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mercoledì, agosto 31, 2005
Le Creative Commons License
hanno valore Nullo in Italia?
in forma di Lettera Aperta
Allora, io, per mio diletto, sono anche un nessuno, uno che non ha alcuna mira, neanche di pubblico in Rete. Non è dolore quello che provo, è invece un sentimento di schifo che dimostro nei confronti di chi prende impunemente dal mio blog alterandone i contenuti originali. Dopo tutti i bei discorsi intorno alle Commons License, dopo tanto dire, io giungo alla conclusione che se ATTI DEL GENERE continuano e rimangono impuniti, allora non solo non valgono niente le Commons License, ma non valgono neppure le parole di chi le ha difese coi denti e con le unghie. Non valgono le parole di chi ha difeso le Commons License in quanto sono le Commons License a non valere un'emerita acca qui, in Italia.
Io, allora, mi tengo il mio sentimento di profondo schifo, ma prendo le distanze da quelli che si fanno chiamare VMO, da tutti i Fan di Iannozzi, da tutti quelli che scrivono apocrifi e li spacciano per miei, prendo le distanze da tutti quelli che alterano impunemente i miei scritti e li espongono al pubblico ludibrio senza che io abbia dato nessuna licenza a questi Signori. Prendo le distanze da chi spaccia in rete informazioni non veritiere e inventate di sana pianta intorno alla mia persona. Prendo le distanze da tutto questo e da molto altro ancora.
Vale dunque niente sbattersi per promuovere, vale niente essere onesti? Ma sì, sono io il coglione, il coglione che è onesto e chiede prima di prendere anche solo una briciola. E se non chiedo, quando non chiedo, indico sempre fonte e autore, rispettando come un emerito coglione le Commons License. Già, ecco, sono un emerito coglione. Con la C maiuscola. Perché poi, dopo questo giustificato sfogo (almeno per me) in forma di LETTERA APERTA, anche di questo se ne farà una vile parodia, nevvero? In fondo non è grave, non è grave mai niente in questa italietta che è bravissima però ad innalzare muri di gomma, giorno dopo giorno.
Ora, il fatto, quello accaduto a me, forse vale niente, forse vale proprio niente. Però se fosse stato toccato il lavoro di un Autore affermato, se fosse stato alterato e distribuito in Rete il suo lavoro, il coro di proteste si sarebbe levato al settimo cielo. E non venitemi a raccontare che non è cosi.
Si vede che siamo in Italia, in un'Italia accattona, sporca nell'animo e nel corpo, vigliacca nelle idee che propone e che non sa difendere né con un ma né con un se. Ma lo ripeto, il fatto di per sé, forse non è grave perché nei miei confronti, però nei confronti di quello che è in ogni caso il mio di lavoro, quello di un nessuno, di un coglione a dirla tutta. Ma molto più grave è la sordità che si dimostra: quella, la sordità non la si può né giustificare né accettare, se non accentando il fatto che siamo in una piccola piccolissima italietta che vive per i muri di gomma.
Mi ero ripromesso di non dire oltre, sin tanto che il gioco rimaneva gioco, un po’ di tiro al bersaglio quasi innocuo; e sin tanto che gioco poteva sembrare ci son stato per non tirar su un polverone (sicuramente inutile). Ma qui siamo di fronte non a una presa per i fondelli, bensì davanti a dei veri e propri atti di squadrismo. Qui non si sta più giocando, si sta facendo terrorismo bell’e buono.
Ho enfatizzato? L’ho fatta grave per niente? Sia come sia, schifato rimango; e il sentimento di schifo rimane nei confronti di chi usa, adultera, stravolge, ecc. ecc. i miei scritti per fini che hanno carattere littorio, di ludibrio, di squadrismo. Ma soprattutto di imbecillità, un’imbecillità che purtroppo fa grancassa e che viene pure accreditata e spacciata per intelligente.
I miei migliori saluti, in ogni caso.
Firmato
Giuseppe Iannozzi
Originariamente postata su Lipperatura
di Loredana Lipperini, qui, in data 31 agosto 2005,
poi scomparso per motivi tecnici non dipendenti
da Loredana Lipperini.
Le mie più sentite scuse.
Ma dirò meglio in un altro post.
modificato in data 01/09/2005, alle h. 3:22
MASSIMILIANO PARENTE, LA MACINATRICE
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martedì, agosto 30, 2005
"La Macinatrice"
di Massimiliano Parente
di Massimiliano Parente
ovvero, nei sotterranei
metafisici dell’amore
di Giuseppe Iannozzi
“…Il castello freudiano scompare come un miraggio o un gigantesco abbaglio della psicanalisi, la fallocrazia di simboli fallici e dei rimandi genitali e procreativi, come ha anche osservato la dottoressa Valva, fa ridere al cospetto dei simboli che finalmente simboleggiano se stessi all’infinito, senza lasciare scampo alle menzogne riproduttive né troppo senso alla verità della natura…”
da “La macinatrice”, Massimiliano Parente
“…scrivere è anche un modo per ritmare il tempo e farlo passare”.
Hervé Guibert
Forse qualcuno ricorderà ancora “Dottor Jeter” di K.W. Jeter; scriveva P.K. Dick, nella postfazione al romanzo di Jeter: “Signore, lei ha scritto un libro sconcio.” A quale scrittore sta pensando? A James Joyce e al suo capolavoro, Ulisse? Oppure a Henry Miller e ai due romanzi dei Tropici? A questo mondo il grido di costernazione dei moralisti è qualcosa di incessante. E per anni questo grido ha impedito la pubblicazione dello straordinario romanzo di K.W. Jeter, Dottor Adder, finché un editore coraggioso si è fatto avanti e ha detto: “Lo pubblicheremo noi.” (P.K. Dick, Santa Anna, California, 1 agosto 1979)
Per certi versi, “Dottor Adder” di Jeter anticipava alcuni temi che sono ne “La Macinatrice” di Massimiliano Parente. Prima di parlare approfonditamente de “La Macinatrice”, facciamo un salto indietro nel tempo: nel 1999 apparve il romanzo “Mamma”. Si alzò un coro di protesta che voleva adoprare la censura sul lavoro di Parente; nell’aprile del 2003, sono intervenuti Giordano Bruno Guerri, Vittorio Sgarbi e Giampiero Mughini per difendere il romanzo dagli attacchi velenosi della censura. Note a margine queste, ma importanti, perché anche oggi, in maniera più sotterranea e viscida, si vorrebbe nascondere il nuovo romanzo di Massimiliano Parente, “La Macinatrice”: perché? Forse perché un editore coraggioso, Pequod, ha avuto il coraggio e l’intelligenza di pubblicare una Opera che è indagine junghiana/freudiana dei meandri webbici-sessuali, ma anche disegno d’un cataclisma che vive nell’Io in una radice emozionale à la Hervé Guibert.
La storia che è ne “La Macinatrice” è l’espansione di quel mondo disegnato da Alessandra C. in “Webmaster”, ma forti sono le influenze anche da “Metallo Urlante” di Valerio Evangelisti, e non da ultimo è ideale completamento delle idee di Hervé Guibert. Vediamo un po’ perché. Un mondo sotterraneo, faustiano, sadiano, rabelaisiano, guibertiano, onanista, in pratica scelleratamente perfetto: tutti, ma proprio tutti, grazie al sito vivente Vagina’s World possono dar corpo alle loro ossessioni erotiche, a quelle più insensate e ancestrali che non si ha il coraggio di confidare neppure a sé stessi. Il Dottor Adder di Jeter manipolava gli organi sessuali attraverso la scienza; in Vagina’s World anche chi non è sotto le mani di un dottor Adder può riuscire a vivere la sua ossessione più profonda e nera in una chiave tanto guibertiana quanto mansoniana (à la Charles Manson). Giandomenico Torrenuova è una sorta di Alex, sì, à la Anthony Burgees, ma Torrenuova è ben più perverso e inquinato dell’Alex di Burgees, perché è soprattutto un imprenditore che conosce i desideri degli uomini, nonché le regole del marketing tutto. Ma chi è Torrenuova? Nei pressi del mattatoio Torrenuova Carni Srl, al di sotto d’una casa editrice di facciata, la Torrenuova Edizioni Srl, pubblica libelli e riviste (fintamente) trendy, e anche pubblicazioni gay e/o femministe, e per non scontentare nessuno non mancano quelle a carattere cattolico o no global. E si aggiungano due reti televisive, Teletorre e Telenuova. Ma il vero cuore di tutto questo è il sito vivente, Vagina’s World. E c’è Andrea, un nichilista, o un povero sfigato, un personaggio impazzito che pare uscito dalla penna al vetriolo di Houellebecq, ma anche da quella di William T. Vollmann e di Hervé Guibert. Andrea è un trentenne con un fallimento matrimoniale alle spalle; da poco assunto presso l’ufficio stampa Torrenuova, il suo incarico sarebbe quello di promuovere libri; eppure non può, perché libri da promuovere non ce ne sono, o forse è troppo tormentato per darsi alla letteratura. Una parola è il suo tormento principe, la “Macinatrice”, una parola uscita di bocca a qualcuno per lasciar intendere che c’è un qualcosa di vivente nelle latebre dell’azienda. Possibile che la “Macinatrice” possa essere una sorta di ingranaggio sessuale-sessuato come quello inserito da Marcel Duchamp nella sua opera più ambiziosa e famosa, “Il Grande Vetro”? L’Opera di Duchamp, “La sposa messa a nudo dai propri scapoli” è la più importante dell’artista, in quanto antologica; c’è tutto il mondo di Duchamp, ci sono tutte le sue idee artistiche in questo foglio di piombo, in questo foglio d’argento e olio su vetro, montato tra due pannelli di vetro: costituito da due lastre di vetro verticali issate l’una sull’altra in una cornice, su questi vetri Duchamp disegna, con filo di piombo, figure meccaniche faustiane che paiono prigioniere dei vetri. Ne “Il Grande Vetro” è forse possibile leggere l’allusione a un amore irrealizzabile e irrealizzato tra fratello e sorella? “La Mariée mise à nu par ses célibataires, même”, questo il titolo francese: attraverso una mera lettura omofona, l’opera di Duchamp diventa “La Maria messa nella nuvola dai propri scapoli”, quindi una raffigurazione dell’Assunzione della Vergine, che simboleggerebbe la purificazione della materia e la sua trasformazione in pietra filosofale. Ma c’è di più, un particolare di non poco conto: l’opera di Duchamp è particolarmente fragile e mentre l’artista lavorava sopra il vetro, questo si ruppe, forse accidentalmente. Duchamp si arrese, per così dire, e finì col considerare l’incidente un intervento del Caso; e si convinse subito a lasciare il vetro rotto senza tentare alcuna riparazione. Si arrese? No, smise semplicemente di lavorare alla sua opera, lasciandola così com’era, incompiuta, o compiuta proprio per effetto dell’incidente.
E poi c’è una foto, quella di un alluce, che Andrea conserva gelosamente in una cartellina verde. La foto è pure essa fonte di forte tormento per Andrea: e sarà la chiave di tutto, ma solo alla fine, solo dopo aver incontrato tanti e tanti personaggi pesati e aggiustati secondo un gusto gaddiano. Andrea è preso d’amore per Elena, per la figlia di Torrenuova che intrattiene anche una relazione con Marco Monti, un piccolo pomposo intellettualoide televisivo; ma Andrea non lo può soddisfare pienamente il suo amore, né può dar sfogo alla fregola che ha addosso. Ma non solo!
La trama de “La Macinatrice” è su più livelli, proprio come l’opera di Duchamp. Il linguaggio di Massimiliano Parente è barocco fino all’eccesso, ma la necessità precipua per comunicare con il lettore è l’eccesso, lo stordimento: attraverso una lingua che stordisce, che penetra nella coscienza del lettore per frastornarlo proprio come se fosse dentro alla Macinatrice, Massimiliano Parente ci introduce nel Caos, nei suoi Canti danteschi-webbici. Come non essere totalmente affascinati dall’Opera di Massimiliano Parente?
Siamo di fronte a un romanzo di idee, a un romanzo di linguaggi. Siamo di fronte alla Letteratura che non prende su di sé etichette di alcuna sorta. Massimiliano Parente con “La Macinatrice” consegna alla Letteratura una Opera assolutamente perfetta, che a ogni nuova lettura si spiega al lettore, senza però mai esaurirsi. Senza mai esaurirsi, lo sottolineo e di più.
La macinatrice – Massimiliano Parente – Pequod – ISBN: 88-87418-82-9 – prima edizione: giugno 2005 – 462 pagine - 20 Euro
- Massimiliano Parente -
Intervista a
MASSIMILIANO
PARENTE
PARENTE
a cura di Giuseppe Iannozzi
1. Parliamo, se non ti spiace, di Te, Massimiliano Parente, prima di entrare nel cuore, nei sotterranei de “La Macinatrice”. Dunque, chi è Massimiliano Parente? Una breve autobiografia autorizzata, per così dire.
E’ quella, di poche righe, che trovi nei risvolti di copertina dei miei libri.
2. Prima de “La Macinatrice”, hai scritto altri romanzi importanti: “Incantata o no che fosse”, “Mamma”, “Canto della caduta”. Si può dire che “La Macinatrice” è l’ideale proseguimento di un percorso narrativo iniziato sin dal tuo primo romanzo?
Tutto rientra in un ampio progetto che spero di avere il tempo e la forza di portare a termine. Penso sempre a ogni libro come a una parte più o meno grande di un’opera unica. Non so ancora dove arriverò ma intuisco di volta in volta i passi successivi. Per questo mi fanno sorridere quelli che danno consigli agli scrittori, scrivi questo, scrivi quello. O c’è un’ossessione complessiva, o si è solo degli sceneggiatori mancati. E pertanto il problema dell’editore è secondario, fondamentale è non tradire mai la propria opera. “Ciò che è decisivo accade nonostante tutto” diceva Nietzsche.
3. Qualcuno, giustamente, ti ha già definito l’Houellebecq italiano. Ti ci ritrovi, e sì, perché? Sotto un profilo narrativo, sotto quello delle idee, cos’hanno in comune Massimiliano Parente e Michel Houellebecq?
Niente, e per una ragione per me fondamentale. Tra una pagina di Houellebecq e una di Ken Follett vedo poca differenza. Nel senso che non entra in conflitto con le parole. Houellebecq è uno scrittore che scandalizza i giornalisti e li scandalizza sui contenuti, e questo in letteratura segna il limite di una data di scadenza troppo breve. Anche Moravia scandalizzava, oggi fa ridere. Del resto non leggo uno scrittore per avere delle idee, ma per avere la forma delle idee, che è l’unico modo di vedere le idee. Molto più interessante Hervé Guibert, del quale purtroppo molti libri importanti restano ancora non tradotti.
4. Quali autori, di ieri e di oggi, hanno maggiormente contribuito a formare il tuo stile, le tue idee intorno alla letteratura, alla società e alla politica? E, per quali motivi?
Soprattutto quelli che hanno sfondato e rifondato il romanzo, che hanno spalancato nuovi mondi scardinando qualcosa negli schemi narrativi, nelle strutture linguistiche, che sono stati insieme tradizione e avanguardia. Soprattutto l’irriducibilità al conformismo narrativo, che significa appunto avere la stessa forma, e la radicalità nei confronti della propria forma. Te ne potrei fare una lista infinita, da Sterne a Faulkner, da Flaubert a Proust a Gadda a Verga a D’Arrigo al Pasolini di Petrolio. Resto sorpreso, oggi, quando vedo certe piccole operazioni di classificazione, che cercano di ricondurre al concetto di “genere” ciò che, essendo letteratura, è inclassificabile. Qualcuno, siccome qui non si distinguono più opere d’arte da opere commerciali, si è inventato la parola “massimalismo”, con lo scopo di far passare il concetto che esista un genere in quanto non è di genere. Ma che significa? Era massimalista Joyce? Erano massimalisti Balzac, Dostoevskij, Dante, Manzoni, Musil o De Roberto, con quell’immane e meraviglioso romanzo che è I viceré, del quale ogni pagina vale tutto Tomasi di Lampedusa? Allora è massimalista tutta la letteratura che conta. Anche la Cappella Sistina è massimalista.
5. Scriveva Primo Levi ne “La chiave a stella”: “…i nervi degli scrittori tendono ad essere deboli: ma è difficile decidere se i nervi si indeboliscano per causa dello scrivere… o se invece il mestiere di scrivere attragga preferenzialmente la gente predisposta alla nevrosi. E’ comunque attestato che diversi scrittori erano nevrastenici, o tali sono diventati (è sempre arduo decidere sulle “malattie contratte in servizio”), e che altri sono addirittura finiti in un manicomio o nei suoi equivalenti, non solo in questo secolo, ama anche molto prima; parecchi, poi, senza arrivare alla malattia conclamata, vivono male, sono tristi, bevono, fumano, non dormono più e muoiono presto.” Qual è la tua opinione circa il mestiere di scrivere? Perché scrivi?
Scrivo per portare a termine un’idea di opera che ha preso forma nella mia mente molto presto. Scrivo perché uso l’arte per comprendere la vita e non viceversa, come pensano i mitomani popolari. Di certo non scrivo per “esprimermi”. Non scrivo perché mi piace, perché un scrittore che non sia tale lo riconosci subito da due cose: o lo fa perché gli piace, e quindi, dilettandosi, è un dilettante, o lo fa per mestiere, e allora è un timbratore di cartellini editoriali. Scrivo, detto altrimenti, perché quello che voglio scrivere io posso scriverlo solo io.
6. “La Macinatrice” è un romanzo che accoglie diversi piani interpretativi per il lettore così come per il critico: è un po’ come trovarsi di fronte a la “La sposa messa a nudo dai propri scapoli” di Duchamp. La trama de “La Macinatrice” accoglie pure diverse influenze stilistiche e di contenuti che spaziano dal cyberpunk all’hard-boiled fino al noir e al giallo, ma c’è anche metafisica porno secondo la definizione di Carla Benedetti. E il punto di vista dell’Autore, di Massimiliano Parente, in merito a tutto ciò, qual è?
Vorrei poterti rispondere come Rimbaud a sua madre: “Ho voluto dire quello che lì è detto, letteralmente, e in tutti i sensi”. Uno dei punti centrali del romanzo è appunto La Macinatrice, ossia un dettaglio del dipinto di Marcel Duchamp che hai appena citato. La struttura temporale del romanzo è circolare come il movimento stesso della macinatrice, e non nel senso banale che le ultime righe coincidono con le prime. In ogni pagina Andrea si muove all’interno di un tempo i cui avvenimenti passati e futuri sono sempre compresenti. E’ come quando ricostruisci una storia e la racconti. Nella tua mente c’è tutto, il prima e il dopo, per poterla raccontare sei costretto a togliere ciò che già sai. Nella Macinatrice Andrea si pone domande su quanto già conosce, e in qualche modo queste domande cambiano di volta in volta la prospettiva narrativa. La scoperta della Macinatrice, nascosta nel sottosuolo della Torrenuova, e la sua descrizione minuziosa, non fa cessare la volontà di sapere. Sarebbe come avere il significato matematico di un’erezione. La Torrenuova Srl, nella sua impresa di ridisegnare l’immaginario sessuale, piuttosto che scomporlo analiticamente lo alimenta. Torrenuova non parla per definire, la sua parola scompone per alimentare ancora di più la macchina sessuale, lo sguardo e la parola, il magma telematico delle ossessioni allo sbando.
7. Carla Benedetti, sulle colonne de “L’Espresso”, a proposito del tuo romanzo, scrive: “Parente dedica il romanzo ad Antonio Moresco. Altra cosa strana. Né le classifiche né i premi letterari, né i tam-tam mediatici hanno mai registrato la perturbazione che l’opera di Moresco ha provocato nella scrittura di questi ultimi anni. La registra invece uno scrittore più giovane. In effetti si sente che la ‘Macinatrice’ reagisce in qualche modo ai ‘Canti del caos’. In letteratura succede anche questo. Parte vitale della ricezione di un'opera è la risposta che essa provoca in altri scrittori. Un canale di trasmissione altro rispetto alla macchina dei mediatori e alle loro mappe.” La mia domanda è dunque questa: in che misura la scrittura di Antonio Moresco ha influito sulla tua per la stesura de “La Macinatrice”? per quali motivi?
Ho dedicato il romanzo a Moresco perché è uno dei più grandi scrittori viventi e non, irriducibile al conformismo editoriale. Riguardo a quanto abbia influito sulla stesura non saprei dire. Moresco l’ho scoperto quando la Macinatrice era già quasi finita, e quando l’ho letto sono rimasto sorpreso da quanto lo sentissi vicino. Ci sono parti della Macinatrice che sono state elaborate e scritte tredici anni fa, poi ci sono state molte stesure e rielaborazioni, e in mezzo, appunto, altri tre libri che sono stati dei ponti per arrivare a questo.
8. La genesi de “La Macinatrice”: perché scrivere di Giandomenico Torrenuova, del suo progetto? La Torrenuova S.r.l. è solo un’invenzione della tua fantasia o ti sei anche ispirato al mondo reale, a quello di tutti i giorni?
Torrenuova esiste, o quantomeno è auspicabile. Come la mamma di Mamma.
9. Andrea e Giandomenico, due personaggi chiave, fondamentali: si completano l’un l’altro, o si combattono ma per conseguire, in ogni caso, lo stesso risultato finale?
Entrambe le cose. Andrea è apparentemente l’antitesi di Torrenuova, ma Torrenuova ha anche la chiave delle sue ossessioni. L’atto fotografato da Andrea nell’ultima pagina non è completamente libero. Accade a Rue Larrey numero 11, a Parigi, che è una strada in cui Marcel Duchamp abitò, in un appartamento dove trovò una porta sempre aperta e sempre chiusa, che lo fece pensare anche all’essere androgino, all’essere contemporaneamente maschile e femminile. Andrea stesso è un nome androgino, alla fine l’unico modo che trova per impossessarsi di Elena è quello di farsi possedere da Marco Monti, cercando di diventare lei. L’iscrizione sul vetro torrenoviano, “Yerra Leur” riportà la libertà di Andrea nelle spire di Torrenuova. Il suo desiderio è desiderato, e preventivato, dal business di Giandomenico. Questo, ovviamente, non mette in dubbio la totalità del desiderio di Andrea. Ecco perché il romanzo è destinato a ripetersi, e non ha mai fine.
10. Vagina’s World: è dunque questa la realtà futura che ci aspetta? L’umanità andrebbe avanti soltanto per dar corpo alle sue ossessioni erotiche e soddisfarle?
Vagina’s World è il voyeurismo massimo, già in atto. La rete ha rivoluzionato l’immaginario, facendo cadere la distinzione tra sesso reale e sesso immaginato. Il sesso reale non esiste, è un’illusione. L’unica verità del sesso è nella mente, nel pensiero, nella volontà di vedere. In ogni scopata non c’è mai la realtà del corpo, la mente sessuale non è mai hic et nunc. Internet è reale perché è immagine pura. Tutti vogliono vedere tutto di tutti, ma in fondo a questo desiderio c’è un erotismo gaudente e disperato.
11. Nel tuo romanzo, “La Macinatrice”, c’è un messaggio o un manifesto politico nascosto fra le righe?
Di sicuro sì, ma in senso brutalmente ideologico lo puoi prendere da destra o da sinistra. E’ una critica feroce del capitalismo, e anche la sua più sperticata apologia. Quello che penso io invece è nascosto qua e là, spesso anche nelle parole di Torrenuova o Marco Monti.
12. Stando all’Iliade: Elena, figlia di Giove e di Leda, sorella di Clitennestra, ma soprattutto sposa di Menelao, rapita da Paride e per questo causa della guerra di Troia.
Elena, figlia di Torrenuova, di cui è innamorato (!) Andrea, questa Elena che se la fa pure con Marco Monti, un nano intellettualoide della televisione, potrebbe essere considerata come una sorta di Elena di Troia?
Direi semplicemente una troia, ma nella sua accezione più alta, come spiega bene Torrenuova.
13. “La Macinatrice”, che cos’è per chi non avesse ancora letto il tuo romanzo? Secondo te, il comune lettore come se la figura la Macinatrice nella sua immaginazione?
L’idea di tutto ciò che definiamo osceno che accade inesorabilmente in questo istante. Il desiderio di vedere, il tormento di non poter mai raggiungere l’immagine ultima.
14. Siamo di fronte a un romanzo di idee o a un romanzo di linguaggi? Per me, è più corretto dire che “La Macinatrice” è romanzo di idee e di linguaggi. Ma, ovviamente, l’ultima parola spetta all’Autore…
Concordo con l’intervistatore dell’autore.
15. A tuo avviso, genericamente parlando, esiste una netta differenza fra Letteratura e narrativa popolare?
Assolutamente sì. La narrativa popolare è fatta per essere consumata, la letteratura non tiene conto degli orizzonti di attesa, ne determina di propri. Oggi scrittorini postmoderni o di genere e critici spompati e tromboni vogliono annullare le differenze, far sì che tutto si equivalga a tutto. Sul Domenicale di questa settimana, che ti invito a leggere, ho lanciato questa provocazione: “Aboliamo la letteratura”. Se il valore è l’assenza di valore, o l’equivalenza tra arte e entertainment, tanto vale mettere la letteratura fuorilegge. Perché in realtà già lo è. Perché uno dovrebbe studiare a scuola Leopardi o Gadda quando poi non si distinguono Piperno da Moresco o Wu Ming da Busi?
16. A mio modesto avviso, “La Macinatrice” è un’abile commistione di generi, un’unica soluzione espositiva pienamente originale che non è possibile costringere in un’etichetta o nelle definizioni di Letteratura e di narrativa popolare. Dico giusto?
Direi di sì, e aggiungo: la narrativa popolare non esiste più, esiste solo il Midcult. Sono gli stessi che fanno la fila al Louvre per vedere la Gioconda senza sapere niente della Gioconda. Sono gli stessi che non saprebbero più distinguere una Madonna con bambino di Caravaggio da una di Bellini, perché non sapendo leggere le forme non possono arrivare neppure ai contenuti. Questo oggi, in Italia, vale sia per il pubblico che per la critica. Una volta la narrativa popolare ottocentesca raccontava ciò che il pubblico voleva leggere, mentre l’arte dal romanticismo in poi ha sempre ridisegnato gli orizzonti d’attesa sottraendosi alla banalizzazione imposta dall’industria. Gli chic, al massimo, si facevano ritrarre da Giovanni Boldini. Tuttavia anche Monet o Proust, dopo cinquant’anni, diventano popolari.
17. C’è qualche cosa che vorresti aggiungere a quanto già detto?
Ora non mi viene in mente niente. Magari se passi da Roma magari ci prendiamo una pizza e mi vendico facendoti cinquanta domande.
Grazie Massimiliano Parente, sei stato gentilissimo e molto paziente a rispondere a tutte queste domande. Un forte abbraccio di amicizia, di stima.
MY BEST OFF III - AUTOANTOLOGIA, E QUATTRO INEDITI
written by
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lunedì, agosto 29, 2005
MY BEST OFF III
- autoantologia, e quattro inediti -
di Giuseppe Iannozzi
UN DIO
(previously unreleased)
La prossima tappa del mio destino
non sarà una toppa in cielo o in mare
e nemmeno tra gli avanzi d’un festino
Ma un tirannico dio sul piede di guerra
SOLO CENERE
(previously unreleased)
Festa
si gridava
in piazza
e la cinigia
a spandersi
voluttuosa.
La ragazza
volto in fiamme
rideva
e la ciniglia
al capo legava.
Poi, solo cenere
data in pasto
a terribile vento.
La Fontana delle Lacrime
(canto per Federico Garcia Lorca)
(canto per Federico Garcia Lorca)
a Chatterly,
a Federico Garcia Lorca,
all’Arte che si oppone alla prepotenza fascista
di ogni tempo e di ogni dove
a Federico Garcia Lorca,
all’Arte che si oppone alla prepotenza fascista
di ogni tempo e di ogni dove
Ora devi sorridermi,
perché sto per amarti,
perché sto per accecarti
Ora devi darmi un po’ di luce,
perché i miei occhi sono ciechi
E lo sai che la colpa è solo tua
Guarda! Guarda! Guarda!
Sono in ginocchio, sono nudo
Non puoi ignorare quest’uomo
Non puoi fingere che,
che ama solo se stesso
O l’acqua morta
della Fontana delle Lacrime
Le mie dita suonano il tuo corpo
Ma tu rispondi, dolore!
E io solo grido, amore!
La rima è facile,
più difficile legare noi
nel volo delle bianche colombe
che piangono poesie:
in Spagna, un morto
è più vivo
come morto
che in qualsiasi altro dove:
il suo profilo ferisce
come il filo d’un rasoio
Guarda! Guarda! Guarda, ora!
Ho i polsi tagliati
e suono ancora la tua canzone,
quella che ci ha innamorati
Guarda! Guarda! Guarda, ora!
Ho il cuore a pezzi
e batto ancora il petto
e il tempo perché non ho che te,
perché non ho altro che bianchi gigli,
la purezza e il tuo biondo capriccio
Guarda! Guarda! Guarda, ora!
No, non dire che non si può fare,
che non si può amare e soffrire
suonando uguali note sul piano
dei nostri corpi di luce
No, non lasciamo morire la Luna
e il suo splendore: questa fontana,
questa fontana ha pianto abbastanza
Sì, sono cieco, ma vedo che mi ami,
che mi piangi ancora con occhi di colomba
Ti perdono la colpa, ogni bianco giglio
Ti perdono il fiore di sangue
disegnato dalla tua inespressa poesia
sul mio cuore che batte, che batte ancora
per te, per i tuoi occhi spalancati su di me
Ti prendo, prendo te e il tuo biondo capriccio
perché sto per amarti nelle tue lacrime,
perché sto per accecarti nella luce della Luna
Sei sempre un colpo al cuore,
una poesia che uccide e non sa uccidere
Ma sei sempre un colpo al cuore
No, non lo puoi negare, Amore!
MANIFESTO
rumore forte questa sera, il bombo schianta gli orecchi
sono stato alla manifestazione, dimostrazione di violenza
pogrom, milizie accavallate, fitte schiere
manganelli e molotov rimbalzavano, fiere
di esiliarsi nel danno fuori – violenza!
violenza genera violenza
uccide bandiere, rende tutti uguali nell’inesistenza
pogrom, milizie accavallate, fitte schiere
manganelli e molotov rimbalzavano, fiere
di esiliarsi nel danno fuori – violenza!
violenza genera violenza
uccide bandiere, rende tutti uguali nell’inesistenza
mio padre urlava dalla barricata
gli rispondevo, bastonata ricevuta
gli gridavo che l’avevo presa
mi rinfacciava nel fumo generale che non era l’arresa
ideologie raccontate a suon di confusioni, repressioni
religioni sbandierate tutte uguali nel fracasso, nel fracasso
la forza, la violenza riceveva adeguata ricompensa, duro incasso
terra mancava sotto a chi in piedi, si spaccava il cielo in due
in due, in due, in due
ma il diritto, dove? dove ammazzare l’uguaglianza
fa paura l’uguale quando troppo uguale all’uguaglianza d’ammazzare
fascisti, comunisti, pacifisti, anarchici, corpi stesi impastati nel sangue
qualcuno vola dalla finestra, qualcuno mangia la solita minestra
qualcuno langue, qualcuno spergiura, qualcuno prega Nerone
è fattoria degli animali, facili crocifissioni, sprone contro sprone
gli rispondevo, bastonata ricevuta
gli gridavo che l’avevo presa
mi rinfacciava nel fumo generale che non era l’arresa
ideologie raccontate a suon di confusioni, repressioni
religioni sbandierate tutte uguali nel fracasso, nel fracasso
la forza, la violenza riceveva adeguata ricompensa, duro incasso
terra mancava sotto a chi in piedi, si spaccava il cielo in due
in due, in due, in due
ma il diritto, dove? dove ammazzare l’uguaglianza
fa paura l’uguale quando troppo uguale all’uguaglianza d’ammazzare
fascisti, comunisti, pacifisti, anarchici, corpi stesi impastati nel sangue
qualcuno vola dalla finestra, qualcuno mangia la solita minestra
qualcuno langue, qualcuno spergiura, qualcuno prega Nerone
è fattoria degli animali, facili crocifissioni, sprone contro sprone
così funziona male – fa male, male, male
atti di violenza gratuita, quale il prezzo?
atti di morte inflitta, quale il disprezzo?
atti di violenza gratuita, quale il prezzo?
atti di morte inflitta, quale il disprezzo?
manifesto cade, lo raccoglie un altro uguale a un altro
manifesto cade, lo prende addosso un altro ma cadendo
ma candendo, ma cadendo, ma cadendo
così funziona male – fa male, male, male
è fattoria degli animali – occhio per occhio
è fattoria per facili conversioni – dente per dente
facili crocifissioni, terribili confusioni
l’uno sull’altro, l’uno sull’altro, l’uno sull’altro
errori, abominio della pace gridata in strada mai voluta,
veramente
manifesto cade, lo prende addosso un altro ma cadendo
ma candendo, ma cadendo, ma cadendo
così funziona male – fa male, male, male
è fattoria degli animali – occhio per occhio
è fattoria per facili conversioni – dente per dente
facili crocifissioni, terribili confusioni
l’uno sull’altro, l’uno sull’altro, l’uno sull’altro
errori, abominio della pace gridata in strada mai voluta,
veramente
mio padre urlava dalla barricata
gli rispondevo, bastonata ricevuta
ma l’inferno esiste
e in un qualche dove anche il paradiso – per forza!
gli rispondevo, bastonata ricevuta
ma l’inferno esiste
e in un qualche dove anche il paradiso – per forza!
mio padre urlava dalla barricata
gli rispondevo, bastonata ricevuta
rumore forte questa sera, il bombo schianta gli uomini,
veramente
gli rispondevo, bastonata ricevuta
rumore forte questa sera, il bombo schianta gli uomini,
veramente
RECTO E VERSO
Ecco,
non c’è
un miracolo:
gli occhi belli
offerti
ai macelli
ridono dolore
nel doppio sogno
che è riflesso
nello specchio.
Si fa sabbia
la rabbia
spruzzata
tra le correnti
del vento?
Non sei cambiata,
riposi
ancora
la stanchezza
nell’indifferenza,
bruci
ancora
la fermezza
nel sangue
d’un giglio di neve,
mi fai
ancora
dono
d’una croce
e d’un cappio
tradendomi in Gesù,
sacrificandomi in Giuda,
per dar senso
al volto
che ti maschera
l’anonimato.
Si fa
ancora
il gioco
del Recto
e del Verso.
Ma meglio è
cominciare
l’Inizio
foss’anche inventato
come il fato
che ognuno dice
pronosticato,
diagnosticato
nella storia di sé
che
ancora
ha da venire:
gli Ebrei presero
la strada della Diaspora
scavando nelle sanie
dell’Iniziato
e lo elevarono
a Golem
confortandolo
con un trono d’argilla.
Ma non bastò
perché l’Alba Dorata
quasi tutti se li è presi
in una tormenta infinita di lager,
di cadaveri,
conservati nella figa
di Eva Braun.
E tu,
tu mi parli
d’amore?
Mi sussurri
che Giuda pagò
perché tutto fosse deciso
come l’amore di Gesù aveva inciso
nella sua carne macellata.
E tu,
tu mi fai becco
con un sorriso,
perché
carnefice e vittima
dovrebbero condividere
stessa carne
e separati letti.
No, Amore,
non funziona così.
Il pondo della vita
è delle Anime Morte
che si danno via
in un sospiro
che vanta
una pietra scagliata
nello spazio
di un Amen infinito.
E nessuna Redenzione.
No, amore,
non funziona così.
Gli specchi cadono
in frantumi
e il filo dei loro rasoi
taglia i legami,
ma resta la ferita a marcire
nell’infezione del passato
mai dimenticato.
Ieri c’era un uomo
che moltiplicava
pani e pesci.
Ieri c’era un figlio
che scriveva
poesie sull’acqua.
Ieri c’era uno spirito
che predicava
alla sua ombra.
Ieri c’era
un domani.
E tu,
tu lo buttasti via
abortendo
la perfezione
che recava al Sinedrio
col capo già coronato di spine.
Ieri c’era un uomo
che fuggiva
nel fondo
del tuo cuore.
Ieri c’era un bambino
che dannava
l’alma
in un tuo sguardo.
Ieri c’era un fantasma
che credeva
nell’onestà
della tua ombra.
Ieri c’era un domani
che hai dilaniato
nella forma di te
per crocifiggere
la sostanza
in un vetro,
in una lama di cielo
tagliente come rasoio.
Questo mondo di insidie,
questo specchio di rivolte,
questo affanno di diavoli,
questo inganno di angeli…
tutto questo
non lo puoi dimenticare
su due piedi,
lasciando il Sepolcro
all’invasione
del Can Malfusso.
Ieri c’era qualcuno
che,
in silenzio,
raccoglieva pietre
per darle addosso
alle spalle
di quell’uomo
e alla sua ombra.
La pietra di fiume
che fu dono di ieri,
oggi,
è scagliata
nel letto d’un’altra foce:
alle correnti appartiene.
Ho un mare di rabbia
che cerca di sfociare
in lagrime,
ma il tempo
ha bisogno
d’un dolore
più grande
del mio universo.
Sì, si fa sabbia
la rabbia.
E sgretola
ogni pietra
che scagliasti.
DOMANI SARO’ MORTO
Domani, domani sarò morto,
così penso che è proprio il caso
che abbia indietro un sogno o un incubo:
le scarpe e il rossetto rosso per lucidarle,
il cappello e il saggio su Erasmo da Rotterdam,
e se hai cuore, un po’ di quella tua zuppa di piselli
Ma sarei più felice se volessi darmi indietro
solo la mafia di Frank Sinatra e il diavolo dei Rolling Stones
così penso che è proprio il caso
che abbia indietro un sogno o un incubo:
le scarpe e il rossetto rosso per lucidarle,
il cappello e il saggio su Erasmo da Rotterdam,
e se hai cuore, un po’ di quella tua zuppa di piselli
Ma sarei più felice se volessi darmi indietro
solo la mafia di Frank Sinatra e il diavolo dei Rolling Stones
Domani, domani sarò uguale a tanti altri,
così penso che è proprio il caso
di darci un taglio, adesso:
la molotov inesplosa è accanto alla culla del bambino,
il mazzo di rose, che ti ho regalato, ce l’ha tua madre,
i profilattici, quelli, li ha presi tuo padre per sbaglio
E’ tutto a posto, come sempre
Solo non so dove Sinatra e gli Stones
così penso che è proprio il caso
di darci un taglio, adesso:
la molotov inesplosa è accanto alla culla del bambino,
il mazzo di rose, che ti ho regalato, ce l’ha tua madre,
i profilattici, quelli, li ha presi tuo padre per sbaglio
E’ tutto a posto, come sempre
Solo non so dove Sinatra e gli Stones
Tutto qui, domani sarò morto
Ma era giusto che lo sapessi dalla mia bocca,
perché fuori c’è Morte e io ne sono parte:
si salveranno solo i più sfortunati
Ma era giusto che lo sapessi dalla mia bocca,
perché fuori c’è Morte e io ne sono parte:
si salveranno solo i più sfortunati
E il jingle è uno strillone e giornali invenduti
che ripetono “Dove Sinatra e gli Stones?”
che ripetono “Dove Sinatra e gli Stones?”
E il jingle è uno strillone e giornali invenduti
che ripetono “Dove Sinatra e gli Stones?”
che ripetono “Dove Sinatra e gli Stones?”
URLA
SOTTOVOCE
SOTTOTERRA
in memoria di Allen Ginsberg
I.
Ci hanno detto di sputare il cielo in una pozzanghera di nubi:
danzavi portandoti a spasso le mie lagrime negli occhi,
ma la strada da percorrere era un segreto che non sapevi,
e ti prendeva tutta, senza che tu potessi darti pace.
Sapevo che stavi soffrendo,
perché una puttana vergine
non ha che se stessa al suo fianco
& mille fantasmi cannibali
a dimostrarle difesa di fronte
alle frotte degli angeli indemoniati
agli angoli dei semafori
sempre pronti a santificare le feste
nel loro nome
e ad accompagnarsi a scorte di manganelli.
Quelle immobili visioni,
che avevi,
rispondevano a comando:
ti immaginavi in un urlo,
o in una risata folle,
per darti via
con una moneta in tasca
e un tacco a spillo piantato nel cuore.
Eppure non avresti proprio voluto soffrire a quel modo,
farti simile a tua madre,
che buttava la sua rabbia addosso a te
per passarla a tuo padre,
che affilava la coramella sulla tua schiena.
Eppure è successo
& ancora non sai spiegartene il motivo.
La forza, la gloria,
che trovasti,
fu un perdersi in un cielo
che ti dava a spingerti sulla strada.
Incontrasti la vastità degli uomini
e la loro pontificata pazienza
nel rigurgito animale
degli orgasmi:
e le pozzanghere
che ti invasero
si fecero profonde
come i segni sulla schiena
che non osavi mostrare allo specchio,
che ti capovolgeva
mentre esibivi una rosa di sangue
fra le gambe
a quel solito sconosciuto che,
ad ogni notte,
cambiava nome
ma mai il volto.
II.
Fuori ho visto l’Atomica esplodere
in un arcobaleno di passioni
& le menti si sono fuse
in un coito di geniale carnalità
compressa nello strazio
di mille e mille morti,
finalmente,
in una sola Morte.
Ma le ombre
che furono loro
si accartocciarono sui muri
gridando:
“Identità!”.
Gesù scese dalla croce
trascinandosi sulle spalle
l’utero spezzato:
guardò con gli occhi ciechi
le ombre
e provò a baciarle
un’ultima volta,
& Giuda gli cacciò in culo
una benedizione
presa in pegno al Banco dei Trenta Denari
e una carezza strappata dal bosco dei Getzemani.
Mio figlio non sta proprio bene:
ha un cancro trapiantato nell’Anima
e un serio problema di compostezza sociale.
Non insegue l’Eternità
e la Dorata lontananza del Giorno e della Notte.
Si caccia in casini
che non ti dico,
poi dà la colpa a se stesso,
ma non fa niente
per cambiare la pena
che si porta in mezzo alle gambe:
taglia l’inutile proboscide scadendo in rota,
ma finito l’effetto
si fa un’altra scimmia
e cerca una preghiera
in una piaga di violino
per sentire l’ebbrezza d’un’aritmia mortale.
E mai che accada.
L’altro giorno è venuto in me
con un sogno
ma era spento
& prova e prova e prova,
alla fine s’è dovuto arrendere
nell’Occhio di Ciclope
& alla fine ha confessato
che ama troppo sua madre
e che avrebbe proprio tanto bisogno di possederla
senza dover andare in strada a cercarla
con uno schiaffo di banconote.
III.
Ho un proiettile nell’occhio
che ogni tanto mi fa piangere,
ma non c’è un motivo apparente
che spieghi,
& allora mi tocca stringere la croce
e forgiarla in un’aneurisma
che mi ridia una vertigine perfetta e solidale con le emozioni
che mi stuprano il dolore
che si crede migliore di me.
Non è facile spiegare
quando ci si trova spiazzati
nell’immobilità
& l’occhio esploso non m’aiuta affatto,
anche se mi fa molto carino
agli sguardi delle donne.
Ma non è questo il punto
a cui dovrei mirare,
perché ciò che cerco
è una chiarezza inconfondibile.
E’ tutto un fottio qui,
Vecchio Stronzo,
che ieri mi desti un soldo per dirti bello
a quella donna
che hai ammazzato in un incidente
di lisergica memoria.
IV.
La casa è crollata nel tradimento
di farci due a due,
l’uno nascosto all’altro.
E’ bello, è bello, è bello, è bello, è bello.
Chi? Cosa? Dove? Come? Quando? Perché?
Ma perché son io
a dovertelo domandare?
Solo questo conta,
anche se l’uomo,
che se ne va a spasso
con l’utero sulle spalle
come fosse una croce,
dice che non dovrei preoccuparmi
perché lui ci restituirà
la bellezza di crederci,
di nuovo,
tutti peccatori.
& blatera
che Uno e Trino è stata una scopata
venuta nella Passione
delle trombe dell’Infinito,
quando avremmo dovuto solo aspirare
alla Normalità.
Già, dev’essere come dice quel pazzo:
“La frusta batte sempre sul dente cariato!”
Ma io mica l’ho capito,
ma ho presentimento
che sia giusto per noi
& che certe certezze siano possibili solo ai Dioscuri.
Ah, i gemelli Dioscuri! Castore e Polluce, la leggenda:
Zeus che s’invaghì di Leda, moglie di Tindaro, re di Lacedemone,
e si unì a lei sotto forma di cigno,
facendole generare due uova.
& da uno nacquero,
nelle vicinanze di Sparta,
i gemelli Polluce ed Elena.
& dall'altro Castore e Clitennestra.
Ma quest’ultimi erano figli di Tindaro,
che si unì a Leda
dopo gli amori di questa con Zeus.
& quindi Polluce,
figlio del dio,
si dice fosse immortale
a differenza del fratello umano.
Spartani,
uno pugilatore,
l’altro guerriero,
combatterono contro l’ateniese Teseo,
poi,
non contenti,
aiutarono pure quella mezzasega di Giasone,
e si fecero Argonauti.
Placarono la Tempesta
che avrebbe affondato tutti gli Argonauti,
& da allora
si dice siano le preghiere promesse dei marinai.
Cazzo, che storia intricata!
E’ questo che volevi, è questo: un mondo puttana vampirizzata
& una casa crollata & dirti ancora innocente.
E’ questo che volevi, la rovina della casa.
E’ questo che volevi, un Cigno, una sgommata e via.
E’ questo che volevi, un utero spezzato,
una croce che fosse il nostro nome.
No, non sei mai stata chiara,
voli perfetti nel cerchio dell’imperfezione,
buco di culo depilato,
croce uterina.
V.
Sfoderi Il Richiamo di Cthulhu,
lui ascolta,
lui sa,
sa ogni cosa,
ogni dove,
ogni infinità,
ogni perfezione perfetta ed imperfetta.
Si muore ai semafori in buffi incidenti:
non c’è lavoro per i becchini
del rosso del giallo del verde,
non c’è lavoro,
non c’è,
non c’è da pulire
un vetro rotto o un tagliarsi i polsi.
No, non c’è,
ma c’è che qualcuno fa,
fa scattare,
fa scattare meccanismi compulsivi di massa,
& s’espande sempre,
tocca le radici del Male,
del Bene,
tocca e passa via a trecento Km/h.
Ci sono delle strafighe in giro
che proprio non sai
da dove siano nate,
se da un uovo
o dalla passione di Zeus
o dal ventre di Elena.
Ci sono
& frettolose prendono taxi allucinanti,
mentre sfilano lunghe gambe
in trasparenze di calze e sete d’orchidea.
Le vedi,
le puoi solo vedere,
ma non toccare.
Hanno il male
che le segue
& le spinge verso Cthulhu.
Si fanno la Morte
in modo buffo,
ai semafori,
incrociando lo sguardo di Dio
in un pompino staccato
con fretta
calcolata.
Sfoderi Il Richiamo di Cthulhu,
lui ascolta,
lui sa,
sa ogni cosa,
ogni dove,
ogni infinità,
ogni perfezione perfetta ed imperfetta.
Sa dove inizia il passo
e dove finisce.
Lui sa farti fuori
con una visione di Dio:
importa solo che Lui creda in Te
anche se Tu e Lui non esistete,
veramente.
Lui sa farti fuori così,
con uno sguardo calibrato
nella pazzia dei semafori.
VI.
Ci hanno detto di sputare una pozzanghera in un cielo di nubi:
danzavi portandoti a spasso le tue lagrime negli occhi,
ma la strada da percorrere era la solita che sapevi,
e ti prendeva tutta, senza che tu potessi darti pace!
VII.
Sottovoce. La voce.
Sottoterra. La terra.
Sottovoce. Sottovoce.
Sottoterra. Sottoterra
Sottovoce.
Sottoterra.
Sottovoce. Sotto.
Sottoterra. Sotto.
La Voce. Sottovoce.
La Terra. Sottoterra.
Sottoterra.
Sottovoce.
Sottovoce & Sottoterra.
Sottoterra & Sottovoce.
LA PAROLA
(previously unreleased)
Non dire l'Amore,
non dire che c’è amore
Amore!, amore
è una parola,
una voluta di fumo,
un’insidia e una monotonia,
una disperazione
che via via ci porta alla guerra,
o sulle strade a romperci le ossa
- o nei colori che si stemperano
in tutti quei tramonti mai visti
da occhio umano
No, non dirlo che è amore
l’Amore, non ce l’ho
una parola migliore
che sia credibilmente giusta
per dirlo più di così
Ho solo una parola ingiusta
che è lama di sgomento
- un tagliarsi le vene dei polsi
prima che sia l’alba a sposarsi
in un altro tramonto che non so
QUANDO I SANTI, GLI UOMINI
(previously unreleased)
alla bella scrittura
Quando venimmo al mondo
i santi aureolati fecero fagotto,
lasciando inusate tombe dietro di sé
perché gli uomini potessero riempirle
d’amore e di melanconia mortale - vitale
Quando il primo uomo cadde, cadde
Quando per mano d’un suo fratello
quel primo fu sepolto profondamente,
altri mille lo seguirono per uguale sorte
se non più crudele, senza né una croce
né una benedizione terrigena o dall’alto
Quando, per distrazione, i santi in fitta schiera
tornarono quaggiù, allarmarono bronzee campane;
seppellirono così nel grembo della madre morente
l’ultimo uomo che tentava di scalfire col suo grido
il mondo destinato a un eterno silenzio di niente
IDENTITA' SEPOLTA
written by
-
sabato, agosto 27, 2005
Identità Sepolta
di Giuseppe Iannozzi
In piazza Alimonda un ragazzo era caduto: freddato al primo colpo. E la sua testa addormentata per l’eternità in una pozza di rosso sangue. A Fernando tremavano le gambe: l’aveva visto il colpo, l’aveva visto partire e uccidere. Poi mille braccia l’avevano catturato per trascinarlo lontano, con la forza. Gli orecchi gli fischiavano. Impossibile contenere la rabbia seppellita nello stomaco: vomitò mentre veniva trascinato via, mentre la vista gli si annebbiava sotto i colpi dei neri manganelli.
* * *
Gabriel restava con le spalle incollate alla barca arrovesciata, mentre le dita dei piedi scavavano nella sabbia odorosa di sale e ancora calda di quel sole che l’aveva battuta per tutto il giorno. In cielo gli occhi seguivano la spezzata rotta, quella di un solitario gabbiano in volo: bianco come le nuvole, fra di esse si perdeva tentando nervose acrobazie alari. Stancamente si alzò da terra: con gli occhi ridotti a due fessure lasciò indugiare lo sguardo tra cielo e mare, cercando di andare oltre l’orizzonte. Sputò nella sabbia un grumo di catarro grigio, poi volse lo sguardo al di là della spiaggia per incontrare delle vecchie catapecchie di legno mangiate dal vento, corrose dal sale.
Quando quella notte Gabriel sentì bussare e gridare; comprese subito che era stato sepolto vivo. Lo avevano portato di corsa nel capanno adibito a ospedale, ma Ernesto aveva già il petto basso, senza più un respiro o una bolla d’aria dentro; e subito l’avevano seppellito nel cimitero senza né un prete né una preghiera, perché il prete era morto assassinato qualche mese prima e le preghiere la gente non le sapeva. Fu seppellito e basta: gli piantarono su una croce di legno, una di quelle belle grosse, e qualcuno si fece il segno grattando di gola un ‘Gesù!’ e basta.
Gabriel si alzò dal suo giaciglio di paglia e si mise a sedere tenendosi la testa fra le mani: ‘Doveva accadere, non poteva essere diversamente!’ Adesso gli sarebbe toccato di uscire fuori, di disseppellire il morto che morto non era. In fondo non gli dispiaceva un po’ di moto notturno, ma l’idea di doversi poi sorbire una probabile partaccia di Ernesto gli metteva paura rossa nel budello. Alla fine si decise, uscì all’aperto, incontrò lo sguardo spietato delle stelle con il loro lucore perfetto: sospirò e mosse il piede verso il camposanto.
Una volta arrivato, dopo due minuti appena di cammino, si sentì improvvisamente triste: non ci aveva mai fatto caso, ma i morti riposavano per l’eternità a un tiro di schioppo dal suo uscio domestico. Resosi conto di questa verità, l’animo gli si seppellì in un istinto di rivolta: ‘E se lo lasciassi morire? Cazzo, è notte, ci sono le stelle, e lui grida come un ossesso. Dovrei lasciarlo sottoterra, ma….’ Fu un urlo di Ernesto, un urlo terribile a non farlo indugiare ulteriormente. Davanti alla grossa croce di legno, Gabriel provò un sentimento strano, di profanazione; ma fu un altro urlo a fargli perdere la bussola dei suoi tentennamenti, e con la sola forza delle braccia sfilò la croce dal terreno gettandola via ma in mezzo a croci che erano lì da tanto, tanto tempo. Scavò nella terra a mani nude, con gran foga: dopo un’ora le unghie toccarono il legno della cassa da morto. Si rizzò in piedi e respirò a pieni polmoni: sotto la luce delle stelle rimase per alcuni brevi istanti a fissarsi le unghie distrutte, sanguinanti. Ernesto gli gridava di fare presto. Gabriel sputò sulla tomba un bolo di magra saliva impastata di nicotina, poi si guardò intorno: adocchiò un asse di legno che avrebbe fatto al caso suo. Fece due passi e lo raccolse: era un pezzo di legno robusto e con quello cominciò a picchiare sulle tavole della cassa, ma niente. Allora provò a forzare le commessure: piantò l’asse, che era ben acuminata, tra due tavole della bara, e una saltò subito. Dopo fu un gioco da ragazzi, o quasi, far saltare anche le altre.
Ernesto era pallido e sporco, ma tutto sommato non era più brutto del solito. Uscì dalla fossa con naturalezza, come se stesse recitando una parte che aveva provato più e più volte, respirò a pieni polmoni l’aria della notte, poi diede una pacca sulle spalle di Gabriel, che col dorso della mano si stava asciugando la fronte madida di sudore.
“Volevi forse lasciarmi a marcire?”, lo rimproverò bonariamente.
Gabriel scosse il capo e non disse nulla per tema di una partaccia, allora Ernesto gli sorrise: il Comandante aveva un bel modo di sorridere.
Restarono in silenzio, in un faccia a faccia. Sì, aveva un sorriso che ispirava fiducia.
“Vieni con me!” Gabriel non si fece ripetere l’ordine una seconda volta e seguì il Comandante.
Arrivarono sino alla spiaggia e presero posto sulla sabbia.
Sdraiati sulla schiena, con gli occhi puntati al cielo, i due uomini presero presto a parlare.
“Non è cambiato poi molto, non è forse così?”
”Ci arrangiamo, se è questo che vuoi sapere.”
Ernesto tossì: “La Fontana delle Lacrime, lì è stato assassinato.”
”Ci arrangiamo, se è questo che vuoi sapere.”
Ernesto tossì: “La Fontana delle Lacrime, lì è stato assassinato.”
“Ci pensi ancora.” Ma non era una domanda, solo una constatazione.
“Sì, ancora.”, disse il Comandante con voce rotta: “non doveva finire a quel modo.”
“Le stelle sembrano proiettili luminosi.”
“Come poeta sei pessimo, ma scavi bene e in fretta. La nostra terra la conosci bene.”
“E’ quasi la prima luce del nuovo dì.”
“No, le stelle sono ancora il cielo, sono solo leggermente pallide. Non è ancora il mattino.” E sorrise a quel tappeto di spietate stelle.
Si svegliò che aveva un gran cerchio alla testa. Il sole era appena emerso dal mare: presto i pescatori sarebbero accorsi sulla spiaggia per prendere le barche e tentare la sorte con la pesca. In mano teneva un basco: se lo calcò sul capo e l’emicrania gli si addormentò. Poi si alzò in piedi, scrutò il cielo, respirò l’aria che sapeva di sale e di poca fortuna, e mosse il passo verso alcune catapecchie, perché lì c’era anche la sua.
* * *
Fu una voce familiare a farlo tornare in sé: Lucilla gli era sopra con gli occhi piangenti. La ragazza era isterica, presa nella morsa del dolore.
“Dove siamo?”, biasciò debolmente Fernando: “dove cazzo siamo?”
Lucilla ingoiò amaro, si fece forza e gli rispose: “In gattabuia.”
“Che è successo…?” Ma mentre formulava la domanda ogni particolare gli tornò alla mente.
“…in gattabuia…”, ripeté fra i singhiozzi la ragazza. “O, Fernando… Fernando… perché?”
Il ragazzo si passò la lingua sulle labbra aride: sapevano ancora di acido, di vomito, di rabbia. La fissò negli occhi senza tentare di sollevare la testa dal grembo di lei: “Ho sognato. Ho sognato che era tornato.” Non disse altro.
Lucilla continuò a piangere: accarezzava la testa del ragazzo che si era seppellito in un altro profondo deliquio.
MY BEST OFF II - AUTOANTOLOGIA
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giovedì, agosto 25, 2005
MY BEST OFF II
- autoantologia -
di Giuseppe Iannozzi
IN SCENA, CHE SCENA!
(previously unreleased)
E lo so, lo so, nel mio piccolo lo so:
il tempo, non ho mai tempo per il tempo.
Non c’è scampo, solo uno scampolo.
Ieri ho provato a farla finita, coi problemi, con tutti,
ma c’era una sola via, quella del suicidio,
e devo dirvi che non amo la morte né chi gl’è fratello:
è questo il motivo che m’ha tentato… restare in vita
nonostante il tempo sia davvero tiranno,
ammorbato com’è, pieno zeppo di problemi
che conducono ad altri fratelli.
La gente pensa, pensa troppo.
In scena, che scena scema!
Ieri viaggiavo, tenevo accanto a me la mia Bambina.
Era come fossimo in prima fila, alla prima d’un film hollywoodiano;
e il vento soffiava forte su di noi, mentre premevo l’acceleratore.
Ho parcheggiato sotto un cielo di stelle e gli applausi si sono accesi:
lei mi guardava dritto negli occhi, io pure ma più in basso,
ero pronto a strapparle via il reggipetto e tutto il resto in un sol colpo.
Ma lei sbatteva le palpebre come una bambola e questo m’ha frenato:
ho temuto d’affondare i miei denti in una dolcezza di plastica.
Lei m’ha asciugato col suo fazzolettino il sudore
che era sulla mia fronte:
“Qualcosa non va?”
”No, è solo che il carburatore…” Non ho avuto il coraggio di proseguire
”No, è solo che il carburatore…” Non ho avuto il coraggio di proseguire
e lei è scoppiata in un pianto dirotto.
Ho cercato di calmarla con un bacio, ma niente.
Ho cercato di calmarla con le mani, strangolandola, ma solo urla.
Allora le ho recitato una poesia romantica: l’ho infartata sul momento,
la poesia non l’ha retta. Si può picchiare una donna a piacimento
fino a farle perdere conoscenza e coscienza,
ma recitarle una poesia dicendole che è una poesia per lei
è un errore fatale. Dopo questo fatto poco hollywoodiano
e forse un po’ troppo tragico per esser detto romantico,
ho avuto la prova che era proprio come temevo che fosse, Lei,
di plastica. Gli addetti ai lavori non c’hanno pensato su due volte,
hanno sbaraccato la scenografia, hanno spento l’aria condizionata,
e io sono rimasto da solo con la vecchia segretaria
che m’ha sorriso porgendomi un assegno di pochi dollari
per aver fatto la mia parte in questa vita che è un po’ così,
un po’ puttana, da quattro soldi.
La gente pensa troppo, pensa troppo di vivere.
MIRCALLA
- Angelo di Tenebra -
Un angelo di Tenebra
che cada
nella quiete
dello Spirito
con ali d’Angelo
Un angelo di Buio
splendente
che baci
lungamente
la quiete dell’Eternità
per dissetare il nome che fu mio,
quell’ombra disegnata croce
Un angelo di Spirito
che viva
la Morte
la Vita
Ah! Un bacio di sangue, langue
qui nell’Infinito
che spazia
in altro atro Infinito
Sarai, ancora, Tenebra
- Ossessione, felicità ultima -
Sarai, ancora, Spirito
- Concessione, fedeltà ultima -
Sarai, ancora, Angelo
Sarai, Àncora, Senso
se avrà un senso
il Buio
(…
Baci di sangue,
dilaniati pallidi morsi
di Luna…
Supremo Inganno!
…)
Oh, Mircalla!
Tu, che muori in altre braccia
Tu, che conosci le distanze di
Cielo
Sole
Luna…
Riposa!
Angelo di
Tenebra
Spirito
Ora, riposa nello specchio
mortale degli occhi!
E poi cadi come pioggia
E poi scorri come sangue via dalla vita
che fu anche la mia
in un bacio da qui all’Eternità
Angelo di distanze celesti,
dormi nei miei occhi
almeno un’infinita ora
prima che sia l’Alba!
Oh, Carmilla…
CINICO DRELLA
“An artist is someone who produces things that people don’t need to have but that he – for some reason – thinks it would be a good idea to give them.”
Andy Warhol
Frammentazione sociale
Trionfa liberismo morale
Se scegliere fra indifferenza
O apparenza
Non fa male Non fa bene
No, non vale
Non c’è niente da sapere Da fare
Da fare
O medicare
Pistola puntata Tempia andata
Sputano giorni Uomini informi
C’è oltre Spezzata coltre
Raggio di luce In deserto si traduce
L’uomo che avanza Piede affonda nella tracotanza
La metà E’ meta sconfinata Andata In
La meta E’ metà finita Confinata In
Ride il pagliaccio Piange il trucco
Sciolto il ghiaccio Scherzo è nel sacco
Fragile Natura Futura
No, non dura Labile nell’intorno insensibile
Si fa bile Rabbia Barbara
Si fa sottile barbara Umanità
Mai via da questa Età Vanità
Basta tutto Basta niente
Si scherza del fatto La morte nella mente
Basta Basta Tutto Niente
Soddisfazione Chiedo mortificazione
Pretesa Tesa
Giustificazione non passa Pesa
Cenerentola Dracula
Quale la differenza? Se ne vola
Tenera indifferenza Si fa fola
Stragi ordinate Morti disordinate
Un bicchiere di Majakovskij E uno di Whiskey
Una pallottola per entrambi Erano strambi
E mille altre morti dopo E mille altre morti dopo
In guerra In guerra
Mirino cecchino Occhio becchino
Qualcuno sa Qualcuno sa
Mai la verità Mai la nudità
Dracula Cenerentola
Non c’è differenza Sempre la stessa essenza
Mortale capienza due per due Sensuale latitanza
No facili orgasmi No, no volatili spasmi
Si sa che non si Sa
Qualcuno spia Qualcuno perde la via
Si fa così Si sa così
Ma allora
Gridare
Non è servire
Chi?
Il Popolo Sovrano!
Giammai Non vogliamo guai
Apprezzata geometrica convenienza
Cerchio quadrato - non basta - in questo mirino puntato
Nella Coscienza Sparato
Ma allora
Vivere
Non è
Frammentazione sociale
Trionfa liberismo morale
Ano Anormale
Basta tutto Basta niente
Si sa Si sa
Ritornello Gemello
Si sa Si sa
Gemello Ritornello
Si sa Si sa
Che
Non si sa mai Come andrà a finire
Tutti colpevoli e così sia E’ solo un dire
Questa causa Che ci usa
Sono puntini di sospensione Oppressione
No, non è la rivoluzione Questa considerazione
La metà E’ meta sconfinata Andata In
La meta E’ metà finita Confinata In
Cinico Drella Drella Cinico
Così
Polvere alla Polvere
Cenere alla Cenere
Vivere al Vivere
Morire al Morire
In questo tempo Scontento
In questo tempo Contento
Giustificazioni Contraddizioni
In questo vanto C’è tutto l’Incanto
In questo canto C’è niente di Santo
Ein Gelächter oder eine schmerzliche Scham.
Non fa male Non fa bene
No, non vale
Non c’è niente da sapere Da fare
Non c’è niente da sapere Da fare
Non c’è niente da sapere Da fare
(…)
PROFUMO DI DONNA
I.
Si veste di biondo
la tua schiena,
d’un’ombra di nuvola
mentre t’accarezzo
e penso il silenzio.
Si sente il tuo profumo
nelle pieghe delle lenzuola,
mentre fumo un sigaro cubano.
Son rose i tuoi seni
nascosti dalle lenzuola
che giocano
con le nude curve
del fondoschiena.
Si sente la vicinanza
d’una risata; e ancora
la lontananza
d’un gitano canto,
che fa capolino nei sospiri
saporosi di petali
dai baci masticati.
Son colonne di pompeiana verginità
le tue gambe in grembo raccolte
che ti fanno ghiotta bambina a letto.
II.
Guardi il cielo dalla finestra:
sorridi e dai le spalle,
scivolando leggera
nell’ombra della sera.
Rimango a letto:
dipingo fantasie,
aspettando che la porta
s’apra sul mio sguardo.
E imperlata di gocciole d’acqua,
tu, Profumo di Donna,
appari prigioniera d’un asciugamano.
E ridi come un campanello;
poi asciughi, piano,
il bianco vellutato oro
del tuo corpo di bellezza
dalle spalle in giù s









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