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MISCELLANEA UNO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, giugno 28, 2005


Death of a Mermaid - by Chatterly

“Death of a Mermaid” è Opera di Chatterly

>>> Clikka
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Il Blog di Chatterly: http://chatterly.splinder.com/

Il Sito di Chatterly: http://chatterly.altervista.org/

La Deviant Home di Chatterly: http://chatterly.deviantart.com






M
iscellanea I
 

 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
Special Guest: Giada Zenardi
 
 
 
 
 

 



 
CANZONE PER UNA SIRENA
 
a Chatterly,
che è Musa e Sirena
Sempre e per sempre Immortale
 
 
Oh Oh Oh, grida il mare tra flutti e luci di faro
Gli occhi ch’erano verdi adesso così spenti
Oh Oh Oh, grida il cielo tra lampi e nuvole
Il sorriso ch’era bianco adesso così muto
 
Ma lo giuro su questa tempesta che s’appresta,
l’ho amata ad ogni porto navigando solitudine
e mille onde, lontano dal suo abbraccio di spuma
Affondando nel grido di tristi bianchi gabbiani,
la sua voce di sirena sempre l’ho tenuta in petto
Com’è allora che è successo? Le carte rovesciate,
la rotta sbagliata e la nave una scacchiera di pedoni
- di marinai caduti in mare per non tornare mai più
ai sogni disegnati sul limine del cieco orizzonte
 
L’ho immaginata, l’ho incontrata che m’ero perso
Gli uomini blateravano paure: “Quando ce l’hai
è facile perderla, non ti aspetterà per l’eternità”
L’ho disegnata col compasso affogato nel whisky
e lei m’ha cantato il destino e un rendezvous
Di lei, così facilmente mi sono innamorato
In lei, così felicemente perso mi sono perduto,
e più non ero a contare le stelle per sapere dove
 
Oh Oh Oh, il mare incontra solo le sue onde
Gli occhi ch’erano speranza adesso così vuoti
Oh Oh Oh, il cielo s’acceca tra lampi e nuvole
Il sorriso ch’era promessa adesso così piagato
 
Dal promontorio, l’urlo d’un uomo solo senza volto:
l’ombra lo governa, in essa rimane avvolto e sconvolto
“Dio che tutto hai dato e tutto presto hai preso indietro,
non insegnarmi la Via delle Indie, ma quella della Sirena
che è nel tuo ferale abbraccio prima che fosse il mio”
 
Oh Oh Oh, grida il mare tra flutti e luci di faro
L’ho immaginata, l’ho incontrata, l’ho amata
 
Oh Oh Oh, grida il cielo tra lampi e nuvole
L’ho amata più di me, lo giuro su questa tempesta
 
Oh Oh Oh, il mare incontra soltanto le sue onde
L’ho disegnata col compasso affogato nel whisky
 
Oh Oh Oh, il cielo s’acceca tra lampi e nuvole
L’ho amata, l’ho amata, l’ho amata, per Dio!
 
Ho tutto sognato, tutto ho ubriacato e immaginato?
 
Com’è allora che è successo? Lei qui fredda, distesa,
non un alito di vita o una nota dalla sua bocca di mare
“Ieri è cenere, domani è legno. Soltanto per oggi
il Fuoco si consuma in luminosità. * Ma dove,
dove una canzone d’amore che canterà di lei Sirena?”
 
Oh Oh Oh, grida l’uomo di sale, oh oh oh
tra rabbiosi flutti e umiliati fari - dal promontorio
Oh Oh Oh, grida l’uomo di lacrime, oh oh oh
in un infinito di negre nuvole - dal promontorio
 
Oh Oh Oh, Dio che tutto hai dato
e tutto presto hai preso indietro,
l’ho disegnata perfetta col compasso
ch’era più ubriaco di me nel whisky
L’ho disegnata immortale con l’anima
ch’era già corrotta in un’eternità di fischi
 
 
* Adulterando un proverbio, “Yesterday is ashes; tomorrow wood. Only today does the Fire burn brightly.” Eskimo Saying
La traduzione corretta sarebbe: “Ieri è cenere, domani è legno. Soltanto oggi il Fuoco brilla luminoso”.
 
 
 
 
 
IO E IL MACELLAIO
 
 
Il mio macellaio - dove di solito vado a prender un paio di cotolette di pollo e del tenero abbacchio - mi dice sempre che gli psicologi non sono affatto degli speleologi. Poi col suo coltellaccio mi taglia l’abbacchio con amore estremo, e me lo incarta per benino avendo cura di tenerlo separato dalle cotolette. Intanto che gli pago il conto, fisso alla parete un vecchio poster quasi del tutto ingiallito: la Sophia Loren è sempre bella nonostante il tempo e le mode.
Io e il mio macellaio tocchiamo sempre il fondo di qualcosa che è nella nostra psiche, ripetendoci nei gesti e nella parlata; però non ci riflettiamo su, non troppo, altrimenti finirebbe che la tentazione sarebbe quella di sgozzarci come dei maiali.
Forse è per questo che ci vado una volta sola, una alla settimana. E poi, la carne costa un prezzo infame - è questo un particolare da non trascurare; e, a dirla tutta, i nostri sorrisi sono sempre da orecchio a orecchio, abbiamo denti che sono lame di coltelli.
 
 
 
 
 
L’OSSO DI GOMMA
 
 
Cara Amica, sai qual è il problema coi ghiaccioli? Ti offrono un refrigerio che è soltanto temporaneo. Io oggi di ghiaccioli ne ho mangiati parecchi per far fronte al caldo, e dopo, subito dopo, sono stato bene ma per un momento appena, perché il caldo s’è fatto ancora più insopportabile in un tempo assai breve, praticamente quello d’un momento appena. E il monitor di certo non aiuta: non so il tuo, ma il mio, quello che ho qui a casa funziona a carbone, nel senso che sprigiona tanto calore quanto un termosifone. E ciò un poco mi fa desistere dalla mania di scrivere, perché se c’è una cosa che non reggo è il caldo. Però, evidentemente, se ti scrivo è perché ci sono - almeno per il momento, con la testa anche. Coraggio!, non piangere, non lo so che cosa t’è capitato… forse sarai scivolata come accade a tutti quelli che sono alla loro prima volta - io scivolai sul mio autografo gettato per terra come una buccia di banana, firmai infatti per cent’anni di solitudine, e ho ancora da scontare la pena e il pene anche, che non è il mio però si trova ben dentro a qualcosa di mio. Ad ogni modo, quello che intendevo dire veramente è che oggi una ballerina giapponese m’ha assicurato che m’avrebbe fatto dono dei suoi occhi a mandorla e anche d’un piccolo bonsai; però credo m’abbia fregato, nel mio ufficio per giunta. No, non me la sono presa. Solo m’ha dato fastidio che si sia portata via il mio cane ch’era tanto bello: c’ero affezionato, molto, praticamente come a un fratello di sangue e di rabbia. Ecco, mi manca la rabbia soprattutto; l’avevo addestrato così bene, non puoi immaginare, praticamente quando vedeva un autore incapace o un giornalista incapace gli saltava addosso nel tempo d’un momento appena e di netto gli tagliava la giugulare coi suoi dentini affilati come coltelli di luna. Che bravo, che bello! Tutto quel rosso. Ed invece adesso mi ritrovo qui a dire e a dire e a dire, insomma mi sto un po’ piangendo addosso. Non ce la faccio più a sopportare questa assenza - rivedo il suo osso di gomma (ancora sporco di sangue umano), e mi porta alla commozione più totale e assoluta. Così penso che me ne andrò a cuccia, m’acciambellerò e prenderò a lappare dalla ciotola, poi m’addormenterò e sognerò che un padrone mi lanci l’osso di gomma che fu del mio cane. Sognerò con tutte le mie forze, te lo giuro.
 
 
 
 
 
DUE VOLTE
 
 
Drin, Drin, telegrafico arrivo:
postino, postino, suono sempre
due volte, due volte
Fa caldo, fa caldo, e lo fai tu
e si diffonde
Siamo senza speranza
Così presi nelle nostre corrispondenze
dimenticammo di censurarci
tra lenzuola di seta, di fredde frasi fatte
 
 
 
 
 
PREMIO NOBEL
 
 
Chissà se mettendomi a piangere sulla tomba di Diana Spencer riesco ad avere il premio Nobel per la Pace. O per la Letteratura. Per assurdo potrebbe venire l’Apocalisse, in pratica un Miracolo, o una distrazione di Dio.
 
 
 
 
 
PREMIO STREGA
 
 
…una recensione è una recensione, e il più delle volte serve all’autore quanto al recensore, nella stessa precisa identica misura: sentirsi legati dalle parole, parole, parole...
Il Premio Strega te lo porti a casa, te lo metti sul libro - una bella fascia elastica di quelle grandi, tutta rossa, e la scritta “Premio Strega” a caratteri cubitali tutti bianchi, bianchi come la verginità; e vuoi che una cosa così non risalti all’occhio di tanti? E poi, fra qualche anno, quando qualcuno dirà: “Ma che roba ‘sto Premio Strega! Ma avete visto gli altri anni!” Uno va a vedere gli altri anni, e si ricorda quei nomi, i premi Strega, anche le polemiche, ma se li ricorda sì. E in segreto sospira: “Non ci sono più i premi Strega d’una volta.” Ed intanto c’ha due scaffali, se non addirittura tre, tutti dedicati al Premio Strega, rigorosamente ordinati per anno. Ebbene sì, pure io c’ho due scaffali così… Sono di carne e di carta pure io, come tutti del resto.
Ecco perché un Premio Strega non è una nocciolina, e vale, cacchio se vale, vale molto, tanto, tantissimo, più di quanto si sia disposti ad ammettere. Altrimenti perché gli esclusi si sentono così feriti, ma tanto, fino al punto di piangersi addosso quasi? Diciamocelo: lo Strega fa gola a TUTTI/E, nessuno/a escluso/a. Non è il premio Montenegro (che non so se esista... può darsi di sì...) che se metti la fascetta sul tuo libro “premio Montenegro” ti ridono addosso e basta; e devi pure ringraziare perché qualcuno ti ride addosso, in quanto, bene o male, un cane s’è accorto della fascetta se non del libro.
Uno libro che è un Premio Strega vende sempre, nel tempo. Anzi, si potrebbe dire che migliora col tempo. E forse è proprio così. Ecco Signore e Signori, sì, lo Strega è.
 
Per gli Esclusi:
 
Tutti gli esclusi dal Premio Strega potrebbero riunirsi in un club, I Grandi Esclusi - e voglio l’invito per esserci dentro in qualità di Ospite d’Onore: “Ma quanto sei bravo! No, no, tu molto di più, più bravo di me…”, ecc. ecc. Pensate Voi, Signore e Signori, alle grasse risate che ci potremmo fare, una perfetta Fiera delle Vanità da portare in giro per il Paese.
Ovviamente scherzavo: non si pensi a me né in qualità di Ospite d’Onore né in quella di Scimmia.
 
 
 
 
 
NESSUNO SONO IO
 
di Giada Zenardi (Preziosa Perlina)
 
 
La violenza testimonia la rivelazione
Di alcune previsioni.
L’angheria domina la saggezza?
Un ciclope è entrato nel nascondiglio
Quatto quatto come una pecora impaurita.
Dioniso ebbro brama Arianna,
Medea con i suoi eredi sono appena stati
Scacciati da Corinto,
Pan “Essere Golem” con zampe e con corna da caprone
Atterrisce Siringa con il suo mostruoso aspetto.
L’allevatrice ha edificato un Dio inventore
Di orribili deformità.
Gli Dèi hanno messo in ogni cosa lo Zampino.
Con gli occhi questi Esseri si sottraggono
Alle Irrisioni perenni tanto da martoriare
Con la Deformità ardimentosa la voce del Fascino.
Appesa al cordone ombelicale per circa quaranta minuti
Resto a commerciare l’arte umana.
Procreatrice di estri con unghia e dita
Compatisco il furore dei geni sottovalutati.
Nessuno sa,
nessuno vuole conoscere,
Nessuno ha un occhio solo.
Uno stormo di gabbiani impauriti
- al mio passaggio -
Percepiscono un leggero spostamento d’aria.
Triste indole “Figlia non Gradita” è incatenata ad un
blocco di roccia stretta alla trappola matrice mia.
Resto a segarla senza pietà.
All’uditore Fuggitivo:
Nessuno sembrava impazzito,
Nessuno smaniava,
Nessuno aveva in mano una pesante pietra.
Nessuno sono Io!
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 22:43 | poesia, riflessioni, racconti | clicca per commentare commenti (19)



SALMAN RUSHDIE - GRIMUS

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, giugno 26, 2005


Salman Rushdie




GRIMUS
 
 
 
 
 
 
SALMAN RUSHDIE

 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 
 
 
“Ero Joe-Sue, indiano axona, orfano, segnato alla nascita da un nome ambiguo perché il mio sesso era rimasto incerto fino a qualche tempo dopo, vergine, fratello minore di una femmina selvaggia che si chiamava Cane da Penna e aveva una paura matta di perdere la propria bellezza: cosa ironica, perché non era bella. Era anche il mio ventunesimo compleanno, e stavo per diventare Aquila Svolazzante. E per smettere di essere qualche altra persona.” (da “Grimus” – di Salman Rushdie)
 

 
 
Salman Rushdie è nato a Bombay nel 1947 e si è trasferito a Londra quando aveva appena quattordici anni. Per anni, dopo la pubblicazione de “I versi satanici”, opera mirabile di fantasia, filosofia e religione, l’autore è stato un “fuggitivo” nel vero senso della parola; e se oggi ha ancora la testa attaccata al corpo, può ben dirsi fortunato perché in suo favore si sono mobilitati alcuni fra i più eminenti intellettuali. Per la cronaca, Bono Vox, si è adoperato non poco per aiutare Rushdie; il testo della bellissima canzone “The Ground Beneath Her Feet”, colonna sonora del film “The Million Dollar Hotel” di Wim Wenders, è stata scritta da Salman Rushdie. Un regalo d’amicizia al leader degli U2?
Salman Rushdie, autore di grandissimi romanzi ricchi di fantasia e genuina spregiudicatezza investigativa intorno al panorama uomo, è forse il più grande scrittore contemporaneo vivente, un moderno Shakespeare che ha regalato alla nostra cultura romanzi importanti come “I figli della mezzanotte”, “La vergogna”, “I versi satanici”, “Harun e il mar delle storie”, “L’ultimo sospiro del Moro”, “Est Ovest”, “La terra sotto i suoi piedi”, “Il sorriso del giaguaro”, “Patrie immaginarie”, “Fury”.
Rushdie ci dice che l’uomo è vittima delle furie che si agitano nell’anima, e che l’anima è costretta a seguire la loro volontà  (o quella degli dèi, se si preferisce) per tentare di scoprire l’identità che appartiene all’uomo. I personaggi di Rushdie si interrogano come Amleto. Non credo sia errore definire Salman Rushdie moderno Shakespeare. La fantasia di Rushdie è arte e virtuosismo allo stesso tempo, fantasia e dissacrazione dei common places: essere o non essere? I personaggi di Rushdie non possono fare a meno di essere amletici nelle loro scelte, nei loro comportamenti, e il mondo che gli ruota attorno è amletico pure esso. In “Fury”, l’autore disegna la lotta per la sopravvivenza in un mondo scevro di valori, ma anche l’uomo inteso come oggetto soggetto a una società solo virtualmente civile: la religione diventa filosofia e viceversa e poi si fa passare per necessaria politica, in definitiva una impossibile ricerca di una identità reale in un mondo di simulacri (bambole). Le furie agitano l’animo umano e tutti ne sono vittime (in)consapevoli.
Volenti o nolenti, è dovere intellettuale riconoscere a Salman Rushdie di essere “eclettico” quanto Shakespeare, ma anche, moresco, lisergico, filosofico e ambiguo in una declinazione tutta intellettuale. A guardarlo bene in faccia, be’, non lo si può dire uomo affascinante o confortante: la genialità è in quel suo volto severo, quasi ebreo, dal naso aquilino, poi gli occhialini rotondi e la barba grigia completano la sua immagine. Ha sicuramente un debito di riconoscenza non indifferente nei confronti di tanti intellettuali e uomini di spettacolo; ciò non toglie che ogni sua storia ci scaraventa in un universo bastardo, tragicamente remoto e reale, magicamente reale e allo stesso tempo irreale. Dopo “I versi satanici”, Rushdie ha avuto non pochi guai, e usando le sue stesse parole parodiate si potrebbe dire che si attirò le “furie” addosso, e queste hanno tenuto duro veramente, ma il capo dal busto non sono riuscite a spiccarglielo. Forse qualcuno ricorda “The Ground Beneath Her Feet”, la colonna sonora a “The Million Dollar Hotel” di Wim Wenders: bene, il testo della canzone, l’ha scritto quel geniaccio di Rushdie, rivelandosi anche ottimo paroliere o poeta che dir si voglia. (Per i curiosi che poco masticano l’inglese, il testo tradotto de “La terra sotto i suoi piedi” di Rushdie è riportato in fondo a questa recensione.)
 

Grimus - Salman Rushdie
 

Scrive lo stesso Salman Rushdie a proposito di Grimus: “mi era stato rifiutato un romanzo, ne avevo abbandonati altri due e pubblicato uno, intitolato Grimus, che fu (a voler essere generosi) un vero fiasco.”  Accade a molti che un romanzo sia un fiasco, soprattutto quando si è agli esordi, poi, stranamente, per le leggi del mercato editoriale ma anche per quelle della fama, se si riesce a diventar famosi, quello che era un fiasco diventa un capolavoro, o nel migliore dei casi un romanzo da riscoprire che era stato sottovalutato. Purtroppo, il più delle volte, rilanciare sul mercato il primo lavoro di uno scrittore coincide con un quasi suicidio operato e concertato (forse inconsapevolmente) dall’autore. Per nostra fortuna, Grimus non è una bieca operazione commerciale o di rilancio dell’autore più maledetto e dandy di questi ultimi decenni: da questo romanzo, Signori, aspettatevi un Rushdie furioso, ottimamente in forma, capace di tradurvi all’interno di mondi paralleli, ma anche in mille vortici di incastri filosofici che si risolvono non tramite risposte, bensì tramite altri quesiti sempre insoluti. Ci troviamo di fronte ad opera che garantisce tutta la profondità del Michele Mari più “maturo”, quello di “Tutto il ferro della torre Eiffel”; Salman Rushdie non ci offre soluzioni, solo labirinti da scoprire nel vano tentativo di trovare una uscita. Ma anche quando fossimo fuori dal Dedalo, questo si ricompone e smonta tutte le nostre certezze.   
Rushdie gioca i miti e le leggende di diverse culture, rielaborando, con assoluta originalità profondamente dickiana, alcuni elementi tipici della science-fiction. Grimus è composito da universi che cadono a pezzi in declinazione dickiana, ma anche dal sogno mitizzato dell’immortalità in chiave umoristica, il cui sapore ci ricorda “I figli di Matusalemme” di Robert A. Heinlein. E il gioco filosofico che è Grimus si complica ulteriormente quando Rushdie inserisce visioni lisergiche à la Aldous Huxley per poi deformarle in un tributo tribale, che ci traduce nella crudeltà antropologica senza speranza d’un regno che pare appartenere a “Il signore delle mosche” di William Golding. Grimus, lo si potrebbe definire un “fantasy futuristico”, ma sarebbe ingiusto, perché il gioco che opera l’autore è di ben altro spessore: sfrutta sì alcuni stereotipi della letteratura di “genere”, ma li trascende in originalità shakespeariana. Il protagonista di questo romanzo è un giovane indiano appartenente alla fittizia tribù degli Axona: ha una sorella più grande che lo svergina e lo inizia all’amore, ma è misteriosa, non a caso il suo nome è Cane da Penna. Un giorno qualsiasi, la sorella di Aquila Svolazzante incontra un tipo strano che le fa dono di due fiale: una di esse concede il dono dell’immortalità. Aquila Svolazzante si decide, dopo non poche scaramucce con la sorella, a ingollare la fiala dell’immortalità, ma presto la vita eterna comincia a diventargli motivo di disgusto. Per settecento anni naviga, si perde tra le genti del mondo, cerca qualcosa da imparare, fa sue molte conoscenze, ma la conoscenza non è maturità, e Aquila Svolazzante lo capisce nel momento in cui il mondo perde ogni significato ai suoi occhi. L’unica maniera per trovare una giustificazione alla sua vita troppo lunga è di recarsi presso la montagnosa Calf Island, dove, forse, potrà tornare ad essere un uomo mortale. Peccato che ad ostacolarlo ci sia Grimus, una entità intelligente, aliena, astratta, che farà penare non poco Aquila Svolazzante. Ma chi è in realtà Grimus? Uno spirito, o piuttosto un’idea? Forse un gioco partorito dalla mente, ma di chi o di che cosa? Non si sa, ma certo è che Grimus comanda il destino di tutti.
Grimus è opera che parla di ibridazione, sradicamento, esilio, in pratica dell’uomo e del Centro dell’Universo, che si presume debba esistere da qualche parte ma non si è certi, non si è certi di niente nell’Universo-puzzle senza Centro che Salman Rushdie disegna con dissacratoria intelligenza.
 
 
Salman Rushdie – Grimus - Traduzione di Vincenzo Mantovani - Mondadori - Collana: SIS - Scrittori italiani e stranieri - Pagine 340 - Anno 2004 - ISBN 8804524596 - € 18.00
 
 
 
 
La Terra sotto i suoi piedi
 
di Salman Rushdie
 
 
Tutta la mia vita, ho adorato lei
La sua voce d'oro, il suo battito di bellezza
Il modo in cui ci faceva sentire
Il modo con cui mi rese vero
E la terra sotto i suoi piedi
E la terra sotto i suoi piedi
 
Ed ora non posso essere sicuro di niente
Il nero è bianco ed il freddo è calore
Perchè ciò che adoravo
Mi portò via l'amore
Era la terra sotto i suoi piedi
Era la terra sotto i suoi piedi
 
Vai leggermente giù per il tuo sentiero buio
Vai leggermente sottoterra
Io sarò laggiù in un altro giorno
Non avrò pace finché non ti avrò trovata
 
Lascia che ti ami, lascia che ti salvi
Lascia che ti porti dove due strade s'incontrano
Oh ritorna su
Dove c'è solo amore
E la terra sotto i suoi piedi
E la terra sotto i suoi piedi
 
(traduzione non autorizzata, a puro scopo promozionale – di Giuseppe Iannozzi)

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 15:08 | recensioni | clicca per commentare commenti (47)



FERITE A MARGINE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, giugno 25, 2005

Charles Manson


 

FERITE A MARGINE
 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
 

 
I.
 
Fra cent’anni il mondo rotolerà
Sarai un pazzo e un asso nella manica
Una donna ti dirà il suo amore di ventre
E un uomo ti darà il suo nudo schiaffo
 
 
 
II.
 
A piedi nudi scorterai il tuo destino
Col capo rasato ti addestrerai alla morte
Svolazzando bandiere, finalmente saprai
…dolorante in un rifugio rubato
 
 
 
III.
 
Oh brezza che t’adagi tra sogni e desideri
Oh pazzia che ti fai parola, promessa e canto,
piano batti il piede per cercar solidità di terra,
poi scrivi sul muro una poesia di freschezza
Oh brezza, dolce pazzia, su ogni cosa riposi
 
 
 
IV.
 
Raccoglile tutte le scritte pagine
affidate allo spirito del vento,
perché sia la promessa degli dèi
la risposta che riposa in tue mani
 
 
 
V.
 
…questi sogni spezzati
che furono un tempo convinti
E oggi l’erba verde e grassa
ma come ferita a margine
 
 
 
VI.
 
Scrivesti fino a dissanguarti
nel delitto, o nel tuo brutto ritratto
Come puttana di poco prezzo
ti lasciasti usare da belli e brutti
svuotandogli portafogli e coglioni
Ma mai in bocca ti riuscì di prendere
le loro Anime clientelari, solo la Pena
 
 
 
VII.
 
L’amore d’una puttana è sterile,
è cattivo sangue, è scolo, è anale
Ma tu conserva il suo mestruo
per l’alba di domani: servirà
a farti venire assassino se non altro
 
 
 
VIII.
 
In un bagno d’indifferenza
riceveva un mare d’attenzioni:
per ‘sta sciocchezza s’affogò
 
 
 
IX.
 
Lo vedi, gira come un pazzo
Lo vedi, non ha un prezzo
Non lo puoi comprare,
è nel suo personale dominio:
Oh Mother, tell me more *
 
* un verso da “Matilda Mother” per Syd Barrett
 
 
 
X.
 
Signorina, Signorina,
perché mi fugge via tra nuvole
e sogni? Forse che la realtà…
Mi perdoni l’impertinenza,
non avevo notato che è cieca
 
 
 
XI.
 
Tra serpenti e rampicanti ti muovi
perché sia la loro essenza il nutrimento
per l’anima tua che sai troppo candida
 
Per uno sgomento e un’eclisse di vita
Per capire il limite estremo del Totale
 
 
 
XII.
 
Perché non vengo più a trovarti?
Ti spiego che ho chiuso tutte le porte
nel momento in cui tu te hai preso
a sbattermi in aperta faccia le tue
sperando che per te sanguinassi
come un delfino arpionato a morte
Ti spiego che ho mantenuto in vita
il mio amor proprio e il profilo ebreo
senza più sperare per te un Golem
al tuo fianco o una stampella di pietà
 
 
 
XIII.
 
Tutto sommato l’urlo fu forte
Peccato che la fine è solo la fine
 
 
 
 
 
Le poesie n. I, II, III e IV
sono state pubblicate per la prima volta su:
 
 
IL RESPIRO DEL TEMPO
(il respiro dei poeti)

 
IL RESPIRO DEL TEMPO - a cura di Odilia Liuzzi

 
a cura di Odilia Liuzzi
 
 
che qui ringrazio sentitamente, di cuore,
invitandoVi
a leggere le bellissime poesie di Odilia Liuzzi
e i tanti Autori presenti su IL RESPIRO DEL TEMPO
 
 
 
Infinitamente, le Poesie di Odilia Liuzzi:
 
 
 
_________
 

qui alcune note biografiche su Odilia Liuzzi
:
 
 
 
_________
 
 
Il Respiro del Tempo:
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:48 | poesia | clicca per commentare commenti (11)



SUL MOMENTO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, giugno 24, 2005


Joseph Chabord, Napoleone sul campo di Wagram, 1810

Joseph Chabord, Napoleone sul campo di Wagram, 1810
 


 
 
Sul Momento
 
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 



 
VENT’ANNI FA
 
 
a Tittyna,
con sincera ammirazione
 
 
 
Vent’anni fa ero un coglione
E sì, ci tornerei indietro
a fare quegli sbagli che poi,
a ben guardare, sono gli stessi
di oggi - ma d’argento vestiti
Vent’anni e sentir il mondo in mano
anche se poi, a ben guardare,
non è vero per niente
Però le birre come le tenevo bene;
e la testa non sballava quasi mai
e le donne ridevano serie
quando il mio naso affondava
nelle loro generose scollature;
poi volava un ceffone o due,
e ridevo pure io insieme a loro
Già, vent’anni fa ero un coglione:
spiavo in ogni angolo di strada
e tra i filari d’uva mi perdevo
per raccogliere acidi grani di rosario,
una bestemmia e un dolore
che avrei presto dimenticati
Ma a ben guardare, quegli anni
adesso lontani li sento, ancora
come un cerchio alla testa
che non se ne vuole andare
Così credo che quegli anni
siano cambiati poco o niente,
forse solo il loro colore
ma agli occhi della gente
che ancora m’incontra
e a tratti mi riconosce
o fa finta di niente
proprio come nei vent’anni
 
 
 
 
 
 
LASCIATI ANDARE
 
 
a VoglioTuttoENiente,
perché raccolga la mia mano nella sua
e divini quale il mio destino
 
 
 
Dammi la mano, andiamo lontano
dove terra e cielo si toccano con un dito
Dammi la vita, andremo lontano
dove paradiso e inferno giacciono insieme
Non ti leggerò il futuro,
ma ti dirò soltanto quello che so:
gli angeli sono morti fra i tarocchi
e la morte non ha più voluto
che saperne per l’eternità
Dio s’è fatto prigioniero sull’Olimpo
e gioca da mane a sera con Zeus
E i diavoli continuano a fare
pentole e coperchi ma male sempre
- sono in ogni caso solo dei poveri
poveri diavoli
Così dammi ascolto, lasciati andare
e vieni via con me, anche se ho molto
poco da offrirti: la mia favola
e le sue pagine che prendono il volo
 
 
 
 
 
 
UN ANGELO PER ANGELA
 
 
ad Angela Buccella,
che mi beve l’amore
 
 
 
Questo giro di carte
Questo giro d’amore
Questo azzardo di vita
Ho aspettato la tua mano
Ho raccolto il tuo sorriso
Ho puntato tutto su di te
Come un giocatore incallito
Come un matto senza speranze
Come un vincente a tutti i costi
 
Questa lacrima di Pierrot
Questo tappeto verde
Questo azzardo di paradiso
Ho asciugato il dolore
Ho dato via ogni cosa
Ho innamorato tutto su di te
Come un uomo sulla croce
Come un ladro di anime
Come un angelo per Angela
 
Come un angelo per Angela
Ho pianto tutto su di te, su di te
 
 
 
 
 
 
SANT’ELENA
 
 
a Me Stesso,
per svariati motivi
 
 
 
Sant’Elena che cos’è?
E’ un posto che c’è e non c’è
E’ dove Peter Pan incontra Odisseo
E’ quel cuscino dove riposa un tiranno,
un film porno e un’avaria d’amore,
un’eclisse di sole e una di luna
Sant’Elena è un segreto per te
Soltanto un posto segreto
Soltanto una guerra eterna
 
Io richiusi l'abisso anarchico,
e districai il caos:
ripulii la Rivoluzione,
nobilitai i popoli e consolidai i re
Eccitai tutte le emulazioni,
premiai tutti i meriti,
ed allargai i limiti della gloria *
 
Tutti nascono anonimi tra anonimi
Tutti a Sant’Elena sono uguali,
uguali al ritratto
che hanno delle loro passioni
Ecco Sant’Elena che c’è e non c’è,
un posto segreto e un insano eterno
 
 
* Napoleone Bonaparte, Longwood (Sant'Elena) 1° Maggio 1816
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:45 | poesia, generico | clicca per commentare commenti (25)



BALLATE PER LA NOTTE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, giugno 22, 2005


The Queen of Dark Sea - by Alecta

 
“The Queen of Dark Sea” è Opera di Alecta
 
 
 
Il Blog di Alecta: http://www.alectadream.splinder.com/
 
Il Sito di Alecta: http://www.alecta.altervista.org/
 
La Deviant Home di Alecta: http://alecta.deviantart.com
 




 
 
Ballate
 





 
di Assassini di Santi e d’Innamorati
 
 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 


 
SOFFIO DI LUCE
 
 
Partii per un posto che fosse lontano
e a tutti sconosciuto,
perché mio desiderio era di non arrivare mai
Partii per essere eremita,
finalmente padrone del mio piccolo regno
Partii senza dire addio ad anima viva
 
La tua mano s’affaccia alla finestra
La tua risata inonda di polline i fiori
Le tue mani giocano ombre cinesi sul sole
I tuoi occhi sognano mondi inesplorati
E i tuoi capelli ribelli si aprono in ventagli
E i tuoi denti, e le tue mani, e il tuo seno,
e le tue gambe, e i tuoi bianchi piedini
bianchi gabbiani e bianche bugie
tra canti di sirene e spruzzi di mare
Sta nascendo la Regina del Mare Oscuro
Sta nascendo la Regina del Corpo Oscuro
 
Partii per un posto che fosse meditazione
ed invece sono qui in ginocchio da te
Partii per essere un inventato dio,
finalmente destino e capriccio in mio potere,
ed invece sono qui a raccogliere la tua oscurità
Perché stai nascendo per essere Regina
Perché stai nascendo per essere Soffio di Luce
 
Oh, non ho detto addio ad Inferno e Paradiso
Oh, ho commesso l’errore di credermi saggio
Oh, ho creduto d’essere migliore della morte
 
E sta già nascendo la Regina del Mare Oscuro
in un Soffio di Luce, in un Soffio di Luce
E sta già nascendo la Regina del Corpo Oscuro
in un Soffio di Luce, in un Soffio di Luce
 
Partii per non arrivare mai, per non riposare mai
Partii per restare accanto al mistero dell’incanto
che tu sei tra canti di sirene e capriole di delfini
Perché stai nascendo per essere Regina
Perché stai nascendo per essere Soffio di Luce
 
Partii per non arrivare mai, per non riposare mai
Partii per restare accanto al mistero dell’incanto
che tu sei tra bianchi gabbiani e bianche bugie
Stai nascendo, Regina del Mare Oscuro
Stai nascendo, Regina del Corpo Oscuro
 
E io sono qui a raccogliere la tua oscurità
in un Soffio di Luce, in un Soffio di Luce
E io sono qui destino e capriccio in tuo potere
in un Soffio di Luce, in un Soffio di Luce
 
Sta nascendo la Regina, stai per essere Regina
E io ombra di liberi gabbiani in volo per i tuoi occhi
 
 
 
 
 
IL POZZO, LA LUNA E LA BOCCA
 
 
Lei mi ripeteva ch’ero ancora giovane
Io tacevo, muso basso simulando un sorriso
Lei mi diceva ch’ero un figlio di dio
Io tacevo, sguardo alla luna a trentadue denti
E pensavo agli anni sottoposti al filo dell’argento
 
Ce l’hai un sogno?
Ce l’ho ben nascosto - o la borsa o la tua vita
Ce l’hai un amore?
Ce l’ho ben nascosto, ce l’ho ed è molto oscuro
C’e l’hai una canzone?
Ce l’ho nella tua voce - o la borsa o la tua vita
 
Lei mi ripeteva troppe cose tutte insieme
Lei mi chiedeva cose fortemente intime
Lei era lei, non conosceva i miei denti di vampiro
Lei era lei, non poteva ancora immaginare 
che dalla mia bocca mai più tenerezze d’agnello
 
Il pozzo è profondo
E la luna è nel suo specchio
 
Ti dirò un segreto,
a patto che tu non lo dica ai quattro venti
Ti darò un bacio,
a patto che tu non vada giù al villaggio
 
Ce l’hai un sogno, un amore e una canzone?
Sono un uomo di poche parole
E certe cose meglio non saperle
Ce l’hai un sogno, un amore  e una canzone?
 
Sono una vecchia scimmia sulla schiena,
un cammello passato per la cruna dell’ago,
un dispetto, un pettine e un chiaro di luna
Sono quello che si dice uno scherzo della natura
E questa notte il pozzo è profondo e oscuro
E la luna è stata dalla mia bocca tutta bevuta
 
E tu, un sogno, un amore e una canzone?
O una speranza pura come vergine
per il mattino, che forse fra qualche ora sarà?
 
Ti lascio un segno, un bacio e un segreto
 
Lei mi ripeteva ch’era troppo giovane
Lei mi diceva ch’era inesperta e vergine
Ed allora alla fine cedetti e la baciai,
e la baciai alla mia maniera, alla mia maniera
E la feci tacere, uccisi la sua innocenza
per sempre nel pozzo della mia bocca
 
Non tornerai mai più al tuo piccolo villaggio
Non sognerai mai più le tue trecce sciolte al vento
Perché ti ho presa in un sogno
Perché ti ho presa in un bacio
Perché ora sai tutto di me, il mio segreto
Perché porterai per sempre il mio segno
 
 
 
 
 
LA COSA GIUSTA
 
 
Dovresti fare la cosa giusta,
prenderti le tue responsabilità sulle spalle
e poi andare avanti lo stesso
anche se non è per niente facile,
perché lo sai che la vita è così,
mangiare e dormire o se preferisci
una squallida storia di gelosia fra puttane
 
Dovresti fare la cosa giusta,
guardare nelle palle degli occhi amici e nemici
allo stesso modo e allo stesso modo sputare,
solo sputare loro in faccia la verità
anche se ha in sé il vizio d’esser metà
perché lo sai che tutto il non detto è nell’ombra
che segue da vicino i tuoi passi
da quando sei nato con un urlo infinito
 
Dovresti cercare di essere migliore
Dovresti cercare di essere peggiore
Hai soltanto bisogno di restare in piedi
Hai soltanto bisogno di arrivare alla fine
Dovresti almeno provare a fare la cosa giusta
perché la vita che hai è una e tutti te la usano
prostituendola in un faccia a faccia, quello che sai,
il gioco del buono e del cattivo, del bello e del brutto
 
Nessuno è completamente innocente,
ma tutti sono completamente colpevoli
allo stesso modo, allo stesso modo, come te
 
Nessuno è completamente sincero,
ma tutti sono completamente a metà
allo stesso modo, allo stesso modo, come te
 
Qualcuno busserà sempre alla tua porta
per spacciare la sua promessa di felicità:
un giorno sarà un rappresentante di bibbie,
quello appresso un più umile venditore
Qualcuno busserà sempre con insistenza
cercando di convincerti
che questo mondo è sbagliato e giusto
Ascoltalo e poi comincia a bussare
allo stesso modo a tutte le porte
anche se saranno pugni in faccia
Hai una vita ed è la sola che t’è stata concessa
in prestito d’uso, quindi dovresti cercare di fare
la cosa giusta, anche se nessuno in fondo ti ama
 
Nessuno è completamente innocente
Nessuno è completamente sincero
Tutti cercano soltanto di restare in piedi
sporcandosi, tentando di restare nell’ombra 
come in una squallida gelosia fra puttane
 
Dovresti fare la cosa giusta,
prenderti le tue responsabilità sulle spalle
Dovresti fare la cosa giusta,
guardare nelle palle degli occhi amici e nemici
Non hai altra scelta e la tua vita è una e lo sai
Non hai un’altra vita e la scelta è una e lo sai
 
Allo stesso modo la cosa giusta, occhio per occhio
Allo stesso modo la cosa giusta, dente per dente
Allo stesso modo la cosa giusta, sbaglio per sbaglio
 
Dovresti cercare di essere migliore allo stesso modo
Dovresti cercare di essere peggiore allo stesso modo
 
Allo stesso modo la cosa giusta, occhio per occhio
Allo stesso modo la cosa giusta, dente per dente
Allo stesso modo la cosa giusta, sbaglio per sbaglio
 
 
 
 
 
LUCIA DEL SOCIALE
 
 
Lucia, oh Lucia, quanta poca luce
in quel centro, in quel mercato di uomini
che un futuro non ce l’hanno
Si trascinano di angolo in angolo
allungando la mano, tenendo bassi gli sguardi,
si perdono nel fumo azzurrognolo delle cicche
 
La porta si apre verso l’esterno
Attenzione, la porta si apre sull’inferno
La porta si apre verso l’interno
Attenzione, la porta si apre sull’inferno
 
Attenzione, attenzione, attenzione
Dentro o fuori è sempre uguale,
un mare di grigie nubi, di uomini
che un lavoro e una casa non ce l’hanno
 
Attenzione, attenzione, attenzione
Dentro o fuori è sempre uguale,
una luce che non vive, un raggio di sole
che non viene per chi sa l’inferno
 
Lucia, oh Lucia, nessuna ricchezza,
ma un infinito di moduli da riempire
che si uguagliano tra le fila dell’apparato
 
Si muovono tra epitaffi e tombe all’aperto
Muoiono sotto i tuoi occhi per l’inferno
allungando la mano, tenendo bassi gli sguardi,
si perdono nei buchi che gli riempiono le tasche
 
Muoiono sotto i tuoi occhi per l’inferno
perché dentro o fuori è sempre uguale
 
Oh Lucia, i tuoi occhi un futuro non lo danno
Attenzione, si trascinano di angolo in angolo
Oh Lucia, i tuoi occhi un futuro non lo danno
Attenzione, si muovono tra epitaffi e tombe
 
Si trascinano e un futuro non ce l’hanno
Muoiono, muoiono sotto i tuoi occhi
 
Si allungano e una vita non ce l’hanno
Muoiono, muoiono sotto i tuoi occhi
 
Si muovono e la morte li aspetta
Muoiono, muoiono sotto i tuoi occhi
 
Si perdono nei buchi delle loro tasche
Muoiono, muoiono sotto i tuoi occhi
 
 
 
 
 
FINO ALLA MORTE, FINO A TE
 
 
Ha preso con sé il poco che gli lasciasti di te
Amava una donna, amava troppo e finì male
Adesso è un uomo che batte la strada,
una meta non ce l’ha, una vita non ce l’ha
guardando nel portafoglio la tua intristita foto
 
Te lo disse al primo incontro
che aveva solo un cuore e niente in tasca
Te lo disse con una rosa di fiamme
che avrebbe potuto darti soltanto il suo petto
Te lo disse così tante volte, così tante
Te lo disse fino ad ucciderti nella noia
 
Ha preso con sé davvero il minino
Tutto il resto te l’ha lasciato sul cuscino
 
Adesso è un uomo che alza il pollice
pregando d’incontrare la mano di dio al volante
Adesso è lontano mille miglia da te,
alza il collo del cappotto, incastra la testa fra le spalle
e prega dio che un assassino seriale lo faccia fuori
 
Guardando nel portafoglio la tua intristita foto,
ti uccide ancora nella noia dei suoi sogni
Ripete a tutti gli sconosciuti che sei la sua bambina
Ripete a tutti le stesse parole perché non ne sa altre
 
Ha preso con sé davvero il minino
Ma non è stato onesto né con te né con sé stesso
Non ti ha lasciato davvero niente di niente
perché ama ripetere a tutti che sei la sua bambina
Perché ama ripetere a tutti che sei la sua sola vita
 
Te lo disse al primo incontro, fino alla morte
Amava una donna, amava troppo e finì male
 
Te lo disse al primo incontro, fino a te, fino a te
Amava una donna, amava troppo e finì male
 
Te lo disse al primo incontro, fino alla morte
Amava una donna e alla fine finì veramente male
 
Te lo disse al primo incontro, fino a te, fino a te
Amava una donna e alla fine si finì in te, in te, in te
 
 
 
 
 
OSSESSIONE
 
 
Un corvo è il tuo mantello,
un martello il cervello
La lingua batte dove il dente duole
 
Batti e ribatti sull’incudine,
ma non ne verrai mai fuori
Non ne verrai mai fuori tutto intero
da questa ossessione, accetta la realtà
 
Continui a dirti che tutto s’aggiusterà
Continui a masticare dolori su dolori
Continua pure, continua pure
se credi che ti farà star meglio
 
Batti e ribatti duramente,
quando sarebbe facile la freddezza
Batti e ribatti fatalmente,
quando sarebbe normale la realtà
Se solo fossi meno egoista con te
 
Ed invece piangi paure come un corvo
Ed invece gridi dolori come un martello
Ed invece, ed invece sei senza cervello
 
Così mai e poi mai fuori tutto d’un pezzo
da questa ossessione, accetta la pazzia
 
 
 
 
   
IN TIVU’ CON GESU’
 
 
Gesù viene bene in tivù
Suvvia, cambia canale,
passa dal porno alla preghiera
Gesù viene bene in tivù
Lo dice perfino il mio cane
 
Che aspetti? Vieni in tivù
Non pensarci su,
staccagli una pompa
come ti chiede
mentre t’introduce
nella sua lunga limousine
Che aspetti? Vieni con Gesù
 
Nel braccio della morte si gioca l’ultima partita
E in tivù c’è l’evento nazionale dell’anno,
le ragazze pompon e Colombo in un delitto perfetto
e mille morti il quattro di luglio e un girotondo
Che aspetti? Perché ci pensi su? Vieni in tivù
Che aspetti? Perché ci pensi su? Vieni con Gesù
 
Dal Vietnam alla Guerra del Golfo fino in Irak,
Gesù è sempre stato accanto a te, sempre,
sempre a darti il suo bacio di Giuda, sempre
Lo dice il mio cane, lo abbaia ai quattro venti
Gesù viene, Gesù viene bene in tivù, sempre
 
Che aspetti? Vieni in tivù
Non pensarci ancora,
mettici su una pietra
come ti chiede
mentre t’introduce
nella sua profonda, profonda tomba
Che aspetti? Lasciati tentare da Gesù
a quattro zampe, lasciati andare
 
La morte viene bene in tivù
Suvvia, cambia canale,
passa dal porno alla preghiera
La morte rende bene quaggiù
Lo dice perfino il mio cane
 
 
 
 
 
IL GIORNO DEI PAPPA
 
 
Non dimenticherai le sue lunghe gambe
Non dimenticherai la sua pelle di miele
Era la nostra ragazza e ognuno di noi l’ha avuta
Nostro figlio ci chiede ogni santo giorno di lei
nel Giorno dei Papà, nel Giorno dei Pappa
 
Amore e odio lasciano sempre traccia di sé
nel Giorno dei Papà, nel Giorno dei Pappa
 
Non dimenticherai la prima volta, tutta la sua verginità
Non dimenticherai l’ultima volta, tutto il suo sangue
il tramonto e l’alba confusi fra l’ambra delle sue gambe
Non dimenticherai né la sua figa né i suoi occhi nocciola
 
Miele e fiele lasciano sempre traccia di sé
nel Giorno dei Papà, nel Giorno dei Pappa
 
 
 
 
 
SETTE LACRIME
 
 
Eleonora, gli stavi sempre alle costole
e lo scherzavi con voce di primavera
E lui: “Ma come può essere disgustoso,
non mi sono ancora spogliato…” *
Forse non era uno stallone, era solo un uomo
però a letto sapeva accendere la tua risata
 
Fu una vera sorpresa per te scoprire
che aveva un segreto, che ti tradiva
Fu una dura realtà quella sotto il cuscino,
una pistola carica e sette proiettili d’oro
uno per ogni giorno della settimana
 
Quella notte che uscì sconfitto dal tuo letto,
lo seguisti oltre il confine del Bosco Incantato
Scopristi che aveva lasciato tracce di sangue
dietro di sé ma impossibili da seguire
Scopristi che amava ammazzare fate e folletti
Però non avevi in mano alcuna prova
che fosse colpevole dei delitti che gli addossasti

Eleonora, gli stavi sempre alle costole
e lo scherzavi con voce di primavera
Forse ti eri persino affezionata a lui
come a un cucciolo bisognoso di latte
E forse ti piaceva la sua faccia buffa
e quel suo modo particolare di raccontare,
perché a letto sapeva accendere la tua felicità
 
Quella notte che morì sconfitto nel tuo letto,
con l’indice gli disegnasti sul petto le costole
Quella notte di confine che non sai dimenticare,
scopristi sette fresche lagrime e aghi di pino
E la tua risata ch’era felicità morì nel pianto,
perché forse non l’amasti come avrebbe meritato
Perché se ti tradì, fu per dirti ch’era un uomo 
 
Eleonora, gli stavi sempre alle costole
Con l’indice gli disegnasti tutto l’amore per te,
tutto il suo amore per te perdendolo per sempre
 
Colpevole d’averti amata ogni notte a suo modo
Però nel tuo cuore non una amorevole certezza
che fosse colpevole dei delitti che gli disegnasti
Così ridesti, ridesti sette isterici pianti al giorno
per il resto della vita, per il resto della tua vita
 
Se ti tradì per la morte, fu ogni notte a suo modo
Così ridesti, ridesti sette buffi pianti al giorno
per il resto della vita, per il resto della tua vita
 
 
da “Una commedia sexy in una notte di mezza estate” - battuta di Woody Allen
 
 
 
 
 
BIONDA AURORA
 
 
Così tanto bella, dici che è banale
Ma sei troppo bella perché possa dormire
Ma sei troppo eterna perché possa morire
 
Bionda Aurora, travolgimi nel tuo miele
anche se è solo l’illusione d’un uomo che t’ama
Incatenami l’amore fra le tue braccia ambrate
e mortifica il mio orgoglio se ancora ce n’è
E’ tutto quello che desidero ardentemente da te
 
Così tanto bella, dici che è banale
Così tanto biondo, dici che mi farà male
Sono pronto ad accettare il rischio d’amare
 
Bionda Aurora, non esitare, prendimi e straziami
Ti chiedo solo di prendermi coi miei difetti,
con le illusioni che ho di te, che ho di te, di te
Che ho nascosto in te per corpo e anima
 
Sei troppo tenera perché possa dormire stanotte
Aurora di malizia, non posso morire proprio ora
perché sei tutto quello che un innamorato ha
 
 
 
 
 
COME UN ASSASSINO
 
 
Tutti ti mettevano all’erta, è facile fallire
Tutti ti davano carne di cane da sbranare
E i denti li affilasti sfidando la lama della rabbia
che t’avevano cacciato ben dentro al cuore
Per essere più forte d’ogni destino e sorriso
diventasti adulto a tue spese, uomo tra gli uomini
 
Buon Gesù in te non ci credo più
Ma tu fosti il primo a lasciarmi quaggiù
armato solo di pietre e di taglienti peccati
Così non hai proprio motivo di lamentarti
se oggi mi muovo come uomo tra gli uomini
Così non hai proprio motivo di assomigliarmi
solo perché prego quando la mezzanotte scocca
e la notte non è più e il giorno non è ancora fatto
 
C’è l’ombra d’un assassino sulla fragilità d’una puttana
E la luce morde le palpebre del morto in attesa d’una fossa
C’è ancora tanta carne di cane da far fuori a denti nudi
E Lolita ha iniziato a farsi la ceretta e Manson sogna feti
 
Tutti proclamavano la solita bugia, è facile dimenticare Abele
Ma le Suore di Carità ti riempivano la bocca di carne di cane
Imparasti a tue spese la difficoltà d’esser al di sopra, alto
Imparasti com’è facile strapparsi le ali senza spargere lacrime
Diventasti adulto a tue spese, uomo in un mondo di nani
 
Da tutti disprezzato per il labbro leporino e la faccia da ebreo
l’anima l’affilasti al di là del bene e del male per un cuore
 
C’è l’ombra d’un assassino sulla fragilità d’una puttana
e la notte è appena al suo inizio e l’alba è un fantasma
Sì, c’è ancora tanta nuda carne da dar via al prezzo della vita
perché Lolita ha deluso tutti con la sua smania d’esser donna
e Manson non c’è l’ha un grembo dove nascondere il coltello
 
Povero Diavolo in te non ci credo più
Ma tu fosti il primo a girare su questa terra
armato solo di vanità e di brucianti falò
Così non hai proprio motivo di lamentarti
se oggi mi muovo come uomo tra gli uomini
Così non hai proprio motivo di assomigliarmi
solo perché bestemmio quando si fa mezzogiorno
e le ombre scompaiono per sovrapporsi ai corpi
 
Ancora oggi tutti proclamavano la solita bugia
e le Suore di Carità pregano per un’infelice felicità
Ma tu, per essere più forte d’ogni destino e sorriso
Ma tu, per essere al di là del bene e del male,
continui ad affilare la tua anima di uomo
Come un assassino, per un cuore nuovo di zecca
 
  
 
 
 
GIORNI DI PIOGGIA, DI SOLE
 
 
Lui era zoppo ma lievemente
Lei era cieca ma dolcemente
S’incontrarono che pioveva forte
perché fosse il Sole anche per loro
 
E’ possibile che…E impossibile che…
Un passo avanti oltre il buio, ti aiuto io
Un lettera d’amore, la scrivo io per te
Sembrava facile resistere insieme in due,
far finta d’essere per un momento normali
Ed invece il mondo ci è ancora contro
 
Lui era, lei era, e il mondo sempre lo stesso
Si lasciarono facilmente, zoppicando alla cieca
in un giorno di sole che bruciava le pozzanghere
In un mondo di solitudine che non sbiadiva
 
Lui è zoppo ma dolcemente
Lei è cieca ma lievemente
Leggono soltanto le previsioni del tempo
e sospirano da due opposti capi del mondo
E la solitudine in giorni di pioggia e di sole


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 15:33 | poesia | clicca per commentare commenti (35)



PERCEBER DI LEONARDO COLOMBATI - IL CAPOLAVORO

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, giugno 12, 2005


Perceber - Leonardo Colombati




Perceber
 


 
l’esplosivo romanzo di Colombati
 

 
in pratica il Capolavoro
 
 

 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 



 
Si vocifera che la letteratura italiana sia tornata grande: io ho i miei dubbi in proposito, in quanto non è letteratura tutta quella che viene scritta. Tanti libri pubblicati, nomi piuttosto famosi forse fin troppo, ma la sostanza poca o nulla. Difficile orientarsi fra le tante uscite editoriali che si promettono come letture lisergiche e addirittura imperdibili: a sentire certi critici sembrerebbe quasi che ogni novità sia indispensabile. Così non è, niente è indispensabile, solo poche letture meritano veramente d’esser definite tali; in Italia tanti scrittori, pochi però quelli che meritano.
In questi ultimi dieci anni la novità più grande risale a pochi anni fa con Tullio Avoledo e il suo “Elenco telefonico di Atlantide”: il successo di critica e pubblico fu subito consegnato alla storia, ma senza dimenticare né l’autore né il suo elenco. Dopo il primo romanzo, Avoledo ha dato alle stampe altri due romanzi importanti, “Mare di Bering” e “Lo stato dell’unione” confermandosi tra i più originali divertenti e impegnati scrittori italiani. Nel frattempo, Valerio Evangelisti ha partorito “Antracite” e “Noi saremo tutto”, due romanzi che è giusto definire, almeno a mio avviso, letteratura. Nel 2004 Wu Ming 1 ha pubblicato “New Thing”, il romanzo perfetto e sempre nello stesso anno Wu Ming 2 è uscito in libreria con un altro lavoro solista, “Guerra agli umani”: entrambi i lavori sono quel quid di cui la letteratura italiana ha sempre avuto bisogno. Ugo Riccarelli con “Il dolore perfetto” merita giustamente il premio Strega; ma come dimenticare “Il suicidio di Angela B.” di Umberto Casadei? E non è possibile dimenticare i romanzi di Giuseppe Genna, almeno due su tutti, in particolare, “Non toccare la pelle del drago”  e il più perfetto ancora “Grande Madre Rossa”. Sempre inimitabili rimangono scrittori come Umberto Eco, Aldo Busi e Sebastiano Vassalli, che tra il 1995 e il 2005 ci hanno consegnato libri resistenti che sono già nella storia della letteratura. Ma anche voci nuove si sono affacciate nel panorama editoriale: Tommaso Pincio, Laura Pugno, Emanuele Trevi, Mario Desiati, Isabella Santacroce… L’elenco sarebbe lungo, molto. Ma a questo elenco di autori meritevoli e di più, va accostato un elenco spropositatamente lungo di autori che hanno invece invaso pagine e pagine di scrittura usa e getta. Facendo un rapido quanto approssimativo bilancio, la lista degli scrittori, che semplicemente hanno imbrattato voluminose pile di carta, è numericamente superiore a quella di chi invece ha regalato ai lettori e alla critica pagine indimenticabili di alta letteratura.
Considerazioni queste, solo delle considerazioni, ma che servono a introdurre una letteratura nuova, forte, quella che da almeno quindici anni noi tutti aspettavamo, quella di Leonardo Colombati. Circa un anno fa, Giuseppe Genna urlò - sì, urlò – ‘al capolavoro’: il romanzo di Colombati, “Perceber”, prima che fosse in libreria era già stato detto ‘capolavoro’. Molte perplessità - giustamente - furono avanzate a quei tempi, che tanto remoti non sono: nessuno aveva letto “Perceber”, solo pochissimi fortunati. Un anno è passato, e “Perceber” di Leonardo Colombati è oggi in libreria: il 5 maggio 2005 il capolavoro misterioso è entrato nelle case di critici e semplici lettori. Una data storica, per quanto mi riguarda, ma che dovrebbe riguardare anche tutti voi amanti della letteratura. Un anno fa, o giù di lì, avevo anch’io le mie perplessità che nascevano soprattutto dal fatto che un romanzo non ancora uscito venisse indicato come Capolavoro. Oggi, dopo severa lettura, finalmente, posso asserire che il “Perceber” di Leonardo Colombati è effettivamente un Capolavoro e non un fondo di bottiglia o fumo negli occhi. Ferruccio Parazzoli, sulle colonne di Famiglia Cristiana (12 maggio 2005), scrive: “Avete mai letto un romanzo illeggibile? No? Adesso ne avete l’occasione. La sfida sta proprio qui: leggere Perceber è leggere un romanzo illeggibile. Perché? Che cosa significa illeggibile? Si tratta di un attributo positivo o negativo? Adesso che l’abbiamo fatta, dimentichiamoci la domanda: è vecchia, superata. Di buonsenso, non c’è dubbio, ma superata. Figurarsi che se la posero i primi lettori dell’Ulisse di Joyce, e in molti se la pongono ancora, anche se più tardi, molto più tardi, si capì che il libro era leggibile.”  Molti hanno già visto in “Perceber” un romanzo difficile, se non addirittura impossibile. Ci si è spinti sino al punto di dire,“romanzo sui romanzi, parole sulle parole, labirinti, tutto post: post-romanzo, post-letteratura” (qui). Sorge a questo punto spontaneo il dubbio che alcuni lettori o sono incapaci di comprendere un vero romanzo quando ce l’hanno fra le mani, o solo preferiscono definire “letteratura” quella che infarcisce i giornaletti che certi parrucchieri e dentisti mettono a disposizione dei clienti-pazienti mentre attendono il loro turno per farsi amputare un po’ di capelli o una carie. Io sono convinto che sia sbagliato indicare “Perceber” come un libro difficile. Non è difficile, è invece facile credere che la gente guardi a “Perceber” come a un libro difficile. Il serio problema - gravissimo - per la cultura italiana, anzi per i pochi lettori italiani, è che ormai si è quasi tutti abituati a leggere libelli di poco o nullo significato, il cui contenuto è pari a quello d’un brick di latte andato a male da almeno dieci anni. Ormai se non si parla ai potenziali lettori tramite dei clichè, questi non capiscono né la rava né la fava. Ma non è che con i clichè i lettori capiscano: molto più semplicemente gli si dà la solita solfa a cui sono ben mitridatizzati. Essendo “Perceber” un romanzo che non si basa su dei clichè, allora viene tacciato d’esser difficile.
“Perceber” accoglie una miriade sterminata di personaggi - è un entrare dentro le mura di Roma investigandole da cima a fondo, ma è anche un entrare nei personaggi, infatti questi sono parte integrante della Roma immaginata e descritta da Leonardo Colombati - e allargandoci di Perceber. Ogni personaggio è chiave e serratura in “Perceber”. Personalmente io ho trovato il lavoro di Colombati un gran romanzo - come non se ne leggevano da quindici anni a questa parte. Ma quindici anni fa, i lettori erano più intelligenti e vogliosi di scoprire. Oggi, invece, sono addomesticati a digerire letture insipide e vuote, che non sono neanche paragonabili al Nulla totale e assoluto. Colpa non è solo degli autori che hanno pubblicato libri ridicoli, ma anche di molti editori che si sono impegnati a stampare e a promuovere romanzi che tali non sono.
Che cosa realmente accade in “Perceber”? Accade Tutto e Niente. Dall’intervista a Leonardo Colombati - che trovate qui, e che vi invito caldamente a leggere con matura attenzione:
 
 
Nella Premessa al romanzo, avviso il lettore che la struttura di Perceber mi è stata indispensabile per scrivere, ma non lo è per chi voglia cimentarvisi. Il mio intento originario era quello di comporre un Inferno in cui al posto delle bolgie e dei gironi ci fossero i rioni e i quartieri di Roma. Sopra questa mappa, mi è venuto naturale sovrapporre una “griglia” mutuata dalla Cabala ebraica. La cosmogonia della mistica ebraica è, secondo me, uno dei vertici dell’umana intelligenza. È un sistema bellissimo. Dio, che è tutto, vuole creare. Per farlo deve autolimitarsi per lasciar spazio alla sua creazione. Questa è la fase che Isaac Luria chiama di contrazione. Ed in effetti si può immaginare Dio che trattiene il respiro, tira indentro la pancia, e fa un vuoto. Quando, alla fine, espira, emana delle luci, che progressivamente concorrono a formare il mondo archetipo; un mondo che è emanazione degli attributi divini. Queste luci vengono raccolte in dieci vasi, che s’immaginano disposti in modo che disegnino una figura umana: l’Adamo cosmico. Un Mondo e un Uomo siffatti sarebbero perfetti. Purtroppo accadde che i recipienti dal quarto al nono non resistettero alla sollecitazione della luce di Dio e si ruppero. Parte di quella luce tornò alla Fonte, ma un’altra parte precipitò assieme ai cocci, generando la materia grossolana e il male. Dopo questo evento drammatico, Dio fece un secondo tentativo di irradiare i suoi attributi fuori da sé e ci riuscì (anche se ormai il male era ineludibile). Restava da costruire la realtà naturale. Per far ciò, Dio si serve delle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico. In effetti, il Genesi inizia così: “E Dio disse: ‘Sia la luce’. E la luce fu”. La parola luce esisteva prima di ciò che rappresentava. Ma la faccio breve: se fossi riuscito a sovrapporre la mappa di Roma allo schema cabalistico, avrei fatto di Roma un Mondo, e un Uomo. L’avrei fatta vivere. Così ci ho provato. Niente di particolarmente originale: più o meno la stessa cosa l’ha tentata Joyce nell’Ulisse. ( --- leggi tutta l’intervista a Leonardo Colombati --- )
 
 
Difficile, se non addirittura impossibile, riassumere per intero la trama di “Perceber” in poche righe. Tutto ha inizio a Roma il 6 luglio del 2000 a mezzogiorno in viale Trastevere. Un uomo, uno dei tanti, attraversando la strada viene travolto da un tram che gli trancia di netto la gamba destra; ad assistere alla scena un giornalista, Giovanni Migliore, Luigi Dodo, un giovane medico assillato da incubi - che potremmo dire gemellari -, e Antonio Baldini, un avvocato in pensione che definire eclettico sarebbe  imperdonabile atto di superficialità in quanto ha ben più d’una rotella fuori posto. Baldini, da tempo, nutre in seno l’idea d’un fantomatico Piano che dovrebbe agire sull’Urbe per renderla corpo vivo, nel tentativo (forse) di cambiarla dalle fondamenta.
L’uomo viene portato d’urgenza in ospedale: sopravvive e riprende la sua attività di sempre, quella sedentaria. In fin dei conti, apparentemente, l’amputazione subita dallo sfortunato non ha cambiato niente di niente né in Roma né nella vita dell’amputato: ma la gamba, misteriosamente, sparisce dal cimitero dov’era stata sepolta e di colpo i tre testimoni diventano degli indagati. Nell’intanto Baldini, a cavallo della sua motocicletta - un vecchio motorino Benelli -, tenta di dar corpo al suo Piano, venendo a contatto con la mafia cinese ma soprattutto con il mistero di Perceber, piccola cittadina portuale spagnola. Perceber è una cittadina a dir poco strana, difatti a partire dal XVI secolo gli abitanti non possono fare a meno di parlare in continuazione senza riuscire a posare un