Bio Iannozzi - La pagina personale di Giuseppe Iannozzi - do ut des



© - Tutti i contenuti di questo blog possono essere riprodotti
previo consenso scritto dell'Autore.
Tutte le violazioni saranno perseguite a termini di Legge.


un po' di pazienza!

Gli Editori e/o Autori
che desiderano inviare copie promozionali dei loro Lavori
affinché vengano recensiti sulle pagine di Bio Iannozzi
possono contattare tramite e-mail l'Autore di questo blog.

In Evidenza


Francesco Guccini - Icaro   Jurij Druznikov   Jerusalem - Frediani Andrea   I silenzi di Joe - Fabio Della Seta   Ivo Mej - Moro rapito!   Laura Costantini e Laura Falcone - Roma 1944




Free Tibet

Free Tibet





clicca qui, servirĂ  a donare una mammografia




JAMES MORROW, DIO, LA FANTARELIGIONE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, novembre 30, 2005


James Morrow, L'ultimo viaggio di Dio




Loosing My Religion 1.O



da “Metropolis” a “L’ultimo viaggio di Dio”




di Giuseppe Iannozzi





Vuole la leggenda che il giovanissimo James Morrow, già all’età di sette anni, abbia incominciato a scrivere dettando le sue storie alla madre dattilografa: se questa sia leggenda o no, poco importa, ma rimane il fatto inconfutabile che James Morrow è oggi sicuramente uno dei migliori scrittori di SF americana. Par poca cosa rientrare nella schiera di quegli scrittori che veramente oggi valgono ed hanno qualcosa da dire all’umanità: per rimanere immortali nella storia bisogna esser prima di tutto degli artisti e James Morrow è un artista tout court e nessuno, o quasi, nega che questa sia la regola per l’immortalità artistica. Tuttavia va precisato che, oltre ai grandi pregi come narratore, James Morrow è un uomo che ha coraggio, un artista che ha delle idee in cui crede, e non ha paura a metterle nero su bianco e propugnarle come uomo e come artista. Avvenire dedicando alcune brevi quanto sintetiche note di lettura dedicate a “L’ultimo viaggio di Dio” ha così detto: “Un’impresa paradossale, terribile, eppure a dispetto delle apparenze non blasfema.” Già solo il titolo per un romanzo così forte, oggi, in una America bigotta, avrà fatto indignare non pochi ambienti religiosi; e non c’è dubbio che la cerchia più fondamentalista abbia mosso contro Morrow non poche accuse di blasfemia.
James Morrow, nato a Philadelphia nel 1947, come tanti giovani ha iniziato a scrivere quasi per gioco accorgendosi poi nell’età della maturità che la sua vera vocazione era la SF: aveva visto giusto, tant’è che oggi ha vinto il prestigioso premio Nebula con “Il ribelle di Veritas” nonché il Word Fantasy Award. Con “Il ribelle di Veritas” James Morrow ipotizzava una società dittatoriale dove sin da giovani, all’età di dieci anni, si subisce il processo di condizionamento, ovvero l’impossibilità per l’individuo di dire alcuna menzogna; in una società siffatta non c’è posto per la fantasia così come per l’umanità: l’uomo è più simile ad una macchina che non ad un essere creato dalla volontà divina. Ma la città di Veritas nasconde anche la città di Satirev, una società underground che è tutto l’opposto della freddezza sciorinata in superficie da Veritas; e Satirev è abitata dai ribelli, coloro che sono riusciti a liberarsi dal condizionamento loro imposto per tornare ad avere emozioni, lagrime, per tornare ad essere degli esseri umani in grado di sentire dolore e quindi piangere. “Il ribelle di Veritas” è un grande romanzo inquietante che poco o nulla concede ai facili sentimentalismi: è la storia di un comune borghese che diventa un ribelle perché suo figlio si ammala di un male incurabile, allora al protagonista non resta altra via, per tentare di salvarlo, se non quella di raccontargli “menzogne” a mero scopo terapeutico, piuttosto che la crudele verità che entro breve tempo morirà. Ma per riuscire a diventare un “bugiardo” deve prima riacquistare la sua umanità: si imbatte così per caso in una ribelle che scrive poesie di dubbio gusto, e Lei lo guiderà a Satirev dove, finalmente, riuscirà ad accettare l’idea che la vita è soprattutto immaginazione e menzogna, ma non per questo è da disprezzarsi, anzi è assai più meritevole di essere vissuta fino all’ultimo anelito di vita, sia questo di piacere o di dolore. E quando il protagonista si rende conto che nonostante le bugie, le condizioni del figlio sono ormai disperate e che non è possibile sperare in un miracolo, solo allora gli dirà la verità; e negli ultimi giorni del figlio, il padre appronterà a Satirev tutti quei divertimenti che lasceranno nell’animo del bambino la consapevolezza che la vita va vissuta nonostante tutto, lunga o breve che sia.
“L’ultimo viaggio di Dio” non è prova minore rispetto alle inquietanti atmosfere del regime dittatoriale immaginato in Veritas, tant’è che Corrado Augias ha detto di questo romanzo: “Potremmo definirlo il primo romanzo di fantareligione. Feroce, pietoso, ricco di imprevisti e di ironia.” Come per il “Il ribelle di Veritas”, anche in questa nuova esperienza letteraria, James Morrow adotta una ironia superba che nulla ha da invidiare al più ingegnoso J. Swift; si è detto che potrebbe trattarsi del primo romanzo di fantareligione e, forse, è proprio così. Tuttavia in un contesto fantareligioso va almeno ricordato il sublime romanzo “I sotterranei del Vaticano” dell’autore francese André Gide, premio nobel nel 1947: Gidè tramite un profondo lavoro di autoanalisi mette a nudo l’ipocrisia cristiana-borghese senza mezzi termini e proprio con “I sotterranei del Vaticano”, opera ironica e giustamente crudele, immagina una sorta di task-force che va a liberare il Papa dalla sua prigione nelle segrete del Vaticano. Al tempo, il romanzo non poté non attirare le astiose critiche degli ambienti benpensanti; ma Gide era un uomo tutto d’un pezzo, almeno nella vita dei salotti letterari, (…perché nella vita privata, occorre riconoscere che fu mortificato non poco per le sue attitudini sessuali… molte mortificazioni che non fu in grado di controbattere – è dunque vero che l’artista e l’uomo non sono sullo stesso piano), non si lasciò intimidire per nulla dai suoi detrattori e continuò a combattere contro l’ipocrisia dilagante in Europa. Oggi, André Gide, rimane un grande nella storia della letteratura francese e mondiale; e James Morrow, con “L’ultimo viaggio di Dio”, affronta con ironia un tema delicato quanto pericoloso come la morte di Dio e non si tira indietro, un coraggio questo che pochi uomini hanno avuto ed hanno. Dio è morto, (lo cantava già negli anni Sessanta Francesco Guccini, un testo che negli anni della contestazione non mancò di attirare critiche a iosa e che oggi non si può non considerare autentica poesia), ma il problema più grande, oltre alle implicazioni teologiche, rimane quello pratico: il cadavere del Creatore è lungo almeno tre chilometri ed è precipitato al largo delle coste africane. La superpetroliera Carpco Valparaiso, comandata dal capitano Anthony van Horne, è stata insignita del compito di prelevare il cadavere di Dio e trascinarlo fino ai ghiacci dell’Artico dove alcune schiere angeliche hanno approntato la tomba che accoglierà il Creatore, una tomba di tutto rispetto. Il viaggio, ovviamente, com’è facile immaginare, non sarà nulla affatto facile, perché troppi interessi ruotano intorno a un cadavere di tale importanza: organizzazioni atee, illuministe e il Vaticano stesso (ovviamente!) tenteranno di metter il bastone fra le ruote al capitano Anthony van Horne.
Thea Von Harbou è oggi ricordata da pochi amanti della SF; e pensare che nel 1912, Thea, moglie del più famoso regista Fritz Lang, aveva dato alle stampe un piccolo capolavoro della SF moderna, ovvero “Metropolis”. Il romanzo, per quanto breve, venne utilizzato più avanti da Fritz Lang per dar vita ad una pellicola immortale, "Metropolis".
Quando nel 1912 Thea Von Harbou pubblicò il romanzo “Metropolis”, forse, per la prima volta, la SF ha incominciato ad interessarsi alla fantareligione; Metropolis, sia come libro, sia come pellicola, sono due capolavori, anche se occorre precisare che la sceneggiatura del film, sempre curata dalla moglie di F. Lang oltre 15 anni dopo la pubblicazione di "Metropolis", differisce su molti punti rispetto al romanzo pubblicato. Comunque sia, "Metropolis" fece storia e come romanzo di SF e come pellicola. Purtroppo negli anni Venti, Thea Von Harbou produce solo più qualche racconto assai mediocre di impronta socio-politica; con l'ascesa di Hitler al potere finisce con il condividerne le idee e Fritz Lang disgustato quanto schifato dal terribile voltafaccia della moglie finisce con il divorziare.
La censura di Hitler è terribile: Lang non accetta il regime hitleriano e ripara in America. Ritornando a “Metropolis” e analizzandone la trama non si può non ammettere che trattasi di un ottimo esempio di fantareligione: in una megalopoli del futuro, uno scienziato crea una donna robot che, sotto le sembianze di una giovane amata dal figlio del Signore di Metropolis, invita i cittadini alla rivolta, alla totale distruzione delle macchine che governano il sistema sociale della megalopoli. La tensione lievita e gli animi diventano sempre più concitati negli ambienti lavorativi e nelle strade, e la rivolta inizia sotto l’incitamento del canto della donna-robot, mentre il Signore di Metropolis non può far altro che soccombere al volere della massa. Il figlio del Signore di Metropolis con la sua compagna si apprestano a riedificare la città, una città migliore sotto l’egida di Dio e della Vergine Maria. Se Thea Von Harbou ha saputo integrare religione, scienza, politica in un perfetto affresco fantascientifico dove la “cristianità” è il valore assoluto, base per edificare una società migliore, James Morrow con "L'ultimo viaggio di Dio", ottanta anni dopo, ha invece propugnato la morte di Dio; J. Morrow nel suo romanzo non asserisce, almeno apparentemente, se Dio sia una cosa buona o cattiva per l’umanità, piuttosto si limita ad evidenziare che è morto e che il suo corpo necessita di una degna sepoltura. E il fatto che Dio abbia un corpo da seppellire, se uno sa leggere tra le righe, spiega non poche cose circa l’idea che Morrow ha della religione, non necessariamente cristiana. Per James Morrow, Dio è Dio anche se non si è di confessione cattolica (o cristiana); nel romanzo di Morrow, oltre il sarcasmo, è impossibile non notare i riflessi di una filosofia esistenzialista, quella di Albert Camus e Boris Vain per esser precisi. Woody Allen in "Saperla lunga" diceva in un racconto falsamente hard-boiled che chiunque avesse ucciso Dio, sicuramente doveva essere un esistenzialista, ovvero un dilettante: W. Allen ha poi ampliato questo concetto negli anni Settanta con la sua ironia mordace, che ormai tutti noi conosciamo.
La fantareligione, oggi, è un tema assai scottante: gli X-Files, nella loro ingenuità, ci hanno abituati a considerarla quasi con rispetto; eppure sono stati scritti da personaggi illustri e sconosciuti (o quasi) non pochi saggi intelligenti su Dio e sulla Religione, ma nessuno ha saputo spiegare con reale efficacia la natura di Dio e la sua esistenza. La fantascienza ha cercato di spiegare Dio, qualche volta con risultati quasi nobili; tuttavia non ha saputo (e non saprà) fornire risposte sicure su Dio. “La Bibbia dei poveri”, una raccolta di leggende, racconti, storie del popolo, evidenzia come Dio esista in ogni cosa umana, eppure la fede da sola non può bastare allo scienziato così come non è sufficiente al semplice uomo borghese per comprendere chi siamo, cosa facciamo, da dove veniamo… e dove andremo.
Tirando le somme, la letteratura attingerà ancora non pochi motivi artistici ed espressivi dalla religione per tradurla in arte: che la religione sia “Arte”, un artificio nelle mani dell’uomo per tentare di spiegare l’umana natura e nulla di più? La menzogna è stata la base dell’Arte ieri come oggi: forte il sospetto è che la religione sia esclusivamente un artificio umano utile solo a mettere le catene a quanti nutrono una sincera fede in un QUALCOSA DI PIU’ oltre la MORTALITA’ del vivere: insomma, la religione non sarebbe poi tanto diversa dalla politica, anzi in molti casi entrambe si identificano nello stesso “artifizio fideistico”: il Potere. Il Potere è in mano a quanti sanno sfruttare la fede sia questa religiosa o politica. E l’Arte è potere, purtroppo.

Qui la tua copia de
"L'ultimo viaggio di Dio"  di James Morrow - attualmente disponibile soltanto in lingua inglese - $14

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:45 | recensioni, riflessioni | clicca per commentare commenti (11)



Giuseppe Iannozzi intervistato da Angela Scarparo

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, novembre 29, 2005


Angela Scarparo



intervista



Giuseppe Iannozzi



su





www.ilpostodeilibri.it - di ANGELA SCARPARO, SUSAN HAYDN




1. Nei tuoi interventi sui vari blog che frequenti, sei spesso polemico nei confronti di critici, editori, scrittori. Sembri quasi dire che chi lavora lo fa soltanto perché ha conoscenze, incontra persone, appartiene a famiglie di. Perché dici questo? Ti è capitato di entrare in contatto con persone dell’ambiente e di essere rifiutato? Hai episodi di ‘razzismo’ diciamo così, da raccontare?

Sono di natura polemico, ma non perché la cosa mi porti divertimento, o distrazione da me stesso. Credo invece che oggi manchi in una misura critica il saper esser polemici – o in lotta contro meccanismi assurdi, che, eppure, pare funzionino e si consolidino day after day, assumendo sempre più carattere di tradizione. Mia convinzione è che l’opera di uno scrittore, di uno qualsiasi, è superiore all’autore stesso. L’editore è sostanzialmente un simpaticone, spesso ricco di pregiudizi, spesse volte ignorante e caprone, e a dirla tutta un businessman troppo preoccupato di gonfiarsi le tasche per preoccuparsi della qualità dei libri che pubblica; il vero problema – se problema è giusto dirlo – è da cercare nelle figure degli editor, che, oggi come oggi, sono diventati essenziali per qualsiasi autore noto e non. [...]



Leggi tutto su:



http://www.ilpostodeilibri.it



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 15:15 | diario, interviste | clicca per commentare commenti (28)



CORMAC McCARTHY, Figlio di Dio

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, novembre 28, 2005


Cormac McCarthy - Figlio di Dio




Figlio di Dio




CORMAC McCARTHY




di Giuseppe Iannozzi





Cormac McCarthy, nato nel Rhode Island nel 1933, è cresciuto in Tennessee, dove ha frequentato l’Università, abbandonandola per ben due volte. Entrato nel ‘53 nell’Air Force, vi è rimasto per quattro anni. Attualmente vive a El Paso, in Texas, lontano dal clamore. McCarthy non concede interviste e non frequenta gli ambienti letterari e mondani: un uomo che non ha bisogno di amicizie mondane per essere scrittore. Tra le sue opere, tutte di grande sapienza artistica e letteraria, è giusto ricordare almeno, Il guardiano del frutteto, Il buio fuori, Meridiano di sangue, Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura. Cavalli selvaggi, ha conquistato il National Book Award.
Il serial killer americano è intelligente, quasi sempre un colletto bianco, un uomo di cultura, addirittura di lettere, quasi mai un freak. Cormac McCarthy ha dato vita ad un serial killer anomalo, un freak: infatti, Figlio di Dio racconta la storia di Ballard, un freak la cui quotidianità placida e noiosa, all’improvviso, diventa un’orgia di sangue e d’amore. Il romanzo è la biografia di un uomo, che nella vita non ha alcuna ambizione, solo quella di vivere, e forse non ha neanche tanta voglia di vivere. Ballard affronta la vita così come affronterebbe un raffreddore: la vita, per Ballard, non è una malattia da combattere, piuttosto è una “cosa” che accade a chi è una cosa viva o meglio un figlio di Dio. Ma il Figlio di Dio di Cormac McCarthy è uno che non prega e non crede in un piano divino; invece crede nel suo istinto, marchio a fuoco nella sua carne: "Aveva deciso di continuare il suo viaggio perché tornare indietro non poteva, e quel giorno il mondo era bello come lo era stato tutti i giorni fin dal principio, e lui viaggiava verso la morte… Forse percepivano un allentarsi dell’oscurità che il viaggiatore, invece, non poteva ancora cogliere, benché continuasse a guardare verso Oriente. Forse una nuova freschezza dell’aria. In ogni punto della terra addormentata i galli lanciavano i loro richiami e si rispondevano l’un l’altro. Oggi come nei tempi andati. Qui come in altri Paesi.” (da Figlio di Dio di Cormac McCarthy)
Lester Ballard, il protagonista di questo romanzo, è uno dei tanti poveri bianchi che abitano le catapecchie e i cortili del Sud rurale, le campagne fuori del tempo dove la “storia umana” è scandita da linciaggi e pubbliche impiccagioni, dove la promiscuità e l’incesto sono la regola, dove la miseria e l’abiezione rendono incongrua, quasi surreale, la sporadica comparsa di un’aula di tribunale o di una stanza di ospedale. Nello spazio di una breve gelida stagione, Ballard, il contadino solitario, amante della caccia e del whisky fatto in casa, si trasforma in un animale da preda: da feticista a stupratore, poi assassino e necrofilo. Le scorribande sempre più sanguinose di questo serial killer controcorrente hanno come cornice la natura violenta e il paesaggio incantato delle montagne del Tennessee, e a commentarle è un coro di personaggi che attinge a quel museo degli orrori che è l’immaginazione di uno scrittore o la “realtà immaginata”.
La macabra vicenda è raccontata con quella impietosa pietà - l’ossimoro per McCarthy è d’obbligo, è la grandezza del suo stile espressivo più alto - che è evidentissima nella trilogia della frontiera e in Meridiano di sangue.
Gli abitanti della contea di Sevier, Tennessee, sono abituati alla violenza del clima e della natura, alle tempeste di ghiaccio e alle alluvioni, agli animali da preda che popolano la montagna fitta di foreste. Ma quando dal folto dei boschi emerge una creatura mostruosa, vestita di sgargianti abiti femminili, dal volto dipinto, comprendono che è arrivato il momento di agire.
Lester Ballard diventa sé stesso nel momento in cui la contea decide di espropriarlo della sua magra proprietà, trasformandolo così in un specie di hobo; tuttavia le voci di corridoio indicano Lester come uno che "non è mai piaciuto a nessuno”. Lester decide, su due piedi, di andare a vivere in una catapecchia abbandonata. La solitudine – forse! – lo spinge a uccidere: Ballard uccide uomini e donne, ma i cadaveri delle donne li usa per dar sfogo ai suoi appetiti sessuali. Senza nessuna sorpresa, Lester capisce di poter provare appagamento sessuale solo assecondando la sua natura più naturale, quella del necrofilo. La violenza carnale sui cadaveri femminili è anche, e soprattutto, una violenza verbale: Ballard dice e sussurra all’orecchio dei cadaveri tutte quelle cose che mai gli avrebbe detto se fossero stati cadaveri vivi accanto a lui. La morte è l’unico mezzo di comunicazione concesso a Lester per rapportarsi con i propri simili, l’unica via per essere un figlio Dio. Lester è Abele e Caino allo stesso tempo, ma le due nature sono una sola identità nell’Io di Lester Ballard. Semplicemente una unica e sola identità. La catapecchia prende fuoco per un incidente dovuto al caso e Ballard si trasferisce nel bosco, su una montagna bucherellata da cunicoli e grotte. E in queste grotte, che sono un Ade spartano e grottesco, Ballard trascina le sue vittime. Le autorità cominciano a sospettare di Lester: troppe vittime e troppi cadaveri scomparsi fanno notizia anche in un paese profondamente rurale, e Lester non è mai stato visto di buon occhio, quindi i sospetti cadono su di lui che si è allontanato dalla comunità.
Anche la natura bracca Ballard: violente piogge, inondamenti, giornate falsamente primaverili, penetrano l’Io di Lester; in rari momenti di istintiva tranquillità, Ballard scopre di amare la natura nonostante tutto, perché è violenta e naturale come lui. E l’amore per questa natura a lui avversa perché freak, diventa subito adrenalinica violenza: Lester bracca le sue vittime con ferocia spietata, come un autentico figlio di Dio nato sulla terra. Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris è stato acclamato dalla critica come un romanzo originale e profondamente psicologico, ma Figlio di Dio di Cormac McCarthy aveva già detto tutto sull’innocenza degli innocenti. Ballard comincia a infierire sulle sue vittime come un animale, si muove sulle piste segrete della contea con uno scalpo femminile in testa, indossando i vestiti tolti ai cadaveri. Questo è il vero “silenzio degli innocenti”, un silenzio che non ha bisogno né di citazioni letterarie né di argomentazioni psicologiche colte: Cormac McCarthy è nettamente superiore a Thomas Harris, perché non ha bisogno di ricorrere alla psicologia o ad altre scienze per descrivere la biografia della natura umana.
Ballard, quando davanti a lui si presenta John Greer, il banditore che ha venduto la sua proprietà, cerca di colpirlo ma senza successo. Un colpo di fucile sparato da Greer gli strappa via un braccio e Lester perde i sensi. Quando si risveglia sotto custodia in ospedale, un gruppo di cittadini in cerca di vendetta trascina Ballard di nuovo sui monti, perché li conduca là dove ha nascosto i corpi delle vittime. Ma una volta dentro i cunicoli della montagna, Ballard sparisce e fa perdere le sue tracce. Una fuga? Ballard è consapevole che per lui il futuro non è. Torna in ospedale per morire di polmonite. Il suo cadavere finisce con l’essere utilizzato per discutibili esperimenti della Scuola di Medicina. Nonostante Lester sia morto, i corpi delle sue vittime vengono scoperti, ormai ammuffiti e suppuranti, raccapriccianti burattini di un teatro dell’orrore tanto ironico quanto naturalmente umano. Questa è la biografia dell’uomo, del freak, del figlio di Dio nato sulla terra, disegnato dalla magistrale impietosa penna di Cormac McCarthy.

Figlio di Dio - Cormac McCarthy - Traduzione di Raul MontanariEinaudi – Collana Supercoralli – pp. 172 – 13,43 Euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:39 | recensioni | clicca per commentare commenti (21)



DON CAMILLO & PEPPONE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, novembre 26, 2005


Don Camillo & Peppone




Don Camillo




&
Peppone
 



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 



 
DON CAMILLO E PEPPONE
 
 
Hai rapito l’Invidia Mia?
Quanto, quanto esoso il riscatto?
E perché, perché mai l’hai fatto?
Lei non t’aveva fatto mai nulla di male
E tu ti sei improvvisato bastone e padrone
E il ruolo l’hai tenuto bene fino in fondo
ricordandoci che siamo poco al limite del niente
Ma io voglio che presto ritorni
Perché, perché l’attesa non è il destino
E tu che giochi
tra un ricordo di Peppone e uno di Don Camillo,
tu mi fai sbattere il cervello
contro un lampione
che alla sera splende toccando appena
tutte quelle stelle che lassù stanno
padrone di sé stesse eppure lontane,
come il domani che non arriva,
che non si fa mai
 
 
 
 
 
GATTO NERO
 
 
Qui non piove, non nevica,
qui ci si annoia
nel fondo degl’occhi d’un nero gatto
che passa sopra aride pozzanghere
miagolando forte
mentre un brivido si mischia al sudore
 
E se ne muore così la vita
dentro a un tombino scoperchiato
pria che s’abbia tempo di pensare
al sangue nelle vene congelato
 
 
 
 
 
BELLA STELLA
 
 
Quanti anni qui a cantare
parole che non riposano,
che da sole non vogliono stare
 
Quanti giorni e quante lacrime,
mia Bella Stella, tu non sai
 
Ma si perde una volta sola
in questa nostra breve vita
Però che questa verità
non ci sia di consolazione,
ché un momento è un’eternità
che non finisce e non finisce mai
- come la paura di cantare
ad alta voce un sogno d’amore
o una sola ora presa nel terrore
 
 
 
 
 
GUERRA E PORNOGRAFIA
 
 
Se il mio amore muore
è come Guerra e Pornografia
Rimangono segni di unghie
e il pitale da svuotare
e un bicchiere di vino appena
da ingollare per dimenticare
 
Se il mio cuore
ora dovesse smettere di battere,
non sarebbe poi grave
come si potrebbe immaginare,
perché resterebbe sempre l’ombra greve
di quel nostro dirci completamento
oltre la vetusta ignoranza del tempo
 
E’ Guerra e Pornografia
E’ un dio che s’è impiccato
là dove sorgeva il Muro di Berlino:
il nostro dirci d’amore, sì pesante!
 
 
 
 
 
LA MORTE
 
 
La morte è.
Altro
non c’è da sapere:
dopo morte avvenuta
domina il niente
sul niente
che siamo stati
quando aria
gonfiava i polmoni.
 
 
 
 
 
IN UN SOL COLPO
 
 
Ma vennero i tuoi occhi
come acqua cheta,
e sfiorirono innocenza
che riposava
il corpo lacero di stanchezze
 
E lassù la mano e il cacciatore,
tra colline verdi d’amori nascosti,
sapevano sparare per portar dolore
nella tiepida aria a muover carezze
sopra il pelo delle acque
delle rogge del disgelo,
di quel fiume di dolce sangue
già pallido, di vita
quasi completamente disciolta
 
Sì che vennero, vennero i tuoi occhi
perché più non ci fosse odor silvestre,
ma solo un tetro lungo richiamo di morte
laddove pria ci s’innamorava di tutto
e di niente, come presso antica corte   
a lungo sognata e mai da un sol dito sfiorata
 
 
 
 
 
KENNEDY
 
 
Non è più come prima,
JFK.
 
Era messaggio d’amore
quella pallottola
- un bacio di Giuda
attraverso il cervello.
 
Qui, non cambia niente,
mai.
 
Passaggio in un documentario:
il tempo prigione della pellicola,
e noi a sedere sull’alba accòsta
alle nostre anime commosse.
 
Niente rimane uguale:
se immagino
la morbidezza
delicata delle tue curve
sode
dal seno in giù,
poi si scorge morta
la fantasia.
 
Piangesti,
triste come non mai,
sola come sempre.
 
Solo come sempre
rifugiato in me,
nella tua delicatezza
di velluto
salsa di lagrime…
tutte da bere
nella curva del collo.
 
Soltanto un istinto:
solletico nel singhiozzo
baciato dalla mia bocca.
E noi sul divano,
e la notte già oltre noi
ululava alla Luna.
 
Se ne muore fantasia,
JFK,
dopo aver visto.
 
Avidità fu,
illuderci immortali.
 
 
 
 
 
SULLA LETTERATURA (ancora)
 
 
La poca letteratura che oggi circola ancora è una sorta di accanimento terapeutico a solo favore di quello che si sa esser un malato terminale.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:43 | poesia, riflessioni | clicca per commentare commenti (21)



MICHEL HOUELLEBECQ - H.P. LOVECRAFT, Contro il mondo, contro la vita

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, novembre 25, 2005


H.P. Lovecraft Contro il mondo, contro la vita - di Michel Houellebecq



Contro il mondo, contro la vita



la biografia del genio di Providence




H. P. Lovecraft



in un saggio Michel Houellebecq







di Giuseppe Iannozzi






“Una sorta di erudita lettera d’amore.”

Stephen King




Solo dopo la morte, Howard Phillips Lovecraft è stato riconosciuto dalla critica come scrittore, scrittore dotato di notevole intelligenza e di una smisurata fantasia paranoica, ma assolutamente privo di stile; e in molti si sono pronunciati sulla sua opera con parole tutt’altro che benevole, accusandolo di aver ignorato le più elementari regole sintattiche, grammaticali e stilistiche nel creare i suoi racconti.
Oggi, la critica non è poi molto più ben disposta nei confronti di HPL rispetto a quando proponeva agli editori i suoi scritti su invito dei pochi estimatori del suo tempo, difatti si esprime in termini pressoché uguali a quando ancora era in vita, nonostante il pubblico dei suoi ammiratori sia sconfinato. H. P. Lovecraft, un gentleman vittoriano, oggi è più oggetto di discussione biografica e agiografica, mentre, poco o nulla, è valutato a livello letterario; non a caso tutti sembrano esser interessati a conoscere le tappe della sua vita, ma pochi conoscono appieno le sue mirabili opere anticipatrici dell’orrore cosmico.
H. P. Lovecraft è stato un genio: ha scritto centinaia di racconti, e nei confronti di molti giovani scrittori si è dimostrato un maestro, apportando sui loro scritti correzioni e revisioni senza nulla pretendere in cambio; ha dato nuovo smalto all’horror ma è morto in solitudine.
Su H. P. Lovecraft si può dire, con tutta sicurezza, che è stato fondamentalmente un solitario, una sorta di misantropo antropologico, che troppo conosceva dell’animo umano così come dell’uomo perché potesse nutrire amore o interesse nei confronti dell’umanità e del mondo in generale. Per HPL il mondo era un nemico da combattere; e quando si rese conto che mai e poi mai avrebbe potuto riportare una vittoria su di esso, si è limitato a schifare l’umanità con ‘gentilezza razzista’. Pur non nutrendo ambizioni di alcuna sorta, Lovecraft ha visto nell’uomo un mostro, un incidente genetico, qualcosa che non poteva nutrire in seno alcuna sorta di poesia. I suoi più accaniti detrattori vedono nella sua figura oggi un discepolo del razzismo nietzschiano; ad onor del vero, occorre ammettere che il genio di Providence era un puritano tout court: ad esempio, il sesso per lui era qualcosa di così banale che non meritava neanche di essere considerato; eppure se l’argomento veniva tirato in ballo da qualche suo raro amico venuto a fargli visita, Howard non poteva fare a meno di arrossire. E poi, la confusione delle razze per HPL era un autentico abominio: il meticcio era ancora più orribile del negro puro, che se non altro, pur essendo nero di pelle, manteneva la purezza della sua razza. Non è un mistero: HPL è stato per lungo tempo un fanatico sostenitore di Hitler, anche se in seguito ha quasi rinnegato i propositi ariani del pazzoide tedesco. Ma cosa o chi a condotto H. P. Lovecraft a diventare razzista? E soprattutto è stato veramente un razzista? Sono domande a cui è difficile rispondere: Howard Phillips per lungo tempo della sua vita è stato un solitario che ha guardato al mondo con assoluto disinteresse, prendendo più volte in considerazione l’idea del suicidio come ‘uscita di sicurezza’, anche se, in realtà, non ha mai tentato di suicidarsi per quanto ci è dato di sapere. Tra i 17 e i 22 anni HPL è stato come assente dal mondo: in questo periodo non ha scritto nulla, non ha fatto nulla, non ha letto alcunché, poi, ad un certo punto, si è risvegliato, per così dire, e ha trovato rifugio nella scrittura. Ha cominciato a scrivere, ma a lavoro ultimato non era mai soddisfatto: riteneva che i suoi racconti fossero piatti e privi di stile.
Il genio di Providence visse la sua vita senza mai guadagnare un quattrino dal suo lavoro artistico: in pratica, con una parsimonia estrema, grazie ai pochi soldi lasciatigli dalla famiglia, riesce a sbarcare il lunario, un patrimonio che con estremi sacrifici gli basterà per tutta la sua breve vita. Raggiunti i trent’anni e passa, Providence è diventata parte integrante del suo subconscio: HPL sognava di fare un viaggio in Europa, ma le ristrettezze economiche non glielo permisero così come non gli permisero tante e tante altre cose. Si innamora, o sarebbe meglio dire che viene fatto innamorare; e per qualche anno lo stesso Lovecraft ha finito col credere d’esser seriamente innamorato… un perfetto borghese, tant’è che finisce con lo sposarsi. Poteva esser la sua felicità il matrimonio, ma pochi anni lontano da Providence e Lovecraft si rende conto che non è uomo capace di regger la parte del marito, quindi divorzia. Negli anni in cui fu sposato le ristrettezze finanziarie si fecero sentire come pondo insostenibile tanto da costringere Lovecraft a cercarsi un lavoro, un lavoro che non troverà: dovunque bussò, la porta gli fu sbattuta brutalmente in faccia adducendo la scusa, forse neanche poi troppo lontana dalla verità, che non era tagliato per il mondo degli affari. Lovecraft ancora innamorato non si arrende e si dichiara ben disposto a svolgere anche la più umile delle mansioni, ma nessuno gli offre un lavoro, neanche come netturbino.
Lontano da Providence, trapiantato momentaneamente a New York, vede il mondo strisciare subdolamente davanti a sé: ben presto si rende conto che a tutti viene offerta un’opportunità lavorativa: i meticci come i negri trovano un lavoro, gli atei e tutta la schiuma della società riesce là dove lui non riesce, ovvero ad avere un’occupazione seppur temporanea. HPL non prende la cosa filosoficamente: il suo puritanesimo diventa razzismo, il suo odio nei confronti dell’umanità diventa un dolore insopportabile, diventa poesia. Una volta presa coscienza che il mondo non è in grado di accettarlo, anche il matrimonio finisce col naufragare, e Lovecraft torna a Providence pieno di poetico rancore; ormai è ben radicata in lui l’idea che la società è composita da razze aliene geneticamente sporche e per questo non può fare a meno di odiare e il mondo e la società in toto.
L’orrore cosmico, ingrediente principe dei suoi migliori lavori, diventa il leit-motiv della sua produzione maggiore: scrive con abnegazione anche se non mancano momenti di forte scoraggiamento, o meglio di disinteresse; ad un certo punto anche il solo fatto di scrivere per suo personale piacere finisce con il diventare una sorta di ‘accessorio’ inutile. Pur non avendo mai nutrito mire artistiche per la sola fama, alla fine la sconfitta è totale: l’uomo come l’artista sono una sola entità, un fallimento, ma H. P. Lovecraft non è disposto ad accettare questa terribile, crudele verità. Sarà la morte a toglierlo dall’imbarazzo di dover ammettere che forse non è stato capace di gestire la propria vita: un cancro all’intestino stronca la sua infelice vita. In ospedale, nonostante l’enorme sofferenza, si comportò come sempre, da perfetto gentleman, e fino all’ultimo non ebbe mai una parola cattiva sulle labbra nei confronti di infermiere e medici. La sua vita finì così.
Difficile credere alla luce di ciò che H. P. Lovecraft sia stato realmente un razzista; se lo è stato, lui non ne fu umanamente consapevole, anche se è inconfutabile il fatto che, almeno artisticamente, questa consapevolezza era certezza nel suo modo d’esser artista.
Come si è già accennato la vita di H. P. Lovecraft è per il pubblico affamato di pettegolezzi assai più interessante delle sue opere letterarie: oggi, rivalutato dalla critica come artista di grande estro immaginativo, il genio di Providence è comunque ritenuto uno scrittore minore, uno di quelli che non avevano né stile né grammatica dalla sua. I suoi personaggi sono tali in quanto ‘essi stessi’ sono parte integrante dell’orrore cosmico lovecraftiano, e questo è tutto, questo affascina ancor oggi l’attento lettore.
Michel Houellebecq, scrittore e poeta francese, ha pubblicato qualche anno fa una sorta di biografia sul HPL dal titolo Contre le monde, contre la vie, oggi riproposta al pubblico con una postfazione firmata da Stephen King. Questo scritto si differenzia dalle tante biografie in commercio per la sua analisi poetica del genio di Providence. E’ uno scritto che si legge come un romanzo, anzi nutro quasi il dubbio che non può che essere un romanzo sulla vita e l’opera di HPL, a tutti gli effetti. Per la prima volta Michel Houellebecq ci restituisce Lovecraft senza falsi moralismi, mostrandoci il suo lato umano e artistico; leggendo Contro il mondo, contro la vita non si può fare a meno di notare l’abilità e la sensibilità di M. Houellebecq, che descrive soprattutto l’uomo e l’artista nella sua essenzialità, senza assumere posizioni critiche nei suoi confronti.
Per Houellebecq, H. P. Lovecraft era un genio, punto e basta. Se poi la critica vuole dargli addosso, purtroppo la critica esiste, ma c’è di buono che ogni critico è un artista mancato o fallito: insomma la critica è destinata a morire, magari rinnovata da altri epigoni, anzi sicuramente, però anche questi moriranno dimenticati da tutti alla fine, mentre HPL rimarrà per sempre immortale al di là del fatto che avesse stile o meno.
E’ il caso di dire: finalmente una biografia che non ha la presunzione di esser tale, un mirabile lavoro scritto da Michel Houellebecq che dà a Cesare quel che è di Cesare. Pardon! Di Lovecraft.


H. P. Lovecraft - Contro il mondo, contro la vita (titolo originale: Contre le monde, contre la vie) - Michel Houellebecq – Postfazione di Stephen King - Traduzione di Sergio Claudio Perroni – 2a edizione, 2005 - Collana pasSaggi Bompiani – Bompiani – 171 pagine – ISBN 8845255603 - 9 euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 17:27 | recensioni, riflessioni | clicca per commentare commenti (31)



SEAMUS HEANEY, BEOWULF

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -


Beowulf, Seamus Heaney




BEOWULF



nella traduzione del grande poeta



SEAMUS HEANEY




di Giuseppe Iannozzi






E’ da un po’ di tempo che in libreria non si trovava più una bella edizione del poema Beowulf, un poema che è un classico della letteratura inglese fantastica e non, e che in Inghilterra gode fama di essere un testo ostico ma comunque apprezzatissimo e dagli uomini di lettere e dal pubblico maturo, un po’ meno da chi è costretto a studiarlo sui banchi delle rigide università inglesi.
Finalmente, i tipi Fazi Editore nella collana Le Terre/Poesia ripropongo Beowulf al pubblico italiano nella splendida e rigorosa traduzione dalla lingua sassone all’inglese moderno di Seamus Heaney (la traduzione dall’inglese moderno all’italiano è di Massimo Bacigalupo). Il prezioso volume include una intelligente introduzione del grande poeta Seamus Heaney e una altrettanto illuminante postfazione di Massimo Bacigalupo; l’opera è arricchita inoltre dal testo originale in lingua sassone (se qualche erudito volesse provarsi a leggerlo nella sua stesura originale) e da uno stupendo saggio del grande maestro del fantasy, John RR Tolkien, “Beowulf. I mostri e i critici”.
Seamus Heaney è nato nell’Irlanda del Nord e ha studiato all’Università di Belfast; è autore di alcune importantissime raccolte di poesie fra le più belle del dopoguerra, North, Field Work, Station Island, Seeing Things e di grandiosi saggi critici fra cui è dovere menzionare almeno Attenzioni/Preoccupations, l’edizione Il governo della lingua e La riparazione della presa (i saggi sono tutti disponibili nel catalogo Fazi). Seamus Heaney chiamato a insegnare presso le Università di Harvard e Oxford, egualmente apprezzato nei paesi di lingua inglese e in Europa, nel 1995 ha giustamente ottenuto il Premio Nobel per la Letteratura. Attualmente il grande poeta vive a Dublino.
La versione in inglese moderno del poema Beowulf curata da Heaney è superlativa e nulla toglie (o aggiunge) all’originale: è una traduzione perfetta, incredibile, solo qualche concessione sulle allitterazioni e sulle cesure. Ma la traduzione di Heaney è comunque quanto di meglio un poeta potesse operare sul difficilissimo testo originale del poema. La traduzione dall’inglese all’italiano è di Massimo Bacigalupo, bella, ma comunque non all’altezza di quella operata da Heaney. Un consiglio: se conoscete l’inglese, leggete Beowulf nella versione di S. Heaney, ne trarrete un grande piacere emotivo, poetico e non vi perderete assolutamente il sapore dell’avventura e di quanto di arcano il poema custodisce nel suo cuore.
Beowulf, composto verso il VII-VIII secolo d.C., è la narrazione in forma di poema delle avventure di Beowulf, eroe scandinavo che salva i Danesi prima da Grendel, il mostro che sembra invincibile, e, in seguito, dalla madre di Grendel, quindi fa poi ritorno al proprio paese dove muore, ormai vecchio, affrontando in un tremendo combattimento un drago. Il poema affronta il tema dell’incontro con ciò che è mostruoso, la sua sconfitta e la necessità di sopravvivere, ormai privi di forze, alla vittoria.
La letteratura fantasy deve moltissimo a Beowulf, praticamente deve la sua nascita (o quasi!): se non credete a me, bene!, allora forse è il caso che vi leggiate il bellissimo saggio di J. R..R. Tolkien, lui saprà convincervi certamente meglio di me.
E’ il caso di dirlo, a costo di usar retorica: la traduzione di Seamus Heaney del Beowulf è la migliore che sia apparsa da qui a mezzo secolo, un testo fondamentale, indispensabile per chi ama la grande poesia e il mondo fantastico.

Beowulf - Seamus Heaney - A cura di Massimo Bacigalupo con un saggio di John RR Tolkien - Traduzione dall’inglese moderno: Massimo Bacigalupo (Testo inglese a fronte) – Collana Le Terre/Poesia – Fazi Editore - pp. 280 - € 28,00

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:16 | recensioni | clicca per commentare commenti (19)



tutte le pagine del blog

Bio Iannozzi