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PER L'ANNO NUOVO
written by King Lear
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sabato, dicembre 31, 2005

The Kiss è Opera di Chatterly - clikka su The Kiss
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Il sito di Chatterly: http://chatterly.altervista.org
ti dovrei dare un canto
un galoppo che faccia urlare
l’anima e la sete che c’è
dentro di essa
Ed invece non ce l’ho una ninna
che sia nanna, ma solamente porto
un frantoio di colori
e uno spremuto grappolo di dolori
Ed ora che il tempo stringe,
chiudo i buchi sulla cinta
e passo a Morfeo quella che è la mia alma
E ti lascio,
sicuro che presto l’alba verrà
e sui nostri occhi i suoi schiuderà
E il sonno veloce ti rapisce via
Io, Erotica - AA.VV. a cura di JEAN-MARC LIGNY
written by King Lear
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venerdì, dicembre 30, 2005

IO EROTICA
un’antologia a cura di
JEAN-MARC LIGNY
di Giuseppe Iannozzi
“Venere all'attacco! Il XXI secolo sarà al femminile o non sarà! Non ci credete? Allora andatevi a leggere gli incredibili racconti di Amore e donna. Vi troverete le nuove tendenze dei vostri amori, sesso e fantascienza, S.M. e SF”, questo il commento di Roland Brival dalle pagine di Elle. Per quanto Brival si sforzi di farci credere che questo florilegio di racconti fantastici/erotici sia un capolavoro tutto al femminile, purtroppo la realtà è ben più cruda rispetto al mondo fantastico (erotico) indicato da Brival. I racconti non sono malvagi, questo è il problema: uno stereotipato gusto pulp light infarcisce pressoché tutti i testi raccolti, tranne in qualche rara eccezione, e il fatto che siano completamente innocenti, alcuni addirittura bambineschi, demoralizza subito la fantasia maschile ma anche quella femminile. Molti racconti, soprattutto quelli delle autrici americane, hanno il gusto di tribali pseudo-orge sentimentali in perfetto stile Playboy-Harmony degli anni Settanta: amore impossibile, amore passionale, amore carnale, amore amore e ancora amore, casto, nero, insipido, falso, leggero, stupido, ignorante, ecc. ecc. Insomma Io, Erotica, l’antologia curata da Jean-Marc Ligny, è cosmicamente quanto comicamente noiosa.
Non esiste una significativa differenza nella visione del cosmo erotico da parte delle autrici inglesi e americane se confrontate con le loro colleghe francesi: essenzialmente, l’amore è incoerenza, ma questo lo si sapeva già, anche prima che queste scrittici ce lo dicessero a chiare lettere. Chiare... chiaramente un eufemismo! Poco più innovativi i racconti tedeschi, anche se, purtroppo, sono inflazionati da un ristagno filosofico nietzschiano, ariano, littorio; il fantastico, l’amore, sembra quasi che siano solo un accessorio in queste narrazioni, un accessorio che viene sfruttato per evidenziare una infelicità antropologica/sociale di fondo: la donna vuole essere dominatrice non dell’uomo (troppo semplice!), bensì di tutta l’umanità indipendentemente dal sesso. Le scrittrici italiane se la sono cavata meglio: la loro visione dell’amore è sicuramente dark, piovigginosa, meccanica; le inquietanti atmosfere dickiane delle narrazioni italiane proiettano l’amore in un universo dominato dalla falsità dove la redenzione non è possibile né per l’uomo né per la donna né per l’umanità intera. Con qualche accorgimento, questi racconti sarebbero stati i migliori dell’antologia. Peccato subiscano pure loro l’effetto pulp comune a tutta la raccolta; se così non fosse stato, avrebbero potuto tranquillamente deflorare il clichè dell’Amore come Incoerenza.
Diciassette scrittrici raccontano la loro cosmica visione dell’amore in chiave fantasy, fantascientifica, dark: i nomi, le italiane Barbara Garlaschelli, Gloria Barberi e Nicoletta Vallorani; le americane Poppy Z. Brite, Pat Cadigan, Kathe Koja, Connie Willis; la scozzese Carol Ann Davis; l’inglese Tanith Lee; le francesi Sylvie Denis, Sara Doke, Valérie Simon, Joëlle Wintrebert e Jeanne Faivre d’Arcier; la belga Anne Duguël; e le tedesche Birgit Rabisch e Sabine Wedemeyer-Schwiersch.
I racconti, tutti ben compilati con ‘Amore Gusto Pulp Light’, ricordano vagamente un vecchio Quentin Tarantino in disgrazia: non sono all’altezza di far sognare nessun uomo o donna, al massimo riescono a strappare un sorriso a qualche rozzo camionista d’oltralpe. Ma nulla di più.
AA.VV. - Io, erotica (Titolo originale: Cosmic Erotica – Une antologie féminine) - Racconti fantastici a cura di Jean-Marc Ligny - Traduzione dal tedesco di Robin Benatti; traduzione dall’inglese e dal francese di Roldano Romanelli – Fanucci – Collana: Collezione Immaginario – 320 pagine - 14.46 €
Andrea Pazienza - omaggio all'artista
written by King Lear
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giovedì, dicembre 29, 2005

- dettaglio copertina "Hollywood, Hollywood" realizzata da Andrea Pazienza -
Omaggio
ad Andrea Pazienza
Ultimo immortale del fumetto italiano
Interprete in/consapevole di una generazione
di Giuseppe Iannozzi
[ Questo articolo apparve su uno dei primi numeri di CartaigienicaWeb.
Ve lo ripropongo perché ancora attuale, utile spunto per ulteriori riflessioni. (g.i.) ]
Dialogo tra padre e figlio.
“Papà, gli elefanti volano”.
“Dove l’hai letta ’sta cazzata?”.
“Sull’Unità!”.
“Oh, ehm, sì, cioè... Ma niente de che, 30, 40 cent...”
(una battuta da Satira 1978-1988, Andrea Pazienza, edizioni Baldini & Castoldi)
Andrea Pazienza non è mai stato un violento, non nel senso stretto del termine, ma indignato sì, eccome, e i nemici di ieri - come di oggi - erano lo Stato, Kossiga, un Papa balengo & borioso (ovviamente il solito che da anni inquisisce i nostri costumi, Giovanni Paolo II), un “buono”, il presidente della Repubblica Sandro Pertini (che, invece, è morto... almeno lui si è tolto dalle scatole, mentre per Paolo II si dovrà attendere lo stato di mummificazione naturale, così temo!).
Paz diceva: “Del liceo artistico di Pescara mi vengono in mente mille cose: venni sospeso il primo giorno di scuola; verso il terzo anno quando ero ormai come un pulcino nel nido, provai una sensazione di potere tremenda. Dato che ero molto bravo, potevo fare quello che volevo, scherzi soprattutto; per il resto avevo pessimi rapporti con le donne. Poi ho passato un periodo tra i 16 e 18 anni a rissare stupidamente, prendendole e dandole, specie d’estate. Erano estati bellissime, lunghissime, passate con la fila degli ombrelloni, lo strombazzo delle cose pubblicitarie e i baracconi messi in fila con i juke-box… Quando ero a Pescara le mie letture preferite erano i dadaisti: sapevo a memoria il manifesto di Tristan Tzara e conoscevo i movimenti di rottura d’inizio del secolo a livello Rischiatutto… Il mio primo disegnino riconoscibile l’ho fatto a 18 mesi, era un orso, questo testimonia quanto era forte in me il bisogno di disegnare... Pentothal nacque da un rapporto epistolare avuto con una ragazza di Napoli. Queste mie lettere rappresentavano per me un esercizio e il mio scrivere era una sorta di rincorrere, era giocato sul tema di corro con il cerchio, spingo il cerchio, il cerchio traballa sta per cadere e io gli dò un’altra spinta e va avanti, è un modo di vedere le cose senza alcun nesso logico... La musica ha una grande funzione per me. In questo momento vorrei essere la corda tesa di una chitarra rock, essere la corda che vibra in un grande concerto...”
Presto nelle sale cinematografiche un film, Paz, per la regia di Renato De Maria, un film coprodotto da Rai Cinema e Stream, girato tutto a Bologna: gli interpreti, attori giovanissimi alle prime armi. La vicenda narrata trae spunto – solo spunto, badate bene - dai più famosi personaggi creati da Andrea Pazienza, che sono stati, ovviamente, adatti alle esigenze del regista, e le loro battute sono un canovaccio davvero poco riuscito. E io non dubito che il povero, grandissimo, Paz sarebbe indignato quanto me, non tanto per il canovaccio, piuttosto per il fatto che i suoi fumetti servano a una (co)produzione cinematografica, indipendentemente dal fatto che possa essere buona o cattiva.
Ma chi era Paz in realtà? Andrea Pazienza nacque a San Benedetto del Tronto nel 1956 passando l’infanzia a San Severo, un paese dell’altopiano pugliese; poi a tredici anni si trasferì a Pescara, in Abruzzo, dove frequentò il Liceo artistico. Una volta conclusi gli studi, decise di iscriversi al DAMS di Bologna: nel 1977 - anno che Paz visse combattuto sia sul piano politico, sia su quello artistico e personale (i maligni dicono che in questo periodo iniziò a bucarsi) -, sulla rivista Alter Alter apparve la sua prima storia a fumetti, Le straordinarie avventure di Penthotal, ripubblicato da Baldini & Castoldi nel 1997 con prefazione di Oreste del Buono. Sempre durante il ’77 Paz partecipò al progetto della rivista underground, Cannibale; l’esperienza lo segnò positivamente e in futuro non mancò di collaborare a Male e a Frigidaire. Ma cominciò anche a collaborare con importanti testate giornalistiche della Sinistra italiana come La Repubblica e L’Unità; e la sua arte la troviamo anche in giornali satirici diretti da Michele Serra. Alcuni scritti di Paz furono per il quindicinale indipendente Zut; molte sue storie iniziarono ad apparire su belle e importanti riviste a fumetti come Corto Maltese e Comic Art. Ma Paz si provò anche nel disegnare manifesti e copertine per il cinema felliniano, manifesti per il teatro, e poi scenografie e persino cartoni animati, e copertine di dischi (tre le copertine realizzate per i dischi di Roberto Vecchioni: “Hollywood, Hollywood”, “Robinson” e “La vita è sogno” sono opera di Andrea Pazienza).
Poi nel 1984 Paz si trasferì a Montepulciano, in Toscana: in pieni anni Ottanta, Paz realizzò alcune delle sue opere più importanti; ricordiamo almeno Pompeo e Pertini, e un capolavoro cult, Zanardi. Zanardi fu disegnato quando Paz aveva solo ventisei anni: diventò subito una figura di spicco, un grandissimo interprete della società tanto da attirare l’attenzione, la simpatia e l’amicizia di un intellettuale come Pier Vittorio Tondelli; ma anche il rocker Vasco Rossi non riuscì a non ammirarlo.
Si è detto troppe volte che Paz ha rappresentato la “generazione bruciata degli anni Ottanta”, ma io sono del parere che Paz ha solo, molto più umilmente, disegnato senza ombra di ipocrisia la società, senza etichettarla come bruciata, sbandata o viziata. Pier Vittorio Tondelli morì di Aids, ma Paz era già morto; e oggi sono in molti a credere che il suo improvviso decesso sia da attribuirsi al fatto che si faceva di ogni genere di roba, soprattutto eroina. Andrea Pazienza morì nel giugno del 1998 a Montepulciano.
Paz fu un personaggio vitale, troppo vitale, per una società dedita al culto del capitalismo, e il capitalismo ha ammazzato Paz; poi il fatto che si facesse o meno, che avesse amicizie più o meno ambigue, sono tutte stronzate per intellettuali mancati che sentono l’insano bisogno di sparlare. Ma quali amicizie ambigue del cazzo! Uno spirito libero non ha pregiudizi ed è libero di frequentare chi gli pare e piace… E Paz non aveva pregiudizi, solo un grande amore da distribuire gratuitamente alla frigida umanità degli anni Ottanta, anni che hanno saputo lodarlo in misura ristretta riconoscendo in Paz solo la sua arte e mai la sua profondità comunicativa; infatti solo pochi come Michele Serra e P. Vittorio Tondelli e Roberto Vecchioni l’hanno veramente capito… forse!
Oggi sono tutti amici di Paz, persino - incredibile a dirsi! -, Vincenzo Mollica: sì, Mollica si è detto grande ammiratore di Pazienza tanto da aver tutta la sua opera artistica a casa, e recentemente ha curato e abborracciato una antologia per la casa editrice Einaudi, che nella presunzione di Mollica, dovrebbe essere l’antologia che se Paz fosse stato ancora in vita avrebbe dato alle stampe. E ciliegina sulla torta, conclude il volume un racconto di Stefano Benni su Paz: roba da non crederci! Il volume in questione è: Andrea Pazienza; Paz - scritti, disegni, fumetti; collana stile libero; a cura di V. Mollica; pp. 207; 7,80 Euro
Ma sentiamo almeno una voce nuova (!), un nuovo amico di Andrea Pazienza, sentiamo cosa dice di lui: “Oggi la prismatica grandezza di Andrea è qualcosa su cui non si può più discutere. D’altro canto già nel 1985 Pier Vittorio Tondelli (un altro ragazzo che, da una prospettiva molto diversa, visse la Bologna di fine '70) riconosceva a Pazienza il titolo di ‘James Joyce del fumetto italiano’… Ci ha spinti col cuore in gola in via Emilia Ponente, a decifrare la casa all’angolo con via del Cardo. Così, per misurare passi intorno alla casa in cui viveva Pompeo. Zanardi poi, salta sempre fuori, specie quando a Bologna il sabato notte incurva verso la domenica, e sai con certezza l’unica disciplina che ti salverà nel generale confondersi, esitare e gettare spugne. In questo periodo c’è chi si affanna a celebrare la memoria di Andrea, e chi fa di tutto per non evocarne la scomoda presenza. Il mondo del fumetto italiano ha perso dieci anni fa il suo Pelè e il suo Sid Vicious, che per molti resta solo una pietra di paragone innominabile, troppo scomoda…. La vita e l’opera di Andrea Pazienza costituiscono, a livelli differenti, qualcosa di ancora indigesto. La sua sincerità non ne ha offesi pochi, a quanto pare. La sua esistenza resta un oltraggio per chi preferisce chiudere gli occhi, fingere che certe turbe collettive, certi scazzi, certa roba non sia mai esistita… D’altronde, arrivisti e posatori hanno già detto la loro, dimostrato infatti la loro pochezza costitutiva. Squali e sciacalli parlano impunemente di Andrea. Ne profittano solo perché vecchio Paz non può più levare il suo primordiale e definitivo Alamm'echite'mmurt! Poi c’è chi vuole onorare la memoria di un amico, come Vincenzo Mollica… (Enrico Brizzi – da un ‘Breve ricordo di Andrea Pazienza’). Un commento, quello di Enrico Brizzi, che è un po’ superficiale, diciamo le cose come stanno: che sia un intellettuale mancato, che comunque piazza prodotti commerciali nel mondo dell’editoria, e qualche volta deve far finta di sembrare intelligente per vendere un paio di copie in più del suo ultimo romanzo?! Non è da escludersi, anche se quanto ha detto su Paz è quasi intelligente, solo quasi.
Molto più interessante il commosso ricordo di Enrico Fraccacreta, un ricordo affidato alle pagine di uno smilzo ma profondo libro edito da Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, collana Margini, dal titolo “Il giovane Pazienza – il disincanto degli anni inediti”: in questo libro uscito verso la fine del 2001, finalmente, dopo che tanti (cazzo! troppi, troppi davvero!) hanno speso lodi sperticate su/e contro Paz, si leva una voce sincera che ci ricorda Paz com’era realmente, un personaggio estremamente giovane, amico ma amico veramente, disinteressato, azzardato con le femmine ma anche timido e romantico, giocherellone, malinconico. Fraccacreta dipinge a distanza di anni dalla morte di Andrea Pazienza un ricordo che non ha l’assurda pretesa di essere un saggio mollichiano (diciamo pure che si guarda bene dall’essere un clone Mollica): Fraccacreta, amico di Paz, lo ricorda in tutti i suoi aspetti, da quello artistico a quello umano. E’ un ritratto commosso, sincero, e soprattutto scevro di ipocrisia.
Andrea Pazienza fu collegamento con la realtà quotidiana: il disegno di Pazienza è quasi una prosecuzione naturale della sua vita, e questa continuità trova conferma nelle storie dove spesso capita di vederlo attore e interlocutore delle sue creature, utilizzando il fumetto come diario personale, almeno in alcuni casi. Serbando memoria del suo periodo di formazione, il passaggio dal paese a quello scompaginato e frenetico (giovanile) pregno di un’ansia rivoluzionaria bolognese - la cosiddetta svolta dei vent’anni -, Bologna è per Paz il momento di rottura con la famiglia e con le convenzioni sociali. E il vero Paz è dunque questo e molto di più, il Paz con la matita in mano, quello che ha disegnato la società raccontandola attraverso immagini di indubbio valore artistico sociale. L’unico modo per comprendere appieno Paz è investigare dentro le sue tavole, lasciarsi sprofondare nei caratteri dei suoi personaggi; e Paz emergerà come per incanto nella sua vera natura, dolce e teneramente violento. E’ questo un approccio da affrontare con la coscienza pulita, senza pregiudizi di sorta: si deve essere disposti a lasciar da parte gli intellettualismi e le filologie, convertirsi con il cuore alle storie di Paz; così, solo così, Paz sarà l’ultimo grande immortale del fumetto, interprete lucido degli anni Ottanta.
Come ci ricorda Michele Serra, Andrea Pazienza non fu (solo) un folle lunatico, un tossicodipendente, un assatanato di sesso e alcool, perché Andrea fu soprattutto legato in modo quasi viscerale al movimento del ’77 e alla Democrazia Proletaria: in una sua vignetta mefistofelica che ritrae Giulio Andreotti, Paz gli fa dire che “la verità è sempre nuda. Basta questo per capire che razza di zoccola è”. Quale più vera verità?
Questo fu Paz, Andrea Pazienza. Questo è, e tanto fa. E non me ne frega un cazzo se non vi sta bene, perché… ma quale perché? Cercatevelo da soli il perché, io quello che dovevo dire l’ho detto.
ALL MY BULLSHITS
written by King Lear
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mercoledì, dicembre 28, 2005
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E una madonnina mette in scena
Le radici del Male - tra cinematografia e letteratura
written by King Lear
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martedì, dicembre 27, 2005

L’Horror dal 1910 ad Oggi
LE RADICI DEL MALE
tra cinematografia e letteratura
di Giuseppe Iannozzi
Parlare oggi di horror è estremamente difficile, difatti questo genere espressivo ha risentito - nel corso degli anni - di non poche contaminazioni artistiche; se ieri era possibile descrivere l’horror facendo stretto riferimento ad Edgar Allan Poe come caposcuola di un nuovo genere artistico-letterario, nel giro di pochi anni non è stato più possibile; non a caso, intorno agli scrittori, per così dire specializzati nel costruire storie orrorifiche, si è venuta ad affiancare un’ampia schiera di giovani leve, che ha fatto del genere horror territorio di nessuno. Le incursioni artistiche coinvolgono il romanzo giallo, quello fantasy, la fantascienza e il noir: da questa prima analisi ex abrupto è impossibile definire oggi che cosa sia realmente l’elemento horror, con chiarezza: forse è una commistione di generi artistici fantastici che vogliono soprattutto “spaventare” il pubblico per divertirlo, e, in alcuni rari casi, spingerlo a pensare che l’orrore è quello quotidiano, quello della routine; il quotidiano è l’ingrediente principe perché una situazione apparentemente normale degeneri in una manifestazione di forze maligne.
Come si è già detto, il genere horror ha risentito di non poche influenze ed incursioni: quando Oscar Wilde scrisse il suo più celebre romanzo, “Il ritratto di Dorian Gray” mai avrebbe pensato che nel 1945 potesse diventare un film; “The Picture of Dorian Gray” uscì negli USA nel ‘45, film diretto da Albert Levin, e vedeva nel cast attori del calibro di George Sanders nel ruolo di Mr. Gray, Hurd Hatfield in quello di Lord Wotton e Angela Lansbury. Il film non vanta effetti speciali degni di nota, eppure è considerato un classico del cinema horror; la sceneggiatura è fedele al romanzo, e il Dorian Gray della pellicola non è di certo meno convincente di quello del romanzo. E’ forse uno dei rari casi dove la cultura cosiddetta "alta" riesce ad integrarsi alla perfezione con gli stilemi dell’horror: si tratta di una pellicola che incute paura e rispetto, infatti la paura che Levin dipinge è di quelle viscerali, profondamente psicologiche, un film che non teme di certo gli effetti speciali di “The Crow”, una pellicola con una trama debole e un gran dispiegamento di trucchi scenici ma nulla di più.
"The Crow” è la trasposizione di un famoso quanto inimitabile fumetto underground di James O'Barr: il fumetto è superbo, ma la trasposizione cinematografica riesce sì e no ad ammaliare qualche pubescente ancora impegnato a debellare dal suo viso le devastazioni dell’acne giovanile. Ad ogni qual modo, “The Crow” esce nel 1994: l’interprete, Brandon Lee, muore, forse accidentalmente, durante le riprese del film e subito la pellicola viene bollata come maledetta, ottenendo, ovviamente, il tutto esaurito nei botteghini di mezzo mondo. Brandon Lee, figlio del più famoso Bruce Lee, prima di subire la maledizione della famiglia Lee, aveva recitato in tanti altri film, tutti di serie B e molti dedicati alla sola distribuzione in videocassetta: insomma il successo non gli arrideva proprio. Ci volle un film come “The Crow” per proiettarlo nell’Olimpo dei grandi attori: sotto la regia di Alex Proyas Brandon diventa “Il Corvo”; parlare della pellicola come un capolavoro horror è ben difficile, difatti se si esclude l’ambientazione dark, la storia si risolve in tre clichè fin troppo abusati in ogni genere cinematografico e letterario, ovvero amore, morte e vendetta. Una coppia di innamorati, durante la notte di Halloween, viene assassinata da una banda di teppisti: Eric e Shelley non hanno il tempo di reagire, vengono barbaramente uccisi ed Eric assiste impotente all’assassinio brutale della sua donna per morire poi a sua volta. Ma ad un anno esatto da quel tragico giorno di Ognissanti, Eric risorge per diventare “Il Corvo” e portare giustizia nella città: l’anima di Eric deve placare la sua in un bagno di sangue, quello di Topdollar, capo dei teppisti che un anno prima uccisero lui e la sua donna. Il successo della pellicola, come si è detto, fu grande tant’è che nel 1996 Tim Pope, con gran fretta, distribuisce presso le sale il seguito del film: “Il Corvo 2” non ha interessato nessuno, neanche i più giovani della generazione Topexan. E come se tutto ciò non bastasse, fu anche la volta de “Il Corvo 3”... Come si può ben constatare da questi due esempi, due pellicole horror traggono spunto da due mondi che non gli appartengono: “Il Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde rappresenta il decadentismo della “nobiltà borghese”, il bellissimo fumetto dark di James O'Barr non si presta ad interpretazioni spudoratamente commerciali, eppure di entrambi i soggetti originali sono state ricavate due pellicole con ottimi risultati di botteghino; tuttavia solo per il film di Levin è il caso di parlare di arte, mentre il lavoro di Proyas può esser tranquillamente cestinato senza sparger troppe lagrime di rimpianto.
John W. Campbell con il romanzo "Who Goes There” si attirò, nel 1951, l’attenzione di molti cineasti e non: “La cosa” diventò un classico e Campbell già famoso autore di fantascienza, con la trasposizione cinematografica di uno dei suoi massimi lavori finì con il diventare un nome in bocca a molti giovani degli anni Cinquanta, che poco o nulla sapevano di SF. Ma “The Thing” diventerà un autentico capolavoro nel 1982 grazie a John Carpenter: se “Who Goes There” di J. W. Campbell è senz’ombra di dubbio un classico della SF, la pellicola di J. Carpenter non tradisce lo spirito del racconto di Campbell, anzi lo traduce in “arte” senza per questo svilire la storia originale.
“Der Golem, wie er auf die Welt kam”, produzione tedesca del 1920 per la regia di Paul Wegener e Carl Boese, prende spunto da una leggenda ebraica superbamente romanzata da Gustav Reyrink. “Der Golem” si impone all’attenzione del pubblico per il suo carattere fortemente politico: Loew, per contrastare un editto antisemita nella Praga del 500, fa ricorso alle pratiche cabalistiche ed evoca così Astarotte, che darà la vita al Golem. Il Golem prende vita e aiuta la comunità del Ghetto, ma finisce con l’innamorarsi di Miriam, la figlia del rabbino; Miriam respinge le avances del Golem e questi impazzisce ribellandosi al suo creatore. Solo un gesto di tenerezza, un gesto di umanità, lo farà tornare ad essere un pupazzo senz’anima: da notare che è la tenerezza umana a condannarlo ad essere nuovamente una cosa senza anima. La genialità delle scenografie di chiaro stampo espressionista di Hans Poeltzig fanno di “Der Golem” un autentico capolavoro e la sapiente regia di Karl Freund (ricordato soprattutto per “La Mummia” del 1932) traduce gli spettatori in un mondo tanto onirico quanto ferale, dove ogni sequenza è autentica poesia tradotta in immagini.
“The Mummy” del 1932 per la regia di Karl Freund, questa volta una produzione USA della Universal, vede il regista impegnato a dar vita ad un altro capolavoro del cinema horror: durante alcuni scavi archeologici viene scoperto il sarcofago di una mummia, Im-Ho-Tep; accidentalmente vengono lette le formule scritte nel papiro di Thoth e la mummia torna in vita per scomparire subito, inghiottita dalla casba. Tuttavia, qualche anno dopo, Ardath Bey, si offre di guidare una spedizione archeologica interessata a scoprir la tomba della principessa Anck-es-en-Amon. Ardath Bey è in realtà la Mummia che qualche anno prima era tornata in vita e che ora vuole richiamar dall’Aldilà l’anima della sua amata: si tratta di una favola romantica che ricalca il mito dell’eterno amore al di là della morte, un tema questo già consumato con successo in film come Dracula e Frankeistein. A rendere interessante “The Mummy” contribuiscono, oltre alla straordinaria interpretazione di Boris Karloff, gli effetti speciali di John P. Fulton e il trucco di Jack Pierce che non passano di certo inosservati. Prima di produrre “The Mummy”, la Universal, nel 1931, aveva già lanciato sul mercato un film culto: "Dracula" per la regia di Tod Browning con interpreti del calibro di Bela Lugosi, Helen Chandler ed Edward Van Sloan. La pellicola ottiene il consenso immediato del pubblico e il mito del Vampiro è ancor vivo oggi tant’è che nel 1992 Francis Ford Coppola annuncia a mezzo mondo l’imminente uscita della suo nuovo film battendo forte il martello sull’incudine che per la prima volta il personaggio di Dracula sarebbe stato presentato al grande pubblico in tutta la sua sensualità vampiresca, così come Bram Stoker l’aveva immaginato nel suo romanzo del 1897. La pellicola ottiene l’Oscar per i costumi, gli effetti sonori e il trucco di Greg Cammon, Michele Burke e Matthew W. Mungle. Dracula però affonda il suo mito cinematografico nella pellicola “Nosferatu”: nel 1922, il primo vampiro fa la sua comparsa sul grande schermo. "Nosferatu Eine Symphonie des Grauens" per la regia di Friedrich Wilhelm Murnau, pur non essendo una interpretazione letterale del Dracula inventato da Bram Stoker, è sicuramente una grande film: Murnau ci ha regalato un bianco e nero cupo, gotico, dove il Vampiro è un essere malato e nulla affatto sensuale, qualcosa che assomiglia più alla Morte che non ad un Diavolo passionale, e proprio per questo è opera unica nel suo genere. “Nosferatu” di Murnau si ispira chiaramente al Dracula di Stoker, e alla sua uscita nelle sale cinematografiche, la vedova Stoker si vide costretta a far causa alla casa di produzione per non aver pagato i diritti d’autore.
Nel 1931 un altro capolavoro letterario, “Frankenstein o il Prometeo moderno” di Mary Shelley, approda sul grande schermo: Mrs. Shelley, moglie di Percy Shelley, aveva inventato il “mostro” nel 1818; il Frankenstein di James Whale è quello più famoso, almeno cinematograficamente parlando, ma già nel 1910 J. Searle Dowley aveva fatto del mostro creato da Mrs. Shelley una icona del cinema e nel 1915 con “Life Without Soul” di Joseph W. Smiley, Franky diventa un clichè della cinematografia, clichè rinnovato nel 1920 da Eugenio Testa con "Il mostro di Frankenstein". Whale pone l’accento sulla lotta tra una filosofia positivista e modernista - che si illude di riuscire a creare la vita per mezzo della scienza, evidenziando così il problema morale quanto religioso che la morte non può essere governata dalla scienza umana. Il film fu distribuito in bianco e nero virato al verdognolo che la pubblicità recitava come “il colore della paura”: la maschera del mostro creato da Jack Pierce è ancora proprietà della Universal così come tutti i diritti di sfruttamento della medesima. Nel corso degli anni in molti hanno ridato vita a Frankenstein: basti ricordare il "Figlio di Frankenstein" per la regia di Rowland V. Lee, "La Moglie di Frankenstein" per la regia di James Whale, "La maledizione di Frankenstein" per la regia di Terence Fischer fino all’ultimo "Frankenstein di Mary Shelley" che vede alla regia Kenneth Branagh, che per questo film si è avvalso di attori del calibro di Robert De Niro e Helena Bonham Carter, e lui stesso nelle vesti del dottor Frankenstein. Il film, pur rimanendo fedele alla storia di Mrs. Shelley, è assai meno cupo dei suoi predecessori; bravissimo Robert De Niro nella parte del mostro, ma tutto sommato la pellicola rimane di scarso valore artistico. Più interessante è invece, tornando indietro nel tempo, nel 1976 per esser precisi, la pellicola “Frankenstein Junior” di Mel Brooks con attori del calibro di Gene Wilder, Peter Boyle e Marty Feldman: si tratta in realtà di una parodia del mito del mostro inventato dalla Signora Shelley, quindi di horror non c’è traccia, ma c’è la genialità di Mel Brooks nel sdrammatizzare le tinte cupe della vita e della morte, e soprattutto di una scienza che vuole a tutti i costi valicare il limite della morte calpestando tutte le più elementari regole morali; la scienza viene derisa, sceverata di ogni attributo razionale per esser ridotta (o costretta) in un contesto di varietée.
Il lupo mannaro è un altro personaggio caratteristico del cinema horror: “The Wolf Man” del 1941, per la regia di George Wagner, è forse il licantropo più famoso della cinematografia horror e sicuramente il meglio riuscito nella lunga serqua di film dedicati al mostro. “The Curse of the Werewolf”, produzione britannica, regia di Terence Fisher, merita qualche parola in più: in una cittadina spagnola, il marchese Dawson non riesce, nonostante le sue avances, a conquistare i favori della figlia sordomuta del carceriere, quindi si risolve di farla incarcerare nelle segrete dove sta anche un mendicante. Questi, seppur allo stremo delle forze, prima di morire violenta la ragazza con fregola belluina; Yvonne fugge coraggiosamente dal carcere e un medico, Don Alfredo Carido, si prende cura di lei e del bambino che sta per avere. Ma il bambino che nasce dallo stupro non è normale, difatti è un licantropo, la cui vera natura verrà alla luce solo in età matura. La filosofia fisheriana indica nel mendicante ridotto a condizione animale il motivo scatenante della licantropia: il peccato carnale commesso dall’uomo contro la donna genera il male, un simbolismo tutto cristiano che conferisce alla pellicola una certa sua malinconia romantica. Quando il licantropro, Reed, alla fine muore, la sua dipartita viene enfatizzata dalle lagrime che scendono copiose dagli occhi del lupo. Il film inizia con un suono, tocchi di campane a nozze, e termina con altri tocchi di campana, questa volta, a morte. “An American Wolf in London” per la regia di John Landis, pellicola del 1981, è un raro caso dove è legittimo parlar di film culto: la licantropria è tradotta magistralmente da Landis in autentico horror; la trama è quella di due studenti americani, David e Jack, turisti in Inghilterra che si smarriscono nella brughiera in una notte di plenilunio... un lupo uscito dalla nebbia uccide Jack e ferisce David... il resto è facilmente immaginabile. Il film è innovativo soprattutto per gli effetti speciali: per la prima volta sullo schermo l’uomo si trasforma in licantropo, un film inimitabile che valse a Rick Baker l’oscar per il trucco. “Wolf”, pellicola americana del 1994 per la regia di Mike Nichols, vede tra i protagonisti un attore che non ha bisogno di tante presentazioni: Jack Nicholson. Nicholson è affiancato dalla bravissima Michelle Pfeiffer, e anche in questa film il trucco è affidato alle amorevoli cure di Rick Baker, mentre la colonna sonora è addirittura firmata da Ennio Morricone. La sceneggiatura di Jim Harrison ci mostra un lupo mannaro sceverato del suo lato buio: Nicholson, grandissimo attore, ha bisogno poco o nulla di effetti speciali, bastano, si fa per dire, le sue smorfie animalesche, i suoi cachinni, gli occhi stralunati (chi non ricorda lo sguardo teneramente animale nella superba interpretazione di Qualcuno volò sul nido del cuculo e quello folle in Shining?)... la figura di Nicholson è al centro di tutta la pellicola, è lui a dar corpo al lato animale dell’uomo.
Altro tema tipico dei film d'horror sono gli zombie: “I Walked with a Zombie” del 1943 per la regia di Jacques Tourneur è un buon film che venne sceneggiato da Ardel Wray e Curt Siodmak su soggetto tratto da un resoconto di Inez Wallace che qualcuno dice influenzato da “Jane Eyre” di Emile Bronte. La trama: sull’isola di St. Sebastian giunge Betsy, infermiera assunta per assistere Mrs. Jessica Holland afflitta da una progressiva forma di pazzia che l’ha portata alla quasi totale paralisi. Molti gli intrecci sentimentali, a dir poco svenevoli e che rendono la pellicola pesante e noiosa, intrecci che sono tenuti insieme da riti vùdu. Pur non essendo un capolavoro, questo film mette in nuce la dicotomia bene/male presente nella civiltà umana, anche quella più isolata: il male è una componente inestinguibile della natura umana. Il videoclip di Michael Jackson, “Thriller” è considerato a tutti gli effetti una pellicola horror: John Landis dirige il film nel 1983, costo 500mila dollari, trucco di Rick Baker (si veda Un lupo mannaro americano a Londra); il videoclip è un piccolo capolavoro ma la sceneggiatura è tiepida e se non fosse per gli effetti speciali, con tutta probabilità sarebbe passato inosservato.
Non vanno poi dimenticati film come “Night of the Living Dead” del 1968, “Dawn of the Dead” del 1979, “Day of the Dead” del 1985 tutti per la regia di George A. Romero, mentre “Night of the Living Dead” del 1990 per la regia di Tom Savini è il remake delle pellicole “Dawn of the Dead” e “Day of the Dad” di George A. Romero, che ha dato nuova vita al mito degli zombie, creando un vero e proprio ciclo cinematografico ad essi dedicato. Val la pena citare “The Return of the Living Dead” del 1985 per la regia di Dan O'Bannon, compagno di corso del più famoso John Carpenter: O'Bannon ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio “Dark Star” del 1974, e nel 1979 ha scritto la sceneggiatura di “Alien”. Il film non aggiunge niente di nuovo al mito popolare degli zombie già resi immortali da George A. Romero: punto di forza della pellicola è quello di metter a nudo una società malata dove le nuove etnie di giovani punk e rock sono (forse) l’incarnazione più spaventosa di un mondo senza ideali, e quasi vien da domandarsi chi è più morto, le nuove generazioni allo sbaraglio nelle metropoli o gli zombie?
Altro tema caro al cinema horror sono le case maledette, le chiese sconsacrate, le cittadine infestate da diavoli e fantasmi: è d’obbligo citare almeno “The Amityville Horror” del 1979, regia di Stuart Rosemberg, “Beetlejuice” del 1988, regia di Tim Burton, “Evil Dead” del 1983, regia di Sam Raimi, “The People Under the Stairs” del 1991, regia di Wes Craven, “La Chiesa” del 1989, regia di Dario Argento, il superbo “Mystery of the Wax Museum” del 1933, regia di Michael Curtis, “The Haunted Palace” del 1963, regia di Roger Corman, “The Curse of the Cat People” del 1944, regia di Robert Wise e lo splendido ed intramontabile “The Rocky Horror Picture Show” del 1975, regia di Jim Sharman con attori del calibro di Tim Curry, Barry Bostwick, Susan Sarandon, Rchard O'Brien.
Dozzinali i film dedicati ai pazzi assassini: il ciclo “Friday the 13th” inaugurato nel 1980 da Sean S. Cunningham ha tenuto vivo l’interesse degli spettatori per oltre 15 anni; l’ultimo lungometraggio dedicato a “Venerdì 13” porta il titolo “Jason Goes to Hell”, regia di Adam Marcus. Toni più onirici e lovecraftiani sono riscontrabili nel ciclo “Nightmare”: la prima pellicola, “A Nightmare on Elm Street” del 1984, per la regia di Wes Crafen, fu un capolavoro, peccato che il personaggio di Freddy Krueger compaia in ben sette film per il grande schermo, dieci anni con F.K.: c’è da domandarsi come il pubblico abbia resistito tanto a lungo davanti al personaggio di Freddy Krueger senza spaventarsi dalla noia... E non è ancora ben chiaro se Freddy Krueger tornerà sul grande schermo, ma è quasi sicuro che avrà ancora lunga vita in film da videocassetta; e non è da escludere che qualche regista alle prime armi ne rinfreschi il mito proponendo al pubblico altre pellicole di serie B, che ovviamente non potranno non attirare l’attenzione della “volontà popolare” sempre ben disposta a farsi torturare dalla banalità.
Parlando di cinema horror serio, impossibile non ricordare il capolavoro di Alfred Hitchcock, "Psycho" del 1960: Marion Crane, impiegata modello presso un ufficio di Phoenix, si lascia tentare da una considerevole somma di danaro che le viene data in consegna e che alla fine ruba. Durante la fuga fa una sosta presso il Bates Motel e viene accoltellata sotto la doccia. Il film è tratto dal grande romanzo di Robert Bloch, che si ispirò alle vicende del serial killer Ed Geint. La pellicola è un capolavoro, un classico intramontabile con attori di grandissima statura artistica: Anthony Perkins, Janet Leigh, Vera Miles e John Gavin. Altra pellicola capolavoro, anche se in questo caso forse è il caso di parlare di arte allo stato puro, è “Shining” del 1980, per la regia del geniale Stanley Kubrick, interpreti, Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers. Kubrick ha riletto in chiave cinematografica il romanzo di Stephen King: lo scrittore si è detto assai scontento di come Kubrick ha chiosato il suo scritto, ma guardando il film kubrickiano e leggendo il romanzo di Stephen King, risulta evidente come il film sia nettamente superiore al libro. E’ forse uno dei rari casi dove la pellicola è pura arte, mentre il romanzo, pur rimanendo un grande romanzo, non raggiunge la perfezione dimensionale/mentale/labirintica, caratteriale, psicologica ed onirica tracciata nelle immagini kubrickiane.
Nel 1973 William Friedkin con “The Exorcist” terrorizza il mondo intero: gli esorcismi diventano per la prima volta “materia” di disquisizione e nei bar e nei confessionali, la paura di essere indemoniati dilaga a macchia d’olio, tutti corrono in chiesa a farsi battezzare, tutti credono che il proprio vicino di casa sia indemoniato. Con “The Exorcist” il mondo dell’horror non è più lo stesso: la religione cristiana, il terrore del Demonio, diventano immaginario collettivo e il cristianesimo si trasforma da religione popolare in oggetto (soggetto) di indagine teo-psicologica borghese. L’ottima scelta del cast, Ellen Burstyn, Linda Blair, Max Von Sydow, ha contribuito non poco al successo del film che ha ottenuto l’Oscar per la sceneggiatura di William Peter Blatty. Nel 1977 esce “Exorcist II: The Heretic”, per la regia di John Boorman: è un film debole ma riesce comunque ad attirare l’attenzione del pubblico; nel 1990, P. W. Blatty firma la regia di “The Exorcist III”, un autentico flop commerciale che attira non poche critiche negative e da parte del pubblico e da parte della critica più raffinata. Altro grande capolavoro immortale è “Phantom of the Paradise” del 1974, regia di Brian De Palma, interpreti Paul Williams, William Finley, Jessica Harper, George Memmoli: le scenografie di Sissy Spacek sotto la supervisione del marito Jack Fisk, quale direttore artistico, aiutano il film non poco a decollare. La pellicola si aggiudica il “Gran Premio al festival del film di Fantascienza - Avoriaz 1975”. “Carrie” del 1976, la regia è sempre quella di Brian De Palma, è tratto dal primo vero romanzo di Stephen King, interpreti, Piper Laurie, Syssy Spacek (già addetta alla scenografia per Phantom of the Paradise) ed Amy Irving. Syssy Spacek per questo film insieme a Piper Laurie si aggiudicò una Nomination all’Oscar. E’ ancora la penna di Stephen King ad ispirare un altro capolavoro in pellicola: “The Dark Half” del 1993, regia di George A. Romero, con attori del calibro di Timothy Hutton, Amy Madigan, Michael Rooker, ricorda al mondo che l’uomo ha una doppia natura, quella del Dr. Jekyll e quella di Mr. Hyde. E la prima trasposizione “intelligente” sul grande schermo del celeberrimo romanzo di Robert Louis Stevenson risale al 1932, una produzione USA, regia di Rouben Mamoulian, interpreti indimenticabili come Fredrich March, Mirian Hopkins e Holmes Herbert; già nel 1920 John S. Robertson tentò di tradurre in linguaggio cinematografico le due facce del bene e del male ricorrendo ai personaggi di R. L. Stevenson, ma solo nel ‘32 Dr. Jekyll e Mr. Hyde diventano due icone del cinema horror; e nel 1996 Stephen Fears rilegge in chiave filosofica il dramma umano di Jekyll/Hyde con la pellicola “Mary Reilly”, un lavoro senza né lode né infamia. Ed infine, “IT”, l’orrore firmato Stephen King, romanzo che ha disegnato un mondo di paure che noi tutti conosciamo e non osiamo ammettere: sicuramente "IT" è il capolavoro del Re dell’Orrore, incentra infatti in “esso” tutte le paure moderne della nostra civiltà falsamente civile. Dal romanzo è stato anche tratto un film televisivo per la regia di Tommy Lee Wallace: la pellicola risale al 1990, un film debole e nell’interpretazione e nella sceneggiatura che non rendono affatto giustizia al lavoro di King.
La cinematografia horror è ricca, molto ricca: spesse volte le pellicole prodotte sono di poco o nullo valore, ma come si è avuto modo di vedere non mancano casi dove si può parlare tranquillamente di arte. E l’Arte con la A maiuscola, oggi che nessuno o pochi veramente la comprendono, fa veramente paura, sicuramente più di un film horror!
Non a Mia Immagine e Somiglianza
written by King Lear
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sabato, dicembre 24, 2005

- Andy Warhol visto e rielaborato da G. Iannozzi -
non ce la metto, non ce la metto
Piuttosto la nascondo
sotto il letto la testa;
e mi sparo una pernacchia
e mi dico giovinetto
a quella grassa vecchia
che in giro va a tutti dicendo
che non ho più il tempo
per perder tempo!
Ma poi si sa, si sa
anche su quest’anno
Però con l’Anno Nuovo:
ora non ce la faccio più,
e c’ho ancora da pulir la faccia
e lo spreco e lo sbrego
I LIBRI PIU' BRUTTI DEL 2005
written by King Lear
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venerdì, dicembre 23, 2005
illeggibili o quasi
- la cinquina più brutta del 2005 -
di Giuseppe Iannozzi
“L’anno luce”, questa l’ultima fatica di Giuseppe Genna. Un libro, psichedelico, come è nel suo stile. Ma questa volta si ha netta l’impressione che il Genna sia un po’ tanto stanco, di idee soprattutto: “L’anno luce” delude le aspettative del lettore. In sintesi, Giuseppe Genna sa dare il meglio di sé stesso quando entra nel genere, quando scrive thriller: il suo tentativo di andare oltre il “genere” l’ha portato a consumarsi come una candela romana. Non siamo di fronte né a un romanzo dai toni omerici né a uno che si possa definire neoborghese: piuttosto siamo davanti a un tentativo (a vuoto) di evadere dal romanzo di genere, che, nel bene e nel male, ha fatto la fortuna dell'autore con titoli come “Nel nome di Ishmael”, “Non toccare la pelle del drago”, “Grande madre rossa”.
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Voto: 2 su 10
2. STEPHEN KING – COLORADO KID
C’è ben poco da dire per “Colorado Kid”, che è essenzialmente un vuoto condito di altro vuoto: King si limita ad infarcire pagine e pagine di ipotesi, per poi dare in pasto al lettore un 'imperfetto nulla'. E’ un gioco, un gioco che King poteva tenere per sé, senza disturbarsi di farlo pubblicare: di simili romanzetti, che non sono né carne né pesce, ce ne sono tanti. E anche Stephen King ha pensato bene di alimentare il mercato dei venditori di fumo. Un boccone che amaro scivola giù, innocuamente: per una storia che non esiste, e che evidenzia bene, in maniera inequivocabile, come Stephen King sia ormai pronto a lasciar da parte la penna.
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Voto: 2 su 10
3. SILVIO BERNELLI – PURO VELENO
Esistono libri il cui contenuto è inferiore allo zero assoluto, la cui trama è praticamente inesistente, ma che nonostante ciò hanno la spregiudicatezza di avere un autore: di libri così il mercato editoriale ne è pieno. E in questo momento di crisi letteraria, presunta o reale, par quasi si faccia a gara a chi riesce a (im)mettere sul mercato l’inutile e il superfluo. “Puro veleno” ha un autore, ha un editore anche, ma non una trama che si possa dire decente: scrivendo queste quasi duecento pagine, Silvio Bernelli ha tentato una strada cinica, tondelliana, generazionale, avanguardista? La sensazione prepotente che s’insinua nel lettore è che l’autore, pensando alla ciambella, abbia concretizzato solo il buco ma non il suo contorno - la sostanza. Arrivati alla fine di “Puro veleno” la tentazione forte è quella di suicidarsi tra le pagine d’un elenco telefonico, o di sciuparsi, anima e corpo, in un anonimo cinema parrocchiale per vedere l’ennesima replica d’un vecchio kolossal made in Hollywood, uno di quelli che sopravanzano di buonismo.
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Voto: 4 su 10
4. GIROLAMO DE MICHELE - SCIROCCO
Non nego che esista della buona narrativa che si possa dire anche noir - senza dover necessariamente incasellarla nel genere. Tuttavia tirare in ballo Pier Paolo Pasolini e “Petrolio” per dire, o meglio per portare petrolio al lavoro di Girolamo De Michele è per me una forzatura che come minimo mi fa rizzare quei pochi capelli che in testa mi son rimasti. Il fatto è che “Scirocco”, per quello che è il mio occhio critico, non ha nulla a che vedere con Pasolini né con “Petrolio”, nemmeno alla lontana, o alla lontanissima. E poi, è sufficiente un solo capitolo di “Petrolio” per spazzar via “Scirocco”. Non dico che sia brutto il lavoro di Girolamo De Michele, ma che diavolo!, Pasolini lo si sta usando come il prezzemolo, in malo modo, per ogni fesseria e serietà in circolo.
Contro il noir non ho nulla, ci mancherebbe: quando un noir è ben scritto è scrittura al pari di tanta altra. Capisco tutto o quasi, tranne le forzature critiche a tutti i costi. Ho già detto prima, non ho altro da aggiungere tranne che si torna a tirare in ballo Pasolini, di nuovo.
Leggo “Scirocco” e leggo una storia che mi fa divertire, punto e basta. Leggo “Petrolio” e non leggo solo una storia. A me sembra una storia onesta, che fa divertire anche, e basta. Ma è già un grande risultato il fatto che sia una scrittura (storia) onesta quella di De Michele, in un mercato editoriale sempre più invaso da porcherie totali. Ecco, “Scirocco” è invece un bella storia, divertente.
“Scirocco” è un librettino “ino” “ino”, scritto benino. “Petrolio” è tutt’altra cosa. “Scirocco” è semplicemente un libro, un noir, fine. “Petrolio” è tutt’altra cosa. Di librettini scritti benino son pieni gli scaffali delle librerie: è un bene? è un male? Forse entrambe le cose.
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Voto: 5 su 10
5. GIULIO LEONI – I DELITTI DELLA LUCE

“I delitti della luce”, questo il terzo romanzo di Giulio Leoni, ci proietta in una Firenze del 1300, una Firenze probabilmente improbabile, come le avventure in cui si imbatte un Dante Alighieri ridotto al rango di vile detective anti-litteram. Romanzo scritto con un certo stile, la storia riesce a far divertire, ma solo fino a quando non cala la palpebra: pallida imitazione del romanzo storico à la Umberto Eco, Giulio Leoni con “I delitti della luce” è già la terza volta che sfrutta il povero Dante. Ci si augura che il prossimo suo libro vedrà personaggi maggiormente credibili, non finanziati dalle logiche modaiole del giallo storico a tutti i costi.
Voto: 5 su 10
Philip K. Dick, L'uomo dai denti tutti uguali
written by King Lear
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1984 di George Orwell era un romanzo proibito, di quelli veramente da mettere all’Indice perché svelava le trame oscure del Potere e l’immondizia che in esso covava; e il Potere americano era la pubblicità, l’invito ad uno spietato consumismo, quella pubblicità che era, ed è ancor oggi, la base per una politica falsa e promotrice di un fittizio diritto all’eguaglianza fra le classi sociali.
Philip K. Dick avvertiva tutto questo da molto tempo, prima ancora che gli anni Cinquanta entrassero a far parte del suo bagaglio culturale: già da tempo si era reso conto che l’America non era Utopia, e, cosa più importante, si era già scontrato con essa. Per Dick pensare ad una società così come Walt Whitman l’aveva immaginata era impossibile: Whitman era un poeta, Dick anche, ma la sua vocazione era la SF. Ogni pagina di Dick, oggi battezzato da molti come il poeta maledetto della fantascienza, è poesia che non lascia intravedere un solo raggio di speranza; per l’autore la società era drogata di sé stessa. P. K. Dick si riconosceva in essa, un ingranaggio ribelle introdotto suo malgrado nella propaganda della “droga sociale”, quella delle belle quanto false idee di umanità, e l’unico mezzo per fuggire, almeno in via provvisoria, da tutto ciò era rappresentato dalle droghe artificiali. Whitman cantava l’uomo libero e lasciava spazio aperto alla speranza, Dick invece cantava le sofferenze di una umanità schiava senza lasciar spazio all’ottimismo.
Forse non tutti sanno che P. K. Dick, prima di diventare l’autore di culto di SF che oggi conosciamo, ha tentato indarno di far sentire la sua voce al di fuori di un contesto puramente fantascientifico: un esempio significativo di questo Dick inedito è rappresentato dal romanzo “L’uomo dai denti tutti uguali”. Scritto negli anni Sessanta, il romanzo è ambientato nell’America degli anni Cinquanta: protagonista assoluto di questa eccellente prova narrativa è una società morbosa descritta con ambientazioni rarefatte.
“L’uomo dai denti tutti uguali” non era romanzo che l’America avrebbe potuto accettare passivamente, e P. K. Dick ne era pienamente consapevole; la prima pubblicazione è postuma e risale al 1984, in Inghilterra, quando ormai Dick era già morto e le sue opere postume cominciarono ad essere oggetto di litigiosi accaparramenti: l’appetito per i diritti di pubblicazione da parte di prestigiose case editrici era grande. In questo romanzo la tecnologia e la SF sono bandite: il mondo che Dick descrive è tetro ma nulla affatto gotico o pacchiano. Con sapiente maestria vengono analizzati i difficili se non impossibili rapporti razziali, ma anche la violenza presente ed occulta degli individui, tutti vicini di casa pronti a squadernare un sorriso a trentadue denti ad ogni occasione per poi subito pugnalarsi alle spalle, e l’ormai consolidata idea che una famiglia per essere tale non deve vivere nel centro nevralgico di un metropoli ma debba invece spostarsi nei sobborghi urbani; eppure i sobborghi non sono nulla affatto rose e fiori, al contrario sono il cuore di fermenti razzisti, che finiscono poi con l’essere trasmessi nei grandi agglomerati urbani di grattacieli e strade a mille corsie.
Con questo romanzo P. K. Dick si mostra al lettore contemporaneo completamente nudo; per la prima volta si ha la possibilità di leggere splendide pagine di un autore di SF che sapeva scrivere anche al di fuori di un contesto puramente fantascientifico. “L’uomo dai denti tutti uguali” sono pagine memorabili che hanno un gusto amaro e tragicamente perfetto alla maniera di Thomas Clayton Wolfe e William Faulkner.
L’uomo dai denti tutti uguali – P. K. Dick – Fanucci – Collana AvantPop – 384 pagine – 8,26 Euro
Ray Bradbury, Ritornati dalla polvere
written by King Lear
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giovedì, dicembre 22, 2005

Ray Bradbury con la famiglia Bush – foto pubblica, no copyright
RITORNATI DALLA POLVERE
Ray Bradbury
il più opportunista degli scrittori
della vecchia generazione
di Giuseppe Iannozzi
La mia critica sollevò un modesto polverone, di critiche, di nemici anche: avevo commesso un sacrilegio agl’occhi di molti benpensanti acritici, avevo difatti osato dire male di Ray Bradbury, uno di quegli scrittori che troppi ritengono un genio e un intoccabile. Di acqua sotto i ponti ne è passata da allora, eppure siamo allo stesso punto di ieri: continua ad essere intoccabile, al pari di tanti altri mediocri scrittorucoli, con l’aggravante che Bradbury non disdegna affatto di farsi coccolare dal guerrafondaio George Bush. Non ho mai nutrita simpatia nei confronti di Ray Bradbury, questo lo devo ammettere; ma, oggi più che mai, mi dico che ho fatto bene a diffidare di lui e della sua scrittura. Già negli anni Sessanta, il meno fortunato Philip K. Dick, diceva di Bradbury che era uno scrittore che gl’insinuava sospetto dentro: insomma, non gl’era affatto simpatico, ed aveva perfettamente ragione. Ma allora, in quegli anni, P.K. Dick non era ancora considerato il guru della fantascienza, e ben più grave non era ritenuto uno scrittore affidabile e leggibile. Oggi Ray Bradbury è vecchio, malconcio, non si sa bene quanto ancora capace di ragionare con la sua propria testa, e incuterebbe pure un poco di tenerezza, non fosse per il fatto che a vederlo con Bush il primo istinto che si scatena nell’alma è quello di schiaffeggiarlo con un forte e sonoro Vaffanculo!
Recentemente ho avuto modo di dire intorno a “Colorado Kid” di Stephen King: anche in questo caso si è sollevato un polverone, perché King è un intoccabile, un genio anche quando scrive con il mignolo della mano sinistra (come ha fatto sagacemente notare un commentatore su Lipperatura di Loredana Lipperini). Non c’è stato nulla da fare: critici grossolani, arrampicatori di specchi, hanno continuato a sostenere che King un genio, punto e basta. E guai a controbattere, a criticare King e le opinioni espresse intorno ai suoi lavori: King è King, in ogni caso, e basta. Alla fine, il dialogo si è interrotto. Ma in realtà non è mai iniziato, essendo che quel dialogo fu quasi un soliloquio portato avanti da Roberto Bui (Wu Ming 1) e da altri due o tre fanatici, di cui, in tutta sincerità, non ricordo i nomi. In quanto a me, le parole che spesi, non poche, mi furono lasciate morire in bocca, essendo che dissi da subito che “Colorado Kid” essenzialmente un boccone schifoso.
Ora, poco importa di sapere perché, intendo perché ci sono degli scrittorucoli che sono intoccabili, che vengono mostrati al pubblico come mostri sacri; e ancor meno interessante è cercare di scoprire la dietrologia per cui molti critici si affannano a difendere scrittori che non valgono due baiocchi. Sarebbe tempo perso. E’ invece interessante notare che, a distanza di anni, si continuano a ripetere gli stessi errori, quelli di assurgere il futile e l’inutile a indispensabile. Ed è questa la ragione precipua, la sola, per cui riprendo questa critica intorno a Ray Bradbury e al suo “Ritornati dalla polvere”. La ripropongo a Voi, per dire, molto semplicemente: non lasciateVi incantare da quei nomi altisonanti e detti (eletti) famosi dalla critica. State attenti, molto attenti. Disdegnate quelle critiche grossolane impreziosite da termini iper-colti, da improbabili citazioni che con il libro recensito non hanno niente a che vedere. Diffidate di tutte quelle recensioni che esaltano oltremodo un libro, perché il più delle volte sono false, ingannevoli… dei griffati specchietti per le allodole.
Giuseppe Iannozzi
22 dicembre 2005
From the Dust Returned di Ray Bradbury deluderà non pochi fanatici ammiratori dello scrittore, ammesso e concesso che si possa esser al contempo fanatici e ammiratori di uno scrittore che nell’arco della sua vasta produzione ha saputo donare al mondo una sola egregia opera, Fahrenheit 451. A distanza di anni dall’uscita del suo capolavoro borghese da cui François Truffaut ha saputo comunque trarre una ottima pellicola, Bradbury, nel corso di una carriera non poco lunga, ha dato in pasto a editori, pubblico e critica, romanzetti più o meno egregi, che, puntualmente, hanno attirato l’ammirazione di molti sprovveduti amanti del fantastico, della fantascienza e della SF. Il fatto è che Ray Bradbury è un autore che non è né carne né pesce; inevitabilmente, si arriva alla fine di un suo libro con l’amaro in bocca e la precisa consapevolezza che l’autore ha detto tanto, forse troppo, ma in realtà è come se non avesse detto nulla.
Ray Bradbury ha il brutto vizio di non prendere posizioni; persino Fahrenheit 451, il suo migliore scritto a detta di molti critici e lettori, oggettivamente, alla fine risulta essere nient’altro che una timida ammonizione contro il Potere. Se in Fahrenheit 451 l’autore ha tentato di dare l’impressione di essere prodotto succedaneo in stile George Orwell, in From the Dust Returned Bradbury dà vita a un centone che mi è quasi impossibile catalogare, o anche solo etichettare, come scritto fantastico o di fantascienza. Ritornati dalla polvere, questo il titolo italiano del romanzo di Ray Bradbury, è uno scritto che si legge così come si potrebbe sopportare una autentica tortura: una volta giunti all’ultima pagina finalmente si ha il coraggio di tirare un sospiro di sollievo. E’ davvero raro di questi tempi leggere qualcosa di peggio a Ritornati dalla Polvere: in un panorama editoriale ormai avvezzo a sfornare SF di cattiva fattura, Bradbury è riuscito a superare tutti i suoi colleghi instillando in questo suo lavoro il più alto ingegno kitsch. Dopo la lettura di questo lavoro cucito su un costrutto narrativo a dir poco fragile, con la mente obnubilata il lettore non può fare a meno di chiedersi se forse non sarebbe stato meglio abbandonare la lettura sin dopo le prime dieci pagine: nel cervello l’eco disturbata del fantasma narrativo, un fantasma che non emoziona ma che solo lascia nella scatola cranica un senso di vuota pienezza, di aria pesante, viziata, insomma di profonda delusione.
Ray Bradbury ci ha abituati a lavori sfornati per l’industria editoriale, ma questa volta si è spinto oltre, infatti ha dato alle stampe un romanzo che avrebbe potuto scrivere tranquillamente l’apprendista mago della Rowling: Ritornati dalla Polvere ha la piccina presunzione di essere romanzo un po’ Harry Potter e un po’ Mago di Oz, e il risultato è né carne né pesce, forse solo quella finta arte che indarno cerca di fare filosofia partendo da un ipotetico assunto criptico del tipo ‘dato un punto A la narrazione ritorna ad un punto A seguendo il perimetro di un cerchio aperto!’. Bradbury in Ritornati dalla Polvere ha dato vita ad un mondo in decadenza, forse seguendo i dettami stilistici di J. Ballard, ma il risultato non è deludente, è a dir poco pietoso: in una vetrina di parole, il nonnino Bradbury ha tentato invano di rappresentare la decadenza della nostra società facendo stretto riferimento a vecchi amori e rancori vivi solo nella sua memoria, una memoria minata dalla senilità.
Nel cuore di una poco credibile Famiglia Eterna che ha trascorso la sua propria esistenza in una casa sospesa tra leggenda e mistero nell’Illinois, la famiglia è molto particolare, cioè perfettamente kitsch: i suoi membri non escono di giorno, i figli sono selvaggi, e i vetusti ricordano i tempi in cui la Sfinge affondò per la prima volta la sua immagine nella polvere della storia. Poi qualcuno, sbadato o stravagante, ama dormire in letti con il coperchio. Nella casa di questa famiglia si sta preparando una grande festa che vedrà riuniti i rami più lontani dell’albero genealogico… ma alla vigilia della festa la Morte, ospite inattesa e non invitata, fa la sua comparsa portando scompiglio nelle menti della Strega Vagabonda, nel mondo di sogni di Cecy, della nonna Mille Volte Bisnonna…
Il romanzo è quel che è, cioè solo una pletora di parole sulle pagine che vagabonde cercano di incontrarsi per dare un ipotetico senso alla storia. Dopo Fahrenheit 451, Bradbury va ricordato almeno per altri romanzi: Cronache marziane, Io canto il corpo elettrico!, Il grande mondo laggiù e Paese d’ottobre, tutti romanzetti d’appendice della fantasia (forse appena egregi), della SF, della letteratura in generale.
A poco, a nulla, servono le illustrazioni di Betty Lew: il romanzo è sulla carta, ma leggerlo è una lenta tortura e le illustrazioni di Betty Lew non fanno altro che evidenziare il clima kitsch di Ritornati dalla polvere, insomma non aiutano di certo a migliorare la storia di Ray Bradbury.
Questa prova di Bradbury è una delusione annunciata di cui tutti sapevano, o meglio che tutti si aspettavano.
Ritornati dalla polvere (From the Dust Returned) - Ray Bradbury - illustrazioni di Betty Lew -Traduttore: Giuseppe Lippi - Collana Strade Blu – Mondatori - Pagg. 192 - 12,40 euro
Distratte Strenne dall'Inferno 2005
written by King Lear
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martedì, dicembre 20, 2005

La ragazza del Natale * è Opera di Chatterly
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dall’Inferno 2005
di Giuseppe Iannozzi
commenti falsi, c'è chi mi vuole male...?
written by King Lear
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Commenti falsi
C'è chi mi vuole male...?
- comunicazione di servizio -
purtroppo c’è chi va in giro per la rete firmandosi a mio nome, copiando commenti fuori luogo dal mio blog per tradurli su altri blog e piattaforme.
Assai più grave: vengono pure lasciati commenti ingiuriosi nei confronti di persone e iniziative in rete (e non), ovviamente firmati a mio nome.
Io di questi commenti non ne so niente, né ho mai pensato di lasciarli.
E’ evidente che c’è chi mi vuole male e vuole far del male a me, e di più a Voi.
Purtroppo – e chi se ne intende un po’ di reti, sottoreti e di LAN, bene lo sa - è tecnicamente impossibile individuare quel PC (forse più di uno) che lascia commenti falsi.
Io mi sto adoprando affinché simili inconvenienti vengano limitati, e ho tempestivamente provveduto ad avvertire il maggior numero possibile di persone in pvt circa quanto sta accadendo.
Spero d’esser riuscito ad avvertire Tutt* in tempo utile: ma neanche io so, in realtà, da quanto tempo questa storia va avanti.
Chiedo in ogni caso scusa a Tutt* Voi,
indistintamente, pur non avendo colpe.
E’ poco, ma mi rimetto alla Vostra intelligenza e sensibilità;
e Vi prego di volermi segnalare in pvt
o in questo post eventuali fake di cui non sono a conoscenza.
Se Vi è possibile, controllate il log sulla vostra piattaforma, e cancellate tutti quei commenti che doveste riconoscere come spam.
Ancora chiedo io, in prima persona, scusa a Tutt* Voi per l’inconveniente, che so essere pesante, pesante per me quanto per Voi.
Essendo che così è la situazione, per il momento limiterò al minimo la mia presenza con dei commenti su piattaforme che non siano Splinder, e dove è quindi più difficile accertarsi della mia identità.
a fronte dei tanti commenti anonimi e ingiuriosi lasciati
qui in passate occasioni, non saranno più considerati
tutti quei commenti che dovessero risultare anonimi.
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e/o da indicazione del blog (o sito o forum o ML) di appartenenza
verranno cancellati dal proprietario di questo blog, che ne é il solo responsabile.
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o altro mezzo di comunicazione in rete, saranno vagliati dal sottoscritto, Giuseppe Iannozzi,
e se ritenuti offensivi per il sottoscritto, per i lettori di questo blog
o nei confronti di terzi, cancellati immediatamente.
Tutti i commenti ritenuti dal sottoscritto ingiuriosi,
anche se convalidati da firma, verranno comunque rimossi.
Grazie infinite per la collaborazione e la pazienza,
Giuseppe Iannozzi
Update:
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