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JAMES MORROW, DIO, LA FANTARELIGIONE

written by King Lear    - mercoledì, novembre 30, 2005


James Morrow, L'ultimo viaggio di Dio




Loosing My Religion 1.O



da “Metropolis” a “L’ultimo viaggio di Dio”




di Giuseppe Iannozzi





Vuole la leggenda che il giovanissimo James Morrow, già all’età di sette anni, abbia incominciato a scrivere dettando le sue storie alla madre dattilografa: se questa sia leggenda o no, poco importa, ma rimane il fatto inconfutabile che James Morrow è oggi sicuramente uno dei migliori scrittori di SF americana. Par poca cosa rientrare nella schiera di quegli scrittori che veramente oggi valgono ed hanno qualcosa da dire all’umanità: per rimanere immortali nella storia bisogna esser prima di tutto degli artisti e James Morrow è un artista tout court e nessuno, o quasi, nega che questa sia la regola per l’immortalità artistica. Tuttavia va precisato che, oltre ai grandi pregi come narratore, James Morrow è un uomo che ha coraggio, un artista che ha delle idee in cui crede, e non ha paura a metterle nero su bianco e propugnarle come uomo e come artista. Avvenire dedicando alcune brevi quanto sintetiche note di lettura dedicate a “L’ultimo viaggio di Dio” ha così detto: “Un’impresa paradossale, terribile, eppure a dispetto delle apparenze non blasfema.” Già solo il titolo per un romanzo così forte, oggi, in una America bigotta, avrà fatto indignare non pochi ambienti religiosi; e non c’è dubbio che la cerchia più fondamentalista abbia mosso contro Morrow non poche accuse di blasfemia.
James Morrow, nato a Philadelphia nel 1947, come tanti giovani ha iniziato a scrivere quasi per gioco accorgendosi poi nell’età della maturità che la sua vera vocazione era la SF: aveva visto giusto, tant’è che oggi ha vinto il prestigioso premio Nebula con “Il ribelle di Veritas” nonché il Word Fantasy Award. Con “Il ribelle di Veritas” James Morrow ipotizzava una società dittatoriale dove sin da giovani, all’età di dieci anni, si subisce il processo di condizionamento, ovvero l’impossibilità per l’individuo di dire alcuna menzogna; in una società siffatta non c’è posto per la fantasia così come per l’umanità: l’uomo è più simile ad una macchina che non ad un essere creato dalla volontà divina. Ma la città di Veritas nasconde anche la città di Satirev, una società underground che è tutto l’opposto della freddezza sciorinata in superficie da Veritas; e Satirev è abitata dai ribelli, coloro che sono riusciti a liberarsi dal condizionamento loro imposto per tornare ad avere emozioni, lagrime, per tornare ad essere degli esseri umani in grado di sentire dolore e quindi piangere. “Il ribelle di Veritas” è un grande romanzo inquietante che poco o nulla concede ai facili sentimentalismi: è la storia di un comune borghese che diventa un ribelle perché suo figlio si ammala di un male incurabile, allora al protagonista non resta altra via, per tentare di salvarlo, se non quella di raccontargli “menzogne” a mero scopo terapeutico, piuttosto che la crudele verità che entro breve tempo morirà. Ma per riuscire a diventare un “bugiardo” deve prima riacquistare la sua umanità: si imbatte così per caso in una ribelle che scrive poesie di dubbio gusto, e Lei lo guiderà a Satirev dove, finalmente, riuscirà ad accettare l’idea che la vita è soprattutto immaginazione e menzogna, ma non per questo è da disprezzarsi, anzi è assai più meritevole di essere vissuta fino all’ultimo anelito di vita, sia questo di piacere o di dolore. E quando il protagonista si rende conto che nonostante le bugie, le condizioni del figlio sono ormai disperate e che non è possibile sperare in un miracolo, solo allora gli dirà la verità; e negli ultimi giorni del figlio, il padre appronterà a Satirev tutti quei divertimenti che lasceranno nell’animo del bambino la consapevolezza che la vita va vissuta nonostante tutto, lunga o breve che sia.
“L’ultimo viaggio di Dio” non è prova minore rispetto alle inquietanti atmosfere del regime dittatoriale immaginato in Veritas, tant’è che Corrado Augias ha detto di questo romanzo: “Potremmo definirlo il primo romanzo di fantareligione. Feroce, pietoso, ricco di imprevisti e di ironia.” Come per il “Il ribelle di Veritas”, anche in questa nuova esperienza letteraria, James Morrow adotta una ironia superba che nulla ha da invidiare al più ingegnoso J. Swift; si è detto che potrebbe trattarsi del primo romanzo di fantareligione e, forse, è proprio così. Tuttavia in un contesto fantareligioso va almeno ricordato il sublime romanzo “I sotterranei del Vaticano” dell’autore francese André Gide, premio nobel nel 1947: Gidè tramite un profondo lavoro di autoanalisi mette a nudo l’ipocrisia cristiana-borghese senza mezzi termini e proprio con “I sotterranei del Vaticano”, opera ironica e giustamente crudele, immagina una sorta di task-force che va a liberare il Papa dalla sua prigione nelle segrete del Vaticano. Al tempo, il romanzo non poté non attirare le astiose critiche degli ambienti benpensanti; ma Gide era un uomo tutto d’un pezzo, almeno nella vita dei salotti letterari, (…perché nella vita privata, occorre riconoscere che fu mortificato non poco per le sue attitudini sessuali… molte mortificazioni che non fu in grado di controbattere – è dunque vero che l’artista e l’uomo non sono sullo stesso piano), non si lasciò intimidire per nulla dai suoi detrattori e continuò a combattere contro l’ipocrisia dilagante in Europa. Oggi, André Gide, rimane un grande nella storia della letteratura francese e mondiale; e James Morrow, con “L’ultimo viaggio di Dio”, affronta con ironia un tema delicato quanto pericoloso come la morte di Dio e non si tira indietro, un coraggio questo che pochi uomini hanno avuto ed hanno. Dio è morto, (lo cantava già negli anni Sessanta Francesco Guccini, un testo che negli anni della contestazione non mancò di attirare critiche a iosa e che oggi non si può non considerare autentica poesia), ma il problema più grande, oltre alle implicazioni teologiche, rimane quello pratico: il cadavere del Creatore è lungo almeno tre chilometri ed è precipitato al largo delle coste africane. La superpetroliera Carpco Valparaiso, comandata dal capitano Anthony van Horne, è stata insignita del compito di prelevare il cadavere di Dio e trascinarlo fino ai ghiacci dell’Artico dove alcune schiere angeliche hanno approntato la tomba che accoglierà il Creatore, una tomba di tutto rispetto. Il viaggio, ovviamente, com’è facile immaginare, non sarà nulla affatto facile, perché troppi interessi ruotano intorno a un cadavere di tale importanza: organizzazioni atee, illuministe e il Vaticano stesso (ovviamente!) tenteranno di metter il bastone fra le ruote al capitano Anthony van Horne.
Thea Von Harbou è oggi ricordata da pochi amanti della SF; e pensare che nel 1912, Thea, moglie del più famoso regista Fritz Lang, aveva dato alle stampe un piccolo capolavoro della SF moderna, ovvero “Metropolis”. Il romanzo, per quanto breve, venne utilizzato più avanti da Fritz Lang per dar vita ad una pellicola immortale, "Metropolis".
Quando nel 1912 Thea Von Harbou pubblicò il romanzo “Metropolis”, forse, per la prima volta, la SF ha incominciato ad interessarsi alla fantareligione; Metropolis, sia come libro, sia come pellicola, sono due capolavori, anche se occorre precisare che la sceneggiatura del film, sempre curata dalla moglie di F. Lang oltre 15 anni dopo la pubblicazione di "Metropolis", differisce su molti punti rispetto al romanzo pubblicato. Comunque sia, "Metropolis" fece storia e come romanzo di SF e come pellicola. Purtroppo negli anni Venti, Thea Von Harbou produce solo più qualche racconto assai mediocre di impronta socio-politica; con l'ascesa di Hitler al potere finisce con il condividerne le idee e Fritz Lang disgustato quanto schifato dal terribile voltafaccia della moglie finisce con il divorziare.
La censura di Hitler è terribile: Lang non accetta il regime hitleriano e ripara in America. Ritornando a “Metropolis” e analizzandone la trama non si può non ammettere che trattasi di un ottimo esempio di fantareligione: in una megalopoli del futuro, uno scienziato crea una donna robot che, sotto le sembianze di una giovane amata dal figlio del Signore di Metropolis, invita i cittadini alla rivolta, alla totale distruzione delle macchine che governano il sistema sociale della megalopoli. La tensione lievita e gli animi diventano sempre più concitati negli ambienti lavorativi e nelle strade, e la rivolta inizia sotto l’incitamento del canto della donna-robot, mentre il Signore di Metropolis non può far altro che soccombere al volere della massa. Il figlio del Signore di Metropolis con la sua compagna si apprestano a riedificare la città, una città migliore sotto l’egida di Dio e della Vergine Maria. Se Thea Von Harbou ha saputo integrare religione, scienza, politica in un perfetto affresco fantascientifico dove la “cristianità” è il valore assoluto, base per edificare una società migliore, James Morrow con "L'ultimo viaggio di Dio", ottanta anni dopo, ha invece propugnato la morte di Dio; J. Morrow nel suo romanzo non asserisce, almeno apparentemente, se Dio sia una cosa buona o cattiva per l’umanità, piuttosto si limita ad evidenziare che è morto e che il suo corpo necessita di una degna sepoltura. E il fatto che Dio abbia un corpo da seppellire, se uno sa leggere tra le righe, spiega non poche cose circa l’idea che Morrow ha della religione, non necessariamente cristiana. Per James Morrow, Dio è Dio anche se non si è di confessione cattolica (o cristiana); nel romanzo di Morrow, oltre il sarcasmo, è impossibile non notare i riflessi di una filosofia esistenzialista, quella di Albert Camus e Boris Vain per esser precisi. Woody Allen in "Saperla lunga" diceva in un racconto falsamente hard-boiled che chiunque avesse ucciso Dio, sicuramente doveva essere un esistenzialista, ovvero un dilettante: W. Allen ha poi ampliato questo concetto negli anni Settanta con la sua ironia mordace, che ormai tutti noi conosciamo.
La fantareligione, oggi, è un tema assai scottante: gli X-Files, nella loro ingenuità, ci hanno abituati a considerarla quasi con rispetto; eppure sono stati scritti da personaggi illustri e sconosciuti (o quasi) non pochi saggi intelligenti su Dio e sulla Religione, ma nessuno ha saputo spiegare con reale efficacia la natura di Dio e la sua esistenza. La fantascienza ha cercato di spiegare Dio, qualche volta con risultati quasi nobili; tuttavia non ha saputo (e non saprà) fornire risposte sicure su Dio. “La Bibbia dei poveri”, una raccolta di leggende, racconti, storie del popolo, evidenzia come Dio esista in ogni cosa umana, eppure la fede da sola non può bastare allo scienziato così come non è sufficiente al semplice uomo borghese per comprendere chi siamo, cosa facciamo, da dove veniamo… e dove andremo.
Tirando le somme, la letteratura attingerà ancora non pochi motivi artistici ed espressivi dalla religione per tradurla in arte: che la religione sia “Arte”, un artificio nelle mani dell’uomo per tentare di spiegare l’umana natura e nulla di più? La menzogna è stata la base dell’Arte ieri come oggi: forte il sospetto è che la religione sia esclusivamente un artificio umano utile solo a mettere le catene a quanti nutrono una sincera fede in un QUALCOSA DI PIU’ oltre la MORTALITA’ del vivere: insomma, la religione non sarebbe poi tanto diversa dalla politica, anzi in molti casi entrambe si identificano nello stesso “artifizio fideistico”: il Potere. Il Potere è in mano a quanti sanno sfruttare la fede sia questa religiosa o politica. E l’Arte è potere, purtroppo.

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Giuseppe Iannozzi intervistato da Angela Scarparo

written by King Lear    - martedì, novembre 29, 2005


Angela Scarparo



intervista



Giuseppe Iannozzi



su





www.ilpostodeilibri.it - di ANGELA SCARPARO, SUSAN HAYDN




1. Nei tuoi interventi sui vari blog che frequenti, sei spesso polemico nei confronti di critici, editori, scrittori. Sembri quasi dire che chi lavora lo fa soltanto perché ha conoscenze, incontra persone, appartiene a famiglie di. Perché dici questo? Ti è capitato di entrare in contatto con persone dell’ambiente e di essere rifiutato? Hai episodi di ‘razzismo’ diciamo così, da raccontare?

Sono di natura polemico, ma non perché la cosa mi porti divertimento, o distrazione da me stesso. Credo invece che oggi manchi in una misura critica il saper esser polemici – o in lotta contro meccanismi assurdi, che, eppure, pare funzionino e si consolidino day after day, assumendo sempre più carattere di tradizione. Mia convinzione è che l’opera di uno scrittore, di uno qualsiasi, è superiore all’autore stesso. L’editore è sostanzialmente un simpaticone, spesso ricco di pregiudizi, spesse volte ignorante e caprone, e a dirla tutta un businessman troppo preoccupato di gonfiarsi le tasche per preoccuparsi della qualità dei libri che pubblica; il vero problema – se problema è giusto dirlo – è da cercare nelle figure degli editor, che, oggi come oggi, sono diventati essenziali per qualsiasi autore noto e non. [...]



Leggi tutto su:



http://www.ilpostodeilibri.it



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CORMAC McCARTHY, Figlio di Dio

written by King Lear    - lunedì, novembre 28, 2005


Cormac McCarthy - Figlio di Dio




Figlio di Dio




CORMAC McCARTHY




di Giuseppe Iannozzi





Cormac McCarthy, nato nel Rhode Island nel 1933, è cresciuto in Tennessee, dove ha frequentato l’Università, abbandonandola per ben due volte. Entrato nel ‘53 nell’Air Force, vi è rimasto per quattro anni. Attualmente vive a El Paso, in Texas, lontano dal clamore. McCarthy non concede interviste e non frequenta gli ambienti letterari e mondani: un uomo che non ha bisogno di amicizie mondane per essere scrittore. Tra le sue opere, tutte di grande sapienza artistica e letteraria, è giusto ricordare almeno, Il guardiano del frutteto, Il buio fuori, Meridiano di sangue, Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura. Cavalli selvaggi, ha conquistato il National Book Award.
Il serial killer americano è intelligente, quasi sempre un colletto bianco, un uomo di cultura, addirittura di lettere, quasi mai un freak. Cormac McCarthy ha dato vita ad un serial killer anomalo, un freak: infatti, Figlio di Dio racconta la storia di Ballard, un freak la cui quotidianità placida e noiosa, all’improvviso, diventa un’orgia di sangue e d’amore. Il romanzo è la biografia di un uomo, che nella vita non ha alcuna ambizione, solo quella di vivere, e forse non ha neanche tanta voglia di vivere. Ballard affronta la vita così come affronterebbe un raffreddore: la vita, per Ballard, non è una malattia da combattere, piuttosto è una “cosa” che accade a chi è una cosa viva o meglio un figlio di Dio. Ma il Figlio di Dio di Cormac McCarthy è uno che non prega e non crede in un piano divino; invece crede nel suo istinto, marchio a fuoco nella sua carne: "Aveva deciso di continuare il suo viaggio perché tornare indietro non poteva, e quel giorno il mondo era bello come lo era stato tutti i giorni fin dal principio, e lui viaggiava verso la morte… Forse percepivano un allentarsi dell’oscurità che il viaggiatore, invece, non poteva ancora cogliere, benché continuasse a guardare verso Oriente. Forse una nuova freschezza dell’aria. In ogni punto della terra addormentata i galli lanciavano i loro richiami e si rispondevano l’un l’altro. Oggi come nei tempi andati. Qui come in altri Paesi.” (da Figlio di Dio di Cormac McCarthy)
Lester Ballard, il protagonista di questo romanzo, è uno dei tanti poveri bianchi che abitano le catapecchie e i cortili del Sud rurale, le campagne fuori del tempo dove la “storia umana” è scandita da linciaggi e pubbliche impiccagioni, dove la promiscuità e l’incesto sono la regola, dove la miseria e l’abiezione rendono incongrua, quasi surreale, la sporadica comparsa di un’aula di tribunale o di una stanza di ospedale. Nello spazio di una breve gelida stagione, Ballard, il contadino solitario, amante della caccia e del whisky fatto in casa, si trasforma in un animale da preda: da feticista a stupratore, poi assassino e necrofilo. Le scorribande sempre più sanguinose di questo serial killer controcorrente hanno come cornice la natura violenta e il paesaggio incantato delle montagne del Tennessee, e a commentarle è un coro di personaggi che attinge a quel museo degli orrori che è l’immaginazione di uno scrittore o la “realtà immaginata”.
La macabra vicenda è raccontata con quella impietosa pietà - l’ossimoro per McCarthy è d’obbligo, è la grandezza del suo stile espressivo più alto - che è evidentissima nella trilogia della frontiera e in Meridiano di sangue.
Gli abitanti della contea di Sevier, Tennessee, sono abituati alla violenza del clima e della natura, alle tempeste di ghiaccio e alle alluvioni, agli animali da preda che popolano la montagna fitta di foreste. Ma quando dal folto dei boschi emerge una creatura mostruosa, vestita di sgargianti abiti femminili, dal volto dipinto, comprendono che è arrivato il momento di agire.
Lester Ballard diventa sé stesso nel momento in cui la contea decide di espropriarlo della sua magra proprietà, trasformandolo così in un specie di hobo; tuttavia le voci di corridoio indicano Lester come uno che "non è mai piaciuto a nessuno”. Lester decide, su due piedi, di andare a vivere in una catapecchia abbandonata. La solitudine – forse! – lo spinge a uccidere: Ballard uccide uomini e donne, ma i cadaveri delle donne li usa per dar sfogo ai suoi appetiti sessuali. Senza nessuna sorpresa, Lester capisce di poter provare appagamento sessuale solo assecondando la sua natura più naturale, quella del necrofilo. La violenza carnale sui cadaveri femminili è anche, e soprattutto, una violenza verbale: Ballard dice e sussurra all’orecchio dei cadaveri tutte quelle cose che mai gli avrebbe detto se fossero stati cadaveri vivi accanto a lui. La morte è l’unico mezzo di comunicazione concesso a Lester per rapportarsi con i propri simili, l’unica via per essere un figlio Dio. Lester è Abele e Caino allo stesso tempo, ma le due nature sono una sola identità nell’Io di Lester Ballard. Semplicemente una unica e sola identità. La catapecchia prende fuoco per un incidente dovuto al caso e Ballard si trasferisce nel bosco, su una montagna bucherellata da cunicoli e grotte. E in queste grotte, che sono un Ade spartano e grottesco, Ballard trascina le sue vittime. Le autorità cominciano a sospettare di Lester: troppe vittime e troppi cadaveri scomparsi fanno notizia anche in un paese profondamente rurale, e Lester non è mai stato visto di buon occhio, quindi i sospetti cadono su di lui che si è allontanato dalla comunità.
Anche la natura bracca Ballard: violente piogge, inondamenti, giornate falsamente primaverili, penetrano l’Io di Lester; in rari momenti di istintiva tranquillità, Ballard scopre di amare la natura nonostante tutto, perché è violenta e naturale come lui. E l’amore per questa natura a lui avversa perché freak, diventa subito adrenalinica violenza: Lester bracca le sue vittime con ferocia spietata, come un autentico figlio di Dio nato sulla terra. Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris è stato acclamato dalla critica come un romanzo originale e profondamente psicologico, ma Figlio di Dio di Cormac McCarthy aveva già detto tutto sull’innocenza degli innocenti. Ballard comincia a infierire sulle sue vittime come un animale, si muove sulle piste segrete della contea con uno scalpo femminile in testa, indossando i vestiti tolti ai cadaveri. Questo è il vero “silenzio degli innocenti”, un silenzio che non ha bisogno né di citazioni letterarie né di argomentazioni psicologiche colte: Cormac McCarthy è nettamente superiore a Thomas Harris, perché non ha bisogno di ricorrere alla psicologia o ad altre scienze per descrivere la biografia della natura umana.
Ballard, quando davanti a lui si presenta John Greer, il banditore che ha venduto la sua proprietà, cerca di colpirlo ma senza successo. Un colpo di fucile sparato da Greer gli strappa via un braccio e Lester perde i sensi. Quando si risveglia sotto custodia in ospedale, un gruppo di cittadini in cerca di vendetta trascina Ballard di nuovo sui monti, perché li conduca là dove ha nascosto i corpi delle vittime. Ma una volta dentro i cunicoli della montagna, Ballard sparisce e fa perdere le sue tracce. Una fuga? Ballard è consapevole che per lui il futuro non è. Torna in ospedale per morire di polmonite. Il suo cadavere finisce con l’essere utilizzato per discutibili esperimenti della Scuola di Medicina. Nonostante Lester sia morto, i corpi delle sue vittime vengono scoperti, ormai ammuffiti e suppuranti, raccapriccianti burattini di un teatro dell’orrore tanto ironico quanto naturalmente umano. Questa è la biografia dell’uomo, del freak, del figlio di Dio nato sulla terra, disegnato dalla magistrale impietosa penna di Cormac McCarthy.

Figlio di Dio - Cormac McCarthy - Traduzione di Raul MontanariEinaudi – Collana Supercoralli – pp. 172 – 13,43 Euro

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DON CAMILLO & PEPPONE

written by King Lear    - sabato, novembre 26, 2005


Don Camillo & Peppone




Don Camillo




&
Peppone
 



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 



 
DON CAMILLO E PEPPONE
 
 
Hai rapito l’Invidia Mia?
Quanto, quanto esoso il riscatto?
E perché, perché mai l’hai fatto?
Lei non t’aveva fatto mai nulla di male
E tu ti sei improvvisato bastone e padrone
E il ruolo l’hai tenuto bene fino in fondo
ricordandoci che siamo poco al limite del niente
Ma io voglio che presto ritorni
Perché, perché l’attesa non è il destino
E tu che giochi
tra un ricordo di Peppone e uno di Don Camillo,
tu mi fai sbattere il cervello
contro un lampione
che alla sera splende toccando appena
tutte quelle stelle che lassù stanno
padrone di sé stesse eppure lontane,
come il domani che non arriva,
che non si fa mai
 
 
 
 
 
GATTO NERO
 
 
Qui non piove, non nevica,
qui ci si annoia
nel fondo degl’occhi d’un nero gatto
che passa sopra aride pozzanghere
miagolando forte
mentre un brivido si mischia al sudore
 
E se ne muore così la vita
dentro a un tombino scoperchiato
pria che s’abbia tempo di pensare
al sangue nelle vene congelato
 
 
 
 
 
BELLA STELLA
 
 
Quanti anni qui a cantare
parole che non riposano,
che da sole non vogliono stare
 
Quanti giorni e quante lacrime,
mia Bella Stella, tu non sai
 
Ma si perde una volta sola
in questa nostra breve vita
Però che questa verità
non ci sia di consolazione,
ché un momento è un’eternità
che non finisce e non finisce mai
- come la paura di cantare
ad alta voce un sogno d’amore
o una sola ora presa nel terrore
 
 
 
 
 
GUERRA E PORNOGRAFIA
 
 
Se il mio amore muore
è come Guerra e Pornografia
Rimangono segni di unghie
e il pitale da svuotare
e un bicchiere di vino appena
da ingollare per dimenticare
 
Se il mio cuore
ora dovesse smettere di battere,
non sarebbe poi grave
come si potrebbe immaginare,
perché resterebbe sempre l’ombra greve
di quel nostro dirci completamento
oltre la vetusta ignoranza del tempo
 
E’ Guerra e Pornografia
E’ un dio che s’è impiccato
là dove sorgeva il Muro di Berlino:
il nostro dirci d’amore, sì pesante!
 
 
 
 
 
LA MORTE
 
 
La morte è.
Altro
non c’è da sapere:
dopo morte avvenuta
domina il niente
sul niente
che siamo stati
quando aria
gonfiava i polmoni.
 
 
 
 
 
IN UN SOL COLPO
 
 
Ma vennero i tuoi occhi
come acqua cheta,
e sfiorirono innocenza
che riposava
il corpo lacero di stanchezze
 
E lassù la mano e il cacciatore,
tra colline verdi d’amori nascosti,
sapevano sparare per portar dolore
nella tiepida aria a muover carezze
sopra il pelo delle acque
delle rogge del disgelo,
di quel fiume di dolce sangue
già pallido, di vita
quasi completamente disciolta
 
Sì che vennero, vennero i tuoi occhi
perché più non ci fosse odor silvestre,
ma solo un tetro lungo richiamo di morte
laddove pria ci s’innamorava di tutto
e di niente, come presso antica corte   
a lungo sognata e mai da un sol dito sfiorata
 
 
 
 
 
KENNEDY
 
 
Non è più come prima,
JFK.
 
Era messaggio d’amore
quella pallottola
- un bacio di Giuda
attraverso il cervello.
 
Qui, non cambia niente,
mai.
 
Passaggio in un documentario:
il tempo prigione della pellicola,
e noi a sedere sull’alba accòsta
alle nostre anime commosse.
 
Niente rimane uguale:
se immagino
la morbidezza
delicata delle tue curve
sode
dal seno in giù,
poi si scorge morta
la fantasia.
 
Piangesti,
triste come non mai,
sola come sempre.
 
Solo come sempre
rifugiato in me,
nella tua delicatezza
di velluto
salsa di lagrime…
tutte da bere
nella curva del collo.
 
Soltanto un istinto:
solletico nel singhiozzo
baciato dalla mia bocca.
E noi sul divano,
e la notte già oltre noi
ululava alla Luna.
 
Se ne muore fantasia,
JFK,
dopo aver visto.
 
Avidità fu,
illuderci immortali.
 
 
 
 
 
SULLA LETTERATURA (ancora)
 
 
La poca letteratura che oggi circola ancora è una sorta di accanimento terapeutico a solo favore di quello che si sa esser un malato terminale.

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MICHEL HOUELLEBECQ - H.P. LOVECRAFT, Contro il mondo, contro la vita

written by King Lear    - venerdì, novembre 25, 2005


H.P. Lovecraft Contro il mondo, contro la vita - di Michel Houellebecq



Contro il mondo, contro la vita



la biografia del genio di Providence




H. P. Lovecraft



in un saggio Michel Houellebecq







di Giuseppe Iannozzi






“Una sorta di erudita lettera d’amore.”

Stephen King




Solo dopo la morte, Howard Phillips Lovecraft è stato riconosciuto dalla critica come scrittore, scrittore dotato di notevole intelligenza e di una smisurata fantasia paranoica, ma assolutamente privo di stile; e in molti si sono pronunciati sulla sua opera con parole tutt’altro che benevole, accusandolo di aver ignorato le più elementari regole sintattiche, grammaticali e stilistiche nel creare i suoi racconti.
Oggi, la critica non è poi molto più ben disposta nei confronti di HPL rispetto a quando proponeva agli editori i suoi scritti su invito dei pochi estimatori del suo tempo, difatti si esprime in termini pressoché uguali a quando ancora era in vita, nonostante il pubblico dei suoi ammiratori sia sconfinato. H. P. Lovecraft, un gentleman vittoriano, oggi è più oggetto di discussione biografica e agiografica, mentre, poco o nulla, è valutato a livello letterario; non a caso tutti sembrano esser interessati a conoscere le tappe della sua vita, ma pochi conoscono appieno le sue mirabili opere anticipatrici dell’orrore cosmico.
H. P. Lovecraft è stato un genio: ha scritto centinaia di racconti, e nei confronti di molti giovani scrittori si è dimostrato un maestro, apportando sui loro scritti correzioni e revisioni senza nulla pretendere in cambio; ha dato nuovo smalto all’horror ma è morto in solitudine.
Su H. P. Lovecraft si può dire, con tutta sicurezza, che è stato fondamentalmente un solitario, una sorta di misantropo antropologico, che troppo conosceva dell’animo umano così come dell’uomo perché potesse nutrire amore o interesse nei confronti dell’umanità e del mondo in generale. Per HPL il mondo era un nemico da combattere; e quando si rese conto che mai e poi mai avrebbe potuto riportare una vittoria su di esso, si è limitato a schifare l’umanità con ‘gentilezza razzista’. Pur non nutrendo ambizioni di alcuna sorta, Lovecraft ha visto nell’uomo un mostro, un incidente genetico, qualcosa che non poteva nutrire in seno alcuna sorta di poesia. I suoi più accaniti detrattori vedono nella sua figura oggi un discepolo del razzismo nietzschiano; ad onor del vero, occorre ammettere che il genio di Providence era un puritano tout court: ad esempio, il sesso per lui era qualcosa di così banale che non meritava neanche di essere considerato; eppure se l’argomento veniva tirato in ballo da qualche suo raro amico venuto a fargli visita, Howard non poteva fare a meno di arrossire. E poi, la confusione delle razze per HPL era un autentico abominio: il meticcio era ancora più orribile del negro puro, che se non altro, pur essendo nero di pelle, manteneva la purezza della sua razza. Non è un mistero: HPL è stato per lungo tempo un fanatico sostenitore di Hitler, anche se in seguito ha quasi rinnegato i propositi ariani del pazzoide tedesco. Ma cosa o chi a condotto H. P. Lovecraft a diventare razzista? E soprattutto è stato veramente un razzista? Sono domande a cui è difficile rispondere: Howard Phillips per lungo tempo della sua vita è stato un solitario che ha guardato al mondo con assoluto disinteresse, prendendo più volte in considerazione l’idea del suicidio come ‘uscita di sicurezza’, anche se, in realtà, non ha mai tentato di suicidarsi per quanto ci è dato di sapere. Tra i 17 e i 22 anni HPL è stato come assente dal mondo: in questo periodo non ha scritto nulla, non ha fatto nulla, non ha letto alcunché, poi, ad un certo punto, si è risvegliato, per così dire, e ha trovato rifugio nella scrittura. Ha cominciato a scrivere, ma a lavoro ultimato non era mai soddisfatto: riteneva che i suoi racconti fossero piatti e privi di stile.
Il genio di Providence visse la sua vita senza mai guadagnare un quattrino dal suo lavoro artistico: in pratica, con una parsimonia estrema, grazie ai pochi soldi lasciatigli dalla famiglia, riesce a sbarcare il lunario, un patrimonio che con estremi sacrifici gli basterà per tutta la sua breve vita. Raggiunti i trent’anni e passa, Providence è diventata parte integrante del suo subconscio: HPL sognava di fare un viaggio in Europa, ma le ristrettezze economiche non glielo permisero così come non gli permisero tante e tante altre cose. Si innamora, o sarebbe meglio dire che viene fatto innamorare; e per qualche anno lo stesso Lovecraft ha finito col credere d’esser seriamente innamorato… un perfetto borghese, tant’è che finisce con lo sposarsi. Poteva esser la sua felicità il matrimonio, ma pochi anni lontano da Providence e Lovecraft si rende conto che non è uomo capace di regger la parte del marito, quindi divorzia. Negli anni in cui fu sposato le ristrettezze finanziarie si fecero sentire come pondo insostenibile tanto da costringere Lovecraft a cercarsi un lavoro, un lavoro che non troverà: dovunque bussò, la porta gli fu sbattuta brutalmente in faccia adducendo la scusa, forse neanche poi troppo lontana dalla verità, che non era tagliato per il mondo degli affari. Lovecraft ancora innamorato non si arrende e si dichiara ben disposto a svolgere anche la più umile delle mansioni, ma nessuno gli offre un lavoro, neanche come netturbino.
Lontano da Providence, trapiantato momentaneamente a New York, vede il mondo strisciare subdolamente davanti a sé: ben presto si rende conto che a tutti viene offerta un’opportunità lavorativa: i meticci come i negri trovano un lavoro, gli atei e tutta la schiuma della società riesce là dove lui non riesce, ovvero ad avere un’occupazione seppur temporanea. HPL non prende la cosa filosoficamente: il suo puritanesimo diventa razzismo, il suo odio nei confronti dell’umanità diventa un dolore insopportabile, diventa poesia. Una volta presa coscienza che il mondo non è in grado di accettarlo, anche il matrimonio finisce col naufragare, e Lovecraft torna a Providence pieno di poetico rancore; ormai è ben radicata in lui l’idea che la società è composita da razze aliene geneticamente sporche e per questo non può fare a meno di odiare e il mondo e la società in toto.
L’orrore cosmico, ingrediente principe dei suoi migliori lavori, diventa il leit-motiv della sua produzione maggiore: scrive con abnegazione anche se non mancano momenti di forte scoraggiamento, o meglio di disinteresse; ad un certo punto anche il solo fatto di scrivere per suo personale piacere finisce con il diventare una sorta di ‘accessorio’ inutile. Pur non avendo mai nutrito mire artistiche per la sola fama, alla fine la sconfitta è totale: l’uomo come l’artista sono una sola entità, un fallimento, ma H. P. Lovecraft non è disposto ad accettare questa terribile, crudele verità. Sarà la morte a toglierlo dall’imbarazzo di dover ammettere che forse non è stato capace di gestire la propria vita: un cancro all’intestino stronca la sua infelice vita. In ospedale, nonostante l’enorme sofferenza, si comportò come sempre, da perfetto gentleman, e fino all’ultimo non ebbe mai una parola cattiva sulle labbra nei confronti di infermiere e medici. La sua vita finì così.
Difficile credere alla luce di ciò che H. P. Lovecraft sia stato realmente un razzista; se lo è stato, lui non ne fu umanamente consapevole, anche se è inconfutabile il fatto che, almeno artisticamente, questa consapevolezza era certezza nel suo modo d’esser artista.
Come si è già accennato la vita di H. P. Lovecraft è per il pubblico affamato di pettegolezzi assai più interessante delle sue opere letterarie: oggi, rivalutato dalla critica come artista di grande estro immaginativo, il genio di Providence è comunque ritenuto uno scrittore minore, uno di quelli che non avevano né stile né grammatica dalla sua. I suoi personaggi sono tali in quanto ‘essi stessi’ sono parte integrante dell’orrore cosmico lovecraftiano, e questo è tutto, questo affascina ancor oggi l’attento lettore.
Michel Houellebecq, scrittore e poeta francese, ha pubblicato qualche anno fa una sorta di biografia sul HPL dal titolo Contre le monde, contre la vie, oggi riproposta al pubblico con una postfazione firmata da Stephen King. Questo scritto si differenzia dalle tante biografie in commercio per la sua analisi poetica del genio di Providence. E’ uno scritto che si legge come un romanzo, anzi nutro quasi il dubbio che non può che essere un romanzo sulla vita e l’opera di HPL, a tutti gli effetti. Per la prima volta Michel Houellebecq ci restituisce Lovecraft senza falsi moralismi, mostrandoci il suo lato umano e artistico; leggendo Contro il mondo, contro la vita non si può fare a meno di notare l’abilità e la sensibilità di M. Houellebecq, che descrive soprattutto l’uomo e l’artista nella sua essenzialità, senza assumere posizioni critiche nei suoi confronti.
Per Houellebecq, H. P. Lovecraft era un genio, punto e basta. Se poi la critica vuole dargli addosso, purtroppo la critica esiste, ma c’è di buono che ogni critico è un artista mancato o fallito: insomma la critica è destinata a morire, magari rinnovata da altri epigoni, anzi sicuramente, però anche questi moriranno dimenticati da tutti alla fine, mentre HPL rimarrà per sempre immortale al di là del fatto che avesse stile o meno.
E’ il caso di dire: finalmente una biografia che non ha la presunzione di esser tale, un mirabile lavoro scritto da Michel Houellebecq che dà a Cesare quel che è di Cesare. Pardon! Di Lovecraft.


H. P. Lovecraft - Contro il mondo, contro la vita (titolo originale: Contre le monde, contre la vie) - Michel Houellebecq – Postfazione di Stephen King - Traduzione di Sergio Claudio Perroni – 2a edizione, 2005 - Collana pasSaggi Bompiani – Bompiani – 171 pagine – ISBN 8845255603 - 9 euro

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SEAMUS HEANEY, BEOWULF

written by King Lear    -


Beowulf, Seamus Heaney




BEOWULF



nella traduzione del grande poeta



SEAMUS HEANEY




di Giuseppe Iannozzi






E’ da un po’ di tempo che in libreria non si trovava più una bella edizione del poema Beowulf, un poema che è un classico della letteratura inglese fantastica e non, e che in Inghilterra gode fama di essere un testo ostico ma comunque apprezzatissimo e dagli uomini di lettere e dal pubblico maturo, un po’ meno da chi è costretto a studiarlo sui banchi delle rigide università inglesi.
Finalmente, i tipi Fazi Editore nella collana Le Terre/Poesia ripropongo Beowulf al pubblico italiano nella splendida e rigorosa traduzione dalla lingua sassone all’inglese moderno di Seamus Heaney (la traduzione dall’inglese moderno all’italiano è di Massimo Bacigalupo). Il prezioso volume include una intelligente introduzione del grande poeta Seamus Heaney e una altrettanto illuminante postfazione di Massimo Bacigalupo; l’opera è arricchita inoltre dal testo originale in lingua sassone (se qualche erudito volesse provarsi a leggerlo nella sua stesura originale) e da uno stupendo saggio del grande maestro del fantasy, John RR Tolkien, “Beowulf. I mostri e i critici”.
Seamus Heaney è nato nell’Irlanda del Nord e ha studiato all’Università di Belfast; è autore di alcune importantissime raccolte di poesie fra le più belle del dopoguerra, North, Field Work, Station Island, Seeing Things e di grandiosi saggi critici fra cui è dovere menzionare almeno Attenzioni/Preoccupations, l’edizione Il governo della lingua e La riparazione della presa (i saggi sono tutti disponibili nel catalogo Fazi). Seamus Heaney chiamato a insegnare presso le Università di Harvard e Oxford, egualmente apprezzato nei paesi di lingua inglese e in Europa, nel 1995 ha giustamente ottenuto il Premio Nobel per la Letteratura. Attualmente il grande poeta vive a Dublino.
La versione in inglese moderno del poema Beowulf curata da Heaney è superlativa e nulla toglie (o aggiunge) all’originale: è una traduzione perfetta, incredibile, solo qualche concessione sulle allitterazioni e sulle cesure. Ma la traduzione di Heaney è comunque quanto di meglio un poeta potesse operare sul difficilissimo testo originale del poema. La traduzione dall’inglese all’italiano è di Massimo Bacigalupo, bella, ma comunque non all’altezza di quella operata da Heaney. Un consiglio: se conoscete l’inglese, leggete Beowulf nella versione di S. Heaney, ne trarrete un grande piacere emotivo, poetico e non vi perderete assolutamente il sapore dell’avventura e di quanto di arcano il poema custodisce nel suo cuore.
Beowulf, composto verso il VII-VIII secolo d.C., è la narrazione in forma di poema delle avventure di Beowulf, eroe scandinavo che salva i Danesi prima da Grendel, il mostro che sembra invincibile, e, in seguito, dalla madre di Grendel, quindi fa poi ritorno al proprio paese dove muore, ormai vecchio, affrontando in un tremendo combattimento un drago. Il poema affronta il tema dell’incontro con ciò che è mostruoso, la sua sconfitta e la necessità di sopravvivere, ormai privi di forze, alla vittoria.
La letteratura fantasy deve moltissimo a Beowulf, praticamente deve la sua nascita (o quasi!): se non credete a me, bene!, allora forse è il caso che vi leggiate il bellissimo saggio di J. R..R. Tolkien, lui saprà convincervi certamente meglio di me.
E’ il caso di dirlo, a costo di usar retorica: la traduzione di Seamus Heaney del Beowulf è la migliore che sia apparsa da qui a mezzo secolo, un testo fondamentale, indispensabile per chi ama la grande poesia e il mondo fantastico.

Beowulf - Seamus Heaney - A cura di Massimo Bacigalupo con un saggio di John RR Tolkien - Traduzione dall’inglese moderno: Massimo Bacigalupo (Testo inglese a fronte) – Collana Le Terre/Poesia – Fazi Editore - pp. 280 - € 28,00

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ALDOUS HUXLEY, LA SCIMMIA E L'ESSENZA

written by King Lear    - giovedì, novembre 24, 2005


Aldous Huxley, La scimmia e l'essenza



Aldous Leonard Huxley



la scimmia e l’essenza



per un futuro senza speranza





di Giuseppe Iannozzi







Aldous Leonard Huxley nasce in Inghilterra a Godalming nel 1894 da una famiglia tanto agiata quanto illustre. Suo nonno, Thomas Henry, noto zoologo, era uno dei più accesi sostenitori delle teorie darwiniane, mentre il padre, Leonard Huxley, per lungo tempo fu alla direzione della prestigiosa Cornhill Magazine e la madre, Julia Arnold, era la nipote del prestigioso poeta Matthew Arnold. Inoltre il fratello, Julian Sorell, era un biologo di fama mondiale e il fratellastro, Andrew, era addirittura Premio Nobel per la Medicina.
A. L. Huxley a sedici anni prende la decisione di iscriversi alla Public School di Eton: è sua intenzione diventare medico, ma, iniziati gli studi, contrae una grave forma di cheratite, che nel giro di pochi mesi lo conduce quasi alla completa cecità. Tuttavia riesce a portare a termine gli studi imparando il braille, anche grazie al prezioso aiuto di precettori privati; i problemi alla vista stroncano di netto quella che per Aldous Leonard poteva essere una brillante carriera scientifica, magari meritevole di ricevere il Nobel. Ma Aldous è giovane, coraggioso, incosciente, e a vent’anni, servendosi di una lente d’ingrandimento, riesce comunque a leggere e scrivere: con la vista di un solo occhio e una lente d’ingrandimento, è determinato a iscriversi al Balliol College di Oxford. La tenacia del giovane Aldous è ammirevole; nel 1915, nonostante i problemi agli occhi, riesce a laurearsi in Letteratura Inglese e Filologia.
A. L. Huxley si mette alla prova con la scrittura durante il primo periodo bellico: ad inizio della sua fortunata carriera letteraria pubblica recensioni di teatro, arte, musica e libri sull’autorevole rivista Athenaeum e sulla Westmister Gazzette, ma anche poesie intrise di un romanticismo satirico. Crome Yellow, la sua opera prima, esce nel 1921: è un romanzo che non entusiasma né la critica né il pubblico, in quanto è quasi privo di una vera trama, nonostante le esuberanti caratterizzazioni dei personaggi e alcuni dialoghi intelligenti da salotto, da dandy. Fortunatamente, Huxley negli anni successivi, si allontanerà definitivamente e dal romanticismo e dal dandismo.
Lo scrittore trascorre molti anni della sua vita viaggiando. E’ uno spirito irrequieto e si sente a suo agio solo quando è in viaggio: visita la Francia, l’Italia, l’India e gli USA (dove poi si trasferirà definitivamente a partire dal 1938). Tra il 1925 e il 1926 il giovane scrittore si lascia incantare dall’India dove trascorre quasi due anni pieni analizzandone il folklore e l’ambiente tutto; sono anni di formazione assai importanti per A. L. Huxley. Il soggiorno è fruttuoso: Huxley scrive Point Counter Point, un quasi capolavoro, un ottimo esempio di “romanzo delle idee”: imitando la tecnica di James Joyce per scrivere il suo Ulisse, A. L. Huxley dà corpo a uno scritto che, attraverso la costante contrapposizione dei tempi, degli umori dei personaggi e delle scene, ritrae il flusso della vita quasi fosse una sinfonia, o meglio, una rappresentazione frammentaria che il lettore deve ricomporre e adattare al suo spirito. A. L. Huxley soggiorna anche in Italia tra il 1923 e il 1930, tranne negli anni ’25 e ’26 perché in viaggio nei territori dell’India. Nel 1930 vive tra la Francia e l’Inghilterra e comincia a prender parte alla vita politica; quindi nel 1932 scrive quello che è il suo capolavoro, Brave New World. Il romanzo è subito accolto bene negli ambienti artistici e critici, e il pubblico lo legge con avidità: Huxley è ormai uno scrittore di fama. Nel 1934 è pellegrino tra il Centro America e gli Usa; nel 1937 conosce il Dottor Bates di New York, che ha messo a punto una terapia di Rafforzamento della Vista a cui Huxley si sottopone con ottimi risultati.
Nel 1944 i suoi sforzi sono tutti indirizzati alla stesura di The Perennial Philosophy, una raccolta di saggi filosofici che mette a confronto, e commenta, tutti gli ideali dell'Uomo contemporaneo: Religione, falso Misticismo, Scienza, Arte, Sesso e Politica. La raccolta viene pubblicata poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1952 lo scrittore pubblica The Devils of Loudun, una ricostruzione storica di un processo per stregoneria nella Francia del Seicento che contiene non pochi elementi mistici. Il misticismo per Huxley negli anni Cinquanta è uno dei suoi principali interessi se non l’unico. The Devils of Loudun ritrae l’esperienza Umana sulla Terra in tutta la sua orrenda e gotica tragicità senza per questo scadere nella melanconia o nei facili sentimentalismi; questo lavoro di Huxley è un vero e proprio ritratto antropologico e tribale dell’umanità, forse la sua opera più difficile. L’interesse nei confronti del misticismo porta l’autore a confrontarsi anche con la meditazione filosofica indotta dalla droga: Huxley si convince che i sentimenti umani sono esclusivamente il frutto di reazioni chimiche all’interno del nostro cervello. Sperimenta così su sé stesso gli effetti della mescalina e dell’acido lisergico, e nel frattempo compone due importanti saggi: Doors of Perception (1954) e Heaven and Hell (1956). In questi scritti, L. A. Huxley parla delle sue esperienze con le droghe: la sua opinione è che le droghe permetterebbero di «diventare consapevoli dell’esistenza di un mondo ulteriore». La Beat Generation non può fare a meno di prestare attenzione a queste opere di Huxley.
Nel 1959 pubblica una raccolta di dodici saggi, Brave New World Revisited: questo lavoro ha il compito di sviluppare ulteriormente le tesi che lo scrittore aveva sostenuto nel romanzo Brave New World e quindi le profezie in esso contenute. Nel 1962 Huxley torna ad interessarsi di letteratura e lascia da parte la materia saggistica: scrive The Island, una sorta di utopia che descrive un eden terrestre su di un’isola deserta; si tratta di un paradiso mortale, dove la felicità è possibile ma è anche destinata a finire presto. In Island, Huxley dà corpo alle teorie contenute nei suoi saggi in forma narrativa: questo è lavoro ostico, duro, troppo intellettuale perché possa avere successo commerciale, ma interessa comunque una certa schiera di intellettualoidi della Beat Generation.
Nel 1960 gli viene diagnosticato un cancro alla lingua; la vista dello scrittore subisce un brusco regresso che si conclude con una cecità pressoché totale. Il 12 maggio del 1961 la casa di Huxley prende fuoco distruggendo tutti i suoi libri e scritti. La perdita di quanto più amava fu un colpo durissimo da sopportare per Leonard; ad un amico confessò, “Vedi un uomo senza passato”. La perdita dei suoi scritti nel fuoco segna duramente lo scrittore per il resto della vita.
Aldous Leonard Huxley muore ad Hollywood nel 1963, lo stesso giorno dell’assassinio del presidente Kennedy, che se fosse riuscito a sopravvivere, forse, avrebbe dato una immagine nettamente diversa all’America. Forse l’America, se Kennedy non fosse stato ammazzato, oggi sarebbe molto ma molto diversa.

Tutte le incursioni di A. L. Huxley nella fantascienza, si presentano come utopie alla rovescia pregne di un pessimismo antropologico, di un pessimismo che fa parte della natura umana: ad esempio, Brave New World, After Many a Summer (1939), Ape and Essence (1949) e The Island, guardano al futuro come una realtà che forse sarebbe meglio se mai si realizzasse. L’ironia di Huxley è distruttiva, e per certi versi cinica e nichilista; negli anni Cinquanta, le opere di Huxley in Italia, ma anche altrove, furono accusate di contenere frammenti di ideologia fascista. Tuttavia Huxley è stato uno dei primi scrittori a coinvolgere cultura scientifica e umanistica in una unica soluzione narrativa, in un contesto fantascientifico; e gli intellettuali del tempo lasciarono che il “fascismo latente (intellettuale!)” di Huxley diventasse un elemento decorativo delle sue opere e non la perorazione di una ideologia.
Huxley fu scrittore dotato di capacità di preveggenza? Probabilmente no: Huxley era soprattutto una mente creativa, un intellettuale tout court, che guardava al futuro con l’occhio non di un poeta, bensì con l’occhio dello scienziato che ipotizza il futuro della società. Il filosofo tedesco T. W. Adorno evidenzia: «Huxley si schiera [a differenza di altri romanzieri della tradizione distopica, così ricorrente nella cultura britannica] con coloro che all’era industriale rimproverano non tanto la disumanità, quanto la decadenza dei costumi. L’umanità viene posta davanti alla scelta tra la ricaduta in una mitologia che a Huxley stesso pare discutibile e un progresso verso una compatta illibertà della coscienza. Non resta nessun spazio per un concetto dell’uomo che non si esaurisca né nella coercizione del sistema collettivistico né nella contingenza del singolo. La costruzione di pensiero che denuncia lo Stato universale totalitario mentre esalta retrospettivamente l’individualismo che pi portò, è quasi totalitaria essa stessa». Si può dire che Huxley fu un mistico scientifico, ma è impossibile asserire che lo scrittore fosse un mistico poetico o romantico. Il grande poeta T. S. Eliot, nel 1927, definì Huxley “uno di quegli scrittori che debbono scrivere trenta romanzi prima di scriverne uno buono”: un giudizio severo quello di Eliot, il quale asserì anche che Huxley era “malato di sentimentalismo e di religiosità chic”. George Orwell e Virginia Woolf non poche volte hanno manifestato scontentezza e severe critiche nei confronti dei lavori di Huxley.
Dopo Crome Yellow - suo primo romanzo fortemente contaminato da un romanticismo fuori luogo -, Huxley ha praticamente dimenticato ogni sentimentalismo e ha rivolto la sua attenzione all’analisi scientifica dei sentimenti. La poesia, quando presente negli scritti di Huxley, è puramente scientifica; anche quando fa delle citazioni dai poeti romantici, come in Hape and Essence, queste sono introdotte in un corpus narrativo tanto ironico quanto scientifico. Lo scrittore è stato spesse volte considerato dalla critica anglosassone come uno spirito irrequieto, quindi, quasi tutti gli studi sulla sua statura artistica sono stati approntati comparando la sua opera a quella di scrittori come Evgenij Zamjatin, George Orwell ed Anthony Burgess. In effetti L. A. Huxley, nei suoi scritti più importanti, si preoccupa di evidenziare la perdita dell’individualità e della libertà di pensiero, ma non è né George Orwell Anthony Burgess, nel senso che è sempre almeno un passo o due indietro rispetto a loro.

Con La scimmia e l’essenza, L. A. Huxley ci proietta nel 2108, in un mondo devastato da una terza guerra mondiale, da cui si sono salvate soltanto la Nuova Zelanda e l’Africa equatoriale. Mentre i neri africani risalgono il corso del Nilo e invadono l’Europa e praticano i riti della circoncisione nelle sale del Vaticano, i primi esploratori neozelandesi si avventurano lungo le coste della California, dove il potere è ormai in mano alle scimmie, che dominano su tutto e portano al guinzaglio Einstein clonati.
Tra le rovine di una Los Angeles sopravvive una elite degradata di uomini, che non esita a bruciare i libri e a praticare il culto di Satana, dio rovesciato di una logica perversa che ha condotto l’umanità a vivere un futuro dove l’individualità è negata, dove la libertà di pensiero non esiste, e dove, soprattutto, Satana è considerato un male necessario e giusto che l’umanità deve venerare perché colpevole, nel corso dei secoli prima della terza guerra, di aver sempre idolatrato e segnato la strada per il Signore delle Mosche, dichiarando all’opinione pubblica il contrario. La società è colpevole due volte: nei secoli passati ha sempre dichiarato il falso, nel futuro (il presente del romanzo La scimmia e l’essenza) se ci si rifiutasse di adorare il Diavolo, si negherebbe ancora una volta la vera storia dell’umanità e quindi le sue radici più vere.
In La scimmia e l’essenza, lo scrittore si serve dell’espediente classico del manoscritto ritrovato per raccontare e dar corpo alla sua utopia nera: una sceneggiatura rifiutata si trova per coincidenza fra le mani di un personaggio di Hollywood… La prima parte del libro descrive la superficialità del mondo patinato di Hollywood, poi l’interesse cade su questa sceneggiatura rifiutata e l’autore comincia a descrivere il futuro introdotto in una scenografia hollywoodiana. Il canovaccio non manca di descrivere una storia d’amore che nasce tra un esploratore e una ragazza neoselvaggia; la fuga dal mondo, che li tiene prigionieri di un civismo comunitario barbaro, verso un deserto è l’unico messaggio metaforico di speranza, una ventilata salvezza per il genere umano, comunque altamente incerta.
Il romanzo è una visione grottesca e antropologica del futuro, un futuro addirittura più negro e pessimista di quello disegnato da George Orwell in 1984 e da William Golding ne Il Signore delle Mosche.
Pur adottando una ironia falsamente swiftiana e donchisciottesca, L. H. Huxley in questo romanzo dice, senza mezze misure, che né il capitalismo né il comunismo sono buoni per la sopravvivenza di una qualsiasi società; il progresso tecnologico così come l’ignoranza sono il male; l’amore e l’odio sono processi chimici del nostro cervello e solo se si riesce ad interpretare la chimica dei sentimenti è forse possibile conquistare nuovamente il proprio individualismo: insomma l’umanità è nata sotto il segno di Caino e non può sfuggire al suo naturale destino.
A. L. Huxley pur non raggiungendo la maturità e la profondità intellettuale di George Orwell, in questo romanzo satirico riesce comunque a provocare il lettore, a farlo arrabbiare veramente: il lettore non può fare a meno di guardare a Huxley come a un “fascista nichilista”, quando dovrebbe interpretare il fascismo (se di reale fascismo è possibile parlare) come “un gioco fascista di idee”, quindi “intellettuale”.
La scimmia e l’essenza non è un capolavoro, ma è un lavoro irritante che spinge a riflettere: è sicuramente uno scritto interessante, degno di considerazione, un lavoro definito e compiuto e non un romanzetto modaiolo targato Susanna Tamaro o Alberto Bevilacqua.

Aldous Huxley – La scimmia e l’essenza – Baldini & Castoldi – pp. 181 – 11, 40 Euro

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Gene Brewer, K-PAX

written by King Lear    - mercoledì, novembre 23, 2005


Gene Brewer, K-Pax




K-PAX




trob, colui che viaggia




Un romanzo di Gene Brewer





di Giuseppe Iannozzi






Gene Brewer è nato a Muncie, Indiana, nel 1937; laureatosi in biochimica alla University Of Wisconsis, biologo molecolare, dopo aver abbandonato il mondo della ricerca, si è dedicato relativamente tardi alla letteratura: ha atteso tredici anni prima di pubblicare il suo primo romanzo, K-PAX. Ma il risultato è a dir poco eccellente: Gene Brewer è scrittore dalle indubbie doti stilistiche e artistiche. Il suo esordio letterario ha il genuino sapore di un saggio di Oliver Sacks godibile come un romanzo di SF. Leggendo K-PAX impossibile non riconoscere influenze da scrittori di genere quali Theodore Sturgeon, Ursula K. LeGuin, Ray Bradbury, P.K. Dick, ma anche da autori classici come Raymond Carver e Walt Whitman; e poi, ovviamente, K-PAX, con perfetta poesia realistica, abbraccia una forte componente di introspezione psicologica freudiana sceverata da obsoleti e noiosi tecnicismi scientifici.
All’uscita del film K-PAX per la regia di Iain Softley, una produzione Intermedia Pictures / Lawrence Gordon / Universal Pictures, con attori del calibro di Kevin Spacey e Jeff Bridges, le critiche non sono mancate, né positive né negative: (…) K-Pax non è un film di fantascienza, è un dramma psicologico a sfondo simbolico: al posto degli effetti speciali ci sono gli affetti, i primi piani degli interpreti dominano sulle scene d'insieme, il tono è più realistico che fantastico. Risultato di buon livello, anche per merito di dialoghi spigliati e non concettosi e di un ottimo Spacey (Roberto Nepoti, La Repubblica); (…) Desideroso di fare con K-Pax un film buonista multiuso con molte verità e portare a casa un po’ di speranza, nella sicurezza che il tracciato della «normalità» sia sempre più sottile, il regista organizza un (…) ennesimo match della lotta tra due culture: scienza e dea ragione contro irrazionale e dio fantasy. (Maurizio Porro, Corriere della Sera).
E in America qualcuno si è spinto a giudicarlo come un remake (o addirittura plagio) della pellicola argentina Man Looking Southeast del 1986; ma nonostante le critiche negative la pellicola ha sbancato il botteghino nelle prime settimane di programmazione. In Italia il successo non è stato a livello di quello statunitense, ma poco ci è mancato. Come nel film, anche nel romanzo è possibile riscontrare la stessa genuina ambientazione affettiva: il romanzo uscito in America nel 1995 è un autentico capolavoro; per la prima volta la Sf non è oggetto bensì soggetto reale in un contesto pienamente umano. Gene Brewer investiga l’animo umano e lo esalta in un contesto poetico-sociale e politico; in verità una analisi poetica che, a tratti, si rifà a quella di Walt Whitman, non dimenticando di asserire tra le righe che l’essere umano è il vero alieno che la società moderna si rifiuta di (ri)conoscere e ammettere come realtà.
La Sf moderna minacciata dalla contaminazione dell’AvantPop, minacciata da un agonizzante cyberpunk, grazie a Gene Brewer incontra il più alto spessore comunicativo, quello relativo al panorama uomo.
E’ sufficiente leggere poche battute per rendersi conto di questa verità:

trob: “La malattia mentale è spesso nell’occhio di chi guarda. Troppo spesso su questo PIANETA è attribuita a chi pensa e si comporta in maniera diversa dalla maggioranza.”
gene: “Ma senza dubbio ci sono persone che non sono in grado di affrontare la realtà…”
trob: “La realtà è ciò che fai.”
[…]
trob: “Come ho detto in precedenza su K-PAX, non abbiamo nessuna religione, grazie a dio.”
[…]
trob: “Molti umani seguono la politica “occhio per occhio, vita per vita”. Molte delle vostre religioni sono basate su questa formula, che è famosa nell’UNIVERSO per la sua stupidità. Il vostro cristo e il vostro budda ebbero una visione diversa ma nessuno li ascoltò, neanche i cristiani o i buddisti. Su K-PAX il crimine non esiste, capisce?” E se ci fosse non verrebbe punito. Sembra che per i TERRESTRI questo sia impossibile da comprendere, ma è il segreto della vita, mi creda!”
gene: “Si farà rivedere? Non lo sapremo mai. Quanto mi piacerebbe potergli parlare ancora, solo per un attimo, per fargli tutte quelle domande che non ho avuto l’occasione di fargli prima… Potremmo, come lui, vedere la luce ultravioletta se lo volessimo con tutte le nostre forze? O volare? O creare un mondo migliore per tutti gli abitanti della Terra?”


La trama, per quanto semplice, è, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un altissimo contributo alla ricostruzione dell’animo umano e alieno che ognuno di noi conserva gelosamente nella sua mente (nel cervello). La semplicità è la comunicazione: situazioni scontate sono in realtà quell’”evidenza sociale” che tutti i giorni noi ci troviamo davanti e che rifiutiamo di accettare e riconoscere. Per Gene Brewer, l’“apparentemente scontato” è in realtà ciò che maggiormente merita attenzione e quindi una seria analisi psicologica. Spesse volte, domande e risposte sono forzate, quasi irreali, poco realistiche: ma Brewer non offre risposte certe, piuttosto semplici indicazioni sicure per la ricerca del , del proprio Ego. Questa è poesia, una poesia che non offre soluzioni, bensì solo indicazioni, perché questo è il vero (reale) compito della poesia quando è tale. E Gene Brewer maneggia la poesia con assoluta padronanza, relegandoci un ritratto stupendo di trob, un uomo disturbato ma genuino, candido nella sua genialità di idiot savant.
Alla Grand Central Station di New York durante una rissa, appare quasi dal nulla un uomo con occhiali da sole; la polizia lo ferma e decide di tradurlo in manicomio. L’uomo dice di essere semplicemente trob e di venire da K-PAX, un pianeta distante mille anni luce da Terra. E aggiunge di essere arrivato su Terra a bordo di un raggio di luce per studiare la popolazione del pianeta. trob entra in cura dal dottor Gene Brewer, il direttore della clinica psichiatrica che si appassiona subito al caso. trob è gentile, calmo, buono, simpatico, ma soprattutto è estremamente lucido. Porta sempre i suoi occhiali da sole perché non tollera la luce. Ben presto gli altri pazienti del manicomio prendono ad ascoltarlo, a seguire i suoi consigli, sperando di andare insieme a lui su K-PAX. trob spiega di essere su Terra provvisoriamente in attesa di tornare il 27 luglio alle ore 03:11 sul suo pianeta dove la famiglia non esiste, dove far l’amore è doloroso... Il Dr. Brewer cerca di scoprire il mistero del caso K-Pax, ma le sedute con trob sono difficili: alla fine il dottore non può fare a meno di riconoscere nel presunto alieno un amico. Decide così di fargli trascorrere una giornata con la sua famiglia; lo fa poi analizzare da un gruppo di amici scienziati, che non possono non restare di sasso di fronte alle nozioni astronomiche sciorinate dal presunto alieno. Infine il Dr. Brewer sottopone trob a ipnosi; dopo tante difficili sedute, il Dottore scopre che trob è un uomo che ha subito un grave trauma psicologico e quindi uno sdoppiamento dell’Io. Ma è veramente così?
Gene Brewer è ambiguo: ci lascia intuire due possibilità, trob potrebbe essere un malato mentale ma anche un alieno che è stato ospitato nel corpo di un essere umano sofferente di turbe psicologiche.
K-PAX è un rarissimo esempio di come dovrebbe essere la fantascienza moderna, umana, molto più umana: è sicuramente uno dei migliori romanzi americani apparsi negli ultimi dieci anni, un lavoro che non teme il tempo e nomi affermati del panorama letterario della Sf e non.
K-PAX di Gene Brewer ha forse segnato un nuovo modo di concepire la fantascienza; anzi, ha sicuramente indicato la strada per concepire una fantascienza umana. Con Gene Brewer è finalmente possibile parlare di renaissance della fantascienza moderna!

K-Pax da un altro mondo – Gene Brewer – Editore: Baldini&Castoldi – 234 pp. – 12,40 Euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 17:48 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (16)



Carlos Eduardo Feiling, Il male minore

written by King Lear    - martedì, novembre 22, 2005


Il male minore, Carlos Eduardo Feiling


IL MALE MINORE



di Carlos Eduardo Feiling




di Giuseppe Iannozzi






Lovecraft ci ha abituato a un mondo dominato da numi malvagi che vogliono la corruzione dell’umanità, numi che esistono nell’intorno quotidiano e di cui noi, mortali, ignoriamo l’esistenza, fingendo di non riconoscerli. H. P. Lovecraft, per primo, ha descritto un mondo ascoso dove le tenebre non sono solo il sudario che avvolge la Terra per restituirla al dolore cosmico. La visione lovecraftiana del mondo non è sicuramente delle più ottimiste, ma è proprio questo che affascina ancor oggi il lettore moderno. Con “Il Talismano” (scritto in collaborazione con Peter Straub), “It”, “L’Ombra dello Scorpione”, Stephen King ha riesumato le tematiche lovecraftiane per adattarle ad un horror facilmente commerciabile; tuttavia, “It” e almeno “Il Talismano” rimangono, nel loro genere 'commerciale', dei lavori non facilmente imitabili, che se nulla di nuovo aggiungono alla letteratura d’essay, per lo meno non la deprezzano.
“La vida es demasiado pobre para non ser también inmortal”, ovvero “la vita è troppo povera per non esser anche immortale” ebbe a dire il famoso scrittore argentino Jorge Luis Borges; ed ancora nell’"Elogio dell’ombra”, con la sua poesia sempre sospesa fra un grande senso di umanità visionario e misticismo gotico, il poeta ci avverte che “Nella vita son sempre state troppe le cose; / Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare; / il tempo è stato il mio Democrito. / Questa penombra è lenta e non fa male; / scorre per un mite pendio / e somiglia all’eterno”, un concetto poetico che bene si coniuga con il sentimento del romanzo di Carlos Eduardo Feiling, “Il male minore”. E’ giudizio di Sergio Pent, che ha firmato la postfazione all’ultima fatica di C. E. Feiling, che “il significato di questo romanzo va cercato, secondo noi, nella incapacità umana di definire le proprie angosce; oltre i limiti – le Recinzioni – della ragione, non siamo più in grado di riconoscerci e di appartenerci, e la soglia del Mistero si può spalancare come un abisso, concretizzando tutte le più ancestrali paure. Definire questo lavoro di Feiling… come un divertissement, significherebbe sminuirlo di tutte le simbologie che hanno caratterizzato da sempre la narrativa latinoamericana… l’atmosfera ci sussurra che è lecito andare oltre le supposizioni… Eppure, viene da dire, questo non sembra un noir, piuttosto un romanzo a tinte fosche che ci fa riaffiorare a un passato in cui le ombre maligne delle presenze mefitiche create dal Solitario di Providence – il sommo Lovecraft – o dal suo quasi coetaneo Abraham Merritt, causavano turbamenti inafferrabili alle nostre serate adolescenti… Feiling è un altro tardo epigono del romanzo gotico? Anche qui, le case infernali di Richard Matheson, le ghost story di Peter Straub, non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. Eppure no…”.
La letteratura latinoamericana vanta nomi illustri di scrittori, che pur non affrontando apertamente il noir, hanno dato vita ad un immaginario folcloristico che affascina e spaventa allo stesso tempo; ad esempio, “Paradiso” dello scrittore cubano José Lezama Lima affronta con raffinato lavoro linguistico il mito di Faust nella vita quotidiana: “Che cos’è Paradiso…? E’ mia madre, è la mia famiglia, è l’amicizia. E poi c’è la presenza di Oppiano Licario: una specie di dottor Faust, un ente tibetano, l’uomo che vive nella città delle stalattiti, l’Eros dell’assoluta lontananza”, spiega Lima. “Paradiso” di Lima richiese più di dodici anni di lavoro e venne pubblicato nel 1966 all’Avana: un romanzo forte, cupo, che subito fece arricciare il naso ai benpensanti americani, e solo grazie al tempestivo interessamento di Fidel Castro fu evitato il sequestro e la condanna dell’opera, una opera massima della cultura latinoamericana, che meriterebbe di esser riletta con attenzione dalle nuove ignoranti generazioni. “Dell’amore e di altri demoni” insieme a “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez sono altri due notevoli esempi di come la cultura latinoamericana è sempre riuscita a dosare nelle giuste proporzioni elementi fantastici e reali nella propria cultura letteraria: inquadrare lo stile artistico di Carlos Eduardo Feiling è pressoché impossibile, anche se si ha la tentazione di accostarlo a nomi quali Borges e Lovecraft. Sicuramente Feiling ha risentito – e non poco – dell’influenza di entrambi così come di Edgard Allan Poe e Stephen King; tuttavia collocare Feiling tra gli autori horror o dark non è completamente possibile: C. E. Feiling, ho l’impressione che rifiuti di indossare la veste dello scrittore di settore.
“Il male minore” di Carlos Eduardo Feiling è stato pubblicato in Argentina nel 1996 e, con un ritardo notevole, è arrivato anche fra le mani del lettore italiano, che purtroppo, non potrà far a meno di notare i grossolani errori di traduzione; ma è già quasi un miracolo che l’ultima fatica dello scrittore argentino sia stata pubblicata in Italia. Carlos Eduardo Feiling con “El mal menor” ha rinverdito la tradizione culturale latinoamericana con una espressione personalissima di quel mondo lovecraftiano dominato da atri numi, che spalancano porte verso un mondo maligno di zolfo e corruzione ‘gnostica’. La storia è quella di Inés Gaos, cocainomane, che si trasferisce in un appartamento, apparentemente, innocuo presso San Telmo, un quartiere povero di Buenos Aires. Insieme all’amico Alberto apre e conduce un ristorante: entrambi tirano larghe piste di coca, ma Inés, rispetto ad Alberto, sembra più fragile e difatti comincia ad avere strane visioni, che, poi, si riveleranno per quel che sono in realtà, manifestazioni concrete del Male e non semplici suggestioni dovute all’abuso di stupefacenti. Inés incontra Nancy, inquilina impicciona, che la mette in guardia circa le presenze faustiane che invadono la casa; ma la snob Inés è troppo presa da sé stessa per dar retta ai vaneggiamenti di Lucy, e per un certo periodo di tempo finge che la casa non sia realmente infestata dai demoni, ripetendo a sé stessa che è solo autosuggestione. Però la morte del suo fidanzato, uno dei suoi tanti amanti, farà di Inés una donna con i nervi a fior di pelle: la morte dell’uomo, a dir poco strana, aprirà la mente di Inés ad accettare l’idea che il mondo potrebbe esser effettivamente sotto il controllo di forze malefiche. L’incontro con Nelson Floreal, cartomante uruguayano, le spiegherà molte cose, e anche Alberto Leboud finirà con il prestar fede alla storia del cartomante: il mondo non precipita nelle tenebre perché la Recinzione che gli Arconti tengono insieme non permette ai demoni di scorrazzare liberamente e far danni come loro vorrebbero. E Nelson Floreal è uno degli arconti: Inés finalmente si convince dell’onestà del cartomante e l’affianca nella lotta contro il Male, ma questo ha il sopravvento su Nelson, che a stento riesce a proteggere Inés e ad eleggerla sua adepta prima di tirar le cuoia. Insieme ad Alberto, Inés si mette alla prova contro il Male, che ormai ha fatto già fuori un buon numero di arconti sparsi per il mondo: vani tutti i tentativi di Inés, gli arconti ancora in vita non le rispondono o non sanno come risponderle o sono già morti.
La donna, che non ha nulla affatto rinunciato a tirar di coca, indarno si batte contro il Male, finisce a letto con Alberto che aveva sempre (o quasi) considerato solo un amico… e alla fine scoprirà di esser Lei stessa parte integrante del Male che circola per il mondo reale, Lei che non ricorda quando ha sterminato la famiglia di Nancy… E Alberto intanto ride a sua insaputa di Lei, di Lei che trova nel suicidio l’unica via di uscita provvisoria da un mondo corrotto.
“Il male minore” di C. E. Feiling è un ottimo romanzo nella migliore tradizione latinoamericana, che vede i protagonisti dividersi nei fumosi vasti lisergici corrotti territori argentini e cubani. Oltre ad essere un romanzo cupo, è uno sguardo – forse disincantato ma non troppo – sulle ultime vicissitudini che hanno segnato la vita dell’Argentina, un grande romanzo che C. E. Feiling ci ha regalato, sua opera ultima prima della dipartita avvenuta assai precocemente all’età di trentasei anni a causa di una forte forma di leucemia.
Se H. P. Lovecraft è stato il grande insuperabile maestro del pessimismo cosmico, C. E. Feiling con questo lavoro non gli è da meno: ma Lovecraft e Feiling sono due scrittori distinti, e anche se Feiling è stato influenzato da Lovecraft, l’originalità dello scrittore argentino è indiscutibile, e per rendersene conto basta leggere “Il male minore”.

Il male minore - Carlos Eduardo Feiling - postfazione di Sergio Pent – Fanucci – Collana Dark - 256 pagine - 12.91 €

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:13 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (15)



SEX

written by King Lear    - lunedì, novembre 21, 2005


What about sex?





Sex
 



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 

 
 
SULLE LABBRA IN ATTESA
 
 
Ho provato a farti ragionare
Ti ho baciata sulle labbra
Mi hai risposto
con un pugno alla bocca dello stomaco
Così adesso siamo qui insieme
come un’illusione
che rompe l’imene della verità,
o solo della nostra crudeltà
di amarci - uguali amanti
così stanchi, stanchi senza sazietà
 
Ho provato a farmi pensare
morto per sempre
proprio come una promessa infranta
Ma mi hai legato fra le tue gambe
fino a soffocarmi la rabbia nella bocca
della tua figa odorosa di ambra, di selvatico
Così adesso siamo qui insieme
che strappiamo i giorni dal calendario,
da Pasqua a Natale, da Pasqua a Natale,
aspettando sempre quel colpo finale
che ci metterà a dormire per sempre
 
Così adesso siamo qui insieme
in attesa, in attesa senza sazietà
 
Mi hai chiesto di porgerti l’altra guancia
E ti ho subito dimostrato che, impossibile
perché amo di più farlo in modo anale
Ma ti ho baciata sulle labbra
e non mi hai perdonato
da Gerusalemme a Sodoma e Gomorra
 
Adesso accordo le corde del violino
e strimpello un diavolo per capello,
mentre tu mi sfiorisci il destino
in un ventaglio di tarocchi
Hai provato a farmi del male
e ci sei riuscita, e ci sono riuscito
a farti sentire come me, nella mia posizione
 
Ho provato, ci ho provato fino alla fine
a farti capire che… che noi solo siamo qui,
che da solo resisto qui sulle tue labbra
in attesa sempre, senza né sazietà né pietà    
 
 
 
 
 
ULTIMA TENTAZIONE
 
 
Come Maria Magdalena voglio essere
stretta alle corde, cacciata nella polvere
immonda di questo mondo fin troppo tondo,
fin troppo poco infernale per una come me
 
Non lo capisci che quello
che cerco non sono fiori
Non lo senti che ho bisogno
di sentirmi completamente fuori
Che ho duro amore da dare
se solo avessi pace di non lamentarti
della croce che ti sei piantata da te
 
Come Maria Magdalena voglio darmi via
alla tua ultima tentazione, al tuo corpo
per amarti l’equivoco, il paradiso e l’inferno
insieme costretti fra il nero delle mie gambe!
 
 
 
 
 
FINO IN ASIA
 
 
Ma dimmi la verità, Asia,
se l’Asia è davvero così lontana
come mi racconta quel sogno orientale
che m’accoltella le mani
in un ambiguo poker di marinai
mentre soffio via una nuvola
di fumo, di nostalgia infinita per te
per te che non ti ho conosciuta mai
 
 
 
 
 
SESSO
 
 
Prima non avevo conosciuto il piacere, quello vero. Fu incontrando lui che presi coscienza che il piacere può esistere fra due persone, senza necessariamente gl’accessori dell’amore, sentimento da sempre assai inflazionato.
 
 
 
 
 
IN LIBERA LIBERTA’
 
 
a Gail,
perché le mie parole
le hanno stuzzicato i sensi
 
 
Se solo mi guardassi adesso
che ho spinto al massimo
E che ho tutto perso
 
Ma farò ritorno a casa stasera
perché ho bisogno del tuo sesso
per dimenticare tutto il resto,
tutti i segreti che da me saprai
in un orecchio
 
Perché stasera perderò
anche la stanchezza di me e te
E finalmente sarò
in libera libertà sepolto
e dimenticato per sempre
Come minimo!
 
 
 
 
 
SENZA SCELTA, VIGLIACCA
 
 
senza scelta, così vigliacca
vieni a me con alito pesante di sarcofago
ma all’aria ci sono ancora i quattro punti cardinali
e le mie gambe sanno camminare da sole
per andare incontro al sole
 
tra grattacieli e uomini neri
ti sei fatta strada dando sempre i punti
ma adesso non c’è più nessuno che ascolti
la tua preghiera
così tremi al buio, come un dente malato
che non sente più lo schiocco della lingua
 
hai lasciato dietro di te le possibilità
e le cerchi in me
che sono già lontano da te
per tornare barbaro, per guardare in me
 
senza scelta, così vigliacca
mi vieni a fare la predica
senza scelta, vorresti portarmi a fondo
con te, ma ho il sole in faccia
e tu, bambina vigliacca, non ce l’hai
 
all’aria ci sono ancora amori da sopportare
e almeno un dio da scopare
per ogni punto della bussola
 
e tutto questo ti convince che sei matta
e tutto questo ti lascia le parole in bocca
a seppellirsi nel tuo alito di sarcofago
 
così vigliacca, così vigliacca
chi non sente il colpo di frusta della sua anima
persa per sempre, presa da sempre nel niente
 
 
 
 
 
MARCHETTE
 
 
A forza di marchette su marchette
il culo le rimase così tanto sfondato
che ci potevi buttare dentro di tutto
 
Tutti ne approfittavano
per scatarrarci dentro
amore e odio
con metro compassionevole,
come a un malato terminale
 
Come a un malato terminale
scatarravano che le volevano bene
Come a un buco bucato nell’acqua
ripetevano che la odiavano bene
fino in fondo
 
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:10 | poesia | BlogNews | clicca per commentare commenti (15)



PATTI SMITH - TRA MUSICA E POESIA

written by King Lear    - venerdì, novembre 18, 2005


Patti Smith




PATTI SMITH




tra Musica e Poesia




di Giuseppe Iannozzi




Mercoledì 18 luglio 2001, presso il Parco della Pellerina (Torino), nell’ambito della manifestazione Extrafestival, il Premio Grinzane Cavour Poesia, in collaborazione con Hiroshima Mon Amour, fu consegnato alla cantante americana Patti Smith, autentica sacerdotessa del rock.
 
 
Nel 2000, il premio Grinzane Cavour Poesia, miglior poeta straniero, è stato consegnato nelle mani di Lawrence Ferlinghetti, uno dei massimi esponenti della Beat Generation ancora in vita: Ferlinghetti, insieme a Kerouac, Ginsberg, Burroughs e a tanti altri esponenti della Beat Generation, ha dato corso ad un nuovo modo di intendere la poesia; per la prima volta, la poesia è soprattutto “improvvisazione jazzata”. Ma fu Jack Kerouac, amante del jazz, a fare della poesia americana uno strumento evocativo ed espressivo completamente nuovo; Kerouac tradusse l’anima in parole, e Lawrence Ferlinghetti ed Allen Ginsberg impararono da lui. Ferlinghetti, soprattutto, grazie alla sua eleganza, dopo la prematura scomparsa di Kerouac, ha saputo rinnovare gli stilemi poetici americani: una delle sue raccolte di poesie più belle ha come titolo "Questi sono i miei fiumi", un chiaro omaggio a Giuseppe Ungaretti, poeta che Ferlinghetti, di origini italiane, ha sempre amato.
Ricordo, il 18 luglio 2001 al Torino Extra Festival, prima del concerto, il premio Grinzane Cavour per la Poesia (miglior poeta straniero) è stato assegnato a Patti Smith, la “femme fatale” o la “poetessa maledetta” come qualcuno ama definirla, anche se simili etichette poco o nulla ci dicono di lei e assai poco si addicono alla sua personalità.
Patti Smith, classe 1946, statunitense, è stata un punto di riferimento per molte generazioni e come cantautrice e come Poeta: soprattutto negli anni Settanta ha saputo dar nuova vita a un panorama poetico americano assai scadente di valori e idee. Parlare di lei come semplice cantautrice è a dir poco riduttivo: la sua voce, onestamente, non è tra le più belle che il panorama rock possa vantare di annoverare fra le “grandi voci”; eppure, la sua grinta, la sua capacità di creare un certo pathos, la sua forza di volontà di andare avanti “nonostante tutto”, tutte queste virtù hanno contribuito a far di lei una cantautrice, che sul palco canta recitando le sue poesie in musica, trasmettendo al pubblico una carica vitale, che forse solo Janis Joplin prima di lei ha saputo trasmettere.
Patti Smith ha imparato a vivere il palco ispirandosi a mostri sacri del rock come Lou Reed, Mick Jagger, Bob Dylan; la sua poesia affonda le radici in quella di Arthur Rimbaud, ma non per questo si può considerare la Smith un “poeta maledetto”; Rimbaud fu un mercenario della poesia, per così dire, scrisse poesia finché questa riuscì a mantenerlo vivo, dopo l’abbandonò, forse, senza tanti rimpianti dedicandosi ad altro, ad attività non propriamente pulite, almeno così vuole la leggenda. Patti Smith, pur amando Rimbaud, nella sua poesia non trasmette solo tristezza e pessimismo, ma anche, e soprattutto, rabbia e voglia di andare avanti nonostante tutte le avversità che il mondo propone a lei così come al resto dell’umanità. E’ un personaggio eclettico quanto difficile da inquadrare, Poeta tout court: Patti Smith ama Rimbaud ma anche i messaggi spirituali del Dalai Lama e di Madre Teresa di Calcutta. La sua poesia è intrisa di tristezza, di voglia di rivolta ma anche di spiritualità, una spiritualità gandhiana, in quanto non guarda alla religione bensì alla religiosità che tutte le religioni esprimono, quindi da parte sua non esiste alcuna sorta di razzismo o pregiudizio nei confronti di nessuno.

Patti Smith - CompletePer i tipi Sperling & Kupfer è uscito (già da un bel po’ di tempo) il volume dal titolo "Complete - canzoni, riflessioni, diari” di Patti Smith nella bellissima traduzione di Massimo Bubola: il libro raccoglie i testi di tutte le canzoni e alcune poesie inedite, nonché alcuni estratti dal diario personale della cantautrice e molte fotografie della Patti storica; e non mancano ritratti recenti di una Patti con qualche capello bianco, però la grinta è sempre uguale a quella degli anni d’oro.
"Sono un’artista americana e non ho colpe?" Presentando "Complete”, Patti Smith ha dichiarato: "Ho avuto il privilegio di crescere in un periodo di rivoluzione culturale. E la musica ne è stata una componente. Forse non sono stata altro che una pedina, ma sono contenta, comunque, di aver contribuito a cambiare qualcosa”.
Patricia Lee Smith, originaria di Chicago, è cresciuta a Pitman, nel New Jersey. A partire dal 1967 comincia a scrivere i suoi primi versi, prima senza credere veramente nel suo lavoro; poi, ottenendo i primi riconoscimenti, la poesia è diventata la sua linfa vitale. Patti Smith, ben presto ragazza madre, sbarca il lunario con cinque dollari al giorno, dormendo in metropolitana o sulle scale esterne degli edifici; uno dei suoi primi impieghi fu quello di commessa in un negozio di libri, poi critico di una rivista musicale e si improvvisò pure drammaturgo. Una gavetta lunga e difficile che, comunque, alla fine, le servì per essere introdotta nell’entourage dell’intellighenzia newyorkese; conosce così personaggi quali Andy Warhol, Sam Shepard, Lou Reed e Bob Dylan. “Da bambina - racconta - non pensavo di diventare una rockstar. Sognavo di essere una cantante d’opera. Piangevo ascoltando Maria Callas e volevo diventare come lei. Ma ero troppo magra... New York mi affascina. Con me è sempre stata amichevole. Ho dormito nei parchi, nelle strade, e nessuno mi ha mai fatto del male. Vivere lì è come stare in una grande comunità”. Nel 1969, a New York, Patti Smith appare per la prima volta in pubblico vestendo i panni di un uomo nella commedia “Femme fatale”. Lou Reed la mette in contatto con Clive Davis, presidente dell’Arista, che diventerà la sua etichetta storica. Incide il suo primo album, “Horses”, album storico che Michael Stipe, leader dei R.E.M., negli anni Ottanta, ama ricordare così: "Avevo delle schifose cuffiette graffianti dei miei genitori e un cesto di ciliegie davanti a me. Rimasi tutta la notte ad ascoltarlo. Era come la prima volta che uno si tuffa nell’Oceano e viene travolto da un’onda. Mi fece a pezzi. Capii da allora che volevo diventare un cantante e devo molto a Patti anche come performer”. Molti i riferimenti ai cantici incantati di Allen Ginsberg, alla recitazione jazzata di Jack Kerouac, al grottesco lisergico di William S. Burroughs: “Horses” è decisamente un album della Beat Generation, anche se, a dirla tutta, quando il disco uscì, il movimento beat era pressoché morto, difatti le strade erano invase da tanti contestatori sociali e da strani capelloni e ancora da stravaganti beatnik, che poco o nulla avevano a che vedere con Kerouac & Compagni. Il secondo album della performer è dedicato ad Arthur Rimbaud, poeta preferito dalla cantautrice ieri come oggi, un disco che include brani importanti come “Ask the angels”, un inno punk, e “Pissing in a river”, un brano decisamente più lirico e “spirituale”; il disco è “Radio Ethiopia”. Tuttavia il successo arriva con l’album successivo, “Easter” del 1978: “Because the night”, brano firmato a quattro mani con Bruce Springsteen, è l’hit di punta di questo lavoro. Segue “Wave”, un disco che riscuote un discreto successo: l’album è dedicato a “Frederick”, marito di una Patti Smith ormai pronta a graffiare con le unghie, pronta a battersi per la giustizia sociale in ogni sua forma. E’ questo un periodo felice: la cantautrice riesce a dare il massimo di sé in studio, sul palco e alle conferenze. In questo periodo scopre Pier Paolo Pasolini, e la tragica morte del poeta italiano segnerà profondamente la cantautrice. Non è mistero per nessuno che i tre punti di riferimento della Smith sono essenzialmente tre, ovvero Jim Carroll, Bernadette Mayer e Mohammed Alì, ma il suo primo amore “poetico” è stato Rimbaud; in seguito ha dichiarato che il miglior performer di tutti i tempi non può che essere Mick Jagger. Pronunciandosi sulle grande figure carismatiche di tutti i tempi, la Smith ha lasciato sconcertati un po’ tutti asserendo che i due più grandi "trascinatori di masse” sono stati Cristo e Hitler: è ovviamente una provocazione, ma molti si sono risentiti a causa di questa sua asserzione.
L’ammirazione della Smith, negli anni Ottanta, si concentra intorno al Cristianesimo post-Concilio Vaticano II (Papa Luciani, il suo preferito, appariva all’interno di “Wave”) e al Buddhismo: per la cantautrice il rock deve essere inteso come “forma di comunicazione delle anime”. Indimenticabile poi l’inno populista, forse un po’ scontato, “People have the power” del 1988.
Oggi la Smith non nega la sua ammirazione per il Dalai Lama: nell’album “Peace and Noise”, con il brano “1959”, la performer/poeta rievoca la tragedia dell’invasione cinese in Tibet. In merito allo storico caso-scandalo Clinton Vs Lewinski, la Smith ha avuto modo di asserire: "la crocifissione di Bill Clinton per il caso Lewinski è stata la crocifissione della mia generazione, quella della liberazione sessuale”.
Oggi la sua filosofia la porta a dichiarare che la sua vita è buona, malgrado i dolori che ha dovuto superare (suo marito Fred è morto negli anni Novanta): "È stata una gran vita e sono ancora qui!"
Chi più di Patti Smith poteva meritare il premio Grinzane Cavour per la poesia? Forse Allen Ginsberg o Jack Kerouac; purtroppo sono entrambi morti, il primo è scomparso recentemente, mentre il padre della Beat Generation ormai da tempo è stato consegnato alla storia della letteratura on the road americana e non. Ma forse avrebbero meritato il premio anche Tom Waits e/o Nick Cave. In casi come questo si possono solo estrarre altri nomi dal panorama poetico/musicale e magari interrogarsi con domande del tipo: “E se il premio l’avesse vinto Nick Cave?”, “… e se invece l’avesse vinto Tom Waits?” E le risposte non potranno che essere semplici “astrazioni mentali”. E’ fuor di dubbio che Patti Smith, oggi, è personaggio popolare raffinato vicino alla vecchia generazione quanto alla nuova, ragion per cui la sua popolarità non sceverata del suo talento artistico, ha fatto decidere la commissione giudicatrice del Grinzane Cavour a tributarle l’omonimo premio, un premio pienamente meritato.
 
Complete. Canzoni, riflessioni, diari – Patti Smith – Sperling & Kupfer – Collana Nuoviritmi - 312 pagine - € 19,69

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 21:57 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (37)



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