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PER L'ANNO NUOVO
written by
-
sabato, dicembre 31, 2005

The Kiss è Opera di Chatterly - clikka su The Kiss
Il blog di Chatterly: http://chatterly.splinder.com
Chatterly su DA: http://chatterly.deviantart.com
Il sito di Chatterly: http://chatterly.altervista.org
† Per l’Anno Nuovo †
di Giuseppe Iannozzi
† PER L’ANNO NUOVO
a Chatterly,
Immortale Musa,
con immensa stima e affetto
la corazzata potemkin è una gran cagata
resta in ginocchio e poi alzati e cammina
se mi vuoi bene
ma ricorda che l’illusione genera illusione
faresti bene a non dire del domani
se non l’hai prima tutto consumato digerito cagato
è la sbobba, nessuno ti regala niente
e tutti pretendono più di quanto tu possa dare
i giornali danno sempre le solite notizie
sei soltanto tu ad essere diversa, è il cancro
che divora l’anima e la carne
ma i grandi padri dicono che bisogna fare sesso
fino a dissanguarsi le gengive la bocca e venere
perché il popolo ha bisogno di menti ignoranti
da portare al patibolo
ma i grandi padri dicono che bisogna fare sesso
fino a dissanguarsi la lingua gli occhi e i lombi
perché si ha bisogno di commenti ignoranti
da cantare ad alta voce in pubblico
e i giornali dannano i soliti rivoluzionari
dovresti essertene accorta da un lungo pezzo oramai
e la potemkin è proprio una gran cagata, non lo sai?
stalin è stato un gran pezzo di merda
e oggi è uguale a sé stesso e tutti in adorazione
ti farà male, ma io prendo le scale mobili
vado a fare la spesa in un grande centro commerciale
incontrando persone paesi e caratteri diversi
però non migliori
perché cristo rimane sulla croce e stalin la faccia che era
e la pioggia viene giù a beccarmi il capo
e le donne accavallano le gambe tra coltelli e tavoli francesi
così se mi buoi bene, amore, io ti chiedo di perdonarmi
- di ricordarti che l’amore non genera l’amore
solo il disprezzo di sé stessi ad una certa età
se mi ami veramente non puoi pensare a me
come a un fratello
se amare è amare non ti penserò uguale a me
come una sorella in ginocchio
che non sa dove portare l’occhio e lo schiaffo
perciò alzati e cammina, alzati e trova la tua strada
o incontra me cercando le tue impronte nella notte
né per la falce e il martello né per il tricolore
mai e poi mai per la pena capitale
dimmi, dimmi tu se questo non è amore totale!
i giorni passano, passano avanti
gli anni stanchi gli fanno compagnia
e tu, mio amore, che farai di me? che dirai di te
quando lo specchio ti negherà il libero pensiero?
quando l’ennesimo amante strapperà via i tuoi rossi slip?
i minuti non si contano, gli istanti non li pensi nemmeno
ed è alle porte l’anno nuovo e grida e grida e grida
ed è alle porte tra il colosseo e la torre eiffel
e grida e grida e grida che vuole te
per l’anno nuovo vuole anche te
per l’amore di euridice vuole anche te
via col vento è una gran cagata
allarga le braccia e cattura le ali del vento
se mi vuoi bene, se mi vuoi bene
ma ricorda che il vento abbraccia solo altro vento
così faresti bene a non portarmi nel domani
se non sei sicura di cosa ne sarà di me e di te
se mi ami veramente non puoi pensare a me
come a uno dell’anno passato
se amare è amare non ti penserò uguale agli anni
che hanno tentato di spezzarci le schiene
tra le bionde spighe di grano, tra le bianche lenzuola
perché non può essere tutto qui
per l’amore che ti voglio
per tutto quello che ti sogno
per tutto l’amore, per quello che c’è
per tutto, per tutto l’amore che sarà
† Per l’anno nuovo (prosa)
Lei era morta. La sapevo lì, nella bara. Di cristallo. Eppure, all’occhio era come viva.
Lei era del passato. Non era più mia. Ma il suo corpo riposava nell’eternità. Lo potevo toccare. La mano sulla lastra di cristallo. Quella carezza portata sul freddo cristallo. Così doveva essere la sua carne. Fredda. Mai più quelle pallide labbra avrebbero pronunciato una sola parola. Né di amore. Né di odio. Io soltanto potevo far sì che parlasse ancora per me. Attraverso il ricordo che io nutrivo di lei. Era orribile. Non c’era davvero altro che potessi fare. Per alleviare la pena. Il dolore. Mio. Suo. Perché lei – ne ero sicuro – soffriva quanto me... vedermi così impotente. Lei sarebbe rimasta incorrotta. Per sempre. Quella teca la proteggeva. Teneva prigioniera la morte che l’aveva rapita. La morte godeva della sua verginità. Che io non avevo fatto a tempo di deflorare. Era un fiore, un pallido fiore. Le labbra carnose. Le gote bianche. Gli occhi come addormentati. Le dolci tempie appena venate di azzurro. E allora mi masturbo tra le lacrime. Per te. Perché bianco venga l’anno nuovo. Perché sia vergine ma sprecato di piacere. Di corrotto dolore. Almeno il poco che ancora è mio. Il poco che sento. Che so e non so. Come un gioco. Come un corto circuito. Nella tua anima spenta.
† D’AMORE
con casto affetto
e sincera amicizia
Tu sogna,
sogna questo sogno mio
che si perde e non torna più
Io resto dove sono, resto qui
e non è bello per niente
accettare l’idea
da quando ho perso te
Da quando ho perso te
ho sbagliato me
per lasciarti
dormire sul mio cuscino
Adesso soltanto ti osservo
Non dormo da un’eternità
Ma non ti posso assicurare
sia questa la prova d’amore
E però tu compi gl’anni oggi
E mi dipingi già lontano orrore
per spingere il cuore a un nuovo
più lieto amore, al tuo Gesù
† NINNA-NANNA PERLA
a Gail,
che l’ha ritrovata
questa poesia smarrita
Ti devo una ninna-nanna,
ti dovrei dare un canto
un galoppo che faccia urlare
l’anima e la sete che c’è
dentro di essa
Ed invece non ce l’ho una ninna
che sia nanna, ma solamente porto
un frantoio di colori
e uno spremuto grappolo di dolori
Ed ora che il tempo stringe,
chiudo i buchi sulla cinta
e passo a Morfeo quella che è la mia alma
E ti lascio,
sicuro che presto l’alba verrà
e sui nostri occhi i suoi schiuderà
ti dovrei dare un canto
un galoppo che faccia urlare
l’anima e la sete che c’è
dentro di essa
Ed invece non ce l’ho una ninna
che sia nanna, ma solamente porto
un frantoio di colori
e uno spremuto grappolo di dolori
Ed ora che il tempo stringe,
chiudo i buchi sulla cinta
e passo a Morfeo quella che è la mia alma
E ti lascio,
sicuro che presto l’alba verrà
e sui nostri occhi i suoi schiuderà
† BACIO ATOMICO
ad Atomica,
che mi fa sballare
il poco cervello
che mi ritrovo
Mi manchi, a me
Manchi come l’aria
a un morto di fame
Come un eccidio
commesso nell’anima
Come dio che prende
su di sé il diavolo
Manchi come un bacio
che si spezza in due
su vortici di tacchi a spillo
- dentro vortici di erotismo
Il giorno è andato
un’altra volta a farsi fare
in un qualche anonimo cesso
E io rimango qui nella notte
a contare le ore, ad immaginare
la letizia nascosta sotto,
sotto la tua rossa gonna al vento
Sento il velluto delle tue calde labbra
Sento il bacio dell’intramontabile morte
E aspetto il giorno per chiudere gl’occhi
Il giorno è andato
E la notte è venuta
E tu, dove? dove hai dimenticato
il mio inutile cuore e il suo sapore?
Manchi come la tentazione
che fa l’amante crudele
fino in fondo, fino a dar sfogo
a un’emorragia di sangue e fuoco
Manchi come un sole atomico
pronto a collassare il mondo intero
in sé, nel suo rosso splendore
Manchi, manchi proprio a me
Anche se lo so dall’inizio
della fine che anche questa volta
mi farai un male infernale
donandomi il tuo bacio solare
† PECCATRICE E SANTA
ad Insanesinner,
perché con l’anno nuovo
un nuovo bacio mi porti in dono
T’amo tutt’ora
Peccatrice e Santa,
Amor Mio, ancor t’amo
come allora, come allora
Il tuo ricordo non si spenge
in un fuoco di paglia
E si fa ferita dentro me,
preghiera sì
Ma triste consolazione
† IL CATTIVO RAGAZZO
(di Freddie Mercury – traduzione e adattamento di G. Iannozzi)
Inseguiamo arcobaleni attraverso il cielo
Accetta il mio invito
Avanti! Vieni a farti un giro di estasi
Sono il Cattivo Ragazzo
Sì, il Cattivo Ragazzo di tutti
Non capisci? Sono il Signor Mercurio
Dài, spiega le tue ali e vola via con me
Il tuo vecchio non ha un posto dove andare?
Colpa della cattiva propaganda
Ma io mi sento il Presidente degli Stati Uniti
Sono il Cattivo Ragazzo
Sì, sono il Cattivo Ragazzo di tutti
Non capisci? Sono il Signor Mercurio
Dài, spiega le tue ali e vola via con me
Sono il Cattivo Ragazzo
Tutti hanno paura di me
Posso mandare a puttane la vita di chi voglio
Già, il Cattivo Ragazzo, tutti hanno paura di me
E’ l’unico modo di essere
E’ il mio destino
Sono il Cattivo Ragazzo, il Cattivo Ragazzo
- cattivo ragazzo
E’ l’unico modo di essere per me
E’ il mio destino
Sono il Cattivo Ragazzo
Sì, sono il Cattivo Ragazzo di tutti
Non capisci? E’ il mio destino
Dài, spiega le tue ali e vola via con me
† IL MONTE DI GIADA
con tanto affetto e stima
perché è Preziosa Giada
Qui il tempo è affanno
Il giorno è bianco
tra nebbie ricordi
e Alpi di neve coperte
Qui il giorno non finisce
E temo, e tremo
per un tuo bacio
E tremo di fronte alla bellezza
che mi stordisce... che mi gela
il sangue nelle vene,
ché quando mi baci
ti porti via un po’ della mia vita
E la congeli nel tuo caldo cuore
per sempre, tra aghi di pino
e giorni sognati sul monte di Venere
E desideri braccati sul monte di Giada
† AMOR DI CIELO
perché troppo amo
il suo bel faccino
Piccolina, che mi sorridi
Non lo sai quanto t’amo,
perché se tu non esisti
dentro all’anima mia
allora non c’è cuore
che possa batter per noi
Piccolina, Amor di Cielo,
stringi i pugni come una bambina
e piano a te coccoli quel cuscino
pieno zuppo di lagrime, di sogni
di nuvole; poi t’addormenti
sussurrando tra le labbra piccine
un perdono e un ti amo anch’io
E il sonno veloce ti rapisce via
Io, Erotica - AA.VV. a cura di JEAN-MARC LIGNY
written by
-
venerdì, dicembre 30, 2005

IO EROTICA
un’antologia a cura di
JEAN-MARC LIGNY
di Giuseppe Iannozzi
“Venere all'attacco! Il XXI secolo sarà al femminile o non sarà! Non ci credete? Allora andatevi a leggere gli incredibili racconti di Amore e donna. Vi troverete le nuove tendenze dei vostri amori, sesso e fantascienza, S.M. e SF”, questo il commento di Roland Brival dalle pagine di Elle. Per quanto Brival si sforzi di farci credere che questo florilegio di racconti fantastici/erotici sia un capolavoro tutto al femminile, purtroppo la realtà è ben più cruda rispetto al mondo fantastico (erotico) indicato da Brival. I racconti non sono malvagi, questo è il problema: uno stereotipato gusto pulp light infarcisce pressoché tutti i testi raccolti, tranne in qualche rara eccezione, e il fatto che siano completamente innocenti, alcuni addirittura bambineschi, demoralizza subito la fantasia maschile ma anche quella femminile. Molti racconti, soprattutto quelli delle autrici americane, hanno il gusto di tribali pseudo-orge sentimentali in perfetto stile Playboy-Harmony degli anni Settanta: amore impossibile, amore passionale, amore carnale, amore amore e ancora amore, casto, nero, insipido, falso, leggero, stupido, ignorante, ecc. ecc. Insomma Io, Erotica, l’antologia curata da Jean-Marc Ligny, è cosmicamente quanto comicamente noiosa.
Non esiste una significativa differenza nella visione del cosmo erotico da parte delle autrici inglesi e americane se confrontate con le loro colleghe francesi: essenzialmente, l’amore è incoerenza, ma questo lo si sapeva già, anche prima che queste scrittici ce lo dicessero a chiare lettere. Chiare... chiaramente un eufemismo! Poco più innovativi i racconti tedeschi, anche se, purtroppo, sono inflazionati da un ristagno filosofico nietzschiano, ariano, littorio; il fantastico, l’amore, sembra quasi che siano solo un accessorio in queste narrazioni, un accessorio che viene sfruttato per evidenziare una infelicità antropologica/sociale di fondo: la donna vuole essere dominatrice non dell’uomo (troppo semplice!), bensì di tutta l’umanità indipendentemente dal sesso. Le scrittrici italiane se la sono cavata meglio: la loro visione dell’amore è sicuramente dark, piovigginosa, meccanica; le inquietanti atmosfere dickiane delle narrazioni italiane proiettano l’amore in un universo dominato dalla falsità dove la redenzione non è possibile né per l’uomo né per la donna né per l’umanità intera. Con qualche accorgimento, questi racconti sarebbero stati i migliori dell’antologia. Peccato subiscano pure loro l’effetto pulp comune a tutta la raccolta; se così non fosse stato, avrebbero potuto tranquillamente deflorare il clichè dell’Amore come Incoerenza.
Diciassette scrittrici raccontano la loro cosmica visione dell’amore in chiave fantasy, fantascientifica, dark: i nomi, le italiane Barbara Garlaschelli, Gloria Barberi e Nicoletta Vallorani; le americane Poppy Z. Brite, Pat Cadigan, Kathe Koja, Connie Willis; la scozzese Carol Ann Davis; l’inglese Tanith Lee; le francesi Sylvie Denis, Sara Doke, Valérie Simon, Joëlle Wintrebert e Jeanne Faivre d’Arcier; la belga Anne Duguël; e le tedesche Birgit Rabisch e Sabine Wedemeyer-Schwiersch.
I racconti, tutti ben compilati con ‘Amore Gusto Pulp Light’, ricordano vagamente un vecchio Quentin Tarantino in disgrazia: non sono all’altezza di far sognare nessun uomo o donna, al massimo riescono a strappare un sorriso a qualche rozzo camionista d’oltralpe. Ma nulla di più.
AA.VV. - Io, erotica (Titolo originale: Cosmic Erotica – Une antologie féminine) - Racconti fantastici a cura di Jean-Marc Ligny - Traduzione dal tedesco di Robin Benatti; traduzione dall’inglese e dal francese di Roldano Romanelli – Fanucci – Collana: Collezione Immaginario – 320 pagine - 14.46 €
Andrea Pazienza - omaggio all'artista
written by
-
giovedì, dicembre 29, 2005

- dettaglio copertina "Hollywood, Hollywood" realizzata da Andrea Pazienza -
Omaggio
ad Andrea Pazienza
Ultimo immortale del fumetto italiano
Interprete in/consapevole di una generazione
di Giuseppe Iannozzi
[ Questo articolo apparve su uno dei primi numeri di CartaigienicaWeb.
Ve lo ripropongo perché ancora attuale, utile spunto per ulteriori riflessioni. (g.i.) ]
Dialogo tra padre e figlio.
“Papà, gli elefanti volano”.
“Dove l’hai letta ’sta cazzata?”.
“Sull’Unità!”.
“Oh, ehm, sì, cioè... Ma niente de che, 30, 40 cent...”
(una battuta da Satira 1978-1988, Andrea Pazienza, edizioni Baldini & Castoldi)
Andrea Pazienza non è mai stato un violento, non nel senso stretto del termine, ma indignato sì, eccome, e i nemici di ieri - come di oggi - erano lo Stato, Kossiga, un Papa balengo & borioso (ovviamente il solito che da anni inquisisce i nostri costumi, Giovanni Paolo II), un “buono”, il presidente della Repubblica Sandro Pertini (che, invece, è morto... almeno lui si è tolto dalle scatole, mentre per Paolo II si dovrà attendere lo stato di mummificazione naturale, così temo!).
Paz diceva: “Del liceo artistico di Pescara mi vengono in mente mille cose: venni sospeso il primo giorno di scuola; verso il terzo anno quando ero ormai come un pulcino nel nido, provai una sensazione di potere tremenda. Dato che ero molto bravo, potevo fare quello che volevo, scherzi soprattutto; per il resto avevo pessimi rapporti con le donne. Poi ho passato un periodo tra i 16 e 18 anni a rissare stupidamente, prendendole e dandole, specie d’estate. Erano estati bellissime, lunghissime, passate con la fila degli ombrelloni, lo strombazzo delle cose pubblicitarie e i baracconi messi in fila con i juke-box… Quando ero a Pescara le mie letture preferite erano i dadaisti: sapevo a memoria il manifesto di Tristan Tzara e conoscevo i movimenti di rottura d’inizio del secolo a livello Rischiatutto… Il mio primo disegnino riconoscibile l’ho fatto a 18 mesi, era un orso, questo testimonia quanto era forte in me il bisogno di disegnare... Pentothal nacque da un rapporto epistolare avuto con una ragazza di Napoli. Queste mie lettere rappresentavano per me un esercizio e il mio scrivere era una sorta di rincorrere, era giocato sul tema di corro con il cerchio, spingo il cerchio, il cerchio traballa sta per cadere e io gli dò un’altra spinta e va avanti, è un modo di vedere le cose senza alcun nesso logico... La musica ha una grande funzione per me. In questo momento vorrei essere la corda tesa di una chitarra rock, essere la corda che vibra in un grande concerto...”
Presto nelle sale cinematografiche un film, Paz, per la regia di Renato De Maria, un film coprodotto da Rai Cinema e Stream, girato tutto a Bologna: gli interpreti, attori giovanissimi alle prime armi. La vicenda narrata trae spunto – solo spunto, badate bene - dai più famosi personaggi creati da Andrea Pazienza, che sono stati, ovviamente, adatti alle esigenze del regista, e le loro battute sono un canovaccio davvero poco riuscito. E io non dubito che il povero, grandissimo, Paz sarebbe indignato quanto me, non tanto per il canovaccio, piuttosto per il fatto che i suoi fumetti servano a una (co)produzione cinematografica, indipendentemente dal fatto che possa essere buona o cattiva.
Ma chi era Paz in realtà? Andrea Pazienza nacque a San Benedetto del Tronto nel 1956 passando l’infanzia a San Severo, un paese dell’altopiano pugliese; poi a tredici anni si trasferì a Pescara, in Abruzzo, dove frequentò il Liceo artistico. Una volta conclusi gli studi, decise di iscriversi al DAMS di Bologna: nel 1977 - anno che Paz visse combattuto sia sul piano politico, sia su quello artistico e personale (i maligni dicono che in questo periodo iniziò a bucarsi) -, sulla rivista Alter Alter apparve la sua prima storia a fumetti, Le straordinarie avventure di Penthotal, ripubblicato da Baldini & Castoldi nel 1997 con prefazione di Oreste del Buono. Sempre durante il ’77 Paz partecipò al progetto della rivista underground, Cannibale; l’esperienza lo segnò positivamente e in futuro non mancò di collaborare a Male e a Frigidaire. Ma cominciò anche a collaborare con importanti testate giornalistiche della Sinistra italiana come La Repubblica e L’Unità; e la sua arte la troviamo anche in giornali satirici diretti da Michele Serra. Alcuni scritti di Paz furono per il quindicinale indipendente Zut; molte sue storie iniziarono ad apparire su belle e importanti riviste a fumetti come Corto Maltese e Comic Art. Ma Paz si provò anche nel disegnare manifesti e copertine per il cinema felliniano, manifesti per il teatro, e poi scenografie e persino cartoni animati, e copertine di dischi (tre le copertine realizzate per i dischi di Roberto Vecchioni: “Hollywood, Hollywood”, “Robinson” e “La vita è sogno” sono opera di Andrea Pazienza).
Poi nel 1984 Paz si trasferì a Montepulciano, in Toscana: in pieni anni Ottanta, Paz realizzò alcune delle sue opere più importanti; ricordiamo almeno Pompeo e Pertini, e un capolavoro cult, Zanardi. Zanardi fu disegnato quando Paz aveva solo ventisei anni: diventò subito una figura di spicco, un grandissimo interprete della società tanto da attirare l’attenzione, la simpatia e l’amicizia di un intellettuale come Pier Vittorio Tondelli; ma anche il rocker Vasco Rossi non riuscì a non ammirarlo.
Si è detto troppe volte che Paz ha rappresentato la “generazione bruciata degli anni Ottanta”, ma io sono del parere che Paz ha solo, molto più umilmente, disegnato senza ombra di ipocrisia la società, senza etichettarla come bruciata, sbandata o viziata. Pier Vittorio Tondelli morì di Aids, ma Paz era già morto; e oggi sono in molti a credere che il suo improvviso decesso sia da attribuirsi al fatto che si faceva di ogni genere di roba, soprattutto eroina. Andrea Pazienza morì nel giugno del 1998 a Montepulciano.
Paz fu un personaggio vitale, troppo vitale, per una società dedita al culto del capitalismo, e il capitalismo ha ammazzato Paz; poi il fatto che si facesse o meno, che avesse amicizie più o meno ambigue, sono tutte stronzate per intellettuali mancati che sentono l’insano bisogno di sparlare. Ma quali amicizie ambigue del cazzo! Uno spirito libero non ha pregiudizi ed è libero di frequentare chi gli pare e piace… E Paz non aveva pregiudizi, solo un grande amore da distribuire gratuitamente alla frigida umanità degli anni Ottanta, anni che hanno saputo lodarlo in misura ristretta riconoscendo in Paz solo la sua arte e mai la sua profondità comunicativa; infatti solo pochi come Michele Serra e P. Vittorio Tondelli e Roberto Vecchioni l’hanno veramente capito… forse!
Oggi sono tutti amici di Paz, persino - incredibile a dirsi! -, Vincenzo Mollica: sì, Mollica si è detto grande ammiratore di Pazienza tanto da aver tutta la sua opera artistica a casa, e recentemente ha curato e abborracciato una antologia per la casa editrice Einaudi, che nella presunzione di Mollica, dovrebbe essere l’antologia che se Paz fosse stato ancora in vita avrebbe dato alle stampe. E ciliegina sulla torta, conclude il volume un racconto di Stefano Benni su Paz: roba da non crederci! Il volume in questione è: Andrea Pazienza; Paz - scritti, disegni, fumetti; collana stile libero; a cura di V. Mollica; pp. 207; 7,80 Euro
Ma sentiamo almeno una voce nuova (!), un nuovo amico di Andrea Pazienza, sentiamo cosa dice di lui: “Oggi la prismatica grandezza di Andrea è qualcosa su cui non si può più discutere. D’altro canto già nel 1985 Pier Vittorio Tondelli (un altro ragazzo che, da una prospettiva molto diversa, visse la Bologna di fine '70) riconosceva a Pazienza il titolo di ‘James Joyce del fumetto italiano’… Ci ha spinti col cuore in gola in via Emilia Ponente, a decifrare la casa all’angolo con via del Cardo. Così, per misurare passi intorno alla casa in cui viveva Pompeo. Zanardi poi, salta sempre fuori, specie quando a Bologna il sabato notte incurva verso la domenica, e sai con certezza l’unica disciplina che ti salverà nel generale confondersi, esitare e gettare spugne. In questo periodo c’è chi si affanna a celebrare la memoria di Andrea, e chi fa di tutto per non evocarne la scomoda presenza. Il mondo del fumetto italiano ha perso dieci anni fa il suo Pelè e il suo Sid Vicious, che per molti resta solo una pietra di paragone innominabile, troppo scomoda…. La vita e l’opera di Andrea Pazienza costituiscono, a livelli differenti, qualcosa di ancora indigesto. La sua sincerità non ne ha offesi pochi, a quanto pare. La sua esistenza resta un oltraggio per chi preferisce chiudere gli occhi, fingere che certe turbe collettive, certi scazzi, certa roba non sia mai esistita… D’altronde, arrivisti e posatori hanno già detto la loro, dimostrato infatti la loro pochezza costitutiva. Squali e sciacalli parlano impunemente di Andrea. Ne profittano solo perché vecchio Paz non può più levare il suo primordiale e definitivo Alamm'echite'mmurt! Poi c’è chi vuole onorare la memoria di un amico, come Vincenzo Mollica… (Enrico Brizzi – da un ‘Breve ricordo di Andrea Pazienza’). Un commento, quello di Enrico Brizzi, che è un po’ superficiale, diciamo le cose come stanno: che sia un intellettuale mancato, che comunque piazza prodotti commerciali nel mondo dell’editoria, e qualche volta deve far finta di sembrare intelligente per vendere un paio di copie in più del suo ultimo romanzo?! Non è da escludersi, anche se quanto ha detto su Paz è quasi intelligente, solo quasi.
Molto più interessante il commosso ricordo di Enrico Fraccacreta, un ricordo affidato alle pagine di uno smilzo ma profondo libro edito da Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, collana Margini, dal titolo “Il giovane Pazienza – il disincanto degli anni inediti”: in questo libro uscito verso la fine del 2001, finalmente, dopo che tanti (cazzo! troppi, troppi davvero!) hanno speso lodi sperticate su/e contro Paz, si leva una voce sincera che ci ricorda Paz com’era realmente, un personaggio estremamente giovane, amico ma amico veramente, disinteressato, azzardato con le femmine ma anche timido e romantico, giocherellone, malinconico. Fraccacreta dipinge a distanza di anni dalla morte di Andrea Pazienza un ricordo che non ha l’assurda pretesa di essere un saggio mollichiano (diciamo pure che si guarda bene dall’essere un clone Mollica): Fraccacreta, amico di Paz, lo ricorda in tutti i suoi aspetti, da quello artistico a quello umano. E’ un ritratto commosso, sincero, e soprattutto scevro di ipocrisia.
Andrea Pazienza fu collegamento con la realtà quotidiana: il disegno di Pazienza è quasi una prosecuzione naturale della sua vita, e questa continuità trova conferma nelle storie dove spesso capita di vederlo attore e interlocutore delle sue creature, utilizzando il fumetto come diario personale, almeno in alcuni casi. Serbando memoria del suo periodo di formazione, il passaggio dal paese a quello scompaginato e frenetico (giovanile) pregno di un’ansia rivoluzionaria bolognese - la cosiddetta svolta dei vent’anni -, Bologna è per Paz il momento di rottura con la famiglia e con le convenzioni sociali. E il vero Paz è dunque questo e molto di più, il Paz con la matita in mano, quello che ha disegnato la società raccontandola attraverso immagini di indubbio valore artistico sociale. L’unico modo per comprendere appieno Paz è investigare dentro le sue tavole, lasciarsi sprofondare nei caratteri dei suoi personaggi; e Paz emergerà come per incanto nella sua vera natura, dolce e teneramente violento. E’ questo un approccio da affrontare con la coscienza pulita, senza pregiudizi di sorta: si deve essere disposti a lasciar da parte gli intellettualismi e le filologie, convertirsi con il cuore alle storie di Paz; così, solo così, Paz sarà l’ultimo grande immortale del fumetto, interprete lucido degli anni Ottanta.
Come ci ricorda Michele Serra, Andrea Pazienza non fu (solo) un folle lunatico, un tossicodipendente, un assatanato di sesso e alcool, perché Andrea fu soprattutto legato in modo quasi viscerale al movimento del ’77 e alla Democrazia Proletaria: in una sua vignetta mefistofelica che ritrae Giulio Andreotti, Paz gli fa dire che “la verità è sempre nuda. Basta questo per capire che razza di zoccola è”. Quale più vera verità?
Questo fu Paz, Andrea Pazienza. Questo è, e tanto fa. E non me ne frega un cazzo se non vi sta bene, perché… ma quale perché? Cercatevelo da soli il perché, io quello che dovevo dire l’ho detto.
ALL MY BULLSHITS
written by
-
mercoledì, dicembre 28, 2005
Life Sucks Syndrom è Opera di Chatterly
Il blog di Chatterly: http://chatterly.splinder.com
Chatterly su DA: http://chatterly.deviantart.com
Il sito di Chatterly: http://chatterly.altervista.org
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† All my Bullshits †
di Giuseppe Iannozzi
† IL COLLARE DI FUOCO
(ballata tra Andersen e Grimm)
con ammirazione, stima e affetto
Nemesi è viva di vita,
viva come acqua
che piano scende
dentro ai tombini
per correre fin dentro
alle radici degli orti,
dei cimiteri tra i morti
Mortifica la Nemesi
ognuno di noi, lo schiavo
il libertario e il libertino pure,
più d’ogni poeta o bambino
armato di filo spada e fantasia
Ah ah ah, sei lontano lontano
E mai Andersen troverà la strada
per la Casa di Marzapane
e uccidere così i fratelli Grimm
E mai se li potrà fare,
prima il più grande, poi l’altro
e insieme, come in quella favola
che mi raccontasti tanto tempo fa
e che iniziava in maniera sì felice
con un “C’era una volta!”
Ma solo per finire
allo stesso identico modo
Ah ah ah, che Collare di Fuoco
Ah ah ah, che sbrodolare d’anime
Ah ah ah, Nemesi non ha pietà
Sottomesso al Collare di Fuoco,
sottomesso a quel dolore
che da almeno cinquanta
e passa età t’insegue
tra la ressa dei passi sotto il sole,
poi in quella confusione di ombre
prese nella profonda notte, profonda
più di te e del tuo fischiettare
per sconfiggere il Seme della Paura
Questo dolore non ti lascia mai
un momento in pace, non si scorda mai
di dormire per te, per te sulla forca
uguale a un fantasma di cartapesta
Ah ah ah, che amore folle
Ah ah ah, inutile smorzare la sete
Ah ah ah, che Collare di Fuoco
Ah ah ah, che Collare di Dolore
Ah ah ah, che pazza risata in piazza
Ah ah ah, che pazza ultima volta
L’anima bevi, la butti giù
nelle budella a morire
insieme a te, insieme a te
Ma la gola t’è stretta stretta,
e le mani tremanti, giusto un istante,
sul pomo d’Adamo scivolano lente
per poi riposare lungo i fianchi
per sempre
E una donnina messicana
sorride alla Morte
che c’hai in faccia
dipinta e bella
come una preghiera
di dolore e d’infinto amore
E una madonnina mette in scena
la tua fine rubandoti la morte
che è la tua faccia senza più colore
Ah ah ah, che vita che fai
Ah ah ah, vita che te ne vai
Ah ah ah, che brutta fantasia
Vita che…
Che te ne vai
Che te ne vai
Che te ne vai
† IL MIO DIO
Cercasti la verità nel fuoco degl’occhi
di quel nome che loro dissero esser dio
Io la cercai nella fissità d’un bambino
E non ebbi bisogno d’altro per capire
che il tuo dio l’aveva abbandonato
dall’inizio alla fine della sua breve vita,
per sempre spenta dalla tua severa mano
† LA PIU’ BELLA
Di me
tu sei stata più bella
Io dalla sconfitta sorretto
ho vagato con voce in eco
ripetuta fino a stanchezza
per finire alfine seppellito
nel ricordo d’aver giaciuto
un dì intero con bellezza
e mai con nessun altra
Sì pazzo; pazzo son stato
quando ancora ragione
mi sosteneva il passo
E di più quando travolto
da vane speranze, rivolto
a te ho spremuto pazzia
perché ti rassomigliasse
almeno un poco, almeno
† RONDINI
ideale peggiore non c’è davvero,
morire per amore, o in esso finire
con l’impazzire, come rondini
a primavera lanciate contro finestre
di limpido vetro solo attraversate
da strappi di tiepido sole
† FERITE APERTE
Un giorno
potremo tutti affondare in fondo
in fondo al mare, e non ci sarà calma
e le onde saranno sale sulle ferite aperte
esposte alle infezioni tutte;
e non ce ne prenderemo cura,
perché il nostro spirito lo sapremo dove
dove a riposare, tra alghe e stelle marine
E il corpo lasciato a marcire sulla spiaggia
non sarà mai più peso che ci farà morire
ancóra, nell’intimo che non sappiamo
spiegare ma che amiamo
perché nostra sola àncora di salvezza
† TUTTO IL BELLO E IL BRUTTO
Libertà non per diritto
ma per conquista e scelta,
uguale a una fede a occhi chiusi
o a un suicidio a occhi aperti
Perché tutto il brutto e il bello
che è successo ai tuoi occhi
anche ai miei, e di più da mane
a sera
Le radici del Male - tra cinematografia e letteratura
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martedì, dicembre 27, 2005

L’Horror dal 1910 ad Oggi
LE RADICI DEL MALE
tra cinematografia e letteratura
di Giuseppe Iannozzi
Parlare oggi di horror è estremamente difficile, difatti questo genere espressivo ha risentito - nel corso degli anni - di non poche contaminazioni artistiche; se ieri era possibile descrivere l’horror facendo stretto riferimento ad Edgar Allan Poe come caposcuola di un nuovo genere artistico-letterario, nel giro di pochi anni non è stato più possibile; non a caso, intorno agli scrittori, per così dire specializzati nel costruire storie orrorifiche, si è venuta ad affiancare un’ampia schiera di giovani leve, che ha fatto del genere horror territorio di nessuno. Le incursioni artistiche coinvolgono il romanzo giallo, quello fantasy, la fantascienza e il noir: da questa prima analisi ex abrupto è impossibile definire oggi che cosa sia realmente l’elemento horror, con chiarezza: forse è una commistione di generi artistici fantastici che vogliono soprattutto “spaventare” il pubblico per divertirlo, e, in alcuni rari casi, spingerlo a pensare che l’orrore è quello quotidiano, quello della routine; il quotidiano è l’ingrediente principe perché una situazione apparentemente normale degeneri in una manifestazione di forze maligne.
Come si è già detto, il genere horror ha risentito di non poche influenze ed incursioni: quando Oscar Wilde scrisse il suo più celebre romanzo, “Il ritratto di Dorian Gray” mai avrebbe pensato che nel 1945 potesse diventare un film; “The Picture of Dorian Gray” uscì negli USA nel ‘45, film diretto da Albert Levin, e vedeva nel cast attori del calibro di George Sanders nel ruolo di Mr. Gray, Hurd Hatfield in quello di Lord Wotton e Angela Lansbury. Il film non vanta effetti speciali degni di nota, eppure è considerato un classico del cinema horror; la sceneggiatura è fedele al romanzo, e il Dorian Gray della pellicola non è di certo meno convincente di quello del romanzo. E’ forse uno dei rari casi dove la cultura cosiddetta "alta" riesce ad integrarsi alla perfezione con gli stilemi dell’horror: si tratta di una pellicola che incute paura e rispetto, infatti la paura che Levin dipinge è di quelle viscerali, profondamente psicologiche, un film che non teme di certo gli effetti speciali di “The Crow”, una pellicola con una trama debole e un gran dispiegamento di trucchi scenici ma nulla di più.
"The Crow” è la trasposizione di un famoso quanto inimitabile fumetto underground di James O'Barr: il fumetto è superbo, ma la trasposizione cinematografica riesce sì e no ad ammaliare qualche pubescente ancora impegnato a debellare dal suo viso le devastazioni dell’acne giovanile. Ad ogni qual modo, “The Crow” esce nel 1994: l’interprete, Brandon Lee, muore, forse accidentalmente, durante le riprese del film e subito la pellicola viene bollata come maledetta, ottenendo, ovviamente, il tutto esaurito nei botteghini di mezzo mondo. Brandon Lee, figlio del più famoso Bruce Lee, prima di subire la maledizione della famiglia Lee, aveva recitato in tanti altri film, tutti di serie B e molti dedicati alla sola distribuzione in videocassetta: insomma il successo non gli arrideva proprio. Ci volle un film come “The Crow” per proiettarlo nell’Olimpo dei grandi attori: sotto la regia di Alex Proyas Brandon diventa “Il Corvo”; parlare della pellicola come un capolavoro horror è ben difficile, difatti se si esclude l’ambientazione dark, la storia si risolve in tre clichè fin troppo abusati in ogni genere cinematografico e letterario, ovvero amore, morte e vendetta. Una coppia di innamorati, durante la notte di Halloween, viene assassinata da una banda di teppisti: Eric e Shelley non hanno il tempo di reagire, vengono barbaramente uccisi ed Eric assiste impotente all’assassinio brutale della sua donna per morire poi a sua volta. Ma ad un anno esatto da quel tragico giorno di Ognissanti, Eric risorge per diventare “Il Corvo” e portare giustizia nella città: l’anima di Eric deve placare la sua in un bagno di sangue, quello di Topdollar, capo dei teppisti che un anno prima uccisero lui e la sua donna. Il successo della pellicola, come si è detto, fu grande tant’è che nel 1996 Tim Pope, con gran fretta, distribuisce presso le sale il seguito del film: “Il Corvo 2” non ha interessato nessuno, neanche i più giovani della generazione Topexan. E come se tutto ciò non bastasse, fu anche la volta de “Il Corvo 3”... Come si può ben constatare da questi due esempi, due pellicole horror traggono spunto da due mondi che non gli appartengono: “Il Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde rappresenta il decadentismo della “nobiltà borghese”, il bellissimo fumetto dark di James O'Barr non si presta ad interpretazioni spudoratamente commerciali, eppure di entrambi i soggetti originali sono state ricavate due pellicole con ottimi risultati di botteghino; tuttavia solo per il film di Levin è il caso di parlare di arte, mentre il lavoro di Proyas può esser tranquillamente cestinato senza sparger troppe lagrime di rimpianto.
John W. Campbell con il romanzo "Who Goes There” si attirò, nel 1951, l’attenzione di molti cineasti e non: “La cosa” diventò un classico e Campbell già famoso autore di fantascienza, con la trasposizione cinematografica di uno dei suoi massimi lavori finì con il diventare un nome in bocca a molti giovani degli anni Cinquanta, che poco o nulla sapevano di SF. Ma “The Thing” diventerà un autentico capolavoro nel 1982 grazie a John Carpenter: se “Who Goes There” di J. W. Campbell è senz’ombra di dubbio un classico della SF, la pellicola di J. Carpenter non tradisce lo spirito del racconto di Campbell, anzi lo traduce in “arte” senza per questo svilire la storia originale.
“Der Golem, wie er auf die Welt kam”, produzione tedesca del 1920 per la regia di Paul Wegener e Carl Boese, prende spunto da una leggenda ebraica superbamente romanzata da Gustav Reyrink. “Der Golem” si impone all’attenzione del pubblico per il suo carattere fortemente politico: Loew, per contrastare un editto antisemita nella Praga del 500, fa ricorso alle pratiche cabalistiche ed evoca così Astarotte, che darà la vita al Golem. Il Golem prende vita e aiuta la comunità del Ghetto, ma finisce con l’innamorarsi di Miriam, la figlia del rabbino; Miriam respinge le avances del Golem e questi impazzisce ribellandosi al suo creatore. Solo un gesto di tenerezza, un gesto di umanità, lo farà tornare ad essere un pupazzo senz’anima: da notare che è la tenerezza umana a condannarlo ad essere nuovamente una cosa senza anima. La genialità delle scenografie di chiaro stampo espressionista di Hans Poeltzig fanno di “Der Golem” un autentico capolavoro e la sapiente regia di Karl Freund (ricordato soprattutto per “La Mummia” del 1932) traduce gli spettatori in un mondo tanto onirico quanto ferale, dove ogni sequenza è autentica poesia tradotta in immagini.
“The Mummy” del 1932 per la regia di Karl Freund, questa volta una produzione USA della Universal, vede il regista impegnato a dar vita ad un altro capolavoro del cinema horror: durante alcuni scavi archeologici viene scoperto il sarcofago di una mummia, Im-Ho-Tep; accidentalmente vengono lette le formule scritte nel papiro di Thoth e la mummia torna in vita per scomparire subito, inghiottita dalla casba. Tuttavia, qualche anno dopo, Ardath Bey, si offre di guidare una spedizione archeologica interessata a scoprir la tomba della principessa Anck-es-en-Amon. Ardath Bey è in realtà la Mummia che qualche anno prima era tornata in vita e che ora vuole richiamar dall’Aldilà l’anima della sua amata: si tratta di una favola romantica che ricalca il mito dell’eterno amore al di là della morte, un tema questo già consumato con successo in film come Dracula e Frankeistein. A rendere interessante “The Mummy” contribuiscono, oltre alla straordinaria interpretazione di Boris Karloff, gli effetti speciali di John P. Fulton e il trucco di Jack Pierce che non passano di certo inosservati. Prima di produrre “The Mummy”, la Universal, nel 1931, aveva già lanciato sul mercato un film culto: "Dracula" per la regia di Tod Browning con interpreti del calibro di Bela Lugosi, Helen Chandler ed Edward Van Sloan. La pellicola ottiene il consenso immediato del pubblico e il mito del Vampiro è ancor vivo oggi tant’è che nel 1992 Francis Ford Coppola annuncia a mezzo mondo l’imminente uscita della suo nuovo film battendo forte il martello sull’incudine che per la prima volta il personaggio di Dracula sarebbe stato presentato al grande pubblico in tutta la sua sensualità vampiresca, così come Bram Stoker l’aveva immaginato nel suo romanzo del 1897. La pellicola ottiene l’Oscar per i costumi, gli effetti sonori e il trucco di Greg Cammon, Michele Burke e Matthew W. Mungle. Dracula però affonda il suo mito cinematografico nella pellicola “Nosferatu”: nel 1922, il primo vampiro fa la sua comparsa sul grande schermo. "Nosferatu Eine Symphonie des Grauens" per la regia di Friedrich Wilhelm Murnau, pur non essendo una interpretazione letterale del Dracula inventato da Bram Stoker, è sicuramente una grande film: Murnau ci ha regalato un bianco e nero cupo, gotico, dove il Vampiro è un essere malato e nulla affatto sensuale, qualcosa che assomiglia più alla Morte che non ad un Diavolo passionale, e proprio per questo è opera unica nel suo genere. “Nosferatu” di Murnau si ispira chiaramente al Dracula di Stoker, e alla sua uscita nelle sale cinematografiche, la vedova Stoker si vide costretta a far causa alla casa di produzione per non aver pagato i diritti d’autore.
Nel 1931 un altro capolavoro letterario, “Frankenstein o il Prometeo moderno” di Mary Shelley, approda sul grande schermo: Mrs. Shelley, moglie di Percy Shelley, aveva inventato il “mostro” nel 1818; il Frankenstein di James Whale è quello più famoso, almeno cinematograficamente parlando, ma già nel 1910 J. Searle Dowley aveva fatto del mostro creato da Mrs. Shelley una icona del cinema e nel 1915 con “Life Without Soul” di Joseph W. Smiley, Franky diventa un clichè della cinematografia, clichè rinnovato nel 1920 da Eugenio Testa con "Il mostro di Frankenstein". Whale pone l’accento sulla lotta tra una filosofia positivista e modernista - che si illude di riuscire a creare la vita per mezzo della scienza, evidenziando così il problema morale quanto religioso che la morte non può essere governata dalla scienza umana. Il film fu distribuito in bianco e nero virato al verdognolo che la pubblicità recitava come “il colore della paura”: la maschera del mostro creato da Jack Pierce è ancora proprietà della Universal così come tutti i diritti di sfruttamento della medesima. Nel corso degli anni in molti hanno ridato vita a Frankenstein: basti ricordare il "Figlio di Frankenstein" per la regia di Rowland V. Lee, "La Moglie di Frankenstein" per la regia di James Whale, "La maledizione di Frankenstein" per la regia di Terence Fischer fino all’ultimo "Frankenstein di Mary Shelley" che vede alla regia Kenneth Branagh, che per questo film si è avvalso di attori del calibro di Robert De Niro e Helena Bonham Carter, e lui stesso nelle vesti del dottor Frankenstein. Il film, pur rimanendo fedele alla storia di Mrs. Shelley, è assai meno cupo dei suoi predecessori; bravissimo Robert De Niro nella parte del mostro, ma tutto sommato la pellicola rimane di scarso valore artistico. Più interessante è invece, tornando indietro nel tempo, nel 1976 per esser precisi, la pellicola “Frankenstein Junior” di Mel Brooks con attori del calibro di Gene Wilder, Peter Boyle e Marty Feldman: si tratta in realtà di una parodia del mito del mostro inventato dalla Signora Shelley, quindi di horror non c’è traccia, ma c’è la genialità di Mel Brooks nel sdrammatizzare le tinte cupe della vita e della morte, e soprattutto di una scienza che vuole a tutti i costi valicare il limite della morte calpestando tutte le più elementari regole morali; la scienza viene derisa, sceverata di ogni attributo razionale per esser ridotta (o costretta) in un contesto di varietée.
Il lupo mannaro è un altro personaggio caratteristico del cinema horror: “The Wolf Man” del 1941, per la regia di George Wagner, è forse il licantropo più famoso della cinematografia horror e sicuramente il meglio riuscito nella lunga serqua di film dedicati al mostro. “The Curse of the Werewolf”, produzione britannica, regia di Terence Fisher, merita qualche parola in più: in una cittadina spagnola, il marchese Dawson non riesce, nonostante le sue avances, a conquistare i favori della figlia sordomuta del carceriere, quindi si risolve di farla incarcerare nelle segrete dove sta anche un mendicante. Questi, seppur allo stremo delle forze, prima di morire violenta la ragazza con fregola belluina; Yvonne fugge coraggiosamente dal carcere e un medico, Don Alfredo Carido, si prende cura di lei e del bambino che sta per avere. Ma il bambino che nasce dallo stupro non è normale, difatti è un licantropo, la cui vera natura verrà alla luce solo in età matura. La filosofia fisheriana indica nel mendicante ridotto a condizione animale il motivo scatenante della licantropia: il peccato carnale commesso dall’uomo contro la donna genera il male, un simbolismo tutto cristiano che conferisce alla pellicola una certa sua malinconia romantica. Quando il licantropro, Reed, alla fine muore, la sua dipartita viene enfatizzata dalle lagrime che scendono copiose dagli occhi del lupo. Il film inizia con un suono, tocchi di campane a nozze, e termina con altri tocchi di campana, questa volta, a morte. “An American Wolf in London” per la regia di John Landis, pellicola del 1981, è un raro caso dove è legittimo parlar di film culto: la licantropria è tradotta magistralmente da Landis in autentico horror; la trama è quella di due studenti americani, David e Jack, turisti in Inghilterra che si smarriscono nella brughiera in una notte di plenilunio... un lupo uscito dalla nebbia uccide Jack e ferisce David... il resto è facilmente immaginabile. Il film è innovativo soprattutto per gli effetti speciali: per la prima volta sullo schermo l’uomo si trasforma in licantropo, un film inimitabile che valse a Rick Baker l’oscar per il trucco. “Wolf”, pellicola americana del 1994 per la regia di Mike Nichols, vede tra i protagonisti un attore che non ha bisogno di tante presentazioni: Jack Nicholson. Nicholson è affiancato dalla bravissima Michelle Pfeiffer, e anche in questa film il trucco è affidato alle amorevoli cure di Rick Baker, mentre la colonna sonora è addirittura firmata da Ennio Morricone. La sceneggiatura di Jim Harrison ci mostra un lupo mannaro sceverato del suo lato buio: Nicholson, grandissimo attore, ha bisogno poco o nulla di effetti speciali, bastano, si fa per dire, le sue smorfie animalesche, i suoi cachinni, gli occhi stralunati (chi non ricorda lo sguardo teneramente animale nella superba interpretazione di Qualcuno volò sul nido del cuculo e quello folle in Shining?)... la figura di Nicholson è al centro di tutta la pellicola, è lui a dar corpo al lato animale dell’uomo.
Altro tema tipico dei film d'horror sono gli zombie: “I Walked with a Zombie” del 1943 per la regia di Jacques Tourneur è un buon film che venne sceneggiato da Ardel Wray e Curt Siodmak su soggetto tratto da un resoconto di Inez Wallace che qualcuno dice influenzato da “Jane Eyre” di Emile Bronte. La trama: sull’isola di St. Sebastian giunge Betsy, infermiera assunta per assistere Mrs. Jessica Holland afflitta da una progressiva forma di pazzia che l’ha portata alla quasi totale paralisi. Molti gli intrecci sentimentali, a dir poco svenevoli e che rendono la pellicola pesante e noiosa, intrecci che sono tenuti insieme da riti vùdu. Pur non essendo un capolavoro, questo film mette in nuce la dicotomia bene/male presente nella civiltà umana, anche quella più isolata: il male è una componente inestinguibile della natura umana. Il videoclip di Michael Jackson, “Thriller” è considerato a tutti gli effetti una pellicola horror: John Landis dirige il film nel 1983, costo 500mila dollari, trucco di Rick Baker (si veda Un lupo mannaro americano a Londra); il videoclip è un piccolo capolavoro ma la sceneggiatura è tiepida e se non fosse per gli effetti speciali, con tutta probabilità sarebbe passato inosservato.
Non vanno poi dimenticati film come “Night of the Living Dead” del 1968, “Dawn of the Dead” del 1979, “Day of the Dead” del 1985 tutti per la regia di George A. Romero, mentre “Night of the Living Dead” del 1990 per la regia di Tom Savini è il remake delle pellicole “Dawn of the Dead” e “Day of the Dad” di George A. Romero, che ha dato nuova vita al mito degli zombie, creando un vero e proprio ciclo cinematografico ad essi dedicato. Val la pena citare “The Return of the Living Dead” del 1985 per la regia di Dan O'Bannon, compagno di corso del più famoso John Carpenter: O'Bannon ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio “Dark Star” del 1974, e nel 1979 ha scritto la sceneggiatura di “Alien”. Il film non aggiunge niente di nuovo al mito popolare degli zombie già resi immortali da George A. Romero: punto di forza della pellicola è quello di metter a nudo una società malata dove le nuove etnie di giovani punk e rock sono (forse) l’incarnazione più spaventosa di un mondo senza ideali, e quasi vien da domandarsi chi è più morto, le nuove generazioni allo sbaraglio nelle metropoli o gli zombie?
Altro tema caro al cinema horror sono le case maledette, le chiese sconsacrate, le cittadine infestate da diavoli e fantasmi: è d’obbligo citare almeno “The Amityville Horror” del 1979, regia di Stuart Rosemberg, “Beetlejuice” del 1988, regia di Tim Burton, “Evil Dead” del 1983, regia di Sam Raimi, “The People Under the Stairs” del 1991, regia di Wes Craven, “La Chiesa” del 1989, regia di Dario Argento, il superbo “Mystery of the Wax Museum” del 1933, regia di Michael Curtis, “The Haunted Palace” del 1963, regia di Roger Corman, “The Curse of the Cat People” del 1944, regia di Robert Wise e lo splendido ed intramontabile “The Rocky Horror Picture Show” del 1975, regia di Jim Sharman con attori del calibro di Tim Curry, Barry Bostwick, Susan Sarandon, Rchard O'Brien.
Dozzinali i film dedicati ai pazzi assassini: il ciclo “Friday the 13th” inaugurato nel 1980 da Sean S. Cunningham ha tenuto vivo l’interesse degli spettatori per oltre 15 anni; l’ultimo lungometraggio dedicato a “Venerdì 13” porta il titolo “Jason Goes to Hell”, regia di Adam Marcus. Toni più onirici e lovecraftiani sono riscontrabili nel ciclo “Nightmare”: la prima pellicola, “A Nightmare on Elm Street” del 1984, per la regia di Wes Crafen, fu un capolavoro, peccato che il personaggio di Freddy Krueger compaia in ben sette film per il grande schermo, dieci anni con F.K.: c’è da domandarsi come il pubblico abbia resistito tanto a lungo davanti al personaggio di Freddy Krueger senza spaventarsi dalla noia... E non è ancora ben chiaro se Freddy Krueger tornerà sul grande schermo, ma è quasi sicuro che avrà ancora lunga vita in film da videocassetta; e non è da escludere che qualche regista alle prime armi ne rinfreschi il mito proponendo al pubblico altre pellicole di serie B, che ovviamente non potranno non attirare l’attenzione della “volontà popolare” sempre ben disposta a farsi torturare dalla banalità.
Parlando di cinema horror serio, impossibile non ricordare il capolavoro di Alfred Hitchcock, "Psycho" del 1960: Marion Crane, impiegata modello presso un ufficio di Phoenix, si lascia tentare da una considerevole somma di danaro che le viene data in consegna e che alla fine ruba. Durante la fuga fa una sosta presso il Bates Motel e viene accoltellata sotto la doccia. Il film è tratto dal grande romanzo di Robert Bloch, che si ispirò alle vicende del serial killer Ed Geint. La pellicola è un capolavoro, un classico intramontabile con attori di grandissima statura artistica: Anthony Perkins, Janet Leigh, Vera Miles e John Gavin. Altra pellicola capolavoro, anche se in questo caso forse è il caso di parlare di arte allo stato puro, è “Shining” del 1980, per la regia del geniale Stanley Kubrick, interpreti, Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers. Kubrick ha riletto in chiave cinematografica il romanzo di Stephen King: lo scrittore si è detto assai scontento di come Kubrick ha chiosato il suo scritto, ma guardando il film kubrickiano e leggendo il romanzo di Stephen King, risulta evidente come il film sia nettamente superiore al libro. E’ forse uno dei rari casi dove la pellicola è pura arte, mentre il romanzo, pur rimanendo un grande romanzo, non raggiunge la perfezione dimensionale/mentale/labirintica, caratteriale, psicologica ed onirica tracciata nelle immagini kubrickiane.
Nel 1973 William Friedkin con “The Exorcist” terrorizza il mondo intero: gli esorcismi diventano per la prima volta “materia” di disquisizione e nei bar e nei confessionali, la paura di essere indemoniati dilaga a macchia d’olio, tutti corrono in chiesa a farsi battezzare, tutti credono che il proprio vicino di casa sia indemoniato. Con “The Exorcist” il mondo dell’horror non è più lo stesso: la religione cristiana, il terrore del Demonio, diventano immaginario collettivo e il cristianesimo si trasforma da religione popolare in oggetto (soggetto) di indagine teo-psicologica borghese. L’ottima scelta del cast, Ellen Burstyn, Linda Blair, Max Von Sydow, ha contribuito non poco al successo del film che ha ottenuto l’Oscar per la sceneggiatura di William Peter Blatty. Nel 1977 esce “Exorcist II: The Heretic”, per la regia di John Boorman: è un film debole ma riesce comunque ad attirare l’attenzione del pubblico; nel 1990, P. W. Blatty firma la regia di “The Exorcist III”, un autentico flop commerciale che attira non poche critiche negative e da parte del pubblico e da parte della critica più raffinata. Altro grande capolavoro immortale è “Phantom of the Paradise” del 1974, regia di Brian De Palma, interpreti Paul Williams, William Finley, Jessica Harper, George Memmoli: le scenografie di Sissy Spacek sotto la supervisione del marito Jack Fisk, quale direttore artistico, aiutano il film non poco a decollare. La pellicola si aggiudica il “Gran Premio al festival del film di Fantascienza - Avoriaz 1975”. “Carrie” del 1976, la regia è sempre quella di Brian De Palma, è tratto dal primo vero romanzo di Stephen King, interpreti, Piper Laurie, Syssy Spacek (già addetta alla scenografia per Phantom of the Paradise) ed Amy Irving. Syssy Spacek per questo film insieme a Piper Laurie si aggiudicò una Nomination all’Oscar. E’ ancora la penna di Stephen King ad ispirare un altro capolavoro in pellicola: “The Dark Half” del 1993, regia di George A. Romero, con attori del calibro di Timothy Hutton, Amy Madigan, Michael Rooker, ricorda al mondo che l’uomo ha una doppia natura, quella del Dr. Jekyll e quella di Mr. Hyde. E la prima trasposizione “intelligente” sul grande schermo del celeberrimo romanzo di Robert Louis Stevenson risale al 1932, una produzione USA, regia di Rouben Mamoulian, interpreti indimenticabili come Fredrich March, Mirian Hopkins e Holmes Herbert; già nel 1920 John S. Robertson tentò di tradurre in linguaggio cinematografico le due facce del bene e del male ricorrendo ai personaggi di R. L. Stevenson, ma solo nel ‘32 Dr. Jekyll e Mr. Hyde diventano due icone del cinema horror; e nel 1996 Stephen Fears rilegge in chiave filosofica il dramma umano di Jekyll/Hyde con la pellicola “Mary Reilly”, un lavoro senza né lode né infamia. Ed infine, “IT”, l’orrore firmato Stephen King, romanzo che ha disegnato un mondo di paure che noi tutti conosciamo e non osiamo ammettere: sicuramente "IT" è il capolavoro del Re dell’Orrore, incentra infatti in “esso” tutte le paure moderne della nostra civiltà falsamente civile. Dal romanzo è stato anche tratto un film televisivo per la regia di Tommy Lee Wallace: la pellicola risale al 1990, un film debole e nell’interpretazione e nella sceneggiatura che non rendono affatto giustizia al lavoro di King.
La cinematografia horror è ricca, molto ricca: spesse volte le pellicole prodotte sono di poco o nullo valore, ma come si è avuto modo di vedere non mancano casi dove si può parlare tranquillamente di arte. E l’Arte con la A maiuscola, oggi che nessuno o pochi veramente la comprendono, fa veramente paura, sicuramente più di un film horror!
Non a Mia Immagine e Somiglianza
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sabato, dicembre 24, 2005

- Andy Warhol visto e rielaborato da G. Iannozzi -
Non a Mia
Immagine e Somiglianza
di Giuseppe Iannozzi
Non a Mia Immagine e Somiglianza
(riflessioni, pensieri)
E chi si lamenta? Io sto tanto bene, raffreddore a parte - e non è una battuta, ce l’ho sul serio il raffreddore. Ma a parte questo dettaglio, per il resto non ho dei seri motivi per cui lamentarmi. E poi, non vedo perché! Di cosa, se è lecito? Non sono mica il Miglioratore del Mondo, che, se solo lo volesse, potrebbe ai sempiterni mali - che fan strage nell’umanità - porre un rimedio divino, o anche solo uno vagamente politico! Essendo che non sono Miglioratore, non mi lamento affatto. Che poi chi non si lamenta è proprio colui che di più si lamenta usando toni ora alti ora nuovamente alti, quasi avesse la verità cucita sulla lingua, da dio in persona in carne e ossa! Che poi, se guardi bene, dal Genesi - che è tutto un gran casino, quasi a dimostrare che dio le idee ce l’aveva poco chiare sin dall’inizio - a oggi, cioè un quasi 2006, gli uomini hanno sempre fatto spettacolo di sé, prima indossando maschere adamatiche, poi pirandelliane; e una volta comprese (scoperte) quest’ultime, scollargliele dalla faccia è stato praticamente impossibile. E dire che non in pochi c’hanno provato: e son finiti male, chi in un lager, e chi in un gulag. Ma intanto il mondo è pieno ancor oggi di apocalittici ed integrati: e alla fine, guarda!, bisogna pur scegliere da che parte stare. E se stare con gli apocalittici significa esser designato per uno che si lamenta, allora prova un po’ a dirglielo a dio perché la terra che abitiamo l’ha fatta tanto triste e così tanto ricca di contraddizioni intestine. Ma proprio intestine: il minimo che rischi è una peritonite o una gastrite nervosa a voler tentare con un tuo simile un dialogo che vada oltre la clava e la lapidazione in pubblica piazza. C’è davvero di che esser perennemente incazzati: già. Oppure cercare di fare come quelle marionette che mostrano cachinni faustiani al Filosofo, e che hanno trovato un loro Teatro in una dimensione rushdiana. E però, a niente vale tutto questo ricco favellare: si dirà che mendico un lamento o una carezza, quando è invece vero che soltanto me ne impipo, che sol mi prendo il disturbo di levarmi il fumo dagli occhi, e dalla bocca pure, perché l’immagine che prediligo è una e una sola, impossibile... quella che mi restituisce al sogno e al suo impalpabile realismo. Così mi levo il cappello, allargo fra i denti un “Buonasera, Signora!”, poi mi guardo d’attorno, sbruffo un poco appena, quasi avessi preso un colpo di tosse non mio, e mi butto nella mischia degli invitati, cercando fra gli sguardi e le epe gonfie quel dio vile che va sotto il nome di Ventriloquo.
BUONE FESTE, MA NON IN GINOCCHIO
(riflessioni, pensieri)
Dico una banalità, lo so: ma oggi come ieri, la Chiesa detta Legge, agli uomini, al Governo. E la Chiesa non sta forse emanando dei veri e propri “dettami razziali”? Che temo presto il Governo trasformerà in vere e proprie leggi. Esser gay sarà dunque un reato, punibile con il confino, con i lager?
Sin tanto che l’uomo crederà nella Chiesa, sin tanto che crederà che dio abbia dei ministri in carne e ossa sulla terra - che lui, dio avrebbe creato -, l’uomo non sarà mai libero, non sarà mai libero dall'uomo suo fratello che lo riduce in catene, che lo porta derelitto alla società.
La disoccupazione e il precariato sono purtroppo, a mio avviso, il primo indizio d’un’Italia sotto la Chiesa, il cui volto sta assumendo sempre più i contorni di un ritorno di fascismo ben più feroce e subdolo di quello che già ci mise (e ci vide) con le schiene rotte in ginocchio...
Mi scapperebbe una bestemmia... Il problema è la Chiesa, la Chiesa come istituzione: non il Cristianesimo, quello dei Vangeli, quello che predicava Gesù Cristo, un uomo, un filosofo poi finito a trentatrè anni in Croce per le sue idee.
E’ la Chiesa che ha sconvolto tutti gli insegnamenti di quello che non fu altri che un uomo, di nome Gesù.
La Sinistra dov’è? Non lo so dov’è la Sinistra: non la vedo più, da parecchio tempo. Vedo una Sinistra che litiga con la Destra, ma che poi finisce sempre con l’appoggiare le idee della Destra. La Sinistra italiana, di fatto, non esiste. Il lavoratore è un ingranaggio del precariato: assunto per una o due settimane, e solo se c’ha la faccia bella, e solo se va a letto col datore di lavoro. E poi continui ripetuti razzismi su quanti in cerca d’un impiego, fosse anche solo occasionale, per pochi giorni, giusto per avere quattro euri in tasca e poter così mangiare almeno un pasto caldo.
Io mi chiedo, la Sinistra - che non c’è - non li vede proprio i tanti abominevoli soprusi? non li vede? E dio - questo dio inventato dagli uomini - che sta facendo? un’eterna pennichella?
[…] parlo di un ritorno di fascismo: l’uomo (si intenda l’umanità) costretto a sottostare all’uomo, non è più tale, perché offeso umiliato abusato usato. Perché la sua dignità stralciata buttata cancellata, e ridotta a un niente - “a un buco da riempire”, per dirla in maniera più cruda.
SORRISO DI MATTINO
a Dilhani,
perché mai smetta
il suo dolce sorriso
Mattiniero vengo
con gli occhi di brina
e il cuore di fuoco
Col tiepido sole in faccia
prendo un timido sorriso
dalla vecchiaia materna
e uno dal bastone paterno
E mi dico che dio è dio
minuscolo
Ma grandi sono gli amici
che corrono incontro al mio,
incontro al mio primo sorriso
UN BACIO
Un bacio
è il più regale regalo
in questo Natale
che vien dal gelo
E la tua bella bocca rossa
di tenerezza e di oriente
tutto il fascino
che ricopre il casino
delle mie inventate solitudini
SCANNOZZI
(o scagnozzi)
No e poi no, la testa a posto
non ce la metto, non ce la metto
non ce la metto, non ce la metto
No, non la smetto la testa
per prendermi un buco di cesso
- per della porcellana grommosa
Piuttosto la nascondo
sotto il letto la testa;
e mi sparo una pernacchia
e mi dico giovinetto
a quella grassa vecchia
che in giro va a tutti dicendo
che non ho più il tempo
per perder tempo!
Ma poi si sa, si sa
Piuttosto la nascondo
sotto il letto la testa;
e mi sparo una pernacchia
e mi dico giovinetto
a quella grassa vecchia
che in giro va a tutti dicendo
che non ho più il tempo
per perder tempo!
Ma poi si sa, si sa
che bisognerà operar parodia
anche su quest’anno
anche su quest’anno
che se ne va, che se ne va
con tutta la sua umidità
e le sue facili fragili verità,
come bandiere al vento
Però con l’Anno Nuovo:
ora non ce la faccio più,
e c’ho ancora da pulir la faccia
e lo spreco e lo sbrego
Però con l’Anno Nuovo:
ora non ce la faccio più,
e c’ho ancora da pulir la faccia
e lo spreco e lo sbrego
E pure quello specchio di croste
che mi racconta le rughe
della vita mia - di quest’inganno
che è finalmente tutto mio
Bella come una lettera d’amore
che spezza il cuore in lacrime
questa vita mia tra scagnozzi
e anime saccenti, di sé dipendenti!
DIO DOLENTE
Tutti questi giorni
Tutti questi amici
E qui tutti riuniti,
in un calendario
da buttar presto via
nel niente
che da sempre
rincorre altro niente
Giusto un ottimismo
pensato da un pazzo,
da quel dio dolente
che l’uomo ha inventato
a sua immagine e somiglianza
Perché sia il domani
migliore d’un cazzo!
BIGLIETTINO D’AUGURI
a Chela,
che sceglierà la sua strada
e sarà quella giusta
Splendide Feste, di Pace per Te,
per Tutti quegli amori
cui vuoi bene veramente.
Che la felicità possa dominare
come passione precipua su ogni paura,
perché questa s’annulli per sempre,
e ti lasci libera sempre
di guardare al mondo con rinnovata









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