

© - Tutti i contenuti di questo blog possono essere riprodotti
previo consenso scritto dell'Autore.
Tutte le violazioni saranno perseguite a termini di Legge.

Gli Editori e/o Autori
che desiderano inviare copie promozionali dei loro Lavori
affinché vengano recensiti sulle pagine di Bio Iannozzi
possono contattare tramite e-mail l'Autore di questo blog.



Eliselle, Laureande sull'orlo di una crisi di nervi - Intervista ad Eliselle
written by
-
venerdì, marzo 31, 2006
E l i s e l l e
Laureande sull’orlo
di una crisi di nervi
di una crisi di nervi
a cura di Giuseppe Iannozzi
Chi è Eliselle? Perché hai iniziato a scrivere, rivolgendo un particolare interesse alla scrittura erotica, o per meglio dire a quella fetta di editoria che potremmo dire al femminile? Al femminile sì, ma per i temi trattati, e non solo per una mera questione di appartenenza al sesso femminile.
Eliselle è l’alter ego di Elisa G. L’altra faccia della medaglia. Quella che sin da piccola scriveva poesie e riempiva i diari con pagine su pagine di scrittura fitta fitta. Insomma, è una parte di me che ho coltivato fin da quando ero bambina, e qualche anno fa ha deciso di uscire allo scoperto. Non autonomamente, s’intende. Non credo di soffrire di disturbi della personalità, non ancora almeno, ed ero più o meno cosciente quand’è accaduto! La scrittura per me era uno sfogo personale, una sorta di autoanalisi. Poi si è evoluta in qualcosa di diverso, col desiderio di raccontare storie staccandomi dalle mere esperienze private. Credo c’entri la mia grande passione per la lettura. Ho sempre letto tanti libri, è uno di quei vizi che non riesco ad abbandonare, forse è per questo che in questi ultimi anni mi sono lasciata andare e ho preso più fiducia in me stessa. Così sono uscita dal recinto del mio diario, e ho iniziato a scrivere racconti. A cercare lettori. A dire il vero, racconti non solo erotici. Ho iniziato con racconti storici di ambientazione medievale, visto il mio corso di studi, che hanno partecipato a concorsi in giro per l’Italia. Poi è arrivata la voglia di sperimentare altri generi. Alla tematica al femminile sono arrivata perché la sentivo affine, ma non me ne sono mai occupata né me ne occupo in esclusiva. I miei racconti nascono da idee improvvise. Non mi pongo il problema di inserirmi in una categoria. Scrivo quello che mi sento e basta.
Se tu fossi un critico e avessi fra le mani un libro di uno scrittore affermato, che ha dato alle stampe un romanzo scritto da cani, e che però ha un forte potere editoriale e fossi costretta a recensirlo, diciamo su “La Repubblica”: che scriveresti? la verità o una bugia, o una cosetta diplomatica (che è come dire una bugia più grande della bugia, perché la diplomazia è politica)? Però sai anche che se decidi per dirne male, in ogni caso, l’affermato scrittore è a dir poco permaloso; e se lo stronchi, non ti farà più scrivere un solo rigo, se non per il giornaletto dell’oratorio, con una buona dose di preghiere. Che fai, che faresti?
Un bell’impasse. La situazione da incubo in cui nessuno vorrebbe trovarsi. Ma dimmi un po’, questa domanda me la fai per avere suggerimenti, o per scaricarmi una patata bollente!? Non è che mi nascondi qualcosa!? Scherzi a parte, se io fossi un critico, innanzitutto mi augurerei di saper fare bene il mio lavoro. Credo sia uno dei mestieri più difficili, perché parlare di ciò che non è tuo, sia esso un romanzo o un’opera d’arte, è sempre un rischio: non capirne il senso o l’essenza, ad esempio, è uno dei rischi più grandi che si corrono. Certo che se il libro è proprio brutto, mica posso dire che è bello. Però sostengo da sempre che ci siano diversi modi di recensire un testo e parlarne male. La stroncatura fine a se stessa, tagliente, acida e distruttiva, porta a poco e nulla. E non si tratta di diplomazia, sia chiaro. Si tratta solamente di essere misurati. La mia scelta propenderebbe per una critica leale, equilibrata e costruttiva. Ecco, che so, eviterei di dire allo scrittore in questione di cambiare mestiere, ad esempio! Sperando che la prenda comunque sportivamente e non lo faccia cambiare a me!

- Eliselle -
Il primo tuo racconto che ho letto è presente nell’antologia edita dai tipi Lietocolle, “Tua, con tutto il corpo”. Subito dopo è uscito il tuo primo romanzo, “Laureande sull’orlo di una crisi di nervi”, poi “Ecstasy Love”, nonché un numero imprecisato di racconti accolti su diverse antologie. Quale l’emozione che hai provato quando per la prima volta hai perso la verginità in “Tua, con tutto il corpo”? E quale, quella di “Laureande sull’orlo di una crisi di nervi”?
In realtà ti svelo una curiosità: il mio primo racconto pubblicato fu Come spazzatura, che vinse una selezione per l’antologia Altri amori. Poi qualche partecipazione a fanzine e riviste cartacee e, finalmente, Tua con tutto il corpo. Questa raccolta della Lietocolle la considero comunque il mio primo vero battesimo, per tutta una serie di motivi. Innanzitutto, è stato il primo racconto che mi è stato espressamente richiesto per un progetto interessante, e non spedito mea sponte per un concorso letterario. Un’esperienza unica e completamente diversa. Per me fu una sorpresa e un vero onore, perché per la prima volta venivo considerata da una scrittrice come Fracesca Mazzucato come una voce che poteva dare il suo contributo a un’importante antologia al femminile. Sono momenti che rimangono impressi nella memoria. Per le Laureande, sbigottimento: questa fu la subitanea sensazione che mi prese alla notizia della sua pubblicazione. Forse perché ci provavo da due anni.
Se non lo stroncai nettamente il racconto su “Tua, con tutto il corpo”, poco c’è mancato. Però non sono stato affatto tenero, anzi! Ricordo infatti che il tuo commento fu: “Azz. Valgo niente? Cattivissimo.”
In “Laureande sull’orlo…” quanto e come sei maturata? E’ un romanzo scritto durante il periodo universitario, o è solo frutto della tua immaginazione? Quanto ti ha impegnata, e perché l’hai scritto, per dare/portare quale messaggio ai lettori?
Ma sì, il mio fu un commento scherzoso, perché non sono una (fortunatamente?) che se la prende a male. Ho messo fortunatamente col punto interrogativo perché non so, poi, se è una fortuna. Magari può dare adito a equivoci. Magari un critico se ne ha a male se il criticato prende alla leggera la sua opinione, ma questo me lo devi dire tu! Non è spocchia né snobismo: non è un caso infatti se la prima cosa che chiedo quando faccio leggere i miei scritti ad altri è “Dimmi subito cosa c’è che non va!”. In realtà, il mio problema è un altro: sono io la peggiore critica di me stessa. E non scherzo. Quando ho riletto il mio racconto di Tua con tutto il corpo, a distanza di tempo, sono stata più spietata di te, a dire il vero. Non sono mai contenta, se non in rarissimi casi. Sarà una malattia?! A volte mi faccio paura! Le Laureande è comunque nato molto prima. Nel 2003, per l’esattezza. E ti confesso che quando mi hanno chiesto di riguardare e aggiustare la bozza per la pubblicazione, la bellezza di due anni dopo, la prima cosa che ho pensato è stata: “Ma chi diamine ha scritto questo romanzo?! Io no!” Sono cambiata parecchio come stile. Nel mio piccolo, mi sento leggermente maturata, forse perché ho variato ancora di più le mie letture in questi ultimi tre anni. Le Laureande l’ho partorito in fase “ultimi esami / preparazione psicologica alla tesi”, e forse è per questo che la protagonista è così acida. Se dovessi riscriverlo, probabilmente il personaggio principale oggi verrebbe più smussato e meno estremo. La cosa divertente è che, senza volerlo, ho immaginato nel libro alcune disavventure che poi mi sono successe nella realtà con la mia vera tesi. Insomma, in poche parole mi sono tirata la zappa sui piedi! L’ho scritto di getto, si sente che è il mio primo lavoro, almeno io lo sento (sono critica nell’intimo, ricordi?): nella storia di fantasia ho riportato parecchi fatti reali di malcostume universitario, capitati a me o a colleghi e amici, e dalle e-mail di solidarietà e stima che ricevo, posso dire con certezza che “tutto mondo è paese”.
Alessandra, quanto c’è di Eliselle nella protagonista del tuo primo romanzo? Raccontacela un po’ questa Alessandra.
Alessandra è veramente insopportabile, a volte. Bianco o nero, niente sfumature. Per fortuna in questo siamo diverse. Ma lei ha, di me, la capacità di reinventarsi e di adattarsi alle situazioni. Io vorrei avere la sua determinazione. Sarebbe uno scambio equo, tra noi due. Alessandra è fondamentalmente una ragazza delusa e smarrita, in preda a quel panico sottile che prende e attanaglia la maggioranza dei laureandi, quando si sentono prossimi alla discussione della tesi e alla ricerca di un lavoro. Una delle fasi peggiori. Un po’ come gli elefanti quando sentono approssimarsi la morte, e iniziano a cercarsi il posticino in un cimitero bello comodo. Una sensazione molto intima che non si nota al di fuori, ma che dentro mette una fifa pazzesca. Se consideri poi che Alessandra, dopo esperienze terrificanti con gli uomini, si innamora di uno con cui probabilmente non può funzionare, e per confidarsi ha una sola amica che ogni tanto le pianta delle grane, ci sono tutti gli ingredienti per una signora crisi di nervi!

- Eliselle, cura Delirio.Net -

- Eliselle, al Sito Ufficiale dell'Autrice -

- la scheda editoriale -


- Eliselle, cura Delirio.Net -
Prima di continuare con “Laureande…”, quali sono stati gli autori – e le autrici – che ti hanno maggiormente influenzata nel corso delle tua vita sino ad ora, e perché?
E, oggi, leggi come ieri, di più, di meno? E quali autori leggi, e ovviamente perché ritieni sia importante leggere proprio loro?
Sono una fanatica dei romanzi storici. La mia libreria è piena di Manfredi, Cornwell, Whyte, Llywelyn, Guillou, ma non mi spavento a cercare e a leggere scrittori meno conosciuti che si cimentano con questo genere. Credo di essere stata una delle poche a leggere e rileggere Alessandro Manzoni senza mai sbuffare, sai?! E’ la mia passione per la storia che mi porta a scegliere questo tipo di letture: dopo un po’ i saggi annoiano e senti il bisogno di una boccata d’aria, e che cosa c’è di meglio che la fantasia di un bravo scrittore unita ai fatti storici che conosci? Per me è la dimensione ideale. Amo leggere anche gli italiani contemporanei. E amo molto le antologie perché mi permettono di incontrare parecchi autori, scegliere quello che mi piace di più, confrontarlo con gli altri. Un esempio di antologia a mio avviso speciale è Semi di fico d’India: raccoglie molti degli scrittori più bravi ora in circolazione, non c’è stato un solo racconto che non mi sia piaciuto, ognuno aveva una propria particolarità. Si impara tantissimo, leggendo. Certo ho pure io delle preferenze: sono in ansiosa attesa del nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti, che seguo da qualche anno. E ogni volta che esce un libro di V.M. Manfredi, è subito mio. Grandi e piccole case editrici, non faccio distinzione né mi pongo limiti, se trovo qualcosa che mi incuriosisce, leggo. Ho incrementato sicuramente i numeri di libri letti, anche per la mia attività di segnalazioni letterarie su Delirio.NET: sono passata dalla fase giovanile, in cui leggevo i grandi classici indimenticabili, alla fase universitaria in cui mi rilassavo andando ogni settimana in libreria, alla fase attuale, in cui mi divido fra libri letti per piacere e libri letti per dovere. Proprio in questo periodo dovrei rimettere in ordine la libreria... volontari cercasi!
Il tuo stile è molto scorrevole, oserei dire minimalista: ovviamente non ti sto dicendo che sei una epigona di Carver. “Laureande…” si distingue, al di là dei contenuti e degli accadimenti espressi – su cui comunque ritorneremo -, per uno stile che, di primo acchito, par sia iscrivibile in un “scrivo così perché come mi viene”. Ti trovi d’accordo con questa mia analisi? Motiva la risposta.
Mi trovo d’accordo. Non scrivo in modo complicato, mi piace arrivare diretta al punto. Mi piace far dialogare tra di loro i personaggi. Mi piace, anche, ironizzare, mettere in evidenza situazioni e caratteristiche particolari che probabilmente non renderebbero se usassi uno stile diverso e meno scorrevole. Tutto questo si ritrova nelle Laureande, o almeno ci ho provato! Il mio stile è comunque sempre work in progress. La mia voglia di sperimentare è sempre il solito problema.
Non hai paura, con i tanti cloni di Melissa P., di esser scambiata per una ragazzetta che scrive libretti per soli maschietti e/o adolescenti, che attraverso la narrativa, vorrebbero scoprire il sesso, la sessualità…? Purtroppo il cliché, che si è insinuato nella menti di molti, è che la scrittura al femminile sia sostanzialmente banale, poco interessante, ripetitiva e clonata.
Ahimé, ormai i tempi per essere scambiata una “ragazzetta” sono ormai passati da dieci anni, carissimo! Da questo punto di vista, quindi, non c’è pericolo! (lacrimuccia). Per quanto riguarda la descrizione (azzeccata) su quel che pensano molti della letteratura al femminile, lo sai meglio di me che i luoghi comuni sono duri a morire. Penso però che non ci sia bisogno di avere troppo timore dei cliché. Dal canto mio sono tranquilla, non mi sono posta il problema in termini drammatici, perché sono abituata a dimostrare coi fatti i miei interessi e il mio impegno a non fossilizzarmi su una certa tipologia: i miei racconti, le stesse antologie a cui ho partecipato e parteciperò, sono molto diverse tra loro. Qualche esempio? Si va dal mio racconto storico su Lucrezia Borgia contenuto nell’antologia Esagerato Rosso (Effedue ed.), intenso e drammatico, alla scanzonata e ironica prova per Donne incazzate (Il Foglio). Si va dalle atmosfere fantasy e noir dell’antologia XoMeGaP (Il Foglio) al giallo in Nulla è per sempre (Giulio Perrone ed.). E non è finita qui: quest’anno usciranno altre raccolte in cui sono presente, ancora diverse. Non mi devo sforzare per essere eclettica: scrivere mi piace, lo faccio per passione, e quando mi viene un’idea la metto su carta, senza pormi mentre scrivo in quale genere inserirmi. La questione dei cliché e dei cloni non mi preoccupa, basta leggermi. Se poi c’è chi, per comodità, mi ha inserito da qualche parte, beh... sarà il Tempo ad aggiustare tutto!

- Eliselle, al Sito Ufficiale dell'Autrice -
In “Laureande…” si parla anche del maschilismo imperante negli ambienti universitari. Ma anche al di fuori di essi, il maschilismo è ancora una piaga forte, così tanto da esser paragonabile a un vero e proprio atto di censura. Alessandra che ne pensa del “maschilismo”? Ed Eliselle?
Alessandra ne pensa tutto il male possibile, così come Eliselle. Io non sostengo né ho mai appoggiato la supremazia di nessuno su nessun altro, figuriamoci di un sesso sull’altro. Ma davanti a certe situazioni è terrificante notare come ci siano uomini che considerano ancora le donne come oggetti, come esseri inferiori o da non prendere comunque sul serio. Il maschilismo, a volte strisciante, a volte assai lampante e palese che ho incontrato in certi ambienti è, per certi versi, ridicolo, per altri drammatico: possibile che nel Terzo Millennio siamo ancora punto e a capo? Una tristezza, guarda...
“Dicono che il gusto della vendetta sia amaro. Probabilmente è vero. […] beh, sudata non è proprio il termine esatto, diciamo che è piuttosto il frutto delle secrezioni delle sue ghiandole salivari. La sua laurea se la sarà presa nel modo che vuole, non mi interessa. Ma quella carta igienica che spuntava dalle mutande non me la leva di testa nessuno, e credo sia lo stesso effetto che ha avuto su molti, compreso il suo carissimo professor Stracchi, che l’ha scelta così velocemente come assistente.” (p. 142)
Potresti approfondire, o meglio commentare questo passo estratto dal tuo romanzo, “Laureande sull’orlo di una crisi di nervi?”
E’ uno dei passaggi più comici del libro. Una delle colleghe rivali della protagonista, molto brava nell’arte ruffianesca per ingraziarsi i professori e passare gli esami senza troppa fatica, fa una figuraccia plateale al suo primo giorno da assistente. E’ quello che ognuno di noi si è augurato, prima o poi, per il collega rompipalle che ti cerca quando ha bisogno e se invece chiedi aiuto tu, si dà per malato o disperso. Un classico. Non c’è bisogno di inventare nulla, purtroppo la realtà ti regala sempre ottimi spunti per creare personaggi negativi. Te ne regala anche se non lo desideri.
Il tuo sense of humour è per certi versi bukowskiano, candidamente bukowskiano però. Non sei feroce come Chinaski. E però, a mio avviso, nella tua scrittura – che non è propriamente addomesticata a un linguaggio pulito, costumato – si avverte in maniera forte che ciò che scrivi è vissuto sulla pelle e non è un mero prodotto della fantasia. Un punto a tuo onore questo. Te l’ha regalato solo tuo padre questo tuo sense of humour?
Mio padre è stato sicuramente il primo a insegnarmi l’arte (o la dote, perché in determinati casi ti aiuta davvero a sopravvivere) dell’ironia e dell’autoironia. Da piccolina lo ammiravo perché è sempre stato un tipo in gamba, capace di far ridere la gente e metterla a proprio agio. Risate come momento di abbandono e di cura di se stessi, non come segno di leggerezza o superficialità. Le risate per me sono sempre state terapeutiche, e quando ho iniziato a guardarmi dentro e a trovare in me una vena (auto)ironica, dall’adolescenza in poi, le cose sono andate meglio. Ero una bambina parecchio chiusa. Ora affronto un po’ meglio i problemi e amo circondarmi di persone che mi mettono allegria e mi fanno ridere. Stimolano la creatività, mi danno benessere. Si sta sicuramente meglio!
“Laureande sull’orlo di una crisi di nervi”, mi pare onesto non nascondersi dietro un dito, ha riscosso molto successo nel suo piccolo, tanto più se si pensa che è stato coraggiosamente pubblicato da una piccola casa editrice, Effedue Edizioni. Un successo meritato: come ti senti? te lo aspettavi?
Nel suo piccolo, le Laureande si sta difendendo bene e posso dire che, come mia prima esperienza, sono soddisfatta. Contenta. Non me lo aspettavo, ma mi sono data da fare per promuoverlo e mi rassicura poter raccogliere qualche frutto, dopo un periodo tanto duro di semina. Il lavoro però non è finito, aggiungiamo poi che non mi piace adagiarmi sugli allori, è una dimensione che non sento mia. E così, continuo a promuoverlo e a proporlo. Vediamo se la continuità e la determinazione pagheranno.

- la scheda editoriale -
13. Quali i tuoi progetti per il futuro, in ambito letterario? Stai già scrivendo il tuo nuovo romanzo. E se sì, una piccola anticipazione è possibile?
Al momento sono in fase progettuale. Un libro sulla Francigena ambientato nel Medioevo, durante l’epoca d’oro dei pellegrinaggi. Si tratta di narrativa ed è un’idea nata casualmente mentre con un paio di amici andavo a una fiera dell’editoria. Sto raccogliendo materiale, libri e saggi, approfondimenti storici, mi sto documentando. Leggevo in un’intervista di Evangelisti, che secondo lui servono almeno una quarantina di letture prima di mettersi al lavoro. Conoscendolo come autore, a me ne serviranno almeno il doppio per scrivere qualcosa di leggibile! Sono un po’ arrugginita, in fondo devo rispolverare la medievista che dorme in me! Questa è una fase importantissima, si deve investire molto tempo e servono grandi sforzi ma alla fine ne vale la pena, perché riesci a figurarti un quadro nella mente che ti aiuta a scrivere e a creare. Vedremo se ne uscirà qualcosa di buono.
14. Si fa un gran parlare intorno alla narrativa e alla Letteratura, se sia più valida la prima o la seconda. Tu, come Autrice di romanzi e racconti, che ne pensi?
Ti rispondo più da lettrice che da autrice: mi considero più ferrata nel primo ruolo, visto che è da molto più tempo che mi esercito. Per precisare, ti rispondo da lettrice “individualista”. Personalmente, ho letto e leggo opere sia di grande Letteratura sia di narrativa, ma non mi sono ancora chiesta se sia più valida l’una rispetto all’altra, né mi interessa troppo farlo. Trovo un piacere, nella lettura, che va al di là di qualsiasi classificazione o punteggio. Il fatto di essere un’onnivora, di leggere ciò che desidero e non quello che mi impongono di leggere, la bellezza nel cercare voci nuove, la volontà di staccarmi dal cliché “questo è un capolavoro perché l’ha scritto...” o “questo lo lascio perdere perché è solo narrativa” mi aiutano a selezionare non in base a ciò che è valido per gli altri, ma a ciò che colpisce il mio intimo. Ciò non toglie che mi lascio anche consigliare, perché c’è sempre qualche autore nuovo che mi sfugge o qualche segnalazione che a posteriori si rivela importante, illuminante. Ma non sono “razzista”, non attuo dei distinguo tra narrativa e letteratura, privilegiando l’una o l’altra: mi sembrerebbe quasi di fare un torto a me stessa, di togliermi stupidamente uno dei pochi piaceri senza controindicazioni che coltivo.
15. Adesso che non sei più una Laureanda, pensi che tornerai sul luogo del delitto per così dire, magari per approfondire con occhio diverso il mondo universitario e le sue mille contraddizioni?
Ora come ora non ne ho occasione, ma più avanti, chissà?! Ritornare sul luogo del delitto potrebbe essere un’esperienza interessante, anche per saggiare a posteriori eventuali reazioni da parte del corpo docenti, che viene tirato in ballo così crudamente nel libro. Un’esperienza tanto interessante quanto pericolosa: chi mi assicura, infatti, che qualcuno non si stia già augurando un mio ritorno perché non vede l’ora di pestarmi?! Ma no, in fondo confido che anche i professori abbiano un po’ di sense of humour, dopotutto! Sicuramente, se scrivessi un altro libro con sfondo universitario, il mio sguardo risulterebbe più distaccato, ora che non lo vivo più sulla mia pelle. Ma sarebbe una bella sfida!
16. Che ne pensi delle tue colleghe scrittrici? Debiti o crediti in sospeso con loro, o con qualcun altro?
Dipende chi intendi con “colleghe scrittrici”. Mi auguro le colleghe emergenti, perché se peschi qualche mostro sacro, posso solo stare zitta e imparare da loro! Grazie al mio portale Delirio.NET e alla mia attività di web journalist ne ho conosciute alcune prima di diventare una loro potenziale collega, altre solo dopo aver pubblicato o partecipato a progetti letterari insieme. E’ sempre un’esperienza utile incontrare di persona, scambiare pareri e conoscere scrittori e scrittrici, in generale. Certo il rischio di esporsi è quello di andare incontro non solo a collaborazioni interessanti, ma anche a incomprensioni o invidie (come in qualsiasi ambiente, dopotutto), però bisogna accettare questo altro lato della medaglia, e per amor proprio essere sempre chiari e soprattutto affidabili. Al momento, sono in pari col bilancio, e conto di rimanerci per lungo tempo.
17. Promuoviti, anche sfacciatamente: perché acquistare e leggere “Laureande sull’orlo di una crisi di nervi?” A chi ne consigli la lettura, c’è un target di lettori o no?
Un target ben preciso non c’è: anche se la protagonista è una ragazza di ventiquattro anni non significa che sia un romanzo solo per ragazze. Le problematiche che racconta sono comuni a chi frequenta l’Università italiana, e lo sa bene chi lo ha già letto (non ti dico che cosa mi scrivono nelle e-mail che mi inviano, episodi raccapriccianti ancora peggio di quelli raccontati nel mio libro, c’è tanto materiale da farne una “Laureande 2 – La vendetta”... e io che credevo di aver esagerato!). Insomma, secondo me nel suo piccolo è un divertente libro – denuncia, oltre che il racconto delle disavventure di Alessandra. Un libro che esprime solidarietà a chi si ritrova ad affrontare un corso di studi tutt’altro che semplice, che suggerisce tanti trucchi per sopravvivere e venirne fuori, nonostante le mille problematiche. Può leggerlo chiunque, ho ricevuto complimenti e commenti anche dalle mamme e dai ragazzi, con mia grande sorpresa!
18. Questa è una domanda à la Gigi Marzullo: fatti una domanda e datti una risposta. Insomma approfondisci(ti).
Marzullo è insuperabile, ricorderò sempre l’insuperabile “la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?”. Come si fa a raggiungere una tale perfezione? Una domanda a me stessa? Posso farmi quella che rivolgo sempre a chi intervisto per Delirio.NET? Dai, aggiudicata. Qual è la cosa più delirante che è capitata a Eliselle in questi ultimi anni? Posso rispondere raccontando brevemente una disavventura capitatami in rete, in cui sono stata accusata da un pazzo scatenato di scrivere racconti femministi. Mi scrisse una prima e-mail in cui diceva che non esistevano donne intelligenti e in cui elencava grandi artisti della storia, puntualmente dimenticando i nomi femminili di rilievo (non so se per semplice ignoranza o per fazioso occultamento di prove...). Mi ha insultata e diffamata in tutti i modi possibili e immaginabili per alcuni mesi, e così s’è beccato una bella denuncia dalla sottoscritta. Incredibile a dove può arrivare la follia, se supportata da uno strumento come internet. E’ un mezzo grandioso, ma a volte c’è anche l’altro lato della medaglia, che non è troppo piacevole. A parte questo, ora ci rido sopra, ma all’epoca non fu un granché divertente. Tutto bagaglio culturale, dopotutto, no?
Grazie, cara Eliselle: sei stata molto gentile e paziente, hai sopportato le mie domande, anche le più sfacciate, e non ti sei mai tirata indietro.
Ti auguro ogni bene in ambito professionale e personale.

- acquista la tua copia direttamente dall'Editore -
Due estratti
Laureande sull’orlo
di una crisi di nervi
di una crisi di nervi
per gentile concessione dell’Autrice, Eliselle
Brano 1 – Capitolo 11
Persa per i corridoi impegnata in una nuova ed estenuante ricerca, mi si avvicina un ragazzino che con una voce flebile mi blocca nell’atrio: sembra uno scricciolo, dimostra sì e no sedici anni, non ci credo che fa l’Università.
“Scusa, ti disturbo un attimo, posso?”
“Certamente, dimmi pure!”
Pare intimidito dal mio broncio, cerco di sforzarmi e di metterlo a suo agio sorridendogli.
“Senti, io dovrei cambiare facoltà, che cosa devo fare?”
Povera creatura indifesa, piccolo pulcino abbandonato, in che guaio ti sei messo! Cambiare facoltà? Forse dovrei suggerirgli di raccogliere un briciolo di fede e di andare a pregare il Dio in cui crede.
“Dunque, guarda, in breve: a quanto ne so io devi andare alla segreteria e farti consegnare una serie di documenti. Hai un modulo da compilare, si chiama “modulo A” o qualcosa del genere, poi un tabulato che ha un nome difficile, con cifre e numeri, tipo “a-p 4” una cosa così. Io poi so le vecchie regole, non so come funziona adesso, ma a quanto mi risulta c’è anche una mora da pagare che ovviamente...”
"Scusa se ti interrompo, ti ho chiesto cosa devo fare per cambiare facoltà, non ti ho detto di espormi la teoria dell'antigravità..."
Il ragazzino mi fissa coi suoi occhioni ingenui e disperati e io non so cosa rispondergli. Senza rendermene conto, inizio a ridere come un’ossessa e continuo per almeno cinque minuti, sotto gli occhi del povero malcapitato. Pian piano mi riprendo e gli dò l’indirizzo dello sportello dove potrà trovare i moduli e farsi spiegare tutto da qualcuno forse più informato. Dico forse, perchè l’ultima volta che ho chiesto informazioni a una segretaria universitaria sull’esame di lingua straniera mi ha mandato da tutt’altra parte: la competenza è un’optional.
Congedato il poveraccio, mi appropinquo alla colonnina computerizzata, il gioiello di tecnologia del nuovo millennio. Che cosa ci voleva per snellire l’iter burocratico delle tediose Segreterie Universitarie? Una colonnina e una tessera magnetica! Una conquista, al pari della Libertè Egalitè Fratenitè e del voto alle donne. Sono quasi commossa.
Lascio scivolare la borsa a terra, prendo la mia tesserina e cosa vedo? Il fogliettino del FUORI USO in bella mostra sullo schermo. Ci fosse una volta in cui funziona. Mi chiedo se il problema sia il luogo in cui è stato abbandonato questo punto informatico: magari un PC non è proprio a suo agio nell’ambiente tutto polvere, pergamena e penna d’oca che rievoca un dipartimento di medievistica. Mi rivolgo alla segretaria dell’ufficio informazioni, che incredibilmente solerte viene a vedere.
“Eh ci risiamo, adesso provo a sbloccarlo di nuovo, magari è una tessera che è stata ingoiata.” Una colonnina che si ingoia le tessere? Davvero astuto. Almeno i proprietari sono sicuri di non perderle. Vedo la tizia tentare di aprire la custodia del computer con una chiave speciale, e fallire miseramente. “Nulla da fare. Il tecnico oggi non si è ancora visto purtroppo! Puoi cercare negli altri dipartimenti.” Ho la faccia di una che del tempo da perdere? Usano Windows ’98 e pretendano che funzioni pure? Sadici. Una fola del genere per una semplice copia del mio corso di studi effettuato fin’ora? Probabilmente faccio prima ad assumere un cronachista o un biografo. Carlo Magno e Matilde avevano l’occhio lungo, se non altro un biografo è affidabile e preciso! Un po’ lecchino eh? Ma preciso! Altrochè colonnine che si cibano di tessere e sistemi operativi che vanno fuori uso. Il ventunesimo secolo...
Meglio lasciar perdere la ricerca di un computer funzionante, e tornarsene a casa per iniziare a lavorare su questo articolo. Prima lo finisco, meglio è. Il pensiero vola verso Cal, per un attimo, mi chiedo che cosa accadrebbe se lo chiamassi per fargli sapere che sono a Bologna e che se volesse potremmo vederci. Metto via subito l’idea, non è il caso. Devo fare uno sforzo. Devo lasciar perdere. Faccio cenno all’omino dell’autobus che arriva di fermarsi, salgo diretta verso la stazione dei treni. Chi s’è visto s’è visto, ormai è troppo tardi.
Brano 2 – Capitolo 16
“Sei splendida. Andiamo?”
“Certo! Che cos’hai?”
“Nulla” mento sapendo di mentire.
“Ma smeeeeeeeeeeetttila! Come se non ti conoscessi!”
Le racconto tutto. Che Cal mi mancherà sicuramente, che lo sto evitando, che mi sta sfuggendo.
“Mi ha mandato qualche messaggio sul cellulare. Dice che gli manco, e che vorrebbe rivedermi.”
“E tu che cosa gli hai risposto?”
“Non gli ho risposto...”
“Brutta cafona! Mandagli subito un sms per scusarti e chiedigli se è libero una delle prossime serate!”
In effetti, cafona è un po’ poco. Sono stata davvero maleducata, chissà se si è arrabbiato con me.
“E quando lo vedi, farai bene a dirgli tutto, proprio come hai fatto con me! Dicendo che non l’hai chiamato perchè hai paura di innamorarti!”
“Da quando sei diventata la profetessa della chiarezza, Elena?”
“Da sempre!”
“Non è vero. Lo sappiamo entrambe. Hai sempre impostato le tue relazioni sui bronci che lui doveva capire, sulle frasi a doppio senso che lui doveva interpretare, ti pare chiaro questo atteggiamento?”
“Umpf...” la vedo stringere le spalle, mentre camminiamo.
“Mi spiace, Ele, non ce l’ho con te, non voglio ferirti e non voglio dire nulla che possa darti noia. Scusa.”
“Non è niente, in parte hai pure ragione... ma sto... cercando di cambiare.”
Mentre lo dice sembra imbarazzata.
“Era ora!” le rispondo ridendo. “Dai entriamo!”
Si aprono le porte del negozio di musica e ci investono le note dell’ultimo singolo di Sting.
“Bellissima questa canzone” dico a bassa voce. “Quasi quasi...”
Mi dirigo verso le novità e inizio a spulciarle, quando sento la mano di Elena che si appoggia sulla mia spalla.
“Beh? Che vieni a fare in questo settore? Il tuo è di sopra!”
Sembra quasi scandalizzata.
“Quale settore?”
“Quello della musica celtica e medievale, naturalmente!”
Rimango a fissarla per qualche secondo, per riprendermi dalla sorpresa.
“E da quando in qua io posso e devo comprare SOLO musica celtica e medievale?”
Mi auguro vivamente che la sua sia una battuta.
“Beh, sei una storica, che ci fai in mezzo a Madonna, Justin Timberlake e Sting, scusa?”
E’ seria, non sta scherzando affatto.
Sono senza parole. Ma davvero gli storici sembrano così noiosamente a senso unico? Così privi di altri obiettivi e di altri interessi? Così chiusi ed elitari? Non ci posso credere, non voglio crederci.
“Elena, io ascolto di tutto. Ascolto pop, rock, underground, pensa alle volte ascolto pure la techno...” il tizio vestito di nero, con un giubbotto da metallaro che ci sta passando accanto, sentendo la mia ultima affermazione mi lancia un’occhiata allucinata, con un’espressione di orrore stampata sul volto, e si dilegua: mi auguro proprio non stia andando a vomitare, non me lo perdonerei.
“Ah, beh, allora niente, guarda pure!”
Che concessione! Credo proprio che farò i salti di gioia.
Laureande sull’orlo di una crisi di nervi – Eliselle – 192 pagine – Collana Yoni - Effedue Edizioni – ISBN 88-88061-44-4 – 10 Euro
Joe R. Lansdale, Maneggiare con cura
written by
-
Joe R. Lansdale
di Giuseppe Iannozzi
E’ già uscita da un po’ di tempo sul mercato italiano una raccolta di racconti di Joe R. Lansdale per i tipi Fanucci, Maneggiare con cura. Lansdale è un personaggio abbastanza eclettico, texano al cento per cento, ma quello che interessa maggiormente di lui è il suo modo di scrivere, ironico, beffardo, drammaticamente perfetto. Il New York Times Book Review ha detto di Joe R. Lansdale: “uno scrittore con l’innata capacità di saper raccontare storie con folcloristica dovizia di dettagli e incomparabile senso del ritmo”. Lansdale ha vinto nel corso della sua carriera: il BRAM STOKER HORROR AWARD (5 volte), il BRITISH FANTASY AWARD, l’HORROR CRITICS AWARD, l’AMERICAN MISTERY AWARD, lo SHOT IN THE DARK INTERNATIONAL CRIME WRITER’S AWARD, il BOOKLIST EDITOR’S AWARD, il CRITIC’S CHOICE AWARD e il NEW YORK TIMES NOTABLE. Insomma non si può proprio dire che non abbia ricevuto importanti riconoscimenti, riconoscimenti che dovranno pur valere qualcosa. E leggendo Maneggiare con cura si ha la quasi netta impressione che, tutto sommato, tutti questi premi non gli siano stati conferiti a caso, per la sua bella faccia.
Joe R. Lansdale è voyeur che analizza la società americana passandola al setaccio, mettendo in evidenza le sue perversioni, i suoi falsi miti, le sue fobie sociopolitiche, ma anche il suo degrado culturale. E’ una raccolta importante, la migliore che Fanucci ha messo sul mercato da quando ha lanciato la collana AvantPop: questa silloge propone quindici tra i migliori lavori brevi dell’autore texano, L’arena (The pit, 1987), Girovagando nell’estate del ’68 (Steppin’ Out Summer ’68, 1990), Godzilla in riabilitazione (Godzilla’s Twelve Step Program, 1994), La bambola gonfiabile: una favola (Love Doll: A Fable, 1991), Un signor giardiniere (Mister Weed-Eater, 1993), Piccole suture sulla schiena di un morto (Tight Little Stitches in a Dead Man’s Back, 1986), La notte dei pesci (Fish Night, 1982), Nel Deserto delle Cadillac con in morti (On the Far Side of the Cadillac Desert with Dead Folks, 1989), I treni che non abbiamo preso (Trains Not Taken, 1987), La notte che si persero il film dell’orrore (Night They Missed the Horror Shows, 1988), Non viene da Detroit (Not from Detroit, 1988), Incidente su una strada di montagna (e dintorni) (Incident On and Off a Mountain Road, 1991), Una serata al drive-in (Drive-in Nate, 1990), L’inferno visto dal parabrezza (Hell Through a Windshield, 1994), Eccitarsi per l’horror: emozioni a basso costo (A Hard-On for Horror: Low Budget Excitement, 1994). Come ho già avuto modo di puntualizzare, questa è la migliore raccolta di racconti AvantPop apparsa per Fanucci, una raccolta tra le migliori degli ultimi dieci anni. Per la prima volta si ha a che fare con letteratura americana viva, ironica, che sfrutta gli stereotipi narrativi per dare addosso al cliché della società moderna, cliché che la vorrebbe perfetta nella sua imperfezione. Lansdale è consapevole del suo stile e ne fa un utilizzo scevro di ipocrisie, uno stile per certi versi asciutto, perfettamente intelligibile. La pecca maggiore dell’AvantPop è di essere, spesse volte, poco chiaro e nei contenuti e nello stile, una tara pesante questa che fa dell’AvantPop un genere letterario noioso quanto poco credibile. Ma Lansdale ha il dono di saper scrivere con precisione adamantina anche quando abbraccia l’horror e la fantascienza: sposare altri generi letterari per l’autore texano non significa ridicolizzarli, piuttosto significa saper mettere l’accento sui loro difetti e lasciar spazio al lettore di divertirsi ragionando.
“Giocando deliberatamente con il voyeurismo, vero e proprio cardine strutturale del cinema horror fin dalle sue origini, rappresentando in controluce una società che guarda e non fa altro che guardare: un mondo civilizzato che forse abita in lontane città, del tutto assenti da queste storie come assenti sono tutti gli altri segni della modernità, dalla tecnologia al denaro, dal lavoro al consumo. Se i contrafforti su cui si basa il modello americano sono l’etica protestante del lavoro e l’accumulazione di capitale, il Texas di Lansdale rappresenta la negazione di quell’America, e di tutti i suoi miti. Perfino l’automobile, il viaggio, vengono svuotati di valore. Le macchine dei bifolchi sono sempre rottami; se ci si sposta, ci si perde, con conseguenze disastrose e spesso letali…”, dalla postfazione di Luca Briasco e Mattia Caratello.
Le battute di Joe R. Lansdale sono volgarmente perfette, stereotipate, così ovvie che per assurdo assumono un significato che si spinge oltre il cliché del risaputo, ecco un esempio: “Razza di piccolo, stupido, tisico cazzetto a matita, non riusciresti a fottere nemmeno un pidocchio fino a farlo svenire. Sei virile quasi quanto un Tampax.” (Love Doll: A Fable , 1991) C’è da smascellarsi dalle risate, ma c’è anche tessuto ironico su cui riflettere seriamente: la società disegnata da questo maestro texano è una società avviata a produrre la sua distruzione con ipocrita consapevolezza, una società che, comunque, non ha nulla affatto intenzione di porre rimedio ai suoi errori e orrori.
Finalmente, è il caso di dirlo ad alta voce, una raccolta intelligente sull’AvantPop, un grande atto di coraggio editoriale che Fanucci propone al suo pubblico di lettori.
Maneggiare con cura - Il meglio di Joe R.Lansdale racconti - Joe R. Lansdale - Traduzione dall’americano di Umberto Rossi - Postfazione di Luca Briasco e Mattia Caratello - Collana Tif – Fanucci - pag. 352 – 8.00 Euro
Il romanzo del XXI sec. - alcune apocalittiche riflessioni - reload integrale
written by
-
giovedì, marzo 30, 2006

- collage pseudoartistico di Giuseppe Iannozzi -
Il Romanzo del XXI sec.
- alcune apocalittiche riflessioni -
di Giuseppe Iannozzi
Cosa resterà del romanzo del XX secolo? Probabilmente niente, o meno ancora. Il fatto è che di romanzi nel XX secolo ne sono stati scritti parecchi, ma pochi veramente buoni; quasi nessuno nell’ultimo ventennio che va dagli anni Ottanta ai primi giorni del Duemila. Gli ultimi venti anni sono tra i più negri e medioevali che siano stati consegnati ai lettori: la dittatura thrilleristica si è imposta come moda, e gli scrittori, dopo il meritato successo di Giorgio Faletti, si sono buttati a capofitto nell’affaire thriller; e come tutto risultato, poco più di niente, solo dei romanzetti scritti male e per giunta con la pretesa di voler essere à la Pasolini.
Autori quali Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Primo Levi, Carlo Emilio Gadda, Pier Vittorio Tondelli, Tiziano Terzani, e ancora Sebastiano Vassalli, Umberto Eco, Aldo Busi, sono già nella storia, o meglio appartengono già da tempo alla Letteratura, a chi dopo di noi li approfondirà sui banchi di scuola. Molto più difficile, se non impossibile, che domani un romanzetto di Melissa P. venga ricordato. E sono dell’opinione che sarà difficile che anche un maestro come Valerio Evangelisti venga domani ricordato, se non tra le fila di quei simpatizzanti per una letteratura votata (destinata) ad esser “popolare”. Eppure Evangelisti meriterebbe di più, nonostante alcune (inevitabili) cadute di tono, come l’abbastanza deludente “Il collare di fuoco”: ma romanzi quali “Noi saremo tutto” o “Il castello di Eymerich” o il più perfetto “Cherudek” meriterebbero di rimanere, e di esser considerati sin da oggi Letteratura. Il problema – se giusto è definirlo tale – è che ultimamente lo stile di Valerio Evangelisti si sta evolvendo, per uscire da qualsiasi schema e progetto narrativo: essendo che questa strada nessuno l’ha ancora percorsa, la strada che Evangelisti sta percorrendo è molto ma molto buia, così tanto che c’è il rischio che lo inghiotta in sé. Probabilmente, parafrasando una canzone di Ron (cantata da Lucio Dalla), “con l’aiuto del buon dio, stando sempre attenti al lupo”, Evangelisti riuscirà a dar un corpo pienamente completo ed intelligibile alla sua scrittura, quindi al suo stile. E se ci riuscirà, allora domani non escludo che potrà essere anche autore da antologia, da studiare seriamente.
Diverso discorso, ma breve, per Giuseppe Genna: i suoi thriller, tra i migliori che abbia letto, erano qualcosa. Oggi, dopo due scivoloni, gravi a mio giudizio, non so davvero che abbia intenzione di fare, perché la sensazione è quella che dia sfogo alla penna più per esercizio che non per dar corpo a della narrativa, a delle storie, e men che meno a della letteratura, foss’anche con la “l” minuscola. Dopo “L’impero di Costantino” e “L’anno luce”, due prove che valgono poco - nulla, a voler essere completamente onesto, secondo il mio fallibile metro di giudizio -, credo che “nel quasi mezzo cammin di sua vita si sia inoltrato per una selva davvero troppo oscura perché possa incontrare un Virgilio che lo conduca a veder del Paradiso una seppur flebile luce, o anche solo l’illusione d’una luce”. Sia come sia, non sarà con Giuseppe Genna e né con i kamikaze di Tiziano Scarpa che il XXI secolo potrà dirsi iniziato al Romanzo o alla Letteratura. E di Federico Moccia forse ricorderemo che ha fatto impazzire molte ragazzine: ma non me la sento proprio di dire che la sua scrittura sia qualcosa che rimarrà nel tempo: due romanzi, ma “Tre metri sopra il cielo”, per il giovane autore, è quello che gli ha dato il successo di vendite. Poi, a voler guardare ad Alberto Bevilacqua, probabile che qualche romanzo rimanga, non fosse altro che per la gran mole di libri scritti e pubblicati, per i temi sempre uguali e reiterati romanzo dopo romanzo. Andrea Camilleri resterà, verrà ricordato come autore del “popolo” e quindi popolare: i suoi romanzi non giustificano nessuna pretesa sociale e/o politica, sono soltanto delle storie e basta, storie che hanno fatto bene presa nell’immaginario del popolo, che ancora domani se lo ricorderà il suo commissario Montalbano. In fondo, leggere Camilleri ci distrae dai nostri problemi: il suo stile è semplice, vicino alla parlata popolare, e forse proprio questa peculiarità l’ha fatto amare ad un pubblico eterogeneo senza inimicarsi i critici, anche i più esigenti. Non più di tanto, comunque.
Brutto, molto brutto, tirare ad indovinare chi rimarrà e chi no, fare un toto-scrittori così come sto facendo: ma qualcuno deve pur farlo, qualcuno dovrà pur prendersi, se non la responsabilità, perlomeno il merito d’aver scagliato la prima pietra, e non perché io sia innocente, solo perché colpevole. Io rimango sempre, o quasi, affascinato quando leggo un romanzo di Valerio Massimo Manfredi: e però, in veste di critico, per quanto modesto io possa essere, non posso fare a meno di rendermi conto che sono delle storielle, ben scritte, non dico di no, ma pur sempre delle storielle con qualche elemento storico. Alessandro Baricco è invece scrittore che due cadute pesanti ce le ha avute, con “L’Iliade” e “Senza sangue”, ma con “Questa storia” è tornato ad essere genuino, quello di “Castelli di rabbia”, “Oceano mare”, “Seta”, “Novecento”. Senza addentrarmi in quelli che sono pregi e difetti della scrittura di Baricco, sono dell’avviso che i suoi romanzi rimarranno, a lungo, in quanto contengono non una morale ma più morali: ogni storia è un gioco, una sorta di matrioska, personaggio dopo personaggio, morale dopo morale, pagina dopo pagina, si scopre qualche cosa, un dettaglio che sembrava insignificante e che invece è essenziale. Una rara abilità questa per uno scrittore, che non può esser ignorata né lavata via con giudizi asfittici o di ostinata superficialità: quello che intendo dire è che la scrittura di Alessandro Baricco merita un approfondimento serio che non si fermi – e che non si impantani – in un’analisi superficiale.
La mia impressione a proposito dell’attuale mercato editoriale è che si mettano in circolo, se non proprio degli istant book, almeno degli scartafacci che, a un occhio inesperto, possono sembrare dei romanzi bell’e finiti. Il libro è stato ridicolizzato, ridotto a mero oggetto di consumo: gli scaffali delle librerie, giorno dopo giorno, sono invasi da nuove uscite, e tutti gli editori promettono – alzando occhi braccia e mani al cielo – che hanno dato alle stampe il capolavoro del secolo. Sono libri - ma libri solo perché di pagine tenute insieme da una rilegatura e una copertina – che dopo due, tre mesi, nessuno più ricorda. E però vengono immediatamente sostituiti da altri titoli simili, da autori uguali che reiterano all’infinito sempre la stessa storia, solo variando il nome dei personaggi e la scenografia.
Non sono ottimista: il romanzo del XXI secolo non è stato ancora dato alle stampe. E, soprattutto, non c’è un autore che oggi possa dire “nato per essere il primo dei grandi della Letteratura del Ventunesimo Secolo dopo Cristo”. Ma forse è molto meglio così: perché così, chi vorrà leggere tornerà ad affrontare con ragione e sentimento i Classici della Letteratura Italiana e non.
Giuseppe Penna, il suo Dies Irae - intervista di satira
written by
-
mercoledì, marzo 29, 2006

IL DIES IRAE DI GIUSEPPE PENNA
Intervista a
Giuseppe Penna
sacrificato reduce dall’ultima fatica Dies Irae
per una satira preventiva
a cura di Giuseppe Fantozzi
Avvertenze per evitare eventuali effetti collaterali
L’intervista che segue è, ovviamente e indubbiamente, un parto della fantasia di Giuseppe Iannozzi.
Questo scritto che è di satira non ha alcun presupposto critico o di giudizio sul lavoro di Giuseppe Genna, “Dies Irae”.
Giuseppe Iannozzi, che non aveva niente di meglio da fare, ha pensato bene di inventarsi questa intervista con il solo scopo di divertirsi, e magari di divertire chi leggerà con uguale spirito goliardico.
Buona lettura e buon divertimento.
g.i.
______________________________
Fantozzi: Come mai, dopo l’operazione forzata alle emorroidi, Giuseppe Penna è tornato sul luogo del delitto?
Penna: Sono essenzialmente un recidivo: perdo il pelo, o meglio i baffi à la Stalin, ma poi quelli ricrescono sempre.
Fantozzi: Stalin?
Penna: Certo. Stalin.
Fantozzi: Come mai proprio l’Uomo di Ferro?
Penna: A me mi eccita enormemente. E’ adrenalinico. Come mandava gli innocenti al macello lui nemmeno Dio.
Fantozzi: Perché lei, Penna, aspira ad essere un macellaio?
Penna: No. Oggi non è proprio il caso. Bovini e suini sono tutti malati, riempiti di OGM: non si può mangiare degli animali così, non si può macellarli a cuor leggero, proprio no. Quello che intendo dire è che non c’è più quella bella fattoria degli animali che George Orwell ha disegnato.
Fantozzi: Le piace Orwell?
Penna: Assolutamente... no. Era un sovversivo.
Fantozzi: Non mi risulta fosse un sovversivo: ha lottato fino all’ultimo respiro contro…
Penna: Dico che era un uomo sporco che non sapeva scrivere, allora se l’è presa con gli stalinisti.
Fantozzi: Allora lei crede che è stato un bene…
Penna: Io credo? No, io non credo. Credo in qualcosa solo se c’ho il mio tornaconto sicuro, sull’unghia. Insomma, disposto a credere anche alle lacrime di sangue delle madonnine nelle edicole e in una Cicciolina santa purché ci sia la mia fetta.
Fantozzi: Capisco: la fetta di torta.
Penna: Ma non sia volgare!
Fantozzi: Volgare?
Penna: Lei insinua.
Fantozzi: No, affatto. La prostata è un problema grosso per me quanto per lei. Se non ne vuole un pezzo perché crede sia volgare…
Penna: Ma che sta dicendo?
Fantozzi: La prostata, la famosa torta fatta in casa, quella della nonna senza OGM:
Penna: Lei è scemo o ci fa?
Fantozzi: Non ho capito la domanda… potrebbe… No. Ahio… No, i diti nooo…
Penna: Avanti, la prossima.
Fantozzi: In fila! Liala, Liala… No, era Pina… Pina?
Penna: Che diavolo sta blaterando?
Fantozzi: Veramente io… La prossima: ah, mia moglie Pina, pure lei. Ma come? con quale coraggio c’è riuscito?
Penna: Chi ha pane non ha denti per mangiare.
Fantozzi: Credo si riferisca a quella storia della moltiplicazione dei pani e dei pesci. A Pina è sempre piaciuto tanto il pesce. Ma con le mie poche lire, mai!
Penna: Lei è senza pinna dorsale!
Fantozzi: Giusto! Senza pinna caudale… anale… insomma, quella cosa che ha detto lei.
Penna: Bravo!
Fantozzi: La satira è un diritto affermato dalla nostra Costituzione, cioè recita – leggo perché le parole precise non me le ricordo… non mi guardi così, per pietà!: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” - Art. 21).
Penna: Sbagliato.
Fantozzi: Sbagliato?!
Penna: Le spiego. Dovrebbe essere così: “Solo alcuni hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Tutti gli altri no.”
Fantozzi: E chi sarebbero “tutti gli altri no”?
Penna: Ovviamente tutti quelli che mi stanno sul cazzo.
Fantozzi: Quelli che le stanno antipatici.
Penna: Si potrebbe dire anche così. Ma secondo me è più giusto dire che è un dovere “perseguire annientare annichilire macellare gambizzare neutralizzare” tutti quegli elementi che osano dire anche un solo ma contro di me, contro la mia persona e contro tutti gli stalinisti. Ma solo se stanno dalla mia parte gli stalinisti, perché quelli che no possono anche andare a farsi fottere. Ecco.
Fantozzi: Chiaro.
Penna: Be’, non parla più!
Fantozzi: Grande pauraaa…
Fantozzi: Grande pauraaa…
Penna: Di chi?
Fantozzi: Non lo posso dire.
Penna: Perché?
Fantozzi: Grande paura della paura!
Penna: Ah!
Fantozzi: T'aggio vuluto bene a te! Tu mm'hê vuluto bene a me! Mo nun ce amammo cchiù, ma ê vvote tu, distrattamente, pienze a me!...
Penna: Che blatera?
Fantozzi: No, niente, glielo assicuro.
Penna: Dica, dica, dica!
Fantozzi: Devo proprio?
Penna: Deve.
Fantozzi: Canta che ti passa.
Penna: Che cosa?
Fantozzi: T'hê 'a truvá na padrona sincera ch'è cchiù degna 'e sentirte 'e cantá...
Penna: Che insinua? Lei insinua. Mi dia la mano. Ho detto di darmi la mano, subito.
Fantozzi: No, i diti nooo…
Penna: Io la spezzo, glieli “sospetto tutti i diti, uno ad uno”. La demolisco come una caricatura avantpop.
Fantozzi: No, era la mia preferita.
Penna: Chi?
Fantozzi: La avantpop!
Penna: Che diavolo dice?
Fantozzi: Reginella avantpop: si chiama, si chiamava così: Oje cardillo, a chi aspiette stasera? nun 'o vvide? aggio aperta 'a cajóla! Reginella è vulata? e tu vola!
Penna: Il fatto è che con le ultime produzioni di Palahniuk, God Jr è la lapide posta sulla bara in cui abbiamo seppellito l’avantpop. Insomma, siamo al funerale di un trend durato qualche anno, c’è da esserne dopotutto soddisfatti visti i ritmi di invecchiamento di ogni trend, soprattutto per l’uso adrenalinico che se ne è fatto altrove, maxime in Italia, dove è anche grazie all’avantpop se certe prostate continentali si sono rotte e attualmente stanno facendo fuoriuscire pericoloso piscio incandescente.
Fantozzi: Non ho capito.
Penna: E quando mai lei avrebbe capito qualcosa? Lei è già un miracolo quando riesce a trovarsi il buco del culo da solo e a pulirselo.
Fantozzi: Che c’entra?
Penna: Lei è un cacasotto.
Fantozzi: No, per pietà!
Penna: Pusillanime.
Fantozzi: No, per pietà. Ho già problemi con la prostata.
Penna: Per l’Anno luce!
Fantozzi: Come, l’ano luce! Dio che male profondo!
Penna: A lei ci vorrebbe, come minimo, un bel elettrochoc. E’ un malato mentale.
Fantozzi: No, l’elettro no: non ero bravo in elettronica.
Penna: Che diavolo sta dicendo?
Fantozzi: No, niente. E’ che il suo modello è Mondo piccolo di Giovanni Guareschi, provare a stare nella cronaca ma riscattarla con il romanzo. Scorre così il nostro ultimo quarto di secolo: dall’abbandono di Candido alle ansie di oggi.
Penna: Lei si riferisce al mio “Dies Irae”. Le dirò: E’ cronaca, maieutica di questo periodo, costruita attraverso eventi flemmatici che mi premuro di far esplodere. Sono episodi diventati mito, favola stalinista. Ecco, è così.
Fantozzi: Indro Montanelli, a proposito di Guareschi al quale lei si rifà, ebbe modo di dire: “C’è un Guareschi politico cui si deve la salvezza dell’Italia. Se avessero vinto gli altri non so dove saremmo andati a finire, anzi lo so benissimo”.
Penna: Non mi parli di Montanelli mai più.
Fantozzi: E di Guareschi.
Penna: Neanche di lui. Erano due che se la intendevano.
Fantozzi: In che senso?
Penna: In che senso e in che senso? Che senso vuole che abbia una domanda così tanto stupida?
Fantozzi: Non risponde…
Penna: Passi Avanti!
Fantozzi: Quanti giorni di carcere per Guareschi?
Penna: Se non ricordo male, qualcosa come 415. Fu uno spettacolo feroce, privo di pietà, ha allucinato e mutato profondamente gli italiani. Ma non fu solo quello.
Fantozzi: ‘Sto Guareschi è stato più sfigato di me, mi sa così.
Penna: Non dica sciocchezze. La verità è un’altra. E’ la dimenticanza che è seguita dopo, sulle opere di Guareschi e sull’uomo. Questo è un fatto flemmatico, non storico. Nella realtà però è andata così. La morte di Giovanni Guareschi proprio nel Sessantotto la interpreto come la chiusura degli anni Sessanta, un rito collettivo che apre il nuovo decennio.
Fantozzi: Ma lei che è uno scrittore che ne pensa del ruolo dello scrittore?
Penna: Il compito di uno scrittore o, meglio, quello che io credo sia il compito di uno scrittore è mettere in ambiguità gli eventi tutti.
Fantozzi: Ah! Indubbiamente lei è molto ambiguo anche dando questa risposta. Più ambiguo di mia moglie Pina… Mio Dio, la Pina, che terribile spavento che c’ho!
Penna: Bene! Significa che sono riuscito nel mio intento di essere.
Fantozzi: Di essere che?
Penna: Vile! Di essere e punto.
Fantozzi: Non avevo capito. Mi perdoni.
Penna: Le spiego, ma tanto lei non ci capirà un’acca: lo scrittore non deve interpretare la storia secondo etichette commerciali, ma con antiche ricette sciamaniche. Questa storia è vera o è falsa? Non importa. Il pensiero nasce da un incantamento e solo sull’incantamento si fonda la morale. E guardi che l´affabulazione non è evasione dal mondo. E’ piuttosto il contrario. In questo siamo contemporanei di Giovanni Paolo II. Sempre sia lode al Papa, oggi e per sempre.
Fantozzi: E’ per questo motivo che lei è fissato con i complotti? I complotti le sembrano apparizioni divine, una sorta di prostata utile per interpretare il mondo. E’ così?
Penna: Il complotto consente di costruire una favola verosimile. Ai miei occhi l’idea del complotto ha origini letterarie, da Andersen all’Harry Potter della Rowling. Lo schema non può che essere affabulante.
Fantozzi: Lei parla arabo per me.
Penna: Lei è un bifolco, un vile bifolco.
Fantozzi: E’ perché c’ho la prostata che mi tratta a pesci in faccia.
Penna: E’ che lei mi fa schifo, ma proprio schifo, ma tanto tanto schifo.
Fantozzi: E Dante e la Pivetti, che c’entrano con il “Dies Irae” che oggi ci vorrebbe propinare?
Penna: Ho lavorato con la Pivetti. L’avevo incontrata quando collaboravo a una tv privata fatta da privati capitalisti. Erano i primi anni Novanta, lei venne, sembrava una ragazzina, indossava uno zainetto e parlammo poco di politica e molto di filologia dantesca. Io di Dante non ci ho mai capito granché, la Pivetti era invece una vera autorità in materia. Il fatto è che io sono uno scrittore e non un filologo. Insomma io sono uno che scrive anche 750 pagine pur di vendere e portare qualche spicciolo in più a casa. Le spiego: lo scrittore è un vampiro, un succhiasangue che abita la retroguardia della specie. La osserva da dietro per meglio metterglielo da basso, ma sempre alle spalle. La scrittura è quasi una forma di inebetimento. Io nutro il mito degli scrittori ciechi, di Omero, per esempio, ma anche dei personaggi come Tiresia o Edipo, che vedono comparire le storie nel buio e ne hanno una percezione che è quella dello sciamanesimo incantatore. Ma di più vorrei essere come Chuck Palahniuk, fisicamente intendo, così perlomeno non andrei sempre in bianco con le tope. Non chiedo poi molto. Invece sfiga vuole che sia al massimo un Tiresia mutato in transessuale.
Fantozzi: Mi hanno detto che lei è un pazzo mentale e che lo dice a chiare lettere in “Dies Irae”.
Penna: La malattia nervosa fa parte della mia famiglia d’origine. Nel romanzo racconto di mia nonna trattata con l’elettrochoc e poi morta suicida. Il dolore ha un valore magistrale. Ingegna. Eschilo sosteneva che senza dolore non si arriva a nessuna conoscenza. Ma mi interessa anche il disagio collettivo, per buonismo s’intende, mica perché ci credo. Insomma, avrei bisogno di una buona e massiccia dose di ansiolitici e antidepressivi. Dovrei andare sotto cura, in neuropsichiatria possibilmente: la mia psiche è malata, troppo, è malata a livello neurologico. Io sento, l’avverto come uno sciamano che sono allo stesso tempo Charles Manson e Gesù Cristo, ma altre volte mi sembra di essere anche Pier Paolo Pasolini e Christian Andersen. E non le dico il dolore, il dolore che provo: un mal di denti, un male insopportabile. Mi prende la voglia di fare secchi tutti, chiunque, come in quel film, “Un giorno di ordinaria follia” di Joel Shumacher.
Fantozzi: Qual è il messaggio ultimo che lancia in “Dies Irae”?
Penna: La Maria, liberalizzatela, per Dio!
Fantozzi: Sì, liberate Maria!
Penna: Maria chi?
Fantozzi: C’ho le idee un po’ confusionarie… No, i diti nooo…
Penna: Pusillanime.
Fantozzi: Come il Battisti Cesare ex terrorista però a piede libero e libero di pubblicare libracci che manco io scrivere in maniera più sgrammaticabile?
Penna: Di più, di più, molto di più.
Fantozzi: Che dolore orrendo! Mi stanno uscendo le emorroidi tutte. Che dolore, che dolore orrendo, per Stalin! Ma cavale!
T'hê 'a truvá na padrona sincera ch'è cchiù degna 'e sentirte 'e cantá...
FINE
rondini e disordini di primavera
written by
-
martedì, marzo 28, 2006
rondini e disordini
di primavera
di primavera
di Giuseppe Iannozzi
ANGELA
Cercami, mi troverai
uguale ma cambiato
Cercami, mi vedrai
di bianco e di nero
Troverai di me
ogni cosa che la mente
ti metterà in bocca
Troverai di me
un fantasma che esiste
ma che impalpabile è
Cercami oltre quei confini
che non conosci
Ma non osar d’andar oltre
perché ti perderesti,
e non sarebbe bello
Io lo so cosa vuol dire
non avere eppur essere
per qualcuno o nessuno
un soffio tra mare e terra
Mi puoi baciare
per un fine stordimento
o per darmi al vento
che rappresento in un soffio
Mi puoi uccidere
in un giorno di festa
e non dirò una parola
che ti possa ferire
O puoi venire a trovarmi
dove riposo con un epitaffio
da poco a tenermi eterna compagnia
Ma i clown hanno sempre sorrisi
anche ai funerali di Stato,
ce li hanno per tutti;
sono così, uguali imperfetti gesù
che vivono di elemosine quaggi&










|









