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IN CULO AL MONDO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 30, 2005


Pablo Ruiz Picasso - Deux femmes courant sur la plage (La course), 1922

Pablo Ruiz Picasso
Deux femmes courant sur la plage (La course), 1922
 
 
 
In Culo al Mondo
 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
 
ISPIRAZIONE
 
 
A me la Musa stamattina m’ha rimproverato: “Ma che posti a fare?”
E io: “Così, per perdere tempo.”
E la Musa: “Non potresti trovarti uno svago più costruttivo?”
E io: “Sì, potrei. Ma non sono ancora pronto per aspettare un miracolo come un assassino nato.
Dopo questo scambio di battute, lei ha messo la Moka sul fornellino, e io sono sceso a prendere il giornale: ho letto solo la nera, tralasciando tutto il resto. Appena rincasato, ho trovato che il mio caffè nero era freddo, sul tavolo: l’ho buttato giù lo stesso. Però la mia Musa non c’era più. Ho inforcato gli occhiali, onde evitare peggioramento del mio astigmatismo, e ho acceso la tv in cerca d’un cartone animato erotico.
 
 
 
 
 
GLI ANIMALI AGLI ANIMALI
 
 
“Potresti pure ascoltarmi, non sono mica da buttar via.”
Sospiro e penso: ‘Vecchia zoccola!’
M’accarezza la patta. Ma il pipino mi rimane piccolino. E lei, la zoccola, delusa.
“Qualcosa ti preoccupa, la fronte ti si disegna di piccole rughe.”
Accenno un vago gesto con la mano disegnando in aria uno svolazzo senza significato.
“A me lo puoi dare… dire intendevo?”
La guardo, ma brevemente: è proprio brutta, più di me quando siedo sulla tazza del cesso in preda a un attacco di stitichezza acuta.
Divento paonazzo. Adesso è lei a guardarmi: “Io lo sapevo!”
”Che cosa sapevi?”, sbotto.
“Tu ce l’hai con me.”
“Sinceramente…” E taccio.
La vecchia zoccola si fa sul mio naso: “Sinceramente, cosa?”
“Niente. E’ che…” M’arrendo. “La verità è che ho tante spese. Lo studio non va bene come avevo creduto all’inizio. Insomma, temo che sarò costretto a chiuderlo. Definitivamente questa volta.”
Solo un ‘Ah’ secco da parte sua. E un quasi svenimento.
“Non dirai sul serio! Sarebbe troppo duro da sopportare.”
“No, non troppo duro. Non per me, almeno.”
Lei sbianca.
“E quanto, quanto ti servirebbe?”
La fisso prepotentemente nelle palle degli occhi: “Parecchio.”
“Parecchio quanto?”
Di nuovo, la fisso dalla punta dei piedi alla testa: è grassa, tremendamente grassa, più di Michael Moore. E’ viscida quanto tutta la fattoria degli animali, quanto tutti i suoi protagonisti. E mi faccio passare la stitichezza allargandomi in un sorriso assai più politico di quello di Putin. Insomma, alla fine, scarico. O meglio, ci tento.
Lei m’accarezza, la patta ovviamente. Ma niente. Allora mette mano al blocchetto degli assegni. Me lo stacca l’assegno e me lo ficca in bocca con rabbia. La sua mano stringe sulla mia patta. Niente. Stringe troppo, tanto da farmi cacciare un mezzo urlo. L’assegno lo sputo via… svolazza in aria, e mi libero della sua mano.
“Girati!”, le ordino. “Girati. Chiudi gli occhi.”
Lei sorride, a me purtroppo, non sorride così tanto per, perché è vecchia e pazza. Sorride perché è una vecchia zoccola.
Le alzo la gonna e la smutando. “Per favore, gli occhi chiusi, mi raccomando.”
Lei mugola con sensualità uguale a quella d’un bove portato al macello.
La penetro con la prima cosa che mi capita sotto mano, la clessidra.
“Come sei focoso! Per te, il tempo non passa mai…”
Non dico nulla. Però penso: ‘Passa pure per me, passa pure per me. Ma con te è stato davvero impietoso: hai il buco del culo più largo e profondo d’un Buco Nero.’  
 
 
 
 
 
DAL BUCO DEL CULO
 
 
Un giorno, qualcuno con cent’anni sulle spalle: “Lo sai che parli male?”
E io: “Giusto, Giuda! Però dovresti saperlo che parlo male di chi prende per sé le mie affilate parole e ne fa poltiglia nella sua bocca sdentata.”
E tornai a leccarmi i coglioni come un cane, con malizia, con avidità, senza più badare a quel vecchio bastardo prossimo a tirar le cuoia.
Al crepuscolo, sfiatò il suo più genuino spirito dal buco del culo; e io me ne andai per il mondo a parlar male di lui.
Fu così che iniziai il mio Lavoro, quello che tu, Inutile Lettore, stai qui a disturbare.
 
 
 
 
 
AVRAI IL MONDO *
 
 
Avrai un mondo di scuse
Avrai un mondo di amori
Avrai tutto sbagliato
 
Dimenticherai i giorni
Dimenticherai te stesso
Sarai tutto sbagliato
 
Avrai tasche bucate
Avrai storte ubriacature
Avrai occhi di sangue
 
Come l’assassino
che nasconde il bottino
 
Sì, tu avrai tutto e niente
 
In un giorno di pioggia
In una notte d’incanto
In un bicchiere rotto
 
Avrai, sì, tu avrai
Ma soltanto la tua anima
che ti a-spetta in sogno
Ma soltanto la tua preghiera
- una pallottola d’argento
 
Dormirai, sì, tu dormirai
Ma col capo molle
Morirai, sì, tu morirai
E non sarai contento mai
 
Oh, quanto e quanto avrai!
 
Alla fine, sconosciuto agli dèi,
il mondo che ti ha partorito
si farà capriola d’aria
- aneurisma perfetto
Ed allora avrai meno di niente
Sarai meno d’un ricordo al dente
 
 
 
* Prima pubblicazione su Il Respiro del Tempo di Odilia Liuzzi, 29 maggio 2005
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 15:57 | poesia, racconti | clicca per commentare commenti (22)



COME SHAKESPEARE! - V.V. & ATTO DEFINITO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, maggio 28, 2005


una scena da Nine 1/2 Weeks (1986) - Kim Basinger and Mickey Rourke




V.V.






 
di Giuseppe Iannozzi


 

 
In un unico puro atto,
due scene e un monologo.
E due personaggi.
 
 
 
 
 

 
Personaggi:
 
Adone: Adone è semplicemente Adone.
 
Venere: Venere è semplicemente Venere.
 
 
 
 
SCENA I:
 
 
Ambiente: Adone è al cospetto di Venere orocrinita. Nelle sue stanze, quattro pareti vestite di nudità.  Solo una finestra porta luce crepuscolare nella camera.
 
Adone: (con piglio romantico) Non sentite soffiare il vento? Tra le alte chiome indarno tenta d’innamorare noi col suo stormire.
Oh Venere! Voi non sentite nulla se non il fiato di noi racchiuso entro queste quattro anguste nude mura. Ed è dolore amore tormento sapere che gli occhi bassi, che i Vostri occhi non incontrano Vostro riflesso nelle mie pupille. Un simile riflesso vorrei vedere per inebriar l’anima mia. Nella bocca vorrei stringere le Vostre mute parole con un bacio che sia soffocamento lieve. (quasi disperato) Che senso ha questo stormire che innamora, questo vento tempestoso, inquieto? Che scopo ha il vento di fuori a spazzar via il bruno dell’autunno nelle foglie se Voi, Venere, non dite, non sorridete, non baciate?
 
Venere: (regale, dura come cuore di diamante) Oh Adone, mettete a freno i Vostri ardori! Non si conviene ad una Signora che dica un ma o un forse solo per nutrir la contentezza che sento nel Vostro favellare tutto preso dalla sola voglia d’amare. Per Giunone, un minimo d’orgoglio dovreste averlo!
 
Adone: (insistente ma lievemente scoraggiato) Venere, Signora, senza pretesa di voler strafare, le parole prendono peso di pietre scagliate addosso a chi già s’è già crocifisso nella Vostra imago.
 
Venere: (quasi ridendo) Che buffa commedia la Vostra. Buffa, tragica come la morte che impetra un dio che non conoscete.
 
Adone: (sconcertato) Non Vi seguo.
 
Venere: (ironica)  Ah, Voi, Voi giovane non mi seguite. Eppure dietro ai Vostri sentimenti, sciorinati come fazzoletti abbandonati al vento, riuscite comunque ad offrire gli occhi per nettar le lagrime Vostre, che io mica so dire sincere.
 
Adone: (ironico pure lui) Mia adorata, io non Vi seguo. M’è fonte di profondo turbamento il Vostro favellare strano. Par quasi ricusiate l’evidenza che occhi non ho se non per Voi.
 
Venere: (quasi arrabbiata) Fede, la fede v’acceca. Vedete me ed è come se non mi vedeste.
 
Adone: (piccato) Voi, Signora, osate prendervi gioco di me! Quale triste ludibrio deve soffrire un’anima innamorata perché possiate capire che solo la sincerità mette sangue nel cuore che batte e non batte, a comando Vostro?
 
Venere: (autoritaria, quasi tiranna) Inginocchiatevi! Ve lo ordino. Se m’amate tanto come dite con le Vostre abusate parole che ho in dispregio, allora in ginocchio da me.
 
Adone: (fintamente remissivo) Obbedisco.
 
Venere: (completamente tiranna, con voce dura che non ammette repliche) Raccogliete il mio piede e baciatelo!
 
Adone: (accondiscendente) Obbedisco.
 
Venere: Subito!
 
Adone: In ginocchio, Vi obbedisco Signora.
 
Venere: (ironica) Non ho sentito ancora il bacio.
 
Adone: (seriamente ironico) Ma sentite le mie tremanti mani che tengono raccolto il Vostro piedino gentile pallido come bianca colomba.
 
Venere: (sprezzante) E questo lo dite amore?
 
Adone: (con voce ridotta a un quasi pigolio) Che tenero malleolo! Sì roseo, incute tenerezza. Non mi oso di baciarlo per dar sfogo alla rozzezza delle labbra.
 
Venere: (turbata ma non troppo, sempre autoritaria) Non temete. Baciatelo. Sarò io a giudicare se le labbra saranno velluto sulla mia pelle delicata o rozza cartavetrata.
 
Adone: (goduto) Le labbra suggono l’amore offertomi… Dolcezza sì grande non m’era mai toccata.
 
Venere: (nervosamente) Lasciate! Lasciate! Siete un bruto!
 
Adone: (accondiscendente) Un bruto, sì. Sì, Signora. Un bruto. L’amore è scabroso a chi non lo conosce.
 
Venere: (con tono mellifluo) Che insinuate, villano!
 
Adone: (con tono arrogante) Insinuo il mio amore per Voi e lo costringo fra le mie mani. No, non lascerò questa tenera colomba ora mia. Non la lascerò libera di fuggire in volo, da me lontana. Se Vi reco oltraggio, Signora, sappiate che è la bocca mai sazia di Voi a farVi prigioniera. No, non le mie mani. Sola la mia bocca.
 
Venere: (sospirando, quasi lusingata) Voi costringete il mio piedino nella brutalità delle catene che dite mani d’uomo innamorato. E la bocca, la bocca, rude come pomice, è vile strumento sulla delicatezza della mia pelle.
 
Adone: Vi libero dalle catene. Ma non dalla bocca!
 
Venere: (scandalizzata) Dio! Che fate? Voi inseguite la linea proibita della gamba con l’arroganza della bocca Vostra. Oltraggio! Vi farò impiccare, Signore. Sì, impiccare.
 
Adone: (temerario) Si muore una volta sola, e una si nasce. Meglio morire sazio del sapore di Voi, Signora, con la bocca piena di donna piuttosto che con il rimorso di non aver almeno osato.
 
Venere: (quasi con dolcezza) Spudorato!
 
Adone: (divertito) Il ginocchio risponde. Non m’inganno! Non è trucco il sentire che sento invadere la vostra gamba. Signora, non posso fermarmi ora. La morte comminata non saprebbe che farsene d’uno come me se ora mi allontanaste dall’oggetto del mio tremendo desiderio.
 
Venere: (accondiscendente) Allora continuate. Il pudore Vi manca, ma colpa forse non è tutta in Vostra natura. Voi, dell’Educazione Sentimentale, non seguite le regole perché nessuno Ve l’ha insegnate. Di ciò colpa non posso farvene, ma la bocca insolente, quella non la potrò perdonare.
 
Adone: (insolente e divertito) Signora, la mia bocca ha travolto il ginocchio in un impeto di fresca gioia, e ormai lontana s’è addentrata.
 
Venere: (quasi distrattamente) Non crediate che il gemito unico che mi sentite sia commozione. E’ come una piuma indesiderata inesperta che…
(fintamente scandalizzata) Che s’è infiltrata nel proibito seguendo una strada che non sapeva.
 
Adone: (dolcemente) La strada della vostra gamba, Signora, la si può imparare solo inseguendola con ardore.
 
Venere: (imperativa) Non osate oltre!
 
Adone: (con romantica testardaggine) Inutile comandare. Vi ho obbedito all’ordine primo. Ora potete solo subirne le conseguenze.
 
[un silenzio prolungato che si può solo immaginare]
 
Adone: (dolcemente) Suggere l’ambrosia sarà il ricordo eterno che avrò di Voi una volta impiccato come crocefisso davanti alle porte del Vostro maniero. Le labbra timide non m’è riuscito di rubarVi, ma l’amore è imperfetto e l’uomo, per quanto troppo uomo si senta, alle volte deve accontentarsi.
 
 
 
MONOLOGO DI VENERE:
 
 
(austera)
E’ un villano quello che ora riposa il capo nella culla del mio nobile ventre.
Mai avrei dovuto accoglierlo nelle mie stanze.
 
Per un errore comune, per un vezzo che avevo voglia di togliermi, più per curiosità che non per altro, ora dovrei carezzare questa testa che sento sì tanto straniera? Dovrei forse rimettere la mia femminilità alla quiete che ha addormentato la sazietà di quest’uomo che dice d’amarmi? Io non lo conosco. M’è straniero.
 
(quasi commossa, quasi eccitata)
Eppure come negare che m’ha fatta arrossire?
 
(solo eccitata)
Non dico che sia amore. Ma adesso la carne vuol sapere.
 
Solo la carne fragile mortificata dai baci di questo straniero vuole conoscere. Non le mie labbra.
 
(con desiderio rattenuto, ma anche con rabbia indefinita)
Straniero, io Vi odio, Vi odio perché m’amate e nulla sapete di me.
Voi, Adone, siete la mia vergogna.
Che dico?
Siete oltre. Siete orgoglio che non posso soffrire.
Così sicuro di Voi, avete osato là dove altri hanno trovato per molto meno insanabile mortificazione.
 
(con finta sorpresa)
Che fate?
Aprite gli occhi? E per incontrare chi?
I miei occhi, le mie labbra, mai!
 
Sì, aprite pure gli occhi ma non incontrerete il mio sguardo a spiarvi.
Questa soddisfazione mai ve la concederò.
Le mie labbra cucite saranno.
 
 
SCENA II:
 
 
Ambiente: La stanza che sappiamo, quattro pareti vestite di nudità.  Solo una finestra porta luce crepuscolare nella camera.
 
 
Adone: (pacificato dal breve sonno, con voce quasi molla) M’è parso di sentire la ninna nanna del Vostro cuore sul mio per svegliarmi dal breve letargo in cui ero caduto…
 
Venere: (dando in uno sbadiglio teatrale) Vi sbagliate. Io sempre muta rimasi.
 
Adone: (completamente sveglio) Devo aver sognato. Ma quanto reale!
 
Venere: (sarcastica) Il sogno è un fantasma che accarezza altri fantasmi, ebrietà dell’animo se volete. Ma niente di cui potete gioire nello spazio offertoVi dalla realtà.
 
Adone: (innamorato) I Vostri occhi!
 
Venere: (arrossendo) Li allontano.
 
Adone: (dispiaciuto) No…
 
Venere: (sicura di sé) Una distrazione, nient’altro fu.
 
Adone: (sicuro di sé) Ma fu realtà distratta, non sogno.
 
Venere: (arrossendo) Non temete: non accadrà più.
 
Adone: La realtà si distrae per favorirci e così stornare i sogni.
 
Venere: Mai i miei desideri hanno addomesticato i Vostri sogni. (decisa) Solo Vostri!
 
Adone: (innamorato) Ma gli occhi Vostri m’hanno guardato. Ne sono sicuro.
 
Venere: (confusa ma con durezza) Fu una distrazione, nient’altro fu. Ve lo ripeto. Un caso che subito è stato consegnato a quel tempo che si dice passato.
 
Adone: (recitativo) Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi. Le rose che non erano le nostre rose. Le mie rose le tue rose. E così dimenticammo le rose.
 
Venere: (confusa con tenerezza) Cosa andate farneticando?
 
Adone: (insolente) Basterebbero forse due petali rossi per nascondere ad occhi indiscreti la turgidezza dei Vostri seni?
 
Venere: (fintamente scandalizzata) Impudente che siete! Insinuate… Insinuate…
 
Adone: (con tenera insolenza) E che mai dovrei insinuare? Ho riposato sul Vostro grembo, ma ancor manca la dolcezza d’un riposo sul cuscino dei Vostri seni.
 
Venere: (sorpresa ma non troppo) Dunque vorreste provare come si riposa?
 
Adone: (con sicurezza imperativa quasi) Sì, vorrei.
 
Venere: Signore, Voi avete un concetto assai strano dell’amore.
 
Adone: Strano?! No, non mi pare. Solo quello che l’istinto mi fa sentire.
 
Venere: Sentire? (scoppiando in una risata commossa di alterigia) Così avreste bisogno, delle mie labbra, del mio seno… per sentire l’amore…
 
Adone: (tristemente) Ma le labbra mi sono proibite…
 
Venere: (con durezza teatrale) Tutto Vi è proibito di me.
 
Adone: (con dolcezza naturale) Eppure il Vostro ventre ha fatto da culla al mio capo. Qualcosa mi avete dato. Poco, ma qualcosa mi avete lasciato.
 
Venere: (piccata, ma con dolcezza) Vi correggo, Signore. Avete preso. Con impudenza. Ma presto la Vostra audacia che mi è onta sarà lavata col Vostro sangue.
 
Adone: Non posso credere che gli occhi che poc’anzi mi hanno incontrato possano reggere la vista della morte comandata da Vostra velle.
 
Venere: Voi mi mettete alla prova.
 
Adone: (impudente) Allora, se prova dev’essere, che sia almeno il mio capo a morire fra i Vostri seni.
 
Venere: (accomodante) Se è la morte che agognate, non farò nulla per trattenerVi. Al condannato nulla si nega, o quasi. Riposate pure il capo. Fate! Osate! Sarà il ricordo ultimo che vi accompagnerà nell’Aldilà. Signore, accomodateVi!
 
[un altro silenzio prolungato che si può solo immaginare]
 
Adone: (mezzo felice, mezzo triste) Ora potrei quasi morir di felicità.
 
Venere: (quasi teneramente) No, Voi, Signore morirete e basta. Ma non di felicità.
 
Adone: (profondamente turbato) Avete ragione Voi, Signora. Infatti non ho colto il fiore più bello, le Vostre labbra. Potrei rubarVi un bacio, ma non sarebbe lo stesso. Sì, Signora, avete ragione Voi. Non di felicità morirò. Semplicemente mezza sarà la felicità.
 
Venere: (sconcertata, incredula) Mezza felicità! Morireste felice se un bacio fosse?
 
Adone: (cantando con allegria triste) La donna è mobile | qual piuma al vento | muta d’accento | e di pensiero…
 
Venere: Che fate? Cantate?
 
Adone: (con passione) L’amore canta. Non io. L’amore così strano, inconcepibile, ci illude, ci dà, ci toglie. Ma siamo noi che amiamo. E la donna è l’amore, mutevole nel pensiero, ma uguale sempre nel cuore.
 
Venere: (dolorosamente) Illuso che siete!
 
Adone: M’avete offerto un bacio.
 
Venere: (sempre dolorosamente) Vi ho offerto di rubarmi un bacio. E’ ben diverso.
 
Adone: (con profondo dolore nella voce quasi rotta in pianto) Ma è pur sempre una offerta. Un bacio offerto alle mie labbra, al mio cuore, non è prova d’arroganza.
 
Venere: (accomodante) Allora perché esitate?
 
Adone: (con ebrietà lussuriosa, sentimentale) Non esito. Aspetto il Vostro silenzio perché il bacio sia Vergine, mia Venere! Un bacio, uno solo, perché non sia retorica del sentimento. Sarà sulle vostre labbra miracolo di Verginità Venerea. Sì, di Verginità Venerea.
 
Venere: (accondiscendente, ma non completamente arresa alla velle dello spasimante) Quale arroganza! Ma taccio. Taccio. Spremete pure le Vostre labbra sulle mie e sperimentate da Voi la falsità del Vostro amore.
 
[ancora un altro silenzio prolungato, quello che conosciamo perché possiamo solo immaginarlo]
 
Venere: (con voce quasi ubriaca) M’avete stordita.
 
Adone: (dolorosamente) Vi ho amata.
 
Venere: (anche lei dolorosamente) E ora che dovrei farmene di Voi?
 
Adone: (arreso) Darmi alla morte!
 
Venere: (sconvolta) No! No, non è possibile. Non più.
 
Adone: (con voce ebete) Perché?
 
Venere: (terrorizzata) Perché avrei orrore di ricordare il sapore del Vostro bacio sapendolo muto nella carcassa d’un morto.
 
Adone: (deluso) Solo per questo futile motivo! Il sapore sarà sempre con Voi, vivo.
 
Venere: (con voce tremante dolore) No, dico che non è possibile mortificarVi con la morte. Avrei orrore di saper il sapore vivo del Vostro bacio nella mia bocca mentre le labbra che l’hanno creato non sarebbero più.
 
Adone: (rabbioso) Orrore, solo per questo orrore che potreste nutrire dimenticate d’avermi comminato morte. No, non è amore il Vostro. Lo riconosco. Avete vinto Voi, Signora. M’avete fatto provare la falsità del mio amore lasciandoVi rubare un bacio. (cantando mestamente, fortemente drammatico nel tono) E’ sempre misero | chi a lei s’affida | chi le confida | mal cauto il core…
 
Venere: (quasi in lacrime) Che dite?
 
Adone: (quasi in lacrime pure lui) Il vero, solo il vero. Avevate ragione Voi, Signora. Tenete gli occhi bassi. Ancora i Vostri occhi incontrano il pavimento ma non me. Nutro orrore io per aver baciato la bellezza Vostra e riconoscerla dedicata a Voi sola. Non c’è spazio per il mio amore nel Vostro core.
 
Venere: (fintamente arrabbiata) Signore, Voi ritrattate il bacio rubato.
 
Adone: (ormai arreso, convinto che sia stato tutto vano il suo amore) Sì, lo ritratto. Non è stato Verginità come m’ero illuso che potesse essere.
 
Venere: (duramente ma con tenerezza amorosa) Vigliacco.
 
Adone: (completamento arreso, con voce rotta in un pigolio vagamente virile) Signora, datemi la morte che merito. Solo questo Vi  chiedo, un bacio dalla morte perché possa lavar l’onta che ho portato in Voi e nell’ostaggio che sono nella carne, nello spirito, nell’anima che dico esser vita. No, la vita più non mi appartiene.
 
Venere: (alzando gli occhi su Adone) Ma che dite?
 
Adone: Ora mi fissate. Mi guardate. Finalmente. Negli occhi. Ma è tardi.
 
Venere: (tristemente) E’ tardi.
 
Adone: (con voce sconfitta) Usatemi questa cortesia, l’ultima. M’accoglieste nelle Vostre camere, per sbaglio! Per soddisfare una curiosità. Ora, Vi prego, in ginocchio (inginocchiandosi)… Sì, in ginocchio, io Vi prego di darmi la morte. La felicità che credevo d’aver assaporato dal Vostro fiore di seta, dal Vostro seno vellutato, non è più tale, non è più neanche una mezza felicità. Annientata, sì, col bacio che ho osato rubarVi su invito.
 
Venere: (cantando dolcemente) Pur mai non sentesi | felice appieno | chi su quel seno | non liba amore |  La donna è mobil | qual piuma al vento | muta d'accento… (smettendo il canto, poi parlando gravemente) E di pensiero. (una breve pausa, poi con piena onestà sentimentale) E di pensiero. E di cuore.
 
Adone:
 
Venere: (teneramente innamorata) Vi darò la morte come la chiedete. (avvicinandosi ad Adone) AlzateVi. Ve lo ordino.
 
Adone: (rassegnato) Obbedisco.
 
Venere: (guardandolo negli occhi) Chiudete gli occhi e avrete la morte desiderata.
 
Adone: (chiudendo gli occhi) Obbedisco mentre Voi m’osservate, unica mia debole consolazione.
 
Venere: (con trasporto d’amore) E sia! (bacia Adone ad occhi chiusi, col volto in fiamme, lungamente)
 
Adone: (felice come non mai) Voi m’avete baciato… O Verginità Venerea!
 
Venere: (felice come non mai) Vi ho ucciso. Tacete. E lasciate che Vi baci.
 
 
La stanza che sappiamo, quattro pareti vestite di Adone e Venere.  Solo una finestra porta luce virginea nella camera.

 
 

 

* * *





L’Atto Definito
 

 
d'un Uomo
 

 
e d'una Donna
 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 
 
 
Oh Venere! Dunque, alla fine mi baciaste annegando le passioni mie nella tenerezza Vostra.
 
Lo stormire, che sbatteva addosso a noi e che Voi quasi pareva non sentiste, s’è quietato in tempesta accogliendo nelle nostre anime l’innamoramento.
Ma…
 
M’immersi a libare dal Vostro gentil seno nettare degli dèi. Le labbra mai m’erano sazie di Voi, del sapore d’ambrosia tutto disteso nella gentilezza delle morbide curve a nascondersi in ascosi turgori, che mai avrei detto veri se la mia bocca bambina non li avesse addomesticati al desiderio che fu mio quanto Vostro.
Ma non poteva esser tutto lì, l’Amore.
 
Abbiam consumato la febbre in una morsa che ci ha stretti l’uno all’altra, rendendoci captivi bramosi di catene indissolubili che erano le nostre membra. Le braccia cercavano la santità squisita del Vostro fondoschiena dove la Venere serica quasi pudica riposava; le gambe s’intrecciavano in forgiato anello d’amore e desiderio; le bocche si sfamavano ardenti, ardenti solo di compenetrarsi ancora e ancora; e i cuori sudavano passione ad ogni battito, lasciandoci incuranti del tempo che passava e che noi gridavamo Eternità.
Tremante ambascia nei nostri pulsanti petti menava contro quelle sì tanto stupide ambagi, che furono guerra a due per quest’atto ora consumato. Avidi concedemmo a noi stessi la brama di stringerci, mentre l’eco dei fiati in amor consumati dilatavano sempre più la promessa, ché la felicità non si consuma in un momento, ma s’eterna in ripetersi costante di lune e soli precipitati in confusione all’orto e all’occaso, ad ogni notte, ad ogni dì, stillanti luce prima serotina poi aprica. E gli occhi s’incontravano riflettendo gli ardori.
Ma non poteva esser tutto lì, l’Amore.
 
Tremanti, mai sazi, piluccavo baci dalla Vostra bocca, ed eran timidi, imprecisi, quasi severi. Ma subito che uno s’era posato in Voi, l’altro era più saporoso e arrendevole, mentre le reni inarcate sotto pesantezza della mia anima agitavano una sazietà, che pareva mai dovesse estinguersi. In quel letto bianco come latte, profumato dei nostri ansimanti sudori, là, un buffetto sulla Vostra guancia arrossata, tenera vellutata pesca matura, Vi regalai. Ed allora, diamantina risata Vi nasceva in petto e tosto saliva, saliva ad inondarVi la gola ed esplodeva limpida, felice d’esser libera, felice di diffondersi in eco. Presto inebriato, Vi soffocavo con un altro bacio premendolo sulle Vostre labbra, cercando la lingua rosea, mentre ancora la risata gioiosa faticava a stemperarsi nell’aere. Inciampando con sicurezza insicura nel calore del Vostro corpo, vellicando il miele sudato dal Vostro caldo corpo, suggendolo per placare indarno la passione, la passione aumentava ad ogni sfiorarsi. In Voi le mie mani scavavano delizie scoprendole, e subito le coprivano quasi per celia col bianco lenzuolo, che scomposto non resisteva all’agitarsi delle nostre anime legate ma non ancora perfettamente. Cercavo la curva del seno per poi scendere nella tenerezza ambrata del ventre smanioso. Benché mi deste di Voi tutto, mai riuscivo a saziare la voluttà. Vi cercavo ancora tra le gambe innamorandomi del mistero della vita, inseguendo la linea delle Vostre gambe tiepide vellutate, sicuro che non era possibile possederVi completamente. Ad ogni morso tirato con la carnale profondità delle mie labbra immerse nel Vostro corpo di latte e miele, una nuova più turgida brama spronava il desiderio a farsi avanti ed osare. Divorato così attendevo, attendevo che foste Voi a scoprir in me il desiderio per infine pacificarlo, consapevole che non poteva essere tutto lì, l’Amore.
 
E le Vostre mani allora presero il sopravvento osando là dove io temevo d’offenderVi. Gli occhi Vostri s’insediarono nei miei perquisendoli e accecandoli nella passione. Le Vostre gambe, prima contratte in un quasi nervosismo, s’attorsero alle mie in un’unica soluzione distesa, perfetta. E le mani, delicate, mi spinsero prima via. Poi subito mi tratteneste in un indissolubile abbraccio. Mi rovesciaste rendendomi di Voi schiavo a subir la Vostra passione, scavando nel petto mio villoso, lasciando che le labbra Vostre toccassero sentieri a me stesso sconosciuti. Voi, su di me, ammanettaste la mia libertà tiranna per farmi dono della Vostra. Mi seppelliste nella gravità composta della Vostra ricerca palpando la vita pulsante, ma nascosta sotto la rudezza d’esser semplicemente un Adone. E così mi lasciaste libero nella schiavitù di Voi Donna per restituirmi a me, per avere accanto, finalmente, un Uomo, e non un paroliere o un semplice inutile amatore. Scopriste che la fonte del mio desiderio era anche lagrime, che Voi amavate suggere sussurrandomi dolcemente, “vergogna non c’è per due Anime che s’amano come fossero una sola.”
M’insegnaste ciò che l’alma mia paventava: esser uomo con un cuore sanguinante lagrime di felicità.
 
Oh Venere! Voi m’insegnaste che la donna è donna con un uomo accanto e che l’uomo è uomo insieme alla sua donna. E che da soli, nascosti nei vocativi “Oh Venere! Oh Adone!”, valgono solo il tempo del corteggiamento.
 
Così ci conoscemmo.
Così ci amammo.
Così fummo Uomo e Donna, Donna e Uomo, un’unica sola Promessa.
Così fummo.
E ci innamorammo completamente, superando il corteggiamento e l’innamoramento.
Così la tempesta fu perfetta. Completamente innamorati.
 
Sì, questo è tutto quel che c’è da sapere in amore.
 
Mia Cara Donna, così siamo.
 
A Te, ora m’inchino senza vergogna alcuna, lasciando che l’amor suggelli la Promessa d’esser noi nudi l’uno di fronte all’altra, fieri della nostra nudità che è Anima.
 
Per sempre il Tuo Uomo 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:44 | teatro | clicca per commentare commenti (32)



SENZA TEMPO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, maggio 27, 2005

Anna Magnani - in una rielaborazione fotografica by Iannox

 - Anna Magnani in una rielaborazione fotografica by Iannox -



Senza Tempo
 
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 



Tutte le candele destino hanno di spegnersi
tranne una: la nostra avidità d'amare.




 
SENZA TITOLO *
 
 
Venisti a me in un giorno d’insana vertigine
e presto mi perdesti nella sua alba di ruggine
- come una foglia baciata dal canto del vento
solo capace di ripetere ancora una volta, prego!
 
Venisti a me con tutta la tua stupida giovinezza
e presto la perdesti in ogni sognata mia tenerezza
- come una storia di morte cullata in grembo
solo capace di piangere in eterno sognatore ad ore!
 
 
 
 
 
SACRIFICATI

 
Tacemmo
per crederci innamorati
tra vuoti sorrisi
                               e sacrificati peccati.
 
 
 
 
 
AFFONDARE **
(leggenda di mare)
 
 
Come in un mare di pretese
affilate sorprese
assassinarono l’ombra di dio
sulle nostre stanche spalle
spingendoci
giù
- affondo -
al di là
di questo mondo.
 
Leggenda di Mare!
 
Oggi una sirena ci canta
a chi dopo di noi
illudendo marinai e donne di porto;
ma, in fondo,
a fondo
non ci comprenderanno
mai e poi mai.
 
 
 
 
 
COME GLI UOMINI
 
 
Così onorato,
ma non pazzo.
Amputate la mano
se vi fa piacere,
ma non la penna
che reggo
in bilico
fra realtà
                  e
                    irrealtà.
 
Oh, lasciatemi sognare!
Le parole sono
come i nostri poveri morti
- come gli uomini.
 
 
 
 
 
VANO
 
 
Fu tutto vano
Ma amo ancora
Ma odio ancora
la mia faccia d’aria
e quella della Medaglia
per un Testa o Croce
 
 
 
 
 
ALTO
 
 
Dove, dove, dove
il cuore e l’amore?
No, non me lo dire
Che me lo diresti a fare!
Colombe volano sulle nubi
Camini staccano fumo
E tu, tu dove? dove
in alto hai lasciato
il tuo amore? tutto,
tutto il suo alto dolore?
 
 
 
 
 
POTERE
 
 
Ah, non mi guardate,
non più!
Le parole non hanno valore,
sprofondano
nella vostra bocca
e lì giacciono per sempre,
per sempre ripetute in silenzio.
 
Ah, non mi guardate così!
Non sono il vostro giocattolo;
però io giaccio nel riposo
dell’inespresso - un fringuello
strozzato in vostro potere.
 
 
 
 
 
UGUALE ALL’AMORE
 
 
Per te ho spento mille falò
Per te ho affrontato l’Urbe
Ho rimosso il male, il bene
Ho dato via ogni dì
a una risata strozzata
 
Per te, per te, solo per te
completamente senza parole
come un bambino in ginocchio
cullato dal vento
 
Per te, per te, solo per te
completamente senza vita
come un’altalena dimenticata
fra fiordalisi, giaggioli
e inestricabili trame d’ellera
 
Per te, solo per te la mia vita
che m’appariva tanto sacra
e inutile… uguale all’amore
senza tempo, senza scampo
 
 
 
 
* Prima pubblicazione su Il Respiro del Tempo di Odilia Liuzzi, 24 maggio 2005
 
** Prima pubblicazione su Il Respiro del Tempo di Odilia Liuzzi, 26 maggio 2005
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:16 | poesia | clicca per commentare commenti (52)



IL TIRANNO PERFETTO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, maggio 26, 2005

Elaborazione grafica by Iannox

- elaborazione grafica by Iannox -




Il Tiranno Perfetto


- AvataR -



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
Ver. 6.0
 
 
 
La città bruciava, bruciava, bruciava…
 
I grandi profeti erano tutti andati, dimenticati, o peggio, diventati Cyborg di produzione religiosa comunemente chiamati Avatar - strani esseri-macchine dall’aspetto neanche poi troppo grottesco. Ormai la popolazione s’era assuefatta a vederli in televisione vestiti in giacca e cravatta, perfettamente rasati, gli occhi dolci come quelli d’un vecchio predicatore di campagna, la parola semplice come quella di Walt Whitman. Insomma, nessuno avrebbe detto che erano prodotti in serie.
Gli Avatar, cyborg con un cervello umano innestato nel cranio di acciaio.
Una vera e propria cultura all’inizio del secolo era stata approntata nelle segrete dell’ex Unione Sovietica; i cervelli venivano prodotti in una soluzione di plasma nutritivo, il DNA veniva elaborato da sofisticati computer che raccoglievano il meglio, o meglio il peggio, del patrimonio genetico dei vecchi tiranni e/o santi come Nerone, Sant’Agostino, Gesù, Mussolini, Hitler, J.F. Kennedy.
Ormai da tempo la scienza aveva preso possesso dei segreti della genetica: tombe credute inesistenti erano state scoperte e da pochi frammenti di tessuto, la scienza era riuscita a recuperare l’intero DNA dei tiranni dichiarati e di quelli che s’erano spacciati per santi profeti e politici. I cervelli prodotti in cultura venivano presto innestati negli esseri, che senza un cervello umano sarebbero rimasti delle semplici macchine. L’Avatar veniva programmato attraverso la psicostimolazione e ogni Avatar prodotto veniva immesso nel mondo come un angelo caduto dal cielo. All’inizio, la popolazione aveva tentato di ribellarsi, aveva manifestato urlando i vecchi slogan del Sessantotto, ma presto questi atti riottosi furono sedati dalle resuscitate SS. Alla fine non un solo eroe si salvò, e il Nuovo Mondo nacque da quelle uova che un vecchio dimenticato scrittore avrebbe forse chiamato esseri nati da Uova Fatali.
Gli Avatar apparivano in televisione: ogni giorno rimbambivano gli umani con parole senza senso, una litania dal sapore indù che come un anestetico penetrava nella Psiche degli uomini, svuotandoli dei pensieri pensati, di tutti quelli che avevano osato pensare con la loro propria testa. Era facile per gli Avatar far sì che gli uomini pensassero esclusivamente tutto quello che veniva deciso per loro.
Per quante ricerche all’inizio della contestazione si fecero, nessuno riuscì a scoprire il Leader Maximo, la Mostruosità della Reincarnazione. La leggenda vuole che non sia mai esistito un Leader Maximo; e se esisteva, doveva essere così ben nascosto che era come se non esistesse in nessun luogo presente. Magari era relegato nella prigione del tempo passato o futuro, ma non in quella del Presente. Non in quella del tempo Presente! L’azzardo è quello di dire che il complotto degli Avatar era sfociato naturalmente - una dovuta quanto necessaria evoluzione del genere umano e delle macchine, un’evoluzione che aveva interessato la meccanica e la psiche allo stesso tempo.
Ora le città del globo terrestre non erano nulla affatto differenti da quelle del Ventesimo secolo: il progresso scientifico serpeggiava nei meandri della Terra e ogni abietta macchinazione era un segreto di Pulcinella cacciato nell’Occhio del Cielo Scrutatore. Questo era un pseudo-organismo politico di sorveglianza morale e politica che veniva eletto liberamente dal popolo della Terra ogni cento anni, cioè ad ogni rinnovo della generazione umana, perché ormai l’uomo nasceva e nel giro d’un anno era già un essere completo di venti anni; e per tutta la sua vita centenaria viveva portandosi appiccicata addosso la sua etichetta-immagine di ventenne. Quando un uomo si dipartiva da questo mondo, l’OCS si preoccupava di rimpiazzarlo con un suo alter ego, un figlio cresciuto in provetta il cui sperma non era dissimile da quello dei genitori fittizi: raramente si mescolavano i DNA di padre e madre, e quando una simile occasione interveniva, era a scopo scientifico, ovvero la scienza Random sperava di riuscire ad ottenere un tiranno-santo più terribile di quelli che il passato aveva già consegnato alla storia. La vita esisteva sulla Terra, ma di fatto l’umanità s’era ormai estinta da una lunga pezza.
 
Ora accadde un fatto che di per sé non ha nulla di speciale, o meglio solo una vena di tragicità non riconosciuta fuori dall’usuale! In una famiglia drogata dalla psiche degli Avatar accadde che la natura animale propria dell’uomo si sfogò nell’atto istintivo del coito: i due coniugi Adamo 69 ed Eva 96 avevano adempiuto al loro dovere di darsi una finta posa di naturalità, ovvero avevano fatto all’amore così come l’Avatar, che avevano visto sullo schermo televisivo, aveva consigliato in luogo di pratica terapeutica a tutta la popolazione per quel particolare giorno. E loro avevano ubbidito. Tutti gli uomini erano sterili; ma a dirla tutta erano stati resi sterili per legge emanata ed approvata dall’OCS. Tuttavia qualcosa nella Coppia 69-96 era andata male. Eva 96, dopo un mese, si rese conto di non stare propriamente bene: un qualcosa di oscuro, di animale, di istintivo, stava covando nel suo ventre, un qualcosa che non poteva essere controllato dalla volontà coercitiva degli Avatar, un uomo nuovo con una sua coscienza propria ed esclusiva - coscienza che si rifletteva blandamente nei processi chimici del cervello della Madre. La Madre avvertiva una brutale cenestesi che la sfiancava nel corpo e nella mente; tuttavia non sapeva assolutamente spiegarsi il motivo del suo male. Alle volte aveva come l’impressione che sprazzi di lucidità visionaria trafiggessero il suo Pensiero, sensazione questa a lei completamente nuova e che per istinto le riusciva di chiosare solo come decadimento del suo equilibrio mentale. Eppure quando questa penetrazione di coscienza le stuprava la mente - i processi chimici ed elettrici che produco il pensiero -, per quanto doloroso tutto ciò fosse, non poteva dire con assoluta certezza che si sentisse male; piuttosto si sentiva diversa, e il fatto di sentirsi diversa era associazione alla sensazione di stare male. Non provò una sola volta a spiegarsi con Adamo 69, anche perché non sapeva davvero da quale punto avrebbe potuto cominciare a spiegare la sua malattia. Tuttavia Adamo non mancò di notare quanto sua moglie stesse ingrassando, e ben sapendo che niente doveva cambiare nell’immagine della donna per il resto della sua vita, cominciò a nutrire qualche sospetto. I mesi continuarono a passare e alla fine la pancia gravida di Eva era diventata motivo di grave turbamento per il marito, che si risolse a rivolgersi ad uno dei tanti confessionali automatizzati predisposti dall’OCS.
Entrò nel grosso edificio gotico - che era forse una sorta di chiesa - e s’avvicinò al confessionale: una voce spietatamente dolce e metallica accolse le sue confessioni e lo rispedì a casa con la promessa che la salvezza era a portata di mano e che nulla lui doveva fare se non aspettare che la lunga Mano della Provvidenza si adoperasse per un rapido soccorso a tutto favore della sua Eva. La sera stessa della confessione, un plotone SS fece irruzione nell’appartamento della coppia: presero in consegna Eva e la portarono via.
Legata ad un lettino metallico: un forcipe piantato nel grembo materno estrasse il nascituro prematuro. Fu un’operazione semplice senza alcuna complicazione, dopodichè Eva, la sera stessa del suo rapimento, fu riconsegnata come un pacco postale al marito. Questo è quanto accadde.
Il bambino non presentava alcuna imperfezione, e, anzi, rivelò d’esser dotato d’un’intelligenza non comune. Non occorse molto tempo perché ci si accorgesse che quanto la scienza Random non era riuscita a produrre in laboratorio era invece riuscito alla Natura. Gli esami rivelarono che il cervello del bambino era quello d’un Tiranno, un Tiranno feroce come mai la Storia era stata capace di dare al mondo. Questa fu considerata dagli Avatar una vera e propria fortuna; e già si parlava d’una seconda generazione di Avatar più evoluta e crudelmente sottile nel manipolare la Psiche. Quel cervello che la Natura aveva prodotto sarebbe servito come prototipo per produrre in serie la nuova generazione di Avatar. Il cervello fu subito oggetto di espianto dal corpo del bambino e fu immediatamente messo a sviluppare in una cultura di plasma. Nel giro di qualche giorno il cervello fu pronto per essere trapiantato nel primo Avatar di Seconda Generazione. Il nuovo Tiranno si dimostrò subito superiore a qualsiasi aspettativa, così tanto superiore che gli stessi Avatar della vecchia generazione cominciarono a nutrire una certa diffidenza nei suoi confronti. Alla fine subentrò la paura… misteriosi omicidi a macchia d’olio nell’elite degli Avatar, e nessuno che sapesse individuare il colpevole, anche se si vociferava nei labirinti dei laboratori genetici che il colpevole doveva essere necessariamente una mente superiore. Ci volle davvero poco a fare due più due: il colpevole non poteva che essere il nuovo Tiranno; però non lo si poteva accusare se non in modo astratto, perché il nuovo Tiranno era asceso da subito ai più alti gradi direttivi politici e morali della piramide generazionale degli Avatar. E la popolazione intera era concorde nell’indicarlo come il Leader Maximo, quello che da sempre nell’incertezza della leggenda era esistito e non esistito, a capriccio di chi chiosava la Storia. Ora aveva deciso di palesarsi a tutti, nel Presente. Una siffatta situazione, ovviamente, non poteva essere tenuta sotto controllo: anche se, per puro miracolo, qualcuno fosse riuscito ad eliminare il Leader Maximo, il colpo sarebbe stato così grave che la popolazione si sarebbe svegliata dalle catene psicologiche che per anni e anni gli Avatar della vecchia generazione avevano forgiato.
L’ineluttabile si consumò. Il Leader Maximo non permise che il suo cervello venisse clonato, ma questo era il minore dei mali: lui era il Leader, quindi aveva potere di fare praticamente qualsiasi cosa. E la fece senza lasciarsi pregare due volte: nel giro di poco tempo la vecchia generazione di Avatar giunse alla sua naturale (o innaturale) estinzione. Il Leader Maximo prese possesso di tutta la psiche del mondo. Tutti presero a pensare come lui, compresi Adamo 69 ed Eva 96, che nulla sospettavano - non sospettavano d’aver dato al mondo il Leader che tutti aspettavano; anzi i poveri genitori credevano che il Leader fosse esistito da sempre, un credo questo comune a tutto il resto della popolazione umana. Eva 96 solo alla sera avvertiva dentro di sé un malessere, ma era sensazione d’una frazione di secondi, che subito spariva abortita con il favore delle tenebre. Il Leader però conosceva i suoi genitori; e in un’alba di sangue uguale a tante altre, Adamo 69 ed Eva 96 furono assassinati.
 
UNA NUOVA EPOCA AVEVA AVUTO INIZIO
E NESSUNO SE N’ERA RESO CONTO
 
Ha qui inizio la storia che nessuno mai racconterà, di come il Crepuscolo degli Dèi s’estinse per sempre dalla testa di ogni Essere del mondo.
Gli eroi sono tutti morti. Per sempre dimenticati.
Non nascerà un eroe  - o un Salvatore - che porterà deità al genere umano - se giusto è ancora parlare di genere umano, perché di fatto estinto.
Un solo antieroe domina oggi la scena su ogni cosa che vive e striscia sulle strade asfaltate delle metropoli: l’umanità s’è tutta conglobata in un unico Essere, un Essere veramente vivo, e la conoscenza-coscienza d’essere “VIVO” è il suo unico e incontrastabile Tirannico Potere su tutto il resto.
Su tutto il resto…
 
Sì, la città brucia, brucia, brucia, si consuma come una poesia crudele fra le labbra dell’Attore, quando ormai tutte le luci si sono spente sul proscenio, sullo spettacolo. Ma l’Attore sa d’essere un Attore che recita la parte dell’Uomo;  e sa pure d’essere un Uomo che recita la parte dell’Attore che conosce la Verità e la tiene per sé, mentre anonimo attraversa le strade popolate di esseri senza vita.
Il Leader Maximo è la Vita, la Poesia, la Moralità, la Politica… Lui è Uno & Trino & Divino. E’ tutto!
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 02:15 | racconti | clicca per commentare commenti (3)



APOKALUPSIS - SOLO PER AMORE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, maggio 24, 2005


Proserpina, Dante Gabriel Rossetti, (1874)

- Proserpina, Dante Gabriel Rossetti, (1874) -
 
 


APOKALUPSIS





S
OLO PER AMORE
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 





 
Mama, take this badge off of me
I can’t use it anymore.
It’s gettin’ dark, too dark for me to see
I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.
 
Knockin’ On Heaven’s Door - Bob Dylan (Pat Garrett and Billy the Kid, 1973)
 
 
How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
 
Like a Rolling Stone - Bob Dylan (Highway 61 Revisited, 1965)
 
 


 
 
Eri una bellezza inaudita - una tristezza inascoltata, tutte le onde del mare a frangersi sulla nuda battigia. Eri un’impossibile sposa là dove si perde l’orizzonte, eri il volo d’un solitario bianco gabbiano incontro al sole già quasi del tutto nel crepuscolo affogato. Ma Dio lo sa se t’ho amata quando nascondevi il volto in lagrime nel cavo del mio pulsante petto: rimanevi muta ad ascoltarmi il cuore, mentre posavo una carezza sui tuoi capelli perdendomi nella loro trama di seta. Eri il mio violino, quello che non sapevo suonare - quello che tentavo d’amare come un uomo che da sempre sa che per sempre nella solitudine costretto resterà. Quanti anni da allora e quante abortite capriole fra le insoddisfatte vuote lenzuola; eppure non c’è dolore, se non quello che s’è fatto roccia nel mio cuore di oggi.  
 
* * *
 
Ieri tutto ci appariva facile, anche l’amore; ma solo si era troppo giovani per capire che i sogni fanno presto a mutare la speranza in una vile pesante ancora legata al collo. In strada esplodevano bombe di malinconia e di torturata rivoluzione: le vittime rimanevano inerti nelle loro pozze di rosso sangue, e solo qualche anima prestava loro una breve attenzione. Sì, credo accadesse proprio così. E noi eravamo così ingenui - un grido scagliato nell’infinito.
Balla per me, balla per te, Amore, fino alla fine di questo amaro tempo, fino all’inizio del miele nel dolore. Che fai oggi? Balli ancora, e con chi? Ti è stato facile dimenticare che ero saliva mescolata alla tua? Io spengo la cinquantesima candelina sedendo sotto l’inutile pesantezza d’una lampadina di appena cinquanta candele… Io frugo nelle povere tasche per trovare la tua foto ingiallita, perché altro non m’è rimasto. Un clown mi sorride, mi saluta con la mano, m’invita a prendere il suo cerone pur sapendo che mai lo farò. Ma, Amore ballerino, Amore canterino, Amore che non ti so più dove, ho sempre condiviso i miei ciechi occhi nei tuoi cantando con un filo di voce just like a rolling stone.
 
* * *
 
Babilonia, fu un attacco al suicidio sventato. Ed è vero pure il contrario, qualsiasi cosa possa significare. Eravamo in ospedale, è lì che lo conoscemmo quel vecchietto tanto buono ma paralitico. Era Occhi di Cielo. Ce lo disse sua moglie che l’aveva preso una paralisi: non riusciva a muovere un solo muscolo, ma gli occhi erano svegli, erano azzurro cielo. Il suo volto - quello d’un umile, d’un contadino - era bello, me lo facesti notare ed io ti diedi pienamente ragione: ottant’anni portati con dignità, pochi capelli bianchi, mascella volitiva ma dolce, bocca carnosa ma non volgare, e gli occhi più belli che avessimo mai visto. Non riusciva a parlare, non una parola dalla sua ugola: solo gl’era possibile guardarci dal suo cielo negli occhi. Ad un certo punto la moglie ci disse della vita di quell’uomo costretto in un letto d’ospedale: ci raccontò che fu partigiano, che soffrì il freddo, che restò a combattere il nemico rischiando ogni giorno la pelle ma sempre pensando a lei. Ed ancora ci disse che lui era più vecchio di lei: quando s’erano conosciuti lui era già un uomo fatto, lei soltanto una ragazzina; però lo amava e lo aspettava, aspettava che tornasse tutto d’un pezzo perché le aveva fatto una promessa. E quella promessa la mantenne: e tornò, provato come un uomo che ha visto la morte e la sua ingiustizia. E tornò senza aver perso gli occhi di cielo. E si sposarono. Tutto questo ci raccontò, poi si sciolse in lagrime ed uscì dalla stanza. Un colpo di tosse: il cielo tossiva, stava male. Mi avvicinai a lui, gli aggiustai il cuscino, tirai su il suo corpo quasi volessi comprenderlo nel mio, lo aggiustai nel suo letto di dolore e d’amore. E lui aprì la bocca in un miracolo per un grazie sussurrato: gli costò molta fatica quel grazie. Entrambi riconoscemmo che non sarebbe stato in grado di dire un’altra parola per tutto il resto della poca vita che ancora gli rimaneva. Quell’ultimo grazie; e tu piangesti, e tu fuggisti. Entrammo in quella stanza cercando qualcun altro, e fu la cosa più bella e triste della nostra vita.
 
* * *
 
“Spogliati. O inventami in una soap-opera tremendamente malata.”
“Guardami, guardami bene, sono qui.”
“Ti amo prima di saperti accanto a me.”
“Così romantico sei.”
“Non posso farne a meno… di te.”
“Mi venderai l’anima?”
“Prenderò il tuo corpo d’anima, perché qualcuno sta bussando alle porte del paradiso, ma io sono solo capace di fischiettare just like a rolling stone.”
 
Poi, in un giorno di sole, mi dicesti con la bocca a cuore che se in futuro una puttana, l’avrei dovuta trattare proprio come una puttana e non secondo la mia immaginazione.  
 
Ti ho cercata. Ma non è vero. Non ti ho cercata. Ma non è vero. Però ho trovato sulla mia strada tante donne e ho seguito il tuo avvertimento. E’ stato il tuo ultimo dono d’amore la Rivelazione.
Che fai oggi? Balli ancora, e dove? sulla strada? Ti è stato facile dimenticare che ero un’anima persa e mescolata alla tua?

* * *
 
S’è fulminata la lampadina proprio nel momento in cui spegnevo le mie candeline. Frugo, ma indarno: non ho il becco d’un quattrino. Non importa, Amore canterino, Amore ballerino. Non m’importa più, vedere chi sono - chi sono stato. Ho visto abbastanza per comprendere che domani sarò ancora qui, non diverso ma invecchiato d’un giorno almeno, e così sino alla fine dei calendari che mi restano da amputare nei ricordi che ho di te - nella confusa dimenticanza che ho di me.
Bussano alla porta. Chi potrà mai essere? Bussano, bussano per derubarmi di quel poco che m’è rimasto. Glielo lascerò prendere: a me non serve, non più. Posso andare avanti con meno di niente. Ma non voglio spargimenti di sangue. Aprirò quella porta del diavolo, vivrò la compagnia dei ladri. Sarà facile, sarà inutile? Al diavolo, al diavolo. Apro perché bussano e non sopporto l’insistenza.
 
Sì, sei quella che conoscevo. Ti riconosco. Ma sei… sei così gonfia! Come una vescica di bile è il tuo volto. Ah, non basta la calza a rete, non maschera la cosa che sei diventata: ti riconoscerei anche spogliata della carne. Ed allora perché mi minacci? perché mi punti l’indice alla gola come fosse un coltello?
“Te lo ricordi il consiglio?”
Resti in silenzio. E’ dunque vero quello che si dice in giro: le puttane godono ascoltando la voce dei loro clienti. Ma io non sono uno di quelli lì! Con me non funziona. Il consiglio non l’ho mai dimenticato.
“Ci sono solo briciole, poche per giunta. Ma puoi prenderle tutte se ti fa piacere. Puoi dividerle con il tuo compagno. A me non darà fastidio.”
Il tuo uomo mi spacca il naso. Sanguino. Ho il setto nasale andato. Ma non frigno, non fa male.
“Ce l’hai una sigaretta?” E’ il tuo compagno a infilarmela in bocca: non è poi così stronzo come avevo pensato.
Raccogli tutte le briciole, mi scavi pure nelle tasche e ti ritrovi in una fotografia, nel suo giallo, nel tempo che è passato inesorabilmente. La trattieni per pochi attimi fra le grasse mani, poi mi strappi la sigaretta dalle labbra e mi cacci la foto in bocca e mi ordini d’ingoiarla. Obbedisco, ingoio il giallo, tutto il tempo che è stato con me - a tenermi compagnia.
Poi mi chiedi di cantare con la mia voce che stona: “An angel on a Harley Pulls across to greet a fellow rolling stone/ Puts his bike up on its stand/ Leans back and then extends A scarred and greasy hand/ Hells Angel/ How ya doin bro?/  where ya been?/  where ya goin? […] The bitch said something mystical/ So I stepped back on the curb again/ These are the pros and cons of hitchhiking/ These are the pros and cons of hitchhiking/ Oh babe, I must be dreaming again…” *
Il tuo compagno applaude - è così simile a un clown. Ma mi piace. Tu, invece, non lo sapevi che la sapevo ‘sta canzone. Gli anni passano per tutti, anche per me, solo questo, Pros. E vomiti, rimetti tutte le briciole. Rimetti un giallo giallissimo che ti uccide.
 
* * *
 
E’ così facile adesso: nessuno bussa più alle porte del paradiso, ma le brave ragazze continuano sempre a cercare un principe azzurro migliore di me, mentre le cattive s’accontentano del primo povero diavolo incontrato sulla strada dell’inferno; e lo dissanguano.
 
* * *
 
Ogni tanto il clown mi sorride. Ma preferisco di gran lunga quando m’allunga una sigaretta e me la caccia in bocca. Adesso parliamo anche, scambiamo qualche battuta su di te, giusto per passare il tempo.
“Era così grossa che il cassonetto s’è ribaltato.”
“E’ stata una faticaccia cacciarcela dentro. Però, la soddisfazione dopo, indescrivibile. Grassissima.”
Ecco, battute del genere, forse sempre le stesse. E ridiamo. O fumiamo.



* 5:01 AM (The Pros And Cons of Hitch Hiking) - Roger Waters (The Pros and Cons of Hitchhiking, 1983)

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GIUSEPPE CALICETI - IL BUSTO DI LENIN

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 23, 2005


Il busto di Lenin - Giuseppe Caliceti


Il busto di Lenin
 

 

Intervista a



Giuseppe Caliceti

 
 

a cura di Giuseppe Iannozzi


 

 

 

1. Come è nata l'idea di scrivere un romanzo incentrato sul "busto di Lenin"?

E' nata al tempo dell'uscita del mio primo romanzo "Fonderia Italghisa". A Reggio Emilia era arrivata una troupe di Rai Tre per registrare una diretta dalla fonderia e parlare in generale dell'Emilia. Volevano girare delle immagini sul territorio. Li portai a Cavriago, al busto di Lenin. Incontrai alcuni pensionati che lo pulivano. Negli anni successivi ho iniziato a frequentarli e mi è venuta in mente di inventare, partendo dalla loro storia e da quella del busto di Lenin di Cavriago, una storia sulla crisi dell'identità individuale e collettiva.

 

2. E' il tuo ultimo lavoro una presa di coscienza politica o piuttosto una storia ironica intorno all'ultimo decennio della nostra storia?

Considero "politici" (per quanto ormai, ammettiamolo, questa parola sia diventata di per sé sempre più vuota e strana) anche i miei altri libri, sia quelli per adulti che quelli per bambini e ragazzi. Qui però è proprio il gergo politico al centro del libro, è solo questa la differenza. Mi interessava far vedere come cambiano i sentimenti e le idee col passare del tempo. Mi interessava in qualche modo parlare della loro impermanenza e della fugacità della vita. Fondamentalmente il libro parla della vecchiaia e della finitezza umana.

 

3. Leggendo "Il busto di Lenin" non si puo' fare a meno di pensare a Guareschi e ai suoi personaggi Don Camillo e Peppone. Ti sei ispirato a Guareschi per disegnare gli accadimenti del tuo romanzo?

Il fatto è che se oggi in Italia si vuole scrivere un romanzo che ha come tema centrale la passione politica, per di più ambientato in Emilia, devi fare i conti con i film in bianco e nero di Don Camillo. Dirò di più: qui accade questo fatto strano per cui la realtà politica sembra spesso uno di quei film. La prima stesura del libro era tutta Doncamillesca. Era una specie di rovescio della medaglia rispetto a Guareschi. Come parlava il crocefisso di Brescello, adesso avrebbe parlato il busto di Lenin di Cavriago. Poi però ho cambiato idea. Non mi interessava fare solo dell'ironia. Anche perchè nutro un profondo rispetto verso chi prova una forte passione politica.

 

4. Si dice che Guareschi abbia arrecato solo danni e alla letteratura italiana e alla politica, al Comunismo? Attento, perché è una domanda provocatoria. "Il busto di Lenin" come si configura nel panorama letterario italiano contemporaneo e non?

Si è detto di Guareschi cose non peggiori di quanto sia stato detto a Morselli e a Fenoglio, il che è tutto dire. Guarda, quando uscì "Fonderia Italghisa" fui stroncato e snobbato soprattutto da giornali e critici cosiddetti di Sinistra. E il Secolo d'Italia mi dedicò le due paginone centrali parlando di giovane scrittore di destra. Voglio dire, sono abituato a sentirne di tutti i colori. D'altra parte penso che ogni lettore sia libero di esprimere su un libro tutte le opinioni che vuole e un autore debba solo ringraziarlo dell'attenzione dedicata al suo libro. Inoltre vivo a Reggio Emilia. Per anni e anni ho sentito dire che non si poteva parlare male della Sinistra altrimenti si faceva il cosiddetto gioco dei nemici. Questo ricatto non lo accetto più. Se oggi la Sinistra è arrivata a questo punto, è anche perchè in troppi hanno ceduto a quel ricatto. Parlare criticamente della Sinistra, anche da Sinistra, è sempre stato difficile.

 

5. Ammettendo che, forse, "Il busto di Lenin" non ha un valore politico, perché parlare di Lenin e del Comunismo? A tuo avviso, chi sono gli "irriducibili", quelli che portano avanti ancora la lotta proletaria e sfoggiano senza vergogna la bandiera rossa? Scrivendo ti sei ispirato a personaggi realmente esistiti? E se sì, perché? O sono frutto della fantasia?

Scrivere un libro, questo o un altro, per me ha inevitabilmente un valore anche politico. Mi sono ispirato a personaggi che sono realmente esistiti, ma adesso non ci sono più. Ho parlato del busto di Lenin e del Comunismo perchè quella del busto di Cavriago mi pareva una bella e significativa storia emiliana. Credo che semplicemente i personaggi del libro non rinneghino la propria storia, pur vedendone anche gli errori: e questo mi pare più sano che negarla. Il romanzo è ambientato dall'89 al 91 perché credo che quello sia un periodo cruciale per la nostra Storia, in Europa e soprattutto in Italia e in Emilia: tra l'altro un periodo di cui si preferisce non parlare, sia da Destra che da Sinistra. Non credo che la storia sia solo nostalgica, ma che alcuni di quei valori resistano anche oggi. Per esempio nel cosiddetto movimento no-global e in una parte della Sinistra. Perchè si tratta, fondamentalmente, di valori di maggior giustizia ed equità.

 

6. Perché affidare il ruolo di protagonisti a Libero, Ivan, Pravda, Spartaco e Palmiro, un gruppo di pensionati emiliani, piuttosto che a dei giovani (rivoluzionari!) forti di ideali nuovi, forse confusionari, ma sempre con la bandiera del Che in ostaggio?

I pavoni rivoluzionari mi stanno un po' sul cazzo, lo confesso. Meglio i vecchi. Perchè ancor prima di essere depositari o testimoni di ideologie o di mode culturali anche molto avvincenti, come generalmente accade ai giovani, sono depositari e testimoni di una propria storia personale, di un esempio di vita fatto di fatti più che di parole, di esempi di vita, che oggi vengono sempre più dimenticati o guardati con sufficienza.

 

7. Se Beppe Fenoglio o Pier Paolo Pasolini oggi avessero l'opportunità di leggere il tuo lavoro, che reazione avrebbero? Positiva o negativa, a tuo giudizio?

Bisognerebbe chiederlo a loro. I miei contatti con chi è morto sono quelli che sono...

 

8. Come definiresti "Il busto di Lenin"? Un romanzo tradizionale o… Be', dovresti dirmelo tu che "tipo" di letteratura hai consegnato ai lettori, alla critica.

Io? Se vogliono lo diranno la critica o i lettori. Non è compito mio cercare di consegnare etichette da mettere su una storia. Sono già soddisfatto se riesco a consegnare una storia e se l'editore non mi cambia il titolo per ragioni commerciali.

 

9. Ne "Il busto di Lenin" si parla della scissione all'interno del Partito Comunista: che cosa ha significato per il Comunismo questa scissione? E nel tuo romanzo, che significato (allegorico!) ricopre?

Il significato è sotto gli occhi di tutti: il precipitare, in Occidente, in una ideologia Unica, quella del cosiddetto Mercato Globale, con i suoi svantaggi e i suoi svantaggi, le sue astuzie e le sue crudeltà. Un altro significato, è quello legato al far vedere come noi umani ci appassioniamo e identifichiamo con alcune idee, e come poi queste nostre emozioni e idee siano fin troppo transitorie. Basti pensare che la Dc di Cavriago 20 anni fa era favorevole a Lenin. L'allegoria, volendo, è con il dibattito politico attuale. Se adesso sorridiamo di quello che è accaduto qualche anno fa, cosa resterà del dibattito politico di oggi tra vent'anni?

 

10. Libero è uno sconfitto, un reduce, un ostinato…? O piuttosto un commovente rivoluzionario tutto d'un pezzo di tempi che mai più si replicheranno?

E' uno sconfitto, ma anche un ostinato. E' soprattutto un anziano che si chiede, in prossimità della propria morte, se è valso la pena lottare e fare tanti sacrifici, oppure non è servito assolutamente a niente. Ha una sua filosofia laica della vita con un valore-guida: cercare di far vivere quelli che verranno dopo di lui meglio di quanto abbia vissuto lui. Un valore-guida che oggi è fortemente messo in discussione. Pensiamo al problema della precarietà del lavoro per i giovani. Oppure a quello delle pensioni.

 

11. Esistono i miti? E Lenin è stato o è ancora un mito? Ed è giusto, a tuo avviso, che politica, simboli, uomini, vengano mitizzati dal popolo, dalla storia…?

I miti esistono e proliferano: basta guardare la pubblicità e l'uso che in genere ne fa il mercato. Noi compriamo storie legati a prodotti, ancor prima di prodotti. Almeno oggi. Lenin è stato un mito per alcuni, adesso non credo lo sia più per quasi nessuno. Tuttavia credo che miti e simboli e riti siano fondamentali, soprattutto in politica. Creano senso di appartenenza e questo nel nostro vivere è fondamentale. Ritengo che la Chiesa lo sappia molto bene e da sempre faccia un ottimo lavoro di marketing sulla vendita dei propri prodotti, tra l'altro in larga misura immateriali. Libero nel libro se la prende proprio con questo azzeramento da parte dei partiti di Sinistra di tutta questa liturgia laica che, almeno qui in Emilia, era stata ideata e non solo per scopi elettorali, ma oserei dire anche esistenziali. Non credo al cosiddetto azzeramento odierno delle ideologie.
Dire che non ci sono più ideologie significa semplicemente dire che ce ne è una sola: quella del cosiddetto libero mercato. In realtà il mercato produce miti e leggende e storie in continuazione. Anche quello elettorale. Basti pensare al caso italiano di Berlusconi. mentre a Sinistra si azzeravano simboli e nomi, lui ha prodotto slogan, inni, bandiere, depliant, libri, eccetera. Cosa è questa se non ideologia? Rinunciare all'ideologia credo che significhi semplicemente rinunciare a qualsiasi forma di politica.

 

12. Ho avuta l'impressione che "Il busto di Lenin" sia un romanzo che invita a tener duro. E' un invito rivolto ai giovani, al movimento no-global, affinché si confrontino con la vecchia generazione invece di dedicargli scherno o, nei migliori dei casi, una pacifica indifferenza?

C'è questo passaggio di testimone tra un gruppo di vecchi compagni pensionati e un gruppo di giovani appassionati di musica, che si realizza soprattutto nella festa finale del libro organizzata insieme. Non mi pare poi che il movimento no global guardi con scherno o indifferenza gente come Libero, ma con molta più attenzione di quanto non facciano tanti altri. Il romanzo invita certamente a tener duro, ma è soprattutto lo specchio di una profonda crisi d'identità individuale e collettiva che credo caratterizzi buona parte degli italiani di oggi.

 

13. C'è un Deus ex machina che interviene ne "Il busto di Lenin"? Perché?

Ho provato anche una stesura in cui l'anziano protagonista parlava in prima persona, ma non mi convinceva. Il rischio era di andare verso la pura memorialistica. E, in un certo senso, anche verso una certa retorica che volevo evitare. Poi mi interessava soprattutto questo sguardo di questo Deus ex machina che racconta - e che qualcuno identifica con l'autore, altri con un amico di Yuri - nei confronti della storia di Libero. Credo che la chiave del romanzo sia proprio in quello sguardo.

 

14. In ultimo, è un romanzo dedicato a presunti vincitori o… E' giusto parlare de "Il busto di Lenin" in chiave militante?