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Wu Ming 5, Havana glam - il fallimento dell'AvantPop made in Italy

written by King Lear    - martedì, febbraio 28, 2006


Wu Ming 5, Havana glam




HAVANA GLAM




W
U MING 5
 



- il fallimento dell’Avant-Pop made in Italy -
 



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 


 
 
 Questa recensione apparve nel lontano marzo 2002 su Il corriere della Fantascienza
 
g.i.  ]
 

 
“Wu Ming, come molti lettori sanno, è il nome collettivo che hanno assunto quattro promotori bolognesi del Luther Blissett Project, per la precisione i quattro autori di Q (Roberto Bui, Giovanni Cattabriga, Luca Di Meo e Federico Guglielmi), dopo il seppuku, il suicidio rituale giapponese con il quale hanno abbandonato nel dicembre 1999 il nome multiplo di Luther Blissett. A essi si è aggiunto Riccardo Pedrini, ex musicista punk e insegnante di arti marziali, autore dell'agghiacciante Libera Baku ora (Derive Approdi, gennaio 2000), una delle rare conferme che gli italiani non hanno una tara genetica e possono, se vogliono, scrivere della fantascienza intelligente anche fuori dalla tradizione Calvino/Primo Levi”
 
Antonio Caronia, Pulp libri
 
 
“Wu Ming non è certo Malraux, ma neanche Debord. Chi è dunque? Un collettivo di ‘senza nome’ che gira per centri sociali (in tre mesi è già alla ventesima presentazione) a raccontare perché le storie vengono prima degli autori.”
 
Geraldina Colotti, il Manifesto
 
 
 
Havana Glam firmato da Wu Ming 5 è il primo esempio di AvantPop fantascientifico italiano di una certa importanza, anche se il risultato finale è piuttosto deludente.
Si inizia a leggere Havana Glam con un certa sorpresa e curiosità, ma durante il corso della lettura ci si annoia e si arriva alla fine veramente stomacati, forse confusi, forse annoiati… boh… Comunque a fine lettura ci si arriva sicuramente, basta impegnarsi con tutta la propria volontà.
Havana Glam è scritto modestamente bene, ma non è un esempio di immediatezza stilistica, una pecca questa che impatta violentemente e negativamente sui contenuti politici del romanzo. Lo scritto è in più punti disarticolato, slegato, molti riferimenti storici e geografici sono scomposti in un puzzle per tutto il costrutto narrativo; e i personaggi fittizi si sovrappongono a quelli realmente esistiti, e i flashback sono azzardati e inseriti nel tessuto narrativo là dove non sono necessari. Il risultato è un po’ un pasticcio che consuma la mente nel vano tentativo di riagganciare le storie parallele di Havana Glam.
Havana Glam è un  prodotto non dissimile da Q e Asce di guerra: si dicono tante cose politiche – sociali -, ma tutte si risolvono e si concretizzano come COSE e non come informazioni intelligibili. Se c’è un messaggio politico e sociale in Havana Glam, questo è così ben nascosto fra le righe che è impossibile decifrarlo con piena sicurezza; apparentemente sembrerebbe una accusa contro il capitalismo, ma di più non è possibile sapere. E’ un’accusa punto e basta, una pistola che spara a salve tante e tante volte ma senza mai fare del male a qualcuno: il messaggio è un BANG pagliaccesco. I Luther Blissett già con Q si erano attirati contro aspre critiche da parte di molti, in quanto incapaci di produrre una informazione corretta; qualcuno disse addirittura che la loro apparente accusa contro il capitalismo era in realtà un mero atto di disinformazione a servizio del capitalismo. Ad ogni qual modo, lasciando da parte la critica contro i non-contenuti politici di Havana Glam, guardiamo un po’ più da vicino Havana Glam come prodotto AvantPop italiano: essenzialmente è AvantPop che riflette i cliché stilistici americani, uno stile confuso pienamente americano che ha ben poco di nostrano. Il costrutto narrativo/fantastico non è minimamente paragonabile a quello di Italo Calvino o di Primo Levi, piuttosto è molto vicino a quello di un pamphlet politico di Curzio Malaparte redivivo, che si prova a mettere nero su bianco una paranoia da cliché televisiva modello X-Files: questa è la tragica realtà. La fantascienza è quella stereotipata del solito viaggio nel tempo di cui non se ne può davvero più: basta con i viaggi nel tempo, oggi sono noiosi, troppi scrittori di genere e non ne hanno abusato violentemente.
La trama in breve: nel 1946, negli USA, è accaduto qualcosa di strano, un uomo è giunto dal futuro per consigliare agli Stati Uniti di distruggere il Comunismo prima che questo possa espandersi nel mondo; si vuol far scattare il piano Totality, ovvero il bombardamento atomico delle principali città sovietiche; lo scopo è quello di sgominare il Comunismo prima che questo possa prender piede a Cuba e nel resto del mondo. Ma qualcosa va storto: la linea spazio-temporale è stata alterata dall’arrivo dell’uomo del futuro, e questo non rientrava nei progetti dei mandanti. Poi, nel 1972, in Giamaica ci sono le elezioni presidenziali: dalla vittoria di uno dei due partiti avversari potrebbero dipendere le sorti della Rivoluzione Cubana, il futuro politico delle Antille, ecc. All’improvviso, un fatto inaspettato: David Bowie, abbandonata la maschera di Ziggy Stardust, annuncia di essere attratto dal Comunismo e di essere entrato nel suo periodo cubano: Cuba è palcoscenico del caos più totale. I marziani, giovani glam rockers influenzati da Bowie, sconvolgono la vita sull’isola e seminano zizzania tra i dirigenti del Partito Comunista… E nel 2045, dopo la guerra totale del 2021, il governo degli Stati Uniti esercita il proprio dominio su un pianeta quasi completamente devastato.
Un po’ noiosa come trama.
Havana Glam è un prodotto italiano che, forse, aveva pretese ben superiori rispetto a quelle che si sono concretizzate; sicuramente non è AvantPop, non è Fantascienza, non è un messaggio politico chiaro e politicamente corretto. Più semplicemente è il tentativo di scrivere una storia rivoluzionaria… mancata!
 
 
Havana GlamWu Ming 5 – Fanucci – Collana AvantPop - 409 pp - ISBN 8834708210 – 14,98 Euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:05 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (32)



Simona Vinci, Come prima delle madri

written by King Lear    - lunedì, febbraio 27, 2006


Simona Vinci, Come prima delle madri



“Come prima delle madri”




Simona
Vinci




- ovvero, come prima di saper scrivere -





di Giuseppe Iannozzi







“Come prima di saper scrivere”, questo dovrebbe essere la giusta etichetta del libro di Simona Vinci, che, invece, con arroganza pretestuosa, ha preferito dare al suo lavoro titolo “Come prima della madri”. Simona Vinci, classe 1970, ha esordito con il romanzo “Dei bambini non si sa niente” (Einaudi, collana “Stile libero, 1997) riscuotendo subito un grande successo di critica e pubblico. Presto è stata definita il caso letterario dell’anno: il suo primo romanzo è stato tradotto con tutta fretta anche all’estero, arrivando persino negli Stati Uniti. Successivamente ha pubblicato una raccolta di racconti sempre per Einaudi, collana “Stile libero”, “In tutti i sensi come l’amore”. Soddisfatta del successo ottenuto, si è provata anche come scrittrice per un pubblico più giovane pubblicando “Corri, Matilda” (E.Elle, 1998) e “Matildacity” (Adnkronos Libri, 1998). Da segnalare anche “Brother and Sister”, e l’ultimissimo “Stanza 411”. Il suo romanzo “Come prima delle madri” – forse il più ambizioso – è stato il caso editoriale trash dell’anno 2003 d.c..
Il romanzo è purtroppo indifendibile: la trama è abborracciata e si regge su ben fragili stampelle. Il tentativo della scrittrice è stato forse quello di emulare la scrittura di Nicolò Ammaniti e di Alessandro Baricco (quando Alessandro Baricco sapeva scrivere romanzi come “Castelli di Rabbia” e “Oceano Mare”, perché “Senza Sangue”, a dirla tutta, è un romanzetto “Senza Sugo”), ma facendo anche riferimento alla classicità di Italo Calvino, ottenendo come solo risultato una ciambella senza buco à la Andrea De Carlo. La prima parte del romanzo, che è quella più spiccatamente diaristica, vede impegnato Pietro a raccontare il suo dramma personale, che tuttavia non colpisce se non per la fredda ipersensibilità di cui fa sfoggio la scrittrice, ma che non risolve la trama in una struttura organizzata e compatibile con i sentimenti espressi. Illuminante il parere del critico letterario Marco Belpoliti de L’Espresso, che recensendo “Come prima delle madri”, scrive: “Pur essendo costruito con abilità e cura maniacali, ‘Come prima delle madri’ di Simona Vinci non convince. L’economia dei mezzi utilizzati, l’astuzia costruttiva, la capacità di raccontare bene solo il patologico e il perverso, fanno pensare che i mezzi a disposizione della scrittrice siano limitati. Simona Vinci è una scrittrice fredda. La sua freddezza consiste nel trasporre le forti emozioni che racconta su un piano mentale, fino a raggiungere una forma geometrica esatta, per quanto sembrerebbe tendere al caotico e all’informe. La sua qualità migliore è la rapidità che raggiunge attraverso frasi brevissime, (come Baricco). Dall’interno del suo scafandro paratattico Simona Vinci manovra i propri racconti seguendo un ritmo che solo a una prima lettura appare concitato, nervoso, pregno di umori; in realtà, tutto in lei è studiato e artefatto, frutto dell’intelligenza più che dell’emotività. Se non fosse per la trama rotonda, ben architettata, potrebbe apparire un’adepta del noveau roman: Robbe-Grillet più Pascoli, per la sua spiccata tendenza al lirismo.”
La trama, brevissimamente: si incrina il regime fascista, in Italia comincia la guerra civile, ma c’è una guerra interiore anche nell’anima di Pietro. Pietro, all’inizio del romanzo, si risveglia in un collegio circondato da mura, ma non sa assolutamente perché si trova lí; sa invece che cosa ha perduto. Ricorda Irina, sua compagna di giochi, che correva al suo fianco, poi ci sono le donne di casa e c’è Nina, la ragazza selvaggia, strega dei boschi. Da qualche parte, altrove, ci sono sprazzi di un corpo femminile che non può muoversi, in un luogo misterioso. In collegio, tra la severità di Padre Janius e l’amicizia con il piccolo Ernesto, dalla cui debolezza Pietro dovrebbe imparare a non essere più vittima, il giovane protagonista comincia una faticosa impossibile ricerca della verità. Che cosa è accaduto veramente a Irina? Solo dopo l’irruzione della Guerra nel collegio, una volta tornato a casa, Pietro riuscirà a dare un nome alle cose, o almeno ci tenterà. Fra le pagine del diario segreto di Irina, Pietro scoprirà che la morte della ragazza nasconde un angosciante segreto. L’occupazione tedesca, i primordi della guerra partigiana, sono scenografie quasi cinematografiche, che tentano indarno di dare spessore a una trama gelida e rozzamente euclidea.
Simona Vinci cerca attraverso queste scenografie nulla affatto suggestive di conferire al romanzo un respiro di memoria storica: in certi punti, il romanzo evidenzia una Simona Vinci che tenta indarno di emulare la potenza evocatrice di Beppe Fenoglio e di Alberto Moravia, ma il risultato è ridicolo, perfettamente banale. La tragedia personale di Pietro e Irina, inserita a forza in uno sfondo storico, è geometria di parole dove anche i sentimenti della scrittrice risultano essere manifestazione di un virtuosismo fine a sé stesso.
Se il primo romanzo della Vinci aveva proiettato questa scrittrice della generazione post-tondelliana nell’Olimpo dei grandi, con “Come prima delle madri” è scivolata in un trash artistico, che ha presunzione di ridisegnare la storia e le emozioni come malattia geometrica. “Come prima delle madri” di Simona Vinci: un romanzo buono solo per esser dimenticato senza alcun rimorso o rimpianto.


Come prima delle madriSimona Vinci – Einaudi – Collana: Einaudi, tascabili – 330 pp. – 10,50 Euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:50 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (50)



Tom Baker, Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli

written by King Lear    -


Tom Baker, Il ragazzo che prendeva...



Il ragazzo che prendeva


a calci i porcelli




 
TOM BAKER




 
 
di Giuseppe Iannozzi



 
 
 
Tom Baker scrittore? E chi l’avrebbe mai immaginato? Eppure Baker oggi ha dato alle stampe un romanzo grottesco, comico, irriverente, ovvero Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli. Ma chi è Tom Baker... o meglio cosa ha fatto in precedenza, prima di provarsi come scrittore?
Doctor Who,ammettiamolo pure, non sono molti coloro che ricordano questa serie televisiva degli anni ‘70: una serie interessante, oggi obsoleta per i costumi moderni abituati come siamo ai grandi effetti speciali dei film hollywoodiani. La serie televisiva Doctor Who venne prodotta dalla BBC a partire dal 1963 e a suo tempo ha riscosso un discreto successo in tutto il mondo, ed è persino approdata sul mercato italiano che l’ha accolta con un po’ di puzza sotto il naso almeno in un primo momento, per poi decretarne la validità artistica, di serie B, s’intende. Per chi non lo sapesse Doctor Who è un viaggiatore che, per spostarsi nel tempo, si serve di una sorta di cabina telefonica chiamata TARDIS, vale a dire Time And Relative Dimensions In Space; Doctor Who è un alieno, ha due cuori, una temperatura corporea di 60° e può rigenerarsi, però non più di tredici volte, in un nuovo corpo in caso di ferite mortali, proviene dal pianeta Gallifrey patria dei Signori del Tempo e la sua età biologica e di soli 953 anni. Tom Baker ha interpretato il dottore per ben sette anni nella serie televisiva: riconoscibile per il suo cappello floscio e per la sciarpa senza fine, era misterioso, enigmatico e profondamente spiritoso. La versione cinematografica di Doctor Who non ha ottenuto un grande successo.
Tom Bakerè nato a Liverpool, in Irlanda, nel 1934, prima monaco, marinaio e carpentiere, è diventato poi un affermatissimo attore di teatro e cinema. È stato, tra l’altro, uno dei protagonisti de I racconti di Canterbury di Pier Paolo Pasolini, ma la sua fama presso il grande pubblico rimane legata a Dr. Who nell’ultima serie di telefilm. Nel 1998 è uscita la sua autobiografia Who on Earth is Tom Baker?
Bene, ora sappiamo qualcosa di più circa Tom Baker ma anche del dottor Who, e si può tranquillamente parlare del romanzo di Baker, un romanzo che rispecchia, se non a pieno, molti temi cari alla serie televisiva Doctor Who.
Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli è stato definito dalla critica inglese “grottesco, depravato, ma soprattutto molto divertente”. Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli racconta la storia di un ragazzino di tredici anni, Robert Caligari, che si diverte a escogitare le morti più fantasiose per le sue vittime, i dispetti più impensati e atroci per ognuno dei suoi nemici. “II personaggio di Robert Caligari è uscito da uno dei recessi della mia mente”, ha dichiarato l’autore in un’intervista, “ma scrivendo la sua storia non avevo nessun altro scopo, se non quello di far ridere i lettori”. Malvagio dalla testa ai piedi, capace di gesti di pura perfidia, Robert detesta la razza umana, la considera una cosa aliena al suo essere e l’unica cosa che lo diverte è prendere a calci il salvadanaio a forma di maialino della parsimoniosa sorella Nerys.
Il ragazzo che prendeva a calci i porcelliè un libro macabro, dove l’umanità è vista come una cosa cattiva, aliena, ma forse il vero alieno umano è Robert Caligari. Impossibile non notare i punti di contatto con il personaggio Dr. Who interpretato da Baker nel telefilm.
In definitiva il lavoro di Tom Baker è una favola grottesca, grottesca come la serie televisiva Doctor Who. Il racconto in stile horror pompato con un umorismo velenoso e molto british (troppo british, tant’è che spesse volte non si riesce davvero a cogliere la sottile ironia di Baker), è sapientemente illustrato dai disegni in bianco e nero di David Roberts. Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli, soprattutto grazie alle illustrazioni, è quasi una versione raffinata di South Park, ma niente di più.
Per chi ha amato Tom Baker in Doctor Who il libro è sicuramente una chicca, per chi invece non ha mai sentito parlare del famoso dottore e delle sue imprese (o magari l’ha anche conosciuto e l’ha rifiutato come personaggio televisivo), la prova letteraria di Baker è solo l’ennesima favola grottesca che purtroppo infarcisce gli scaffali delle librerie - sempre impegnate a sdoganare la solita robaccia commerciale.
 
 
Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli - Tom Baker - Traduzione di Pietro Meneghelli.- Illustrazione di David Roberts – Fazi Editore – Collana: I tascabili – 144 pp. - Isbn: 88-8112-319-3 - € 8,00

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:38 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (29)



Jazz 4 Jazz

written by King Lear    - sabato, febbraio 25, 2006


Karamella - di Angelika Karamella

© Karamella è Opera di Angelika Karamella,

un dono per Ian Bad Boy



 
 
Jazz 4 Jazz
 
 



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 



 
PROLOGO

 
Le vittime si fanno da sé
I carnefice si danno da fare da sé
E i santi e i testimoni muti pure
E’ la solita sporca solfa
La redenzione che non c’è
è per nessuno,
per nessuna amputazione
 
 
 
 
 
TRE NOTE
 
 
Sono geloso
come un ghiacciolo al limone
Sono al tuo fianco
come polvere di stelle
Sono o non sono il tuo amore?
Ed allora
se i rami si fanno grida,
dita al cielo puntate
come atomiche,
tu non me lo puoi rimproverare
Sono sulla strada
per incontrarti
in un bistrot francese,
per un ghiacciolo al limone
e una bottiglia intera di Lacrima Christi
 
Babilonia è rossa di lingue
Mi manca la tua voce
e l'eco della mia tagliata
dal puzzo della benzina
Sono a secco, la lingua gonfia
arida, le mie parole d’amore
Le mie sono di gelosia
 
Sono diavoli in bocca
le mie e le tue, sì che è così
 
Ah Ah Ah - tre note, note di jazz
Ah Ah Ah - tre notti di jazz
Tre risate, tre risate su te te te
 
Sono diavoli in bocca
le mie e le tue, sì che è così
 
Ah Ah Ah - tre note, note di jazz
Ah Ah Ah - tre notti di jazz
Tre risate, tre risate su te te te
 
 
 
 
 
ASSENZIO E VALIUM
 
 
Non siamo soltanto
carne e sentimenti
nel tritacarne della vita
Non siamo assenzio e valium
al mattino, storie d’asfalto,
di campanelli
che non suonano mai
Non siamo soltanto
rompicapi di campane
che suonano a morte
due volte su due
senza sbagliare mai
un colpo
 
Non siamo un fiore del male,
una bottiglia di rhum,
un cadavere in obitorio
O tutta la vita che se ne va
in una botta, e via per la città
 
Non siamo un volo
per un vuoto a rendere
 
Non siamo soltanto un gridare
“non siamo!”
Non siamo una bottarella di cipria
Non siamo Cenerentola e Pinocchio
per raccontarci c’era una volta!
 
Santi e ladroni, ma siamo lo stesso
Non siamo soltanto carne e sentimenti
 
Non siamo soltanto un buonasera
Non siamo Signore e Signori,
e si dia inizio allo spettacolo
in un colpo o due, tanto non fa...
 
...non fa differenza!
 
 
 
 
 
JINGLE RECLAME
 
 
Perdo tempo a contare le ore
C’è la reclame
Mio padre a letto muore
Mia madre in chiesa, non si sa
 
Perdo tempo a ingrassare il traffico
di uomini sulle strisce pedonali
Occhi di semaforo rosso
Occhiolino verde, tasche bucate
Si dicono sempre le stesse cose
Oggi siamo più buoni e domani chissà
 
Stormi di nuvole da millenni
Uguali le pacche sulle spalle
Pesanti sempre i pacchi sulle spalle
Che palle, sentire ‘ste balle
Un jingle o una sonata di Bach
 
Valigia di cartone, vuoto di testa,
stomaco vuoto e braccio di ferro
Perdo le ore a cantare il tempo
che va tracciando ululati alla luna
Perdo le ore a considerare il lampo
che si tira di cielo in cielo
 
Reclame, reclame, conto in Svizzera
Domani, domani che tempo farà!
 
 
 
 
 
PRIMO INTERMEZZO
 
 
Guardagli gl’occhi
Ce li hanno belli
Guardali negl’occhi
Ce li hanno i denti
- affilate lame di luce
 
 
 
 
 
IL SORRISO
 
 
Sorriso,
ne so qualcosa
L’attuale situazione
disgrega
tartaro e smalti
Il diavolo
c’ha messo lo zampino
E l’uomo il suo
Stesso passo portato
Stesso sasso scagliato
 
Sorriso,
ne ho visto qualcuno
e più d’uno sincero
come l’acqua in un miraggio
Colpisce
il poeta e l’uomo
allo stesso modo
L’illuso più forte
dell’illusione
Ma tutto muore in natura
tranne la disgrazia
 
Sorriso,
l’ho visto a tanti
Sorriso,
ne ho visti tanti
Sorriso
e flatulenza
in abbondanza 
 
 
 
 
 
SECONDO INTERMEZZO
 
 
Tutti scrivono versi
per sentirsi meno perdenti
Tutti masticano pane e fame
per arrotondare i denti
 
Tutti, proprio tutti
meritano uguale destino
 
 
 
 
 
MACHIAVELLI
 
 
Amore, l’amore
se lo gioca a scacchi Machiavelli
muovendo la torre contro la regina
Ridono gli avvinazzati
e stanno in campana due tagliaborse
nascondendosi nel fumo
del primo caffè al mattino
 
Banchiere di dio,
strade lastricate di nere azioni
ad un giorno dal crack 
Ma in endecasillabi
la disumana commedia tra il dire e il fare
 
Amore, che ne sai,
che ne sai quanto dura la morte
per l’uomo e per dio
No, tu non la sai
la differenza fra inferno e paradiso
Né conosci le cabale
che sfodera l’erotismo al soldo
delle genti al di là del Bosforo
 
Amore, amore
pane olio e cipolle
e rosso peperoncino, diavolo a letto
 
Amore, amore
mani piedi e gambe
e rosse labbra, diavolo a letto
 
Se la sciupa Machiavelli la Verginità
- che non c’è, che non è
 
Se la fotte il Diavolo la Verità
- che non c’è, che non è
 
 
 
 
 
IMPORTANTE
 
 
Se ora
abbracci un altro
con quegl’occhi
che furono miei,
e mi serbi disprezzo
come a un ratto,
io ti raccolgo
lo stesso
tra le mie braccia
impotenti
sussurrando appena
che eri per me
importante
nonostante il cattivo
e il bel tempo
della mia pazzia
 
 
 
 
 
COCCOLE
 
 
Dove sei?
Se ci sei
dimmelo dove
Mi dici
che per me esisti,
che per me resisti
in questo antro
così poco accogliente
che è di piume e paglia
 
Mi inviti a coccolarti,
ed allora ti vizio
col vizio della pazzia
E ti stringo in un abbraccio
che si apre all’alba
per non finire nemmeno
quando il tramonto
si sporge rosso su noi
 
E’ che oramai
ti voglio bene
anche se non dovrei
espormi al solitario
gioco dell’amore
Ma le notti sono lunghe
e i giorni non finiscono mai
di tagliarsi le affilate unghie
Così metto su un disco,
uno che sappia la differenza
fra il poco e l’abbastanza,
e vengo su nervoso
 
Abbracciati a questa notte
Lascia che ti coccoli
Non all’amore l’amore,
o altri infidi eccitanti
Lascia soltanto che ti ami
innocentemente
Lascia che salti di palo
in frasca tenendoti
nel rimorso d’una lacrima
Nell’affetto d’un cuore
di fragili coccole
 
 
 
 
 
TERZO INTERMEZZO
 
 
Scrivo con una penna di nuvole
per non dimenticare il cielo
e la luce che è nei tuoi occhi
Scrivo per non dimenticare me:
un giorno son stato incosciente
pure io, come l’amore che gridavo
 
al vento
 
 
 
 
 
BAMBOLA
 
 
Ti bacio
perché ti voglio vedere
strapazzata
accaldata
innamorata
coinvolta nella mia pazzia
 
Ti bacio
perché ti voglio in mio potere
Perché ti voglio
senza speranza alcuna
di poter riprendere
la santità
che alberga in un soffio appena
nel tuo petto di femmina
 
Ti bacio
Ti faccio bambola di pezza
per il mio cuore di cartone
 
Ti bacio
Ti faccio bambola di pazzia
per la mia anima di Re
 
Ti bacio Regina
Ti bacio femmina
Ti impazzisco bambola donna
 
 
 
 
 
4 U
 
 
Dimmi una parola
semplice
d’amore, o una bugia
e ti crederò stella
E ti vedrò bella
 
4 U, my love dies slowly
 
Ingannami
con una cattiveria
e non smetterò
di amarti
anche se ti guarderò
in modo diverso
 
 
 
 
 
QUARTO INTERMEZZO
 
 
Tu, questo re dappoco
lo vuoi pazzo completamente
Tu, questa corona abortita
la vuoi dar via di peso all’aria
Tu, tu che dicesti parole d’amore
oggi le ingoi manco fossero fiati
senza speranza
 
Tu, tu donna sei d’un re
la più tremenda condanna
 
 
 
 
 
PIANGI BIMBA
 
 
Piangi forte, Bimba
Piangi forte forte
Le tue lacrime le devo vedere
I tuoi occhi li voglio bere
 
Piangi forte forte
Piangi fino a non avere
più cuore né dolore
Piangi tutte le lacrime
e lascia che mi disseti
perché oggi mi sento cattivo
E non mi basta la musica
e un po’ di simpatia del diavolo
 
Piangi forte forte
Metti un po’ di sale
sulla ferita che è la vita
Ho sete
Non mi puoi negare da bere
 
Piangi, piangi Bimba
 
Cascamorto, inciampo
ogni giorno in un amore
Non basta un whisky
né uno schiaffo di jazz
per farmi scappare
con la coda fra le gambe
 
Piangi, piangi più forte
Devo averle tutte le lacrime
Piangi, piangi e sii Bimba
fino in fondo alla vita
 
Perché ho bisogno di sentirla
la tua vita di sale nella mia
 
Ah Ah Ah - piangi sale
Ah Ah Ah - piangi da sola
Ah Ah Ah - piangi tra la folla
 
Bimba, Bimba, Bimba
 
Più forte, più forte
Le lacrime le devo vedere
sul tuo volto piccolo
di Bimba, di Bimba in pianto
 
Ah Ah Ah - piangi tra la folla
Ah Ah Ah - piangi da sola
Ah Ah Ah - piangi sale
 
 
 
 
 
SULLA STRADA
 
 
E’ una lunga lunga strada morta
Non ha fine né inizio
Ma la percorro sempre per intero
E’ una lunga giornata di nuvole,
di passi l’uno dopo l’altro
Ma ti darò tutto quello che mi chiedi
se mi darai almeno un pugno di sabbia
indietro
 
Mi puzza l’alito, i piedi pesanti di più
E tu ti tieni gli occhi bassi come allora
Mi pensi così diverso, così impegnato
a stirare la cravatta sul patibolo del Signore
Marilyn, America, Braccio della Morte
Mi pensi così diverso, non sei cambiata
L’occhiolino ti fa sempre dar di matta
 
Un bottone me l’hai cucito ieri,
oggi è il turno dell’altro
Mi torturo per sapere se il caffè lo fai
allo stesso modo, se le lenzuola le fai
asciugare all’aria aperta sotto il sole
Marilyn, America, Braccio della Morte
Ti penso uguale, ti penso la solita
che piange senza una ragione, per dio!
 
Marilyn, America, Braccio della Morte
Marilyn, America, Braccio della Morte
Marilyn, America, Braccio della Morte

E’ una lunga lunga strada grigia
Non racconta favole, soltanto incidenti
Ma la percorro sempre nudo per intero
E’ una lunga strada di polvere su polvere,
di passi infiniti l’uno accanto all’altro
Ma ti darò tutto quello che mi chiedi
se mi darai almeno un pugno di rabbia
indietro
 
 
 
 
 
AMANTI DIAVOLI SANTI
 
 
Strappami di bocca la sigaretta
Infilami la lingua dentro
e tirami in un bacio danzante
I miei piedi hanno il diavolo
I tuoi seguono la mia ombra
E gli occhi ti sorridono fatali
 
Sei tu, Tango, sei tu, Bimba
Hai smesso di piangere
Adesso vuoi che ti porti lontano
Adesso vuoi sentirmi vicino
Perché sei Tango
Sei il Tango nelle vene
 
Tango, Tango, niente scampo
Bimba, diamoci sotto di brutto
Non preoccupiamoci del domani
Viviamo l’oggi e ‘fanculo il futuro
Siamo noi che lo faremo duro
su le calpestate note dell’amore
ché sotto i piedi noi lo portiamo
 
Come amanti diavoli santi
 
 
 
 
 
L’ADDIO DI KAFKA
 
 
Amore,
piango lacrime
Piango sangue
E non sono santo
E non sono maledetto
Soltanto sono solo
come un cane
Prego Dio ogni giorno,
ma ogni raggio di luce
mi ferisce l’anima
a fondo
per dirottarmi
nel più atroce delitto
- la cravatta al cielo
legata
a una verità kafkiana,
e il mio cuore che smette
il battito suo
in un sospiro appena
 
Amore,
credevo
che le donne
fossero il paradiso
Ma oggi scopro
che sono ancora solo
come un cane
Così credo
che morirò
flirtando
e danzando
fra le fiamme
della Bibbia
 
 
 
 
 
FINE
(epilogo)
 
 
la fine impone la fine
sopra ogni cosa
sopra ogni uomo
 
la fine sopra ogni azione
presente passata futura
 
la fine è soltanto
simile a sé
 
la fine è tutto
è niente
 
la fine,
un attacco di panico un aborto
un cordone ombelicale
 
la fine,
un grido
una voce muta
 
la fine è la fine
e non conosce
lacrime o pene
per sé
né ne concede
 
la fine impone la fine
soltanto questo

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:30 | poesia, blues e beat | BlogNews | clicca per commentare commenti (73)



Valerio Evangelisti, Black Flag

written by King Lear    - venerdì, febbraio 24, 2006


Valerio Evangelisti, Black Flag

Luca Enoch, Ritratto di Pantera (2003)
 


 
 
Intervista a




Valerio Evangelisti




BLACK FLAG


 

 
una bandiera nera per

Pantera, pistolero e stregone
 

 
 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 





[  Questa intervista è del 2002, per l'uscita in libreria di Black Flag. Ve la ripropongo. g.i. ]
 

 
«Non è un romanzo consolante. La cavalcata infernale di una banda di irregolari sudisti, durante la guerra civile americana, vuole essere metafora per esplorare lo scatenarsi della violenza generato dal più radicale vuoto di valori. Analogamente, la proiezione della stessa violenza in un futuro remotissimo, o il suo recupero in un passato tanto recente da fondersi con l'attualità, intendono segnalare una patologia psichica di dimensioni sociali, che nel deserto emotivo e nell'assenza di solidarietà trova il proprio fondamento. In tutte queste dimensioni temporali, l'egoismo assurto a schizofrenia collettiva diventa apocalittico fattore di distruzione. Ripeto, non è un romanzo consolante. Credo alla funzione della narrativa come elettroshock, unica via per smuovere le coscienze».
 
Valerio Evangelisti
 
 
 
 
Caro Valerio Evangelisti, ho letto la tua ultima fatica, Black Flag, un grande romanzo che a mio giudizio unisce sapientemente elementi fantascientifici e… Vorresti spiegare tu ai lettori che cosa (o chi è) è Black Flag?
 
R: E' un romanzo che continua idealmente il discorso iniziato con Metallo Urlante: il metallo si sostituisce alla carne, ma la sostituzione allude a un più generale raffreddarsi dei rapporti umani.
Le tre storie intrecciate che compongono Black Flag approfondiscono il tema: trattano soprattutto dell'assenza di valori e di solidarietà quali fattori che generano violenza, fino al punto da far divenire la violenza stessa l'unica forma di rapporto tra le persone. 
 
 
 
Pantera è un personaggio atipico, almeno a mio giudizio, nel senso che è il ritratto di un cavaliere solitario che sfida con ferocia e poesia distruttiva il suo tempo: ma chi è in realtà Pantera?
 
R: Pantera è un mistero vivente, come lo "straniero senza nome" interpretato da Clint Eastwood nei primi western di Sergio Leone. Della sua biografia si sa poco o nulla; idem delle sue finalità, e del perché pratichi la magia. Anche la sua personalità è enigmatica, e io spendo poche parole per descriverla. In realtà Pantera non è una persona ma una forza, però non sappiamo bene se demoniaca oppure angelica.
 
 
 
Quando hai pensato al personaggio di Pantera, già presente in Metallo Urlante, ti sei ispirato ad un modello umano reale o a un prototipo frutto della tua immaginazione?
 
R: Ho pensato allo "straniero senza nome" a cui accennavo, e a molti protagonisti dei western all'italiana.
 
 
 
Pantera, se oggi fosse un personaggio in carne e ossa introdotto nel mondo reale, quale bandiera politica indosserebbe? Perché?
 
R: Pantera non indosserebbe alcuna bandiera. Se proprio dovesse, sarebbe quella nera dell'anarchismo: è infatti un individualista dotato di sensibilità sociale. Appartiene in fondo alla stessa razza dei suoi nemici, ma se ne differenzia per grado di socialità, anche se con molta riluttanza..
 
 
 
Credi che sia importante tradurre le esperienze politiche in soggetti per la fantascienza?
 
R: Non è obbligatorio, ma se si decide di farlo, la fantascienza offre un veicolo eccellente. Permette infatti di usare metafore e allegorie e di sottrarsi alle impasse del manifesto ideologico e del predicozzo.
 
 
 
Nicolas Eymerich, inquisitore, e Pantera, pistolero e stregone… Se mai un giorno si dovessero incontrare in tuo romanzo, si odierebbero? E’ possibile dire che l’inquisitore e il pistolero sono le facce opposte della stessa medaglia?
 
R: Non si odierebbero fino in fondo, proprio perché hanno tante similitudini. Ma in Pantera è netta la distinzione tra bene e male, mentre in Eymerich non lo è o, per meglio dire, è fraintesa. Per Eymerich il bene equivale alla legge cui obbedisce, che crede dettata da Dio, mentre in realtà è la sua. Inoltre Eymerich pretende di assoggettare con la forza il prossimo, cosa che Pantera, più coerentemente individualista, non fa.
 
 
 
Pantera assomiglia a una sorta di messia: il suo senso di giustizia è determinato – il più delle volte – dal suo istinto, un istinto antropologico eppure poetico. Hai mai pensato che Pantera potrebbe essere l’icona di una religione laica se non addirittura, per assurdo, agnostica?
 
R: Proprio da questo nasce il suo mistero, il suo esserci senza che si sappia da dove è venuto. Sia in Metallo Urlante che in Black Flag pare incaricato di una missione che solo lui conosce. Potrebbe trattarsi di quella che dici.
 
 
 
La fantascienza italiana, a mio giudizio, ultimamente si sta avvicinando molto al mainstream; tuttavia non credo che sia possibile parlare ancora di “fantascienza umanistica”. Tu, insieme a Masali, siete i principali portavoce di una SF superiore: spesse volte si tende a scrivere SF di consumo, ma le storie che tu e Masali create non sono semplici storie affascinanti, sono anche una lezione di stile. I romanzi incentrati su l’inquisitore Eymerich, a mio giudizio, sono capolavori umanistici assolutamente non inferiori ai lavori di Umberto Eco. Sto facendo una analisi sbagliata? Correggimi.
 
R: Non sta a me essere il critico di me stesso, e lascio a te la responsabilità del giudizio che esprimi sui miei lavori, anche troppo lusinghiero. Noto solo che sia io che Masali, più qualche altro nominativo che potrei aggiungere, siamo casi abbastanza anomali, e non è che abbiamo rimodellato la fantascienza italiana (per quanto mi riguarda, poi, non so bene quanto la definizione "fantascienza" mi si applichi, anche se dalla SF traggo non pochi elementi narrativi). Il noir italiano, che è un vero vivaio di talenti e che si muove compatto, comincia oggi a godere della considerazione che merita. Quello della fantascienza è invece un campo molto più accidentato. Esistono delle potenzialità che si tratta di sfruttare, questo sì, ma la battaglia è ben lungi dall'essere vinta.
 
 
 
Ma chi sono i Black Flag che citi quasi ad ogni capitolo? Io penso che siano stati tra i portavoce di una generazione votata al nichilismo e all’autodistruzione: Sinking/ Wanting/ Thinking/ Sinking all the while/It hurts to be alone/ When it hurts to be alone/ When it’s cold outside/ When it’s cold inside/ When it hurts to be alone/ It hurts to be alone.
E Pantera:  cosa ne pensa dei Black Flag?
 
R: I Black Flag sono stati un mito della rivolta punk proprio perché sapevano interpretare, meglio di altri gruppi, il disagio esistenziale di una gioventù rimasta priva di certezze e di valori condivisi, dopo decenni di idealismo. Erano in qualche modo antitetici ai Clash, che per quello stesso disagio proponevano soluzioni. Pantera adora i Black Flag, ma ha anche una certa nostalgia per i Clash.
 
 
 
Black Flag ha un messaggio da trasmettere alla società? …un qualsiasi messaggio per il presente che viviamo, un presente sempre più condizionato dall’intolleranza razziale e dalle mode del villaggio globale.
 
R: Nessun messaggio. Il messaggio se lo devono formare i lettori. Io mi limito a fornire a questi ultimi storie capaci di inquietarli e, magari, farli riflettere.
 
 
 
Seguirà un nuovo capitolo incentrato sul personaggio di Pantera? Quanto c’è di te in Pantera? E nell’inquisitore Eymerich?
 
R: Sia Pantera che Eymerich sono due sfaccettature della mia personalità: nella mia vita quotidiana prevale la prima, nella zona più buia della mia mente la seconda. Al momento non ho altri Pantera in vista, ma piuttosto un romanzo intitolato Paradice, che approfondisca la descrizione di uno dei mondi tratteggiati in Black Flag. Sarebbe il terzo capitolo della serie Metallo Urlante.
 
 
 
I tuoi progetti futuri: vuoi svelare qualcosa ai tuoi ammiratori?
 
R: In settembre uscirà l'ottavo romanzo di Eymerich, Mater Terribilis. Lo seguirà a ruota una "graphic novel" (cioè un romanzo a fumetti) intitolata La Furia di Eymerich, ispirata all'omonimo sceneggiato radiofonico. In questi giorni lavoro soprattutto alla sua sceneggiatura (e a mille altre cose: troppe per elencarle).
 
 
 
Grazie Valerio, sei stato molto chiaro e illuminante e hai sopportato le mie domande con assoluta gentilezza. In ultimo, prima di congedarci,  un tuo pensiero a tema libero per i lettori…
 
R: Mi dispiace, non mi viene in mente nulla. Il mio unico pensiero adesso sono le vacanze.
 
 
Black FlagValerio Evangelisti – Einaudi – Collana: Einaudi tascabili – 218 p. – ISBN 880616094X - 9.00 Euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 10:53 | interviste | BlogNews | clicca per commentare commenti (47)



Alan Gordon, La Tredicesima Notte

written by King Lear    - giovedì, febbraio 23, 2006







La Tredicesima Notte




A
lan Gordon
 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Alan Gordon è una voce nuova nel panorama letterario americano: ha esordito nel 1999 con il romanzo “La tredicesima notte”, un noir medioevale che raccoglie parecchie influenze dai racconti di Ellis Peters e dalle atmosfere inquisitorie tipiche dei gialli di Arthur Conan Doyle. E’ difficile, se non impossibile, fare un raffronto del lavoro di Alan Gordon con la narrativa italiana, anche se, indubbiamente, è facile evidenziare alcune tracce storiche che son la parodia de “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco e di quelle più inquietanti del ciclo di Eymerich creato da Valerio Evangelisti.
Alan Gordon non ha alle spalle una robusta cultura storica, anche se il suo scritto è stato ambientato nel Medioevo: le lacune storiche sono molte e non sfuggono all’occhio allenato del lettore, per quanto, trattandosi di una opera di fantasia, si può concedere a Gordon il beneficio della licenza poetica/storica.
Alan Gordon, avvocato di professione, con “La Tredicesima Notte” ha esordito nel panorama letterario con un quasi freddo consenso critico: il romanzo nonostante sia ben scritto, non ha il potere di affascinare il lettore, né di trasportarlo realmente in un mondo fittizio di macchinazioni, intrighi e magie.
La trama: un giullare al servizio di una sorta di associazione segreta, il cui compito è vigilare sulla salute del Regno, si trova a dover investigare su gravi fatti che sono accaduti alla famiglia Reale. Le notizie raccolte fanno supporre che il Re si sia suicidato, ma in molti nutrono il sospetto che il Re sia stato assassinato durante la sua quotidiana passeggiata. Il Re è stato trovato morto sul fondo di un precipizio: alcuni testimoni giurano che il Re avesse manifestato l’intenzione di darsi la morte. Eppure questa morte ha molti lati oscuri, soprattutto perché il Re non avrebbe avuto motivo di suicidarsi, un Re cristiano che poi si dà la morte suona ancora più assurdo in una epoca dove le deviazioni religiose sono all’ordine del giorno e sono pesantemente giudicate. Il giullare, in incognito, vestendo i panni che gli sono propri si addentra nel mistero che circonda la morte del Sovrano e riesce a scoprire che un’ombra avrebbe spinto nel precipizio il Re, un Re che fu anche amico del giullare-detective. Il mistero si infittisce pagina dopo pagina: molti sono gli interessi politici e commerciali che potrebbero cambiare il corso della storia se il mistero non verrà svelato. A malincuore il giullare deve accettare di smettere il cerone per travestirsi da semplice commerciante; pare infatti che la copertura come giullare non sia molto sicura: in molti corridoi civici, di strada, di corte, si vocifera che l’Associazione dei Giullari sia sotto il mirino ferale dei nemici del Regno. Meglio vestire i panni di un anonimo commerciante tedesco piuttosto che quelli del giullare di corte, che sicuramente non passerebbe inosservato agli occhi del nemico. Come se la morte del Re non fosse già un grosso rompicapo da risolvere, a complicare il quadro investigativo ci si mette una vecchia conoscenza, un nemico giurato del Regno, del Re, del Giullare incaricato di scoprire il mistero. Molte peripezie, molti colpi di scena, amici che si rivelano nemici e infiltrati, donne tristi e fatali, uomini senza scrupoli, sono gli ingredienti principali de La Tredicesima Notte: alla fine il Giullare travestito da commerciante verrà smascherato, ma ormai il mistero che avvolgeva la morte del Re è stato risolto e solo per il rotto della cuffia, grazie ad una arcana provvidenza o abilità investigativa, il detective medievale riuscirà a riportar la pelle a casa, anche se non si può dire che il Regno sia al sicuro.
“La tredicesima notte”, scritto adoprando gli abusati stereotipi dei romanzi d’appendice, è romanzo in cui anche le facili emozioni faticano a venire a galla. Si ha la netta impressione che gli inserti storici siano stati trascinati di peso all’interno della trama fantastica, inserti che pesano negativamente sul costrutto narrativo e che rendono la storia raccontata assai poco credibile anche al più ingenuo sognatore abituato a leggere solo fantasy di serie B.
 
 
La Tredicesima notteAlan Gordon - Hobby & Work - Collana: Giallo & Nero - Traduzione di Paola Bonini - Pagine 287 - ISBN 8871334647 - € 13.43

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:38 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (22)



Mare di Bering, Tullio Avoledo

written by King Lear    - mercoledì, febbraio 22, 2006


Mare di Bering, Tullio Avoledo




Lo spirito dei tempi




Tullio
Avoledo




Il mare di Bering





Dio è morto, Marx è morto...
e anch'io oggi non mi sento molto bene!





di Giuseppe Iannozzi







Che la fantascienza, in generale, non goda di buona salute, è un fatto assodato che ormai, onestà intellettuale permettendo, almeno la vecchia guardia dovrebbe riconoscere, anche se ci si ostina in una terapia di respirazione bocca a bocca con risultati, spesse volte, innocui, o peggio lesivi per il paziente. In questo caso il paziente ha da tempo esalato l’ultimo respiro. Qualche tempo fa, neanche troppo, mi rallegravo all’idea che la science fiction fosse sulla via della rinascita e che tante avventure potesse ancora regalare ai suoi lettori; oggi, maturando, o invecchiando, sono di altro avviso. La Sf, soprattutto quella italiana, versa in condizioni ferali: è un cadavere ghiaccio stipato con tanto di cartellino identificativo appiccicato al pollice del piede a far “la mostra degli orrori” in un anonimo obitorio di periferia. La Sf è stata uccisa da sé stessa, un suicidio, o un assassinio, ma non è questo il punto: sopravvivono alcuni scrittori che ancora scrivono bene e sanno che la fantascienza ha cambiato nome ed identità. Il fatto è che si legge secondo il proprio spirito dei tempi letteratura che non è più classificabile (e ciò è un bene) come science fiction: questa ha cambiato strada, ha abbandonato la guida galattica per gli autostoppisti e si è riversata in una contaminazione di lingue e di stili. Anche l’ucronia, tanto cara alla vecchia scuola dei padri della sci-fi, è diventata tristemente inattuale e fondamentalmente sbagliata: gli autori italiani, ma anche gli editori, hanno investito spudoratamente in libretti che si sono rivelati dei flop; ma perché rivoltare il coltello nella piaga? Mi sembra inutile, ragion per cui preferisco soffermarmi su il “Mare di Bering”, romanzo fiume di Tullio Avoledo, che ha investito la propria elasticità mentale e creativa in una summa inventiva che è commistione dello spirito dei tempi di Sterling ma anche dell’ossessione di quei mondi che cadono a pezzi e che furono l’ingegno di un P.K. Dick impegnato a descriverci l’“Uomo dai denti tutti uguali” e “L’uomo nell’alto castello”.
Già “Nell’elenco telefonico di Altlantide”, Avoledo ci ha dato un assaggio delle sue qualità percettive, e oggi, con il “Mare di Bering”, l’autore mi sembra meritevole d’esser designato come il nostro Bruce Sterling nostrano.
Potrebbe esserci in Avoledo anche un po’ di Vonnegut e Ballard, ma il sottoscritto pensa che l’autore sia più vicino a Sterling. Intendiamoci, il 2010 di Tullio Avoledo non è né prescrizione sociale o politica né previsione apocalittica, ma è una bella mazzata di divertimento scritto con educata originalità che sfrutta usi e abusi dei cliché narrativi.
Vediamo di capire perché: corre l’anno 2010, o almeno un anno che sembra così, né troppo lontano dal presente né troppo futuribile: abbiamo una Unione Europea con un Leader Maximo dal sorriso che sappiamo – o che almeno immaginiamo tradotto in un cachinno dei nostri tempi -, e l’Italia è governata da un’orgia di arrampicatrici sociali che hanno ridotto gli uomini a delle innocue first ladies. E’ tutto un ridere, perché, sì, gli uomini di oggi ridotti allo stereotipo lobotomizzato del macho sono realmente dei quasi senza sesso ridicoli un po’, ma anche meritevoli di pietà. Ad ogni modo, quel gran affabulatore di Tullio Avoledo ci traduce in un 2010 che è già il tempo nostro: la storia è quella quotidiana, o meglio, le microstorie fra di loro interfacciate ne il “Mare di Bering” sono accadimenti quotidiani, quasi banali, oltremodo e volutamente pompati, estremizzati fino al ridicolo. Così, il protagonista Mika Ganz, procacciatore di lauree a pagamento barricato tra l’ufficio deserto di Pordenone e una eremitica residenza di montagna, vede correre via le sue giornate non propriamente felici, ma che se non altro gli regalano l’illusione che ogni mattino sarà un bacio e un caffè. Amanda, la sua ragazza, è avvenente, forse troppo per Gaz che è geloso sino all’inverosimile sbattendosi nella parte di un Otello tradito e offeso. Ma la povera Amanda è innocente, o almeno così sembrerebbe, per essere fedelmente infedeli all’Otello shakespeariano. Mika non è uno stinco di santo, ma neanche un bravaccio, anche se non è propriamente il ragazzo acqua e sapone che una ragazza desidererebbe presentare ai propri vetusti. Se poi si tiene in debito conto che i genitori di lei sono straricchi, allora si può tranquillamente dire che Mika è messo davvero male, in pratica, senza mezzi termini, c’ha le palle strette in una morsa, quella della sua gelosia, della realtà che lo invita a truffare il prossimo, ma anche quella di inventarsi macho day after day. Mika deve fare i conti con il sospetto tradimento della fidanzata che lui crede sia andata a letto con un assistente universitario per riuscire a passare un esame molto duro: la gelosia lo morde ferocemente e che cosa Mika farà è immaginabile. Mika si accompagna a Zi’ Marino, un piccolo boss mafioso suo amico, fino ad Urbino per farla pagare ad Aurelio Scarfatti, forse innocente, ma Mika non lo sa: insomma gliele dà di brutto. E quando Amanda viene a saperlo, ovviamente, monta su tutte le furie. Ma non sarò io a svelarvi ulteriori particolari. Vi assicuro però che è tutto un ridere, una commedia quasi tragica degli errori. Tra equivoci e casualità quasi programmate stile Indiana Jones, Scarfatti viene preso in ostaggio da due bravi, il Gatto e la Volpe (che assomigliano un po’ tanto a quelli cantati da Edoardo Bennato) che, non si sa bene perché, dovrebbero riuscire a procurare una laurea honoris causa ad Anna Comaschi, amante di un industriale con la puzza sotto il naso, macchietta divertentissima, che pare la brutta copia di un Corleone disegnato da quel geniaccio che fu Mario Puzo. Intanto, il padre di Mika, ormai cinquant’enne, assilla la figlia: è un uomo ancora giovane, piacente, ma che vive la mezza età con isterismo a dir poco femminile, e a Mika tocca subire. Poi succede un patatrac di quelli fenomenali: un ex leader della Beat Generation diventato donna ha deciso di promuovere un attentato alla riunione dei Grandi di Reykjavik, un sottomarino ucraino affondato nel mare di Bering, e altre sorprese che vedono protagonisti da vicino Amanda e Mika traducono il lettore in una commedia volutamente scontata, ma che ha il pregio non da poco di farci ridere e riflettere, con leggerezza.
“Mare di Bering” di Tullio Avoledo è goliardico, un romanzo in bilico tra “Lo spirito dei tempi” di Bruce Sterling e “L’uomo nell’alto castello” di P.K. Dick, ma ancorato ad una leggerezza affabulatoria che né Sterling né Dick hanno. Tullio Avoledo ha saputo costruire una trama che ingloba mainstream, elementi fantascientifici, ma anche tanto avant-pop.


Edizioni disponibili:

Il mare di BeringTullio Avoledo – Collana: Questo e altri mondi – Sironi – 450 pp. – 17 Euro

Il mare di BeringTullio Avoledo – Collana: Einaudi tascabili – Einaudi – 401 pp. – 10 Euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:42 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (16)



Philip Roth, Lo scrittore fantasma

written by King Lear    - martedì, febbraio 21, 2006


Philip Roth, Lo scrittore fantasma



PHILIP ROTH



e quella brutta faccenda de



Lo scrittore fantasma
 



 
di Giuseppe Iannozzi
 


 
 
 
Philip Roth è nato a Newark (New Jersey) nel 1933. Il romanzo che l’ha fatto conoscere al grande pubblico è stato Lamento di Portnoy. Grazie alla sua penna magistrale, P. Roth si è aggiudicato nel corso degli anni i più importanti e prestigiosi premi letterari americani: il National Book Critics Award nel 1991 per Patrimony; Il PEN/Faulkner Award nel 1993 per Operazione Shylock; il National Book Award nel 1995 per Il Teatro di Sabbath; il Pulitzer nel 1998 per Pastorale americana, prima parte di un’ideale trilogia sull’America del dopoguerra, proseguita con Ho sposato un comunista e conclusa con La macchia umana. Molti dei suoi lavori sono disponibili nel catalogo Einaudi nella collana tascabili.
«Vivo da solo, non c’è nessuno di cui io sia responsabile, a cui debba rispondere di quello che faccio o con cui debba passare il tempo. Decido io i miei orari. Di solito scrivo tutto il giorno, ma se voglio tornare nel mio studio la sera, dopo cena, posso farlo: non sono costretto a star seduto in salotto perché qualcun altro ha passato la giornata da solo. Non devo star seduto a far conversazione cercando di essere brillante. Se mi sveglio alle due di notte e mi viene in mente un’idea, accendo la luce e scrivo in camera da letto. Lavoro, sono sempre reperibile. Sono come un dottore di un reparto di medicina d’urgenza. E sono anche il caso urgente». (Philip Roth, una dichiarazione rilasciata al New Yorker l’8 maggio 2000)
The ghost writer è un romanzo che mescola realtà e finzione, dove quest’ultima è talmente perfetta che finisce col confondersi con la realtà: è difficile, se non impossibile, stabilire dove realtà e finzione abbiano inizio e fine, par quasi di trovarsi di fronte ad una “realtà nuova”, forse più reale di quella quotidiana. Lo stile narrativo di Philip Roth è sempre lucido, mai sconveniente o arzigogolato; le sue storie prendono spunto dalla quotidianità e si evolvono in una quotidianità alternativa, ma non per questo meno credibile. Anzi!
Un alto esempio di come P. Roth sia capace di manipolare la realtà è rappresentato dal romanzo, The ghost writer. La vita di uno stimato scrittore è sconvolta dall’arrivo di un ammiratore che, quasi per caso, scopre il più grande segreto della letteratura moderna. In una casa isolata sulle colline innevate del New England, lo stimato scrittore, Lonoff, e il suo giovane ammiratore, Zuckerman, discutono insieme di letteratura: ma tra di loro c’è la presenza misteriosa di una ragazza, una ragazza che il pubblico crede morta nell’Olocausto. Una sera di dicembre del 1956, sulla soglia di casa di Emanuel Isidore Lonoff appare un giovane scrittore di belle speranze, Nathan Zuckerman; Lonoff vive in quasi totale reclusione sulle colline del New England leggendo e scrivendo, ma guarda anche fioccare la neve insieme alla moglie Hope e ad una misteriosa ragazza, Amy Bellette. Lonoff ospita Zuckerman, ma la presenza di Amy incuriosisce quest’ultimo: chi è in realtà la rediviva dell’Olocausto? Zuckerman cerca indarno di far quadrare la vita apparentemente monacale di Lonoff, la propria turbolenza, l’ebraismo, i problemi con la propria famiglia, e l’ipotesi suggestiva che Anna Frank, autrice del Diario più famoso del mondo, non sia morta in un campo di concentramento durante la guerra. Ma Amy è davvero la Frank più famosa del mondo e creduta morta? E se sì, perché è l’amante di Lonoff? O è solo apparenza?
Lo scrittore fantasma è stato pubblicato per la prima volta nel 1979: è ormai un classico, il primo tassello di un ciclo che ne comprende altri sette, tra cui val la pena di ricordare i recenti Pastorale americana e La macchia umana. Con i suoi romanzi, Philip Roth ha tratteggiato il panorama americano con tutte le sue contraddizioni sociali e artistiche mettendone in evidenza i “fantasmi nascosti” (o invisibili).
Il personaggio di Zuckerman, ventitreenne invaso dal fuoco sacro per la scrittura, non incontra in Lonoff soltanto una figura idealmente paterna, un modello a cui poter far riferimento per costruire la propria immagine, ma anche, e soprattutto, un Lonoff che è il “fantasma dello scrittore”, quel fantasma che finirà con il contaminare la coscienza stessa di Zuckerman. Un grande romanzo che investiga con magistralità nelle ragioni e nelle cause che fanno di uno scrittore un artista (o un fantasma), ma anche nell’ebraismo e nei problemi ad esso correlati.
Lo scrittore fantasma include una certa spregiudicatezza umana, quella di Faulkner e di Hemingway: è opera fondamentale per comprendere l’arte, la fiction, ma più in generale, per tentare di vedere con chiarezza dentro noi stessi, dentro un “Io” che spesse volte è solo il fantasma del nostra reale identità. Ma non è detto che “Noi” si abbia un Io! Lo scrittore fantasma è forse la negazione dell’Io? In un certo senso, sì. Ma è anche molto di più. Molto di più.
 
 
Lo scrittore fantasma - Philip Roth - Traduzione di Vincenzo Mantovani – Einaudi – Collana: Einaudi tascabili – pp. 146 – € 8.80

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:01 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (36)



Appunti Poetici Accartocciati II

written by King Lear    - lunedì, febbraio 20, 2006







Appunti Poetici



Accartocciati II
 
 



di Giuseppe Iannozzi
 
 
 



 
MALEDETTA PRINCIPESSA
 
 
a Francifrà,
Principessa di sorrisi,
di bacibà
 
 
Maledetta Principessa
 
T’ho beccata
con le mani ancora
calde… scandalo
della tua giovane,
troppo giovane bellezza
T’ho beccata
ma non imbarazzata
 
T’ho vista
che passeggiavi
mano nella mano
con un altro
gettando lo sguardo
alle vetrine luccicanti
di nastri colorati, tra i riflessi
di colombe alte in volo
T’ho vista
ridere per il suo sorriso
bianco, uguale alla neve,
tra i fumetti nell’aria
 
T’ho vista
avvolta nella sciarpa rossa
che ti regalai poco tempo fa
T’ho vista ridere:
eri bella, troppo bella
mentre giocavi le mani
come colombe infreddolite
 
T’ho vista
E non ho potuto fare niente
E non ho potuto piangere
nemmeno una lacrima,
perché me lo dicesti allora
che il nostro amore
era come la primavera:
sarebbe finito presto
tra colori e germogli d’amore
 
Maledetta Principessa!
 
 
 
 
 
FRAGILI
 
 
a Insanesinner,
Regina di Cuori
 
 
Siamo fragili, fallibili
al mondo - che ha rubato
il nostro primo grido
seguito al taglio
del cordone ombelicàle
 
Siamo tanto fragili
Come il mio cuore
che al tuo si sposa
per non morire ancora
 
di fiato senza fiato
 
di battito senza battito
 
Siamo fragili fragili carezze
uguali a foglie d’autunno
spazzate via dalla ruvidità
d’una ramazza invecchiata
in-seguendo l'inesorabile ritmo
di chi da sempre è sua padrona,
la Morte
 
 
 
 
 
MONICA FEMMINISTA
 
 
a Monica Maggi,
che l’ha ammesso
che è femminista
 
 
Tu non me lo lasci mai un bacio,
quando la sera si fa più profonda
della solitudine che covo in grembo
come un figlio geloso e perverso
 
Tu non me lo baci mai l’amore
che mi piange dagl’occhi ciechi
 
Non hai cuore, solo durezza
Mi lasci indifeso, alla mercè
delle mie stupide giovani illusioni
Mi lasci a sognare danze infantili
e cavigliere d’oro per cento vergini
 
Tu non me lo stacchi mai fino all’estremo
fondo il cuore - che è poco, che è vivo
 
Tu non me lo ingoi mai bene in fondo
il gesto erotico di lasciarmi a te nudo
 
Non lasci niente, mai una briciola
Scendi in piazza e fai la femminista
e ridi di me, perché l’hai capito
che di te mi sono innamorato
 
Tu scendi a confonderti fra mille grida
E gridi con tutto lo spirito che ti rimane
in corpo
 
…gridi l’orgasmo della tua femminilità
perché io possa sognare e disperarmi
fino in fondo, fino all’estremo non ritorno
 
 
 
 
 
PASSI NELLA NEVE
 
 
Quando qui nevica, nevica come dio comanda:
la sciarpa te la leghi al collo per strozzarti
e sopravvivere così alla tormenta che ti taglia
la faccia. C’è poco da fare. I piedi affondano
ben bene nella neve, e il ritorno è sempre
un po’ più difficile: quella che era vergine
non lo è più dopo poche ore, è invece mota
che fa un rumore cattivo, come di carapaci
di scarafaggi schiacciati. La neve è grigia,
è sporca, e quando la notte inesorabile cade
neanche te ne accorgi che le strade
non sono le solite, di catrame. Le lattine
e le cicche riposano sepolte, ogni tanto le pesti
però non te ne accorgi mica; altre volte
vai sul sicuro e ti becchi una merda di cane
che era rimasta sepolta, ed allora ti tocca
stringere i denti e bestemmiare. In dio non ci credi
e le campane – lontane – hanno il suono
che sai, quello di sempre, quello di quand’eri
ancora timido e bambino, quasi simile
ad un angelo. La terra è quasi vuota: scivolano
ombre a te accanto, bianche; ti danno un saluto
breve, e veloci vanno via verso il suono
che è di eco e di bronzo. Qualcuno ti avvicina
imbarazzato e infreddolito, ti chiede se hai d’accendere,
scuoti il capo, lui ti sorride e pensa chissà che cosa,
poi ti saluta con il palmo della mano alto e aperto
tagliandosi la lingua in un “Dio sia con te, brutto stronzo!”
Passi oltre, e i passi che ti sei lasciato dietro
sono già stati calpestati da un cane randagio
che t’abbaia manco fossi tu il peggiore degl’uomini
mai apparsi su questa terra così, un po’ complicata
e nulla affatto divertente. Con l’alito pesante,
con l’ossigeno sporco e freddo nei polmoni,
chiudi la giornata e apri la porta di casa
con la vecchia chiave arrugginita da cent’anni
di solitudine: accendi la lampadina da quaranta candele
appesa a un filo di speranza suicidata, leggi gl’occhi
fissi del crocifisso - che era di tua madre morta
proprio in quella stanza -, poi prendi a spogliarti,
a slegarti la sciarpa. Sul tavolo un pezzo di pane
e uno di formaggio, come sempre non mancano mai.
Sfogli le lenzuola vuote, tristemente bianche:
non ce l’hai più la forza per una sega da tanti anni ormai,
e il sonno fatica ad arrivare. Aspetti che la notte finisca
e che il giorno sia ancora, come sempre. Come sempre.  
 
 
 
 
 
CUORI TATUATI
 
 
ad Aga,
che mi ama
d’un amore speciale
 
 
Non dirmi che mi ami
Non ti credo, non ti...
 
Tutti abbiamo un dolore
Tutti abbiamo un amore
Tutti abbiamo una rima
sprecata, uguale alla tomba
d’un bambino bianca di sale
 
No, non dirmi
quanto è bello il tuo viso
Non mettermi di fronte
alla tua lucida alta fronte
Mi gira forte la testa
Mi tremano le gambe lente lente
E le mani non sanno più tatuare
cuori per marinai perduti
 
Mi tremano le mani sulle onde,
e il sale non mi basta mai
E la lingua non è lunga abbastanza
 
Ho paura che così ti perderò
Ho paura davvero che così finirò
male cercando il blu nel mare
dei tuoi occhi sprofondati nei miei
 
Non mi dire
quel “Ti amo” tatuato
Ho freddo e fame in alto mare
Ho un pòrto da trovare
Ho un’àncora di gelosie,
di sirene ai punti cardinali
Ho da sopportare tutto questo
come un tumore, come il mare
 
Ho da navigare ancora onde
e onde di paura che non ti voglio
lasciar immaginare
 
Che non ti voglio far conoscere
per il nostro bene
Per il nostro cuore tatuato col sangue
 
 
 
 
 
UN VECCHIO SCRITTORE
 
 
Quella fu una giornata di gala strana davvero:
le donne ballavano e gli uomini le accompagnavano
con il sorriso in mezzo ai denti, e l’orchestra suonava
vecchi valzer e qualche nota di rock a stonare
- a mischiarsi con le risate di gola, di nervosismi
neurovegetativi. Tacchi alti per le dame e stivali
per tutti gli altri, anche per i nani e i giganti
decisi a scavare trincee tra le nuvolette azzurre
dei sigari cubani accesi come autodafé d’altri tempi.
Ad un certo punto tutto cessò e si fece il silenzio
ordinato apparecchiato sulle labbra di dio:
un vecchio corvo prese il microfono in bocca
e invitò tutti gl’invitati a prestargli ascolto.
Era brutto e vecchio, calvo, grossi baffi staliniani
e una dentiera bianca che parlava meglio di lui.
Si raschiò la gola, e quasi tirò le cuoia nell’atto
infame: “Siamo qui, per…” Nessuno più sorrideva.
Lo stettero ad ascoltare: poi l’applauso scrosciò,
e il vecchio scrittore fingendo imbarazzo per poco
non sputò la dentiera insieme alle cateratte
che gli lacrimavano dentro al bicchiere di acqua tonica.
Un po’ di moccio gli si appiccicò ai baffi ormai bianchi,
ma nessuno glielo fece notare quello sbàffo. All’uscita
tutti si misero le mani sulla chiappa destra là dove tenevano
nutriti portafogli; raccolsero fra le mani una copia almeno
del libro e pagarono il triplo del prezzo di copertina,
e le donne lasciarono sorrisi a trentadue denti per mancia
stando bene attente a non perdere d’occhio i loro cavalieri.
Quando tutti se ne furono andati, il vecchio corvo era lì
a contare i danari raccolti; io l’avvicinai per due domande,
ma quello era già al di là dei suoi stessi pensieri. Si trascinò via
uguale a un vecchio buddha perverso, lasciando dietro di sé
l’odore violento d’una bomba a gas troppo a lungo trattenuta
nell’intestino. Restai in piedi con il bloc-nòtes in mano
aperto su pagine bianche; me lo cacciai, dopo due minuti
di pensieri fra me e me, in una tasca della giacca, e feci
per squagliarmi anch’io. All’uscita c’era una copia abbandonata
del libro scritto dal vecchio scrittore: la presi in mano la copia,
lessi il titolo, “Lo sbàffo”. Poi arrivai a leggere la prima pagina
con attenzione appena sufficiente a farmi sbadigliare:
quella copia la conoscevo, era da quarant’anni almeno
che circolava, sotto titoli diversi per ogni ristampa. Sorrisi.
Fuori nevicava. Arrivai fino ad una cabina telefonica
e feci una chiamata. Dopo dieci minuti
una macchina mi raccolse: “Com’è stata la serata?”
La mia donna era annoiata ma non scontrosa.
Le risposi con piena sincerità: “Come avevo previsto.”
Lei allora mi baciò sulle labbra, felice: “Non sbagli un colpo.”
La tenni fra le mie labbra per un minuto almeno,
poi ci staccammo: “Dovresti imparare a guidare.”
Ma non era un rimprovero: le dissi di sì divertito
con un cenno della testa, e lei premette sull’acceleratore,
lasciando dietro di noi, sulla neve, larghi sbàffi di neve
e di fango, delle cicatrici praticamente.   

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Appunti Poetici Accartocciati

written by King Lear    - sabato, febbraio 18, 2006


Gattina



Appunti Poetici


 
Accartocciati



 
 
di Giuseppe Iannozzi + 1 poesia di Aga
 
 
 


 
Avviso in Bacheca


Queste poesie accartocciate, imperfette,
forse ben più che brutte,
le ho lasciate sui Vostri Blog.
Ma, ad esser sincero, non ricordo a Chi
né Dove né Perché, per quale occasione
o strano motivo, ragion per cui le metto
qui, come fiori deposti su tombe di allegria
di noia e - perché no! - anche di gioia.
E chi vorrà saprà raccogliere il dono
con un bacio o un sonoro e chiaro vaffanculo
per l'autore, che son io.


g.i.



 
 
IL MIO BACIO
 
 
Mio Angelo
di Peccato di Passione d’Amore,
nei miei pensieri
lo posso immaginare il tuo volto,
due occhi profondi e innamorati
mentre rossore di pesca matura
si diffonde su le vellutate tue gote
 
Nel mio desiderio
lo posso sentire il fascino,
il tocco delicato delle tue dita
su la ruvidità della mia pelle
 
Nel mio cuore
l’avverto la linea delle tue labbra
così rosse, teneramente carnose
come frutto mai colto, mai goduto
sino in fondo
 
E se ti stringo forte le mani nelle mie,
arrossisci piano e lento chini il mento,
un poco appena
perché la grazia tutta si possa nascondere
sul mio petto, là dove mi batte il cuore
sempre e sempre più forte
 
Ma quando gl’occhi apro al cielo
solo incontro altro infinito cielo
Ed allora mi dispero in una lagrima
che taglia la rozza linea del mio viso
E solo vorrei generoso tosco da ingollare
perché nell’Eternità ti possa sognare
e per sempre baciare
senza mai riprendere un fil di fiato
 
 
 
 
 
COLORI
 
 
Ti dipingerò di Nulla,
di tutto il Nulla
che passa dall’Infinito
all’Eternità
se riuscirai a trovarlo
tra i colori dell’Arcobaleno
 
Con un pennino di acqua piovana
Con una lacrima ai bordi delle ciglia
aspetterò accecando le stelle in cielo alte,
impossibili da sognare tutte una ad una 
 
 
 
 
 
BIONDA DIAVOLETTA
 
 
Il paradiso nel tuo sorriso
E i tuoi denti ben affondati
nell’oscurità del mio cuore
all’inferno,
a succhiare via ogni traccia
di credulità in Amore
 
Ma non mi cambierai mai
Continuerò a fischiare alle donne
pizzicando loro il fondoschiena
Continuerò a godere per sempre
dei loro felici urletti
 
No, non mi cambierai mai,
mia tenera Bionda Diavoletta
 
 
 
 
 
CUORI
 
 
Un giorno scoprirai
di volere il velo bianco
Un giorno scoprirai
che preferisci il bianco
al velo nero
Ed allora amerai un uomo
mille miglia lontano
da quell’ideale di solitudine
che avevi amato fra le lenzuola
 
Un giorno capirai da te
che ogni cuore è di tutto
e di niente pieno
E lo vorrai sopra il tuo
un cuore così strano
 
 
 
 
 
ROSE E SPINE
 
 
Ma posso svegliarti
con un bacio
Posso spettinarti
con petali di rose
Posso amarti
con timida rugiada
nell’amore distillata
Posso tutto
quel che posso
E non posso niente
se tu non sbocci
in primavera
dentro al cuore mio
Con tutto il rosso,
con tutte le spine
Perché d’una rosa
tutto s’ama
 
 
 
 
 
MALEDETTA
 
 
Ti incontrerò ancora
oltre il muro del silenzio
Ti amerò ancora
oltre il tempio del lamento
Ti prenderò ancora
per avere una ragione
da dare al futuro
 
Ti aspetterò
momento su momento
strappando fiori
e neri grigi bianchi capelli,
dilapidando primavere
Ma ti aspetterò
per sempre, maledetta
maledetta donna mia
 
 
 
 
 
TRA LE RIGHE
 
 
Non perderti tra le mie righe
Resta con me, con un graffio,
con una gelosia, e portami via
via da qui - prigione di parole

Torna da me, anche se è sbagliato
Ci faremo del male, tu lo sai
e io lo so, ma che faccio senza te?
La vita semplicemente non è

Non mi perdo tra le tue righe
Resto con te, come una malattia,
con tutta la gelosia che so mia
Mi perdo in te per imprigionarti
oltre il suono delle parole
 
 
 
 
 
LA FORFORA DI DIO
 
 
Non può piovere per sempre
Ma può cadere per l’eternità
la bianca forfora di dio su noi
che non lo conosciamo davvero,
né sappiamo dov’è questo Io
e se mai ha amato come noi
 
 
 
 
 
BINARI
 
 
Ammore, Ammore, Ammore,
quanto e quanto lo gridiamo
nei vuoti corridoi
cercando un treno che ci porti via
in un altro dove,
sognando sempre vita nuova
a darci speranza
 
Ammore, Ammore, Ammore,
ma che vuoi? che piangi a fare?
I cuori si spezzano
e sono in solitudine
da millenni, da ben prima
che le rette fossero parallele
e i binari morti
 
Ammore, Ammore, Ammore,
ammazzami con un bacio
E non ci pensare più che sei sola
 
 
 
 
 
OBLIO
 
 
Le liriche son finite
dentro a un pozzo rivelatore,
dentro a un cuore malato
Le liriche non si sanno cantare
Perdono le note stando
dietro ai compromessi dell’amore
Perdono, perdono lacrime
Perdono, perdono battiti
su battiti, come orologi ormai andati
per sempre perduti nel mare dell’Oblio
 
Le liriche non lo sanno l’amore
Ma sempre cercano di chiuderlo
tra le maglie delle loro parole
E affidano il triste compito
al più stupido dei poeti
E io sì, mio Amore, son quello lì
 
 
 
 
 
DI BASTONE
 
 
Si vive
per una dolcezza
prima che sia
tristezza
a farci le ossa
per metterci
davanti
alla sporca faccia
della vita
 
Della vita
che non dimentica
il bastone
da menarci
sulla groppa,
manco fossimo somari
all’abbrutimento destinati
 
 
 
 
 
A GOCCIA
 
 
Qui non piove.
Non diluvia
né l’amore
né l’odio.
Qui non si vive.
Qui è sempre uguale:
un giorno tira l’altro;
e un abbandono a sé
è l’unica giostra di vita.

Ma tu,
che goccia ti fai
e lenta scivoli su me,
mi ridai al mondo
come se solo oggi nascessi.
 
 
 
 
 
AL MIO AMORE
 
 
Mi prendo le tue parole d’amore
perché non siano più parole
ma marchio a fuoco sulla mia carne
Perché brucino le mie labbra
insieme alle tue, come all’inferno
Non conosco paradiso
se non quello che è nel sorriso
che ora immagino dipinto
con tutta la tua anima,
Mio Amore
 
 
 
 
 
BIMBO
 
 
No, perché?
Amor mio,
perché
gli antibiotici
a colazione
al posto di me,
del mio cuore
a pezzi?
 
Son dolce
come bomba atomica,
come bimbo
senza destinazione
né un’altalena
 
Sono così a pezzi!
 
Cammino
tra le ombre
Ho una vita intera
da farmi a piedi
Ma ho il cuore
a pezzi
Scheletri di alberi
germogliano
nel male
quando su loro
poso il mio triste
triste sorriso
Perché t’amo
 
 
 
 
 
IN IRONIA
 
 
I.
 
Mi salverai tra un amore in rima
e un altro che invece fa la fila
per prendere una sculacciata,
o un bacio soffiato al pari
d’uno scontrino fiscale
Mi salverai da me stesso
perché non uso né il righello
né la rima, ed allora quelli
ci vanno giù pesante coi manganelli
per rompermi di netto l’ano
e farmi brutto come un fauno

Mi salverai, ma quando?
Vieni a salvarmi
perché questo è il tempo:
scaccia il tormento
che striscia nel tuo letto
e ridammi fiato nel petto
 
 
II.
 
Ammore, Ammore mio,
mo’ te lo devo proprio dire
che sei sguaiata più di Boccaccio,
più d’ogni comare al porto a farsi fare
l’amore da un vecchio marinaio
- che in realtà solo è un merlettaio
incapace di venire né di vivere
senza il suo confetto Falqui

Ho deposto sul fondo del cesso
uno stronzo bello grosso
che pare un sesso,
che ha la faccia di Freud
Gl’ho scattata una foto
con la mia Kodak
E penso che sì, potrei vincere
il primo premio al Concorso Nazionale
se prima non mi sbattono in galera
a dividere l’ano con fascisti
dal pisello moscio ma col manganello duro

Ammore mio, Ammore mio,
questa è ‘na vita dura assai
E se tu non verrai a salvarmi
domani mi ritroverai alla tua porta
nudo e sanguinante e con l’Aids
in ogni mio bacio al vento
Ed allora avrai ragione di non volermi più
né nel tuo letto né sul tetto
a ripararti l’antenna a baffo!
 
 
III.
 
Io sono ancora seduto sulla tazza del cesso
a leggere la cronaca nera
perché le strisce mi mettono la malinconia,
e i fumetti di alito nel freddo di fuori
non li sopporto affatto bene
Credo che resterò rintanato nella puzza
di tutti i giorni, magari osando una sega
o al massimo una telefonata a un vecchio amico
che da ormai tanti
e tanti anni ci ha dato un taglio
Però se ne va in giro di notte in minigonna
per metterlo in culo alle femmine,
perché – devi saperla pure tu la verità –
quand’era uno come tanti
non gliela smollavano neanche per sbaglio
tirando per un venire da sbadiglio
 
 
 
 
 
DIMENTICATO
 
 
Che fine ha fatto
quel sogno che dividevi
con me
Che fine hai fatto fare
a tutte le mie notti insonni,
a tutto l’amore
che ti ho lasciato sul cuscino
scoprendo la bellezza
del tuo seno
 
Quale altro ardore
ti racconta la notte
quando non riesci a dormire
Quale il poeta
che oggi culla i tuoi sogni
che verranno nelle ore
più oscure della solitudine
 
Possibile che abbia amato
solo per infine dirmi perduto
E mai, nemmeno un saluto
o un addio in punta di piedi
E mai, nemmeno un coltello
nel mulino a vento dell’Amore
 
Soltanto m’hai dimenticato
E io, forse, ancor non mi sono
del tutto rassegnato
a tagliar le vene all’Amore
Ma non a te
E io, forse, ancor non mi sono
del tutto stancato
di far ruotar le pale nel mare
di sangue del mio cuore
al vento, al vento prestato
per sempre
 
 
 
 
 
VEDI MAI
UNA STELLA CADERE
 
 
di Aga
per me
che son il suo Amore
 
 
Vedi mai una stella cadere
E non ricordi cosa desiderare?
Non c’è niente dentro me
Perché dentro ci sei tu

Sai che io non penso più a nessuno
Sai che io non voglio più nessuno
Non ho niente dentro finché dentro tu ci sei
Anche se non ricordo più il sapore che hai

Ora so che ogni uomo trova la sua dannazione
Un rettile può cambiar pelle ma non cambia il cuore
Ma soffri solo un po’ per poi non soffrire più
Non ho niente dentro, perché dentro ci sei tu  

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:47 | poesia, generico | BlogNews | clicca per commentare commenti (46)



Lester Del Rey - L'Undicesimo Comandamento

written by King Lear    - venerdì, febbraio 17, 2006


Lester Del Rey - L'undicesimo Comandamento


L’ambigua fantareligione



di
Lester del Rey:



L'Undicesimo Comandamento





di Giuseppe Iannozzi






Lester Del Rey con “L'Undicesimo comandamento” nel 1972 dà corpo ad uno dei più interessanti e vitali libri di fantareligione che ancor oggi non manca di suscitare interesse. Il romanzo di Del Rey esce in un momento storico critico, quando la guerra fredda era una minaccia reale (non che oggi non lo sia, anzi!); a tale proposito non bisogna dimenticare gli accadimenti di Cuba, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara e Nikita S. Krusciov, ovvero l’America e il suo contorno: sarebbe bastato assai poco perché America e URRS scatenassero la prima guerra atomica. E Lester Del Ray, prendendo spunto dalla crescente paura dilagante di una possibile guerra atomica, scrive forse il suo capolavoro: “The eleventh commandment”.
Lester Del Rey, il cui vero nome è Ramon Felipe San Juan Mario Silvio Enrico Smith Sierra y Alvarez del Rey y de los Uerdes, nacque in California nel 1915: figlio di un operaio, ricevette una educazione discontinua e prima di maturare vena artistica come scrittore, al pari di tanti americani non disprezzò di fare i più disparati ed infimi mestieri per sopravvivere. Tuttavia la sua attenzione nei confronti della fantascienza iniziò ben presto intorno agli anni Trenta; il suo primo racconto “The Faithful” risale al 1938 e fu pubblicato da Astounding SF, e sempre nel ‘38 pubblicò “Helen O'Loy”, la romantica storia d’amore fra un donna-robot e un uomo. Nel 1942 pubblicò “Nerves”, una storia che ancor oggi fa venir la pelle d’oca: già nel ‘42 Del Rey immaginava cosa sarebbe potuto accadere se una centrale nucleare fosse scoppiata in un centro urbano... una paura quella di Lester del Rey che nell’aprile del 1986 diventò tristemente realtà a Cernobyl, Cernobyl che oggi viene detta sicura ma che ha prodotto mostri genetici e infinite paure; Cernobyl, una verità ancora non spiegata e che forse mai sapremo. Del Rey scrisse anche un’altra grande opera di fantasociologia: “For I Am a Jealous People”, un romanzo dove l’umanità insorge contro un Dio che si schiera dalla parte degli Alieni che intendono invadere la Terra, romanzo che è a tutt’oggi un esempio mirabile di fantareligione.
“L'Undicesimo Comandamento” ci descrive una Terra devastata dalla Guerra Nucleare: l’umanità è riuscita a sopravvivere e ha preso vita la “Chiesa Cattolica Eclettica” il cui comandamento principale, l’Undicesimo, impone all’umanità di “crescere e moltiplicarsi”.
La Terra è sotto la prepotente egida della “Chiesa Cattolica Eclettica”: un citologo di Marte viene esiliato sulla Terra perché il suo DNA non è perfetto, ma quando questi arriva sulla Terra non conosce il motivo del suo esilio. Ben presto si rende conto che la Terra è un grosso contenitore e di immondizia e di malattie e di milioni di derelitti umani; come se tutto ciò non bastasse, la Chiesa detta legge, una legge che è autentica barbarie. In un primo momento cerca di ribellarsi e porta avanti la sua battaglia contro la Chiesa senza risparmiarsi: i preti, quasi tutti ottimi medici e genetisti, alla fine gli riveleranno la verità... l’Umanità è malata, profondamente malata: il DNA umano, dopo la Guerra Nucleare, è stato gravemente mutato e non c’è sulla Terra uomo o donna con un DNA integro. “L’Undicesimo comandamento”, che vuole la procreazione indiscriminata di nuovi esseri, prima di essere un comandamento religioso, è una necessita di sopravvivenza: la speranza è quella che prima o poi, con il rinnovarsi delle generazioni, l’uomo riesca a ricostruire il suo DNA, o meglio ancora riesca ad adattarlo alla Terra contaminata dalle radiazioni atomiche. Quello che vuole in realtà la “Chiesa Eclettica” è la sopravvivenza dell’umanità terrestre, perciò comanda che tutte le coppie procreino: alla Chiesa poco importa se nasceranno dei mostri, l’importante è che si continui a procreare fino a quando il DNA umano ritroverà un suo proprio equilibrio. Il citologo marziano scoperto ciò, non può che dar ragione alla “Chiesa Eclettica” anche perché scopre che pure il suo DNA è sporco e che con tutta probabilità non avrà mai dei figli sani. Una volta appresa questa crudele verità, il citologo marziano non guarderà più a Marte con l’ansia di poter farci ritorno: si rende conto che è stato allontanato da Marte perché non inquinasse il DNA della colonia terrestre su Marte con il suo. Stranamente su Marte sono tutti sani, intelligenti e biondi: il prototipo della razza ariana!
“L'Undicesimo comandamento” è un romanzo sottilmente ambiguo quanto raffinato: Lester Del Rey scrive con maestria consumata, senza paranoie dickiane; l’ambiguità del romanzo nasce dal fatto che si presta a diverse interpretazioni. Pur essendo un violento attacco contro la Chiesa, alla fine Del Rey ne afferma la validità sotto il punto di vista strettamente religioso ma anche sotto quello scientifico.
La Chiesa, oggi, come ieri, interferisce con prepotenza nelle innovazione e scoperte scientifiche; la “Chiesa Eclettica” del futuro immaginata da Lester Del Rey finisce con l’avere ragione sia sul piano teologico, sia su quello scientifico. Da non dimenticare poi che Marte è una colonia abitata da terrestri che hanno tutte le caratteristiche di quel prototipo umano tanto caro all’arianesimo. Eppure Del Rey con questo romanzo non sembra affermare la “superiorità” dell’arianesimo; piuttosto sembra affermare che la razionalità è valida soltanto quando riesce a guardare senza pregiudizi al mondo scientifico e a quello religioso optando per l’uno o l’altro (o per entrambi) se la scelta operata è quella migliore per la sopravvivenza dell’umanità.
Un capolavoro di fantareligione? Forse sì, forse no: l’ambiguità rimane viva anche nella critica all’opera di Lester Del Rey.


“The eleventh commandment” - Lester Del Rey -
disponibile su Amazon.com, in lingua originale

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