101EasyWeb provides high-quality web site hosting and domain registration services. Our hosting plans allow hosting of personal and business websites, e-mails, FTP, 24/7 support and many FREE bonuses: web site builder, Front Page support, Elefante Installer with 30+ FREE PHP scripts, among them blogs, forums, e-Commerce, CMS, image galleries



la pagina personale di Giuseppe Iannozzi - do ut des

email







© - Tutti i contenuti di questo blog possono essere riprodotti
previo consenso scritto dell'Autore.
Tutte le violazioni saranno perseguite a termini di Legge.


un po' di pazienza!

Gli Editori e/o Autori
che desiderano inviare copie promozionali dei loro Lavori
affinché vengano recensiti sulle pagine di Bio Iannozzi
possono contattare tramite e-mail l'Autore di questo blog.

recensioni diaboliche


De André canta De André   Martita Fardin - valeANA   France Anatole   Tamango - Profumi di...versi   Carlo Coccioli - Davide




d'amore - di Romantica Vany & King Lear

d'Amore di Vany & king Lear


Support independent publishing: buy this book on Lulu.


Eliselle, Laureande sull'orlo di una crisi di nervi - Intervista ad Eliselle

written by King Lear    - venerdì, marzo 31, 2006

Laureande sull'orlo... - di Eliselle
- clicca sulla copertina per aquistarlo su IBS -


Intervista (in tempo reale) a



 
E l i s e l l e
 



 
Laureande sull’orlo


di una crisi di nervi


 
 
 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
Chi è Eliselle? Perché hai iniziato a scrivere, rivolgendo un particolare interesse alla scrittura erotica, o per meglio dire a quella fetta di editoria che potremmo dire al femminile? Al femminile sì, ma per i temi trattati, e non solo per una mera questione di appartenenza al sesso femminile.
 
Eliselle è l’alter ego di Elisa G. L’altra faccia della medaglia. Quella che sin da piccola scriveva poesie e riempiva i diari con pagine su pagine di scrittura fitta fitta. Insomma, è una parte di me che ho coltivato fin da quando ero bambina, e qualche anno fa ha deciso di uscire allo scoperto. Non autonomamente, s’intende. Non credo di soffrire di disturbi della personalità, non ancora almeno, ed ero più o meno cosciente quand’è accaduto! La scrittura per me era uno sfogo personale, una sorta di autoanalisi. Poi si è evoluta in qualcosa di diverso, col desiderio di raccontare storie staccandomi dalle mere esperienze private. Credo c’entri la mia grande passione per la lettura. Ho sempre letto tanti libri, è uno di quei vizi che non riesco ad abbandonare, forse è per questo che in questi ultimi anni mi sono lasciata andare e ho preso più fiducia in me stessa. Così sono uscita dal recinto del mio diario, e ho iniziato a scrivere racconti. A cercare lettori. A dire il vero, racconti non solo erotici. Ho iniziato con racconti storici di ambientazione medievale, visto il mio corso di studi, che hanno partecipato a concorsi in giro per l’Italia. Poi è arrivata la voglia di sperimentare altri generi. Alla tematica al femminile sono arrivata perché la sentivo affine, ma non me ne sono mai occupata né me ne occupo in esclusiva. I miei racconti nascono da idee improvvise. Non mi pongo il problema di inserirmi in una categoria. Scrivo quello che mi sento e basta.  
 
 
 
Se tu fossi un critico e avessi fra le mani un libro di uno scrittore affermato, che ha dato alle stampe un romanzo scritto da cani, e che però ha un forte potere editoriale e fossi costretta a recensirlo, diciamo su “La Repubblica”: che scriveresti? la verità o una bugia, o una cosetta diplomatica (che è come dire una bugia più grande della bugia, perché la diplomazia è politica)? Però sai anche che se decidi per dirne male, in ogni caso, l’affermato scrittore è a dir poco permaloso; e se lo stronchi, non ti farà più scrivere un solo rigo, se non per il giornaletto dell’oratorio, con una buona dose di preghiere. Che fai, che faresti?
 
Un bell’impasse. La situazione da incubo in cui nessuno vorrebbe trovarsi. Ma dimmi un po’, questa domanda me la fai per avere suggerimenti, o per scaricarmi una patata bollente!? Non è che mi nascondi qualcosa!? Scherzi a parte, se io fossi un critico, innanzitutto mi augurerei di saper fare bene il mio lavoro. Credo sia uno dei mestieri più difficili, perché parlare di ciò che non è tuo, sia esso un romanzo o un’opera d’arte, è sempre un rischio: non capirne il senso o l’essenza, ad esempio, è uno dei rischi più grandi che si corrono. Certo che se il libro è proprio brutto, mica posso dire che è bello. Però sostengo da sempre che ci siano diversi modi di recensire un testo e parlarne male. La stroncatura fine a se stessa, tagliente, acida e distruttiva, porta a poco e nulla. E non si tratta di diplomazia, sia chiaro. Si tratta solamente di essere misurati. La mia scelta propenderebbe per una critica leale, equilibrata e costruttiva. Ecco, che so, eviterei di dire allo scrittore in questione di cambiare mestiere, ad esempio! Sperando che la prenda comunque sportivamente e non lo faccia cambiare a me!

 
Eliselle

- Eliselle -
 
 
 
Il primo tuo racconto che ho letto è presente nell’antologia edita dai tipi Lietocolle, “Tua, con tutto il corpo”. Subito dopo è uscito il tuo primo romanzo, “Laureande sull’orlo di una crisi di nervi”, poi “Ecstasy Love”, nonché un numero imprecisato di racconti accolti su diverse antologie. Quale l’emozione che hai provato quando per la prima volta hai perso la verginità in “Tua, con tutto il corpo”? E quale, quella di “Laureande sull’orlo di una crisi di nervi”?
 
In realtà ti svelo una curiosità: il mio primo racconto pubblicato fu Come spazzatura, che vinse una selezione per l’antologia Altri amori. Poi qualche partecipazione a fanzine e riviste cartacee e, finalmente, Tua con tutto il corpo. Questa raccolta della Lietocolle la considero comunque il mio primo vero battesimo, per tutta una serie di motivi. Innanzitutto, è stato il primo racconto che mi è stato espressamente richiesto per un progetto interessante, e non spedito mea sponte per un concorso letterario. Un’esperienza unica e completamente diversa. Per me fu una sorpresa e un vero onore, perché per la prima volta venivo considerata da una scrittrice come Fracesca Mazzucato come una voce che poteva dare il suo contributo a un’importante antologia al femminile. Sono momenti che rimangono impressi nella memoria. Per le Laureande, sbigottimento: questa fu la subitanea sensazione che mi prese alla notizia della sua pubblicazione. Forse perché ci provavo da due anni.
 
 
 
Se non lo stroncai nettamente il racconto su “Tua, con tutto il corpo”, poco c’è mancato. Però non sono stato affatto tenero, anzi! Ricordo infatti che il tuo commento fu: “Azz. Valgo niente? Cattivissimo.”
In “Laureande sull’orlo…” quanto e come sei maturata? E’ un romanzo scritto durante il periodo universitario, o è solo frutto della tua immaginazione? Quanto ti ha impegnata, e perché l’hai scritto, per dare/portare quale messaggio ai lettori?
 
Ma sì, il mio fu un commento scherzoso, perché non sono una (fortunatamente?) che se la prende a male. Ho messo fortunatamente col punto interrogativo perché non so, poi, se è una fortuna. Magari può dare adito a equivoci. Magari un critico se ne ha a male se il criticato prende alla leggera la sua opinione, ma questo me lo devi dire tu! Non è spocchia né snobismo: non è un caso infatti se la prima cosa che chiedo quando faccio leggere i miei scritti ad altri è “Dimmi subito cosa c’è che non va!”. In realtà, il mio problema è un altro: sono io la peggiore critica di me stessa. E non scherzo. Quando ho riletto il mio racconto di Tua con tutto il corpo, a distanza di tempo, sono stata più spietata di te, a dire il vero. Non sono mai contenta, se non in rarissimi casi. Sarà una malattia?! A volte mi faccio paura! Le Laureande è comunque nato molto prima. Nel 2003, per l’esattezza. E ti confesso che quando mi hanno chiesto di riguardare e aggiustare la bozza per la pubblicazione, la bellezza di due anni dopo, la prima cosa che ho pensato è stata: “Ma chi diamine ha scritto questo romanzo?! Io no!” Sono cambiata parecchio come stile. Nel mio piccolo, mi sento leggermente maturata, forse perché ho variato ancora di più le mie letture in questi ultimi tre anni. Le Laureande l’ho partorito in fase “ultimi esami / preparazione psicologica alla tesi”, e forse è per questo che la protagonista è così acida. Se dovessi riscriverlo, probabilmente il personaggio principale oggi verrebbe più smussato e meno estremo. La cosa divertente è che, senza volerlo, ho immaginato nel libro alcune disavventure che poi mi sono successe nella realtà con la mia vera tesi. Insomma, in poche parole mi sono tirata la zappa sui piedi! L’ho scritto di getto, si sente che è il mio primo lavoro, almeno io lo sento (sono critica nell’intimo, ricordi?): nella storia di fantasia ho riportato parecchi fatti reali di malcostume universitario, capitati a me o a colleghi e amici, e dalle e-mail di solidarietà e stima che ricevo, posso dire con certezza che “tutto mondo è paese”.
 
 
 
Alessandra, quanto c’è di Eliselle nella protagonista del tuo primo romanzo? Raccontacela un po’ questa Alessandra.
 
Alessandra è veramente insopportabile, a volte. Bianco o nero, niente sfumature. Per fortuna in questo siamo diverse. Ma lei ha, di me, la capacità di reinventarsi e di adattarsi alle situazioni. Io vorrei avere la sua determinazione. Sarebbe uno scambio equo, tra noi due. Alessandra è fondamentalmente una ragazza delusa e smarrita, in preda a quel panico sottile che prende e attanaglia la maggioranza dei laureandi, quando si sentono prossimi alla discussione della tesi e alla ricerca di un lavoro. Una delle fasi peggiori. Un po’ come gli elefanti quando sentono approssimarsi la morte, e iniziano a cercarsi il posticino in un cimitero bello comodo. Una sensazione molto intima che non si nota al di fuori, ma che dentro mette una fifa pazzesca. Se consideri poi che Alessandra, dopo esperienze terrificanti con gli uomini, si innamora di uno con cui probabilmente non può funzionare, e per confidarsi ha una sola amica che ogni tanto le pianta delle grane, ci sono tutti gli ingredienti per una signora crisi di nervi!


Eliselle

- Eliselle, cura Delirio.Net -


Prima di continuare con “Laureande…”, quali sono stati gli autori – e le autrici – che ti hanno maggiormente influenzata nel corso delle tua vita sino ad ora, e perché?
E, oggi, leggi come ieri, di più, di meno? E quali autori leggi, e ovviamente perché ritieni sia importante leggere proprio loro?
 
Sono una fanatica dei romanzi storici. La mia libreria è piena di Manfredi, Cornwell, Whyte, Llywelyn, Guillou, ma non mi spavento a cercare e a leggere scrittori meno conosciuti che si cimentano con questo genere. Credo di essere stata una delle poche a leggere e rileggere Alessandro Manzoni senza mai sbuffare, sai?! E’ la mia passione per la storia che mi porta a scegliere questo tipo di letture: dopo un po’ i saggi annoiano e senti il bisogno di una boccata d’aria, e che cosa c’è di meglio che la fantasia di un bravo scrittore unita ai fatti storici che conosci? Per me è la dimensione ideale. Amo leggere anche gli italiani contemporanei. E amo molto le antologie perché mi permettono di incontrare parecchi autori, scegliere quello che mi piace di più, confrontarlo con gli altri. Un esempio di antologia a mio avviso speciale è Semi di fico d’India: raccoglie molti degli scrittori più bravi ora in circolazione, non c’è stato un solo racconto che non mi sia piaciuto, ognuno aveva una propria particolarità. Si impara tantissimo, leggendo. Certo ho pure io delle preferenze: sono in ansiosa attesa del nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti, che seguo da qualche anno. E ogni volta che esce un libro di V.M. Manfredi, è subito mio. Grandi e piccole case editrici, non faccio distinzione né mi pongo limiti, se trovo qualcosa che mi incuriosisce, leggo. Ho incrementato sicuramente i numeri di libri letti, anche per la mia attività di segnalazioni letterarie su Delirio.NET: sono passata dalla fase giovanile, in cui leggevo i grandi classici indimenticabili, alla fase universitaria in cui mi rilassavo andando ogni settimana in libreria, alla fase attuale, in cui mi divido fra libri letti per piacere e libri letti per dovere. Proprio in questo periodo dovrei rimettere in ordine la libreria... volontari cercasi!
 
 
 
Il tuo stile è molto scorrevole, oserei dire minimalista: ovviamente non ti sto dicendo che sei una epigona di Carver. “Laureande…” si distingue, al di là dei contenuti e degli accadimenti espressi – su cui comunque ritorneremo -, per uno stile che, di primo acchito, par sia iscrivibile in un “scrivo così perché come mi viene”. Ti trovi d’accordo con questa mia analisi? Motiva la risposta.
 
Mi trovo d’accordo. Non scrivo in modo complicato, mi piace arrivare diretta al punto. Mi piace far dialogare tra di loro i personaggi. Mi piace, anche, ironizzare, mettere in evidenza situazioni e caratteristiche particolari che probabilmente non renderebbero se usassi uno stile diverso e meno scorrevole. Tutto questo si ritrova nelle Laureande, o almeno ci ho provato! Il mio stile è comunque sempre work in progress. La mia voglia di sperimentare è sempre il solito problema.
 
 
 
Non hai paura, con i tanti cloni di Melissa P., di esser scambiata per una ragazzetta che scrive libretti per soli maschietti e/o adolescenti, che attraverso la narrativa, vorrebbero scoprire il sesso, la sessualità…? Purtroppo il cliché, che si è insinuato nella menti di molti, è che la scrittura al femminile sia sostanzialmente banale, poco interessante, ripetitiva e clonata.    
 
Ahimé, ormai i tempi per essere scambiata una “ragazzetta” sono ormai passati da dieci anni, carissimo! Da questo punto di vista, quindi, non c’è pericolo! (lacrimuccia). Per quanto riguarda la descrizione (azzeccata) su quel che pensano molti della letteratura al femminile, lo sai meglio di me che i luoghi comuni sono duri a morire. Penso però che non ci sia bisogno di avere troppo timore dei cliché. Dal canto mio sono tranquilla, non mi sono posta il problema in termini drammatici, perché sono abituata a dimostrare coi fatti i miei interessi e il mio impegno a non fossilizzarmi su una certa tipologia: i miei racconti, le stesse antologie a cui ho partecipato e parteciperò, sono molto diverse tra loro. Qualche esempio? Si va dal mio racconto storico su Lucrezia Borgia contenuto nell’antologia Esagerato Rosso (Effedue ed.), intenso e drammatico, alla scanzonata e ironica prova per Donne incazzate (Il Foglio). Si va dalle atmosfere fantasy e noir dell’antologia XoMeGaP (Il Foglio) al giallo in Nulla è per sempre (Giulio Perrone ed.). E non è finita qui: quest’anno usciranno altre raccolte in cui sono presente, ancora diverse. Non mi devo sforzare per essere eclettica: scrivere mi piace, lo faccio per passione, e quando mi viene un’idea la metto su carta, senza pormi mentre scrivo in quale genere inserirmi. La questione dei cliché e dei cloni non mi preoccupa, basta leggermi. Se poi c’è chi, per comodità, mi ha inserito da qualche parte, beh... sarà il Tempo ad aggiustare tutto!


Eliselle

- Eliselle, al Sito Ufficiale dell'Autrice -


In “Laureande…” si parla anche del maschilismo imperante negli ambienti universitari. Ma anche al di fuori di essi, il maschilismo è ancora una piaga forte, così tanto da esser paragonabile a un vero e proprio atto di censura. Alessandra che ne pensa del “maschilismo”? Ed Eliselle?
 
Alessandra ne pensa tutto il male possibile, così come Eliselle. Io non sostengo né ho mai appoggiato la supremazia di nessuno su nessun altro, figuriamoci di un sesso sull’altro. Ma davanti a certe situazioni è terrificante notare come ci siano uomini che considerano ancora le donne come oggetti, come esseri inferiori o da non prendere comunque sul serio. Il maschilismo, a volte strisciante, a volte assai lampante e palese che ho incontrato in certi ambienti è, per certi versi, ridicolo, per altri drammatico: possibile che nel Terzo Millennio siamo ancora punto e a capo? Una tristezza, guarda...
 
 
 
“Dicono che il gusto della vendetta sia amaro. Probabilmente è vero. […] beh, sudata non è proprio il termine esatto, diciamo che è piuttosto il frutto delle secrezioni delle sue ghiandole salivari. La sua laurea se la sarà presa nel modo che vuole, non mi interessa. Ma quella carta igienica che spuntava dalle mutande non me la leva di testa nessuno, e credo sia lo stesso effetto che ha avuto su molti, compreso il suo carissimo professor Stracchi, che l’ha scelta così velocemente come assistente.” (p. 142)
Potresti approfondire, o meglio commentare questo passo estratto dal tuo romanzo, “Laureande sull’orlo di una crisi di nervi?”
 
E’ uno dei passaggi più comici del libro. Una delle colleghe rivali della protagonista, molto brava nell’arte ruffianesca per ingraziarsi i professori e passare gli esami senza troppa fatica, fa una figuraccia plateale al suo primo giorno da assistente. E’ quello che ognuno di noi si è augurato, prima o poi, per il collega rompipalle che ti cerca quando ha bisogno e se invece chiedi aiuto tu, si dà per malato o disperso. Un classico. Non c’è bisogno di inventare nulla, purtroppo la realtà ti regala sempre ottimi spunti per creare personaggi negativi. Te ne regala anche se non lo desideri.
 
 
 
Il tuo sense of humour è per certi versi bukowskiano, candidamente bukowskiano però. Non sei feroce come Chinaski. E però, a mio avviso, nella tua scrittura – che non è propriamente addomesticata a un linguaggio pulito, costumato – si avverte in maniera forte che ciò che scrivi è vissuto sulla pelle e non è un mero prodotto della fantasia. Un punto a tuo onore questo. Te l’ha regalato solo tuo padre questo tuo sense of humour?
 
Mio padre è stato sicuramente il primo a insegnarmi l’arte (o la dote, perché in determinati casi ti aiuta davvero a sopravvivere) dell’ironia e dell’autoironia. Da piccolina lo ammiravo perché è sempre stato un tipo in gamba, capace di far ridere la gente e metterla a proprio agio. Risate come momento di abbandono e di cura di se stessi, non come segno di leggerezza o superficialità. Le risate per me sono sempre state terapeutiche, e quando ho iniziato a guardarmi dentro e a trovare in me una vena (auto)ironica, dall’adolescenza in poi, le cose sono andate meglio. Ero una bambina parecchio chiusa. Ora affronto un po’ meglio i problemi e amo circondarmi di persone che mi mettono allegria e mi fanno ridere. Stimolano la creatività, mi danno benessere. Si sta sicuramente meglio!
 
 
 
“Laureande sull’orlo di una crisi di nervi”, mi pare onesto non nascondersi dietro un dito, ha riscosso molto successo nel suo piccolo, tanto più se si pensa che è stato coraggiosamente pubblicato da una piccola casa editrice, Effedue Edizioni. Un successo meritato: come ti senti? te lo aspettavi?
 
Nel suo piccolo, le Laureande si sta difendendo bene e posso dire che, come mia prima esperienza, sono soddisfatta. Contenta. Non me lo aspettavo, ma mi sono data da fare per promuoverlo e mi rassicura poter raccogliere qualche frutto, dopo un periodo tanto duro di semina. Il lavoro però non è finito, aggiungiamo poi che non mi piace adagiarmi sugli allori, è una dimensione che non sento mia. E così, continuo a promuoverlo e a proporlo. Vediamo se la continuità e la determinazione pagheranno.



Eliselle

- la scheda editoriale -



13. Quali i tuoi progetti per il futuro, in ambito letterario? Stai già scrivendo il tuo nuovo romanzo. E se sì, una piccola anticipazione è possibile?
 
Al momento sono in fase progettuale. Un libro sulla Francigena ambientato nel Medioevo, durante l’epoca d’oro dei pellegrinaggi. Si tratta di narrativa ed è un’idea nata casualmente mentre con un paio di amici andavo a una fiera dell’editoria. Sto raccogliendo materiale, libri e saggi, approfondimenti storici, mi sto documentando. Leggevo in un’intervista di Evangelisti, che secondo lui servono almeno una quarantina di letture prima di mettersi al lavoro. Conoscendolo come autore, a me ne serviranno almeno il doppio per scrivere qualcosa di leggibile! Sono un po’ arrugginita, in fondo devo rispolverare la medievista che dorme in me! Questa è una fase importantissima, si deve investire molto tempo e servono grandi sforzi ma alla fine ne vale la pena, perché riesci a figurarti un quadro nella mente che ti aiuta a scrivere e a creare. Vedremo se ne uscirà qualcosa di buono.
 
 
 
14. Si fa un gran parlare intorno alla narrativa e alla Letteratura, se sia più valida la prima o la seconda. Tu, come Autrice di romanzi e racconti, che ne pensi?
 
Ti rispondo più da lettrice che da autrice: mi considero più ferrata nel primo ruolo, visto che è da molto più tempo che mi esercito. Per precisare, ti rispondo da lettrice “individualista”. Personalmente, ho letto e leggo opere sia di grande Letteratura sia di narrativa, ma non mi sono ancora chiesta se sia più valida l’una rispetto all’altra, né mi interessa troppo farlo. Trovo un piacere, nella lettura, che va al di là di qualsiasi classificazione o punteggio. Il fatto di essere un’onnivora, di leggere ciò che desidero e non quello che mi impongono di leggere, la bellezza nel cercare voci nuove, la volontà di staccarmi dal cliché “questo è un capolavoro perché l’ha scritto...” o “questo lo lascio perdere perché è solo narrativa” mi aiutano a selezionare non in base a ciò che è valido per gli altri, ma a ciò che colpisce il mio intimo. Ciò non toglie che mi lascio anche consigliare, perché c’è sempre qualche autore nuovo che mi sfugge o qualche segnalazione che a posteriori si rivela importante, illuminante. Ma non sono “razzista”, non attuo dei distinguo tra narrativa e letteratura, privilegiando l’una o l’altra: mi sembrerebbe quasi di fare un torto a me stessa, di togliermi stupidamente uno dei pochi piaceri senza controindicazioni che coltivo.
 
 
 
15. Adesso che non sei più una Laureanda, pensi che tornerai sul luogo del delitto per così dire, magari per approfondire con occhio diverso il mondo universitario e le sue mille contraddizioni?
 
Ora come ora non ne ho occasione, ma più avanti, chissà?! Ritornare sul luogo del delitto potrebbe essere un’esperienza interessante, anche per saggiare a posteriori eventuali reazioni da parte del corpo docenti, che viene tirato in ballo così crudamente nel libro. Un’esperienza tanto interessante quanto pericolosa: chi mi assicura, infatti, che qualcuno non si stia già augurando un mio ritorno perché non vede l’ora di pestarmi?! Ma no, in fondo confido che anche i professori abbiano un po’ di sense of humour, dopotutto! Sicuramente, se scrivessi un altro libro con sfondo universitario, il mio sguardo risulterebbe più distaccato, ora che non lo vivo più sulla mia pelle. Ma sarebbe una bella sfida!
 
 
 
16. Che ne pensi delle tue colleghe scrittrici? Debiti o crediti in sospeso con loro, o con qualcun altro?
 
Dipende chi intendi con “colleghe scrittrici”. Mi auguro le colleghe emergenti, perché se peschi qualche mostro sacro, posso solo stare zitta e imparare da loro! Grazie al mio portale Delirio.NET e alla mia attività di web journalist ne ho conosciute alcune prima di diventare una loro potenziale collega, altre solo dopo aver pubblicato o partecipato a progetti letterari insieme. E’ sempre un’esperienza utile incontrare di persona, scambiare pareri e conoscere scrittori e scrittrici, in generale. Certo il rischio di esporsi è quello di andare incontro non solo a collaborazioni interessanti, ma anche a incomprensioni o invidie (come in qualsiasi ambiente, dopotutto), però bisogna accettare questo altro lato della medaglia, e per amor proprio essere sempre chiari e soprattutto affidabili. Al momento, sono in pari col bilancio, e conto di rimanerci per lungo tempo.
 
 
 
17. Promuoviti, anche sfacciatamente: perché acquistare e leggere “Laureande sull’orlo di una crisi di nervi?” A chi ne consigli la lettura, c’è un target di lettori o no?
 
Un target ben preciso non c’è: anche se la protagonista è una ragazza di ventiquattro anni non significa che sia un romanzo solo per ragazze. Le problematiche che racconta sono comuni a chi frequenta l’Università italiana, e lo sa bene chi lo ha già letto (non ti dico che cosa mi scrivono nelle e-mail che mi inviano, episodi raccapriccianti ancora peggio di quelli raccontati nel mio libro, c’è tanto materiale da farne una “Laureande 2 – La vendetta”... e io che credevo di aver esagerato!). Insomma, secondo me nel suo piccolo è un divertente libro – denuncia, oltre che il racconto delle disavventure di Alessandra. Un libro che esprime solidarietà a chi si ritrova ad affrontare un corso di studi tutt’altro che semplice, che suggerisce tanti trucchi per sopravvivere e venirne fuori, nonostante le mille problematiche. Può leggerlo chiunque, ho ricevuto complimenti e commenti anche dalle mamme e dai ragazzi, con mia grande sorpresa!
 
 
 
18. Questa è una domanda à la Gigi Marzullo: fatti una domanda e datti una risposta. Insomma approfondisci(ti).
 
Marzullo è insuperabile, ricorderò sempre l’insuperabile “la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?”. Come si fa a raggiungere una tale perfezione? Una domanda a me stessa? Posso farmi quella che rivolgo sempre a chi intervisto per Delirio.NET? Dai, aggiudicata. Qual è la cosa più delirante che è capitata a Eliselle in questi ultimi anni? Posso rispondere raccontando brevemente una disavventura capitatami in rete, in cui sono stata accusata da un pazzo scatenato di scrivere racconti femministi. Mi scrisse una prima e-mail in cui diceva che non esistevano donne intelligenti e in cui elencava grandi artisti della storia, puntualmente dimenticando i nomi femminili di rilievo (non so se per semplice ignoranza o per fazioso occultamento di prove...). Mi ha insultata e diffamata in tutti i modi possibili e immaginabili per alcuni mesi, e così s’è beccato una bella denuncia dalla sottoscritta. Incredibile a dove può arrivare la follia, se supportata da uno strumento come internet. E’ un mezzo grandioso, ma a volte c’è anche l’altro lato della medaglia, che non è troppo piacevole. A parte questo, ora ci rido sopra, ma all’epoca non fu un granché divertente. Tutto bagaglio culturale, dopotutto, no?
 
 
Grazie, cara Eliselle: sei stata molto gentile e paziente, hai sopportato le mie domande, anche le più sfacciate, e non ti sei mai tirata indietro.
Ti auguro ogni bene in ambito professionale e personale.




Eliselle
- acquista la tua copia direttamente dall'Editore -



Due estratti


 Laureande sull’orlo


di una crisi di nervi
 

per gentile concessione dell’Autrice, Eliselle
 
 
 
Brano 1 – Capitolo 11
 
 
Persa per i corridoi impegnata in una nuova ed estenuante ricerca, mi si avvicina un ragazzino che con una voce flebile mi blocca nell’atrio: sembra uno scricciolo, dimostra sì e no sedici anni, non ci credo che fa l’Università.
“Scusa, ti disturbo un attimo, posso?”
“Certamente, dimmi pure!”
Pare intimidito dal mio broncio, cerco di sforzarmi e di metterlo a suo agio sorridendogli.
“Senti, io dovrei cambiare facoltà, che cosa devo fare?”
Povera creatura indifesa, piccolo pulcino abbandonato, in che guaio ti sei messo! Cambiare facoltà? Forse dovrei suggerirgli di raccogliere un briciolo di fede e di andare a pregare il Dio in cui crede.
“Dunque, guarda, in breve: a quanto ne so io devi andare alla segreteria e farti consegnare una serie di documenti. Hai un modulo da compilare, si chiama “modulo A” o qualcosa del genere, poi un tabulato che ha un nome difficile, con cifre e numeri, tipo “a-p 4” una cosa così. Io poi so le vecchie regole, non so come funziona adesso, ma a quanto mi risulta c’è anche una mora da pagare che ovviamente...”
"Scusa se ti interrompo, ti ho chiesto cosa devo fare per cambiare facoltà, non ti ho detto di espormi la teoria dell'antigravità..."
Il ragazzino mi fissa coi suoi occhioni ingenui e disperati e io non so cosa rispondergli. Senza rendermene conto, inizio a ridere come un’ossessa e continuo per almeno cinque minuti, sotto gli occhi del povero malcapitato. Pian piano mi riprendo e gli dò l’indirizzo dello sportello dove potrà trovare i moduli e farsi spiegare tutto da qualcuno forse più informato. Dico forse, perchè l’ultima volta che ho chiesto informazioni a una segretaria universitaria sull’esame di lingua straniera mi ha mandato da tutt’altra parte: la competenza è un’optional.
Congedato il poveraccio, mi appropinquo alla colonnina computerizzata, il gioiello di tecnologia del nuovo millennio. Che cosa ci voleva per snellire l’iter burocratico delle tediose Segreterie Universitarie? Una colonnina e una tessera magnetica! Una conquista, al pari della Libertè Egalitè Fratenitè e del voto alle donne. Sono quasi commossa.
Lascio scivolare la borsa a terra, prendo la mia tesserina e cosa vedo? Il fogliettino del FUORI USO in bella mostra sullo schermo. Ci fosse una volta in cui funziona. Mi chiedo se il problema sia il luogo in cui è stato abbandonato questo punto informatico: magari un PC non è proprio a suo agio nell’ambiente tutto polvere, pergamena e penna d’oca che rievoca un dipartimento di medievistica. Mi rivolgo alla segretaria dell’ufficio informazioni, che incredibilmente solerte viene a vedere.
“Eh ci risiamo, adesso provo a sbloccarlo di nuovo, magari è una tessera che è stata ingoiata.” Una colonnina che si ingoia le tessere? Davvero astuto. Almeno i proprietari sono sicuri di non perderle. Vedo la tizia tentare di aprire la custodia del computer con una chiave speciale, e fallire miseramente. “Nulla da fare. Il tecnico oggi non si è ancora visto purtroppo! Puoi cercare negli altri dipartimenti.” Ho la faccia di una che del tempo da perdere? Usano Windows ’98 e pretendano che funzioni pure? Sadici. Una fola del genere per una semplice copia del mio corso di studi effettuato fin’ora? Probabilmente faccio prima ad assumere un cronachista o un biografo. Carlo Magno e Matilde avevano l’occhio lungo, se non altro un biografo è affidabile e preciso! Un po’ lecchino eh? Ma preciso! Altrochè colonnine che si cibano di tessere e sistemi operativi che vanno fuori uso. Il ventunesimo secolo...
Meglio lasciar perdere la ricerca di un computer funzionante, e tornarsene a casa per iniziare a lavorare su questo articolo. Prima lo finisco, meglio è. Il pensiero vola verso Cal, per un attimo, mi chiedo che cosa accadrebbe se lo chiamassi per fargli sapere che sono a Bologna e che se volesse potremmo vederci. Metto via subito l’idea, non è il caso. Devo fare uno sforzo. Devo lasciar perdere. Faccio cenno all’omino dell’autobus che arriva di fermarsi, salgo diretta verso la stazione dei treni. Chi s’è visto s’è visto, ormai è troppo tardi.
 
 
 
Brano 2 – Capitolo 16
 
 
“Sei splendida. Andiamo?”
“Certo! Che cos’hai?”
“Nulla” mento sapendo di mentire.
“Ma smeeeeeeeeeeetttila! Come se non ti conoscessi!”
Le racconto tutto. Che Cal mi mancherà sicuramente, che lo sto evitando, che mi sta sfuggendo.
“Mi ha mandato qualche messaggio sul cellulare. Dice che gli manco, e che vorrebbe rivedermi.”
“E tu che cosa gli hai risposto?”
“Non gli ho risposto...”
“Brutta cafona! Mandagli subito un sms per scusarti e chiedigli se è libero una delle prossime serate!”
In effetti, cafona è un po’ poco. Sono stata davvero maleducata, chissà se si è arrabbiato con me.
“E quando lo vedi, farai bene a dirgli tutto, proprio come hai fatto con me! Dicendo che non l’hai chiamato perchè hai paura di innamorarti!”
“Da quando sei diventata la profetessa della chiarezza, Elena?”
“Da sempre!”
“Non è vero. Lo sappiamo entrambe. Hai sempre impostato le tue relazioni sui bronci che lui doveva capire, sulle frasi a doppio senso che lui doveva interpretare, ti pare chiaro questo atteggiamento?”
“Umpf...” la vedo stringere le spalle, mentre camminiamo.
“Mi spiace, Ele, non ce l’ho con te, non voglio ferirti e non voglio dire nulla che possa darti noia. Scusa.”
“Non è niente, in parte hai pure ragione... ma sto... cercando di cambiare.”
Mentre lo dice sembra imbarazzata.
“Era ora!” le rispondo ridendo. “Dai entriamo!”
Si aprono le porte del negozio di musica e ci investono le note dell’ultimo singolo di Sting.
“Bellissima questa canzone” dico a bassa voce. “Quasi quasi...”
Mi dirigo verso le novità e inizio a spulciarle, quando sento la mano di Elena che si appoggia sulla mia spalla.
“Beh? Che vieni a fare in questo settore? Il tuo è di sopra!”
Sembra quasi scandalizzata.
“Quale settore?”
“Quello della musica celtica e medievale, naturalmente!”
Rimango a fissarla per qualche secondo, per riprendermi dalla sorpresa.
“E da quando in qua io posso e devo comprare SOLO musica celtica e medievale?”
Mi auguro vivamente che la sua sia una battuta.
“Beh, sei una storica, che ci fai in mezzo a Madonna, Justin Timberlake e Sting, scusa?”
E’ seria, non sta scherzando affatto.
Sono senza parole. Ma davvero gli storici sembrano così noiosamente a senso unico? Così privi di altri obiettivi e di altri interessi? Così chiusi ed elitari? Non ci posso credere, non voglio crederci.
“Elena, io ascolto di tutto. Ascolto pop, rock, underground, pensa alle volte ascolto pure la techno...” il tizio vestito di nero, con un giubbotto da metallaro che ci sta passando accanto, sentendo la mia ultima affermazione mi lancia un’occhiata allucinata, con un’espressione di orrore stampata sul volto, e si dilegua: mi auguro proprio non stia andando a vomitare, non me lo perdonerei.
“Ah, beh, allora niente, guarda pure!”
Che concessione! Credo proprio che farò i salti di gioia.
 
 
Laureande sull’orlo di una crisi di nerviEliselle – 192 pagine – Collana Yoni -  Effedue Edizioni – ISBN 88-88061-44-4 – 10 Euro
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 15:50 | interviste | BlogNews | clicca per commentare commenti (87)



Joe R. Lansdale, Maneggiare con cura

written by King Lear    -


Joe R. Lansdale - Maneggiare con cura



Maneggiare con cura


 
Joe R. Lansdale


 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
E’ già uscita da un po’ di tempo sul mercato italiano una raccolta di racconti di Joe R. Lansdale per i tipi Fanucci, Maneggiare con cura. Lansdale è un personaggio abbastanza eclettico, texano al cento per cento, ma quello che interessa maggiormente di lui è il suo modo di scrivere, ironico, beffardo, drammaticamente perfetto. Il New York Times Book Review ha detto di Joe R. Lansdale: “uno scrittore con l’innata capacità di saper raccontare storie con folcloristica dovizia di dettagli e incomparabile senso del ritmo”. Lansdale ha vinto nel corso della sua carriera: il BRAM STOKER HORROR AWARD (5 volte), il BRITISH FANTASY AWARD, l’HORROR CRITICS AWARD, l’AMERICAN MISTERY AWARD, lo SHOT IN THE DARK INTERNATIONAL CRIME WRITER’S AWARD, il BOOKLIST EDITOR’S AWARD, il CRITIC’S CHOICE AWARD e il NEW YORK TIMES NOTABLE. Insomma non si può proprio dire che non abbia ricevuto importanti riconoscimenti, riconoscimenti che dovranno pur valere qualcosa. E leggendo Maneggiare con cura si ha la quasi netta impressione che, tutto sommato, tutti questi premi non gli siano stati conferiti a caso, per la sua bella faccia.
Joe R. Lansdale è voyeur che analizza la società americana passandola al setaccio, mettendo in evidenza le sue perversioni, i suoi falsi miti, le sue fobie sociopolitiche, ma anche il suo degrado culturale. E’ una raccolta importante, la migliore che Fanucci ha messo sul mercato da quando ha lanciato la collana AvantPop: questa silloge propone quindici tra i migliori lavori brevi dell’autore texano, L’arena (The pit, 1987), Girovagando nell’estate del ’68 (Steppin’ Out Summer ’68, 1990), Godzilla in riabilitazione (Godzilla’s Twelve Step Program, 1994), La bambola gonfiabile: una favola (Love Doll: A Fable, 1991), Un signor giardiniere (Mister Weed-Eater, 1993), Piccole suture sulla schiena di un morto (Tight Little Stitches in a Dead Man’s Back, 1986), La notte dei pesci (Fish Night, 1982), Nel Deserto delle Cadillac con in morti (On the Far Side of the Cadillac Desert with Dead Folks, 1989), I treni che non abbiamo preso (Trains Not Taken, 1987), La notte che si persero il film dell’orrore (Night They Missed the Horror Shows, 1988), Non viene da Detroit (Not from Detroit, 1988), Incidente su una strada di montagna (e dintorni) (Incident On and Off a Mountain Road, 1991), Una serata al drive-in (Drive-in Nate, 1990), L’inferno visto dal parabrezza (Hell Through a Windshield, 1994), Eccitarsi per l’horror: emozioni a basso costo (A Hard-On for Horror: Low Budget Excitement, 1994). Come ho già avuto modo di puntualizzare, questa è la migliore raccolta di racconti AvantPop apparsa per Fanucci, una raccolta tra le migliori degli ultimi dieci anni. Per la prima volta si ha a che fare con letteratura americana viva, ironica, che sfrutta gli stereotipi narrativi per dare addosso al cliché della società moderna, cliché che la vorrebbe perfetta nella sua imperfezione. Lansdale è consapevole del suo stile e ne fa un utilizzo scevro di ipocrisie, uno stile per certi versi asciutto, perfettamente intelligibile. La pecca maggiore dell’AvantPop è di essere, spesse volte, poco chiaro e nei contenuti e nello stile, una tara pesante questa che fa dell’AvantPop un genere letterario noioso quanto poco credibile. Ma Lansdale ha il dono di saper scrivere con precisione adamantina anche quando abbraccia l’horror e la fantascienza: sposare altri generi letterari per l’autore texano non significa ridicolizzarli, piuttosto significa saper mettere l’accento sui loro difetti e lasciar spazio al lettore di divertirsi ragionando.
“Giocando deliberatamente con il voyeurismo, vero e proprio cardine strutturale del cinema horror fin dalle sue origini, rappresentando in controluce una società che guarda e non fa altro che guardare: un mondo civilizzato che forse abita in lontane città, del tutto assenti da queste storie come assenti sono tutti gli altri segni della modernità, dalla tecnologia al denaro, dal lavoro al consumo. Se i contrafforti su cui si basa il modello americano sono l’etica protestante del lavoro e l’accumulazione di capitale, il Texas di Lansdale rappresenta la negazione di quell’America, e di tutti i suoi miti. Perfino l’automobile, il viaggio, vengono svuotati di valore. Le macchine dei bifolchi sono sempre rottami; se ci si sposta, ci si perde, con conseguenze disastrose e spesso letali…”, dalla postfazione di Luca Briasco e Mattia Caratello.
Le battute di Joe R. Lansdale sono volgarmente perfette, stereotipate, così ovvie che per assurdo assumono un significato che si spinge oltre il cliché del risaputo, ecco un esempio: “Razza di piccolo, stupido, tisico cazzetto a matita, non riusciresti a fottere nemmeno un pidocchio fino a farlo svenire. Sei virile quasi quanto un Tampax.” (Love Doll: A Fable , 1991) C’è da smascellarsi dalle risate, ma c’è anche tessuto ironico su cui riflettere seriamente: la società disegnata da questo maestro texano è una società avviata a produrre la sua distruzione con ipocrita consapevolezza, una società che, comunque, non ha nulla affatto intenzione di porre rimedio ai suoi errori e orrori.
Finalmente, è il caso di dirlo ad alta voce, una raccolta intelligente sull’AvantPop, un grande atto di coraggio editoriale che Fanucci propone al suo pubblico di lettori.
 
 
Maneggiare con cura - Il meglio di Joe R.Lansdale racconti - Joe R. Lansdale - Traduzione dall’americano di Umberto Rossi - Postfazione di Luca Briasco e Mattia Caratello - Collana Tif – Fanucci - pag. 352 – 8.00 Euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:30 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (30)



Il romanzo del XXI sec. - alcune apocalittiche riflessioni - reload integrale

written by King Lear    - giovedì, marzo 30, 2006


Il romanzo del XXI secolo

- collage pseudoartistico di Giuseppe Iannozzi -



Il Romanzo del XXI sec.
 
 
- alcune apocalittiche riflessioni -
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Cosa resterà del romanzo del XX secolo? Probabilmente niente, o meno ancora. Il fatto è che di romanzi nel XX secolo ne sono stati scritti parecchi, ma pochi veramente buoni; quasi nessuno nell’ultimo ventennio che va dagli anni Ottanta ai primi giorni del Duemila. Gli ultimi venti anni sono tra i più negri e medioevali che siano stati consegnati ai lettori: la dittatura thrilleristica si è imposta come moda, e gli scrittori, dopo il meritato successo di Giorgio Faletti, si sono buttati a capofitto nell’affaire thriller; e come tutto risultato, poco più di niente, solo dei romanzetti scritti male e per giunta con la pretesa di voler essere à la Pasolini.
 
Autori quali Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Primo Levi, Carlo Emilio Gadda, Pier Vittorio Tondelli, Tiziano Terzani, e ancora Sebastiano Vassalli, Umberto Eco, Aldo Busi, sono già nella storia, o meglio appartengono già da tempo alla Letteratura, a chi dopo di noi li approfondirà sui banchi di scuola. Molto più difficile, se non impossibile, che domani un romanzetto di Melissa P. venga ricordato. E sono dell’opinione che sarà difficile che anche un maestro come Valerio Evangelisti venga domani ricordato, se non tra le fila di quei simpatizzanti per una letteratura votata (destinata) ad esser “popolare”. Eppure Evangelisti meriterebbe di più, nonostante alcune (inevitabili) cadute di tono, come l’abbastanza deludente “Il collare di fuoco”: ma romanzi quali “Noi saremo tutto” o “Il castello di Eymerich” o il più perfetto “Cherudek” meriterebbero di rimanere, e di esser considerati sin da oggi Letteratura. Il problema – se giusto è definirlo tale – è che ultimamente lo stile di Valerio Evangelisti si sta evolvendo, per uscire da qualsiasi schema e progetto narrativo: essendo che questa strada nessuno l’ha ancora percorsa, la strada che Evangelisti sta percorrendo è molto ma molto buia, così tanto che c’è il rischio che lo inghiotta in sé. Probabilmente, parafrasando una canzone di Ron (cantata da Lucio Dalla), “con l’aiuto del buon dio, stando sempre attenti al lupo”, Evangelisti riuscirà a dar un corpo pienamente completo ed intelligibile alla sua scrittura, quindi al suo stile. E se ci riuscirà, allora domani non escludo che potrà essere anche autore da antologia, da studiare seriamente.
Diverso discorso, ma breve, per Giuseppe Genna: i suoi thriller, tra i migliori che abbia letto, erano qualcosa. Oggi, dopo due scivoloni, gravi a mio giudizio, non so davvero che abbia intenzione di fare, perché la sensazione è quella che dia sfogo alla penna più per esercizio che non per dar corpo a della narrativa, a delle storie, e men che meno a della letteratura, foss’anche con la “l” minuscola. Dopo “L’impero di Costantino” e “L’anno luce”, due prove che valgono poco - nulla, a voler essere completamente onesto, secondo il mio fallibile metro di giudizio -, credo che “nel quasi mezzo cammin di sua vita si sia inoltrato per una selva davvero troppo oscura perché possa incontrare un Virgilio che lo conduca a veder del Paradiso una seppur flebile luce, o anche solo l’illusione d’una luce”. Sia come sia, non sarà con Giuseppe Genna e né con i kamikaze di Tiziano Scarpa che il XXI secolo potrà dirsi iniziato al Romanzo o alla Letteratura. E di Federico Moccia forse ricorderemo che ha fatto impazzire molte ragazzine: ma non me la sento proprio di dire che la sua scrittura sia qualcosa che rimarrà nel tempo: due romanzi, ma “Tre metri sopra il cielo”, per il giovane autore, è quello che gli ha dato il successo di vendite. Poi, a voler guardare ad Alberto Bevilacqua, probabile che qualche romanzo rimanga, non fosse altro che per la gran mole di libri scritti e pubblicati, per i temi sempre uguali e reiterati romanzo dopo romanzo. Andrea Camilleri resterà, verrà ricordato come autore del “popolo” e quindi popolare: i suoi romanzi non giustificano nessuna pretesa sociale e/o politica, sono soltanto delle storie e basta, storie che hanno fatto bene presa nell’immaginario del popolo, che ancora domani se lo ricorderà il suo commissario Montalbano. In fondo, leggere Camilleri ci distrae dai nostri problemi: il suo stile è semplice, vicino alla parlata popolare, e forse proprio questa peculiarità l’ha fatto amare ad un pubblico eterogeneo senza inimicarsi i critici, anche i più esigenti. Non più di tanto, comunque.
 
Brutto, molto brutto, tirare ad indovinare chi rimarrà e chi no, fare un toto-scrittori così come sto facendo: ma qualcuno deve pur farlo, qualcuno dovrà pur prendersi, se non la responsabilità, perlomeno il merito d’aver scagliato la prima pietra, e non perché io sia innocente, solo perché colpevole. Io rimango sempre, o quasi, affascinato quando leggo un romanzo di Valerio Massimo Manfredi: e però, in veste di critico, per quanto modesto io possa essere, non posso fare a meno di rendermi conto che sono delle storielle, ben scritte, non dico di no, ma pur sempre delle storielle con qualche elemento storico. Alessandro Baricco è invece scrittore che due cadute pesanti ce le ha avute, con “L’Iliade” e “Senza sangue”, ma con “Questa storia” è tornato ad essere genuino, quello di “Castelli di rabbia”, “Oceano mare”, “Seta”, “Novecento”. Senza addentrarmi in quelli che sono pregi e difetti della scrittura di Baricco, sono dell’avviso che i suoi romanzi rimarranno, a lungo, in quanto contengono non una morale ma più morali: ogni storia è un gioco, una sorta di matrioska, personaggio dopo personaggio, morale dopo morale, pagina dopo pagina, si scopre qualche cosa, un dettaglio che sembrava insignificante e che invece è essenziale. Una rara abilità questa per uno scrittore, che non può esser ignorata né lavata via con giudizi asfittici o di ostinata superficialità: quello che intendo dire è che la scrittura di Alessandro Baricco merita un approfondimento serio che non si fermi – e che non si impantani – in un’analisi superficiale.
 
La mia impressione a proposito dell’attuale mercato editoriale è che si mettano in circolo, se non proprio degli istant book, almeno degli scartafacci che, a un occhio inesperto, possono sembrare dei romanzi bell’e finiti. Il libro è stato ridicolizzato, ridotto a mero oggetto di consumo: gli scaffali delle librerie, giorno dopo giorno, sono invasi da nuove uscite, e tutti gli editori promettono – alzando occhi braccia e mani al cielo – che hanno dato alle stampe il capolavoro del secolo. Sono libri - ma libri solo perché di pagine tenute insieme da una rilegatura e una copertina – che dopo due, tre mesi, nessuno più ricorda. E però vengono immediatamente sostituiti da altri titoli simili, da autori uguali che reiterano all’infinito sempre la stessa storia, solo variando il nome dei personaggi e la scenografia.
 
Non sono ottimista: il romanzo del XXI secolo non è stato ancora dato alle stampe. E, soprattutto, non c’è un autore che oggi possa dire “nato per essere il primo dei grandi della Letteratura del Ventunesimo Secolo dopo Cristo”. Ma forse è molto meglio così: perché così, chi vorrà leggere tornerà ad affrontare con ragione e sentimento i Classici della Letteratura Italiana e non.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 10:11 | riflessioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (43)



Giuseppe Penna, il suo Dies Irae - intervista di satira

written by King Lear    - mercoledì, marzo 29, 2006


Giuseppe Penna


IL
DIES IRAE DI GIUSEPPE PENNA


 
Intervista a


 
Giuseppe Penna
 


 
sacrificato reduce dall’ultima fatica Dies Irae

per una satira preventiva
 


 
 
a cura di Giuseppe Fantozzi
 
 
 
 


 
Avvertenze per evitare eventuali effetti collaterali
 
 
L’intervista che segue è, ovviamente e indubbiamente, un parto della fantasia di Giuseppe Iannozzi.
 
Questo scritto che è di satira non ha alcun presupposto critico o di giudizio sul lavoro di Giuseppe Genna, “Dies Irae”.
 
Giuseppe Iannozzi, che non aveva niente di meglio da fare, ha pensato bene di inventarsi questa intervista con il solo scopo di divertirsi, e magari di divertire chi leggerà con uguale spirito goliardico.
 
Buona lettura e buon divertimento.
 
g.i.
 
 
 
______________________________
 
 
 
 
Fantozzi: Come mai, dopo l’operazione forzata alle emorroidi, Giuseppe Penna è tornato sul luogo del delitto?
 
Penna: Sono essenzialmente un recidivo: perdo il pelo, o meglio i baffi à la Stalin, ma poi quelli ricrescono sempre.
 
Fantozzi: Stalin?
 
Penna: Certo. Stalin.
 
Fantozzi: Come mai proprio l’Uomo di Ferro?
 
Penna: A me mi eccita enormemente. E’ adrenalinico. Come mandava gli innocenti al macello lui nemmeno Dio.
 
Fantozzi: Perché lei, Penna, aspira ad essere un macellaio?
 
Penna: No. Oggi non è proprio il caso. Bovini e suini sono tutti malati, riempiti di OGM: non si può mangiare degli animali così, non si può macellarli a cuor leggero, proprio no. Quello che intendo dire è che non c’è più quella bella fattoria degli animali che George Orwell ha disegnato.
 
Fantozzi: Le piace Orwell?
 
Penna: Assolutamente... no. Era un sovversivo.
 
Fantozzi: Non mi risulta fosse un sovversivo: ha lottato fino all’ultimo respiro contro…
 
Penna: Dico che era un uomo sporco che non sapeva scrivere, allora se l’è presa con gli stalinisti.
 
Fantozzi: Allora lei crede che è stato un bene…
 
Penna: Io credo? No, io non credo. Credo in qualcosa solo se c’ho il mio tornaconto sicuro, sull’unghia. Insomma, disposto a credere anche alle lacrime di sangue delle madonnine nelle edicole e in una Cicciolina santa purché ci sia la mia fetta.
 
Fantozzi: Capisco: la fetta di torta.
 
Penna: Ma non sia volgare!
 
Fantozzi: Volgare?
 
Penna: Lei insinua.
 
Fantozzi: No, affatto. La prostata è un problema grosso per me quanto per lei. Se non ne vuole un pezzo perché crede sia volgare…
 
Penna: Ma che sta dicendo?
 
Fantozzi: La prostata, la famosa torta fatta in casa, quella della nonna senza OGM:
 
Penna: Lei è scemo o ci fa?
 
Fantozzi: Non ho capito la domanda… potrebbe… No. Ahio… No, i diti nooo…
 
Penna: Avanti, la prossima.
 
Fantozzi: In fila! Liala, Liala… No, era Pina… Pina?
 
Penna: Che diavolo sta blaterando?
 
Fantozzi: Veramente io… La prossima: ah, mia moglie Pina, pure lei. Ma come? con quale coraggio c’è riuscito?
 
Penna: Chi ha pane non ha denti per mangiare.
 
Fantozzi: Credo si riferisca a quella storia della moltiplicazione dei pani e dei pesci. A Pina è sempre piaciuto tanto il pesce. Ma con le mie poche lire, mai!
 
Penna: Lei è senza pinna dorsale!
 
Fantozzi: Giusto! Senza pinna caudale… anale… insomma, quella cosa che ha detto lei.
 
Penna: Bravo!
 
Fantozzi: La satira è un diritto affermato dalla nostra Costituzione, cioè recita – leggo perché le parole precise non me le ricordo… non mi guardi così, per pietà!: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” - Art. 21).
 
Penna: Sbagliato.
 
Fantozzi: Sbagliato?!
 
Penna: Le spiego. Dovrebbe essere così: “Solo alcuni hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Tutti gli altri no.
 
Fantozzi: E chi sarebbero “tutti gli altri no”?
 
Penna: Ovviamente tutti quelli che mi stanno sul cazzo.
 
Fantozzi: Quelli che le stanno antipatici.
 
Penna: Si potrebbe dire anche così. Ma secondo me è più giusto dire che è un dovere “perseguire annientare annichilire macellare gambizzare neutralizzare” tutti quegli elementi che osano dire anche un solo ma contro di me, contro la mia persona e contro tutti gli stalinisti. Ma solo se stanno dalla mia parte gli stalinisti, perché quelli che no possono anche andare a farsi fottere. Ecco.
 
Fantozzi: Chiaro.
 
Penna: Be’, non parla più!

Fantozzi: Grande pauraaa…
 
Penna: Di chi?
 
Fantozzi: Non lo posso dire.
 
Penna: Perché?
 
Fantozzi: Grande paura della paura!
 
Penna: Ah!
 
Fantozzi: T'aggio vuluto bene a te! Tu mm'hê vuluto bene a me! Mo nun ce amammo cchiù, ma ê vvote tu, distrattamente, pienze a me!...
 
Penna: Che blatera?
 
Fantozzi: No, niente, glielo assicuro.
 
Penna: Dica, dica, dica!
 
Fantozzi: Devo proprio?
 
Penna: Deve.
 
Fantozzi: Canta che ti passa.

Penna: Che cosa?
 
Fantozzi: T'hê 'a truvá na padrona sincera ch'è cchiù degna 'e sentirte 'e cantá...
 
Penna: Che insinua? Lei insinua. Mi dia la mano. Ho detto di darmi la mano, subito.
 
Fantozzi: No, i diti nooo…
 
Penna: Io la spezzo, glieli “sospetto tutti i diti, uno ad uno”. La demolisco come una caricatura avantpop.
 
Fantozzi: No, era la mia preferita.
 
Penna: Chi?
 
Fantozzi: La avantpop!
 
Penna: Che diavolo dice?
 
Fantozzi: Reginella avantpop: si chiama, si chiamava così: Oje cardillo, a chi aspiette stasera? nun 'o vvide? aggio aperta 'a cajóla! Reginella è vulata? e tu vola!
 
Penna: Il fatto è che con le ultime produzioni di Palahniuk, God Jr è la lapide posta sulla bara in cui abbiamo seppellito l’avantpop. Insomma, siamo al funerale di un trend durato qualche anno, c’è da esserne dopotutto soddisfatti visti i ritmi di invecchiamento di ogni trend, soprattutto per l’uso adrenalinico che se ne è fatto altrove, maxime in Italia, dove è anche grazie all’avantpop se certe prostate continentali si sono rotte e attualmente stanno facendo fuoriuscire pericoloso piscio incandescente.
 
Fantozzi: Non ho capito.
 
Penna: E quando mai lei avrebbe capito qualcosa? Lei è già un miracolo quando riesce a trovarsi il buco del culo da solo e a pulirselo.
 
Fantozzi: Che c’entra?
 
Penna: Lei è un cacasotto.
 
Fantozzi: No, per pietà!
 
Penna: Pusillanime.
 
Fantozzi: No, per pietà. Ho già problemi con la prostata.
 
Penna: Per l’Anno luce!
 
Fantozzi: Come, l’ano luce! Dio che male profondo!
 
Penna: A lei ci vorrebbe, come minimo, un bel elettrochoc. E’ un malato mentale.
 
Fantozzi: No, l’elettro no: non ero bravo in elettronica.
 
Penna: Che diavolo sta dicendo?
 
Fantozzi: No, niente. E’ che il suo modello è Mondo piccolo di Giovanni Guareschi, provare a stare nella cronaca ma riscattarla con il romanzo. Scorre così il nostro ultimo quarto di secolo: dall’abbandono di Candido alle ansie di oggi.
 
Penna: Lei si riferisce al mio “Dies Irae”. Le dirò: E’ cronaca, maieutica di questo periodo, costruita attraverso eventi flemmatici che mi premuro di far esplodere. Sono episodi diventati mito, favola stalinista. Ecco, è così.
 
Fantozzi: Indro Montanelli, a proposito di Guareschi al quale lei si rifà, ebbe modo di dire: “C’è un Guareschi politico cui si deve la salvezza dell’Italia. Se avessero vinto gli altri non so dove saremmo andati a finire, anzi lo so benissimo”.
 
Penna: Non mi parli di Montanelli mai più.
 
Fantozzi: E di Guareschi.
 
Penna: Neanche di lui. Erano due che se la intendevano.
 
Fantozzi: In che senso?
 
Penna: In che senso e in che senso? Che senso vuole che abbia una domanda così tanto stupida?
 
Fantozzi: Non risponde…
 
Penna: Passi Avanti!
 
Fantozzi: Quanti giorni di carcere per Guareschi?
 
Penna: Se non ricordo male, qualcosa come 415. Fu uno spettacolo feroce, privo di pietà, ha allucinato e mutato profondamente gli italiani. Ma non fu solo quello.
 
Fantozzi: ‘Sto Guareschi è stato più sfigato di me, mi sa così.
 
Penna: Non dica sciocchezze. La verità è un’altra. E’ la dimenticanza che è seguita dopo, sulle opere di Guareschi e sull’uomo. Questo è un fatto flemmatico, non storico. Nella realtà però è andata così. La morte di Giovanni Guareschi proprio nel Sessantotto la interpreto come la chiusura degli anni Sessanta, un rito collettivo che apre il nuovo decennio.
 
Fantozzi: Ma lei che è uno scrittore che ne pensa del ruolo dello scrittore?
 
Penna: Il compito di uno scrittore o, meglio, quello che io credo sia il compito di uno scrittore è mettere in ambiguità gli eventi tutti.
 
Fantozzi: Ah! Indubbiamente lei è molto ambiguo anche dando questa risposta. Più ambiguo di mia moglie Pina… Mio Dio, la Pina, che terribile spavento che c’ho!
 
Penna: Bene! Significa che sono riuscito nel mio intento di essere.
 
Fantozzi: Di essere che?
 
Penna: Vile! Di essere e punto.
 
Fantozzi: Non avevo capito. Mi perdoni.
 
Penna: Le spiego, ma tanto lei non ci capirà un’acca: lo scrittore non deve interpretare la storia secondo etichette commerciali, ma con antiche ricette sciamaniche. Questa storia è vera o è falsa? Non importa. Il pensiero nasce da un incantamento e solo sull’incantamento si fonda la morale. E guardi che l´affabulazione non è evasione dal mondo. E’ piuttosto il contrario. In questo siamo contemporanei di Giovanni Paolo II. Sempre sia lode al Papa, oggi e per sempre.
 
Fantozzi: E’ per questo motivo che lei è fissato con i complotti? I complotti le sembrano apparizioni divine, una sorta di prostata utile per interpretare il mondo. E’ così?
 
Penna: Il complotto consente di costruire una favola verosimile. Ai miei occhi l’idea del complotto ha origini letterarie, da Andersen all’Harry Potter della Rowling. Lo schema non può che essere affabulante.
 
Fantozzi: Lei parla arabo per me.
 
Penna: Lei è un bifolco, un vile bifolco.
 
Fantozzi: E’ perché c’ho la prostata che mi tratta a pesci in faccia.
 
Penna: E’ che lei mi fa schifo, ma proprio schifo, ma tanto tanto schifo.
 
Fantozzi: E Dante e la Pivetti, che c’entrano con il “Dies Irae” che oggi ci vorrebbe propinare?
 
Penna: Ho lavorato con la Pivetti. L’avevo incontrata quando collaboravo a una tv privata fatta da privati capitalisti. Erano i primi anni Novanta, lei venne, sembrava una ragazzina, indossava uno zainetto e parlammo poco di politica e molto di filologia dantesca. Io di Dante non ci ho mai capito granché, la Pivetti era invece una vera autorità in materia. Il fatto è che io sono uno scrittore e non un filologo. Insomma io sono uno che scrive anche 750 pagine pur di vendere e portare qualche spicciolo in più a casa. Le spiego: lo scrittore è un vampiro, un succhiasangue che abita la retroguardia della specie. La osserva da dietro per meglio metterglielo da basso, ma sempre alle spalle. La scrittura è quasi una forma di inebetimento. Io nutro il mito degli scrittori ciechi, di Omero, per esempio, ma anche dei personaggi come Tiresia o Edipo, che vedono comparire le storie nel buio e ne hanno una percezione che è quella dello sciamanesimo incantatore. Ma di più vorrei essere come Chuck Palahniuk, fisicamente intendo, così perlomeno non andrei sempre in bianco con le tope. Non chiedo poi molto. Invece sfiga vuole che sia al massimo un Tiresia mutato in transessuale.
 
Fantozzi: Mi hanno detto che lei è un pazzo mentale e che lo dice a chiare lettere in “Dies Irae”.
 
Penna: La malattia nervosa fa parte della mia famiglia d’origine. Nel romanzo racconto di mia nonna trattata con l’elettrochoc e poi morta suicida. Il dolore ha un valore magistrale. Ingegna. Eschilo sosteneva che senza dolore non si arriva a nessuna conoscenza. Ma mi interessa anche il disagio collettivo, per buonismo s’intende, mica perché ci credo. Insomma, avrei bisogno di una buona e massiccia dose di ansiolitici e antidepressivi. Dovrei andare sotto cura, in neuropsichiatria possibilmente: la mia psiche è malata, troppo, è malata a livello neurologico. Io sento, l’avverto come uno sciamano che sono allo stesso tempo Charles Manson e Gesù Cristo, ma altre volte mi sembra di essere anche Pier Paolo Pasolini e Christian Andersen. E non le dico il dolore, il dolore che provo: un mal di denti, un male insopportabile. Mi prende la voglia di fare secchi tutti, chiunque, come in quel film, “Un giorno di ordinaria follia” di Joel Shumacher.
 
Fantozzi: Qual è il messaggio ultimo che lancia in “Dies Irae”?
 
Penna: La Maria, liberalizzatela, per Dio!
 
Fantozzi: Sì, liberate Maria!
 
Penna: Maria chi?
 
Fantozzi: C’ho le idee un po’ confusionarie… No, i diti nooo…
 
Penna: Pusillanime.
 
Fantozzi: Come il Battisti Cesare ex terrorista però a piede libero e libero di pubblicare libracci che manco io scrivere in maniera più sgrammaticabile?
 
Penna: Di più, di più, molto di più.
 
Fantozzi: Che dolore orrendo! Mi stanno uscendo le emorroidi tutte. Che dolore, che dolore orrendo, per Stalin! Ma cavale!
 
 
 
T'hê 'a truvá na padrona sincera ch'è cchiù degna 'e sentirte 'e cantá...
 
 
 
FINE

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:25 | satira | BlogNews | clicca per commentare commenti (60)



rondini e disordini di primavera

written by King Lear    - martedì, marzo 28, 2006


Lussuria - by Iperio

Lussuria è un fotoritocco di Iperio



 
rondini e disordini



di
primavera
 



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 


 
 
ANGELA
 
 
ad Angela (Aphsara)


Cercami, mi troverai
uguale ma cambiato
Cercami, mi vedrai
di bianco e di nero
Troverai di me
ogni cosa che la mente
ti metterà in bocca
Troverai di me
un fantasma che esiste
ma che impalpabile è
 
Cercami oltre quei confini
che non conosci
Ma non osar d’andar oltre
perché ti perderesti,
e non sarebbe bello
Io lo so cosa vuol dire
non avere eppur essere
per qualcuno o nessuno
un soffio tra mare e terra
 
Mi puoi baciare
per un fine stordimento
o per darmi al vento
che rappresento in un soffio
Mi puoi uccidere
in un giorno di festa
e non dirò una parola
che ti possa ferire
O puoi venire a trovarmi
dove riposo con un epitaffio
da poco a tenermi eterna compagnia
Ma i clown hanno sempre sorrisi
anche ai funerali di Stato,
ce li hanno per tutti;
sono così, uguali imperfetti gesù
che vivono di elemosine quaggiù
E però quando smettono il cerone
tornano ad esser uomini di lacrime
che si turano gli orecchi con il cotone
per non sentir più la vita
I più coraggiosi ingoiano veleni
e si chiudono le caverne di echi
con giovane bollente cera
 
Mi amerai fino all’infinito
Fino a quella misura inconcepibile
uguale a un fantasma, a una fantasia
Mi amerai per un giorno di mescalina
E domani sarò scomparso
tra il batter leggero delle tue lunghe ciglia
 
Allo specchio cercherai me
Nell’occhio di sonno mi dirai poeta
Un po’ mi disprezzerai
Poi il rossetto tirerai su le labbra
e sorriderai al dì che è di nebbia
 
Così sì, sarò sempre il tuo piccolo
insignificante angelo, Angela
 
 
 
 
 
SENZA UN PERCHE’
 
 
ad Aga
 
 
petali di rosa le tue labbra
ma tu piangi per un altro amore
così non darò fuoco alla mia lingua
né scioglierò i teneri nodi delle lenzuola
che sanno ancora della tua perversa verità
 
non farò nulla che possa alterare il destino
non piangerò invocando il tuo nome
i cieli sono ancora scuri di ombre di piogge antiche
è un ciclo che non abbandona mai l’uomo
si è come dentro atavica paura
tra il primo vagito e i bastioni di Orione
 
petali di rosa le tue labbra
che sanno cantare bene il dolore
ma per un’altra indigestione
però io ho un’altra poesia da cantare
che non metterò in bocca a te
io ho tutto Keats, ma belle dame sans merci
e un angelo più freddo del marmo
che solo aspetta il mio colpo,
quello che spezzerà la sua catena
 
è un ciclo, è un ciclo
non mi fai più paura, oggi no
è una storia di dervisci
oppure è la croce di Costantino in cielo
ma oggi, oggi non mi puoi più far male
 
oggi no, oggi non mi puoi
 
show me, show me your love
and tell me why
show me, show me your hands
and give me a grain of sand
my mind is free
 
show me, show me your skin
up in the sky there’s a silky moon
but my mind is free, it’s empty
and don’t ask me why anymore
my little sparrow
 
 
 
 
 
 
RONDINELLA
 
 
a Lisa
 
 
Lisetta, Ninfetta ai bagni
Rondinella senza casa
che amore cerchi e non dai,
adesso dov’è che vai?
 
Lisetta, Ninfetta al sole
Rondinella dall’inverno tornata
perché non me lo porti un bacio,
un sentimento di primavera?
 
Lisetta, hai bisogno d’esser protetta
o solo mi vuoi rubare il cuore
con quegl’occhioni già verso l’estate?
 
L’orologio avanti d’un’ora, e tu?
Un posticino sulle tue labbra
lo troverò mai, o mi dovrò accontentare
di struggermi invocando piangendo
ancora e ancora il tuo bel nome?
 
Rondinella, ti voglio tanto bene
ma tu mi sfuggi, la mia bocca rifuggi
E forse non hai torto, non sono un dì di festa
solo un piccolo uomo di grandi speranze
a perdere
 
Ma ancora non ho capito, Lisetta,
se sei più Rondinella o Ninfetta
E però continuo a sognarti di nascosto
illudendo i sensi che tu a me vicino
 
Lisetta, Ninfetta che sogni
Rondinella, che voli e voli,
che amore cerchi e non dai,
adesso dov’è che vai?
 
 
 
 
 
AUGURIO DI PRIMAVERA
 
 
a Lia
 
 
Ed allora ti porto il volo
di tutte le mie rondini
perché questa domenica
sia la più bella Primavera,
quella che non si dimentica
e che muta i sogni in realtà
da carezzare per fuggire
dalle carceri del quotidiano,
di quel vivere sempre uguale
giorno dopo giorno per vederci
tristi rintanati nascosti
nelle nostre egoistiche fobie
e nulla amistade per il prossimo
 
Ed allora ti lascio la mia rude mano
perché tu la possa stringere nella tua
e renderla un po’ più gentile uguale a te
 
 
 
 
 
RONDINI E DISORDINI
DI PRIMAVERA
 
 
Avanzano i soliti disordini
Ecco il Gatto e il suo amico Volpe
Consigliano pochi zecchini
Dicono che conviene buttarli
in mezzo all’occhio del ciclone
e non pensarci più
 
Svevo fuma e fuma, Joyce scrive e scrive
Da qualche parte arriveranno tutt’e due
Però noi che siamo terra terra
non ci capiamo niente dei loro giochi
di testa e di ombellico
 
I grilli fanno festa quando la notte
Non lasciano dormire neanche dio
e Goethe c’ha un diavolo per capello
Foscolo invece ha una brutta cera
da quando ha preso su sé la croce
dei cimiteri e della poesia
Ma i grilli rompono già al crepuscolo
e i postriboli son sempre pieni di seme
e di sapor dolciastro che si diffonde
nell’aria, tra echi e odor di lavandaie,
di saponi e acqua colata nei tombini
 
E tu, mia Cenerentola, che farai?
Lascerai che quel poveraccio si spari
o gli consiglierai d’andar a confessarsi
prima dall’arrotino col coltello in mano?
 
E tu, mia Bella che non sei mai mia,
neanche come estrema consolazione,
che farai stasera? il profilattico e la croce
o una botta di vita a letto, e domani sia
quel che sia?
 
Son disordini
che arrivano con le rondini
E’ la primavera che ci sveglia
e che ci addormenta di brutto
Son briciole
che lasciamo in eredità
a chi dopo di noi
E poi niente più, niente più
 
 
 
 
 
SOGNO EROTICO DI SALIVA
 
 
a Voglio Tutto E Niente
 
 
Non tagliare i tuoi lunghi capelli
così belli, neri più della nera notte
Non tagliarli per legarti mani e piedi
al letto e far felice il piccolo Eros
Ci son troppi desideri che non nascono
Ma son di più quelli che si ritagliano
un’edicola e un’arrogante santità
 
Non cucire la tua bocca
per non incontrare la mia lingua di serpente
Lasciami vivere per un momento appena
come una fragile curiosità
Dimmi di sì, dimmi di sì, dimmelo
che mi vuoi bene, che senza di me non vivi
 
Anche se è banale non ti vergognare
di scioglier i lunghi capelli al vento
 
E portami via con te, dammi quella saliva
che è Ostia, che è un po’ del tuo corpo
Dammela con la tua bocca e ti darò l’anima,
ti darò l’anima mia che sai non si può vedere
La potrai solo sentire, la potrai però sentire
forte e delicata come un sogno erotico

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:10 | poesia, di voce e di rabbia | BlogNews | clicca per commentare commenti (36)



Il romanzo del XXI sec. - alcune apocalittiche riflessioni - sul lit-blog di Davide Bregola

written by King Lear    - lunedì, marzo 27, 2006

solo sul lit-blog di Davide Bregola


La cultura enciclopedica dell'autodidatta





Davide BregolaDavide Bregola ha trent'anni. Vive tra Sermide (MN) e Ferrara, dove lavora in un Punto Einaudi. Ha esordito nel 1996 con tre racconti inclusi da Silvia Ballestra e Giulio Mozzi nell'antologia Coda. Undici "under 25" nati dopo il 1970 (Transeuropa). Nel 1999 ha vinto il Premio Tondelli per la narrativa con i racconti poi pubblicati in Viaggi e corrispondenze (Mobydick). Nel 2002 ha pubblicato Da qui verso casa (Edizioni Interculturali), un libro di interviste a scrittori stranieri che scrivono in italiano e nel 2005 ha pubblicato Il catalogo delle voci (Iannone), analoga inchiesta rivolta ai poeti immigrati. E' anche autore di "Racconti felici" per i tipi Sironi Editore.
Dal 23 luglio 2005 pubblica in rete "La cultura enciclopedica dell'autodidatta": http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola.





Il romanzo del XXI secolo


Cosa resterà del romanzo del XX secolo? Probabilmente niente, o meno ancora. Il fatto è che di romanzi nel XX secolo ne sono stati scritti parecchi, ma pochi veramente buoni; quasi nessuno nell’ultimo ventennio che va dagli anni Ottanta ai primi giorni del Duemila. Gli ultimi venti anni sono tra i più negri e medioevali che siano stati consegnati ai lettori: la dittatura thrilleristica si è imposta come moda, e gli scrittori, dopo il meritato successo di Giorgio Faletti, si sono buttati a capofitto nell’affaire thriller; e come tutto risultato, poco più di niente, solo dei romanzetti scritti male e per giunta con la pretesa di voler essere à la Pasolini. [...]

Leggi tutto - Leggi tutto - Leggi tutto - Leggi tutto

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:31 | riflessioni, diario | BlogNews | clicca per commentare commenti



John Sandford, Preda facile

written by King Lear    -


Preda facile



preda facile





John Sandford




 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
Un thriller di classe, ricco di personaggi insoliti e di colpi di scena. Il suo personaggio, Lucas Davenport, resta inciso nella memoria come Philip Marlowe e Sam Spade… (Laura Grimaldi);…Preda facile contiene tutti gli elementi che i fan si aspettano da John Sandford: umorismo, sesso, un buon intreccio e un detective che sa il fatto suo… (Booklist);…la serie di polizieschi creata da Sandford - ormai celebre come quella di Ed McBain - prosegue con un ottimo thriller, dall’agghiacciante finale… (Kirkus Review); …questo romanzo dal forte impatto emotivo è l’ultimo. solido anello della catena di gialli creati da uno dei migliori scrittori del genere. (Otto Penzler) Così si sono espressi molte autorevoli voci in merito al lavoro di John Sandford, ma forse non tutti sono d’accordo.
Leggendo un romanzo di John Sandford impossibile è tentare il paragone con autori come James Ellroy e Dean Koontz, autori diventati maestri indiscussi del thriller americano; soprattutto James Ellroy ha saputo dare spessore e robustezza narrativa ad un genere letterario, che si presta troppo facilmente a contaminazioni stilistiche. Ellroy con i suoi romanzi è forse il migliore erede di Léo Malet, autore impegnato, artista tout court, che grazie a capolavori come “La vita è uno schifo” e “Il sole non è per noi” ha sublimato il noir a vero e proprio strumento di indagine psicosociale. Ellroy, con un ritmo crudo quanto pregno di una vena blues, ha quasi nulla da invidiare a Léo Malet; Dean Koontz, autore prolifico, più aperto alle contaminazioni letterarie, pur non essendo all’altezza di Ellroy, ha comunque saputo regalarci negli ultimi anni dei thriller di tutto rispetto. Non bisogna poi dimenticare Thomas Harris, almeno con “Il silenzio degli innocenti”, un romanzo che non si può non leggere, uno scritto destinato a rimanere nella storia della letteratura di genere. Oggi Ed McBain e i suoi epigoni pubblicano a ritmo sfrenato libri che hanno il sapore del déjà vu, libri che solo lasciano in bocca al lettore il sapore della noia; tuttavia, gli appetiti più facili, riescono a sorbirsi i lavori di McBain e magari ne decantano anche lodi sperticate, e purtroppo i lettori faciloni sono davvero tanti.
John Sandford, purtroppo, è uno di quegli autori che non sfugge alla triste legge editoriale che vuole che si scriva con intenti commerciali piuttosto che artistici: Preda facile di Sandford è un romanzetto che si ci sarebbe potuto aspettare dalla penna di una Susanna Tamaro nostrana, un romanzo che pur accogliendo tutti i facilissimi cliché del thriller ha comunque il sapore di una storia mortalmente noiosa. Il vero killer è la noia che si prova leggendo Preda facile.
La trama è a dir poco stucchevole: la solita patinata modella, un pizzico di misticismo e il gioco è fatto! Della bella modella, ovviamente, rimane solo una fotografia dal sapore onirico, l’ultima immagine di una Alie’e Maison ancora viva. Amnon Plain, celebre e provocatorio fotografo di moda, chiude il servizio e la troupe al completo decide di recarsi al party organizzato per l’occasione. Il party è il solito, quello che senza troppi voli di fantasia il lettore si può immaginare: la solita arroganza dei Vip, degli stilisti, dei borghesi arricchiti e meschini, il tutto condito con i soliti cliché della stravaganza, della droga, dell’alcol, e, manco farlo apposta, del sesso. Tutti si divertono, o almeno credono che una vita siffatta significhi divertimento. Tuttavia qualcosa non va per il verso giusto: la mattina dopo qualcuno trova in una delle camere il corpo della top model. - Che noia!  Ma io mi chiedo: perché le belle modelle son tutte drogate, affamate di sesso e sempre destinate a una morte tragica nei romanzi americani? - Sul luogo del delitto giunge l’ispettore Lucas Davenport: solita routine, solita raccolta di indizi e Lucas trova nascosto in un armadio il cadavere di un’altra ragazza.
Davenport è una sorta di cane da caccia: le vittime sembra che gli interessino relativamente, quello che lui vuole veramente non è il trionfo della giustizia, piuttosto sembrerebbe che la morte per il l’ispettore rappresenti un fatto personale: le sue vene si gonfiano di adrenalina, il sapore della caccia pungola le sue nari. La caccia all’assassino è tutto quello che desidera ottenere da questo caso. Incredibilmente Davemport è anche in grado di pensare, quindi non può fare a meno di domandarsi perché, per esempio, Alie'e non ha opposto nessuna resistenza al suo strangolatore, dimostrando così, a tutti gli effetti, che era proprio una preda facile. E poi Lucas si interroga sulla vera identità della seconda vittima che lui stesso ha scoperto: c’è forse un legame fra le due vittime? Subito si mette sulle tracce dell’assassino con la tipica arroganza del piedipiatti americano e finisce con l’essere assorbito da un mondo dominato dall’eccesso. Il killer è furbo così come è giusto che sia, difatti non ci pensa su due volte a trasformare gli indiziati in vittime. Lucas alla fine si ritrova fra le mani un pugno di mosche: stressato nel corpo come nella mente non ha più quasi nessun appiglio per smascherare il killer. Tuttavia Davenport è il solito osso duro che non si dà per vinto: con i pochi indizi che ancor gli rimangono vivi fra le mani, alla fine, riesce ad inchiodare il killer. Finale: e tutti vissero felici e contenti.
Con queste premesse il libro di John Sandford non è sicuramente un thriller d’autore per quanto negli Stati Uniti Preda Facile è subito balzato in cima alle classifiche di vendita diventando nel giro di pochi giorni l’ennesimo triste best-seller. Purtroppo per chi ama il thriller questo romanzo è una pura delusione, par quasi scritto con fretta e furia da una Susanna Tamaro ubriaca vicina ad un collasso nervoso, nulla di più. E’ forse il caso di dire và dove ti porta il killer! Ovviamente sì, la noia è assicurata: il killer è il solito psicopatico stereotipato che fugge in tanti posti per evitare di farsi acchiappare dalla legge, ma che in realtà è virtualmente scolpito nel suo infelice ruolo trito e ritrito, quello di recitare mediocremente il ruolo del cattivo di turno vestito di nero. Insomma, anche a voler seguire le vicissitudini dell’assassino si rimane delusi, molto delusi, incastrati in una trama nera quanto, neanche poi tanto paradossalmente, banalmente luminosa.
 
 
John Sandford - Preda facile - Sperling/Frassinelli Paperback - Collana: Sperling - Superbestseller - Traduzione di Laura Grimaldi - Pagine 435 - € 8.50

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:17 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (39)



Un altro destino, Sette Peccati Capitali + 1 consiglio di lettura, Salman Rushdie

written by King Lear    - sabato, marzo 25, 2006


Kiss4You by Angelika Karamella

Kiss4You è un gentile omaggio di Angelika Karamella
 

 
 
Un altro destino
 
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 


 
ACHERONTE
 
 
giorno dopo giorno l’erbaccia cresce
su tombe e uomini allo stesso modo
è divertente più di quanto credessi
piangono tutti e tutti hanno fazzoletti
e tutti credono che fare all’amore li salverà
 
non si sono resi conto che sono morti
non si sono resi conto
che con la vita non hanno più un solo fiato
da spartire
e però continuano a deporre fiori sulle tombe
non si sono resi conto che è venuto il tempo
di fare i conti
 
al matrimonio del mio peggior amico
c’erano tutti, dal borsaiolo al lattaio
dal prete al giuda redivivo, c’erano tutti
un gran pranzo alla tavola lunga, apparecchiata
di gente buona e di gente cattiva ma uguale
nell’anima e nella bocca piena di mosche
tra una battuta e un’altra, tra una sega e un bacio
in segreto uno moriva soffocato e un altro no
nessuno ci ha fatto caso ma tutto così divertente
 
giorno dopo giorno uno affoga nell’acheronte
suvvia, è solo un’altra sofisticazione, una coca-cola
giorno dopo giorno la cosa si fa più interessante
suvvia, è solo un’altra buca da scavare, una figa
da riempire di terra e di carne morta
 
per uno che vien dato alle acque uno più bastardo,
uno più con le mani in pasta dà il suo primo urlo
in questo fottuto mondo di puttane e lavavetri
rosso arancione verde, quando il tuo, il tuo di turno?
 
stamattina il postino al solito mi ha dato il giornale
non l’ho neanche aperto, nemmeno un cruciverba
ha incontrato l’intelligenza del mio occhio
ma tra quadretti bianchi e neri
mi chiedo quando il tuo, quando il tuo di turno?
prima o poi nessuno avrà con la vita un solo spazio
da riempire
così, quando, quando il tuo turno? lo reggi ancora
il fiato in petto? – ah ah ah
 
così, quando, quando il tuo turno? lo reggi ancora
il fiato in petto? – ah ah ah
o stai per affogare, o stai per fare quella brutta fine
che ti han messo nell’orecchio sin da quando sei nato?
 
mettiti l’anima nella bara e non ci pensare più
non c’è nessuno che ti possa sentire
non c’è nessuno, non c’è nessuno più
che abbia qualcosa da dire
non c’è nessuno, non c’è nessuno più
che abbia qualcosa da maledire
 
metti il culo a suo agio e non ci pensare più
non c’è nessuno che possa scoreggiare
non c’è nessuno, non c’è nessuno più
che abbia qualcosa da dire
non c’è nessuno, non c’è nessuno più
che abbia un dio da maledire
 
 
 
 
 
SETTE PECCATI *
 
 
ad Angelika Karamella,
perché siamo peccatori insieme
 
 
Sette peccati, sette spade affilate
Sette giorni, sette vite (code di gatto)
 
Chi è senza peccato
la scagli la prima pietra
Io posso assicurare d’aver obbedito
anche se la luce era di domenica
ed ero tutto preso in forte accidia
 
Sette peccati, sette spade affilate
Sette giorni, sette vite (code di gatto)
 
Non desiderare la donna
E posso dire d’esser venuto
non una volta e nemmeno due
ma tre almeno guardandola in faccia
mentre con me lei godeva e negl’occhi
come una madonna mi cercava dio
 
Sette peccati, sette spade affilate
Sette giorni, sette vite (code di gatto)
 
Se non ho ceduto quasi mai all’ira
devo però confessare d’averla tentata
per dar un po’ di spirito a quello spirito
che dicono santo e che è tanto tanto noioso
 
Sette peccati, sette spade affilate
Sette giorni, sette vite (code di gatto)
 
Mai ho invidiato l’invidia altrui
Ma se in un giorno ho nutrito il sospetto
che m’è stato indebitamente sottratto
il mio, allora è stato un altro paio di maniche
 
Sette peccati, sette spade affilate
Sette giorni, sette vite (code di gatto)
 
Qualcuno ci ha provato a prendermi
per la gola legandomi col cappio
al suo cazzo di cielo distratto senza dio
Qualcuno ci ha provato più d’una volta
a ritagliarmi un largo sorriso da orecchio
a orecchio perché sempre ho parlato
senza preoccuparmi dell’inchino a novanta
 
Sette peccati, sette spade affilate
Sette giorni, sette vite (code di gatto)
 
Con l’avarizia non c’ho mai avuto a che fare
Se ho dato ho dato per amore, il resto ‘fanculo
Però ho rubato a chi più ricco e stronzo di me
senza mai un rimpianto, ma con grande vanto
 
Sette peccati, sette spade affilate
Sette giorni, sette vite (code di gatto)
 
Mai l’ho negata la mia bella arroganza
né allo specchio né a chi a me davanti
per piazzarmi in bocca un bacio di giuda
o un sonoro schiaffo; così posso dirlo
d’essermi quasi sempre perdonato
ma non dimenticato di chi ha osato
muovermi piccolo o grande torto
 
Così se ora credete me colpevole
io vi dico, guardate quei cani bastardi
senza nome che si leccano il culo
e tra l’erba alta si nascondono
per poi uscire allo scoperto un sol momento
per abbaiare vigliacche sentenze di morte
Così se ora credete me colpevole,
guardatevi in faccia e lasciate lo specchio
da parte 
 
 
 
 
 
UN ALTRO DESTINO
 
 
E’ solo un altro destino
E’ solo un colpo di fionda
uno scherzo e una presa per il culo
C’è chi fa il grande e chi lo zerbino,
appartengono alla stessa sponda
inquinano a destra e a manca il cielo
E sputano per terra che tutto è per loro
Hanno denti affilati
e pance sempre più gonfie
Difendono i poveri per farli più poveri
Se ce li hanno, gli tolgono gli ultimi averi
poi senza né piangere né lamentarsi
se ne lavano le mani, li mandano a cagare

E’ solo un altro giorno di paura
E’ solo un fiasco, uno di vino e uno di morfina
una sega venuta male che ti taglia l’anima
Ma c’è sempre qualcuno disposto a farsi
Ma c’è sempre chi grande e chi zerbino
C’è, c’è sempre di chi aver paura
 
 
 
 
 
SCENDI DAL LETTO
 
 
Amore, copriti
Metti la sciarpa
che ti ho regalato
nel giorno di Natale
Amore, copriti
dopo l’amore animale
che tra noi s’è fatto
Amore, stai attenta
Ci sono i cattivi
in giro coi loro ghigni
Ci sono i lupi
e hanno denti affilati
Cantano canzoni stonate
 
Amore, metti da parte
la paura e tienimi nel cuore:
solo così potrò proteggerti
dagli uomini neri
 
Amore,
adesso scendi dal letto
Ho il caffè sul fuoco
Vorrei ne prendessi uno
con me, prima di partire
di nuovo per cantare
tutta la tua rabbia
Vorrei mi prendessi la mano
prima di andare a trovare
quel gingillo che ti piace tanto
al Mercato delle Pulci Pulciose
 
Amore, Amore, Amore
Già mi manchi, mi manca
il respiro
 
 
 
 
 
NON IL MIO CIELO
 
 
Non ti posso dare il mio cielo
E’ di nuvole come il tuo
e si scatena in fredda pioggia
che s’abbatte sui volti della gente
Non guarda in faccia nessuno
e tutti sembrano come a un funerale
 
Ieri sono andato al cinema
C’era un film
che raccontava di Casanova
Ho riso, però non troppo
Chissà che mi aspettavo!
Se non avessi smesso di fumare
sarei stato tentato di uscire
e fumare almeno almeno una Camel
Ed invece sono rimasto al mio posto
a far finta di divertirmi
 
Quando fuori dal cinema
c’era un’aria pesante e concitata
Faceva quasi freddo,
così ho tirato su col naso
e ho aggiustato il collo della giacca
 
Oggi piove, e la gente per strada è triste
Non ti posso dare il cielo delle Alpi
 
 
 
 
 
DOV’E’ L’AMORE
 
 
Dov’è l’amore?
dove, dove, dove
noi gridiamo
invano
E l’Amore
spaventato
da sì tanto rumore
si nasconde a noi
nel più profondo
del cuore
perché niuno
lo possa scoprire
 
L’Amore
è una carezza
che se presa
con la forza
subito muore
 
 
 
 
 
OGGI PIOVE
 
 
Oggi piove, vien giù
Sembra che dio pianga
le ultime lagrime dell’Inverno
Oggi fa freddo
e vorrei star a casa
Ma devo uscire
e perdermi fra la folla in strada
 
Non sarà bello incontrare
visi avvolti nelle sciarpe
e occhi nudi e lacrimanti
 
Aspetto che torni la notte
Poi finalmente potrò riposare
e dimenticare d’esser stato vivo
 
 
 
 
 
MI SON SVEGLIATO
 
 
Mi son svegliato tutto spaventato e sudato
La gola una fornace, il cuore tumulto
Ti ho cercata piangendo come un bambino
che pretende la bella pazienza della madre
Ho tastato tutto il vuoto accanto a me
e l’ho sentito ancora caldo del tuo corpo
In un bagno di sudore ti ho cercata
sotto la doccia e nella fantasia della tv
dimenticata accesa su un canale di nevischio
Mi son sentito raccolto dentro alla prigionia
della follia che spara proiettili di solitudine
E poi sei arrivata vestita solo della tua nudità
ed allora ho smesso la paura, ho capito la verità
 
 
 
 
 
IL MIO DIO
 
 
Così bella non lo sei stata mai
Così bella per me, per me soltanto
Così bella, tu mio destino, mio dio
Unico dio cui io posso credere, Amore
Sei tu, quegl’occhi tuoi rossi di passione
Sei tu, quegl’occhi che sono di dio,
del solo dio in cui oso credere
senza nutrire tema di perdermi
tra paradiso e inferno
 
 
 
 
 
PIU’ DI DIO
 
 
Ho il naso grande come pinocchio
Ho tante tante pene da scontare
ma nessuna voglia di bruciare
tra le fiamme per farmi fiamma
anch’io
 
E’ che non ho un dio né un faust
Credo che m’inventerò a portata d’uomo
Chi mi amerà potrà seguirmi o inseguirmi
là dove vado io, là dove non il giudizio
di chi ha in bocca solo carie e bugie
potrà darmi al rogo d’una falsa verità
 
Se mi ami ancora un po’, se credi di sì,
provaci a prendermi, io libero più di dio
 
 
 
 
 
BIMBA DARK
 
 
Bimba dark, canta, canta per me
Ho il cuore a pezzi, il respiro corto
Bimba dark, canta, canta per me
Danza, danza senza fermarti mai
Non spegnerti per respirare
ma continua a danzare all’infinito
Continua, continua a cantare
come una pietra rotolante
E cantalo con la gola piena di te
che ami soltanto me e il mio fiato
 
Cantalo più forte che puoi, Bimba dark
e sarò sempre con te a soffocarti
d’amore e di dolore, uguale alla vita
 
 
 
 
 
DI ANIMA
 
 
Mi prende la malinconia
quando il giorno si spenge
e la mente non sa più dove
guardare
 
Mi prende nodo alla gola
quando dalle orbite fugge
l’incanto ch’era dentro
agl’occhi
 
In questo giorno di caldo e freddo
sol cerco un’anima in cui riparare
 
 
 
* Tirato in ballo da Angelika, Andromaca, Ava Adore e da Iperio, non ho potuto esentarmi dal rappresentare anch’io i miei sette peccati capitali. Però a modo mio, sempre.




_____________________________



Giuseppe Iannozzi raccomanda caldamente la lettura

dell'ultimo geniale romanzo di Salman Rushdie

Salman Rushdie, Shalimar il clown

Puoi acquistarlo anche qui:



su IBS


su BOL


su LiberOnWeb


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:22 | poesia, di voce e di rabbia | BlogNews | clicca per commentare commenti (39)



W.T. Vollmann, Storie di farfalle

written by King Lear    - venerdì, marzo 24, 2006


w.t. vollmann, storie di farfalle




william t. vollmann




Storie di farfalle


 
 
 
di Giuseppe Iannozzi



 
 
 
 
«Leggere Vollmann e le sue storie gotiche significa andare a sbattere il muso contro un surplus di reale.»
Giuseppe Culicchia
 
 
 
William T. Vollmann è una delle voci più innovative e costruttive della nuova corrente letteraria underground che sta prendendo prepotentemente piede nella cultura di massa americana, l’Avant-Pop. W.T. Vollmann con precisione chirurgica, con romantico dispetto, descrive un’America votata al culto di sé stessa, poco o nulla interessata alla sua crescita morale. Vollmann non si spende in inutili giaculatorie per essere baciapile: analizza i fatti e li mette nero su bianco sulla pagina, una pagina romanticamente nichilista che ricorda la crudezza poetica di L. F. Céline e W. S. Burroughs. Ma l’autore sa anche essere aggressivo utilizzando uno stile bukowskiano senza mai dimenticare di inserire all’interno della sua prosa impronte di tenerezze tipiche di Jack Kerouac e John Fante.
Se la Beat Generation è morta da tempo, se la cultura pop ha avuto la sua consacrazione per essere dimenticata come tutte le mode, W.T. Vollmann sta bene attento a non lasciarsi ingoiare dai formalismi letterari ed etici americani: la sua è una voce potente che non accetta compromessi, un lottatore, un sovversivo, che attraverso la cultura avant-pop riesce ad esprimere il clima di disagio latente della popolazione americana avvezza a consumarsi davanti a MTV e ai programmi di Fede Cattolica.
Le prostitute, i depravati, i maniaci sessuali, i colletti bianchi, i disadattati che vivono ai margini della società, i papponi, i ladri, i farabutti, questi sono i personaggi preferiti da Vollmann: la società non è buona e Vollmann non ha peli sulla lingua, lo dice a chiare lettere. Non sempre il suo stile è scorrevole: alle volte il lettore rischia di perdersi nel dedalo delle ambientazioni e dei personaggi creati dallo scrittore, ma la gioia è immensa quando il lettore riesce a ricollegare eventi e personaggi. La maggiore influenza che Vollmann ha assorbito nel suo Ego deriva quasi sicuramente da un attento studio delle tecniche narrative, quelle che fecero grandi W.S. Burroughs, L.F. Céline, C. Bukowski.
Storie di Farfalle è un grande romanzo che senza mezze misure narra le avventure dissacranti e tenere di un giornalista e di un fotografo impegnati in una vacanza sessuale nel sud-est asiatico; ma anche impegnati in una frenetica ricerca della loro anima, si rendono ben presto conto di non averne una e, soprattutto, comprendono che l’anima, almeno per loro, non esiste se non come un bijou da quattro soldi, regalo per una prostituta asiatica. In Storie di Farfalle, W.T. Vollmann evidenzia lo scontro fra la cultura americana e quella asiatica: loro, turisti del sesso, non hanno scrupoli, o almeno credono di esser immuni all’amore; eppure qualcosa non va secondo le loro aspettative. Nonostante tutto il cinismo che fa da sfondo alle loro azioni, il calore delle donne asiatiche, la povertà, la crudeltà della mercificazione del corpo per sbarcare il lunario, sono fatti che instillano in loro il dubbio che forse non sono le prostitute a darsi a loro... forse sono loro, gli americani, che si prostituiscono alle prostitute. A complicare il loro soggiorno turistico sopraggiunge l’amore: il giornalista finisce col prendersi una bella cotta per una prostituta, e la sua vita finisce col dipendere in tutto e per tutto da lei. Il giornalista non riesce a spiegarsi perché si sia innamorato: sa solo che ormai è successo e non può più tornare indietro, non può tornare in America nel suo ufficio e far finta di niente, perché il fantasma dell’amore lo ghermirebbe comunque per il resto dei suoi giorni. Il dramma: si prende lo scolo, poteva andar peggio, ma in un primo momento aveva seriamente creduto di essersi beccato l’Aids.
La storia con la prostituta va avanti: lui la ama, lei lo ama perché è americano, ma questo status anagrafico-sociale-politico non dà fastidio al giornalista, almeno in un primo momento. La sua identità, se mai ne ha posseduta una, si è persa in qualche ambiguo recesso della sua psiche e lui non ha alcuna intenzione di riappropriarsene. L’esigenza che più gli preme è quella di far capire alla prostituta che lui è soprattutto un uomo e non semplicemente un americano, un colletto bianco con tanti dollari nelle tasche: lui è pronto a rinunciare alla sua nazionalità per far comprendere a lei che lei può, e deve, amarlo soprattutto come uomo. Impossibile: come nella migliore tradizione, lei non capirà. Lui si sforza di farle capire e lei comprende, ma rifiuta un uomo che non sia americano: il giornalista comprende che il mondo asiatico non ha dimenticato la storia, la crudeltà che gli USA hanno imposto politicamente ed economicamente agli stati asiatici. Lei lo vuole se sarà americano: lei vuole l’America perché l’America ha un conto da saldare con il mondo asiatico, questa è la sua vendetta, la vendetta di milioni di donne come lei, di bambini che nascono per vivere nell’indigenza pochi anni o nessuno, di uomini che un tempo furono bambini e che oggi sono mercenari, turisti del sesso, trafficanti di armi. Lei è la vendetta del mondo asiatico: questa è la verità, una realtà in carne e ossa che non si può comprare o accontentare di un bijou.
Storie di Farfalle non è un semplice romanzo: la parola FINE non esiste, non può esistere.
William T. Vollmann con questo romanzo ha evidenziato con arte magistrale le contraddizioni della società odierna, che passivamente viviamo e che, nella maggior parte dei casi, conosciamo esclusivamente attraverso i mezzi di comunicazione per loro natura falsi, studiati per esser offerti alla gente, per abituare il mondo a non pensare. E William T. Vollmann fa pensare senza aver la pretesa di insegnare a pensare.
 
 
Storie di farfalle - William T. Vollmann – FanucciCollana: avantpop – 320 pagine - ISBN: 8834707079 - Prezzo: 8.26 €

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:21 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (17)



Il Destino di Dio

written by King Lear    - giovedì, marzo 23, 2006


Aga, il Mio Unico Eterno Amore

- In Foto: Aga, per gentile concessione di Lei, del Mio Amore -
 
 
 
Il Destino di Dio
 

 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 

 
 
 
 
IL DESTINO DI DIO
 
 
ad Aga,
che oggi m’ama
e domani non si sa
Ti Amo, mio solo Amore Puro
 
 
Ti ho abbandonata
per quella bimba bruna
che mi racconta dolcezze
con la sua bocca rossa,
rossa più del peccato
ma dolce più d’un pugnale
ben dentro al cuore conficcato
 
Ti ho abbandonata
per seguire quella bimba lì
che m’ha promesso vita eterna
e fortuna al tavolo verde
 
Ti ho abbandonata
perché la strada è lunga
e le mie scarpe sono bucate
 
Ti ho abbandonata
perché è da tanto tanto tempo
che sono in cammino tutto da solo
 
Ti ho abbandonata
perché l’ho incontrata sulla mia strada
e m’ha nascosto in un orecchio il suo segreto
 
Ti ho abbandonata
Non cerco di negarlo:
troppe volte il sole mi s’è fatto davanti
e la luna sempre m’ha pugnalato alle spalle
 
Ti ho abbandonata
perché non ce la facevo più
a dar fiato alla mia armonica a bocca
 
Ti ho abbandonata
per scoprirmi senza fiato
ma con accanto una bimba bruna
 
Ti ho abbandonata
per una canzone così
che puzza di benzina e povertà
 
Ti ho lasciata tutta da sola
perché lo sapevo sin dall’inizio
che mai e poi mai m’avresti perdonato
 
Ti ho abbandonata sì,
per andare incontro al destino di dio
 
 
 
 
 
DOBBIAMO ANDARE
 
 
a SantaPeccatrice,
perché dobbiamo andare
 
 
Dobbiamo scappare
Dobbiamo fare la guerra
Dobbiamo andare
Non lo so dove
Ma dobbiamo andare,
dobbiamo portarci avanti
e di più, oltre la strada
che ci si para davanti
Dobbiamo bruciare
come candele romane
e di più, perché dobbiamo,
dobbiamo metterlo in culo
a Kerouac e a dio
 
Troppi occhi tristi
e troppe bocche da sfamare
che però sputano grasse sentenze
Non si può resistere oltre
Ci dobbiamo togliere da ‘sta merda
e dar fuoco all’avvertimento
che dobbiamo lasciare indietro
ogni speranza
solo perché nel mondo ci addentriamo
Ci dobbiamo togliere
da tutta la merda
che gli altri ci hanno dato da spalare
Non è un compito che fa per noi
che voliamo per toccare il cielo
Che voliamo ad altezze infinite
per dar fuoco a nuvole e cielo
 
Dobbiamo andare
Non lo so bene dove
Ma dobbiamo tentare
Dobbiamo mettere l’amore
in condizione
che non debba più tacere
per andare incontro
soltanto al fumo di quei roghi
che lo alzano al cielo
 
 
 
 
 
LE NOSTRE PAROLE
 
 
a SantaPeccatrice,
perché dobbiamo andare
 
 
Mia Regina,
le parole le corrode il tempo
e il significato si perde in esso,
si annacqua, o peggio da vino
muta in aceto
 
Le parole
che portano sentimento
oggi sono questo, domani
nessuno può dire quale
il loro originale significato
 
Così insidiose sono le parole
che andiamo dicendo per amore,
per odio, o solo per dar sfogo
alla nostra abilità d’ingannare
il mondo che ci tiene prigionieri
del suo oscuro grembo
 
Le parole che oggi dico
sono questa vita che ho in petto
E di questa vita vorrei ti fidassi
perché la bocca inghiotte e sputa
e dimentica,
ma il cuore più difficilmente
si lascia ingannare dai malanni
che il tempo porta ai mortali
che siamo
 
Se in un’altra vita
ci siamo conosciuti,
dir non so
Io so soltanto l’oggi
Il domani m’è oscuro,
Mia Regina
 
 
 
 
 
PARALLELI
 
 
a B.B.
perché senza di lei
io non sono
 
 
Siamo binari
paralleli *
O solo bottiglie
ubriache
che s’accompagnano
per rompersi
a tarda notte
e confondersi
per essere
soltanto pezzi di vetro
tra altri uguali
 
Siamo paralleli
io e te
Però c’incontriamo
per un bacio
e un sonoro schiaffo
in mezzo alla stazione
da dove altri treni
partiranno
ma senza di noi
 
Troppi impegnati
ad abbracciarci
Troppo impegnati
a dimenticarci
di chi arriva
e di chi invece
parte
in cerca di speranza
nel nome d’un dio
cui non credono
 
 
* I versi in corsivo sono di B.B.
 
 
 
 
 
MI PERDONI SEMPRE
 
 
ad Enelya,
Micia dagl’Occhi Verdi
 
 
Alla fine mi perdoni sempre
perché in fondo al cuore
tu lo sai che mi ami
Non puoi di me far a meno
e io non riesco a dimenticarti
anche se mi graffi il cuore
con le tue affilate rosse unghie
E poi metti a ferro e fuoco
tutti i miei piccoli sogni
di stupidità e di trasgressione
E poi mi sorridi e mi sorridi
E io mi arrendo, lascio da parte
la libertà e m’abbraccio a te
 
 
 
 
 
ROSSOBIANCA VERGINITA’
 
 
ad Angela (Aphsara),
perché tornata
per essere
il mio Angelo Privato
 
 
Bimba,
se vai a letto così presto
e mi sogni e mi sogni
e mi sogni ancora,
alla fine mi consumerai
E di me non rimarrà
che un ricordo umidiccio
fra le tue gambe...
Un ricordo
che presto scomparirà
sotto il peso della seta,
di quelle calze nere
che usi per carezzare
la tua pelle rossobianca
più della verginità tradita
 
Se vai a letto così presto
Se non mi porti con te
fino a denudare insieme l’alba
Se mi sculacci solo in sogno
Però al mattino il segno
me lo ritrovo sul collo,
Bimba, allora significa
che c’è qualcosa di perverso,
di profondamente doloroso
che ci tiene legati nonostante tutto
 
 
 
 
 
IN MANICOMIO
 
 
ad Iperio,
con amicizia e stima
 
 
Forse non te ne sei accorto
ma dio l’hanno cacciato in manicomio
insieme agli spettri di Freud e Nietzsche
Adesso chiacchiera da mane a sera con loro
Poi passa l’infermiere e gli dà la sua pillola:
dio la inghiotte senza batter ciglio
e si addormenta quasi sereno, quasi felice
Sembra un bambino innocente
incapace d’ogni male
 
Dio ha fatto una brutta fine:
così dicono, ma c’è chi sostiene il contrario
C’è chi si fa predicatore per le strade
e va dicendo che dio ha trovato casa
 
E noi che ci ostiniamo ad invocarlo invano
non potremo mai aspirare a un posto
che sia tutto nostro (tutto nostro)
E né c’è segnato nell’umano destino
che domani ci ameremo come fratelli
Faremo quello che già abbiamo fatto
Ci scanneremo sotto la Croce, sul Golgota
e tireremo cachinni peggio di quelli delle scimmie
 
Dio ha trovato la sua dimensione
E l’uomo si è arreso da sempre alla bestialità,
a quella natura che solo gli calza a pennello
L’uomo si è fatto dio di sé stesso
e muove guerra a chiunque gli sta sul cazzo
 
 
 
 
 
MANSON L’UOMO
 
 
ad Iperio,
con amicizia e stima
 
 
Tu credi che io sia un vigliacco
Ma guarda ben dentro alla mia bocca
Guardaci dentro, e scoprirai l’inferno,
tutte le malattie terrene e non
che mortificano uomini donne bambini
 
Tu credi che io sia un vigliacco
Credi che sia un altro Charles Manson
senza un cazzo da fare
Magari t’illudi che abbia aborti sotto alcol
o spade più vecchie dell’umanità
Ma io ho solo un destino ridicolo alle spalle
E poi ho la mia bocca di denti che grida
e grida cercando invano di farti capire
 
E’ più di quanto
tu possa mai comprendere e sopportare
Così arrenditi non a me, ma alla rabbia
che impotente ti scava gli occhi
di fronte alle tante ingiustizie
che nel mondo mietono vittime
 
 
 
 
 
MORSI E TRACCE
 
 
ad Iperio,
con amicizia e stima
 
 
Di me non ti sei dimenticato
E’ un completo disastro
Ho lo smoking in tintoria
E il cinese mi mena duro,
vuole subito i suoi soldi
 
C’è la luna alta e i lupi ululano
Sembrano creature demoniache
pronte a sbranare l’innocente
che si nasconde in me
E’ solo un disastro completo
quando si cerca di stare al passo
dell’amore che non lascia tracce
Ma che ti lascia sulla pelle i morsi
 
Ho paura per questa notte
Sono davvero troppo solo
E non riesco più a pregare
né dio né la sua ombra in croce
Ho paura che partirò di testa
Mi sento divorare l’anima
E il cinese vuole i suoi soldi
 
Ho debiti con tutti, con tutti
Ma non c’è proprio nessuno
che possa aiutarmi questa volta
 
E’ un completo disastro l’amore
Non ci si dovrebbe innamorare
di chi ti ha già sbranato una volta
Ma sono caduto in trappola
come il più innocente agnello
 
Ho paura che perderò tutta la notte
a dare la caccia all’amore, all’amore
Però prima dovrò fare fuori il cinese
Non c’è altra soluzione per uno come me
Non c’è altra illusione che tenga duro
quando tutto viene ingoiato
da quella macchina a gettoni
che è la vita
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 21:32 | poesia, di voce e di rabbia | BlogNews | clicca per commentare commenti (50)



Mary & Carol Higgins Clark, L'appuntamento mancato

written by King Lear    -


L'appuntamento mancato



Higgins Mary Clark



Higgins
Carol Clark



 
L’appuntamento mancato
 




 
di Giuseppe Iannozzi

 
 


Per gli affezionati di Higgins Mary Clark è uscito in edizione economica, L’Appuntamento mancato, romanzo scritto a quattro mani con Carol, la figlia della più famosa madre H. Mary Clark. L’Appuntamento mancato, tutto sommato, non è un libro malvagio, e forse proprio per questo suscita più compassione che brividi nell’animo del lettore; vorrebbe essere un racconto nero, malvagio in tutti i sensi, ma purtroppo la scrittura piatta di Mary e Carol, pur costruendo una trama modestamente atipica (ironica!) per un thriller, riesce a sfornare solo un thriller mancato. Leggendo il romanzo, non si può fare a meno di notare molte ingenuità stilistiche, probabilmente da attribuirsi a Carol; tuttavia, forse, la mano gentile e fresca di Carol ha saputo dare un più ampio respiro ad un romanzo che altrimenti avrebbe finito col soffocare da solo, difatti è lecito credere che la Higgins Carol sia stata la vera ‘testa’ che ha partorito la trama di questo romanzo a doppia firma madre-figlia.
Il personaggio di Alvirah Meehan creato da H.M. Clark da un po’ di tempo a questa parte cominciava a risentire di una certa stagionatura non proprio gradevole; Carol, probabilmente, le ha dato una nuova sfumatura ironica, l’ha resa più appetibile ai lettori, che sicuramente hanno apprezzato lo sforzo di dar nuovo smalto ad una eroina giovane nell’aspetto ma acerba nel cuore. Nonostante gli sforzi congiunti di madre e figlia, L’Appuntamento mancato è un romanzo innocuo, nel senso che potrebbe essere tranquillamente letto da una cardiopatica settantenne abituata a consumare quotidianamente solo romanzi rigorosamente targati Harmony.
Ma esaminiamo la trama: Alvirah Meehan, eroina di tanti altri romanzi di Mary Higgins Clark, è impegnata a fare un bilancio della sua vita, difatti molti fastidiosi ricordi riaffiorano dal suo passato e come lemuri tentano di minare la sua robustezza psicologica. La Meehan sta attraversando un periodo di crisi personale, nulla che non possa accadere a un qualsiasi comune mortale; tuttavia la sua pacifica ‘crisi esistenziale’ viene interrotta da un nuovo caso. Il solito comodo mondo borghese fondato sull’ipocrisia e sull’immagine è impegnato negli acquisti natalizi, ma non tutti sono dell’avviso che il Natale debba necessariamente rendere tutti più buoni. E infatti, nei sobborghi di Manhattan, una banda di teste pazze si è ingegnata per mettere a segno quello che nella loro ‘testoline’ dovrebbe essere il colpo dell’anno: un sequestro anomalo è lo scalcinato presupposto di pretesa gloria dei criminali. Gli ostaggi sono un impresario di pompe funebri, Luke Reilly e la sua autista, Rosita Gonzalez: entrambi nutrono la speranza di accelerare la loro liberazione, ma tutto quello che possono fare è di mandare dei ‘messaggi in codice’, confidando nel fatto che famigliari e inquirenti siano in grado di decifrarli. Luke – manco a farlo apposta - è il marito di Nora, celebre scrittrice di romanzi polizieschi (lo spunto autobiografico è a dir poco evidente e poco riuscito – una ingenuità commessa con consapevolezza da M.H. Clark o piuttosto un’idea di Carol?), nonché padre di Regan, una giovane donna tutto pepe, di professione investigatrice privata (un altro riferimento autobiografico: la giovane investigatrice ha tutte le caratteristiche di Carol, cioè è superbamente ingenua… nulla di più, nulla di meno). Con Alvirah, ‘assorbita’ dal caso, e con Jack, capo della Squadra Antisequestri, il pool anticrimine si mette all’opera (…e tutti sono affiatati fra di loro – è assai poco credibile: dovrebbe essere un thriller e non il canovaccio per una soap-opera); la detective per passione – e si spera solo per passione! - ha un’intuizione che subito viene accolta con entusiasmo: i sequestratori hanno organizzato il colpo prendendo spunto dalla trama di uno tanti libri scritti da Nora (se non vado errato, il corpus narrativo mondiale e cinematografico non fa altro che aggrapparsi a questo cliché e poi lo propaganda ai quattro venti come una trovata geniale, assolutamente nuova. Ho la netta impressione di aver letto questo passo almeno un migliaio di volte in altrettanti libri!). Colpo di scena: al fatidico appuntamento per la consegna del riscatto non ci sarà solo il diretto interessato bensì mezzo corpo di polizia, che solo aspetta di gettarsi a capofitto addosso ai malviventi.
Ovviamente il tutto si risolve nel più classico dei modi (qui né Mary né la figlia Carol hanno saputo tirar fuori dal loro cilindro magico niente di meglio del solito spara & fuggi & cerca di seminare i piedipiatti… tutto sommato meglio così). Alla fine i rapitori vengono acciuffati e gli ostaggi liberati dalle loro temporanee prigioni tombali, ma anche loro devono dare dei chiarimenti alla polizia. Non sveliamo il finale, è meglio per tutti.
L’Appuntamento mancatoè il classico romanzetto che si fa leggere ma che non riserva grandi emozioni, ma se qualcuno è disposto a credere che i romanzi della collana Harmony siano ricchi di ‘fatalismo’, allora io non metto becco. In fondo, Umberto Eco ha già da tempo spiegato che il lettore medio riesce ad emozionarsi soprattutto in virtù del déjà-vu, insomma se sa a cosa va incontro, come dire che troppi colpi di scena, soprattutto se non stereotipati, potrebbero rendere il libro di difficile comprensione, se non addirittura antipatico.

 
Higgins Clark Mary, Higgins Clark Carol - L’appuntamento mancato - Traduzione di Maria Barbara Piccioli - Sperling & Kupfer – Collana: Sperling Superbestseller – pp. 218 – € 8.50

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:21 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (37)



tutte le pagine del blog

Bio Iannozzi