, già: ho preso una padella di quelle pesanti davvero e gliel’ho data in testa. Non ha fatto ‘na piega. M’è caduto fra le braccia, come un angelo praticamente. Poi è venuto il Padre, il suo, sì, Dio: m’ha invitato in un angolo ad ascoltarlo e io, buono, l’ho seguito.
“Senti, perdona mio figlio. Troppo canne… Tu mi capisci… Sei stato giovane, come lui…”
Vedendo quel Padre afflitto ho finto di capire. Insomma - e che diamine! un po’ d’umana pietà ce l’ho pure io, per la miseria! - gli ho dato una pacca sulla spalla, ma precisando: “Come lui, mai. Dio me ne scansi.”
E’ stato molto comprensivo e solo ha ribattuto: “Non posso darti torto. Tu pensa che ogni Santo Natale vuole che gli regali una Croce nuova per la Pasqua: ma io non so mica per quanto ancora lo reggo. M’ha salassato. Sono lo zimbello dei Cieli per colpa sua. Lui e ‘sta fissa del Figlio in Croce.”
Ed io, magnanimo: “Ti capisco, Dio mio, se ti capisco.”
E lui: “Tu menti.”
Ed io: “E’ così evidente?”
E lui: “Sì.”
Ed io: “E’ grave?”
E lui: “No. Mio figlio quando mente - e mente tanto assai -, le spara decisamente più grosse. In tal senso si lavora dei veri miracoli. Un egocentrico che non ti dico.”
Ci abbracciamo proprio come padre e figlio. Mon Dieu!
Dio si prende il Cristo e se lo porta via con sé: e mentre se lo porta lontano lontano, io vedo, io gli e lo vedo… E non posso fare a meno di tirare fuori un’imprecazione: “Ma porco Dio! Quello manco c’ha le mutande. Che razza di esibizionista.”
 
 
 
 
 
DOMANDE E REFUSI
 
 
Mi pongo sempre troppe domande. Non dovrei. Mi pongo sempre troppe questioni morali. Così non va affatto bene per il mio egoismo. Ma poi, d’improvviso, m’accorgo che son refusi le domande. Poi mi rendo conto che non devo dar conto ad alcuna questione morale, ma solo al mio egoismo che è la sola morale che merita d’esser da me rispettata.
 
 
 
 
 
SOLO UNA PUTTANA
 
in memoria di Jack Kerouac
 
 
Sono stato un amante e un perdente
Soffiando tutto il mio tempo in un crimine
Adesso voglio solamente un mondo di eroi
Incontrami in una parola ma semplice
E non parlare - il tuo amore è vano
 
No, non chiedermi perché
Sono di nuovo sulla strada
Sto piangendo in te, nel tuo cervello
 
Spiega le tue ali insieme a me
Prendi le mie mani nel vento
 
Tesoro, solo è importante continuare a vestirci
Perché io m’infilo i miei Khakis e sono felice
 
Tesoro, questa non è una canzone d’amore
Tesoro, questa è tutta la mia tenerezza
Perché sono una puttana
 
Sono nudo e frastornato
Non c’è alcun futuro - ma battere la strada, sì
M’infilo i miei Khakis e sono felice
Perché sono una puttana - bacia la mia bocca
Prendi le mie mani e vedi di tapparti la bocca
 
Solo è importante continuare a vivere - a viverci
Lo sai che non c’è assoluzione che tenga
E i buchi sulla cintura non li conto più ormai
 
Mi sto facendo a pezzi per mettermi in libertà
Ma sono di nuovo sulla strada
Lasciami, lasciami in completa solitudine
Lasciami, lasciami vivere
Lasciami vivere alla mia maniera
 
Batti la strada, prendi a pugni la vita
Mettila al tappeto una volta per tutte
 
Amante o perdente?
Non fa più alcuna differenza ormai
 
 
 
 
 
BOUM BOUM
 
 
di Giada Preziosa Perlina
 
 
Boum boum
il cuore si diverte
a saltellare
sopra e sotto.
Corre e si ferma nel Pollice
Dichiarato “Casa Controllata”
così superficiale e ventilato
poi, poi riparte.
Il cattivo odore cessa
d’incontrare creme proibite.
Scende,
si chiude in cucina,
divora bocche immerse nel cioccolato,
poi recupera il suo cappello.
Il suo viaggio riprende e
si posa sulla materia grigia.
Tenera vittima da far gemere
nella sua percezione.
Si adagia e viene cullato
da neuroni trafitti.
Si veste da donna,
indossa il vestito rubato a
Pierrot e,
fuma la sicurezza.
Sublime questo
Boum Boum...
Affogherei questa cianotica Lingua
in maionese scaduta.
Pizzicherei brividi caldi
Morirei nell’Utero.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 02:03 |