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BREAVMAN - L'UOMO BREVE
written by
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sabato, aprile 30, 2005

L’UOMO BREVE
(BREAVMAN)
di Giuseppe Iannozzi
A Cristina, 1973 - 2002
“I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è quello che succede quando la parola si fa carne.
E’ facile esibire una ferita, le orgogliose ferite di battaglia. E’ difficile mostrare un foruncolo.”*
In una bara di sperma riposa la tua anima.
Capisco. Le donne sono rose, ma la notte è lunga e le sconfigge nel corpo quando amano un uomo.
Tornare indietro non è possibile.
Un cigno nero, tanto umano, grida il nome di Rimbaud, angelo caduto.
Qui si soffoca: il letto disfatto e la forma della tua assenza, cosa significano?
Le onde del destino hanno fotografato la loro immobilità nel presente.
Non cambia niente mai, ma tutto cambia sempre. Ma non mi chiedete perché.
…perché faccio questo tormento mio.
Il crocifisso d’oro è ruggine fra le mie mani, un fantasma tradotto in ricordo.
La luce muore. Il buio muore. Tutto muore. Tranne il ricordo di te.
Capisco. Le donne sono donne. Non c’è niente da capire.
Ma la porta aperta rimane come ieri e l’altro ieri.
Tornare indietro non è una porta aperta. Non solo.
Questa violenza che m’assale e si mortifica nell’assenza di passione, questa violenza è una cicatrice ridicola.
Dicesti: “Vado via.”
E io: “Un momento. Resta!”
Arrestate battute per un amore che spaventa la mente ma non il cuore.
Amore cerebrale fu. Forse solo questo. O forse, ancor meno.
Cannibali a letto, romantici a passeggiare mano nella mano immaginando Parigi, nostra città sotto la pioggia. Non era vero.
Violentati, stuprati, sodomizzati, sbranati in reciproche carezze. Un film che ho già visto questo, il nostro amore. O il nostro odio.
Piangesti quel giorno di primavera: fuori nasceva la vita, mentre io accendevo un’altra sigaretta. Nudo alla finestra spiavo il mondo di fuori, mentre tu respiravi il sudore del consumato accoppiamento.
Che musica triste! Sul piatto, un disco graffiato dalle nostre unghie, suona Janis Joplin. E’ tanto triste saper che la morte è improvvisa proprio quando hai deciso di darci un taglio.
‘Amami come una illusione!’ - pensavo. ‘Amami quando non sarai più!’
Una pioggia di foglie scivola via. L’autunno.
Non c’è redenzione. Non c’è comunione. Non c’è l’esistere. E tanto fa.
Penso sempre alla primavera, alla nostra ultima stagione.
Le gengive sanguinano il mio fantasma mentre mi guardo allo specchio.
E tu ritorni come una danza macabra, come un simulacro dentro al mio annientato “Io”.
E tu ridi. E tu piangi. E tu sei ancora primavera in autunno.
E tu corri le scale. Le garrule risa appartengono a un tempo indeterminato.
Non so più se il passato è l’oggi, non so più se passato e presente si sono accoppiati tanto tempo fa.
Dicesti, dicesti parole su parole, tutte vomitate con panica gioia.
Ti stringesti a me perché non c’era altro a cui aggrapparti. Ti stringesti col calore del tuo corpo al mio, ma io tremavo il freddo intero di questo mondo. Slegasti il tuo corpo dal mio. Tremasti come me, poi accendesti una sigaretta rubata dal mio pacchetto dimenticato accanto ai preservativi.
Avevi paura di me o per me?
Avevi paura di te per me?
Oh, non fa differenza a questo punto.
La morte è sempre improvvisa quando hai deciso che sarebbe stato l’ultimo buco.
Hanno sganciato un’altra bomba qui, qui ad Utopia. E si muore come si nasce in qualsiasi altro dove.
Ci siam detti immortali.
Ma era una bugia alimentata dai nostri baci come morsi.
Troppo affamati, troppo coglioni, troppo noi stessi, noi guardavamo alla forma e mai alla sostanza.
Hanno sganciato un’altra atomica mentre masturbo la realtà del mio sesso. Chiuso in questo cesso di merda, che non vale una pera senza di te, leggo le cicatrici del corpo dall’inguine in giù.
Ma il conto non torna mai.
Te lo dicevo spesso che non cambia mai niente. Ma un’altra vita se n’è andata.
Amore, mio tenero rimbaud caduto, non è servito stringerci forte la notte per mischiare i nostri fiati.
E’ stata una pena perderci fianco a fianco, dormire e non dormire, giocare a fare la vita.
Larmes et sanglots, mio tenero angelo drogato.
La cascata di miele dei tuoi capelli a coprire la maschera di panico della mia faccia, l’acidità della tua bionda figa sulle mie fameliche labbra, il seno in fiore succhiato dalla mia infantile voracità, il velluto delle tue gambe a stringere l’assenza della mia anima capovolta nella tua, il calore del tuo ventre affamato tanto simile al mio, la curva dolce della tua schiena graffiata dalla mia rabbia, la tenerezza del tuo collo di cigno scosso dall’imminente orgasmo, e la paura nei tuoi occhi neri come la notte affogata nel buio eterno dell’inconoscibile. Tutto questo, tutto questo, tutto questo, sì, è parte di me. Ma allora non capivo il significato dell’innocenza sconfitta dalla maturità, che tutta si spiega per mezzo del NIENTE.
Larmes et sanglots, mio infido angelo di vendetta.
Le tue spalle d’alabastro singhiozzano ancora i miei baci, i miei morsi.
I tuoi occhi, la tua bocca, il tuo naso, i tuoi orecchi, erano la maschera che usavo metter sulla mia.
Alle volte nutro il sospetto che la tua assenza sia stata progetto d’un tuo progettato dispetto!
E’ di nuovo quello scocciatore che conoscevi bene anche tu. E’ alla porta. Bussa con insistenza.
Vuol vendermi la felicità. La grida da fuori perché i pochi ancora vivi possano sentire la mia vergogna e scaricarla addosso a te. Grida forte per i pochi di fuori, ma io non apro, perché quei pochi, una volta aperta la porta, si moltiplicherebbero in molti, e tutti si riverserebbero nel nostro nido di morte.
Vorrei che sempre e per sempre le onde del destino fotografassero la loro immobilità nel passato, perché solo così ancora potrei stringere la morta freddezza del tuo corpo fra le mie braccia, dentro di me in eterno.
Arrivammo qui con le nostre speranze. Un cartello di sangue ci dava il benvenuto ad Utopia.
Qui eravamo sicuri di ottenere la nostra libertà.
Qui eravamo certi di vivere a modo nostro senza mortificarci sotto il peso del pregiudizio che abbiam conosciuto come “io perso, tu persa, che cazzo ci fate a questo mondo?”
Ma un posto vale l’altro. Solo ora riesco ad ammettere questa verità.
La guerra è anche qui. Ma noi l’abbiam accecata con le nostre illusioni e abbiamo costruito ‘sta cosa orrenda che doveva essere la nostra casa.
“Aspetta!” Era un ordine della volontà, della mente e non del cuore.
Ma tu andasti via fra le mie braccia e io succhiai l’ultima lagrima di sangue sul tuo braccio mortificato a morte dall’ago fatale.
E’ l’eco della mia mente di ieri a farmi male. Non il cuore.
Solo un milione di baci fa, tutto questo accadeva.
Solo un milione di morsi fa, tutto questo si consumava.
Continua a bussare contro la porta. E’ un fottuto stronzo! Non ho cambiato opinione: lo dicevo sempre anche a te che quel pezzo di merda ci avrebbe messi l’uno contro l’altra.
Già allora voleva vendermi la felicità.
Una volta sola ho commesso l’errore di aprirgli la porta.
E s’è cacciato nella nostra vita.
Ha cominciato a dire che tu eri morta e che io non lo sapevo.
Ha detto che ero stato io a non accorgermi dell’infelicità che nell’intimo covavi.
Ha detto che era solo colpa mia se non volevo essere felice.
Ha detto che era una questione di realismo.
Ha barato, ha usato il realismo che non ho mai capito per mettermi fuori gioco. E fuori gioco io, fuori gioco anche tu.
Ha detto quel che ha detto.
E tu mi sorridesti come sapevi fare.
E tu accettasti, perché per una volta non poteva esser male.
E tu ti bucasti.
E io ti ho vista viaggiare. E io non ero con te occupato com’ero a farmi il mio di viaggio.
Ma tutto era già cominciato prima che ci incontrassimo. Di questo ne sono sicuro.
Eri già fatta prima che i nostri sessi si congiungessero per partorire orgasmi di morte, ma tanto, tanto dolci.
Adesso guardo la finestra e il quadro della realtà che racchiude dentro di sé.
E’ diventato il mio gioco preferito. Guardare.
Adesso guardo lo specchio e i miei denti precipitati nel riflesso.
E’ diventata la mia perversione preferita. Studiarmi.
E’ ruggine il crocifisso d’oro che portavi al collo e che tanto amavi.
No, G-D** non ti ha salvata.
E’ ruggine persino l’illusione che un tempo nutrimmo, credendo che insieme ce l’avremmo fatta.
E’ ruggine il mio fantasma inchiodato alla croce, la croce che baciavi per amor d’un’insana fede in non-so-che-cosa.
Ma ci siamo solo fatti, qui ad Utopia.
E’ ruggine la mente.
E’ ruggine il tempo.
E’ ruggine il passato.
E’ ruggine il presente.
E’ ruggine la ruggine.
E’ uno stupro riconoscere tutto questo.
Amore, fragile rimbaud caduto, angelo fottuto dal mio amore, devi sapere che oggi il tempo ha ripreso a scorrere. Mi sono immaginato tutto. E’ cambiato tutto quando mi sono svegliato.
E’ stato sufficiente smettere per una volta sola, e tutto è cambiato.
Il tempo scorre via e lo spazio è quello che il mio corpo invade fuori dalla finestra.
Le onde del destino fotografano il futuro. E il passato non è mai stato così passato.
Sarà perché oggi guardo alla sostanza e non più alla forma.
Sarà perché per una volta sono un po’ più lucido del solito, ma ho ancora dimenticato di chiudere la porta che tu sai.
Sarà perché tutto intorno a me è un giardino di pietre ordinate con i loro epitaffi.
Sarà perché il sentore di marcito dei fiori sfioriti a riposar sulle tombe invadono come tempesta tutti i sensi.
Sarà perché nelle vene circola il puzzo della morte che respiro a pieni polmoni.
Sarà questa pioggia che non spazza via il marciume depositato sulla tua tomba.
Sarà questo vento che rincorre se stesso - mi avvolge come freddissimo sudario invisibile.
Sarà perché ho smesso di giocare il mio gioco preferito.
Ma adesso piango in ginocchio abbracciando la tua tomba.
Sarà perché sto venendo mentre lascio che le lagrime piovute dagli occhi si mescolino alla pioggia.
Sarà perché ormai capisco di non poter più fare niente per te.
Sarà perché ormai posso solo continuare ad esistere nella sostanza della tua assenza.
Sarà perché sei più viva da morta che non da viva.
Sarà perché non c’è un perché.
Sarà!
Sto fuggendo da Utopia.
Ho lasciato la porta aperta, perché non si sa mai.
Ho schizzato il cesso con il mio seme, ancora una volta: adesso è più bianco di quanto ce lo siamo immaginato ieri.
La tua anima riposa in una bara di sperma, questa è la sostanza.
Il letto non conserva più la tua impronta, perché era solo forma.
Ma la porta è aperta, aperta perché non si sa mai.
Le luci corrono veloci nella notte e sono la mia compagnia.
L’eco della Joplin si sente ancora. Ma è lontana, e io vado via.
Vado via da Utopia. Mi porta via una cazzo di macchina del futuro.
Sai, angelo caduto, amore mio, fragile rimbaud, non ti ho mai dato abbastanza.
L’amore cinico mi fa dire cose che non vorrei pensare, eppure sto meglio adesso che non ieri.
E’ una cicatrice ridicola che ho gonfiato fino all’inverosimile.
E’ ancora buio. La notte continua a morire nel buio vizio di se stessa.
Ma, prima o poi, si sgonfierà.
Un abile artista muterà la cicatrice in un NIENTE, o forse ne farà materia artistica.
Mio infido angelo di vendetta, tu, tu vivrai ma solo come fantasma lontano dalla mente e dal cuore.
Ed è come dire che più non vivrai.
Sì, più non vivrai in me.
L’ultimo buco non è mai l’ultimo fino a quando il cigno non morirà, questo l’ho imparato.
E tu non avresti smesso per me, con me.
Il destino, o il caso, ha deciso chi doveva restare. E ha deciso. Questo lo sai bene, anche se la morte t’ha privata della coscienza. Io so che tu lo sai.
Sì, più non vivrai in me.
Lascio libero il tuo simulacro inciso nella mia mente, lo lascio libero di andarsi a scopare qualcun altro.
Più non vivi in me.
Più non sei parte di me.
Più non sei.
E io sono.
Accendo la prima sigaretta. La fiamma dell’accendino apre la strada che si perde nella luce di questo infinito orizzonte che non so.
Io sono la primavera che viene… che viene… che viene… a spargere dentro a Gea il seme.
Già, è proprio così. Io sono il poco che sono, l’uomo breve.
Solo Breavman…*** tutto il resto è un gioco.
E’ stato un gioco perverso per accedere al futuro.
Che il futuro sia breve, poco importa, perché una vita è sempre troppo lunga anche quando è destinata ad esser breve.
Il Verbo è la Carne. E la Carne sarà l’ostia che domani ancora proverò lontano da Utopia.
L’uomo ha creato D-O per dar concretezza a se stesso, alla fragilità della Carne.
Altro non so.
Addio amore!
Addio odio!
Addio all’Addio!
* My Favourite Game - Leonard Cohen
** G-D: non è un refuso: sottolinea che Dio è solo una invenzione, un fantasma che gli uomini gridano, bestemmiano, invocano, pregano.
*** Breavman è il personaggio principale del romanzo di L. Cohen, “Il gioco preferito”: si legge così come si leggerebbe brief man (uomo breve).
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Comunicazione di Servizio
KING LEAR

è ora su http://kinglear.ilcannocchiale.it
LA FINE E' L'INIZIO DEL NIENTE
written by
-
giovedì, aprile 28, 2005

La Fine
E’ l’Inizio del Niente
(extended version)
di Giuseppe Iannozzi
In memoria di Paolo: 1966 - 2002
Bianche pareti. Luci al neon. L’odore dell’alcool e dei medicinali invade le nari: stordimento.
Cuore di tenebra, muore la morte nel profondo bianco ospedaliero che tutto avvolge.
L’intorno è un girotondo di infermieri e dottori, fantasmi abituati a vagolare frettolosi nei corridoi dell’ospedale.
La morte è in ogni sospiro e urlo.
I fantasmi hanno un cuore di tenebra.
Indistinta è la memoria di quel che fu e mai più sarà.
La vita fugge come acqua raccolta nei palmi delle mani.
E la morte si specchia negli occhi di tutti, ammalati, parenti, pretini e suore, volontari.
Il bianco è il lato oscuro dell’anima che fugge dalla mortalità del corpo.
Troppo giovane per riconoscere la verità.
Chissà cosa avevo immaginato quando nacqui! Probabilmente il niente corrotto da un urlo.
La morta vita in me era la promessa esistenziale che sarei sempre stato eterno… nella morte. O nella vita.
Amici andati, donne amate e perdute, sogni infranti in un batter di ciglia, incubi irrisolti, ma nessun debito con la vita, tranne il rimpianto di non aver mai vissuto la morta vita fino in fondo, fino alle sue estreme conseguenze. No, neanche questo rimpianto mi appartiene. E’ solo in forse, un forse molto debole.
Un camice bianco incontra il mio corpo: è un attimo, un incontro ravvicinato, forse uno scambio di ruoli. E io sono solo un visitatore, uno che ci è finito per caso in questo posto di merda.
La macchina correva veloce lungo le strade di negro asfalto…
…veloce come il cuore dentro il petto.
Troppo.
Nello specchietto retrovisore vedevo mille altri simulacri tutti uguali al mio Io.
Vedevo copie di uomini che non sapevano d’esser già fantasmi di quella cosa che si ostinano a chiamare umanità.
Ma io non ho un Io definito.
Tutti avevano fretta. E io pure.
Tutti inseguivamo la stessa meta: il niente.
L’autoradio grattava fuori la musica:
we dismiss/ the back roads/ ride these streets unafraid/ resigned to scarping paint/ from our bones/ unashamed/ no more the eye upon you/ no more the simple man/ desolation yes/ hesitation no/ desolation yes/ hesitation no as you might have guessed/ all is never shown
Il piede premuto sull’acceleratore.
Non me ne fregava un cazzo.
Ma non era completamente vero.
Morire non è facile: assomiglia troppo al vivere che impone all’esistenza almeno un tentativo di andare OLTRE.
Oltre che cosa?
Semplicemente OLTRE.
La radio vomitava parole su parole nelle mie orecchie:
desolation yes/ hesitation no/ and in my prayers/ i dream alone/ a silent speech/ to deaf ears...
Non ho mai capito il senso di questo nostro inutile vivere. O forse l’ho capito e l’ho rinnegato.
Ho baciato una ragazza, poi un’altra. E dentro il loro animo ogni volta sono morto e risorto nel niente.
Ho avuto amici, qualche nemico. Non li ricordo più. La mia mente li riconosce come fantasmi e sono loro la mia coscienza.
Esitare la prima volta: troppo imbarazzato per dirle che ero vergine, che non l’avevo ancora fatto. Lei doveva averlo capito. Ma è finita anche con lei & dentro all’anima di lei è rimasta la mia verginità ad imputridire come cadavere.
Non ha capito che mentre scopavamo, io non c’ero. Non c’ero come io avrei voluto & la mia verginità l’ha fatta sua, la troietta. S’è presa gioco di me. Aveva capito tutto sin dall’inizio. Ha scopato la mia anima o quella cosa che la società così chiama. Io solo volevo che il mio corpo scopasse il suo corpo, punto e basta. Non ci sono riuscito. Sono uscito sconfitto dal suo letto.
Il primo pugno mi ha fatto sanguinare il naso: il sapore del sangue mi ha impastato il cervello in una deliziosa vertigine di dolore. Un assaggio della morte. O della vita.
Ho sempre amato menar le mani. Pestare la gente mi ha sempre dato soddisfazione. Le ho date soprattutto a chi niente aveva contro di me. Non ho mai potuto sopportare quel loro sguardo vuoto, specchio della borghese ipocrisia: chi troppo tace, troppo dice nel silenzio delle occhiate lanciate e subito perse nel vuoto dentro di me.
La velocità è tanto, tanto simile al niente.
Ero convinto che essa fosse tutto quello che desideravo, ma in realtà solo desideravo un posto dove riposare immobile. Desideravo il grande crash.
Troppo giovane per morire, troppo giovane per continuare a vivere. Ma vivere nella morte doveva essere uno sballo.
Non ho mai indagato troppo a fondo le mie contraddizioni.
La vita e la morte sono nate con me, sono uscite dallo stesso materno grembo.
Ricordo la nonna seduta su una vecchia sedia: se ne sta raccolta in sé, il corpo è la sua tomba, e sta accanto a un fuoco di braci semispente. Gomitoli di lana nera in grembo e un sorriso sdentato… & gli occhi ciechi indagano l’ambiente e incontrano le tenebre dove amavo nascondermi.
Ricordo mio padre, un uomo timorato di Dio, e mia madre, una donna comune come tante altre. L’eco dei loro amplessi, prima che io nascessi, è dentro di me come una preghiera, ma anche come una bestemmia. & l’urlo di mia madre nel mettermi al mondo ha straziato la mia anima. Chi di noi ha sofferto di più? La carne è stata sempre l’anima in cui ho nutrito fede & che ho bestemmiato giorno dopo giorno.
E’ una questione di identità irrisolta?
Non sono mai riuscito a spiegarmelo.
Quello che so è che non so mai veramente chi sono, cosa faccio, dove sono. Non è poi stato molto importante per me saper queste cose. Sono cose umane, forse materiali, sicuramente saldate alla carne di cui siamo fatti noi uomini. Ma anche la carne è un’illusione. Alle volte mi sono interrogato perché fatto prigioniero dalla noia, ma le risposte non mi hanno mai completamente soddisfatto: sempre e solo un guazzabuglio di contraddizioni. Ed io non ho mai voluto debiti con la vita, quindi mi sono risolto ad abbandonare la ricerca, il tentare di trovare risposte, clichè.
La prima pera me la son fatta proprio bene: è stato come morire, ma in realtà ero vivo. Un autentico sballo. Quando mia madre ha scoperto che mi facevo è scoppiata in lacrime. E’ stato ancora più bello della pera, un vero orgasmo.
Ho cominciato a ragionare a modo mio, cioè ho smesso proprio di pensare.
I fantasmi hanno cominciato a pensare per me.
Loro sono dentro di me, sono la mia coscienza, l’unica di cui mi fidi, l’unica di cui vado fiero.
Le altre coscienze, quelle che ogni tanto affiorano da un recesso oscuro dentro di me e che rifiuto di riconoscere, sono inutili: mi suggeriscono che ho perso il senso della ragione, ma non è vero. Ho ragione di credere che sono il residuo bastardo di una cultura innestata con la forza quando ero ancora bambino & nulla sapevo se non quello che mi veniva propinato da squadroni di insegnanti del cazzo.
Non posso credere ai suggerimenti di queste coscienze patinate.
I fantasmi mi scopano ogni attimo che vivo e muoio, & scacciano via le tentazioni suggeritemi dalle coscienze di quando ero innocente. La vita & la morte appartengono al vivere, questo so. Non mi occorre sapere di più.
Premo sull’acceleratore e alzo il volume dell’autoradio:
desolation yes/ hesitation no/ before the rites of spring/ come to mean all things/ a little taste/ of what may come a mere glimpse of what has gone/ cause for the moment we are free/ we seek to bind our release too young to die/ to rich to care/ too fucked to swear that I was there
La strada correva con me. Continua a correre dentro di me.
Sono un cadavere con mille fantasmi alle calcagna.
Fantasmi: i miei simulacri.
Correre, solo questo importa.
Correre fino a raggiungere la velocità limite che arresta per sempre un corpo in movimento.
…un posto dove riposare.
Corridoi bianchi come lenzuola. O come sudari.
La gente ha fretta: lagrime, urla, bestemmie & preghiere si confondono in una sola voce, in un urlo.
In questo posto di merda, io sono solo un visitatore, uno di passaggio.
Quell’infermiera è carina: mi piacerebbe che mi staccasse un pompino invece di cacciarmi in bocca quel tubo del cazzo.
Lei pensa che io non possa vederla, ma io vedo ogni cosa animata e diversamente.
Io vedo i fantasmi che fanno ressa intorno al mio corpo. E dentro.
Li vedo, li vedo, li vedo e sono con loro. Dalla loro parte.
Ma non sono ancora fermo: la mia corsa non si è ancora spenta.
Sento la turgidezza del pene devastarmi. Tu, Re Lucertola, sai di cosa sto parlando!
Sento dilatarsi il mio sesso & non una puttana che mi stacchi un maledetto pompino.
La mia corsa non è ancora esplosa in una polluzione di vita e di morte.
Sono arrivato subito: il neurochirurgo ha crollato il capo. E ho capito: il mio amico non ce l’avrebbe fatta.
Non ho mai creduto ai miracoli improvvisati: il coma profondo sarebbe stato la bara del mio amico. Ne ero perfettamente cosciente.
Non mi hanno permesso di vederlo. Ma intorno vedevo le pareti bianche della struttura ospedaliera e ho immaginato il mio amico ancora vivo, ho rivisto i suoi occhi, quelli che sapevano percepire tutte le sfumature dei colori. Lui era un tipo strano: ogni volta che si usciva insieme amava ricordarmi che lui non era mai stato mai veramente vivo & che neanche io ero vivo. Diceva che ero un simulacro, ma alle volte si contraddiceva e guardava a me come ad una proiezione della sua mente, una sorta di fantasma.
Una volta mi ha pure confessato che vita & morte erano nate con lui & che doveva esistere un “oltre”. Io non capivo e credo di non capire ancora adesso. Penso che intendesse dire che la vita & la morte sono solamente quel che sono, solo un metro umano per definire l’esistenza. Ma non posso esserne certo. Parlava spesso di simulacri: diceva che gli uomini sono tutte copie di se stessi, ma questa sua paranoia, ben presto, ha finito con l’essere integrata da un’altra. Simulacri fantasmi. Finì col considerare gli uomini come fantasmi di simulacri: il mondo che percepiva era dominio di fantasmi di cose, insomma!, un simulacro, una cosa volgare che l’uomo ha prodotto per assumere in sé la sua immagine adamitica. Sia chiaro: il mio amico non ha mai creduto in niente, non era un fanatico religioso. Per lui, la vita era, punto e basta. L’inizio della vita era l’inizio della morte, forse solo in questo credeva. E nel corpo umano, forse. Nella carne. E’ materialismo questo?
E’ passata una settimana e sono seduto di fronte a lui intubato.
E’ uguale a come quando era con me. Ma è lontano, troppo lontano per recuperarlo da se stesso. E io nulla posso.
Fisso il suo volto, ma è come se non ne avesse uno.
Ho avuto la tentazione di accarezzarlo, ma non l’ho fatto: lui non avrebbe gradito.
Io lo dico morto, ma lui, la cosa inanimata che è diventato, non sarebbe d’accordo se avesse una coscienza. Ma forse mi sbaglio. Il corpo mi suggerisce inquietudine. Sono io che sono in grado di percepire lui o piuttosto è lui ridotto a cosa che vede in me il fantasma di una cosa?
Ci sono momenti in cui credo che i nostri ruoli si confondano in un unico Atman: io divento la cosa nel letto e lui prende possesso di me. Altre volte ancora ho l’impressione che i nostri ruoli si capovolgano per tentare di raggiungere qualcosa di nuovo, quell’OLTRE di cui il mio amico favoleggiava.
Quanto tempo è passato?
Non saprei dire. Ma non me ne frega un cazzo. Quella troietta che… non fosse che sono ma non sono, allora sarebbe tutto diverso.
La corsa è stata interrotta, ma io sento di correre fiancheggiato da una quieta immobilità.
Tutto questo non ha senso & non ne ha mai avuto uno se non per me!
Il fatto è che non abbiamo futuro. Dico abbiamo perché Io non sono semplicemente un’entità singola, sono un contenitore di fantasmi e di simulacri di fantasmi. Non credo in niente se non in quell’OLTRE che mi sforzo di raggiungere. Non conosco la strada che mi condurrà, ma, in fondo, nessun artista sa veramente come riesce a raggiungere la quintessenza dell’arte. Raggiungere l’OLTRE è la meta finale & forse neanche questo. C’è ancora troppo da fare perché un uomo possa chiamarsi uomo. Le mete, una volta raggiunte, valgono meno di niente. Vale solo l’ostinazione che ci (mi) spinge a raggiungerle. So che quando raggiungerò quell’oltredove dove riposare, la quiete sarà per me breve e subito la smania mi condannerà a far di più. E’ assurdo… Sono tre infiniti puntini di sospensione per una Morte a credito!
La vedo quella puttanella da quattro soldi che mi solletica. Il dolore è vederla e sapere che non farà mai niente d’interessante per me. Forse! Sta diventando una specie d’ossessione: posso sentire il profumo della sua carne e l’amaro della sua ferita tra le gambe. La figa è la sua bocca, rossa, rossa come il sangue, come la vita, come la morte: non mi sembra di chiedere poi troppo, solo un pompino prima di andare OLTRE. Questo stato comatoso mi sta mettendo in testa strane idee: prima non ero attaccato alla vita, la disprezzavo; invece ora mi vedo costretto ad ammettere che credo in qualcosa, anche se non so spiegarmi. La morte & la vita, che con me sono nate, stanno morendo, mentre io sto rinascendo, così mi sembra... Ma non nell’oltredove che mi ero immaginato. Che si tratti di attaccamento alla vita? No, non può essere. E’ solo carnalità, dev’essere così. Il sesso s’inturgidisce giorno dopo giorno e mi fa star male, tremendamente. Ho la netta sensazione che qualcosa accadrà: non posso sopportare ulteriormente la tortura di questa puttanella che mi stuzzica e si fa beffe di me. Sento la sua vocina, la sua risatina chioccia che… Sa che non mi risveglierò mai. Questo lei lo sa bene. Deve aver notato che sono arrapato & allora crede d’aver il diritto di ridere di me. Cazzo! Non oserebbe se fossi sveglio: la prenderei, la farei mia, vomiterei nella sua figa il mio seme e lei sarebbe mia, lei darebbe alla luce una parte di me. Un figlio. Un fottuto figlio pazzo e con tutte le rotelle fuori posto… sì, uguale al padre. Con le rotelle fuori posto, è così che si dice… quando uno è un po’ strano, nel senso che aspira a qualcosa di più che non sia la solita finta vita costretta tra le mura domestiche & un lavoro per tutta l’esistenza…. & poi dire, in ultimo, un piccolo conto in banca per la vecchiaia, una pensione & tutto il resto del tempo per sé. Un figlio… è desiderio. E’ l’istinto di procreazione a non farmi andare oltre e raggiungere così quell’oltredove che è mio.
E’ passato tanto tempo: i genitori sono venuti a trovare più volte il mio amico, il loro unico figlio. Hanno pianto a lungo e poi si sono rassegnati. Succede sempre così in questi casi. Alla fine hanno smesso di venire, perché gli faceva troppo male veder il frutto del loro amore ridotto ad un vegetale. Le visite sono terminate. Il mio amico non ha mai avuto molti amici a parte me e qualche ‘occasionale’. E io solo mi ostino a venir tra queste pareti bianche ad osservare il suo corpo-vegetale. Non spero in un miracolo. Ma so che è mio preciso dovere assistere questo corpo che un tempo parlava con me. & ogni tanto riusciva pure a dire qualcosa di sensato e di allegro. Accadeva raramente che dalla sua bocca nascesse una battuta o un qualsiasi apprezzamento nei confronti del mondo. Soprattutto negli ultimi anni s’ era chiuso in sé, perché suppongo si stesse preparando per il viaggio. Ma ora che il suo corpo staziona tra queste mute pareti… Ma ora che il suo spirito è un fantasma o il simulacro di un fantasma sospeso in un limbo che non so spiegare, mi domando se valeva veramente la pena soffrire così tanto senza mai confessarlo a nessuno. Sì, io penso che il mio amico soffrisse e che mai ne abbia fatto parola con alcuno. Ho maturato questa convinzione nel corso dei pellegrinaggi qui in ospedale. Che il suo dirsi nato morto fosse un modo come un altro per far capire al mondo che lui esisteva… che voleva essere accettato? Me lo chiedo spesso quando la notte si fa profonda e gli occhi non riescono a spegnersi per lasciar libera la mente & l’anima di abbandonarsi per qualche ora all’ oblio ristoratore. E ancor più spesso mi domando se il mio amico abbia mai pensato a se stesso come ad una specie di rivoluzionario in incognito, di quelli che non vogliono né medaglie né riconoscimenti ufficiali per il semplice fatto d’appartenere alla specie umana. Ma posso dire, con tutta certezza, che non ha mai fatto pensare a nessuno d’amar l’umanità. Credo di riuscire a capirlo molto di più ora che è ridotto ad un corpo che non quando era un ragazzo come me. Temo che anche lui avesse dei sogni semplici, di quelli che fanno sperare di metter su una famiglia e magari avere dei figli a cui insegnare le proprie esperienze. Forse, il mio amico era un borghese & allo stesso tempo un rivoluzionario in incognito: se ciò fosse vero, si spiegherebbero mille contraddizioni circa l’opinione che lui aveva di se stesso, & anche molte delle mie che non sono poi tanto dissimili dalle sue. Non so come ci sia riuscito, ma questo amico è riuscito a far di me il suo fantasma e simulacro. Mi ha giocato un colpo gobbo & io non ho avuto la presenza di spirito per rendermene conto in tempo utile e gridare ‘Basta’. Ma ora è troppo tardi per tornare indietro. Se il suo corpo è condannato ad essere un corpo-vegetale per un tempo indefinito, io devo sopportare il pondo di venire qui in ospedale & restare seduto accanto al suo letto ad osservarlo per cercare di comprendere me stesso ma anche lui. Non è più come prima: il corpo è stranamente più vivo rispetto a quando lo portarono in questa tomba per la rianimazione. Noto una sgradevole turgidezza del suo sesso, abnorme cosa da cui non riesco a distogliere lo sguardo. Anche la giovane infermiera, che si prende cura del corpo del mio amico, non può fare a meno di sorridere di fronte a questo fenomeno; una volta, mentre lo puliva, l’ho sorpresa che arrossiva sorridendo con malizia. Lei non è una cavallona, ma non è neanche una santarellina: glielo si legge in faccia che gradirebbe se fosse possibile. Che sia la sua presenza a non permettere al corpo del mio amico di spegnersi del tutto e finalmente raccogliersi nella putrefazione della morte?
Un altro giorno ho notato che il volto del mio amico, seppur disteso nell’incoscienza, era stato investito da un barlume di luce. Il volto da cinereo che era, per un momento solo, aveva ripreso un colorito sanguigno. Poi si è spento. Mi sono girato, e ho scoperto che lei, l’infermiera, era entrata nella stanza per accudire quel corpo-vegetale.
I fantasmi hanno un cuore di tenebra & indistinta è la memoria di quel che fu e mai più sarà.
Ma non è detto.
Non esistono certezze a questo mondo o in quello che noi ci figuriamo con la forza dell’immaginazione.
Qualcosa sta cambiando. O forse è gia cambiato.
E’ già cambiato tutto. I dadi del destino sono impazziti & l’immaginazione non è nemmeno più il frutto della nostra mente che affoga nel mare dell’irrazionalità.
Ma io non ho un Io definito.
Tutti avevano fretta. E io pure.
Tutti inseguivamo la stessa meta: il niente.
No, io non avevo un Io definito. Ma adesso, qualcosa s’è insinuato in quel niente che perseguivo con tutto quel me stesso che sempre ho negato. I fantasmi e i loro simulacri non mi corteggiano più da vicino, anzi par quasi che nutrano un certo ribrezzo nei miei confronti. D’un tratto gli sono diventato inviso & questo proprio non me l’aspettavo. Ancora riesco a sentire che tutti inseguono il niente, ma io sono stato lasciato indietro, o forse ho lasciato che si staccassero da me. Sono ancora reali ma indefiniti: non ho idea di come si possa descrivere una massa di fantasmi che se ne stanno in disparte & attimo dopo attimo diventano sempre più indistinti. Per loro natura, i fantasmi sono vaghi, e quando sono lontani, la vaghezza della loro natura è tale che è impossibile descriverla con la sola forza dell’immaginazione. L’immaginazione non mi appartiene più, comunque non del tutto, & non è più quella di quando correvo e la strada asfaltata mi guidava verso la meta.
Lo so che morire non è facile, perché assomiglia troppo al vivere che impone all’esistenza almeno un tentativo di andare OLTRE.
Oltre che cosa?
Semplicemente OLTRE.
Ma ora che l’immaginazione fa i capricci ed è come se non fossi mai nato neanche nel territorio del nulla: sento di essere più reale. Quando ero vivo e stavo con gli altri la mia immaginazione mi suggeriva che il mondo che vivevo non poteva essere reale. Era mio uso dire ‘semplicemente OLTRE’: ora tutto questo un senso non ce l’ha più. Comunque non è più forte come prima il senso d’appartenenza all’OLTRE. L’immaginazione s’è come ristretta & la realtà s’è contratta & si sono fuse in un pasticcio orgiastico & il mio sesso vuole eruttare il seme e vivere al mio posto quella vita che io non sono stato capace di accettare. Ma se anche fosse possibile che abbia un figlio, questi sarebbe pazzo come me? Pazzo, perché l’opinione pubblica a me non mi ha mai digerito molto & sempre mi ha indicato pazzo, perché incapace di trovare altra definizione per… Ah, non chiedetemi per cosa, perché non sono in grado di… di spiegare: troppo giovane per morire, troppo giovane per continuare a vivere, ma vivere nella morte doveva essere uno sballo. Altro non sapevo.
Anche oggi ho notato un colorito sanguigno sul volto di questo corpo che osservo. Troppo presto si è spento. Comincio davvero ad essere stanco di questa situazione che mi vede coinvolto nel ruolo di fantasma e simulacro del mio amico.
L’eco dei loro amplessi prima che io nascessi è dentro di me come una preghiera & l’urlo di mia madre nel mettermi al mondo ha straziato la mia anima.
Voglio rinascere morendo.
Voglio ingravidare una donna.
Voglio fare quello che mio padre fece a mia madre per capire cosa si prova ad amare… O forse ad odiare con tutta la forza della carne.
Amare & Odiare sono la stessa cosa. In questo credo. Qualcuno dice che siano facce di una stessa medaglia. Ma io credo che siano una sola identità prigioniera d’una medaglia con una sola faccia, come dire che identità e faccia sono la stessa precisa identica cosa.
Nel venire al mondo, chi ha sofferto di più? io o mia madre? Io sono nato & ho urlato. Mia madre mi ha sganciato dal suo corpo & ha urlato. Era felice mia madre? di me o delle sue urla? Urlando avrà ricordato l’eco dell’orgasmo con mio padre? Possibile che io sia stato il frutto di un URLO prolungato dall’Orgasmo al Parto, lo stesso muto URLO che mi sarei portato dentro per farne il mio futuro? la vita? Non lo escludo.
La carne è sempre stata l’anima in cui ho nutrito fede & che ho bestemmiato giorno dopo giorno.
E’ una questione di identità irrisolta? Di contraddizioni esistenzialistiche?
Chi se ne fotte! Vorrei solo che lo scettro dell’identità irrisolta passasse a mio figlio e che lui si smazzasse la… perché no?, la vita. Sì, la vita.
Un figlio… Un figlio… Un figlio…
E’ impossibile avere un figlio o un surrogato nelle mie condizioni?
L’infermiera è venuta anche oggi: ha uno strano sorriso dipinto sul fior delle labbra, un sorriso che sa di lascivia. Mi fissa con curiosità come…
Faccio per andarmene, ma lei m’incolla alla sedia su cui sono seduto con un’occhiata che non ammette repliche.
Il sesso del mio amico è turgido: è ben visibile sotto le lenzuola. La sua rigidezza è ben vistosa: sembra un bastone avvolto da un sudario.
Lei s’avvicina al corpo, strappa via il lenzuolo tanto simile a una veronica & prima che abbia tempo di capire, la vedo sopra di lui: la bocca cavernosa ha inghiottito per buona metà il sesso di quel corpo inanimato. Glielo sta succhiando con avidità. Il corpo del mio amico accusa uno spasmo che si riflette nella mia anima.
Eiacula.
E lei inghiotte.
Inghiotte me.
Capisco d’esser dentro il corpo del mio amico & sono vivo.
Sento l’amaro sapore della sua figa salirmi alle nari.
Si sfila le mutandine, si alza la gonna e il mio pene è dentro di lei.
I seni ballano allegri davanti alla mia faccia & una catenina a cui è legato un Crocefisso mi s’infila in bocca, in mezzo ai denti.
Stringo il Crocefisso fra i denti con ferocia belluina fino a farmi sanguinare le gengive.
Il pene dentro la sua figa esplode e la riempie del prezioso seme.
Lei orgasma & IO con lei in perfetta sincronia.
La ferita fra le gambe di lei è medicata dal seme. La sua figa non è più una figa, qualcosa di cui aver paura, ma non è neanche più una ferita.
Lei non ha più sesso da quando il seme l’ha curata.
Adesso è un angelo che se ne va & io osservo l’angelo-donna scomparire dalla mia vita.
La turgidezza del pene di quel corpo che un tempo fu mio amico non è più viva.
Mi sento strano… Triste, come se fosse morto mio padre. Come se fossi finito per sbaglio nel letto di mia madre!
* * *
La gente pareva annoiata: si era in pochi e molti sbadigliavano e altri ancora ridevano sommessamente, nascondendo le bocche dietro accorti giochi di mani.
La pioggia pioveva pesante sul cimitero grigio & in lontananza l’eco di un’ambulanza faceva da colonna sonora al funerale del mio amico.
Un pretino nero, naso aquilino e occhiali troppo grandi per quel volto smunto - terribile maschera della natura -, con voce quasi allegra vomitava parole su parole nell’aria, che subito si seppellivano assorbite dalla terra marcia d’acqua.
Qualche volta ho l’impressione che l’infermiera, l’angelo o qualunque cosa fosse, sia stata il frutto della mia immaginazione. Ma sarebbe assurdo ed è per me assurdo anche solo tentare di spiegare. Il fatto è che non ho mai avuto molta fantasia & quando questa s’è manifestata si è sempre contenuta entro limiti razionali e banali, per intenderci quelli del tipico borghese che al massimo sogna di sbattersi la segretaria o nel cesso o accomodata distesa sulla scrivania.
Eduxit autem eos foras in Bethaniam;
et elevatis manibus suis benedixit eis.
Et factum est, dum benediceret illis,
recessit ab eis, et ferebatur in caelum.
Et ipsi adorantes regressi sunt
in Ierusalem cum gaudio magno.
Et erant semper in templo,
laudantes e benedicentes Deum.
(Luca, 24, 50-53)
et elevatis manibus suis benedixit eis.
Et factum est, dum benediceret illis,
recessit ab eis, et ferebatur in caelum.
Et ipsi adorantes regressi sunt
in Ierusalem cum gaudio magno.
Et erant semper in templo,
laudantes e benedicentes Deum.
(Luca, 24, 50-53)
I fiati dei presenti si condensavano in fantasmi d’aria a contatto con l’aria fredda. Ci fu un attimo durante il quale tutti, o quasi, smisero di respirare. I pochi che comprendevano il latino erano rimasti scandalizzati: “Ma come osa? E la Chiesa permette che un prete dica certe cose…?”
Io ero non meno sconcertato: provai un senso di vergogna e indarno cercai di farmi piccolo piccolo, perché quelle parole, seppur pronunciate da un uomo di chiesa, erano come se le avessi gridate io.
La cerimonia riprese fra i bisbigli scandalizzati degli astanti e quando la bara fu calata nella fossa, tutti erano praticamente scomparsi ad eccezione del sottoscritto.
La pioggia continuava a battere impietosa sulla terra che subito l’assorbiva. La pioggia scivolava addosso a me come plasma alieno di un altro mondo, forse quello immaginato dal mio amico sepolto in due metri di terra. La lapide era ridicola e si confondeva in mezzo a tante altre uguali e grezze. Non avevo idea se il mio amico Paul avesse raggiunto la meta, l’OLTRE, un posto dove riposare un attimo appena. Strano a dirsi, ma in bocca sentivo il suo sapore: era una sensazione spiacevole ma allo stesso tempo confortante. Che il sapore di Paul rimanesse indelebile dentro di me era almeno una piccola certezza che l’eternità esiste per quanto questa non è piacevole come molti s’illudono che sia. Serbare memoria del dolore è il futuro & questo era ormai dentro di me & si sarebbe estinto solo con la mia dipartita. Il dolore & la memoria sono una questione privata, questo so.
Tentai di far ritorno a casa scontrandomi con mille corpi apparentemente vivi & vaganti fra le strade della città invasa dalla pioggia. Il cielo piangeva tutte le sue lacrime, ma non erano mai abbastanza & le mie nelle gocce di pioggia si confondevano.
Mi ero detto che tutto era finito e che lo volessi accettare o no, io ero sopravvissuto e spettava a me conservare memoria di Paul, perché di più davvero non potevo fare. Solo quando la pioggia rischiò di affogarmi, mi resi conto di non avere un ombrello.
I corpi degli sconosciuti si abbattevano contro il mio & ebbi la netta sensazione che i loro volti erano stati cancellati, sostituiti da una maschera di nuda pelle. Più camminavo puntando verso casa, più mi allontanavo dalla meta; per quanti sforzi facessi, sempre rimanevo inchiodato nei pressi del cimitero & gli sconosciuti continuavano a crescere di numero & si scontravano con il mio corpo quasi intendessero inghiottirlo nella loro massa.
Una voce si manifestò: non era né dentro né fuori di me. E’ a me impossibile specificare da quale dove provenisse, ma fatto sta che la udii. Prima indistinta, poi metallica, poi umana ma non completamente: “Hai odiato ma non abbastanza! Hai amato ma non abbastanza! Questo è solo un frammento del futuro che imparerai a creare…”
Aveva sapore di minaccia. Di Paul.
* * *
Stavo guidando a fari spenti lunga una strada buia, schizzavo a tutta birra: non sapevo perché, ma sentivo che dovevo accelerare per non farmi raggiungere da loro, dai simulacri dei fantasmi. E intanto la radio gracchiava musica e parole:
desolation yes/ hesitation no/ desolation yes/ hesitation no/ as you might have guessed/ we won't make it home desolation yes/ hesitation no *
Non potevo fermarmi, dovevo continuare a sfrecciare lungo la strada & prepararmi ad incontrarne mille altre uguali e tutte buie. Fermarsi avrebbe significato il suicidio & era l’ultima cosa che desideravo.
I fantasmi hanno un cuore di tenebra & il mio cuore è il loro.
Distinta è la memoria di quel che sarà.
* Age of innocence, lirica di Billy Corgan dall’album “Machina-The Machines of God”, The Smashing Pumpkins
ROY, IL RAGAZZO NUOVO
written by
-
mercoledì, aprile 27, 2005

- W. S. Burroughs in una elaborazione grafica di Iannox -
Roy, il Ragazzo Nuovo
ver. 4.0
(riadattamento di un’idea di William S. Burroughs)
di Giuseppe Iannozzi
Era in ritardo di quindici minuti, quindici fottuti minuti, e non riusciva a capire perché. Pensava d’aver calcolato il tempo con esattezza, ma il tempo sembrava avesse accelerato dopo che lui aveva atteso per tutto il pomeriggio l’appuntamento, l’unico importante della sua stronza vita. Poi, passeggiando lungo la banchina della metropolitana, guardò l’orologio simile a una manetta al polso e comprese che sarebbe arrivato in ritardo. E ora era lì, all’improvviso, ad occupare l’isola pedonale all’incrocio tra Park Avenue e la Sessantesima strada, con lo sguardo trattenuto in una compatta sequenza di taxi sfreccianti, mentre il sole gli martellava il cervello coi suoi raggi gelidamente caldi. Continuò a passeggiare avanti e indietro nel ristretto spazio dell’isola pedonale: doveva perdere tempo. Sentiva che non poteva farne a meno, anche se la situazione richiedeva che si desse una mossa.
All’improvviso si rese conto che qualcuno lo stava fissando con malizia: un taxi stava svoltando a sinistra sulla Sessantesima e qualcuno dall’interno del taxi lo stava aspettando. Lui era un ragazzo di bell’aspetto, slanciato, coi capelli scuri e occhi grigio chiaro, carnagione pallida e liscia come alabastro, lunghe e folte ciglia virili, una barbetta ben curata sul mento. Si capiva che era sensibile al fatto d’esser guardato, ma era anche evidente che si sarebbe dimostrato furioso all’idea che qualcuno potesse considerarlo un semplice colletto a punta del 1920, o un ragazzo in ritardo a un appuntamento in una copertina del “Light my Fire, Sexfiend!” In un’altra epoca si usavano maschi nudi, veri, per una patinata, mentre oggi solo manichini di cera o nei migliori dei casi ‘efebi’, cyborg senza anima, cacciatori di anime dalla Legge detti ‘S.S.A, Spettri a Specchio Assorbente.’
Sapeva che qualcuno lo stava osservando dall’interno del taxi, lo sentiva. ‘E’ uno sguardo cinematografico: si recita la scena del ragazzo in ritardo a un appuntamento…’, pensò Roy allarmato.
* * *
La luce cambiò, non più quella d’un sole gelidamente caldo ma quella d’un occhio cieco, la luce del destino. Il taxi lo oltrepassò svoltando a sinistra sulla Quinta Avenue. Roy Rogers era troppo compreso in sé stesso per dar peso alle sfumature cangianti dell’intorno; ma ebbe comunque sentore di qualcosa di strano mentre s’affrettava giù per la Sessantesima, evitando gli altri pedoni, molesti individui-ombra con il loro bagaglio di poca o nulla importanza. Che cos’era? L’atmosfera e il miasma della città erano diversi, pesanti come non mai. Con la coda dell’occhio scorse una vecchia macchina. ‘Sembra una Cadillac del 1920!’, pensò. Ora riusciva a vedere Eleanor W. Burroughs, la donna, e la donna era lì in un punto-spazio che lo aspettava, forse. Agitò la mano e la chiamò, ma lei parve non sentire o fece finta di nulla come se lui non fosse mai esistito. Poi lei si volse e prese a camminare verso il bureau d’un’Anonima Agenzia di Pompe Funebri.
Lui si mise a correre. Inciampò. Riprese a correre: il semaforo scattò e una compatta fila di servobiomacchine gli impedì di proseguire l’inseguimento. C’era qualcosa di alieno: ora si rese conto che tutte le servobiomacchine a bruciare le strade erano datate 1920, e anche la gente era quella di un altro tempo, di un’altra dimensione. Era tutto molto strano, ma non ci pensò su poi molto, non ne aveva il tempo, troppo ne aveva sprecato. Già, non aveva tempo da perdere dietro a simili balordaggini. La sua mente febbricitante era tutta proiettata nel desiderio d’incontrare finalmente lei, la donna.
Prese a correre, a correre, cercando di non perdere di vista l’ombra di Eleanor W. Burroughs, tentando d’attirare la sua attenzione al di là del noioso traffico cittadino. Un fiume di cyborg della malfamata periferia sembrava trattenerlo, non sapeva come, ma lo trattenevano. Non era neanche sicuro che quei cyborg fossero reali: per quanto ne sapeva lui, potevano esser benissimo delle proiezioni mentali del suo cervello malato d’amore. Finalmente riuscì a farsi strada: le puttane lo guardavano scontrose, avvelenate di droga e di sesso: puntavano i loro sguardi dabbasso, sull’inguine, poi, subito, spostavano gli occhi sul suo culo là dove il rigonfiamento del portafoglio era ben misera cosa. Sorridevano disgustate, nient’altro da aggiungere.
Entrò nel bureau dell’Anonima Pompe Funebri. Non vide Eleanor, ma era certo che fosse entrata proprio lì. Un efebo gli si fece dappresso: “Ciao Roy!”
Roy lo guatò. Doveva averlo conosciuto da qualche parte, in periferia: ogni tanto andava da quelle parti per farsi di droga e farsi staccare un pompino; gli efebi erano cyborg costruiti per non trasmettere malattie. Che fossero il mezzo più sicuro per fare sesso senza risultare poi malati nel corpo?
“Ciao.”, borbottò alla fine ben deciso a non dare corso ad una discussione con quel mostro programmato per prestazioni occasionali.
“Non ti ricordi di me, nevvero?”
Doveva a tutti i costi evitare quello scocciatore dell’ultimo minuto: lei, ne era sicuro, s’era nascosta da qualche parte, e lui, il cacciatore, aveva tutti i diritti di darle la caccia così come si fa con gli animali. Poteva sentire il suo cuore battere, lontano, lontano il cuore di lei batteva; l’istinto del predatore era la sua anima, almeno così credeva. Non gli serviva sapere altro per trovare la donna. Lui l’avrebbe raggiunta in un modo o nell’altro, anche a costo della vita. Lui, Roy Rogers, l’avrebbe raggiunta, non bramava altro.
“Non è qui.”, lo canzonò l’efebo. “Lei non è qui. Non c’è mai stata. Non come la vorresti tu, comunque.”
Una smorfia: ‘Chi credi di prendere per il culo! Lo so che è qui, bastardo. E’ qui. E’ sempre stata qui. Questa è la sua casa, quella che può trovare in ogni angolo del mondo, anche il più squallido.”, pensò.
“E’ qui!”, asserì Roy, spingendo da parte in malo modo quel mostro artificiale che gli sbarrava la strada. Ma l’efebo non si lasciò metter da parte come cosa vecchia ormai usata, come roba da dare in pasto al tritacarne del Pasto Nudo. Prontamente sbarrò la strada a Roy, che infastidito gli mollò un secco ceffone sulla guancia, un ceffone tanto forte che lo fece precipitare a tappeto. “Bastardo!”, sibilò Roy fra i denti.
L’efebo a terra, con la bocca impastata di sangue, gli sorrise: “La figlia del poeta è morta. Sei arrivato troppo tardi. Se n’è andata. Anche se fosse stata qui, ormai non conta più saperlo. Rinuncia.”
Silenzio.
Roy squittì qualcosa fra le labbra.
Roy squittì qualcosa fra le labbra.
“Provo solo schifo per quelli come te.”
“Quelli come me hanno un nome.”, ribatté l’efebo rabbioso.
Roy non disse nulla.
“Bobo mi chiamano.”
“Che nome del cazzo…!”, sbottò.
Però lo aiutò a rimettersi in piedi. Poi s’accucciò sul pavimento con la testa caricata fra le mani quasi reggesse una pistola.
Bobo si pulì la bocca sporca di sangue artificiale: “Lo fanno tutti con quelli come noi. Ci usano e poi ci picchiano. Come puttane. Si prendono il loro piacere, poi ci denunciano al Pasto Nudo.”
Roy piagnucolava: “Io non lo farò…”
“Già, come tutti del resto! Tutti ci assomigliamo troppo in questo fottuto secolo.” Bobo continuò a nettarsi il sangue artificiale che non smetteva di colare oscenamente dalla bocca storpiata dopo il colpo ricevuto.
* * *
“Che cos’è successo?”
L’efebo gli carezzò la testa arruffata: “Sei passato con il rosso. Il semaforo… Una servobiomacchina ti ha riportato nella dimensione che il destino ha voluto per te. Questo è tutto.”
Roy capiva, ma non voleva accettare che fosse vero.
“E ora… Ora cosa dovrebbe succedere?”, sibilò con l’ultimo alito di vita che i polmoni pesanti come piombo ancora contenevano.
Bobo si rivolse a un uomo con un colletto da prete apparso dal nulla.
“E ora che succede, Padre?”
Bobo attese la risposta con estrema pazienza perché lui, la macchina, già sapeva: solo Roy non voleva ammettere il destino. Faceva i capricci, si faceva desiderare, ma presto, molto presto, avrebbe dovuto accettare il Tutto e il Niente. Il Padre gli avrebbe confermato il suo destino, e lui, Roy, si sarebbe rassegnato.
Il colletto bianco di Dio - del Diavolo - provò qualcosa di simile ad un orgasmo. Si prese tutto il tempo prima di rispondere. In fondo doveva assaporare nella sua anima il sapore della morte, del Tutto e del Niente, perché lui, il Padre, era l’unico Portavoce della volontà di Dio e del Diavolo.
“E ora… Ora diventerete una sola macchina, una sola identità per l’Inferno!”
Il Prete ghignò in faccia a Bobo, poi a Roy: le espressioni dei due condannati erano un buco vuoto perso nell’eternità.
“Pervertiti!”. Questa la sentenza del Padre.
La coscienza di Roy era qualcosa di pallido: avvertiva chiaramente che l’Efebo lo stava assorbendo, si stavano unendo in una cosa oscena, un’identità che per l’eternità avrebbe vagato nell’Erebo. La coscienza di Roy, se mai ne aveva avuta una, si congiunse a quella del cyborg. Prima che la sua identità scomparisse per sempre, un solo pensiero lo consolò: Eleanor già da tempo apparteneva al mondo dei morti, all’Erebo, allo spazio osceno che avrebbe fatto da culla al loro amore eterno. Almeno sperava che così fosse. Ormai non poteva esser più sicuro di niente e di nessuno, neanche di sé stesso.
Fu il buio.
* * *
Le servobiomacchine continuavano a correre veloci lungo le strade asfaltate pronte ad inghiottire altri uomini in ritardo di quindici fottuti minuti, altri colletti a punta.
Un taxi stava ancora svoltando a sinistra sulla Sessantesima e qualcuno dall’interno del taxi spiava aspettando qualcuno.
GIARDINI DI PIETRA
written by
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martedì, aprile 26, 2005

Auschwitz ,"Arbeit Macht Frei" - by Stanislaw Luczko, 1945
† Giardini di Pietra †
di Giuseppe Iannozzi
…
rit. C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista
C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista
Stai a sentire verme schifoso
tu non mi campi a lungo ti mando a riposo
c’è una sola violenza che posso accettare
lotta di classe contropotere
Violenza dettata da necessità
necessità oggettiva quella di poter campà’
Campare liberato dal lavoro salariato
ma la tua violenza l’ho già spiegato
è l’azione più eclatante miserabile e impotente
di chi non può far niente disprezzato dalla gente
…
RIGURGITO ANTIFASCISTA
(Persico - Jovine - Messina)
Esistono forze oscure che ignoriamo ma esse esistono.
Ambiente: l’aria malsana d’una scatola.
- Perché ci troviamo qui?
- E’ un ambiente.
- Così non mi rispondi.
- E’ un ambiente e noi ci siamo dentro.
- Questo l’avevo capito anch’io. Ma perché?
- Perché? Perché? Perché? Sempre perché. Forse perché siamo, e in qualche posto dobbiamo pur stare.
- Ma perché proprio in questo dove così ristretto?
- Tu sei un bambino.
- No che non lo sono!
- Lo sei quando ti comporti così.
- No, sono uno che vuole di più. Sono un sognatore.
- Ah, un sognatore! Intanto vedi di respirare e mantenerti vivo se ci riesci.
- Cosa intendi dire?
- Quello che ho detto: l’aria, prima o poi, si consumerà.
- E tu come fai a saperlo?
- Lo so.
- Non ti capisco proprio. Dici di sapere ma non spieghi come fai a sapere. E’ assurdo: io sarò pure un sognatore, ma tu non sei diverso, tu che conosci cose che non sai spiegare razionalmente.
- Adesso ti metti pure a fare la predica!
- Io dico le cose come stanno in questo momento. Tu sai e vuoi che io ti creda: un atto di fede nei tuoi confronti mi chiedi, ma io che sono un sognatore non ho fede.
- Un sognatore senza fede! Questa è buona davvero.
- Che c’è di strano?
- I sognatori devono aver fede nell’immaginazione altrimenti non sono tali.
- Ma io ho fantasia e immaginazione da vendere! Ma non intendo spenderla inutilmente in un atto di fede.
- Quand’è così, cosa immagini al di fuori di questa scatola? Io immagino poco, ma so che qui l’aria si fa stretta. Più viviamo, più l’aria si consuma, ne consegue che la nostra esistenza qui è limitata alla capacità d’aria del contenente. Se si fosse Uno anziché due…
- Come parli difficile! Non c’ho capito niente, ma dovrei crederti: è questo che intendi?
- Più o meno!
- Più o meno: deciditi!
- Meno.
- Ah!!!
Silenzio.
- Che suggerisci, allora?
- Qui dobbiamo esistere, ma due siamo davvero troppi. Non vorrai mica estinguerti guardandomi mentre io faccio la tua stessa fine?
- No, questo no. Ma neanche io voglio che tu mi guardi mentre io mi sto estinguendo.
- Sei un egoista, altro che sognatore. Se fossi un sognatore, non esiteresti!
- Io non esito.
- Devi dimostrarlo coi fatti.
- Che vuoi che faccia?
- Non riesci ad immaginarlo? Possibile che debba suggerirti tutto io?
- No, io non immagino quello che immagini tu, se permetti.
- Mi fai cadere le braccia e…
- E… Cosa?
- E stimoli i miei istinti peggiori.
- Mi fai paura.
- Io ti faccio paura? Ma ti sei guardato intorno? L’aria diminuisce ad ogni secondo che passa e con essa diminuisce la nostra esistenza. Cerca di stare coi piedi piantati per terra una volta tanto, tu che vai blaterando d’esser un sognatore e manco riesci ad immaginare quel che io immagino. Quale peggiore ipocrisia? Quale? Meglio sarebbe stato se ti fossi detto pollo che spicca il volo come un’aquila!
AMBIENTE: Il cimitero. Tombe, solo tombe: lo sguardo incontra solo granitiche, marmoree lapidi. Tira un vento freddo e l’autunno perde dalle sue chiome le foglie tanto simili a lagrime.
Una Madre e un Bambino stanno su una tomba, una delle tante.
La Madre: Non doveva finire così. Troppo giovane per morire, troppo.
Il Bambino: Papà dov’è andato? In cielo?
La Madre: Il Papà è sottoterra.
Il Bambino: E il cielo? Il prete ha detto “il regno dei cieli”.
La Madre: E’ solo un modo di dire, caro.
Il Bambino: Ma perché?
La Madre: Perché gli uomini sono soliti mentire.
Il Bambino: E tu menti, mamma?
La Madre: Qualche volta ho mentito anche io, ma solo per il tuo bene.
Il Bambino: E perché adesso non lo fai? Allora non mi vuoi veramente bene.
La Madre: No, no, non dire così. Tu sei la mia unica ragione di vita. Ti voglio tanto, tanto bene. Più
della luce degli occhi, più dell’aria che respiro, degli odori che sento, delle lagrime che spendo sulla tomba di tuo padre.
Il Bambino: Ma a Papà, allora non gli volevi veramente bene.
La Madre: No, io amavo Papà e ancora adesso lo amo. Se lui non fosse stato, oggi tu non saresti con me in questo triste giorno.
Il Bambino: Ma Papà tornerà, non è vero?
La Madre: No, Papà non potrà mai tornare mai.
Il Bambino: Ma lui era un Sognatore. Così mi raccontava: “Ad un Sognatore tutto è concesso!”
La Madre: Oh, povero caro! Povero, povero Bambino. Papà lo diceva per farti felice.
Il Bambino: Allora anche lui mi mentiva per il mio bene!
La Madre: Sì, ma solo per il tuo bene. Ricordatelo questo: è l’eredità che ti ha lasciato.
Il Bambino: Intendi dire che anche io devo imparare a mentire?
Ambiente: l’aria malsana d’una scatola.
- Io capisco che tu sei un folle.
- Stiamo attenti alle parole.
- E’ un fatto che sei un folle. Non mi presterò mai al tuo perverso gioco.
- Non ci sono soluzioni allora!
Silenzio
- C’è sempre una soluzione anche quando non esiste!
- Cazzate!
- Tu vorresti che io mi butti via per te. Ma hai pensato che tu potresti dar via il tuo fantasma per me? Non ti è mai passato per la testa?
- Sì, l’idea m’è balenata in testa… Ma come vedi, con ‘sto foro in testa, le idee fanno in fretta a fuggire via. A te invece t’hanno sparato al cuore, è tutta un’altra cosa, lasciatelo dire.
- Tu sei un vile.
- E tu pure.
- Senza cervello.
- Senza cuore
- Bene: io non ho cuore, tu non hai cervello. Insieme facciamo un uomo completo.
- Peccato che abbiamo due bocche da sfamare. Come la risolvi questa cosa?
- Non la risolvo.
- Un sognatore con il cervello integro che non sa risolvere un problema tanto semplice: non ci posso credere.
- C’è una sola violenza che posso accettare: lotta di classe contropotere, violenza dettata da necessità, necessità oggettiva quella di poter campà’
- Solo questo sai dire?
- E ti sembra poco?
- Quindi, io per te, sarei il nemico?
- Esatto.
- E giustifichi la violenza?
- Esatto
- Sei un falso! Un falso! Un falso!
- Io te l’ho detto chiaramente, mentre tu solo volevi circuirmi con le tue parole. Fascista!
- Ah, ci vai giù pesante.
- Un fascista m’ha sparato al cuore.
- Quando?
- Quand’ero ancora vivo.
- Dove?
- Sulla neve.
- Sulla neve! Anche io sono morto sulla neve.
- Che strana coincidenza!
- Strana davvero. Tu da che parte stavi?
- Coi compagni partigiani ovviamente. E tu?
- Ah!
- Che significa quel tuo “Ah!”?
- Io ero con gli altri…
- Coi fascisti. Quindi potresti esser stato benissimo tu quello che mi ha sparato al cuore.
- E tu potresti essere quello che mi ha sparato in fronte.
- Io lottavo per la libertà.
- Io lottavo per la libertà.
- No, calma. Tu lottavi con gli altri, te lo sei dimenticato?
- E gli altri difendevano la libertà.
- Già, togliendo la libertà a mezzo mondo. Quelli che non erano biondi e con gli occhi azzurri erano animali. Sporco fascista!
- Sporco comunista!
AMBIENTE: Ancora presso il cimitero.
Il Bambino: Mamma, Papà stava coi buoni o coi cattivi?
La Madre: Papà diceva sempre che ad ogni punto nero non avrebbe esitato a sparargli a vista, dritto in fronte.
Il Bambino: E mentiva quando lo diceva?
La Madre: Non mentiva: l’ho visto io con i miei occhi far fuori i nemici, altrimenti non l’avrei mai sposato e tu non saresti nato.
Il Bambino: Allora perché mi dici che devo imparare a mentire?
La Madre: E’ un mondo difficile.
Il Bambino: Ma?
La Madre: Lo so che è difficile da accettare.
Il Bambino: Mamma, io voglio diventare come il Papà.
La Madre: Figlio, tu mi farai piangere.
Il Bambino: A Papà non piacerebbe vederti piangere per me. Lui sarebbe orgoglioso di me.
La Madre: Sei un testone come tuo padre. Sei il suo ritratto.
AMBIENTE: due corpi quasi soffocati dentro una scatola si fronteggiano cercando di rubare aria l’uno all’altro.
- Mi manca l’aria.
- Pure a me.
- Urge una soluzione. Radicale.
- Radicale.
- Hai ancora la pistola?
- Sì.
- E tu?
- No. I comunisti me l’hanno tolta prima di seppellirmi.
- Non c’è quasi più aria… Tu rubi la mia aria.
- E tu la mia.
- Propongo un gioco: la roulette russa.
- Vuoi dire che è carica?
- E’ carica.
- Quanti colpi?
- Un solo colpo, una sola pallottola. Si prova, e, prima o poi, uno di noi due ci resterà secco. La canna puntata alla tempia. Accetti?
- Non accetto.
- Allora si morirà un’altra volta in questa zona d’ombra. Insieme.
- Ho detto che non accetto…
I due corpi si contorcono: l’aria è insufficiente.
- Allora?
- Sei un bastardo.
- Lascia che sia il destino a decidere chi di noi due è il bastardo.
- Chi inizia?
- Io.
- Perché tu?
- Perché la pistola è mia.
- Sei un baro.
- Un baro? Bene… allora inizia tu e vedi di fare in fretta.
- Anche se dovessi perdere, presto mi raggiungerai. Ormai l’aria è stata quasi tutta consumata.
- Sarò sempre più di te. Un secondo in più significherà che sono nel giusto.
- Sognatore del cazzo! Passami la pistola.
- A te.
Un colpo.
- Questa è la storia: se vedo un punto nero io sparo a vista anche se la pistola non è nelle mie mani.
AMBIENTE: La Madre e il Bambino si allontanano dal cimitero imboccando una sterrata. Hanno le lagrime rattenute fra le cispe degli occhi, ma non piangono.
Il Bambino: Mamma, un giorno sarò come Papà, non è vero?
La Madre: Figlio mio, sei già come tuo padre. Sei un uomo. Chi ha visto i giardini di pietra non può che essere un uomo molto coraggioso. Tuo padre è ancora vivo perché tu sei vivo accanto a me e come lui sogni un mondo migliore. Sei anche tu un sognatore…
Si allontanano.
ROMANTIC
written by
-
lunedì, aprile 25, 2005

Romantic
di Giuseppe Iannozzi
COSI’ ROMANTICO
perché sempre nuovi successi siano
Sul mio tavolino poserai una lettera
La raccoglierò, toglierò la ceralacca
e ti dirò Colomba, Colomba mia…
Perché di te solo una lettera
e non la dolcezza dei tuoi occhi,
dei tuoi fianchi tra le spighe del grano?
Non ho fatto in tempo - mai forte abbastanza
Trattenere l’amore è un lungo viaggio
che dà sicura dipendenza
e quasi mai piena accondiscendenza
Ora, sul mio tavolino - che è in confusione -
scorre il fiume tranquillo delle tue parole
Ma lagrime non sanno venire
dai miei occhi perché ancora persi nei tuoi
Perché la Poesia come la Torre Eiffel
e io mi sento così romantico
nonostante tutto il ferro che punta il cielo
INNOCENZA DI PASSAGGIO *
D’innocenza vivemmo a stento
D’innocenza presto morimmo
Senza alcun stupore,
le orbite vuote rimangono
Testimonianza d’un passaggio
Solamente siamo innocenza
di passaggio - magro assaggio
di mille vite spolpate fino all’osso
CICISBEO INNAMORATO **
Tutti l’abbiamo abbandonata
Era come una campana stonata
arresa a sé stessa
Ma tutte le donne che ho amato
mi hanno tradito
per un nuovo amore celestiale
Così ora credo di non esser nel torto
se dico che il bianco che va in sposa
prende nel letto una dose di morte
Così ora credo di non esser il peggiore
se dico che l’azzurro che punta al cielo
prepara tra le nuvole un’ombra di tempesta
Tutti noi l’abbiamo suonata
Era la nostra sorellina felice per un niente
e amava troppo inciampare nella passione terrena
Ma tutte le donne che ho bagnato di lagrime
prima o poi, mi hanno deriso
per un vecchio cuore di denaro e fama pieno
Tutti noi l’abbiamo abbandonata
E tutti, allo stesso modo, l’abbiamo suonata
quando le notti in solitudine ci davano per spacciati
Tutti noi abbiamo perso la testa tra le nuvole
mettendo radici in una nuda promessa
che sapevamo mai sarebbe arrivata
Tutti - ma proprio tutti -
abbiamo dato fiato alla nostra tromba
leggendo il suo epitaffio inciso nella pietra nuda
e fredda, nuda e fredda come le nostre mani
a raccogliere vento e morte foglie
Come allora squilla il telefono
E le campane non hanno smesso di suonar a festa,
a morto, ma sempre arrese al loro suono
perché, davvero, nessuno di noi l’ha mai dimenticata
Perché nessuno di noi ha dimenticato il suo bianco nudo
e i suoi profondi occhi di cielo, tutta la sua bellezza
LA BALLATA DELL’INNAMORATO
a Missy
che è femmina oscenamente sconvolgente
Tu mi vieni addosso sempre quando piove
Tu sai accendere la mia passione quando prego
Poni le tue mani sul mio petto stanco
e mi sussurri in un orecchio di non preoccuparmi
Tu mi vieni addosso sempre quando reggo il rasoio
e mi regali un cavallino a dondolo e un attimo di gioia
Però ti dimentichi sempre di lasciarmi il tuo telefono
e solamente mi lasci il tuo reggiseno per cuscino
E, il mattino dopo, io non so mai
che giustificazione dare alla donna delle pulizie
che è tanto buona ma troppo in là con gli anni
Tu mi stordisci con una risata e un sorso di vino appena
Ed io lo so di non essere l’unico uomo della tua vita
Tu mi vieni addosso sempre quando c’è il sole
Tu sai spegnere la mia solitudine nelle tue mutandine
Ridi per me e di me, per come sono buffo
tutto nudo allo specchio,
e mi prendi in giro dicendomi scimmione e cucciolone
Poi poni le tue mani sul mio ventre affamato
e mi strappi via tutti i cattivi pensieri
che mi danno in aceto dentro alla testa
Però ti dimentichi sempre di dirmi il tuo nome
e solamente mi lasci il tuo rossetto in custodia
E io lo so di non essere il miglior partito per una donna
E, il mattino dopo, sempre dico alla mia povera madre
che non ho fame perché sono innamorato perso d’una Bella
E lei sempre mi guarda strano e mi dice “Sciagurato!”
Poi si fa triste ed allora la invito a metter su un disco allegro
E se il nostro ballare verrà dolcemente triste,
da subito, le assicuro che non gli darò troppa importanza
Sempre quando piove, Mio Sogno Settembrino
Sempre quando reggo il rasoio, Mio Incubo Mattutino
Sempre mi stordisci con la tua rossa bocca di allegria
Oh, oh, oh… sono solo un uomo in tua balia
Oh, oh, oh… perso, catturato nella tua malia
Oh, oh, oh… sono solo un uomo in tua balia
In tua balia, in tua balia, in tua balia…
Tu mi vieni addosso sempre quando meno me lo aspetto
Perché, in fondo al cuore, lo sospetti
che mi sono innamorato proprio di te
Sì, tu lo sospetti che, prima o poi, rovinerò tutto
dicendoti “Andiamo, che vuoi che sia! Io ti amo, ti rispetto”
BAGNATO
Eh eh eh, piove sempre sul bagnato
Il mio amore c’ha un ombrellino tanto carino
Vorrebbe prendermi sotto
Ma la bagna l’ondata d’una pozzanghera
E la macchinina sfreccia via lontana
Eh eh eh, piove, piove sempre
E il mio amore s’è tutta infradiciata
Mi toccherà portarla di corsa a casa
Mi toccherà riscaldarla
Ma prima sarà costretto a spogliarla
Perché la gonna bagnata non le dona affatto
Mi ritroverò affogato nel suo abbraccio
Questo lo so bene da me
E’ un rischio che dovrò correre per amare
tutta la gioia che le leggo negli occhi
tanto ma tanto gonfi di dolci lagrime
Perché sì, piove sempre
E un uomo non sa mai quanto
bagnato è, quanto bagnato sul bagnato
* “Innocenza di passaggio” - prima pubblicazione su Angel Crypt
** “Cicisbeo innamorato” - prima pubblicazione su Angel Crypt









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