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Wu Ming 5, Havana glam - il fallimento dell'AvantPop made in Italy
written by
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martedì, febbraio 28, 2006
- il fallimento dell’Avant-Pop made in Italy -
di Giuseppe Iannozzi
g.i. ]
“Wu Ming, come molti lettori sanno, è il nome collettivo che hanno assunto quattro promotori bolognesi del Luther Blissett Project, per la precisione i quattro autori di Q (Roberto Bui, Giovanni Cattabriga, Luca Di Meo e Federico Guglielmi), dopo il seppuku, il suicidio rituale giapponese con il quale hanno abbandonato nel dicembre 1999 il nome multiplo di Luther Blissett. A essi si è aggiunto Riccardo Pedrini, ex musicista punk e insegnante di arti marziali, autore dell'agghiacciante Libera Baku ora (Derive Approdi, gennaio 2000), una delle rare conferme che gli italiani non hanno una tara genetica e possono, se vogliono, scrivere della fantascienza intelligente anche fuori dalla tradizione Calvino/Primo Levi”
Antonio Caronia, Pulp libri
“Wu Ming non è certo Malraux, ma neanche Debord. Chi è dunque? Un collettivo di ‘senza nome’ che gira per centri sociali (in tre mesi è già alla ventesima presentazione) a raccontare perché le storie vengono prima degli autori.”
Geraldina Colotti, il Manifesto
Havana Glam firmato da Wu Ming 5 è il primo esempio di AvantPop fantascientifico italiano di una certa importanza, anche se il risultato finale è piuttosto deludente.
Si inizia a leggere Havana Glam con un certa sorpresa e curiosità, ma durante il corso della lettura ci si annoia e si arriva alla fine veramente stomacati, forse confusi, forse annoiati… boh… Comunque a fine lettura ci si arriva sicuramente, basta impegnarsi con tutta la propria volontà.
Si inizia a leggere Havana Glam con un certa sorpresa e curiosità, ma durante il corso della lettura ci si annoia e si arriva alla fine veramente stomacati, forse confusi, forse annoiati… boh… Comunque a fine lettura ci si arriva sicuramente, basta impegnarsi con tutta la propria volontà.
Havana Glam è scritto modestamente bene, ma non è un esempio di immediatezza stilistica, una pecca questa che impatta violentemente e negativamente sui contenuti politici del romanzo. Lo scritto è in più punti disarticolato, slegato, molti riferimenti storici e geografici sono scomposti in un puzzle per tutto il costrutto narrativo; e i personaggi fittizi si sovrappongono a quelli realmente esistiti, e i flashback sono azzardati e inseriti nel tessuto narrativo là dove non sono necessari. Il risultato è un po’ un pasticcio che consuma la mente nel vano tentativo di riagganciare le storie parallele di Havana Glam.
Havana Glam è un prodotto non dissimile da Q e Asce di guerra: si dicono tante cose politiche – sociali -, ma tutte si risolvono e si concretizzano come COSE e non come informazioni intelligibili. Se c’è un messaggio politico e sociale in Havana Glam, questo è così ben nascosto fra le righe che è impossibile decifrarlo con piena sicurezza; apparentemente sembrerebbe una accusa contro il capitalismo, ma di più non è possibile sapere. E’ un’accusa punto e basta, una pistola che spara a salve tante e tante volte ma senza mai fare del male a qualcuno: il messaggio è un BANG pagliaccesco. I Luther Blissett già con Q si erano attirati contro aspre critiche da parte di molti, in quanto incapaci di produrre una informazione corretta; qualcuno disse addirittura che la loro apparente accusa contro il capitalismo era in realtà un mero atto di disinformazione a servizio del capitalismo. Ad ogni qual modo, lasciando da parte la critica contro i non-contenuti politici di Havana Glam, guardiamo un po’ più da vicino Havana Glam come prodotto AvantPop italiano: essenzialmente è AvantPop che riflette i cliché stilistici americani, uno stile confuso pienamente americano che ha ben poco di nostrano. Il costrutto narrativo/fantastico non è minimamente paragonabile a quello di Italo Calvino o di Primo Levi, piuttosto è molto vicino a quello di un pamphlet politico di Curzio Malaparte redivivo, che si prova a mettere nero su bianco una paranoia da cliché televisiva modello X-Files: questa è la tragica realtà. La fantascienza è quella stereotipata del solito viaggio nel tempo di cui non se ne può davvero più: basta con i viaggi nel tempo, oggi sono noiosi, troppi scrittori di genere e non ne hanno abusato violentemente.
La trama in breve: nel 1946, negli USA, è accaduto qualcosa di strano, un uomo è giunto dal futuro per consigliare agli Stati Uniti di distruggere il Comunismo prima che questo possa espandersi nel mondo; si vuol far scattare il piano Totality, ovvero il bombardamento atomico delle principali città sovietiche; lo scopo è quello di sgominare il Comunismo prima che questo possa prender piede a Cuba e nel resto del mondo. Ma qualcosa va storto: la linea spazio-temporale è stata alterata dall’arrivo dell’uomo del futuro, e questo non rientrava nei progetti dei mandanti. Poi, nel 1972, in Giamaica ci sono le elezioni presidenziali: dalla vittoria di uno dei due partiti avversari potrebbero dipendere le sorti della Rivoluzione Cubana, il futuro politico delle Antille, ecc. All’improvviso, un fatto inaspettato: David Bowie, abbandonata la maschera di Ziggy Stardust, annuncia di essere attratto dal Comunismo e di essere entrato nel suo periodo cubano: Cuba è palcoscenico del caos più totale. I marziani, giovani glam rockers influenzati da Bowie, sconvolgono la vita sull’isola e seminano zizzania tra i dirigenti del Partito Comunista… E nel 2045, dopo la guerra totale del 2021, il governo degli Stati Uniti esercita il proprio dominio su un pianeta quasi completamente devastato.
Un po’ noiosa come trama.
Havana Glam è un prodotto italiano che, forse, aveva pretese ben superiori rispetto a quelle che si sono concretizzate; sicuramente non è AvantPop, non è Fantascienza, non è un messaggio politico chiaro e politicamente corretto. Più semplicemente è il tentativo di scrivere una storia rivoluzionaria… mancata!
Havana Glam – Wu Ming 5 – Fanucci – Collana AvantPop - 409 pp - ISBN 8834708210 – 14,98 Euro
Simona Vinci, Come prima delle madri
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lunedì, febbraio 27, 2006
“Come prima di saper scrivere”, questo dovrebbe essere la giusta etichetta del libro di Simona Vinci, che, invece, con arroganza pretestuosa, ha preferito dare al suo lavoro titolo “Come prima della madri”. Simona Vinci, classe 1970, ha esordito con il romanzo “Dei bambini non si sa niente” (Einaudi, collana “Stile libero, 1997) riscuotendo subito un grande successo di critica e pubblico. Presto è stata definita il caso letterario dell’anno: il suo primo romanzo è stato tradotto con tutta fretta anche all’estero, arrivando persino negli Stati Uniti. Successivamente ha pubblicato una raccolta di racconti sempre per Einaudi, collana “Stile libero”, “In tutti i sensi come l’amore”. Soddisfatta del successo ottenuto, si è provata anche come scrittrice per un pubblico più giovane pubblicando “Corri, Matilda” (E.Elle, 1998) e “Matildacity” (Adnkronos Libri, 1998). Da segnalare anche “Brother and Sister”, e l’ultimissimo “Stanza 411”. Il suo romanzo “Come prima delle madri” – forse il più ambizioso – è stato il caso editoriale trash dell’anno 2003 d.c..
Il romanzo è purtroppo indifendibile: la trama è abborracciata e si regge su ben fragili stampelle. Il tentativo della scrittrice è stato forse quello di emulare la scrittura di Nicolò Ammaniti e di Alessandro Baricco (quando Alessandro Baricco sapeva scrivere romanzi come “Castelli di Rabbia” e “Oceano Mare”, perché “Senza Sangue”, a dirla tutta, è un romanzetto “Senza Sugo”), ma facendo anche riferimento alla classicità di Italo Calvino, ottenendo come solo risultato una ciambella senza buco à la Andrea De Carlo. La prima parte del romanzo, che è quella più spiccatamente diaristica, vede impegnato Pietro a raccontare il suo dramma personale, che tuttavia non colpisce se non per la fredda ipersensibilità di cui fa sfoggio la scrittrice, ma che non risolve la trama in una struttura organizzata e compatibile con i sentimenti espressi. Illuminante il parere del critico letterario Marco Belpoliti de L’Espresso, che recensendo “Come prima delle madri”, scrive: “Pur essendo costruito con abilità e cura maniacali, ‘Come prima delle madri’ di Simona Vinci non convince. L’economia dei mezzi utilizzati, l’astuzia costruttiva, la capacità di raccontare bene solo il patologico e il perverso, fanno pensare che i mezzi a disposizione della scrittrice siano limitati. Simona Vinci è una scrittrice fredda. La sua freddezza consiste nel trasporre le forti emozioni che racconta su un piano mentale, fino a raggiungere una forma geometrica esatta, per quanto sembrerebbe tendere al caotico e all’informe. La sua qualità migliore è la rapidità che raggiunge attraverso frasi brevissime, (come Baricco). Dall’interno del suo scafandro paratattico Simona Vinci manovra i propri racconti seguendo un ritmo che solo a una prima lettura appare concitato, nervoso, pregno di umori; in realtà, tutto in lei è studiato e artefatto, frutto dell’intelligenza più che dell’emotività. Se non fosse per la trama rotonda, ben architettata, potrebbe apparire un’adepta del noveau roman: Robbe-Grillet più Pascoli, per la sua spiccata tendenza al lirismo.”
La trama, brevissimamente: si incrina il regime fascista, in Italia comincia la guerra civile, ma c’è una guerra interiore anche nell’anima di Pietro. Pietro, all’inizio del romanzo, si risveglia in un collegio circondato da mura, ma non sa assolutamente perché si trova lí; sa invece che cosa ha perduto. Ricorda Irina, sua compagna di giochi, che correva al suo fianco, poi ci sono le donne di casa e c’è Nina, la ragazza selvaggia, strega dei boschi. Da qualche parte, altrove, ci sono sprazzi di un corpo femminile che non può muoversi, in un luogo misterioso. In collegio, tra la severità di Padre Janius e l’amicizia con il piccolo Ernesto, dalla cui debolezza Pietro dovrebbe imparare a non essere più vittima, il giovane protagonista comincia una faticosa impossibile ricerca della verità. Che cosa è accaduto veramente a Irina? Solo dopo l’irruzione della Guerra nel collegio, una volta tornato a casa, Pietro riuscirà a dare un nome alle cose, o almeno ci tenterà. Fra le pagine del diario segreto di Irina, Pietro scoprirà che la morte della ragazza nasconde un angosciante segreto. L’occupazione tedesca, i primordi della guerra partigiana, sono scenografie quasi cinematografiche, che tentano indarno di dare spessore a una trama gelida e rozzamente euclidea.
Simona Vinci cerca attraverso queste scenografie nulla affatto suggestive di conferire al romanzo un respiro di memoria storica: in certi punti, il romanzo evidenzia una Simona Vinci che tenta indarno di emulare la potenza evocatrice di Beppe Fenoglio e di Alberto Moravia, ma il risultato è ridicolo, perfettamente banale. La tragedia personale di Pietro e Irina, inserita a forza in uno sfondo storico, è geometria di parole dove anche i sentimenti della scrittrice risultano essere manifestazione di un virtuosismo fine a sé stesso.
Se il primo romanzo della Vinci aveva proiettato questa scrittrice della generazione post-tondelliana nell’Olimpo dei grandi, con “Come prima delle madri” è scivolata in un trash artistico, che ha presunzione di ridisegnare la storia e le emozioni come malattia geometrica. “Come prima delle madri” di Simona Vinci: un romanzo buono solo per esser dimenticato senza alcun rimorso o rimpianto.
Come prima delle madri – Simona Vinci – Einaudi – Collana: Einaudi, tascabili – 330 pp. – 10,50 Euro
a calci i porcelli
TOM BAKER
di Giuseppe Iannozzi
Tom Baker scrittore? E chi l’avrebbe mai immaginato? Eppure Baker oggi ha dato alle stampe un romanzo grottesco, comico, irriverente, ovvero Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli. Ma chi è Tom Baker... o meglio cosa ha fatto in precedenza, prima di provarsi come scrittore?
Doctor Who,ammettiamolo pure, non sono molti coloro che ricordano questa serie televisiva degli anni ‘70: una serie interessante, oggi obsoleta per i costumi moderni abituati come siamo ai grandi effetti speciali dei film hollywoodiani. La serie televisiva Doctor Who venne prodotta dalla BBC a partire dal 1963 e a suo tempo ha riscosso un discreto successo in tutto il mondo, ed è persino approdata sul mercato italiano che l’ha accolta con un po’ di puzza sotto il naso almeno in un primo momento, per poi decretarne la validità artistica, di serie B, s’intende. Per chi non lo sapesse Doctor Who è un viaggiatore che, per spostarsi nel tempo, si serve di una sorta di cabina telefonica chiamata TARDIS, vale a dire Time And Relative Dimensions In Space; Doctor Who è un alieno, ha due cuori, una temperatura corporea di 60° e può rigenerarsi, però non più di tredici volte, in un nuovo corpo in caso di ferite mortali, proviene dal pianeta Gallifrey patria dei Signori del Tempo e la sua età biologica e di soli 953 anni. Tom Baker ha interpretato il dottore per ben sette anni nella serie televisiva: riconoscibile per il suo cappello floscio e per la sciarpa senza fine, era misterioso, enigmatico e profondamente spiritoso. La versione cinematografica di Doctor Who non ha ottenuto un grande successo.
Tom Bakerè nato a Liverpool, in Irlanda, nel 1934, prima monaco, marinaio e carpentiere, è diventato poi un affermatissimo attore di teatro e cinema. È stato, tra l’altro, uno dei protagonisti de I racconti di Canterbury di Pier Paolo Pasolini, ma la sua fama presso il grande pubblico rimane legata a Dr. Who nell’ultima serie di telefilm. Nel 1998 è uscita la sua autobiografia Who on Earth is Tom Baker?
Bene, ora sappiamo qualcosa di più circa Tom Baker ma anche del dottor Who, e si può tranquillamente parlare del romanzo di Baker, un romanzo che rispecchia, se non a pieno, molti temi cari alla serie televisiva Doctor Who.
Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli è stato definito dalla critica inglese “grottesco, depravato, ma soprattutto molto divertente”. Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli racconta la storia di un ragazzino di tredici anni, Robert Caligari, che si diverte a escogitare le morti più fantasiose per le sue vittime, i dispetti più impensati e atroci per ognuno dei suoi nemici. “II personaggio di Robert Caligari è uscito da uno dei recessi della mia mente”, ha dichiarato l’autore in un’intervista, “ma scrivendo la sua storia non avevo nessun altro scopo, se non quello di far ridere i lettori”. Malvagio dalla testa ai piedi, capace di gesti di pura perfidia, Robert detesta la razza umana, la considera una cosa aliena al suo essere e l’unica cosa che lo diverte è prendere a calci il salvadanaio a forma di maialino della parsimoniosa sorella Nerys.
Il ragazzo che prendeva a calci i porcelliè un libro macabro, dove l’umanità è vista come una cosa cattiva, aliena, ma forse il vero alieno umano è Robert Caligari. Impossibile non notare i punti di contatto con il personaggio Dr. Who interpretato da Baker nel telefilm.
In definitiva il lavoro di Tom Baker è una favola grottesca, grottesca come la serie televisiva Doctor Who. Il racconto in stile horror pompato con un umorismo velenoso e molto british (troppo british, tant’è che spesse volte non si riesce davvero a cogliere la sottile ironia di Baker), è sapientemente illustrato dai disegni in bianco e nero di David Roberts. Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli, soprattutto grazie alle illustrazioni, è quasi una versione raffinata di South Park, ma niente di più.
Per chi ha amato Tom Baker in Doctor Who il libro è sicuramente una chicca, per chi invece non ha mai sentito parlare del famoso dottore e delle sue imprese (o magari l’ha anche conosciuto e l’ha rifiutato come personaggio televisivo), la prova letteraria di Baker è solo l’ennesima favola grottesca che purtroppo infarcisce gli scaffali delle librerie - sempre impegnate a sdoganare la solita robaccia commerciale.
Il ragazzo che prendeva a calci i porcelli - Tom Baker - Traduzione di Pietro Meneghelli.- Illustrazione di David Roberts – Fazi Editore – Collana: I tascabili – 144 pp. - Isbn: 88-8112-319-3 - € 8,00
Jazz 4 Jazz
written by
-
sabato, febbraio 25, 2006
© Karamella è Opera di Angelika Karamella,
un dono per Ian Bad Boy
Jazz 4 Jazz
di Giuseppe Iannozzi
PROLOGO
Le vittime si fanno da sé
I carnefice si danno da fare da sé
E i santi e i testimoni muti pure
E’ la solita sporca solfa
La redenzione che non c’è
è per nessuno,
per nessuna amputazione
TRE NOTE
Sono geloso
come un ghiacciolo al limone
Sono al tuo fianco
come polvere di stelle
Sono o non sono il tuo amore?
Ed allora
se i rami si fanno grida,
dita al cielo puntate
come atomiche,
tu non me lo puoi rimproverare
Sono sulla strada
per incontrarti
in un bistrot francese,
per un ghiacciolo al limone
e una bottiglia intera di Lacrima Christi
Babilonia è rossa di lingue
Mi manca la tua voce
e l'eco della mia tagliata
dal puzzo della benzina
Sono a secco, la lingua gonfia
arida, le mie parole d’amore
Le mie sono di gelosia
Sono diavoli in bocca
le mie e le tue, sì che è così
Ah Ah Ah - tre note, note di jazz
Ah Ah Ah - tre notti di jazz
Tre risate, tre risate su te te te
Sono diavoli in bocca
le mie e le tue, sì che è così
Ah Ah Ah - tre note, note di jazz
Ah Ah Ah - tre notti di jazz
Tre risate, tre risate su te te te
ASSENZIO E VALIUM
Non siamo soltanto
carne e sentimenti
nel tritacarne della vita
Non siamo assenzio e valium
al mattino, storie d’asfalto,
di campanelli
che non suonano mai
Non siamo soltanto
rompicapi di campane
che suonano a morte
due volte su due
senza sbagliare mai
un colpo
Non siamo un fiore del male,
una bottiglia di rhum,
un cadavere in obitorio
O tutta la vita che se ne va
in una botta, e via per la città
Non siamo un volo
per un vuoto a rendere
Non siamo soltanto un gridare
“non siamo!”
Non siamo una bottarella di cipria
Non siamo Cenerentola e Pinocchio
per raccontarci c’era una volta!
Santi e ladroni, ma siamo lo stesso
Non siamo soltanto carne e sentimenti
Non siamo soltanto un buonasera
Non siamo Signore e Signori,
e si dia inizio allo spettacolo
in un colpo o due, tanto non fa...
...non fa differenza!
JINGLE RECLAME
Perdo tempo a contare le ore
C’è la reclame
Mio padre a letto muore
Mia madre in chiesa, non si sa
Perdo tempo a ingrassare il traffico
di uomini sulle strisce pedonali
Occhi di semaforo rosso
Occhiolino verde, tasche bucate
Si dicono sempre le stesse cose
Oggi siamo più buoni e domani chissà
Stormi di nuvole da millenni
Uguali le pacche sulle spalle
Pesanti sempre i pacchi sulle spalle
Che palle, sentire ‘ste balle
Un jingle o una sonata di Bach
Valigia di cartone, vuoto di testa,
stomaco vuoto e braccio di ferro
Perdo le ore a cantare il tempo
che va tracciando ululati alla luna
Perdo le ore a considerare il lampo
che si tira di cielo in cielo
Reclame, reclame, conto in Svizzera
Domani, domani che tempo farà!
PRIMO INTERMEZZO
Guardagli gl’occhi
Ce li hanno belli
Guardali negl’occhi
Ce li hanno i denti
- affilate lame di luce
IL SORRISO
Sorriso,
ne so qualcosa
L’attuale situazione
disgrega
tartaro e smalti
Il diavolo
c’ha messo lo zampino
E l’uomo il suo
Stesso passo portato
Stesso sasso scagliato
Sorriso,
ne ho visto qualcuno
e più d’uno sincero
come l’acqua in un miraggio
Colpisce
il poeta e l’uomo
allo stesso modo
L’illuso più forte
dell’illusione
Ma tutto muore in natura
tranne la disgrazia
Sorriso,
l’ho visto a tanti
Sorriso,
ne ho visti tanti
Sorriso
e flatulenza
in abbondanza
SECONDO INTERMEZZO
Tutti scrivono versi
per sentirsi meno perdenti
Tutti masticano pane e fame
per arrotondare i denti
Tutti, proprio tutti
meritano uguale destino
MACHIAVELLI
Amore, l’amore
se lo gioca a scacchi Machiavelli
muovendo la torre contro la regina
Ridono gli avvinazzati
e stanno in campana due tagliaborse
nascondendosi nel fumo
del primo caffè al mattino
Banchiere di dio,
strade lastricate di nere azioni
ad un giorno dal crack
Ma in endecasillabi
la disumana commedia tra il dire e il fare
Amore, che ne sai,
che ne sai quanto dura la morte
per l’uomo e per dio
No, tu non la sai
la differenza fra inferno e paradiso
Né conosci le cabale
che sfodera l’erotismo al soldo
delle genti al di là del Bosforo
Amore, amore
pane olio e cipolle
e rosso peperoncino, diavolo a letto
Amore, amore
mani piedi e gambe
e rosse labbra, diavolo a letto
Se la sciupa Machiavelli la Verginità
- che non c’è, che non è
Se la fotte il Diavolo la Verità
- che non c’è, che non è
IMPORTANTE
Se ora
abbracci un altro
con quegl’occhi
che furono miei,
e mi serbi disprezzo
come a un ratto,
io ti raccolgo
lo stesso
tra le mie braccia
impotenti
sussurrando appena
che eri per me
importante
nonostante il cattivo
e il bel tempo
della mia pazzia
COCCOLE
Dove sei?
Se ci sei
dimmelo dove
Mi dici
che per me esisti,
che per me resisti
in questo antro
così poco accogliente
che è di piume e paglia
Mi inviti a coccolarti,
ed allora ti vizio
col vizio della pazzia
E ti stringo in un abbraccio
che si apre all’alba
per non finire nemmeno
quando il tramonto
si sporge rosso su noi
E’ che oramai
ti voglio bene
anche se non dovrei
espormi al solitario
gioco dell’amore
Ma le notti sono lunghe
e i giorni non finiscono mai
di tagliarsi le affilate unghie
Così metto su un disco,
uno che sappia la differenza
fra il poco e l’abbastanza,
e vengo su nervoso
Abbracciati a questa notte
Lascia che ti coccoli
Non all’amore l’amore,
o altri infidi eccitanti
Lascia soltanto che ti ami
innocentemente
Lascia che salti di palo
in frasca tenendoti
nel rimorso d’una lacrima
Nell’affetto d’un cuore
di fragili coccole
TERZO INTERMEZZO
Scrivo con una penna di nuvole
per non dimenticare il cielo
e la luce che è nei tuoi occhi
Scrivo per non dimenticare me:
un giorno son stato incosciente
pure io, come l’amore che gridavo
al vento
BAMBOLA
Ti bacio
perché ti voglio vedere
strapazzata
accaldata
innamorata
coinvolta nella mia pazzia
Ti bacio
perché ti voglio in mio potere
Perché ti voglio
senza speranza alcuna
di poter riprendere
la santità
che alberga in un soffio appena
nel tuo petto di femmina
Ti bacio
Ti faccio bambola di pezza
per il mio cuore di cartone
Ti bacio
Ti faccio bambola di pazzia
per la mia anima di Re
Ti bacio Regina
Ti bacio femmina
Ti impazzisco bambola donna
4 U
Dimmi una parola
semplice
d’amore, o una bugia
e ti crederò stella
E ti vedrò bella
4 U, my love dies slowly
Ingannami
con una cattiveria
e non smetterò
di amarti
anche se ti guarderò
in modo diverso
QUARTO INTERMEZZO
Tu, questo re dappoco
lo vuoi pazzo completamente
Tu, questa corona abortita
la vuoi dar via di peso all’aria
Tu, tu che dicesti parole d’amore
oggi le ingoi manco fossero fiati
senza speranza
Tu, tu donna sei d’un re
la più tremenda condanna
PIANGI BIMBA
Piangi forte, Bimba
Piangi forte forte
Le tue lacrime le devo vedere
I tuoi occhi li voglio bere
Piangi forte forte
Piangi fino a non avere
più cuore né dolore
Piangi tutte le lacrime
e lascia che mi disseti
perché oggi mi sento cattivo
E non mi basta la musica
e un po’ di simpatia del diavolo
Piangi forte forte
Metti un po’ di sale
sulla ferita che è la vita
Ho sete
Non mi puoi negare da bere
Piangi, piangi Bimba
Cascamorto, inciampo
ogni giorno in un amore
Non basta un whisky
né uno schiaffo di jazz
per farmi scappare
con la coda fra le gambe
Piangi, piangi più forte
Devo averle tutte le lacrime
Piangi, piangi e sii Bimba
fino in fondo alla vita
Perché ho bisogno di sentirla
la tua vita di sale nella mia
Ah Ah Ah - piangi sale
Ah Ah Ah - piangi da sola
Ah Ah Ah - piangi tra la folla
Bimba, Bimba, Bimba
Più forte, più forte
Le lacrime le devo vedere
sul tuo volto piccolo
di Bimba, di Bimba in pianto
Ah Ah Ah - piangi tra la folla
Ah Ah Ah - piangi da sola
Ah Ah Ah - piangi sale
SULLA STRADA
E’ una lunga lunga strada morta
Non ha fine né inizio
Ma la percorro sempre per intero
E’ una lunga giornata di nuvole,
di passi l’uno dopo l’altro
Ma ti darò tutto quello che mi chiedi
se mi darai almeno un pugno di sabbia
indietro
Mi puzza l’alito, i piedi pesanti di più
E tu ti tieni gli occhi bassi come allora
Mi pensi così diverso, così impegnato
a stirare la cravatta sul patibolo del Signore
Marilyn, America, Braccio della Morte
Mi pensi così diverso, non sei cambiata
L’occhiolino ti fa sempre dar di matta
Un bottone me l’hai cucito ieri,
oggi è il turno dell’altro
Mi torturo per sapere se il caffè lo fai
allo stesso modo, se le lenzuola le fai
asciugare all’aria aperta sotto il sole
Marilyn, America, Braccio della Morte
Ti penso uguale, ti penso la solita
che piange senza una ragione, per dio!
Marilyn, America, Braccio della Morte
Marilyn, America, Braccio della Morte
Marilyn, America, Braccio della Morte
E’ una lunga lunga strada grigia
Non racconta favole, soltanto incidenti
Ma la percorro sempre nudo per intero
E’ una lunga strada di polvere su polvere,
di passi infiniti l’uno accanto all’altro
Ma ti darò tutto quello che mi chiedi
se mi darai almeno un pugno di rabbia
indietro
AMANTI DIAVOLI SANTI
Strappami di bocca la sigaretta
Infilami la lingua dentro
e tirami in un bacio danzante
I miei piedi hanno il diavolo
I tuoi seguono la mia ombra
E gli occhi ti sorridono fatali
Sei tu, Tango, sei tu, Bimba
Hai smesso di piangere
Adesso vuoi che ti porti lontano
Adesso vuoi sentirmi vicino
Perché sei Tango
Sei il Tango nelle vene
Tango, Tango, niente scampo
Bimba, diamoci sotto di brutto
Non preoccupiamoci del domani
Viviamo l’oggi e ‘fanculo il futuro
Siamo noi che lo faremo duro
su le calpestate note dell’amore
ché sotto i piedi noi lo portiamo
Come amanti diavoli santi
L’ADDIO DI KAFKA
Amore,
piango lacrime
Piango sangue
E non sono santo
E non sono maledetto
Soltanto sono solo
come un cane
Prego Dio ogni giorno,
ma ogni raggio di luce
mi ferisce l’anima
a fondo
per dirottarmi
nel più atroce delitto
- la cravatta al cielo
legata
a una verità kafkiana,
e il mio cuore che smette
il battito suo
in un sospiro appena
Amore,
credevo
che le donne
fossero il paradiso
Ma oggi scopro
che sono ancora solo
come un cane
Così credo
che morirò
flirtando
e danzando
fra le fiamme
della Bibbia
FINE
(epilogo)
la fine impone la fine
sopra ogni cosa
sopra ogni uomo
la fine sopra ogni azione
presente passata futura
la fine è soltanto
simile a sé
la fine è tutto
è niente
la fine,
un attacco di panico un aborto
un cordone ombelicale
la fine,
un grido
una voce muta
la fine è la fine
e non conosce
lacrime o pene
per sé
né ne concede
la fine impone la fine
soltanto questo
Valerio Evangelisti, Black Flag
written by
-
venerdì, febbraio 24, 2006
Intervista a
Valerio Evangelisti
BLACK FLAG
una bandiera nera per
Pantera, pistolero e stregone
a cura di Giuseppe Iannozzi
[ Questa intervista è del 2002, per l'uscita in libreria di Black Flag. Ve la ripropongo. g.i. ]
«Non è un romanzo consolante. La cavalcata infernale di una banda di irregolari sudisti, durante la guerra civile americana, vuole essere metafora per esplorare lo scatenarsi della violenza generato dal più radicale vuoto di valori. Analogamente, la proiezione della stessa violenza in un futuro remotissimo, o il suo recupero in un passato tanto recente da fondersi con l'attualità, intendono segnalare una patologia psichica di dimensioni sociali, che nel deserto emotivo e nell'assenza di solidarietà trova il proprio fondamento. In tutte queste dimensioni temporali, l'egoismo assurto a schizofrenia collettiva diventa apocalittico fattore di distruzione. Ripeto, non è un romanzo consolante. Credo alla funzione della narrativa come elettroshock, unica via per smuovere le coscienze».
Caro Valerio Evangelisti, ho letto la tua ultima fatica, Black Flag, un grande romanzo che a mio giudizio unisce sapientemente elementi fantascientifici e… Vorresti spiegare tu ai lettori che cosa (o chi è) è Black Flag?
R: E' un romanzo che continua idealmente il discorso iniziato con Metallo Urlante: il metallo si sostituisce alla carne, ma la sostituzione allude a un più generale raffreddarsi dei rapporti umani.
Le tre storie intrecciate che compongono Black Flag approfondiscono il tema: trattano soprattutto dell'assenza di valori e di solidarietà quali fattori che generano violenza, fino al punto da far divenire la violenza stessa l'unica forma di rapporto tra le persone.
Pantera è un personaggio atipico, almeno a mio giudizio, nel senso che è il ritratto di un cavaliere solitario che sfida con ferocia e poesia distruttiva il suo tempo: ma chi è in realtà Pantera?
R: Pantera è un mistero vivente, come lo "straniero senza nome" interpretato da Clint Eastwood nei primi western di Sergio Leone. Della sua biografia si sa poco o nulla; idem delle sue finalità, e del perché pratichi la magia. Anche la sua personalità è enigmatica, e io spendo poche parole per descriverla. In realtà Pantera non è una persona ma una forza, però non sappiamo bene se demoniaca oppure angelica.
Quando hai pensato al personaggio di Pantera, già presente in Metallo Urlante, ti sei ispirato ad un modello umano reale o a un prototipo frutto della tua immaginazione?
R: Ho pensato allo "straniero senza nome" a cui accennavo, e a molti protagonisti dei western all'italiana.
Pantera, se oggi fosse un personaggio in carne e ossa introdotto nel mondo reale, quale bandiera politica indosserebbe? Perché?
R: Pantera non indosserebbe alcuna bandiera. Se proprio dovesse, sarebbe quella nera dell'anarchismo: è infatti un individualista dotato di sensibilità sociale. Appartiene in fondo alla stessa razza dei suoi nemici, ma se ne differenzia per grado di socialità, anche se con molta riluttanza..
Credi che sia importante tradurre le esperienze politiche in soggetti per la fantascienza?
R: Non è obbligatorio, ma se si decide di farlo, la fantascienza offre un veicolo eccellente. Permette infatti di usare metafore e allegorie e di sottrarsi alle impasse del manifesto ideologico e del predicozzo.
Nicolas Eymerich, inquisitore, e Pantera, pistolero e stregone… Se mai un giorno si dovessero incontrare in tuo romanzo, si odierebbero? E’ possibile dire che l’inquisitore e il pistolero sono le facce opposte della stessa medaglia?
R: Non si odierebbero fino in fondo, proprio perché hanno tante similitudini. Ma in Pantera è netta la distinzione tra bene e male, mentre in Eymerich non lo è o, per meglio dire, è fraintesa. Per Eymerich il bene equivale alla legge cui obbedisce, che crede dettata da Dio, mentre in realtà è la sua. Inoltre Eymerich pretende di assoggettare con la forza il prossimo, cosa che Pantera, più coerentemente individualista, non fa.
Pantera assomiglia a una sorta di messia: il suo senso di giustizia è determinato – il più delle volte – dal suo istinto, un istinto antropologico eppure poetico. Hai mai pensato che Pantera potrebbe essere l’icona di una religione laica se non addirittura, per assurdo, agnostica?
R: Proprio da questo nasce il suo mistero, il suo esserci senza che si sappia da dove è venuto. Sia in Metallo Urlante che in Black Flag pare incaricato di una missione che solo lui conosce. Potrebbe trattarsi di quella che dici.
La fantascienza italiana, a mio giudizio, ultimamente si sta avvicinando molto al mainstream; tuttavia non credo che sia possibile parlare ancora di “fantascienza umanistica”. Tu, insieme a Masali, siete i principali portavoce di una SF superiore: spesse volte si tende a scrivere SF di consumo, ma le storie che tu e Masali create non sono semplici storie affascinanti, sono anche una lezione di stile. I romanzi incentrati su l’inquisitore Eymerich, a mio giudizio, sono capolavori umanistici assolutamente non inferiori ai lavori di Umberto Eco. Sto facendo una analisi sbagliata? Correggimi.
R: Non sta a me essere il critico di me stesso, e lascio a te la responsabilità del giudizio che esprimi sui miei lavori, anche troppo lusinghiero. Noto solo che sia io che Masali, più qualche altro nominativo che potrei aggiungere, siamo casi abbastanza anomali, e non è che abbiamo rimodellato la fantascienza italiana (per quanto mi riguarda, poi, non so bene quanto la definizione "fantascienza" mi si applichi, anche se dalla SF traggo non pochi elementi narrativi). Il noir italiano, che è un vero vivaio di talenti e che si muove compatto, comincia oggi a godere della considerazione che merita. Quello della fantascienza è invece un campo molto più accidentato. Esistono delle potenzialità che si tratta di sfruttare, questo sì, ma la battaglia è ben lungi dall'essere vinta.
Ma chi sono i Black Flag che citi quasi ad ogni capitolo? Io penso che siano stati tra i portavoce di una generazione votata al nichilismo e all’autodistruzione: Sinking/ Wanting/ Thinking/ Sinking all the while/It hurts to be alone/ When it hurts to be alone/ When it’s cold outside/ When it’s cold inside/ When it hurts to be alone/ It hurts to be alone.
E Pantera: cosa ne pensa dei Black Flag?
R: I Black Flag sono stati un mito della rivolta punk proprio perché sapevano interpretare, meglio di altri gruppi, il disagio esistenziale di una gioventù rimasta priva di certezze e di valori condivisi, dopo decenni di idealismo. Erano in qualche modo antitetici ai Clash, che per quello stesso disagio proponevano soluzioni. Pantera adora i Black Flag, ma ha anche una certa nostalgia per i Clash.
Black Flag ha un messaggio da trasmettere alla società? …un qualsiasi messaggio per il presente che viviamo, un presente sempre più condizionato dall’intolleranza razziale e dalle mode del villaggio globale.
R: Nessun messaggio. Il messaggio se lo devono formare i lettori. Io mi limito a fornire a questi ultimi storie capaci di inquietarli e, magari, farli riflettere.
Seguirà un nuovo capitolo incentrato sul personaggio di Pantera? Quanto c’è di te in Pantera? E nell’inquisitore Eymerich?
R: Sia Pantera che Eymerich sono due sfaccettature della mia personalità: nella mia vita quotidiana prevale la prima, nella zona più buia della mia mente la seconda. Al momento non ho altri Pantera in vista, ma piuttosto un romanzo intitolato Paradice, che approfondisca la descrizione di uno dei mondi tratteggiati in Black Flag. Sarebbe il terzo capitolo della serie Metallo Urlante.
I tuoi progetti futuri: vuoi svelare qualcosa ai tuoi ammiratori?
R: In settembre uscirà l'ottavo romanzo di Eymerich, Mater Terribilis. Lo seguirà a ruota una "graphic novel" (cioè un romanzo a fumetti) intitolata La Furia di Eymerich, ispirata all'omonimo sceneggiato radiofonico. In questi giorni lavoro soprattutto alla sua sceneggiatura (e a mille altre cose: troppe per elencarle).
Grazie Valerio, sei stato molto chiaro e illuminante e hai sopportato le mie domande con assoluta gentilezza. In ultimo, prima di congedarci, un tuo pensiero a tema libero per i lettori…
R: Mi dispiace, non mi viene in mente nulla. Il mio unico pensiero adesso sono le vacanze.
Black Flag – Valerio Evangelisti – Einaudi – Collana: Einaudi tascabili – 218 p. – ISBN 880616094X - 9.00 Euro
Alan Gordon, La Tredicesima Notte
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giovedì, febbraio 23, 2006
Alan Gordon
di Giuseppe Iannozzi
Alan Gordon è una voce nuova nel panorama letterario americano: ha esordito nel 1999 con il romanzo “La tredicesima notte”, un noir medioevale che raccoglie parecchie influenze dai racconti di Ellis Peters e dalle atmosfere inquisitorie tipiche dei gialli di Arthur Conan Doyle. E’ difficile, se non impossibile, fare un raffronto del lavoro di Alan Gordon con la narrativa italiana, anche se, indubbiamente, è facile evidenziare alcune tracce storiche che son la parodia de “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco e di quelle più inquietanti del ciclo di Eymerich creato da Valerio Evangelisti.
Alan Gordon non ha alle spalle una robusta cultura storica, anche se il suo scritto è stato ambientato nel Medioevo: le lacune storiche sono molte e non sfuggono all’occhio allenato del lettore, per quanto, trattandosi di una opera di fantasia, si può concedere a Gordon il beneficio della licenza poetica/storica.
Alan Gordon, avvocato di professione, con “La Tredicesima Notte” ha esordito nel panorama letterario con un quasi freddo consenso critico: il romanzo nonostante sia ben scritto, non ha il potere di affascinare il lettore, né di trasportarlo realmente in un mondo fittizio di macchinazioni, intrighi e magie.
La trama: un giullare al servizio di una sorta di associazione segreta, il cui compito è vigilare sulla salute del Regno, si trova a dover investigare su gravi fatti che sono accaduti alla famiglia Reale. Le notizie raccolte fanno supporre che il Re si sia suicidato, ma in molti nutrono il sospetto che il Re sia stato assassinato durante la sua quotidiana passeggiata. Il Re è stato trovato morto sul fondo di un precipizio: alcuni testimoni giurano che il Re avesse manifestato l’intenzione di darsi la morte. Eppure questa morte ha molti lati oscuri, soprattutto perché il Re non avrebbe avuto motivo di suicidarsi, un Re cristiano che poi si dà la morte suona ancora più assurdo in una epoca dove le deviazioni religiose sono all’ordine del giorno e sono pesantemente giudicate. Il giullare, in incognito, vestendo i panni che gli sono propri si addentra nel mistero che circonda la morte del Sovrano e riesce a scoprire che un’ombra avrebbe spinto nel precipizio il Re, un Re che fu anche amico del giullare-detective. Il mistero si infittisce pagina dopo pagina: molti sono gli interessi politici e commerciali che potrebbero cambiare il corso della storia se il mistero non verrà svelato. A malincuore il giullare deve accettare di smettere il cerone per travestirsi da semplice commerciante; pare infatti che la copertura come giullare non sia molto sicura: in molti corridoi civici, di strada, di corte, si vocifera che l’Associazione dei Giullari sia sotto il mirino ferale dei nemici del Regno. Meglio vestire i panni di un anonimo commerciante tedesco piuttosto che quelli del giullare di corte, che sicuramente non passerebbe inosservato agli occhi del nemico. Come se la morte del Re non fosse già un grosso rompicapo da risolvere, a complicare il quadro investigativo ci si mette una vecchia conoscenza, un nemico giurato del Regno, del Re, del Giullare incaricato di scoprire il mistero. Molte peripezie, molti colpi di scena, amici che si rivelano nemici e infiltrati, donne tristi e fatali, uomini senza scrupoli, sono gli ingredienti principali de La Tredicesima Notte: alla fine il Giullare travestito da commerciante verrà smascherato, ma ormai il mistero che avvolgeva la morte del Re è stato risolto e solo per il rotto della cuffia, grazie ad una arcana provvidenza o abilità investigativa, il detective medievale riuscirà a riportar la pelle a casa, anche se non si può dire che il Regno sia al sicuro.
“La tredicesima notte”, scritto adoprando gli abusati stereotipi dei romanzi d’appendice, è romanzo in cui anche le facili emozioni faticano a venire a galla. Si ha la netta impressione che gli inserti storici siano stati trascinati di peso all’interno della trama fantastica, inserti che pesano negativamente sul costrutto narrativo e che rendono la storia raccontata assai poco credibile anche al più ingenuo sognatore abituato a leggere solo fantasy di serie B.
La Tredicesima notte – Alan Gordon - Hobby & Work - Collana: Giallo & Nero - Traduzione di Paola Bonini - Pagine 287 - ISBN 8871334647 - € 13.43










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