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Pierre Boulle, Il pianeta delle scimmie
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martedì, gennaio 31, 2006

Il Pianeta delle Scimmie
PIERRE BOULLE
di Giuseppe Iannozzi
“La planète des singes” di Pierre Boulle è un classico della fantascienza uscito nel lontano 1963; nel 1967 il primo adattamento cinematografico viene approntato da Franklin J. Schaffer, adattamento che non mancò di interessare gli amanti della science fiction nonché il grande pubblico in generale. Quando uscì il romanzo di Boulle nel ‘63, la critica ne parlò subito bene definendolo un libro dai toni ironici squisitamente swiftiani. Per chi non conoscesse ancora Pierre Boulle basti ricordare al lettore che nel 1962 pubblicò un’altra grande opera, ovvero “Il ponte sul fiume Kwai”: sia il libro sia l’adattamento cinematografico di questo lavoro di Boulle si possono oggi considerare autentiche pietre miliari e della cinematografia impegnata e della letteratura.
Pierre Boulle, nato nel 1912 e morto nel 1994, ha trascorso gran parte della sua vita in Malesia dove è stato a stretto contatto con la natura del luogo nonché con le tematiche sociali ad essa legate; la Malesia ha lasciato maturare nella coscienza di Boulle un’innegabile attrazione nei confronti della natura animale ed umana, ed, ovviamente, non ha potuto sottrarsi al compito di analizzare il comportamento umano così come quello animale per arrivare alla conclusione che, spesse volte, l’essere umano dotato di raziocinio finisce con l’assumere atteggiamenti, positure e paure belluine. Insomma, la Malesia è stata per Boulle una grande fonte d’ispirazione per la sua immaginazione;
“…Da quel giorno, grazie a Zira, la mia conoscenza del mondo e del linguaggio scimmiesco fecero rapidi progressi. Essa faceva in modo di vedermi da sola ogni giorno, con la scusa di test particolari, e incominciò a educarmi, insegnandomi la sua lingua e imparando allo stesso tempo la mia, con una rapidità stupefacente.” Impossibile non notare come questa situazione sia tanto simile a quella descritta da D. De Foe in “The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe, of York, Mariner, Written by Himself”: Robinson Crusoe impara a comunicare con Venerdì e quest’ultimo apprende il linguaggio da Robinson, l’uomo inglese.
Nel 1941, L. Sprague De Camp e P. Shuyler Miller nel romanzo “Genus Homo” (trad. italiana Gorilla Sapiens) immaginarono un gas capace di rallentare il metabolismo e quindi permettere ad un gruppo eterogeneo di uomini di riuscire a dormire per circa un milione di anni; al loro risveglio scoprono che gli animali sono in grado di parlare e le scimmie sono diventate la nuova razza predominante sulla Terra. Gli uomini, ovviamente, non possono non rimanere sconcertati da quanto vedono: il futuro non gli piace nulla affatto, e d’altronde come dargli torto! Le scimmie vedono negli uomini un raro esempio zoologico da studiare; tuttavia, trattandosi di primati dotati di scientifico raziocinio, almeno una parte di essi si adopera affinché gli uomini non vengano sottomessi da quelle scimmie che invece li vorrebbero sottomettere, ingabbiare, studiare come animali. In “Genus Homo” alla fine, gli uomini, grazie all’aiuto di alcune scimmie socialmente più evolute rispetto ai loro simili, riescono a riprendere il possesso della situazione: il genere umano è salvo. Boulle, forse, partendo da questa idea nel ’63 diede alle stampe il suo scritto “Il pianeta delle scimmie”, romanzo fortemente ironico quanto satirico dove la scienza è quasi derisa così come le teorie darwiniane circa l’origine della specie umana: “…avevo seguito l’alternarsi dei lineamenti del suo ceffo non appena era stato messo all’erta dal rumore, e vi avevo notato diverse sfumature sorprendenti: anzitutto la crudeltà del cacciatore che apposta la preda e il piacere febbrile che questo esercizio gli procura; ma specialmente il carattere umano della sua espressione. Era questo il motivo principale del mio stupore: nella pupilla di quell’animale brillava la scintilla spirituale che invano avevo cercato negli uomini di Soror… Una rabbia folle mi prese quando mi sentii prigioniero… una rabbia più forte del terrore e chi mi rendeva incapace di ogni riflessione. Feci esattamente il contrario di ciò che la ragione mi consigliava; mi dibattei disordinatamente, e così non ottenni altro risultato che di aggrovigliarmi maggiormente le maglie intorno al corpo.” Come si può facilmente notare Pierre Boulle si fa beffe del raziocinio umano riconducendo l’uomo ad una dimensione animale dove la logica viene sostituita dal terrore, quello specificatamente animale. Boulle, con sottile ironia, con raffinata classe crousoiana, descrive gli uomini vittime dei loro propri istinti più bassi, quelli animali, istinti che non riescono a soffocare quando il pericolo minaccia la loro esistenza, quindi loro stessi intesi come specie predominante. Boulle ha trasmesso ne “Il pianeta delle scimmie” una chiara quanto netta matrice avventurosa crusoiana ma anche tutta l’ironia swiftiana: “Anzitutto voglio rivelarvi questa stupefacente verità: io sono un essere pensante, non solo dietro questo corpo umano abita… quale paradosso! un’anima, ma io provengo pure da un lontano pianeta, la Terra; quella Terra dove, per un capriccio ancora inspiegabile della natura, sono gli uomini a possedere la sapienza e la ragione […] Allora m’ingegnai a dare molteplici esempi delle nostre più belle realizzazioni… Giunsi quindi al racconto delle mie avventure. Spiegai come fossi arrivato fino al sistema di Bételgeuse e sul pianeta Soror, come fossi stato catturato, chiuso in gabbia, come mi fossi sforzato di entrare in contatto con Zaius ma, senz’altro per mancanza d’ingegnosità da parte mia, come tutti i miei sforzi fossero stati vani… Ammirevole scimmia! Grazie a lei ho potuto vedere Nova abbastanza spesso in questo periodo, all’insaputa delle autorità. Ho passato delle ore a spiare la fiamma intermittente del suo sguardo, mentre le settimane passavano nell’impaziente attesa del lieto evento.” Geniale Pierre Boulle che, senza scadere nella volgarità, ci descrive l’uomo, l’essere umano, con tutte le sue pecche. E le scimmie, le scimmie non sono forse umane, forse più umane del figlio di Adamo (?)…: “Queste scimmie, tutte queste scimmie… da qualche tempo si moltiplicano incessantemente, mentre la loro specie pareva dovesse spegnersi in una certa epoca. Se ciò continua, esse diventeranno così numerose che noi… Ma non basta. Esse si fanno arroganti. Sostengono il nostro sguardo. La colpa è nostra, che le abbiamo addomesticate e che abbiamo concesso una certa libertà a quelle di cui ci serviamo come personale di servizio; queste sono le più insolenti…”
Non leggere “Il pianeta delle scimmie” di Pierre Boulle, oggi, è un vero crimine contro la cultura: Boulle non ha scritto una semplice storia di fantascienza, ha fatto poesia sulla scienza e sulla filosofia umana, e il risultato è a dir poco sorprendente. Per chi ha amato la versione cinematografica de “Il Pianeta delle Scimmie” di Franklin Shaffner, leggere la storia originale sarà un po’ come scoprire un nuovo “pianeta”, difatti la seppur superba interpretazione filmica di Shaffer è assai diversa dalla storia originale di Pierre Boulle. E’ un romanzo da leggere tutto d’un fiato: Boulle scrive con precisione adamantina, affronta grandi temi scientifici, filosofici, antropologici con sapiente spirito artistico, e alla fine, il lettore non può non riconoscere che da Pierre Boulle ha imparato a ragionare con la propria testa, secondo natura.
Pierre Boulle – Il pianeta delle scimmie - Traduzione di Luciano Tibiletti - Collana Oscar varia –Mondadori - Pagine 196 - € 6,71
sulla Letteratura e anche su Piperno - Post-It
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lunedì, gennaio 30, 2006

POST-IT
su Tutto e Niente
ovvero, sulla Letteratura e anche su Piperno
di Giuseppe Iannozzi
[ Questi sono semplicemente degli appunti, niente di più.
Sono apparsi, tra i commenti, in ordine sparso, su Vibrisse bollettino a cura di Giulio Mozzi. g.i. ]
Premessa: “Va’ dove ti porta il cuore” e “Con le peggiori intenzioni”, due romanzetti per farsi venire l’appendice e l’appendicite. Con conati d’appendicismo ferale. Romanzetti per le masse ignoranti che amano lo zapping fra “Stranamore” e “Sex and the City”. Che altro dire? Nient’altro.
1. Questo è un appuntino di valore, non un giudizio di valore sui libri. Meglio far chiarezza. E’ dunque una sorta di post-it, per ricordare, per ricordarci (forse) che si tratta di due librettini. Ma è appunto un post-it, un appuntino, e null’altro. Quindi il valore che è, è quello lì, di un appunto. Così, su questo punto direi che chiarezza è stata fatta.
La massa, difficile da definire: direi che il dizionario “De Mauro” risolve e dice meglio di quanto potrei dire io. Mi permetto dunque di riportare qui la definizione di massa: “raggruppamento sociale connotato da affinità di carattere psicologico, etico e culturale, da comunanza di collocazione economica e politica, da identità di comportamento sociale, che coincide con la maggioranza della popolazione e si trova per lo più in posizione passiva e dipendente rispetto alle istituzioni economiche, politiche e culturali che gestiscono l’effettivo potere di un paese”. Ignoranti, perché la massa si trova in una condizione passiva, non per sua volontà, ma comunque una condizione passiva promossa e propagandata attraverso i mass-media anche, i quali reiterano la solita pubblicità sociale culturale politica. E le masse dunque ignorano tutto quello che è al di là dell’immagine pubblicitaria che viene loro proposta.
A dirla tutta, mai come oggi viviamo dentro a una condizione pienamente orwelliana, sì, alla 1984 – o alla Matrix. Ovviamente mi si dirà che sono esagerato, pessimista, ecc. ecc. Vabbe’.
Veniamo all’insulto che insulto non è: adesso c’è un po’ troppo il vizio che se uno apre il becco - cioè intendo il mio, di becco -, se dice un “ma”, subito ci s’inalbera che si è offeso Tizio Caio, e pure Sempronio che era al bar a farsi una birra alla spina e a fumarsi una sigaretta, tranquillamente, discutendo con un certo suo amico, Giuda. Insomma, quale insulto: dire che due libri non mi sono piaciuti è un insulto? E su che basi? Perché ho detto di due romanzetti che non mi son piaciuti con un nonsense? Per favore! Mi par ridicolo dire che ho portato insulto agli autori così pure ai loro lavori con un nonsense all’interno di quello che voleva essere solo un post-it, un appuntino “ino-ino”. E metto bene in evidenza l’innocuo “ino-ino”, onde evitar che si travisino le mie parole. O che vadano soggette, loro malgrado, a cattiva interpretazione.
2. Mi sembra, è questo è un altro appuntino (sì, l’“ino” ancora bene in evidenza) che indagare il motivo per cui certi libri riscuotano successo commerciale non sia un delitto. Difatti non ho affatto detto di non fare questa indagine, se qualcuno vuole provarcisi: piena libertà di agire in tal senso. E’ anche questo un appuntino (sì, sempre l’”ino” in evidenza): penso che “Va’ dove ti porta il cuore” ha avuto successo perché uscito in un momento sociale-politico in cui c’era bisogno di buonismo, di spiritualità, per una società avviata al più triste materialismo; “Con le peggiori intenzioni” è uscito susseguentemente andando incontro alla necessità delle masse di dir di sì al materialismo, giacché non si è riusciti a contrastarlo, si è (forse) pensato bene di allearsi e lasciarsi ingurgitare dai meccanismi orwelliani - o à la Matrix. Vorrei ricordare, per l’ennesima volta, che questi sono solo “appuntini”.
Per questi motivi spiegati in maniera superficiale, i due libri hanno incontrato il favore del pubblico e quindi anche quello commerciale.
3. Aggiungo: “Il nome della Rosa”, in maniera intelligente Letteraria intellettuale e commerciale anche, riesce a tener in sé “tutti quegli elementi” che sono in Piperno e la Tamaro. Umberto Eco, con un solo libro, ha dato ai lettori: filosofia, una storia avvincente (thriller), un quadro storico, un giallo, un po’ di sesso, un mistero... ecc. ecc. Ci vorrebbe un saggio per dire tutto, questo è solo un altro “appuntino”. Ma Umberto Eco è uno dei pochissimi che sono riusciti in un’impresa così vasta, impossibile: insomma, ci vuole del genio per riuscire a scrivere un romanzo come “Il nome della rosa”, non basta la cultura, non basta saper scrivere, non basta avere idee. E non mi chiedete che cosa sia, che cosa è il genio. Perché penso che il genio sia una qualità innata, quindi non spiegabile con termini razionali.
4. Mai ho negato il diritto e la libertà di *conoscere* i motivi per cui alcuni libri vanno incontro a un grande successo. Io, in tal senso, non ho proprio detto niente di niente. Ho solo messo un appuntino, così. Però a questo punto bisognerebbe, e lo dico veramente seriamente, cercare di *capire* i motivi per cui programmi come “Stranamore”, “Amici”, “Sex and the City”, “Desperate housewives”... ecc. ecc. hanno così tanto successo, molto di più di un qualsiasi libro di grande successo.
5.“Due romanzetti per farsi venire l’appendice e l’appendicite. Con conati d’appendicismo ferale”, l’ho spiegato, un nonsense. Un gioco di parole, senza senso. Vi pare un insulto un nonsense? A me no.
“Che altro dire? Nient’altro”: dov’è l’invito a non dialogare? dove? Se ci fate su l’analisi logica e grammaticale, dove lo trovate l’invito? Ma quale invito?
Con molta fantasia, moltissima fantasia, al massimo, ci potreste leggere un “null'altro” al posto di “nient'altro”. Ma ce ne vuole di fantasia per riuscire a conseguire un simile risultato. E chi sono mai? Il Giosuè di “Ed egli maledisse lo scandalo” (famoso romanzo di Mack Reynolds, tit. orig. “Of Godlike Power, 1965)? Qui si entra in un campo che a me è alieno, quello della fantacritica, o della fantainterpretazione.
6. “Va’ dove ti porta il cuore”: a me pare il più cattolico dei libri, con tutto il buonismo “di falso conio” che dentro c’è. Ecco, qui avrei dovuto specificare meglio: “buonismo di falso conio”.
7. D’Annunzio, Svevo, Gadda, Fenoglio erano scrittori che reinventavano la lingua mettendo sulla pagina contenuti. Oggi perlopiù si reinventa niente, e i contenuti sono optional: come nelle soap-opera povere di mezzi non perché si ricerca povertà di mezzi, bensì perché non ci sono proprio a disposizione né per il plot né per la scenografia.
Sono da mettersi, a mio avviso, Ammaniti e De Carlo su due piani diversi: meglio assai il primo, perché scrittore, De Carlo non ha lingua, è telegrafico, anche dopo 300 pagine è sempre telegrafico, con storie generazionali, di trentenni, di quarantenni. Leggere De Carlo è come aver a che fare con una soap-opera povera di mezzi. Piperno reinventa che cosa? sul piano stilistico e quello dei contenuti? A me sembra che non reinventi: forse proprio il fatto che “non reinventa niente” l’ha reso interessante alla critica e al pubblico.
8. Camilleri, escludendo la sua produzione maggiore che vede Montalbano protagonista, ha scritto anche delle cosette interessanti: lo si sopporta. Ma non è poi lui il problema, che se non altro scrive, anche con Moltabano, delle storie, dei gialli superiori alla media. Pur sempre di gialli però si tratta, dedicati alle masse.
Mellissa P. fenomeno commerciale, di moda. Passerà anche lei: anzi, la mia impressione è che stia già passando di moda. Ed era prevedibile.
Aldo Busi rimarrà: è già “rimasto”. E’ Letteratura tout court, il miglior scrittore italiano. E meriterebbe attenzione maggiore e qui da noi e all’estero. Ma per scrivere come Aldo Busi occorre aver un istinto geniale, ecco perché di Aldo Busi ce n’è uno solo in Italia. E noi tutti dovremmo sentirci onorati d’avere uno scrittore che è un “vero”.
Clive Barker è invece il lato meno scontato del più famoso Stephen King: ma Barker fa paura come i Pokemon stanno alla Letteratura. In breve: né Barker né King sono niente di più di scrittori con buone vendite. Per King si può forse dire che ha dato corpo a dei buoni romanzi, che rimarranno: è un po’ il fratellino minore (e povero, di mezzi fantastici) di E.A. Poe e H.P. Lovecraft. Che per King così come per Barker sono inarrivabili.
Salman Rushdie, Fury
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domenica, gennaio 29, 2006
Salman Rushdie
di Giuseppe Iannozzi
Salman Rushdie è nato a Bombay nel 1947 e si è trasferito a Londra quando aveva appena quattordici anni. Per anni, dopo la pubblicazione de I versi satanici, opera mirabile di fantasia, filosofia e religione, l’autore è stato un “fuggitivo” nel vero senso della parola; e se oggi ha ancora la testa attaccata al corpo, può ben dirsi fortunato perché in suo favore si sono mobilitati alcuni fra i più eminenti intellettuali. Per la cronaca, Bono Vox, si è adoperato non poco per aiutare Rushdie; il testo della bellissima canzone, The ground beneath her feet, contenuta nella colonna sonora del film The Million Dollar Hotel di Wim Wenders, è stata scritta da Salman Rushdie: un regalo d’amicizia al leader degli U2?
Salman Rushdie, autore di grandissimi romanzi ricchi di fantasia e genuina spregiudicatezza investigativa intorno al panorama uomo, è forse il più grande scrittore contemporaneo vivente, un moderno Shakespeare che ha regalato alla nostra cultura romanzi importanti come I figli della mezzanotte, La vergogna, I versi satanici, Harun e il mar delle storie, L’ultimo sospiro del Moro, Est Ovest, La terra sotto i suoi piedi, Il sorriso del giaguaro, Patrie immaginarie, Grimus, ecc.
L’ultima fatica di Salman Rushdie è Furia (Fury): gli déi fanno impazzire chi vogliono distruggere, le Furie aleggiavano sopra Malik Solanka, sopra New York e l’America, lanciando i loro ululati. Nelle strade sottostanti il traffico risponde con un rabbioso urlo di assenso: “La vita è furia, aveva pensato. La furia - sessuale, edipica, politica, magica, brutale - ci porta alle più nobili altezze e ci spinge alle più ignobili bassezze. Dalla furia nasce la creazione, l’ispirazione, l’originalità, la passione, ma anche la violenza, il dolore, la semplice e intrepida distruzione, il dare e ricevere colpi dai quali non ci riprendiamo più. Questo è ciò che siamo, ciò che cerchiamo di dissimulare attraverso la civiltà: la terrificante belva umana che abbiamo dentro, l’esaltato, trascendente, autodistruttivo signore del creato.”
Malik Solanka, il protagonista cinquantenne ex professore di filosofia, vive a Manhattan, dopo aver abbandonato la moglie e il figlio a Londra. E’ un uomo ricco, grazie all’enorme successo commerciale di una bambola da lui creata, la bambola Little Brain che per anni è stata al centro di una popolare trasmissione TV in cui dialogava con grandi figure e pensatori del passato. Little Brain, per molto tempo, si è quasi sostituita a Solanka: la bambola è diventata il vero cervello di Solanka, una bambola capace di pensare la “filosofia”! Solanka, alla fine, non ha potuto più sopportare una situazione tanto assurda. Ad un certo punto si è reso conto che la vita gli doveva qualcosa, un qualcosa non quantificabile. Così Malik Solanka, storico delle idee in pensione, irascibile fabbricante di bambole, un giorno cambia radicalmente vita e mondo (!): decide di abbandonare la famiglia senza una parola di spiegazione e fugge a New York. Malik Solanka sente una furia agitarsi dentro di sé e teme di diventare un pericolo per quelli che ama, o che almeno crede di amare sinceramente; sbarca quindi a Manhattan nel momento in cui l’America è al vertice della sua ricchezza e del suo potere, nell’ora più alta della sua ibrida, onnivora potenza, con il solo intento di annullarsi, “Mangiami, America, e donami la pace”. Ma l’intorno che lo circonda par quasi che divori il povero storico delle idee: i tassisti sputano invettive a ogni semaforo, un serial killer uccide le donne con un pezzo di cemento, battibecchi e litigi, meschinità e risentimenti percorrono la metropoli da un capo all’altro. Solanka cede e i suoi sentimenti, le sue emozioni, i suoi desideri diventano travolgenti, sfrenati, folli: nel suo destino c’è una giovane donna con un berretto da baseball, una strana attivista di nome Mila Milo, una idealista, forse l’ultima, che vuole salvare l’umanità. Poi un’altra donna, la bellissima Venere bruna, Neela: Solanka proprio di questa Venere s’innamora, e lei gli fa conoscere un’altra furia, lontano, in un diverso angolo del mondo. Ma la vita di Solanka si complica ulteriormente: Jack, ex corrispondente di guerra, che si nutre del mito di Hemingway, non gli dà requie, e per giunta un serial killer ha iniziato a uccidere giovani donne. La vita di Solanka non è più la sua vita: non gli appartiene più, in nessun senso. La vita di questo professore non è, è addirittura peggiore di quella che Little Brain aveva assorbito nel suo corpo-cervello di bambola.
“I giornali del mattino erano pieni di articoli sul genoma umano. Lo definivano la migliore, fino a quel momento, dello ‘splendido libro della vita’, un’espressione variamente usata per descrivere la Bibbia e il Romanzo; anche se questo nuovo splendore non era affatto un libro, ma un personaggio elettronico affisso a Internet, un codice scritto con quattro aminoacidi, e il professor Solanka non si intendeva di codici, non era mai riuscito a imparare neanche il più elementare latinorum, e meno ancora le segnalazioni con le bandierine o il Morse ormai defunto, a parte ciò che sapevano tutti.” Da questo breve brano, si comprende perfettamente che Rushdie-Solanka rifiuta l’uomo come mero oggetto.
Rushdie ci dice che l’uomo è vittima delle furie che si agitano nell’anima, e ancora ci dice che l’anima è costretta a seguire la loro volontà (o quella degli déi, se si preferisce) per tentare di scoprire l’identità che appartiene all’uomo. I personaggi di Rushdie si interrogano come Amleto. Non credo sia un errore definire Salman Rushdie uno Shakespeare moderno.
La fantasia di Salman Rushdie è arte e virtuosismo allo stesso tempo, fantasia e dissacrazione dei common places: essere o non essere? I personaggi di S. Rushdie non possono fare a meno di essere amletici nelle loro scelte, nei loro comportamenti, e il mondo che gli ruota attorno è amletico pure esso.
Furia è un capolavoro, forse il più bel romanzo scritto da Salman Rushdie. Mirabilmente tradotto da Vincenzo Mantovani, è una lettura che non mancherà di entusiasmare per la fortunata ricchezza fantastica commista a temi brucianti e attuali. Furia disegna la lotta per la sopravvivenza in un mondo scevro di valori, ma anche l’uomo inteso come oggetto da una società solo virtualmente civile, la religione che diventa filosofia e viceversa e poi si fa passare per necessaria politica, la ricerca di una identità reale in un mondo di simulacri (bambole). Le furie agitano l’animo umano e tutti ne sono vittime (in)consapevoli. E’ troppo poco? Sì, è troppo poco, perché Salman Rushdie affronta molti altri temi scottanti con ironia e tragicità amletica. Sono tutti in Furia, e bisogna solo aver il coraggio di scoprirli.
Disponibilità:
Salman Rushdie – Fury – Traduzione di Vincenzo Mantovani – 344 pp. – Mondadori - Collana Sis – 17 Euro
Salman Rushdie – Fury – Traduzione di Vincenzo Mantovani – 342 pp. – Mondadori - Collana Oscar Mondadori – 7.80 Euro
Rose di Fuoco
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venerdì, gennaio 27, 2006
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Rose di Fuoco
di Giuseppe Iannozzi
† CENERE D’UOMO
per non dimenticare
la Shoah
Le vedi le mie rose!
Sì, sì che le vedi
Sì, sì che le vedi
Prendono fuoco
Sono lacrime dall’inferno
che non si asciugheranno mai
Che non ti perdoneranno mai
Le mie rose vedono cogl’occhi tuoi
Sanno tutto quello che c’è da sapere
Domani mi porteranno lontano
lontano a fare da concime alla terra
Ma prima mi taglieranno i capelli,
mi faranno dimenticare
d’esser stato un uomo
Sarò un numero fra i numeri,
una croce gialla in una doccia di gas
Sarò un corpo in mezzo ad altri uguali,
ridotto a meno d’un’esistenza annullata
nel sonno dilaniata torturata mortificata
Sarò in una gabbia di treno
a pensare al tempo perduto
e a quel poco che ho davanti
e che non passa mai avanti a me
per dimenticarmi, per salvarmi
Le vedi le mie rose!
Sono sbocciate tutte
sotto i raggi del primo sole
Sono lacrime
che piangono il Paradiso
Che non si spegneranno mai
perché l’inferno peggiore resiste
laggiù, dove le torri di fumo
spargono nell’aere cenere d’uomo
† EBREO
per non dimenticare
la Shoah
Perché ami proprio me?
Son tutti pronti
ad uccidermi
nel loro letto con una croce,
un bacio di giuda
e una buona dose di gas letale
E tu invece mi ami,
tu ami proprio me
come se fossi il Cristo risorto
Ma io sono solo una gamba storta
e un paio di occhiali rotti,
un naso aquilino, un ebreo
Ma tu ami me,
e allunghi le tue gambe
per farmi vedere com’è una donna
Così ti amerò per sempre
a dispetto di tutti gli attentati
terroristici alla vita,
sempre ricordando
quel che c’è stato fatto
† TUTTO QUELLO CHE C’E’
Ma se me lo chiedi così
proprio non posso far a meno
di venir qui da te
Se me lo piangi così l’amore
allora subito da te
a lasciar sul tuo guanciale
il mio cuore
E’ debole e tenero,
così ti prego d’averne cura,
di trattarlo con generosità
Baci s’illuminano dell’immenso
che c’è e di tutto quello
che non oso e non so immaginare
per te, per te che sei la più brillante
delle Stelle in cielo raccolte
E domattina quando gl’occhi
aprirai alla luce del mattino
mi troverai a te accanto
eterno ed immutato nell’anima
forse solo un po’ tanto avvizzito
nelle carni; ma son certo
che non me ne vorrai
e lo stesso mi amerai
come da promessa
† BACIAMI
ad Aga
Ho il naso congelato
e gli occhi di ghiaccio
Non so più
che fare, non so più amare
Sono congelato, freddo corpo
che sopporto, ma per quanto?
Sono un specchio di ghiaccio,
un frammento tagliente
come lama di rasoio
Ma fuori fiocca la neve
E se ne frega la neve
di quanto freddo
e di quanto amore perso
Ma ti amo, ti amo
anche se è così tagliente
da dire - da fartelo capire
fino in fondo
Riscaldami con un soffio
di alito
Ridammi alla vita
con un bacio romantico
che porti invidia
agli angeli beati
che da lassù congelano
i cuori del mondo
Baciami lungamente
fino a togliermi
il respiro
E pensami, pensami bello
anche se non è vero
† PORNO
ad Aga
Tu te sei matta
Altro che porno prono!
Tu te sei ‘na gatta
in calore
che mi fa sballare
la testa
E che mi fa allungare
la pannocchietta
Tu te sei matta
E io sono prono,
porno ai tuoi piedi
† TRA BACI
Tra baci soffocanti
malattia si divina
e si perde in te
come resistenza,
sola possibile vita
† ULTIMO BRINDISI
Ad un aperitivo
non posso rinunciare,
come alla vita
che dalle tue labbra
alle mie, deposte
sulla tua bianca pelle
più della neve
a imbiancare incanti
negl’occhi di noi
sognatori violenti
Scioglierò
calde lagrime
e un sorriso appena
quando capirò
che sei davanti a me
solo per lasciarmi
andar lontano, via
dal tuo sguardo
E sentirò in bocca
ancora il tuo sapore
che un tempo fu amore
freddo e caldo
uguale a quell’inferno
che dal cuore della terra
irrompe ai poli
Un aperitivo estremo,
l’ultimo incontro bevuto
nel cristallo lucente
che presto s’infrangerà
nel cuore acceso
d’un camino di solitudine
† QUEL NERO CHE SI FA ROSSO
Uno ti entra in casa, ti sevizia la moglie davanti agli occhi, ti spara in fronte a quelli che sono i tuoi figli, poi ti svaligia la cassaforte (pochi spicci in verità e tante cambiali da pagare), e in ultimo ti spara nei coglioni, ma ti lascia vivere per tua sfiga, non prima d’averti cavato gli occhi però. Ma tu non hai fatto niente, perché se avessi preso la tua Beretta, be’, poi t’avrebbero impiccato per il collo, o sbattuto dentro a una cella per il resto della vita.
† [SENZA TITOLO]
Wow! Adesso c’è di mezzo anche il prete in stile Melissa o melassa, in pratica martirizzato e santificato dentro alle pagine d’un memoriale (dannunziano) che - poco ma sicuro come Dio in cielo - diventerà un film di successo, con tanto tanto pubblico fedele alla legge del branco, cioè che uno stupro tira l’altro. Ma poi, basta un atto di pentimento, basta un libro che racconti tutto ma proprio tutto sul fattaccio e che sia un bestseller (con l’aiuto del buon Dio) -, e la beatificazione letteraria non mancherà di certo. E senza contare che tutto ciò sicuramente porterà tanti a farsi il segno della croce prima di stuprare anche solo una pecorella smarrita o una nera e da tutti rifiutata. In pratica, oggi se vuoi diventare Santo hai una sola via del Signore da seguire, che qualcuno con un po’ di malizia in corpo potrebbe dire infernale... quella del martire accertato perché prima stupratore in veste di prete tentato dal Diavolo. Oddio! E’ poi la stessa strada che indefessamente hanno seguito certi scrittori che non sanno nemmeno quale differenza fra congiuntivite congiuntivi e libertà con la condizionale (che alla prima occasione diventa latitanza e coda fra le gambe). Non c’è più religione. E però, ci sarà il memoriale, grazie all’ispirazione che il buon Dio ha gettato sul povero prete che già puzza di santità.
† G. LEOPARDI (R.I.P.)
ad Ava Adore
Se leggo Leopardi
mi prende presto l’angoscia
come in una giornata di sole,
sconsolata dentro a una tempesta
di lagrime, di sale sulle ferite aperte
Se l’avessi qui davanti
non esiterei un sol momento:
sì, gli sparerei in pieno volto
per far centro, un buco tondo
perfetto in fronte
Ed allora un po’ soddisfatto
me ne andrei bello bello
a costituirmi libero colpevole
con in faccia tutto il sole
dell’amore stuprato sciupato
sui fogli bianchi, pallidi
come cadaveri dissanguati
Quanta polvere lascerei
volar via, e quanta cenere!
Aprirei le mani e urlerei di gusto
Ti direi qualcosa di banale,
tipo “io t’amo veramente”
E tu mi schiaffeggeresti la faccia
con un risata piena di cattiveria
Se leggo Leopardi
mi vien la gobba,
m’assale quella triste voglia
di non muovere un solo dito
Mi prende il negro pensiero
che solo una corda al collo
cancellerebbe l’universo intero
† ETA’
Nostra età
quella che la terra
raccoglie in sé
Altra vita non c’è
Soltanto siamo
nell’Umano
per non essere
mai più,
per sempre
† BOLLE DI BLUES
a Cinzia
Amor mio,
smettila!
Parli troppo
e ti fai del male, sì
Sei una drogata,
di parole drogata persa
Di mille bolle blu
sei drogata
Del blues
che ogni parola
come accordi tentati
su corde di chitarra
Come colpo di bottiglia
dritto in testa,
e non saper come
né perché
Ma così è
il blues
che batte parole
uguali a te,
belle dure
taglienti
Fanno male
Son sale
sulla ferita,
proprio nel cuore
della pazzia mia
Amor mio,
smettila!
Non parlo più
E vedo sol più
mille
mille bolle blu
E sento sol più
mille
mille note di blues
Leonard Cohen, Il gioco preferito, Beautiful losers, Book of Longing
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giovedì, gennaio 26, 2006
“Give me a Leonard Cohen afterworld where I can sigh eternally”
Kurt Cobain
Leonard Cohen? Chi è, Leonard Cohen?
Me lo sono domandato spesse volte anche io, tanti tanti anni fa, quando l’ingenuità mi teneva al guinzaglio e poco o nulla conoscevo del mondo. Poi, la perdita dell’innocenza ha fatto il resto, e così ho incontrato Cohen che in molte notti solitarie mi ha tenuto compagnia con la sua poesia cantata, con la sua voce affilata come un rasoio, con la sua dolcezza melanconica che ha il sapore del blues e della passione. Non posso definire Cohen un personaggio solare, ma non posso neanche relegarlo nelle tenebre: ascoltare una canzone di questo poeta, significa sprofondare in una dimensione grigia, in una sorta di limbo, dove la realtà è la realtà ed impossibile è tentare di sfuggirle. Quando incontri Cohen sulla tua strada, comprendi che la vita è soprattutto amore, ma se si è disposti ad amare, allora si deve essere anche coscienti del fatto che, prima o poi, qualcuno soffrirà. E potresti essere tu.
Cohen è soprattutto un poeta a trecentosessanta gradi, per questo fa paura: ogni sua parola scava nell’animo dell’ascoltatore traducendolo nella tristezza esistenziale, un torrente in piena che invade il nostro “io” avvolgendolo con il sudario della passione. Con l’amore. Gli angeli, le suore di carità, i poveri, la religione, la vita, non sarebbero le stesse, se Cohen non le avesse inquinate con la prepotenza del suo “Io”, un “Io” che l’autore non ha mai negato, quando tutti sembravano essere disposti solo a negare se stessi. My favourite game, un romanzo generazionale che afferma l’Io dell’autore in ogni sua sfumatura, è uno di quei libri che entrano nel sangue e nell’anima rimangono per sempre, come una ferita inferta a un violino, come una rosa strappata dal vento che nonostante tutto sempre rossa rimane come il sangue e la passione. Se Jack Kerouac con “On The Road” ha entusiasmato la sua generazione e quelle che sono seguite, Leonard Cohen, con My favourite game, si è spinto oltre: ha parlato, ha lasciato che il suo “Io” straripasse perché diventasse l’identità dell’uomo con tutti i suoi pregi e difetti. Si è spesso detto che il più grande poeta-cantautore dei nostri tempi è Bob Dylan: forse è vero, forse è falso. Il fatto è che Cohen ha influenzato un poeta anarchico come Fabrizio De André, ha fatto di Nick Cave il Cave che conosciamo, ha ispirato Jeff Buckley (figlio del mitico Tim Buckley, entrambi deceduti in circostanze non troppo chiare), e poi - riuscireste a crederlo voi? – ha influenzato anche l’ultimo mito maledetto degli anni Novanta, Kurt Cobain.
Recentemente Fazi Editore ha proposto al pubblico italiano Il gioco preferito, il romanzo che ha fatto conoscere Cohen al mondo. Mancava sugli scaffali delle librerie da più di vent’anni: e ora Il gioco preferito è di nuovo in libreria e aspetta solo di esser letto dalle vecchie generazioni, ma anche e soprattutto dalle nuove, perché i vecchi, i più, si sono venduti al “sistema”, mentre i giovani, forse per loro, ancora c’è speranza. Occorre che si sveglino però dal torpore che li avvolge e che prendano coscienza di sé stessi: l’occasione gli viene offerta da Il gioco preferito, un romanzo che quando lo leggi ti cambia radicalmente in meglio. Prima di parlare più approfonditamente del libro, meglio è che racconti un po’ di Leonard Cohen, perché non sia per i giovani un fantasma di un tempo passato, ma sia reale, e non un nome, un semplice nome che poi si sa come va a finire con i nomi, si dimenticano.
Leonard Cohen è nato a Montreal nel 1934; il debutto come scrittore risale alla fine degli anni ’50 con alcune raccolte di poesie. Il gioco preferito, pubblicato in Canada nel 1963, subito diventa un caso letterario: ma prima che il romanzo venisse pubblicato, a Cohen fu rimproverato di parlare troppo di sé stesso, e per questo molti editori si rifiutarono di pubblicarlo. Fu per loro un atto di insensato snobismo, perché il romanzo divenne subito un cult book presso i giovani e la critica non poté fare a meno di prestare particolare attenzione al lavoro di Cohen. Nel 1967 Cohen esordisce come cantautore riscuotendo da subito un insospettato quanto incredibile successo in Canada, e anche tra quegli Americani che usavano ragionare con la loro propria testa, primo fra tutti Allen Ginsberg. “Per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore”, così definisce Leonard Cohen la sua poesia in musica, o canzone. Il poeta impegna tutto sé stesso nel cuore della passione e in quello della democrazia. Questa, in sintesi, la poetica e la filosofia di vita su cui Leonard Cohen ha costruito ogni emozione rubata a un mondo sempre più impegnato a distruggere la bellezza, l’amore, la democrazia.
Personaggi del rock maledetto del calibro di Nick Cave, Ian McCullock e Morrissey hanno sempre riconosciuto di essere stati fortemente influenzati dalle idee emozionali di questo inimitabile poeta-cantautore. “Di solito tendo alla tristezza. Per alcune canzoni ho impiegato diversi anni. Nessuna di essa è stata un parto facile, dopo tutto questo è il nostro lavoro. Tutto il resto va spesso in malora, in bancarotta totale, e così quel che rimane è il lavoro, ed è quello che faccio per tutto il tempo, lavorare, creare l’opus della mia vita. Il nostro lavoro è l'unico territorio che possiamo governare e rendere chiaro. Tutte le altre cose rimangono confuse e misteriose”, questa l’amarezza, la profondità di Cohen, che mai ha rinnegato e sempre l’ha gridata con la sua voce roca, sporca e calda come un rasoio.
Il debutto poetico dell’artista risale agli anni Cinquanta con la prima silloge, Let us compare mythologies a cui seguirono altri versi. Tuttavia, la poesia e la musica, Cohen già a vent’anni l’aveva profondamente avvicinate fondando la band country-western Buckskin Boys: “Ero pieno della frenesia di suonare e dimenarmi battendo i piedi, celebrando una sorta di vita emozionale insieme a tanti che la pensavano come me. Il country, allora, soddisfaceva queste esigenze”. In modo naturale, seguendo un percorso interiore, Leonard Cohen ha trovato un suo stile, iniziando così ad essere il cantore della malinconia con le canzoni “Suzanne”, “So long, Marianne”, “Chelsea Hotel #2” (dedicata alla grande Janis Joplin), “Suzanne” (cantata e adattata in italiano da Fabrizio De André), “Take this Longing”, “Tower of song”, “Take this waltz” (dedicata al grande poeta ucciso dai fascisti, Federico Garcia Lorca), e poi “First we take Manhattan”, “The Future”, “Democracy”, “Closing Time”, fino alle bellissime canzoni d’amore degli ultimi album. Molti i registi che hanno inserito nelle colonne sonore dei loro film la musica di Cohen: basti ricordare Robert Altman, Wim Wenders e Nanni Moretti che in Caro diario ha inserito “I’m your man”.
Cohen ha abitato per sette anni a Hydra, un’isola greca, dove ha scritto due grandi romanzi, dove l’affabulazione non è mai cerebrale, bensì profondamente umana: The favourite game, nel 1963, ritratto di un giovane ebreo di Montreal che nutre ambizioni artistiche, e Beautiful losers, nel 1966, dalle venature noir, opera quasi omerica e per certi versi criptica con accenti falsamente empi ma intrisi di una forte religiosità. Cohen ha sempre vissuto una vita contrassegnata da una costante irrequietezza: “Per scrivere libri hai bisogno di un posto dove stare. Quando uno scrittore lavora a un romanzo, tende a circondarsi di determinate cose. Ha bisogno di una donna. Ed è bello anche avere dei bambini fra i piedi, poiché cibo non manca. Siccome io queste cose le avevo già, ho deciso di diventare ‘songwriter’”.
Cohen non celebra solamente i travagliati amori di coppia, ma riflette anche sulle religioni, arrivando perfino a far parte di Scientology, prima di approdare finalmente al buddismo. Una volta Allen Ginsberg gli domandò come faceva a conciliare la religione giudaica con la dottrina Zen, e Leonard ribatté che “lo Zen è più una forma di meditazione atea che una religione deistica.” Dopo l’uscita dell’album “Various Position” del 1984, che è essenzialmente un approfondimento delle sue riflessioni religiose, dei quasi salmi nati da una dolorosa odissea spirituale, l’artista canadese attraversa un periodo contrassegnato da un personale dramma filosofico e religioso. Cohen decide di scomparire dalle scene, almeno per un po’. Vive da solo, lontano dal mondo, in un silenzio senza alterazioni. Dal suo volontario esilio filtrano pochissime notizie. L’uscita nel 2001 del nuovo album in studio “Ten new songs” è anticipato dall’album dal vivo, “Field Commander Cohen”, un lavoro che accoglie registrazioni risalenti al tour del 1979, classici di Cohen riarrangiati e che proiettano l’artista nel panorama poetico post-rock.
Nel 2001, Cohen rompe definitivamente l’esilio zen in cui si era rifugiato e pubblica “Ten new songs”, primo lavoro in studio dopo quasi dieci anni. Dal 1993 al 1999, Cohen ha vissuto in un monastero zen a Mount Baldy, 200 chilometri da Los Angeles. Da due anni è tornato nel suo appartamento da scapolo, un duplex che divide con la figlia. “Lo dice sempre anche Roshi, il mio maestro zen che ora ha 94 anni: il paradiso non è su questa terra - ha commentato ironicamente in un’intervista a "Musica"-. Ho cercato per anni di convertirlo al vino rosso, ma continua a preferire il sakè... Decisi di entrare nel monastero di Roshi perché cercavo delle risposte. E ci sono rimasto più di quanto pensassi perché il maestro era affidato alle mie cure e adorava le mie zuppe di pollo. Non cercavo una nuova religione né l’ebbrezza di una conversione. Sono nato ebreo e morirò ebreo, la religione di famiglia già soddisfa tutti i miei appetiti spirituali. Tornare a casa è stata una bella sensazione”. All’età di sessantasette anni, Leonard Cohen, con “Ten New Songs” cantato insieme a Sharon Robinson, dimostra d’essere ancora un grande poeta capace di emozionare, un uomo che ha ancora tanto da dire.
E’ per il suo settantesimo compleanno che Leonard Cohen fa uscire l’attesissimo nuovo disco, “Dear Heather”, che comprende dodici nuovi brani più una canzone dal vivo, “Tennesee Waltz” Il nuovo lavoro di Cohen vede anche la forte collaborazione di Sharon Robinson e Anjani Thomas, presenti nel disco e per i testi e nel cantato.
L’eccezionale lavoro di Wim Wenders, “Land of Plenty”, del 2004 – film di oggettiva visionarietà intorno all’11 settembre e alle Twin Towers - include nella colonna sonora due pezzi che sono poesia allo stato puro: “The Land of Plenty” e “The Letters”, la voce ovviamente è quella di Leonard Cohen e Sharon Robinson.
LEONARD COHEN SULLA POESIA
(da un’intervista rilasciata ad Arthur Kurzweil per The Jewish Book News Interview, in occasione dell’uscita del libro Stranger Music: Selected Poems and Songs)
”Nella sua forma più pura, la poesia è come il polline delle api. Ecco la mia idea della poesia. Il miele della poesia è dappertutto. E’ negli scritti del National Geographic, quando un concetto è assolutamente chiaro e bello; è nei film; è dappertutto, perché ciò che noi chiamiamo ‘poesia’ ha un significato davvero universale. Poesia è quando qualcosa suona in maniera particolare. Forse non sempre possiamo definirla poesia, ma quel che sperimentiamo in determinati momenti è poesia. E’ qualcosa che ha a che fare con la verità e il ritmo e la fede e la musica. Da ragazzino ero completamente affascinato da questa materia. Me ne innamorai nel momento stesso in cui ne feci la conoscenza. Quando m’imbattevo in qualcosa che era espressa in modo particolare, mi sentivo capace di abbracciare il cosmo intero. Non soltanto il mio cuore: ogni cuore ne veniva coinvolto, e la solitudine svaniva e mi sembrava di essere l’unica creatura triste nell’universo. E questo dolore era... giusto! Non solo era giusto, ma mi permetteva di raggiungere il sole e la luna. Più tardi mi dedicai alla musica pop perché capii che in quella sfera meglio avrei potuto manifestare tali sensazioni. Scrivere non mi bastava più: io la poesia volevo viverla.”
IL GIOCO PREFERITO DI LEONARD COHEN
«Un libro che si ama e commuove come la vecchia foto di una giovinezza che non vuol finire». (Mario Fortunato, «L'ESPRESSO»)
«Queste pagine trasudano di quell’imperialismo delle emozioni al quale Cohen, l’uomo dalle molte donne, si è sempre abbandonato nella sua vita». (Cristina Taglietti, «CORRIERE DELLA SERA»)
«Commovente e crudele, irritante ma magico per come arpeggia sul dolore, sull’amore e sul sesso... Il seducente libro di un poeta sul suo impossibile passaggio all’età adulta». (Irene Bignardi, «LA REPUBBLICA»)
«Non fermarsi: ecco la pulsione principale di una personalità irrequieta come Cohen... e non fermarsi è la nostra reazione mentre sfogliamo questo libro intriso del suo sguardo sul mondo». (Masolino D’Amico, «TUTTO LIBRI-LA STAMPA»)
Il gioco preferito fu pubblicato per la prima volta in Italia nel 1975 da Longanesi: è stato un romanzo rivoluzionario, che fece gridare allo scandalo, ma in realtà scandalo non c’era e non c’è mai stato, né ieri né oggi. Cohen, con Il gioco preferito, ha dato vita a una storia indimenticabile che per prepotenza stilistica, poetica e investigativa adolescenziale ha pari solo “Il giovane Holden”di Salinger. Romanzo d’esordio di uno dei più grandi artisti contemporanei, è considerato in assoluto tra i dieci migliori romanzi canadesi del ‘900; scritto qualche anno prima del debutto di Cohen come cantautore, Il gioco preferito è soprattutto un gioco autobiografico che racconta gli anni delle scoperte adolescenziali e della prima giovinezza di Lawrence Breavman, unico figlio di un’antica famiglia ebrea di Montreal. Lawrence è un ragazzo dotato di una immaginazione e una sensibilità fuori del comune, e la sua vita si compone di tanti episodi di cui non riesce ad avere chiaro il senso: la morte del padre; l’amicizia e la rivalità con gli altri ragazzini; i giochi d’amore e di guerra; la propria identità umana e religiosa; gli esperimenti segreti sull’ipnotismo; l’affetto per Krantz, il suo migliore amico, con cui divide sogni e avventure. Con gli anni, il giovane Lawrence acquista una discreta fama come scrittore e decide di trasferirsi a New York. Qui, in mezzo a molte difficoltà, incontrerà Shell, di cui si innamorerà in un modo per lui completamente nuovo. Infatti, anche se ha amato molte donne nella sua vita, soltanto grazie a Shell, Lawrence scoprirà la totalità del sentimento d’amore e accetterà quanto è necessario fare per mantenerlo in vita.
Un romanzo passionale (carnale) investito d’una malinconia blues che graffia come la voce del grande autore canadese; e come disse Kurt Cobain, ragazzi, “Give me a Leonard Cohen afterworld where I can sigh eternally”.
Beautiful Losers è il secondo romanzo di Leonard Cohen scritto negli anni Sessanta ed è ritratto poetico di un amore, dell’affermazione delle proprie radici. Potrei accostare questo romanzo di Cohen alla cultura hippy o spingermi più indietro e tentare un parallelismo con la Beat Generation, ma sarebbe atto critico fuori luogo, anche se la tentazione è forte. Preferisco invece far riferimento ad Alexander Trocchi e al suo romanzo “Il libro di Caino”; Alexander Trocchi nacque a Glasgow nel 1925 e negli anni '50 e '60 ha vissuto tra Parigi e New York imponendosi alla critica come talentuoso stravagante scrittore di quel periodo. Ha scritto “Young Adam” e una quantità considerevole di testi per riviste pornografiche e letterarie. “Il libro di Caino” è la sua biografia romanzata pubblicata nel 1963, ed è anche il solo romanzo che l’autore ha portato a termine. E’ morto a Londra nel 1984 stroncato da una lunga dedizione alla droga. Al centro de “Il libro di Caino” è l’alienazione dell’individuo, l’impossibilità di amare sé stessi e il prossimo. Caino, il maledetto antieroe della Bibbia, il grande nemico, è Joe Necchi: in questo lavoro, rotocalco, forse diario, le parole sconnesse, profonde e introspettive di un tossicodipendente che vive su una chiatta ormeggiata al molo 72 sono declinazione del proprio “io” in un niente fatto di droga e di ripetitività ossessiva della quotidianità. La chiatta è un non-luogo impalpabile, fintamente mobile, rappresentazione dell’ansia di movimento, ma anche desiderio di liberazione dal peso della vita, una vita ripetitiva nella ripetizione martellante dei luoghi comuni. Joe Necchi, Caino, può solo ritrarsi in posizione fetale in un mondo di droga e ricordi, un mondo forse più reale di quello tangibile che lo conduce però verso l’alienazione totale, quasi religiosa. Caino rappresenta il malcontento, l’approccio alto con l’irraggiungibile, la critica e la ribellione, la storia e la maledizione. In Beautiful Losers, Leonard Cohen riprende il tema dell’alienazione e dell’amore perduto per svilupparlo ulteriormente fino a tradurlo in una sorta di poetica messa nera. "Beautiful losers è una storia d’amore, un salmo, una messa nera, un monumento, una satira, una preghiera, un grido, la mappa di una strada attraverso luoghi selvaggi, uno scherzo, un affronto di cattivo gusto, un’allucinazione, una noia, un irrilevante sfoggio di virtuosismo malato, un trattato gesuitico, una stravaganza escatologica, in breve: una sgradevole epica religiosa di incomparabile bellezza…", così Leonard Cohen definiva il suo romanzo in una lettera all’editore datata 1966, l’anno in cui uscì Belli e perdenti.
Beautiful Losers è la storia di una alienazione, di un triangolo amoroso struggente, di una donna morta amata da due amici, l’uno l’alter ego dell’altro, ma è anche commistione di poesia, religiosità, misticismo. Chi è stata la prima santa canadese appartenente a una tribù indiana? Cohen investiga intorno a questo mistero, lo sconvolge nel tempo passato conferendogli spazio per dilatarlo nel presente, e ripercorrere i luoghi della memoria e dell’amore. Il romanzo è una lunghissima prosa poetica che prende corpo in quasi trecento pagine. I livelli interpretativi sono molteplici, ma come ci suggerisce l’autore stesso è soprattutto una preghiera e una storia d’amore.
In questo romanzo, ottimamente tradotto da Francesca Lamioni, è possibile individuare tutti quegli elementi poetici e lirici, che saranno poi materia per i testi più conosciuti del famoso cantautore canadese. La superba traduzione di Francesca Lamioni fa di Beautiful Losers un testo unico nel suo genere, fondamentale per comprendere la poesia di Cohen; l’analisi introspettiva che Cohen adopera su sé stesso e intorno all’Intorno, che circonda il significato stesso di appartenere a qualcosa, o a qualcuno, è il messaggio ultimo che il lettore deve estirpare dalla struggente storia che Beautiful Losers racconta.
E sugli schermi canadesi sono già uscite tre pellicole legate a Leonard Cohen: il documentario Looking for Leonard, il film dell’esordiente Roy Cross, So Faraway and Blue, ma soprattutto la tanto attesa trasposizione cinematografica, ad opera del regista Bernar Hébert, del primo e più famoso romanzo di Cohen, The Favourite Game. “Assistiamo forse a una rinascita della Leonard-Cohen-mania”, ha scritto a febbraio il quotidiano “Montreal Mirror”. Michael Ondaatje, autore del Paziente inglese nonché di un saggio su Cohen, dice a proposito di The Favourite Game: “Ogni capitolo è una scena, e leggendo il libro, si ha la visione di Breavman, protagonista di diversi film”.
Il gioco preferito pubblicato da Fazi Editore in una nuova superba traduzione firmata da Chiara Vatteroni, dopo un iniziale snobismo critico, è ormai diventato un titolo di riferimento per la riscoperta della grande letteratura americana-canadese.
Minimum Fax ha da poco pubblicato L'energia degli schiavi e altre poesie, mentre Leonard Cohen ha già finito di scrivere il nuovo libro, “Book of Longing”, un’ampia collezione di poesie e disegni. Il nuovo libro di Leonard Cohen verrà pubblicato nella collana Strade Blu per Mondadori, che ne ha acquistati i diritti nel 2005.
Cohen poeta-cantante-romanziere torna ad essere personaggio attuale e per la critica e per il pubblico, non solo in Italia, ma stranamente anche tra quegli americani intelligenti che pensano con la propria testa.
Il gioco preferito - Leonard Cohen - Fazi - Collana: Tascabili n. 71 - Pagine 285 - Anno 2005 - ISBN 8881126257 - € 9.50
Il gioco preferito – Leonard Cohen – Fazi – Collana: Le Strade - Pagine 284 - ISBN 8881123584 - € 16.00
Discografia
The Songs Of Leonard Cohen (1967)
Songs From A Room (1969)
Songs Of Love And Hate (1971)
Live Songs (1973)
New Skin For The Old Ceremony (1974)
Death Of A Ladies' Man (1977)
Recent Songs (1979)
Various Positions (1985)
I'm Your Man (1988)
The Future (1992)
Cohen Live (1994)
Field Commander Cohen - Tour of 1979 (2001)
Ten New Songs (2001)
The Essential (2002)
Dear Heather (2004)
Bibliografia
Stranger Music - McClelland And Stewart Ltd., Toronto Pantheon
Books, New York, 1993
Book Of Mercy - McClelland And Stewart Ltd., Toronto, 1984
Death Of A Lady's Man - McClelland And Stewart Ltd., Toronto, 1978
The Energy Of Slaves - McClelland And Stewart Ltd., Toronto, 1972
Selected Poems 1956-1968 - McClelland And Stewart Ltd., Toronto, 1968
Parasites of Heaven - McClelland And Stewart Ltd., Toronto, 1966
Beautiful Losers - McClelland And Stewart Ltd., Toronto, 1966
Flowers for Hitler - McClelland And Stewart Ltd., Toronto, 1964
The Favourite Game - Secker And Warburg Ltd., London,1963
The Spice-Box Of Earth - McClelland And Stewart Ltd., Toronto,1961
Let Us Compare Mythologies - McGill Poetry Series Number One, Contact Press, Toronto, 1956
Book of Longing, 2006 - McClelland And Stewart Ltd., Toronto, HarperCollins, New York
Bibliografia italiana
Book of Mercy Il libro della Misericordia, Supernova, 2000 Stranger Music.
Stranger Music - Poesie e canzoni scelte - Baldini & Castoldi, 1997
Il gioco preferito, Fazi Editore, 2002 – Postfazione di Simone P. Barillari – pp. 280 - € 16,00
Beatiful losers, Fandango, 2003 – Collana Mine Vaganti – pp. 300 - € 16,00
Poesie canzoni, edito da Stampa Alternativa, a cura di Dionisio Bauducco
L'energia degli schiavi e altre poesie, edito da Minimum Fax
I simulacri della bellezza. Poesie e canzoni. Testo inglese a fronte, edito da Nuovi Equilibri
Siti consigliati
http://www.leonardcohenfiles.com/
(un sito ampiamente esaustivo: poesie inedite, liriche dagli album ufficiali, disegni dell’artista, notizie, photo gallery, biografia, discografia, bibliografia, e molto altro ancora)
http://www.leonardcohen.com
(il sito ufficiale di Leonard Cohen)
http://www.angelfire.com/ego/cohen/index.html
(ancora poesie di Leonard Cohen e alcuni testi delle sue canzoni più famose)
http://www.fazieditore.it/autori/cohen/index.html
(un mini sito dove è possibile scoprire Leonard Cohen: da segnalare l’intervista esclusiva a cura di Roberto Caselli)
Tra gli Zingari l'AmoRe
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mercoledì, gennaio 25, 2006

Tra gli Zingari
l’AmoRe
di Giuseppe Iannozzi
† GLI AMANTI
a FreakQueen,
che origlia l’amore
Bell’Amore, che fine m’hai fatto fare
a quell’amore che reclamavi grande,
a tutto quel dolore che origliavi
accostando l’orecchio alle pareti?
Fuori c’era solo il pigolare della pioggia
Ma tu sentivi solo quello del materasso
degl’amanti, tra scoppi di risa e amplessi
† PICCOLA STELLA
perché sì,
sono l’uomo
sono l’uomo
che Lei ama
Suona, suona il telefono
in questa notte così vuota
Non posso sopportarla
un minuto di più ‘sta vita
Mi sento così triste senza te
Oh, mia Piccola Stella,
dove posso trovare il tuo cuore?
Voglio sentire il tuo battito
sul mio petto
Voglio combattere, voglio amare te
Voglio, voglio essere il tuo confessore
Tu sì, tu sarai al mio fianco,
mia Piccola Stella
Oh, non c’è peccato
né c’è dolore quando m’illumini
Dammi, dammi tutto il tuo amore
E sarò completamente in tuo potere,
mio Piccolo Amore
† AMOR LITIGARELLO
ad Enelya,
perché amici
come Red e Toby
Sai, si dice in giro
che l’amor non è bello
se non è litigarello
Sai, si dice in giro
che il dolor è tenero
come un coltello
quando un po’ zingarello
Ed è così che io credo
Credo che amo le tue parole
sulle mie quando il sole
o la luna a glorificare i baci
che spendiamo per questo amore
appena sbocciato e non ancora
dalla vita tradito
† NIENTE DONNE
alla carissima Amica Cinzia,
perché mi ama
quando improvviso poesie
come questa
Con tanto tanto affetto
Niente poesie d’amore
Niente saldi o sconti
Niente storie d’ubriachi
Niente peccati di giorno
Niente impiccati di notte
Niente gambe corte
Niente minigonne né tacchi alti
Per la Madonna, niente gambe aperte
Tutte indaffarate col naso al cielo
E non un cane che le consoli
queste donne che non portano gonne
né una lacrima di rossetto
Niente donne, niente
Niente gonne, niente
Ma così tante sempre
e tutte uguali agl’uomini
che più non cantano
storie d’amore
o d’ubriachi abbracciati
alla solita puttana,
- una bottiglia di rosso
infimo vino
senza dentro una vanità
né un goccio di verità
per una sbronza da poco
uguale a niente di niente
† NUOVA RELIGIONE
a Sad Candy,
una nuova amica
Torna sì,
torna spesso qui
dove il cielo è bigio
di nuvole e di fumo
fumato,
dove le lire son finite
tutte dentro a un pozzo
che ha annegato
tutti i desideri di gioventù
e quelli confessati solo ai riflessi
dentro agli specchi
Torna qui spesso
Non troverai granché,
briciole e odori lontani,
frammenti taglienti
di vetro sulle vene di Babilonia
E non dire quando,
se tornerai
carica di vetro e sabbia
Le labbra cucite
per tacere un bacio
o l’idea
che la religione
sincera solo quando
si fa da parte
per la nascita
d’un nuovo amore
† FOTTUTO AMORE
Ma che strano mondo è
Non lo so, so solo che,
che a fare in culo
ti ci mando pure a te
Gl’angeli nati per cadere
hanno ali spezzate
e gambe incrociate
tra le pagine del Kamasutra
Opinioni su opinioni
Ma qui si muore così
senza pretese di verginità,
è meglio che tu lo capisca
E’ meglio che lo ami così
quest’uomo qui nudo sesso
di fronte a te come un dio
Ma che fottuto amore è
Lo so che è, che è permesso
farsi santi a furor di canne
Ed allora sì, sì che ti ci mando
a fare in culo pure a te
† IL TAGLIO
ad Eliselle,
che m’affascina
il cuore e la mente
Cerco d’accecarmi
baciando quella brace
che fra i denti
come ostia maledetta
brucia morte e vita
in soluzione bella,
ma impossibile
da dire all’Umano
che qui al mio fianco
impetra che non gli sia
il taglio della lingua
né quello dell’uccello
Allora sì, sì che fu
soltanto sogno umidiccio
respirare espirare!
† NEVE SU NOI
Nessun rimpianto mai
solcherà il vuoto
che dalle ciglia
alla pupilla di sangue
Nessuna lacrima mai
sarà sollevata a vita
e dalla bocca inghiottita
Perché l’amore non è vero
E il dolore è tenero
come fango sotto l’impronta
delle scarpe, uguale a carogna
presa dal peso dei passi
di chi sa d’esser
da sempre condannato
a vittima e carnefice
Poi di nuovo neve cadrà
su noi che un senso
non ce l’abbiamo
né una strada da camminare
per alzar il bianco pollice
raschiando e rischiando fortuna
con gl’occhi dentro a pallida luna
† IN PAZZIA
Per quella ragazza
io mi son perso in paradiso
cercando la complicità di dio;
ma non una voce, solo l’eco
in lontananza di mille campane,
e così dèmone fui fatto
ma non alla mercè dell’amore
E dabbasso urlai che non è vero,
che l’eternità giusto un serpente
che parla la lingua dei poveri di spirito
Per quella pazza
io mi sono fatto l’inferno intero
seminando fra i pochi frutti il seme
e la schiuma tutta che nella mia bocca
ad invadere il sogno perduto maledetto
Per un amore finito male
Per quel dolore giovanile infernale
quando ancora il fiato nel corpo vivo
avrei dannato ogni uomo in terra
Per una donna che m’ha amato sì,
ma per un momento soltanto
ho gridato dabbasso la verità
che la morte è la sol cosa che eterna vale
Ho gridato che l’uomo alla guerra portato
almeno può cantare e sparare
a chi come lui senz’amore
† CASTITA’ NO
No, la castità no
La rifiuto la castità
insieme a tutte
le vostre sporche verità
Son pervertito all’amore
e all’amore tutto mi dono
senza posa, sempre in sposa
come geisha, come donnetta
All’amore mi dono
davanti e di dietro,
senza compromessi
Perché io sì,
sono una di quelle
Sono una che la dà
di giorno e di notte
Sono una di quelle
che voi dite di malaffare









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