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IL SOGNO DI ANDROMEDA

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, luglio 31, 2005


Andromeda - Gustave Doré

 

† Il Sogno di Andromeda
 
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 


 
 
COSI’ BUFFI, COSI’ TENERI
 
 
alla Bella Scrittura
di Isabella Santacroce
 
 
E il sole dà addosso al sole
E la tua anima sulla mia
Chiedimi perché in silenzio
e dammi al cielo, al cielo
 
Alza la testa, ho voglia di vederti
Lega le mie mani alle tue e non un fiato,
perché contro il sole c’è soltanto il sole
Così dammi al cielo, al cielo, in alto
 
Uomini costruiscono in alto
Precipitano in basso, si seppelliscono
per sempre - sempre per sempre
Così buffi! Così teneri! Non trovi?
 
Uomini sotto agli uomini
Mattoni su mattoni - su nevralgie e nostalgie
C’è una svendita totale alle Porte del Paradiso
Anime in saldo, mai salve, sempre più in basso
Così buffi! Così teneri! Non trovi?
 
Mi vuoi vedere stasera, mi puoi capire
Porterò il mio corpo nudo e nero
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
Non abbiamo scelta o sì, che te ne farai di me…?
 
E il sole addosso
E la tua anima
Così perdutamente soli
In saldo no, pure noi no!
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
In un singolo momento della tua vita
Dammi al cielo, dammi alla fantasia di dio
E uccidila con il tuo nudo corpo sul mio
Uccidila con il tuo corpo di sole, uccidila!
 
Così buffi! Così teneri! Non trovi?
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
 
Così buffi! Così teneri! Non trovi?
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
 
Solo alzare la testa, ho voglia di vederti
Solo stringere le mie mani e non un perché
Non è molto, non è poco, ma dammi via
se capisci che sono diverso da come mi sai
Dammi al cielo, dammi alla fantasia di dio
E uccidila con il tuo nudo corpo sul mio
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
Uccidila con il tuo corpo di sole, uccidila!
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
 
Così perdutamente soli (Dammi, dammi via)
In saldo no, pure noi no! (Dammi, dammi via)
 
Mi vuoi vedere stasera, mi puoi capire
Porterò il mio corpo nudo e nero
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
Non abbiamo scelta o sì, che te ne farai di me…?
 
Così perdutamente soli (Dammi, dammi via)
In saldo no, pure noi no! (Dammi, dammi via)
 
Così buffi! Così teneri! Non trovi?
(Se capisci che sono diverso da come mi sai)
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
 
…e poi una croce su, una su, senza pietà
con il tuo corpo di sole, una su sarà abbastanza
 
Così buffi! Così teneri! Non trovi?
(Dammi al cielo, dammi alla fantasia di dio)
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
 
…e poi una croce su, una su, senza pietà
con il tuo corpo di sole, una su sarà abbastanza
 
Così buffi! Così teneri! Non trovi?
(Uccidila con il tuo corpo di sole, uccidila!)
(Dammi, dammi al cielo) (Dammi, dammi via)
 
Così buffi! Così teneri! Non trovi?
Solo per uccidere dio, ma il tuo nudo corpo sul mio
Così dammi, dammi al cielo, fammi alto - lontano
 
…e poi una croce su, una su, senza pietà
con il tuo corpo di sole, una su sarà abbastanza
 
…perché contro il sole c’è soltanto il sole
una su sarà abbastanza…
 
 
 
 
 
DI CHI LA VANITA’?
 
 
a Giada Zenardi,
che questa Vanità
m’ha ispirato nell’alma
 
 
E a chi sarà mai dedicata
questa poesia qui incastonata,
così simile a un gioiello di pioggia,
di salse lagrime e di sorrisi sotto
la Luna?
 
Oh, quanti riflessi sulle pozzanghere,
quanti non sono in grado di dire
- di ridere
 
Però, a chiunque sia dedicata
dev’essere, per forza di cose,
una persona con una bella faccia tosta
- con un un’energica passione
che proprio non gli riesce
di domare né a mane né a sera.
E io che son presuntuoso assai,
mi penso scrittore e borderline pure,
così ci leggo i segni miei,
anche se la maglietta che era ieri
addosso a me
oggi s’è ristretta e non mi scivola più bene
come un guanto e una sfida al cielo gittata
 
Mi spoglio, mostro il petto
e lo porto all’attenzione della gente,
perché possa vedere coi suoi propri occhi
che razza di uomo sono, non bello
ma sicuramente pieno di peli sullo stomaco
 
Si spengono come fanali nella notte
gli occhi dei passanti: non hanno gusto
se non per la bellezza di un Adone
mitizzato ma morto e sepolto
 
Non chiudo i miei, di occhi
Sono abituato così,
perché la verità è sotto agli occhi
di chi la sa vedere senza mai
lasciarsi incantare dagli sbalzi
di umore della Luna in cielo alta
 
Oh, quanti riflessi sulle pozzanghere,
quanti non sono in grado di riderli
Ma una smorfia sincera ancora la posso,
mentre in cerca del mio amore
mi continuo a tentare per il domani
 
 
 
 
 
ZINGARELLA D’AMORE
 
 
a BB2004,
che è Barbara,
che è Zingarella d’amore
 
 
Zingarella, Zingarella,
d’amore sei tanto bella
Come Andromeda ti perderai
Mai io qui ti legherò
dove i flutti vengono incessanti
 
C’è un cielo al collasso,
tutte le stelle piangono
stelle
E io qui ad aspettarti
inutilmente
E si muove il mare in tempesta
e alza schiumanti onde al cielo
 
Zingarella, Zingarella,
d’amore mi perderò per te
 - contro il cielo tutta la mia voce
impotente
ma uguale a un crimine d’infinito
 
Per la tua bellezza
la mia vita la perderò
completamente
legandomi al tuo desio di libertà
 
Oh, mia sola piccola Zingarella,
Zingarella d’amore, tu così bella
 
 
 
 
 
QUESTA SERA GLI AMICI
 
 
Questa sera gli amici non verranno
Hanno cose più importanti da fare
C’è chi ha preso un impegno con dio
e chi invece con la tosse del fumatore
C’è poi chi ha da tempo sequestrato
la tosse dello stupratore in corsa
Stasera gli amici non si faranno vivi
 
Questa sera gli amici non diranno
né un tormento né un asso nella manica
Sono tutti lontani, persi a rincorrersi
in una fola sfiatata dal culo dell’inferno
Già!, stasera gli amici non si faranno vivi
e non tortureranno il gatto a nove code
che amo come la mia stessa vita
 
 
 
 
 
VAMPIRA
 
 
a Chatterly,
My Immortal Muse
 
 
Bambina, sei pazza,
completamente bellezza
Non te l’ha mai detto nessuno
ma sei vampira come me
 
Lo sai che è tutto intorno a te
l’amore di cui hai bisogno
E’ nella tua bocca,
lo posso ancora sentire
il tuo alito benedetto
 
Che mi dici della vita?
Che mi dici della fede?
Che mi dici della speranza?
 
Non sono una ragazza cattolica
Ma credo nell’Occhio di Dio
 
E’ così alla moda!
 
Cosa aspetti? Prendi le mie mani
e guidami lontano, guidami fino a casa
dove c’è speranza e un’alba nuova
Ci consumeremo insieme, insieme
 
Sfiorami le mani, con l’anima:
c’è raccolto tutto il mio amore
Sfiorami la fragilità, col cuore:
c’è raccolto tutto il mio coraggio
 
E’ così alla moda!
 
E amami così,
amami fino alla fine del mondo
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 02:36 | poesia | clicca per commentare commenti (14)



ANIME SALVE, ROMANZO IN PROGRESS - CAP. IV

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, luglio 29, 2005


Anime Salve, un romanzo in progress di Giuseppe Iannozzi


 

ANIME SALVE
 



CAP. IV


 
di GIUSEPPE IANNOZZI
 
 
 
 




______________________________________________
 

Avvertenza:

 

Questo è un romanzo in progress, una bozza. Lo pubblicherò a puntate su questo blog, ovviamente solo se qualche lettore si dimostrerà interessato, altrimenti tornerà nel nulla, che è poi il luogo che più gli conviene.


Info essenziali

indice di affidabilità: 6 (forse sono stato troppo generoso con me stesso)

stato: bozza passibile di drastiche modifiche

 

Giuseppe Iannozzi


CREDITS:


>>>
Un grazie particolare, di tutto cuore, all'Amico TRESPOLO (LA TESTA DELL'ACQUA)
, che ha individuato con pazienza certosina alcuni refusi nei capitoli sino a oggi qui postati.
I refusi sono stati oggi corretti su tutti e quattro i capitoli.
(Torino, 30 luglio 2005)

Come segnalato nell'Avvertenza, il romanzo è in fase di bozza e qualche refuso può scappare al mio vigile occhio, ma è anche grazie ad Amici come TRESPOLO che il romanzo in progress, "ANIME SALVE", diventa, giorno dopo giorno, se non perfetto, almeno pienamente leggibile, forse godibile. 

Giuseppe Iannozzi <<<



LEGGI ANCHE

IL PROLOGO
IL PRIMO CAPITOLO
IL SECONDO CAPITOLO

IL TERZO CAPITOLO



______________________________________________

 

 
 
4. STORIE DI ORDINARIA FOLLIA
 
 
Dopo la storiaccia con Faccia di Tolla, non ho fatto molta strada, nel senso che mi sono sempre trovato a dover fare i conti con gentaglia simile, almeno per buona parte della mia vita. Gli anni Ottanta, culi e tette in TV a parte, sono stati un disastro non solo per me, ma per tutti. Sentivo parlare della crisi del settore automobilistico e che i cassintegrati erano ai ferri corti coi padroni e che i sindacati non sapevano più che pesci prendere, perché se continuava l’insoddisfazione l’Italia sarebbe insorta di brutto. Di fatto non accadde: la guerra civile non c’è stata, gli italiani sono stati rabboniti con altri culi e tette virtuali e la disoccupazione ha continuato a crescere in modo esponenziale al numero di reggiseno delle maggiorate sempre più puttane in TV.
Nell’Ottantacinque avevo più o meno vent’anni, perché la mia data di nascita non l’ho mai saputa con precisione; comunque non è poi molto importante, può darsi che fossi più giovane o più vecchio, però io mi sentivo come un vecchio stanco d’esser vecchio. Anch’io, come tanti altri, ho cercato di trovarmi un posto in fabbrica, foss’anche per un paio di mesi soltanto, giusto il tempo di raggranellare un po’ di spicci, ma di fare l’operaio manco a parlarne. Dovunque mi proponessi non mi chiedevano neanche il nome, il che ha tolto molti dall’imbarazzo di scoprire che io non ho avuto mai una identità anagrafica ma solo una biologica e forse neanche quella perché un bastardo è un bastardo e non gode di una identità, men che meno di una fittizia. Comunque, per natura, non sarei mai stato capace di stare sotto padrone: se mai avessi trovato un’occupazione in fabbrica, sarebbe andata a finire male o per me o per i miei aguzzini. Così, alla fine, per racimolare un po’ di grana prima che la vita mi desse il giro di vite, mi sono risolto a continuare portando avanti la sana abitudine d’esser ladro dove potevo e anche dove no. Ma anche l’arte del ladro negli anni Ottanta era poco redditizia per quelli come me: la crisi aveva investito un po’ tutti e non c’era davvero di che stare allegri. Una volta ho strappato con tocco di velluto un portamonete ad un tizio che dall’aspetto pareva proprio un signorotto; e la mia sorpresa è stata non poca cosa quando l’ho aperto e dentro c’ho trovato un paio di monete da cinquanta lire, la foto della famiglia e un assegno di disoccupazione che ovviamente non potevo riscuotere. Mi sono sentito di merda e un merda. E’ proprio vero che l’abito non fa il monaco. Si può dire che per buona parte degli anni Ottanta la mia attività di ladro per sopravvivere si ridusse al minimo se non a niente. Volente o nolente, sono stato costretto ad accettare un posto come lavapiatti in un ristorante cinese dove il puzzo di pesce era infernale e dove i musi gialli mi davano addosso con risi di scherno indecifrabili. La notte dormivo dove capitava, il più delle volte alla stazione: mi sfilavo le scarpe e le usavo come cuscino, perché se non avessi fatto così, mentre dormivo con un occhio aperto e l’altro chiuso, avrei corso il rischio che un morto di fame come o peggio di me mi spogliasse di tutto, pure della vita. Per coperta avevo tutti i giornali che volevo e la stazione non era avara di mozziconi di sigaretta di tutte le marche, il problema era solo accenderli. E a me di chiedere il fuoco a qualcuno proprio non andava giù. Comunque dormire all’aperto non m’ha mai disturbato, anzi è sempre stato il meglio per me. Ricordo che quand’ero nella comunità degli anarchici dormire nel camper mi dava fastidio non poco, perché mi sembrava proprio d’esser stato cacciato dentro a una prigione.
M’ero stabilito nella periferia genovese e il mare si sentiva lontano un miglio che c’era insieme a grida e pestaggi vari. Coi musi gialli non c’era giorno che non si litigasse: o erano loro ad attaccare briga o ero io che m’ero alzato colla luna storta. Per fortuna, o sfortuna, le nostre differenti lingue non ci davano modo di capire con sicurezza cosa pensassimo e cosa ci si diceva alle spalle o in piena faccia. Ma non per questo non siamo venuti alle mani, anzi. Però i cinesi avevano un loro codice d’onore anche quando ti prendevano per il culo: con loro non ho mai provato il desiderio, o meglio la necessità, di suonargliele di santa ragione, perché una volta che ci si batteva corpo a corpo, il giorno dopo l’avversario era un altro muso giallo. Una volta che li pestavi tutti e tutti avevano pestato o tentato di, allora i conti si potevano dire pari e si riusciva persino a convivere in pace. Solo in un’occasione che mi sono rifiutato di fare lo straordinario, un cinese mezzo pazzo m’ha minacciato col coltello: non avrebbe mai dovuto farlo, perché poco c’è mancato che glielo piantassi nella gola. Il muso giallo m’è diventato bianco come un cencio e non c’ha mai più riprovato a chiedermi di fare gli straordinari. Ho tenuto il posto di lavapiatti per poco più d’un mese, di più non ce l’ho fatta: lavare i piatti degli altri è già umiliante, figurarsi per uno spirito libero come me. Ho preso il magro stipendio in nero e non mi sono mai fatto più rivedere da quelle parti.
Decisi che era il caso che me ne andassi a fare un po’ di turismo sessuale, ma prima volevo togliermi uno sfizio. Con Francesco, a Bologna, avevo avuto la mia prima lezione di storia e di Genova non sapevo un cazzo. Quindi decisi che forse era il caso di prendere delle informazioni. In biblioteca non ci potevo andare: uno come me non si è mai potuto permettere una tessera per prendere dei libri in prestito dalle biblioteche comunali. Decisi che la cosa migliore da fare era trovare una libreria, entrare, trovare un libro su Genova e piluccare qualche notiziola giusto per, nulla di più. E così feci. Mi cacciai in una libreria, in una di quelle grosse e mi nascosi dietro a uno scaffale con in mano una guida del Touring Club. Il libro mi pesava fra le mani, sapeva di roba patinata, comunque presi a leggere velocemente saltando parecchie pagine. “…chiusa tra la fascia costiera e le colline retrostanti, si incunea nelle valli del Polcevera e del Bisagno. Genova è il principale porto italiano, uno dei maggiori del Mediterraneo; Centro industriale… settori siderurgico, cantieristico, meccanico, chimico, petrolchimico, alimentare; attività terziarie di tipo amministrativo, finanziario, assicurativo, amatoriale…. Genova fu distrutta nel 205 a.C. da Magone, fratello di Annibale, perché alleata di Roma e poi ricostruita come città federata al tempo di Cesare, per diventare il principale porto della Gallia Cisalpina… Subì il dominio bizantino, quello longobardo e franco… Durante il regno di Berengario II (958), le vennero concesse importanti privilegi… fu inglobata nella marca Obertenga e come porto commerciale conobbe il massimo splendore. Si adoperò in favore delle truppe normanne e durante la 1ª crociata del 1099, ottenne possessi e concessioni ad Antiochia, Giaffa, Cesarea, Gerusalemme e San Giovanni d’Acri… contrasti con Pisa e Venezia… Alleata della chiesa contro Federico II (1238), fu sconvolta dalle lotte tra guelfi e ghibellini fino alla conquista da parte di Carlo VI di Francia (1401). Sottoposta alle dominazioni dei marchesi di Monferrato (1409-13), dei Visconti (1421) e di Francesco Sforza (1463), tornò alla Francia nel 1507 sotto Luigi XII. Interessata nella guerra franco-spagnola (1463), venne saccheggiata dalle truppe di Carlo V (1522)… Conquistata (1528) da Andrea Doria al servizio della Spagna, divenne indipendente grazie alla convenzione di Madrid (1528). Fino al 1630 fu centro dei traffici della Spagna verso l’area lombarda e l’Europa centrale; tuttavia la decadenza spagnola spinse Genova a chiedere l’aiuto francese contro le mire espansionistiche asburgiche e sabaude. Genova fece anche parte dell’impero napoleonico, con il congresso di Vienna, nel 1815 fu assegnata al regno di Savoia.” Una vera noia: non era la storia della città, era la sua carta di identità. “Città ricca di edifici medievali… Cattedrale di S. Lorenzo (1118-1522), chiese romaniche dei S. Cosma e Damiano, S. Maria di Castello, S. Stefano, S. Donato, S. Bartolomeo della Costa, S. Salvatore (tutte sec. X-XII); complesso romanico-gotico di S. Giovanni di Pré (sec. XII-XIV); chiese di S. Maria Assunta in Carignano (1552), del Gesù (1589-1606) della SS. Annunziata (1591-162°)….” Basta, non volevo saperne di più: quello che avevo memorizzato malamente mi bastava e m’avanzava pure. Sgattaiolai via dalla libreria, mentre una commessa, ne sono sicuro, ha continuato a guardarmi in tralice finché non sono scomparso dalla sua vista. Ero incazzato marcio. Troppe nozioni: forse ha fatto bene lo zio a non mandarmi mai a scuola. Una curiosità è una curiosità, è legittima quando ti trovi a vivere una città che non conosci, ma le guide sono così mortalmente noiose che tolgono qualsiasi voglia di sprecare il tempo a farti una cultura. Comunque non ci pensai più a Genova e pensai alle sue puttane. E via Pré, da quello che avevo sentito in giro, era il posto adatto per scopare una bocca di rosa.
In tasca qualcosa come duecento sacchi, ma forse erano di meno, non ricordo con precisione. Insomma non ero ricco, non ero povero in canna, a dirla tutta non ero niente e tanto fa. Mi sputtanai cinquanta sacchi a puttane e non li rimpiansi affatto: le genovesi sono calde e per natura affabili anche cogli spiantati. Le migliori scopate me le sono fatte a Genova, un porto per uomini di mare e di terra. Quando uno c’ha i coglioni gonfi, li deve pur scaricare o rischia d’impazzire. Le puttane genovesi erano tutte Bocca di Rosa, persino i ridicoli travestiti avevano la loro dignità e se avessi avuto il vizio, probabilmente, mi sarei trovato bene a letto anche con loro.
Continuai a dormire alla stazione e non uno che m’abbia sfiorato. Mi lasciai crescere la zazzera e la barba: sono sempre stato orgoglioso della mia chioma corvina dai riflessi metallici ed è stato un brutto colpo davvero scoprire oggi che sono quasi grigio. La chioma è stata la mia sola vanità giovanile.
Una notte, in stazione mi sono fatto una delle più belle scopate della mia vita: saranno state circa le due e dall’ultimo treno in arrivo da non-so-dove smonta una gran tocco di femmina tutta impellicciata. La notte m’è stata complice: gli occhi verdi di lei cercavano qualcuno che evidentemente non c’era e lei era piccata e sul punto di mettersi a piangere. E’ venuta a sedersi proprio accanto a me, così, senza pensarci. Ci siamo guardati e ci siamo capiti: due estrazioni sociali diverse, opposte, impossibili da far convivere, eppure in quell’occasione ci siamo incontrati. Eravamo entrambi soli e smaniosi così come possono esserlo solo i senzapatria. S’è infilata nella toilette delle Signore lasciando la porta aperta: non mi sono fatto pregare, l’ho seguita dopo neanche un minuto e me la sono fatta in piedi senza dire una parola e senza che lei dicesse un ma. L’abbiamo fatto come due animali e come due animali ci siamo allontanati entrambi disgustati per quello che avevamo consumato in un momento di complicità antropologica. Di Occhi Verdi ho conservato per un giorno intero le mutandine, poi le ho affidate alle onde del mare perché era giusto che così fosse. Ho sperato che un marinaio perso nel mare del mondo le raccogliesse per leggerle come una poesia di fratellanza. Oggi una cosa del genere non mi capiterebbe più, ma è stato bello che almeno una volta sia accaduto sul serio. Dopo quella gran femmina, ho avuto solo battone di terza classe e locandiere chiatte per quasi tutti i rimanenti anni Ottanta.
I magri fondi di cui disponevo fecero presto ad esaurirsi e senza il becco d’un quattrino Genova sapeva essere davvero dura. Avrei potuto darmi allo spaccio, fare il pusher o il magnaccia, le occasioni non mi sono mancate, ma non ho fatto niente di tutto questo perché io ho la mia legge.
Via Pré è la strada che dà il nome a uno dei quartieri più noti e caratteristici della città antica di Genova, ma è anche la zona a più stretto contatto col porto, un ritrovo di umanità selvaggia, tribale, delinquente, eppure tanto tanto vitale. Via Pré si snoda fra vicoli stretti e fatiscenti sui quali si aprono boudoir all’aperto e portoncini che danno accesso a scale ripidissime che raggiungono o appartamenti di  magnaccia o di puttane o di vecchie massaie un tempo puttane. E’ una via che vede un’edilizia essenziale: piccoli negozi e bancarelle per il commercio popolare, loschi individui nascosti negli angoli, odor di sangue che sta  per essere versato e un puzzo di figa andata a male caratterizzano la strada.  
In un localaccio di via Pré m’è capitato d’incontrare un tizio pelato come una zucca e un occhio solo che senza manco sincerarsi della mia identità subito m’ha proposto d’entrare a far parte dei suoi ragazzi. Aveva una faccia da vero figlio di puttana, insomma era uno di quelli che ti cacciano il coltello nella panza al minimo sgarro, ma ho rifiutato: l’unico occhio gl’è schizzato fuori dall’orbita e poco c’è mancato che mi passasse da parte a parte con il coltellaccio che teneva legato alla vita e che non si preoccupava di mascherare. Quella volta me la sono vista davvero brutta: se avesse sfoderato l’arma, oggi o sarei storpio o non starei qui a raccontarvelo. Il fatto è che con quel bravo io ne sarei uscito malmesso: certe cose uno le sa. E’ stato puro culo uscirne intatto e a testa alta. Non so perché, ma ho l’impressione che quel tizio un po’ paura di me ce l’avesse, non molta, davvero poca cosa, ma doveva aver capito con che razza di elemento s’era messo a trattare. Se ci fosse scappata la rissa, io avrei perso, ma forse lui si sarebbe portato a casa un’altra cicatrice; e quel tizio doveva essere stufo di cicatrici dentro e fuori, quasi nessuna rimarginata e quasi tutte suppuranti, simili a stigmate maledette, quelle che solo la strada sa produrre in un uomo o animale che sia.
Ho attraversato giorni di merda, non saprei definirli altrimenti. Genova è un circolo vizioso di strade o in su o in giù, e tu non sai mai dove cazzo ti sei cacciato. Poi, io non c’ho mai avuto memoria per le strade, per le città: non m’ha mai interessato l’urbanistica, perché ho sempre dato più importanza agli uomini che abitano le strade, poco o nulla ai loro nomi. Le strade sono uguali da tutte le parti: in alcuni dove sono meno incasinate di Genova, in altri dove sono così così, e poi le città moderne sono un labirinto di strade che rincorrono altre strade. Figuratevi che bello vivere per ricordare i nomi delle strade! Tempo buttato via. Fatto sta che non avendo il becco d’un quattrino, ho speso giorni e giorni a mordermi le unghie e a dormire in stazione. La stazione mi piaceva, il porto non lo potevo soffrire. Ma la stazione, ragazzi! Volete mettere il fascino d’un treno con quello che ti può dare una nave che attracca? No, è impossibile. Un treno è un cavallo di ferro, schietto nel suo cuore di binari e incroci, insomma è ferro che cammina grazie alle sue cazzo di ruote, non so se mi sono spiegato. Comunque la stazione m’ha dato più di quanto m’abbia mai dato un singolo uomo o donna; una volta ho trovato un quaderno mezzo usato e l’ho usato per scriverci sopra delle mie cose, penso che fossero poesie, o almeno qualcosa che ci andava molto vicino. Le ho tenute con me giusto il tempo di scriverle per poi dimenticarle chissà dove, forse in qualche sala d’attesa, forse le ho regalate a qualche puttana nella speranza di far colpo. Ricordo solo un paio di versi di quel tempo:
 
Cinico, sbagliato!
Grezzo, di carne fatto
di me vado matto.
Mai tenero, in agguato:
uomo, donna, le strade e io,
e io, altro non conta, Dio!
 
Mi sembra che i versi fossero più o meno così: è passato tanto di quel tempo! Ogni tanto prendevo la Bibbia: l’avevo ridotta male, una vera porcheria, e per questo mi piaceva. Non ho mai pensato a Mira, tranne per il fatto che m’avrebbe fatto comodo averla accanto per calmare almeno i morsi della carne. Non sono un sentimentale su queste cose: se uno si caccia la testa nel romanticismo rischia d’affogarci e un uomo merita di più d’un ricordo o stronzate simili. A quel tempo pensavo ancora che qualcosa per me il futuro… Non ha fatto niente per me il futuro: ha solo dato sfogo a se stesso e m’ha preso dentro fino a farmi disegnare croci dentro ai lividi dei miei sogni, quelli in cui un tempo credevo.
Leggevo tutta la pubblicità che mi capitava a tiro e poi la strappavo dai luoghi di affissione: la usavo per imbottirmi la camicia e ripararmi dal freddo. Una notte ho avuto la fortuna di trovare un pastrano nero, da donna: l’ho raccattato, ho strappato via i bottoni, l’ho sporcato un po’ tanto e ne ho fatto un capo che mi calzava a pennello. Avevo ancora lo stomaco vuoto, ma se non altro non sentivo poi troppo freddo. Ho fatto fuori gli spiccioli elemosinati nelle chiese, ma non ne potevo mai raggranellare abbastanza per abbandonare la città, questo lo sapevo bene. Le giornate e le notti passavano e io rimanevo a dormire in stazione: un paio di volte c’hanno tentato a cacciarmi via, ma dopo un paio di parole quel vecchio coglione del capostazione ha desistito e manco ha detto nulla alla polizia ferroviaria.
Poi la botta di culo, così all’improvviso: un cinquantenne né pappa né ciccia m’avvicina e mi squadra da capo a piedi. Gli stavo già per rifilare un cazzotto in faccia, quando questi mi dice: “Avrei un lavoro per te!”
“Io non sto sotto padrone.”
“Nessun padrone. Il padrone sarai tu. Ti interessa?”
Avevo bisogno di soldi e se le cose stavano veramente come quello lì mi stava dicendo a me poteva stare bene, così stetti ad ascoltarlo.
“Si tratterebbe di fare il voyeur”, biascicò lo sconosciuto come se mi stesse dicendo la cosa più normale del mondo. “Sì, lo spione. Hai capito bene, amico. Io e mia moglie vorremmo che uno sconosciuto ci spiasse mentre scopiamo. Ci eccita, o almeno fa bene a lei, perché se no non riesce a venire. Capisci?”
Stavo per mettermi a ridere, ma non l’ho fatto.
“Allora?” Il tipo era ansioso.
“Come ti chiami. Il nome, intendo, solo quello, niente di più.”
“Jacob.”
“Uhm, Jacob. Ebreo?”
“Ha importanza?”
“No, non ne ha.”
“Prendi questo.” Era il suo biglietto da visita, c’era pure il cognome, ma non lo ricordo, forse perché non mi sono mai preoccupato di leggerlo per intero. A me bastava l’indirizzo e il nome: l’affare per me andava fatto così.
“Allora l’affare è fatto.” Fece per stringermi la mano, ma raccolse solo un mio sputo catarroso. Jacob non ha fatto storie, s’è stropicciato il palmo della mano sul tessuto del pantalone e per lui era tutto a posto. “Domani sera, alle 21:00” Non ha aggiunto altro.
Gli ho gridato dietro: “Mi devi pagare bene!”
Non ha fatto una piega: era chiaro che avrebbe sganciato tutto quello che gli avrei chiesto.
Mi son presentato a casa S********* alle 21:00 in punto: alla porta è venuto Jacob, mi ha fatto cenno di seguirlo, e m’ha sistemato all’interno d’una camera apparentemente scura.
“Stai qui dentro…”
“Matteo, mi chiamo Matteo.”
“Sì, giusto, Matteo. Lì c’è un buco, alla parete, un occhio, chiamalo come cazzo vuoi… Metti l’occhio lì e guardaci.” Era chiaro come l’olio.
Jacob ha chiuso la porta e se n’è andato: due minuti dopo era nella camera da letto nudo come un verme sopra la moglie, una mezza damigiana ossigenata che mugolava come una tigre in calore. Lo spettacolo era disgustoso: erano due vecchi che per eccitarsi avevano bisogno di qualcuno che li spiasse. Ho avuto la tentazione d’addormentarmi per poi dire che li avevo spiati per tutto il tempo, ma non l’ho fatto: sono rimasto con l’occhio incollato all’occhio e dopo un paio d’ore Jacob è tornato da me.
“E’ stato magnifico.” M’ha sganciato un centone e m’ha detto di tornare la sera appresso, alla stessa ora. Sono andato a casa di Jacob per sette sere di fila senza problemi e ogni volta per me era un centone. Alla faccia della crisi industriale! L’ottava volta che sono stato a casa sua, Jacob pretendeva che si facesse una cosa un po’ particolare: ho guardato la moglie, poi lui, e mi sono domandato chi dei due mi dovevo fare. Jacob deve aver intuito il mio imbarazzo: “No, non me. Linda. Io starò semplicemente a guardarvi mentre lo fate.” Ho scosso la testa, poi mi son detto: ‘Che cazzo! Un buco vale l’altro!’ Così mi sono fatto Linda mentre Jacob si masturbava come un ossesso. Filava tutto liscio, ma ad un certo punto Jacob ha cominciato ad ansimare troppo affannosamente: stava per avere un infarto. Ormai il danno era fatto. Ho lasciato Linda sul letto tutta bagnata di me, di sé e di lagrime e mi sono infilato i pantaloni. Per Jacob non c’era nulla che potessi fare. Se n’è andato col sorriso sulla bocca: forse era questa la morte che voleva. Quella sera non ho preso soldi, me ne sono andato punto e basta. In casa S********* dev’esser arrivata un’ambulanza, ma la signora non ha chiamato la polizia, questo lo so perché ho spiato la casa per una mezz’ora buona. Tutto liscio. In tasca settecento sacchi, più che sufficienti per sgommare e lasciare la città.
Alla stazione mi sono stipato nel primo vagone postale e lì sono stato per tutto la durata del viaggio: non mi sono preoccupato di conoscere la destinazione, per me non aveva importanza. Una volta nascosto fra i sacchi della posta mi sono sentito felice come una pasqua e mi sono addormentato come da tempo non m’accadeva: il rollio del treno e lo sferragliare delle ruote sui binari m’hanno cantato la ninnananna.
 
[continua]
 

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GUERNICA CELESTE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, luglio 27, 2005



 


Guernica Celeste
 
 

 

di Giuseppe Iannozzi
 
 
Special Guest: Mia Hoffmann
 




 
GUERNICA CELESTE
 
 
Non c’è niente da fare,
il mio culetto non è più quello di vent’anni fa,
inutile prendersi per il culo
Però tu vieni lo stesso, Bambina dispettosa
Vieni a farmi sentire com’è duro il tuo amore
Vieni a farmi provare com’è bello il tuo amore
Vieni, vieni, vieni a farmi sentire la lunghezza
dell’amore, vieni Bambina, porta il tuo amore
 
Vieni, la morte verrà di sicuro e avrà i tuoi occhi
Vieni, lei verrà a muso duro e avrà la tua lingerie
Sì, lo so, lo so che in cielo suonano le trombe
Sì, lo so, lo so che c’è quel gioco d’impiccagioni
che a te piace tanto - oh, nuvole su nuvole
a montarsi in forme come in una Guernica Celeste
 
Lo champagne che mi rovesciasti in testa
mi piange negli occhi - è perché non so dimenticarti
 
Da quando mi hai lasciato ho un chiodo fisso,
una camera dove “partenze e arrivi” non cessano
Da quando mi hai detto cane lasciandomi da solo
non ho fatto altro che cercare un buco a buon prezzo
Ma non c’è niente da fare, il mio culetto non è più
quello di vent’anni fa… non è più quello,
non è più quello di vent’anni fa, anche se fa
la sua porca figura, ma non è più come con te
 
Lo champagne che mi rovesciasti in testa
mi ubriaca gli occhi - è perché non so perdonarti
Però tu vieni lo stesso, Bambina dispettosa
 
Vieni a farmi sentire dal vivo com’è duro il tuo amore
Vieni, la morte verrà di sicuro e avrà occhi di angelo
Vieni a farmi provare dal vivo com’è bello il tuo amore
Vieni, lei verrà fra un momento e avrà la tua lingerie
Vieni, vieni, vieni a mostrarmi tutta la bellezza celeste
dell’amore, vieni Bambina, porta il tuo cuore impietoso
Vieni, vieni, vieni e porta tutto il tuo amore, tutto
 
 
 
 
 
MI CHIEDONO PERCHE’
 
 
Mi chiedono perché scrivo
Rispondo che m’annoio
e che non ho tempo per le carie
Mi chiedono sempre
cacciandomi parole in bocca
che non sono le mie
Mi fanno ridere ma non di gusto
Provo un po’ di pena per la loro voce
che di là dai margini s’alza prepotente
ma soltanto per perdersi nel vuoto
d’un quadretto di carta da cesso
 
L’altro giorno andavo per la mia strada
e uno mi si fa dappresso e mi fa sesso!
come se fosse così semplice su due piedi
Gli ho risposto che era troppo basso,
ma quello niente, insisteva, ed allora
sono stato costretto a strappargli la lingua
con le mie proprie mani
 
Mi chiedono perché scrivo
Rispondo che la bocca la uso poco
per parlare, perché preferisco strappare
le malelingue
che attentano al mio sedere
 
 
 
 
 
MI CHIEDONO PERCHE’
(reprise)
 
 
Mi chiedono perché,
io
perché vado a donne
Rispondo
che non m’annoiano
perché
qualcosa di mio
in bocca lo prendono sempre
per amore delle parole
o del seme da sputare
 
Le donne mi chiedono perché,
con le mani bene in vista in alto
come in preghiera,
a bocca aperta
Perché sono uno sporcaccione:
per me un buco vale l’altro
su questo materasso di scarafaggi
e di miracoli
 
 
 
 
 
SULLE EMORROIDI
 
 
qualcuno m’interroga:
“se faccio sesso anale,
cioè se me lo prendo proprio lì
in culo e c’ho le emorroidi,
delle precauzioni? sì, ma quali?”
 
amico, ti dirò sinceramente
“un mio amico c’è rimasto
con le emorroidi, e quello
che gliel’ha messo dentro
adesso piange rossi fiumi
di lagrime; e niente più
amante, allarme o vaselina!”
 
 
 
 
 
SCHELETRI E OSPITI
 
 
Gli scheletri nell’armadio dopo tre giorni puzzano di cadavere: in pratica sono assai simili, se non addirittura del tutto uguali, agli ospiti - ai sospetti. 
 
 
 
 
 
IL SILENZIO DELLA MORTE
 
 
Straniero in terra
di consumata guerra
conto delle stelle gli anni,
la lontananza che da loro
mi separa
Quante invalide notti qui
ad aspettare speranza
mentre cadevano uomini
e tutto l’intorno si faceva
spazio di fantasmi
e di mute voci,
non oso confessare
all’alma mia ora piagata
su questa vuota spiaggia
 
S’alza stanco il mio navigatore
e mi dice di Chi oggi così muto
Ma basta un mio vago gesto,
un cenno del capo appena
perché tosto si dissolva
per congiungersi alla mutezza
che è sovra ogni corpo abbandonato
orrendamente straziato
 
Oh, quanti sono così esposti al cielo,
nudi nella morte
e non raccolti in cristiana sepoltura
E le mosche a divorare quei volti
che in vita mi diedero voce d’amicizia
sotto gli sguardi prepotenti del sole
 
Di facile morte,
chi oggi Unico Sopravvissuto
per sua disgrazia, non muore;
ma l’astuto imperfetto silenzio
piano lo consuma in atroce pazzia
tra il ronzio incessante delle mosche
 
 
 
 
 
LETTERATURA?!
 
 
“Gli italiani oggi sono un po’ più noti all’estero rispetto a ieri soprattutto come scrittori che amano ripetersi fino alla noia: si va non solo verso la clonazione biografica ma anche verso la clonazione dei falsi modelli letterari, quelli dell’immaginario popolare secondo la richiesta del mercato. Al posto del realismo letterario oggi c’è il realismo pseudo-letterario. Ma non preoccupiamocene più di tanto di questi italiani: sono destinati a terminarsi da soli, nei loro scritti e nella noia del popolo che oggi li legge per star dietro alla moda del momento”.
 
 
 
 
 
NON HO PAURA DELLA MORTE
 
di Mia Hoffmann
 
 
 
Non ho paura della morte che è il piatto forte - l’enigma - della vita; e allora “arriba, abajo, al centro, por dentro”. Dentro! dentro! addentro!, giù a perdifiato, dentro al fiato concitato, addentro fino al fondo del cervello.
Affollata, è la prima materia: ricordi, autori, divieti e principi. Oltrepasso il primo strato: ordine. Sono nell’archivio delle parole: citate, lette, vissute. Dentro! dentro! addentro! nel terzo strato - appiccicati addosso, ancora i rimasugli dei precedenti marasmi - tra i pensieri, silenziosi e densi. Ogni rumore produce un eco, i pensieri si ritraggono in disparte, ognuno al proprio posto; come membri di una comunità che non vive di vita propria, sono sottomessi - volenti o nolenti - alla materia superiore: il pensiero è dato dall’altrui pensiero. Qui la materia si fa molle, liquida e tiepida. L’addentro che mi avvolge si restringe come un cavo arterioso in cui tutto scorre fluido, più fluido che in un cavo arterioso. La spinta mi trascina verso il basso, naturalmente - l’ogni, è succube della gravità. Mi trattengo, con le mani a un paio di pensieri; perché? Il pericolo è già stato vissuto, o sbaglio? Apro le mani a ventaglio, il tepore è invitante, il cavo si allarga all’improvviso come un imbuto rovesciato: la cloaca è colma di tiepido piscio e merda molle. Cado, cagata per terra come chiunque altro. Tutti, veniamo al mondo da un buco puntato verso il basso; siamo unici, ma per niente speciali. Perché?, non ho conosciuto il mio scopo?
 
Ho paura della stupidità, ormai divenuta un modello. Ho paura dell’incoscienza che uccide la coscienza. Ho paura della distrazione, ché rompe la tensione; dell’abitudine, ché zittisce gli accadimenti. Ho paura della parola che esilia la parola, dell’ira che non è sorella del coraggio, della mediocrità che attende di eseguire l’Ordine. Ho paura di quelli che vogliono diventare “qualcuno”, quelli a cui il proprio male non fa mai male abbastanza.
Non ho paura della morte che è il piatto forte - l’enigma - della vita.

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IL SILENZIO DELLA MORTE

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IL SILENZIO DELLA MORTE



di Giuseppe Iannozzi




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ANIME SALVE, ROMANZO IN PROGRESS - CAP. III

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, luglio 26, 2005


Anime Salve, un romanzo in progress di Giuseppe Iannozzi


 

ANIME SALVE
 



CAP. III


 
di GIUSEPPE IANNOZZI
 
 
 
 




______________________________________________
 

Avvertenza:

 

Questo è un romanzo in progress, una bozza. Lo pubblicherò a puntate su questo blog, ovviamente solo se qualche lettore si dimostrerà interessato, altrimenti tornerà nel nulla, che è poi il luogo che più gli conviene.


Info essenziali

indice di affidabilità: 6 (forse sono stato troppo generoso con me stesso)

stato: bozza passibile di drastiche modifiche

 

Giuseppe Iannozzi




LEGGI ANCHE

IL PROLOGO
IL PRIMO CAPITOLO
IL SECONDO CAPITOLO



______________________________________________

 

 
 
3. IL LUNGO SENTIERO IN SALITA
 
 
Sono sempre stato un tipo piuttosto intelligente, nel senso che apprendo subito. Gli insegnamenti di Mira, ad esempio, mi sono subito entrati in testa, senza troppe difficoltà, per quanto, poi, nel corso degli anni in molti m’hanno fatto notare che la mia parlata è ricca di circonvoluzioni, una parola questa che ho faticato non poco a memorizzare. Fatto sta che, nel corso degli anni, ho avuto modo di scrivere molto, soprattutto volantini di propaganda politica per i centri sociali. C’è stato un tempo che ci credevo veramente a quello che facevo. Ma temo che tutto questo venga dopo. Adesso devo cercare di mantenere il filo del discorso per quanto la cosa mi sia difficile. Le contraddizioni così come i ricordi sono sfumati: non poche volte le immagini del passato mi sembrano allucinazioni che non mi appartengono, ma io so, nel mio intimo, che sono parte di me, e quindi sono costretto a metterle nero su bianco.
Dopo la morte dello zio e l’allontanamento di Mira, decisi di punto in bianco che era ora che trovassi da solo la mia strada. Al tempo non potevo sapere che questa era già segnata e che il mio destino era già stato scritto. Qualcuno più tardi avrebbe detto di me che ero un predestinato e che a mi era stato negato il libero arbitrio.
Mi sono lasciato alle spalle la comunità anarchica con i suoi camper e roulotte, tutto in una notte. Anche se mi fossi allontanato alla luce del giorno, nessuno avrebbe tentato di fermarmi, ma io ho preferito squagliarmi nella notte perché la notte è come il mio io interiore, nera e confusa, ma anche uno spazio di possibilità dove tutto può accadere nel bene e nel male, e uno non si accorge subito se sta operando per il bene o il male. Per questo solo motivo ho preferito la notte al giorno per la fuga. Il mondo delle roulotte e dei camper ammassati nel verde col fuoco acceso non mi appartenevano più; non c’era un motivo preciso perché dovessi abbandonare il mio passato, ma di certo l’avrei scoperto col tempo. Quando ho fatto armi e bagagli mi sono detto che era perché in fondo non potevo essere un anarchico; io non ero fatto per una vita così, ma non ero fatto neanche per il mondo di fuori. Non avevo documenti, o almeno nessuno m’ha mai detto se la mia venuta al mondo è stata registrata da qualche parte. I miei genitori non li ho mai conosciuti e mai ho cercato di rintracciarli: non sono per i facili sentimentalismi, sono stronzate che non reggo e che mi danno fastidio quando vedo qualcuno che si spreca in romanticherie da quattro soldi. Sono un tipo fatto così. La vita me la sono sempre complicata ma a modo mio: non ho avuto libri borghesi per farmi paranoie, non una TV per uccidermi dentro, solo una scassatissima radio per sentire le voci del mondo di fuori e tanto m’è bastato. Poi in tasca ho raccolto una Bibbia: l’ho letta con attenzione, soprattutto al chiaro di luna, ma ancora oggi ammetto che ci ho capito poco o nulla.
La notte che me ne sono andato non avevo una meta, per me una strada valeva l’altra: mi sono ficcato in mezzo alla civiltà e ho lasciato che il suo corso mi trasportasse. Sentivo molti commenti su di me, e non poche volte ho menato le mani spinto da un puro istinto animale; altre volte soprassedevo e lasciavo che di me gli altri dicessero quello che gli pareva. Insomma, se mi giravano, allora le davo di santa ragione. Ho sempre pestato qualcuno fino a trovarmelo fra le mani come uno stupido fantoccio: si dovrebbe pestare qualcuno solo quando si ha intenzione di fargli veramente male, non solo per fargli capire che è in torto. Se gli fai male, la prossima volta che t’incontrerà avrà rispetto, altrimenti sei fregato e la colpa è solo tua. L’uomo è figlio di puttana per natura, non c’è niente da fare: puoi essere uno come me o diversamente, ma siamo tutti bastardi. Il fatto è che i più dimenticano d’esser dei bastardi allora si sentono superiori e in dovere di darti addosso. Lo zio m’aveva avvertito su questo punto a suo modo. E io ho seguito il suo insegnamento, l’unico che m’abbia mai dato. Ho percorso molte strade e tutte m’hanno fatto male e tutte m’hanno insegnato qualcosa; e molte volte le ho prese di santa ragione pure io. Non poche volte mi sono trovato ammucchiato insieme alla spazzatura svenuto, sanguinante, pieno di lividi, derubato dei pochi spiccioli che avevo, e anche sodomizzato: non ne ho mai fatto un dramma, perché se accetti di vivere la strada, queste cose non sono inconvenienti ma solo rischi del mestiere. Per questo dico che se uno deve pestare qualcuno, che almeno abbia l’intelligenza di farlo con tutta la forza che ha in corpo. Quand’ero giovane di questa forza in corpo ne avevo davvero tanta e la rabbia la caricava ancora di più. Nutrivo rabbia per tutto e tutti. Mi facevano incazzare i vagabondi come me, ma anche chi si dimostrava gentile con me; e poi, le donne belle, quelle impossibili da avere, quelle mi facevano davvero andare in bestia. Ma non ho mai violentato nessuna femmina per quanto ne abbia avuto forte il desiderio. E ancora oggi il desiderio in tal senso non s’è spento, diciamo che s’è rassegnato. La strada m’ha insegnato che i sogni sono solo sogni: e soprattutto m’ha sparato in faccia che non avrei mai cambiato il mondo. Mi ci sono voluti pochi giorni per capirlo da me che non avrei mai combinato un cazzo nella vita e che la società m’avrebbe perseguitato come il peggiore dei criminali. Non facendo parte di nessun schieramento politico, non essendo neanche un anarchico, la società ha da subito visto in me il più anarchico degli anarchici, non so se mi spiego. E con una simile tara, la mia vita non è stata facile. Dovunque andassi disegnavo croci con il mio corpo, ogni dove ha raccolto il mio cadavere per resuscitarlo in tempo zero. C’è stato un tempo che mi credevo un immortale. Pazzesco! Più gli anni si sono ammassati sulle mie spalle, più ho dovuto riconoscere la verità delle parole di Mira: io sono stato solo capace di peggiorare, di diventare sempre più brutto. Ora qualcuno può immaginare che io sia una specie di mostro di quelli che andrebbero tenuti rinchiusi in una qualche segreta per non spaventare gli animi gentili di questa merdosa società, ma non è proprio così: io non sono un bello, non nel senso hollywoodiano, ma non sono neanche brutto nel senso comune, quello del borghese arrivato. Molto più semplicemente sono una persona che fisicamente è normale, tanto normale da far paura, quindi sono brutto. Forse è poco chiaro, ma non so spiegarmi meglio. Quello che intendo dire è che la mia bruttezza è qualcosa di antropologico: anche se vestissi giacca e cravatta e fossi rasato e tosato secondo la moda borghese, a pelle io risulterei comunque maledettamente ripugnante alla società. La mia pelle è come un profumo selvaggio che ispira sfiducia nei miei confronti. Sì, direi che così può andare. La società sente la mia puzza e capisce secondo il metro della sua giustizia sociale e civile. Ma io ho sempre combattuto anche se tutti i sogni sono morti da un pezzo. Ad un certo punto arrivi a combattere perché è la sola cosa che sai fare, perché sai che se smettessi non avresti più il coraggio di respirare e ti lasceresti morire come un animale. Ma io sono qualcosa di meglio d’un animale senza cervello.
Le chiese hanno sempre esercitato uno strano fascino sulla mia anima, ammesso che si possa parlare di me come d’un essere con qualcosa dentro di immortale e fantasioso come l’anima. Forse un po’ romantico lo sono a modo mio, altrimenti non saprei spiegarmi perché le chiese m’hanno sempre affascinato. Ma può darsi che queste m’attirino perché sono come me, almeno in parte, cioè sono sporche, così tanto sporche che anche un pezzo di merda come me riesce a trovare un suo spazio nella casa del Signore. Ricordo che un giorno non ce la facevo più dalla fame: non ho mai chiesto l’elemosina e per rubare ero troppo cotto per non farmi sgamare alla grande, quindi mi sono cacciato in una chiesa, una di quelle belle, di quelle che si trovano solo nei centri cittadini e che sono frequentate da tanta brava gente. Appena entrato ho lasciato che la massiccia porta di legno si chiudesse dietro di me con gran fragore, ma era una di quelle ore che nessun uomo di fede frequenta i luoghi sacri o ritenuti tali, e così mi sono abbeverato senza ritegno dall’acquasantiera. Ho bevuto fino a gonfiarmi la pancia: l’acqua era uguale a quella che ho sempre bevuto in vita mia, né buona né cattiva, semplicemente dell’acqua. Anche se devo ammettere che sapeva di brodaglia riscaldata, cioè era calda. Ma meglio bere quella porcheria piuttosto che niente. Mi sono guardato intorno: i confessionali sembravano vuoti e le panche non avevano un aspetto invitante… dure, di legno, niente di commestibile. Solo qualche immagine sacra stampata su dei depliant dimenticati, per il resto niente; e io non sono una capra che mangia la carta. Ho tirato un calcione contro un’asse, questa ha cigolato un poco ma è rimasta lì dov’era. Mi sono spinto fino all’altare; magari ero convinto di trovare un tozzo di pane e un po’ di vino. Col cazzo! Solo ostie, e me le sono strafogate tutte d’un fiato. Se ci penso oggi, dovevo essere proprio comico, ma ieri ero fottutamente incazzato, affamato e assetato. E pure stanco. Immaginate con che razza di stato d’animo potevo starmene dentro a quella chiesa. Ho rivoltato l’altare, ma niente: solo paramenti e neanche di quelli buoni che uno può farci su un pensiero per rubarli e poi rivenderli a qualche rigattiere o in qualche mercato delle pulci. Insomma, se quella era la casa del Signore, io mi sarei indignato al suo posto, perché l’ospite è sacro anche quando non è invitato. E io in quel momento avevo bisogno davvero d’un cristo che m’ospitasse. All’improvviso un’ombra, rumore di passi.
Un volto aquilino m’ha squadrato per un minuto buono senza dire niente, poi s’è avvicinato: era un pretino, piccolo, nel senso che era basso come un tappo e calvo come una scodella nonostante ancora più o meno giovane. Gli occhietti ce li aveva cisposi e attaccati al filo del naso e la bocca era sottile e pallida, ma i denti erano bianchi e perfettamente regolari. M’ha detto qualcosa che non ho subito inteso: credo abbia parlato in latino, poi m’ha invitato con un gesto a sedermi su una panca. Non avevo motivo per non accogliere l’invito. Lui s’è seduto accanto a me come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Don Raffaele, così mi sembra che si chiamasse. S’è presentato con una parlata affettata da finocchio. Io certi particolari li riconosco subito. M’ha fatto un paio di domande senza importanza, per cui non ho risposto se non col silenzio che era più eloquente di qualsiasi mia risposta in merito.
“Hai fame?”
Che cazzo di domanda? Certo che avevo fame, ‘na fame del diavolo. Però non mi ha dato niente, s’è limitato a porgere la domanda, o meglio a rigirare il coltello nella piaga. Io non gliene ho chiesto di pane.
Ero stanco e me ne sono venuto fuori con qualcosa del tipo: “Ma sai che Cristo era uno come me, un anarchico tanto anarchico che non era manco quello. Per questo l’hanno ammazzato sulla croce, mica per altro.”
Don Raffaele credo che non abbia detto niente. M’ha semplicemente accarezzato vicino alla patta dei pantaloni.
“Ti vuoi confessare?”
L’ho guardato storto e lui se n’è stato zitto. Poi mi sono alzato e ho fatto per andarmene quando mi son sentito chiamare con un ‘tu, dove credi di andare?’ Mi sono voltato verso il pretino e l’ho mandato a farsi fottere con l’indice ben in evidenza. Ho fatto finta di uscire dalla chiesa e ho atteso che il pretino ritornasse nell’inferno da cui era sbucato. Non era sfuggita al mio sguardo la cassetta delle elemosine. Nascosto dietro le pesanti tende viola, sono uscito allo scoperto, ho fatto una corsa fino alla cassetta, ho sparato un calcio micidiale con le ultime forze che m’erano rimaste e l’ho spaccata: pochi spiccioli ma meglio di niente. Un gran fracasso ha fatto eco lungo la navata e il pretino allarmato s’è precipitato verso di me, ma io avevo già raccolto i pochi danari ed ero già fuori. L’avevo fottuto. Amen.
La strada che conduce alla santità è tutta in salita ed è fatta per i forti, non per le mezzecalzette. Negli anni Ottanta mi sentivo molto vicino ad essere un mezzo santo. Ancora credevo in un sogno anche se questo si sfumava a ogni giorno un po’ di più.
La TV l’ho sempre guardata nelle vetrine degli elettrodomestici o in qualche bar malfamato: in quegli anni andavano di moda le maggiorate. Ricordo che c’era un programma che le protagoniste erano certe puttanazze con le tette di fuori che non facevano altro che ballare e schettinare con vassoi in mano in un finto parcheggio di auto. Credo che la trasmissione si chiamasse Drive-In. Quando mi capitava di vedere certe cose seduto a scolare una birra calda in un bar infimo di periferia, non potevo fare a meno di cacciarmi nel cesso e spararmi un paio di seghe. Non ero l’unico, perché appena uscivo io, gli altri avventori seguivano il mio esempio, e molti entravano in coppia, nel senso che molti uomini si scopavano e se lo mettevano in culo in mancanza di meglio.
Fu proprio in un bar malfamato bolognese che feci la conoscenza d’un tipo che tutti chiamavano Faccia di Tolla; questi era un gran pezzo di merda, non esitava a metterlo in culo a chiunque e si sarebbe fottuto pure me se non si fosse subito reso conto che da me, al massimo, poteva chiapparsi lo scolo se non qualcosa di ben più tosto, quindi mi lasciò in pace e si disse mio amico. Suppongo che fosse un bastardo come me, anche se a dirglielo in faccia, da quel che m’hanno detto, chi ci aveva provato s’era ritrovato inculato e non in senso figurato. Faccia di Tolla aveva una parlata strana, credo si dica vernacolare ma non ne sono sicuro. Insomma parlava il bolognese ma io ci capivo un cazzo. Quando si sforzava di parlare l’italiano inciampava ogni due parole, ma almeno così qualcosa la capivo. Faccia di Tolla era un tipo segaligno, forse per le troppe seghe, e non sembrava godere di buona salute, ma era tutto un fascio di nervi e colle donne non nutriva remore e andava subito al sodo. Se una donna lo attizzava, non mancava di sputarglielo in faccia e se lei non ci stava lui la picchiava e poi se la chiavava; era un tipo veramente sporco, un criminale. Io non l’avevo molto in simpatia ma per un po’ gli sono stato amico. Quando costringeva una donna a scopare con lui, io me ne andavo via e lo lasciavo da solo a sbrigarsela. Non è che facessi finta di niente, è solo che pensavo che erano cose che non mi riguardavano. Faccia di Tolla m’aveva dato un letto e una minestra per almeno tre volte alla settimana, quindi gl’ero riconoscente. Non approvavo, ma la vita è fatta così: quando lui lo faceva con qualcuna adoprando la forza, io mi cacciavo in chiesa a trafugare ostie, paramenti, elemosine e tutto quello che poteva avere un minimo di valore. C’era una chiesa che era aperta a tutte le ore, cioè aveva una serratura così sdrumata che forzarla era uno scherzo: rubavo e qualche volta mi fermavo pure a dire una preghiera che m’inventavo di sana pianta sul momento. Il parroco doveva essere al corrente che la sua chiesetta era fatta per quelli come me, ma non ha mai detto niente: sospetto che fosse orgoglioso che qualcuno andasse a rubare nella casa del Signore. Il buon vecchio cristo, cioè il parroco, non s’è mai lamentato dei furti con le autorità, solo coi suoi parrocchiani: li bastonava dicendo loro che la cassetta delle elemosine era sempre vuota! ‘Sto cristo era un vero santo: era bianco come un vecchio caprone di montagna, aveva simpatie socialiste e non ne faceva mistero, era grande e grosso, ben pasciuto, rubicondo, e quando rideva se la rideva della grossa che sembrava una montagna scossa da un terremoto. Tutti lo conoscevano come Francesco. Francesco amava le belle femmine e ne aveva tante da soddisfare: era un tipo modello orsacchiotto, buono e rude allo tempo stesso, un tipo che bene o male le donne trovavano affascinante, paterno. Era davvero un tipo: mi sarebbe piaciuto scoprire che quel Francesco poteva essere il padre che non ho mai conosciuto.
Una sera io e Francesco abbiamo avuto ‘na discussione di quelle toste davvero. Si era in un viottolo a passeggiare, ci si era incontrati per caso, e Francesco era mezzo brillo ma non così tanto da non essere capace di tenere viva una discussione.
Francesco mi prese sottobraccio e insieme ce ne andammo lungo la strada.
“Bologna la Rossa, lo sai?”
Scossi il capo.
“Sono tante le cose che ignori. Bologna non è una città facile per viverci neanche quando la conosci bene come me. Bologna è una città a gambe aperte…”, e così dicendo scoppiò a ridere di gusto.
“Tu cosa sai di Bologna?”
“Quel che basta. Ma non è mai abbastanza per essere al sicuro.”
“Al sicuro da cosa?”
“Dalla gente, dalla gente, compagno.”
M’aveva dato del compagno, ma glielo lasciai passare perché lui era Francesco.
“Bologna la Rossa”, ripeté Francesco. “Ora te la descrivo come io la conosco. Ci stai?”
“Perché no…?”
“Bologna è posta sulla via Emilia nella Pianura Padana ai piedi dell’Appennino tosco-emiliano tra i fiumi Reno e Savena. Qui quasi tutti se la passano bene: non ci sono i veri poveri, c’è solo chi s’adopera a delinquere perché è nella sua natura. Bologna è ricca, questo è indiscutibile e la ricchezza quando è troppa fa d’una città una puttana”, cominciò a spiegare Francesco. “Devi sapere che le sue origini sono molto remote: pensa che i primi insediamenti sono attestati nell’età villanoviana, cioè intorno al secolo IX a.C., poi nel secolo VI a.C., se non vado errato, divenne l’etrusca Felsina… e pure conquistata dai galli boi, se la memoria non m’inganna. La storia dovrebbe essere pressappoco così. Poi a partire dal 189 a.C. divenne una colonia latina e prese il nome di Bonomia, che è tutto un dire, compagno. E’ da questo momento che Bonomia ha cominciato a diventare un importante nodo stradale grazie all’apertura della via Emilia. Bonomia anche come dominio latino non se l’è passata male, nonostante qualcuno dica che se l’è vista brutta. Comunque passate che furono le invasioni barbariche, intorno al secolo XI, ormai  libero comune a tutti gli effetti, nel 1114 la città conobbe quel periodo d’oro che gli storici indicano come momento storico di massimo splendore commerciale, politico e culturale; e infatti nacque proprio in quel tempo l’università detta Studium, forse la più antica che la storia ricordi. E’ stata anche città guelfa in lotta contro l’imperatore e vi fu  imprigionato addirittura quel farabutto di re Enzo, figlio di Federico II che fu catturato durante la battaglia di Fossalta del 1249. Ma la città inizia a soffrire delle lotte tra fazioni delle signorie dei Pepoli, dei Visconti e dei Bentivoglio e per un paio di secoli fu teatro di malcostume e diffusa povertà. Come vedi, una città è come una persona: la sua vita ha degli alti e dei bassi. Una città per sopravvivere deve avere culo come gli uomini che la erigono e la vivono. Comunque nel 1506, con Giulio II,  la città passò sotto la protezione della Chiesa: che affare per Bologna! Non sono tanti che oggi vogliono ricordare che Bologna fu il tappeto rosso della Chiesa. E’ uno scheletro nell’armadio dei bolognesi e se glielo metti sotto il naso, stai pur sicuro che te la faranno pagare. Comunque a partire dal 1796 conobbe un decennio di libertà repubblicana… Repubblica Cisalpina, Cispadana e Repubblica Italiana del periodo napoleonico… e poi tornò ad essere l’amante del Pontefice. Una città viziosa, compagno! Ma la svolta per Bologna ci fu nel 1860 quando si unì al Regno d’Italia. Il resto lo puoi immaginare da te: la storia è tutta nelle sue strade, basta parlare colla gente e se non c’hai voglia di ascoltare i bolognesi è sufficiente che ti guardi in giro e capirai da te..”
Non dissi nulla: Francesco stava tirando fiato, ma era evidente che non aveva finito. A me la storia non è mai piaciuta, ma la voce di Francesco mi spingeva ad amarla, forse perché quando stavo con lo zio avevo nutrito il desiderio di frequentare anch’io la scuola come tutti i bambini normali.
Ed infatti riprese il racconto: “Della struttura romana della città non è rimasto nulla, troppi rimaneggiamenti urbani sono accaduti nel Medioevo. Ma il centro, quello ancora conserva qualcosa di latino. Il centro monumentale della città è formato dalle contigue piazza Maggiore e piazza Nettuno, quelle piazze che le donne attraversano in minigonna per mettersi in mostra.” Scoppiò a ridere e per un momento mi parve una specie di amabile satiro e nulla affatto un uomo di chiesa. Be’, Francesco era diverso da tutti i preti che ho conosciuto: era un gran figlio di buona donna, nel senso buono.
“C’è altro che vorresti sapere?”
A me la storia che m’aveva raccontato era più che sufficiente, ma ebbi lo schizzo di chiedergli delle chiese. “E le chiese?”
“Le chiese!” Ci pensò su qualche momento, poi, a bruciapelo, mi rivolse una strana domanda: “Perché t’interessano le chiese? Cioè, non mi sembri il tipo…”
“Che cazzo ne so. E’ perché… forse, sono quei posti dove uno come me trova conforto rubando le elemosine che i borghesi danno a voi preti grassocci”, gli risposi senza mezzi termini. Ma Francesco non si offese per nulla e la prese a ridere.
“Già, non ci avevo pensato. Allora, fammi pensare. C’è la chiesa gotica di San Petronio con portale centrale ornato di sculture, opera di Jacopo della Quercia, affreschi interni di Giovanni da Modena, altare e tribuna del Vignola… Ma la vera forza di Bologna sta nei palazzi anche se lì non ci trovi danari ma solo qualche cicerone spento e noioso e magari un paio d’intellettuali annoiati.” S’interruppe.
“Beh, ma tu allora parlami delle chiese…”
Lui ci pensò su un po’, poi fece un cenno sconsolato con il capo. “Io non sono ben visto qui, capisci?”
Capivo.
“Non intendevo offenderti…”
“Ma l’hai fatto.”
“E’ vero. Me ne dispiace.”
Era profondamente imbarazzato.
“Vabbé, lasciamo perdere le chiese e raccontami di ‘sti palazzoni. Magari c’è qualcosa che dovrei sapere e che potrebbe tornarmi utile.”
Sul volto di Francesco si disegnò una smorfia di sofferenza. Poi prese a farfugliare: “Allora c’è il Palazzo Comunale dell’Ottavo secolo dopo Cristo che racchiude le Collezioni Comunali d’Arte, poi ci dovrebbe essere il  Palazzo di re Enzo sempre dello stesso secolo, il Palazzo dei Notai… e Palazzo dei Banchi che ospitava le antiche botteghe dei banchieri… Ma ci sono anche le torri gentilizie medievali: la Torre degli Asinelli che risale agli inizi del Settimo secolo Dopo Cristo, la Torre Garisenda… Cristo, è una tortura!”
Avevamo percorso un bel tratto di strada ed entrambi eravamo stanchi, o meglio disturbati. Francesco mi guardò dritto negli occhi scoppiando a ridere, così, senza un motivo: “Sei un gran figlio di puttana. E’ meglio che ti dica delle chiese.”
“Non…”
“Le chiese t’interessano, bene. Che c’è di male a parlarne? Nessuno. Allora quelle più toste sono quella di San Giacomo Maggiore che risale ai secoli Ottavo e Nono dopo Cristo e che ospita la tomba Bentivoglio di Jacopo della Quercia, poi c’è quella di Santa Maria dei Servi e quella di San Domenico, ed ancora quella di San Francesco che è stata ricostruita nel dopoguerra e quella di  San Martino e…”
“Basta! Mi sta bene così: non c’è bisogno che me le elenchi tutte… E poi la cosa mi sta annoiando.”
“Come vuoi.”
L’imbarazzo che s’era venuto a creare fra di noi era scomparso: Francesco era uno tosto, nonostante il fatto che si ostinava a chiamarmi compagno. Comunque nessuno è perfetto. E lui è stato uno perfetto a modo suo con meno difetti di tanti bravi che ho conosciuto.
Cambiammo argomento.
“Matteo, ma dimmi, ‘sto Faccia di Tolla ti calza bene? Cioè, non mi pari il tipo.”
Scoppiai a ridere. E Francesco con me.
“Non è per sempre. Solo un momento di passaggio.”
Francesco non disse nulla. “La mia casa è la strada”, aggiunsi: “Presto mollo tutto e me ne vado.”
“Sei uno che non si ferma mai, non è vero?” Non era una domanda, solo una constatazione.
“Già, è meglio che ti cacci da ‘sto posto.”
“Già.”
Silenzio.
“Sai una cosa? Io penso che Cristo fosse un po’ come me.”
E Francesco: “Esagerato?! Diciamo che era un po’ te e un po’ me.”
Scoppiammo a ridere. Qualcuno s’affacciò dalle finestre ma nessuno disse nulla.
Dopo qualche giorno venni a sapere che Francesco era stato chiamato in Vaticano dal Grande Padre: non ha mai fatto più ritorno alla sua chiesa e al suo posto è stato mandato un prete nero nero come il carbone con un cuore di sanguisuga.
Con l’allontanamento di Francesco, anche i rapporti con Faccia di Tolla sono andati deteriorando. Non si era mai stati amici per la pelle, anzi qualche volta Faccia di Tolla ha pure tentato di farmi le scarpe ma senza successo. Il fatto è che come trattava lui le donne proprio non mi andava giù e un giorno gliel’ho fatto notare senza mezzi termini.
“Per te le donne sono puttane e basta.”
E lui: “E allora? Per te magari è diverso?”
Ci siamo guardati in cagnesco, poi io ho sbattuto la porta e me ne sono andato in una scassata osteria. Mi sono fatto servire una zuppa e ho cominciato a mangiare di pessimo umore; in quella occasione per la prima volta ho sentito Guccini che cantava alla radio una vecchia canzone, Canzone delle osterie di fuori porta. Ancora oggi ne ricordo le parole: si può dire che sia stata la colonna sonora della mia vita, almeno fino ad ora.
Faccia di Tolla s’è fatto vedere una mezz’ora più tardi: era nero e si vedeva lontano un miglio che gli prudevano le mani. S’è avvicinato al mio tavolo senza dire una parola e ha sorriso, poi si è allontanato come un gatto famelico. Era chiaro che cercava la rissa. 
S’è fatto vicino a una turista, probabilmente straniera, perché non parlava una sola parola di italiano. Si capiva che era capitata in quella osteria per pura disgrazia e che ora stava cercando di venirne fuori, ma Faccia di Tolla l’ha strinta a sé strappandole un bacio. La donna gl’ha mollato subito un calcione nei coglioni, ma per metterlo giù a Faccia ci voleva ben altro che un calcio là dove non batte il sole. La turista era più schifata che terrorizzata, e Faccia ci godeva. Ad un certo punto Faccia di Tolla ci prova di nuovo, ma lei gli molla uno schiaffone; a questo punto la cosa s’è fatta confusa: Faccia di Tolla l’ha presa e le ha tirato su la gonna, e i presenti, nessuno che abbia detto un ma. Ho lasciato cadere il cucchiaio dentro la zuppa e mi sono scagliato contro Faccia di Tolla. L’ho strappato dalle gonne della donna e gl’ho mollato un pugno che subito s’è capito che mimino minimo gl’avevo fatto ingoiare un paio di denti. Mi sorrideva con la bocca piena di sangue. Non gl’ho dato tempo perché si riprendesse: un altro pugno dritto in faccia, e un altro ancora. Gl’ho spezzato il setto nasale. Poteva bastare, ma non mi sono fermato. Ho continuato a pestarlo come dio comanda: una gragnola di pugni s’è abbattuta sulla sua faccia. E ho continuato a picchiarlo anche quando ormai aveva perso i sensi: calci, pugni, dove colpivo colpivo, non me ne fregava un cazzo. L’ho ridotto ad un angolo, a una cosa amorfa che non pareva neanche umana dopo il trattamento punitivo. Ma respirava. Sia chiaro, io non sono mai stato un cavaliere, né un paladino della giustizia: Faccia di Tolla quella volta m’ha fatto davvero saltare i nervi, se l’è cercata, m’aveva sfidato ed è stato punito, niente di più. Era tutto finito, ma la turista non c’era più: non una traccia né di lei né del suo profumo. Meglio così, perché non avrei sopportato che mi ringraziasse con la sua lingua straniera. Sono tornato al mio tavolo, ho finito la zuppa, ho tirato fuori le poche lire che mi rimanevano in tasca e le ho messe sul banco dell’oste: non era il prezzo giusto, ma questi non ha detto niente. Ha fatto solo un cenno col capo come a dire: “E’ meglio che ora tu te la batta. Qui non c’è più niente che tu possa fare. E manco c’è più niente per te.” Era chiaro. Fuori le sirene già sparavano i loro ululati.
Non mi hanno acchiappato. Mi sono infrattato ben bene e col favore della notte ho lasciato Bologna.
Contravvenendo alle regole che m’ero imposto, tipo non chiedere passaggi, per quella volta ho fatto uno strappo e mi sono fatto dare un passaggio da un camionista: lui non ha detto nulla e io neanche. Mi sono addormentato quasi subito e ho sognato un incubo. Ero disteso su di un letto ma era come se avessi i ceppi: mani e piedi erano impossibili da muoversi. Sopra di me stava una donna-robot che mi stava scopando. A me non tirava ma lei sembrava soddisfatta lo stesso. Quando ha finito, nel mio incubo mi sono addormentato per svegliarmi quasi subito: ero libero, mi sono alzato e mi sono affacciato dentro alla superficie riflettente dello specchio che m’ha restituito l’immagine d’una donna-robot: ero io. Mi sono svegliato madido di sudore e a stento ho trattenuto un conato di vomito. Mi sono fatto sbattere sulla strada  e salutato il camionista con un cenno del capo ho proseguito a piedi.
La strada per la santità è un sentiero in salita adatto soltanto ai duri, questo l’avevo capito, ma non pensavo che potesse essere così tanto, anche per uno come me.
 
[continua]
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:14 | racconti | clicca per commentare commenti (31)



DUET, MANEGGIARE CON CURA - di G. IANNOZZI & G. ZENARDI

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, luglio 25, 2005


Duet



DUET



(maneggiare con cura)
 


 
di Giuseppe Iannozzi

&
Giada Zenardi
 
 

 
 
 
“Fahrenheit 451” e “Alla Corte del Re” di Giuseppe Iannozzi
 
Fottuta Figura Capitalista e “Tutto fiammeggia” di Giada Zenardi
 
 




 
FAHRENHEIT 451
(maneggiare con cura)
 
 
E tu così bella a me - maneggiare con cura! -
come un’arma disegnata tra i colori dell’arcobaleno
m’insegni che il fuoco può far male,
che il destino dell’uomo lo può devastare in un lager di fiamme
Butto un libro dalla finestra, Fahrenheit 451
e un vecchio prete lo raccoglie, lo sfoglia, lo spoglia
E io divento tanto ma tanto geloso, e arrossisco, quasi piango
 
Ultimamente non sono in piena forma,
sono arrivato al capolinea, alla pagina 451
e il sole mi fa strani scherzi agli occhiali
Ultimamente ho tutti in sospetto,
penso s