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Melissa P. per l'Occidente

written by King Lear    - domenica, aprile 30, 2006







Melissa P.
 




per l'Occidente



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
Una donna-bambina – eterna adolescente - e la sua “nobile figa” attraversano le pagine del primo romanzo di Melissa P. affrontando con lucido, provocatorio disincanto l’egotismo erotico dell’Occidente. Riassunto così, col metro del pelato, il testo potrebbe prostituirsi come una variante sodomizzata dell’Io e del Lei di Susanna Kaysen. Ma Melissa P., che in quanto a strizzatine d’occhio metaletterarie non è seconda a nessuno, sempre prima e in posizione superiore, alza il tiro - con doppi e tripli sensi - e cerca una “ragione suprema” all’erotico peregrinare dell’io narrante, da un accoppiamento all’altro nel suo “lavoro” aggiuntivo di peripatetica del sesso sfrontato affrontato a misura di bocca rigorosamente con l’ingoio: la morale perduta dell’Occidente, le passioni intime di uomini e donne nella modernità, hanno ancora lo spazio vitale - in questo spazio infinito, preciserebbe Giacomo Leopardi (povero sfigato!) - per contrapporsi a una nuova e più orientale visione del mondo?
La domanda implica ragionamenti orgiastici, esternazioni plateali che ripercorrano nelle curve del glande la grandeur di un Occidente sottomesso eppure emancipato, una quasi Gorgone maschia di tutte le miserie dei terzi mondi, di ogni latitudine e razza – anche aliena. La scelta di Melissa P., forse alter ego virtuale di una innocente scribacchina rampante amatissima (e non solo in senso letterale o metaforico) sempre a suo agio nelle posizioni delle nuove comunicazioni culturali, è quella di transitare sulla via della meditazione giocando a rimpiattino con la caduta dei sentimenti: un estemporaneo “nessun governo” (forse l’alter ego, fantasma di Lei) gli commissiona un diario, da partorire in tempi brevi, in cui la scrittrice mostri di andare alla ricerca di un briciolo, anche (im)palpabile, di vera passione. Unica italiana tra autrici europee e americane, la nostra Proust in gonnella e la sua “nobile figa” si ritrovano responsabili, in qualche modo, del declino dell’impero occidentale, poiché il governo delle Huri, con questa destabilizzante manovra pseudo-culturale, prepara l’invasione - non solo psicologica - del nostro antico patrimonio genetico inquinato, viziato e comatoso.
In perenne ripresa soggettiva, la scrittrice appena adolescente in “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” mostra di non esasperare le sue perversioni già di per sé esasperate: scrive, pensa, annota meditazioni sciroppate su scontrini-fatture di lavoro a tutto campo, viaggia per appuntamenti al buio e scambi di coppia, si sposta tra le abitazioni di mezza Italia, si collega con le infinite rotte della vita, privilegiando i siti pornografici. E soprattutto concede ampio spazio alla sua esagitata ferita, che gli procura orgasmi liberi e fragorosi fra le braccia, le gambe e le bocche di uomini-clienti disposti a pagare le sue magistrali prestazioni esenti da complicazioni sentimentali.
Il campionario maschile è una selva oscura e arrapante, le tecniche sessuali della scrittrice-spintria sfiorano vette di erotismo acceso e frenetico assai lontane dal sesso meditativo-acrobatico del Kamasutra orientale. Dall’ultracinquantenne che rischia una miracolosa eiaculazione precoce al semplice borghese e cattolico padre di famiglia che cerca solo parentesi silenziose di sesso totale (fatale), la sfilata degli inventati puttanieri è uno spazio infinito, e lei simpaticamente “offensiva”, con qualche tono di superiore femminilismo - che farebbe inalberare i maschilisti più accesi. La protagonista e il suo Io, forse alter ego quest’ultimo, attraversano una stagione, quella de “Le parole che non ti ho detto”, senza dar prova di esaurirsi sulle sorti dell’Occidente, quello stesso Occidente che invano ha tentato di disegnare Tiziano Scarpa in “Kamikaze d’Occidente”: esse (le parole non dette, ma soprattutto le sorti dell'Occidente), d’altronde, paiono già stigmatizzate da raffiche di dannazioni mediatiche costruite a letto (o a tavolino, se si preferisce) per accendere i riflettori su ogni inferno possibile. E la donna-bambina (comune occidentale) passa - così come potrebbero passare le intellettuali vittime che furono del Divin Marchese con le sue lettere debordanti ad amici, potenti e defunti ma soprattutto nudi nella loro nudità - per tutta una serie di genuflessioni massime divenute imperative, in una superficialità generalizzata in cui si fatica a distinguere – e a setacciare - la profondità vaginale dei sentimenti.
Niente passione, dunque, tra invenzioni erotiche da pellicola hard e considerazioni variamente spinte sugli uomini, tra le fratte italiane in culo ai lupi e il valore aggiunto dello sperma e tra il significato dell’eiaculazione solitaria, ma anche tra la sterilità feconda della nostra epoca, tra l’inutilità utile dei sondaggi (degli exit pool) o le manifestazioni dell’Essere. Niente passione, oppure è proprio questa la passione estrema, un tuffo “puffesco” e divertito nelle basse pulsioni del nostro tempo, dove la tentazione di temporeggiare e di demonizzare i luoghi comuni del perbenismo arricchito diventano l’opera d’arte estrema della donna-bambina, eterna adolescente occidentale? L’ultimo baluardo, prima che arrivi a inondarci una nuova epoca o orgasmo: e alla resa dei conti, finalmente, come si chiede il finto non-giovane J. T. Leroy, è “La fine di Harold?”
Il percorso di vuoto strisciante, direbbe probabilmente la protagonista Melissa P., che separa la sua “nobile figa” da un fittizio rifugio momentaneo dentro un uomo a quello successivo. E quanto di Melissa P. c’è in Melissa P. dei “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” protagonista-specchio così platealmente riconoscibile?
“Madame Bovary c’est moi”, sosteneva quel vecchio sporcaccione di Flaubert. Ma da Bertha Thompson a Liala, da Diane Di Prima a Jennifer Weiner, quante scrittrici hanno violentato il loro tempo attraverso l’iperbole di sé stesse!
In un’ouverture di millennio così asettica e infida, così risibile e altezzosamente tronfia, è naturale che Melissa P. sia sé stessa e il suo contrario, in questo anomalo, spassoso, fittizio - ci auguriamo - canto del cigno dell’Occidente.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:23 | satira | BlogNews | clicca per commentare commenti (23)



Buon 1mo Maggio - Siam tre piccoli porcellini...!

written by King Lear    - sabato, aprile 29, 2006




by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:07 | satira | BlogNews | clicca per commentare



Inutili frammenti di un Niente

written by King Lear    - venerdì, aprile 28, 2006

Never Forget - by Deathrimental

Never forget by Deathrimental


 
 
Evrim on DA: http://deathrimental.deviantart.com/
 
Evrim’s Blog: http://deathrimental.splinder.com/
 


 
Inutili frammenti



di un Niente
 
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
 
BRAVO CAGNOLINO
(di George Michael – traduzione/adattamento: G. Iannozzi)
 
 
GTI, che bolide!
La parcheggia lì solo per farmi invidia
Testa di cazzo, ti faccio vedere io chi è il duro
Sparerò al cane, sparerò al cane
Ogni giorno è un giorno di festa
Ho passato il sabato notte fatto di Novocaina
Ho chiamato i porci ma nessuno è arrivato
Sparerò al cane, sparerò al cane… (forza ragazze)
 
999 - c’è un fottuto casino
Gente, avete visto quel fuoco in città?
Sembra che abbiamo freddato i democratici
Dovreste accattarvi un gingillo semi-automatico, yeah
Per questo io sono sempre fatto, yeah
Per questo esco a divertirmi
Bravo cagnolino, bravo cagnolino
Continua a fare le feste…
 
Mustapha
Mazeltov
I ragazzi di Gaza
Tutta quella porcheria santa
 
Quando mi riprendo ho la sensazione
che faranno fuori il cane, spareranno al cane
 
Quindi, mia cara Puttanella
potresti darmela almeno stanotte?
Digli
“Tony, Tony, Tony, lo so che sei arrapato
ma in Bush c’è qualcosa che non mi va giù”
 
999 - c’è un fottuto casino
Per questo sono sempre fatto
Per questo esco a divertirmi
Bravo cagnolino, bravo cagnolino
Continua a fare le feste…
 
L’Ayatollah viene bombardato, yeah
Guardate come si diverte il sergente Bilko
Bravo cagnolino, bravo cagnolino
Continua a fare le feste per l’Uomo
 
Credo, credo in quello che disse il saggio
anche se so che lassù non c’è nessun Signore
Credo in me, credo in voi
e sapete che credo nell’amore
Credo nella verità anche se sparo menzogne a volontà
Soffro durante le età della vita
Non me ne frega niente della fatica che mi costa
Continuerò a credere nell’amore
E dico
 
Puttanella, tesoro, rolla una canna
Ho voglia di spassarmela
e guardare la Coppa del Mondo con te
Sì, cosi va bene
Ci stiamo lasciando andare stanotte
Resta con me stanotte
Divertiamoci un po’ mentre Tony è impegnato
 
Andrà tutto bene
Andrà tutto bene
Vedi Tony che balla con Dubya,
non immagini perché?
 
 
 
 
 
INUTILE POESIA
 
 
Mi sono innamorato
Sono caduto rovinato
L’amore non ci salverà
la poesia non servirà
Sono sempre tante le parole
che si dicono tanto per, per dire
Ma niente oggi ci risparmierà
per quel poco che abbiamo
creduto d’essere
 
Se mai siamo stati legati
oggi cadiamo in ginocchio
ci rialziamo, non pensiamo
Una recita già vista a teatro
un vecchio disco consumato
No, oggi niente ci riporterà
indietro al tempo dell’illusione
delle mani sudate
Se mai siamo stati insieme
adesso non più
e non è nemmeno dramma
che valga la pena d’essere
a qualcuno raccontato
per portargli conforto
ché a patir uguali pene
non si è mai da soli
 
Ah, la poesia sì
non ci salverà alla fine:
inutili piume di pavone    
 
 
 
 
 
SOLDATI
 
 
Le parole che dici
non ce l’hanno un senso
Zucchero e sale
non resta il sapore
solo il ricordo amaro
che l’acqua sciacqua via
 
In riva a un fiume
ci sta una canna da pesca
due soldati una sigaretta
un pesce morto e una ragazza;
il sole li scalda
gli mette addosso sudore,
tra i denti poco o niente
Il fumo leggero se lo porta il vento
oltre il viale il campanile le colline
 
Ci vorrebbe un talento geniale
ma la giovane non sa pedalare
e tutto va a puttane senza capire
senza imparare o disturbare
Ma loro hanno promesso
Lei però non sa se crederci o no
Dalla guerra non torna mai nessuno
e quando qualcuno sì, uno zoppo
un mutilato, quel che si dice
un mezzo uomo presto dimenticato
 
Nere gramaglie ma bianchi i visi
Due lacrime di pioggia sulla bara
poi tetra la benedizione della campana
 
Le parole che peschi
non ce l’hanno una vita
Zucchero e sale
su interminabili ferite,
solo sapori così
che il sangue porta via
 
  
 
 
 
IL DIAVOLO DEL FIENO
 
 
Il fieno mi cade dalle mani
Ma mio padre morto da tempo
canta una canzone antica
d’un innamorato che scambiò
il crine d’un cavallo per un capello
d’una bionda tutta curve - mozzafiato
C’è un venticello bello
Tira che: un piacere il fuoco,
la gramigna un sorriso sul creato
Mi cade la mascella nel vuoto
Però continuo a camminare
cercando, non lo so cosa,
ma cerco, è tutto quel che ho
 
Sfrecciano le macchine sulla strada
Lasciano nell'aria un rombo di tuono
Ho le ascelle pesanti di sudore
e la barba vecchia da sempre
Un contadino saluta nessuno in particolare
Le nuvole bianche si confondono
nell’umidità degli occhi fissi sul sogno
 
C’è un diavolo in mezzo al fieno
Chissà! Forse questa volta mi amerai
C’è un uomo sotto il sole senza cappello
Chissà! Forse questa volta mi amerai
C’è un ago nascosto nel fieno da falciare
Mi amerai, mi amerai, mi amerai
Ti perderai, ti perderai, ti perderai
 
 
 
 
 
VINCENT
 
 
Girasoli al sole giallo
e la notte nell’anima
costretta;
un taglio e via
via l’orecchio
per non sentire
più le grida di dentro
e quelle tra i campi
E tutti i colori
e tutte le pianure
dove cresceva il verde
per far posto
a nuova stagione
di soli di cieli stellati
Ma spengeva la mente
un affanno troppo greve
perché non mi fosse
tanto grave la morte
in bella pazzia
senza dalla vita
aver avuto mai
un soldo di gioia
Così al sole
come teso girasole
dal vento commosso
rimango,
giusto una pennellata
di giallo in un posto
sbagliato
 
 
 
 
 
MA FOLIE
 
 
Oh dolce irrinunciabile Follia,
tenera più dell’anima!
 
Un tuo bacio mi può dar via
al paradiso
Un tuo unico segno d’amore
mi può stordire per la vita intera
Ah, lo conosco quel tuo modo
così particolare di lasciarmi un bacio
Non lo so rifiutare, non ne ho la forza
Sono così arrendevole, così colpevole
Ma lasciami illudere ancora
che il tuo cuore batte solo per me
E lascia che te lo dica
senza mezzi termini
che se con la tua dolce follia
mi hai innamorato del tutto
esiliando per sempre il senno
sulla Luna
 
Oh dolce irrinunciabile Follia,
colpevole più del cuore!
 
 
 
 
 
AGNUS DEI
 
 
E’ stata tanto commovente
la recita dell’Agnus Dei
Il vespero era già da un pezzo
passato e accolto fra il nero
d’una notte lunga senza futuro
Io guardavo la Passione di Cristo,
quella sua immane sofferenza
Mi domandavo perché tanto dolore
quando poi è stato moltiplicato
anno dopo anno fino a questo oggi
così tanto medioevale di guerre
di vittime intestine tribali triviali
che a memoria sol raccolgono
epitaffio scritto da chi ha comandato
- approntato - macello mai ultimo
Ma all’aria aperta le campane,
il suono di bronzo faceva eco
Non riposavo no, tutta colpa
di quella eco sì tanto immensa
senza senso, però carca di peccato
 
 
 
 
 
T.V.B.
 
 
Come cane e gatto
Come Red e Toby
Come bianco e nero
Eppure non possiamo
fare a meno di esser
con noi amici
Sarebbe davvero
tanto sbagliato
diversamente,
il graffiarci sempre
pensandoci male
Ma noi ci graffiamo
invece sempre bene
per infine incontrarci
e riderci sopra
 
 
 
 
 
MI HAI DIMENTICATO
 
 
Mi hai dimenticato
Lo so che l’hai fatto
Mi son distratto un momento
e tu hai portato gl’occhi altrove
Hai fatto un giro di tango
con un indiano e un valzer con dio
che si spacciava per me
Ed intanto te la ridevi dell’ingenuità
e di quel rossore sulla mia faccia
troppo giovane eppure già vecchia
Mi hai dimenticato
 
 
 
 
 
PIANO DI JAZZ
 
 
pagina dopo pagina
ti leggo un brano
tu ascolti in silenzio
il mio silenzio fra le righe
allunghi una mano
per una carezza soltanto
rimango deluso un po’
ma non te lo faccio capire
riprendo a leggere
la voce tu la senti che trema
brano dopo brano
i tuoi occhi su me mi sbranano
- come su un piano di jazz
così noi, indecisi eccitati -
 
mi cade il libro
tu dici con gli occhi
non lo raccolgo
ma prendo la tua mano nella mia
tu li abbassi gli occhi sul libro aperto
che riposa sul freddo pavimento
un filo di vento entra
sconvolge le pagine, le apre tutte
tu liberi un sospiro in aria
io continuo a tenerti la mano
mi uccidi: “che uomo sei?”
mi ascolti in silenzio il silenzio
che dalla mia bocca sulla tua
uguale a un bacio incomprensibile
 
- come su un piano di jazz
eccitati diavoli tra il nero
e il bianco, e la pioggia
che picchietta sul tetto –
 
cadiamo, cadiamo, cadiamo
nelle pagine che scriviamo noi
 
 
 
 
 
NON MI PUOI LASCIARE
 
 
Non mi puoi lasciare
un saluto, un bacio
di sfuggita, promettendo
che tornerai da me
a rivedere la mia brutta
brutta faccia
 
Non mi puoi lasciare
Non così, così in fretta
 
 
 
 
 
HOBBIT
 
 
Alzatevi, Padron Frodo
L’anello vi fa pesante
Ogni passo vi scalza via
un grammo di vita
Giorno dopo giorno
pallido invisibile diventate,
quasi più non vi riconosco
Padron Frodo,
quanto è pesante il male
lo sapete soltanto voi
Eppur sospetto
che ne fareste volentieri
a meno di quell’Anello
che tenete legato al collo
 
Domani morirete sì,
in solitudine lontano
dagli amati hobbit
senza un grammo
di erbapipa,
sol col conforto
d’aver portato con voi
il male che avrebbe
ammaliato l’amato Paese
 
Ma ora, Padron Frodo
alzatevi e date battaglia
al male che avanza
 
 
 
 
 
OCCHI VERDI
 
 
Amore, se è vero che mi ami,
che a me non sai rinunciare
allora portami sul tuo cuore
e lì lasciami morire o dormire
E poi svegliami con una carezza
che sia dolce quanto il paradiso
che ho rifiutato per dio, per gl’occhi
che vedo così verdi dentro ai miei
così rossi di infuocata passione
 
 
 
 
 
ANGELO BLU
 

Dormi angelo
No, non lasciarti
accasciato
alla malinconia
Angelo blu,
il cielo è
E non c’è altro
oltre me e te
Non c’è
che l’amore
che fa vivere
e soffrire
 
 
 
 
 
CHI?
 
 
Chi ti ha spezzato il cuore?
Chi ha ucciso il cigno in te
per domarti nelle fiamme
d’una passione di rimpianti,
di troppo tardi, di giorni
che andranno avanti da sé
uguali al niente
eppure di dolore? Chi,
chi ti ha donata al male?
 
 
 
 
 
ROMA
 
 
Bimba, non uscire
Non fare tardi
Roma ha strade
e altre strade
e viottoli oscuri
dove non ci si arresta
nemmeno la polizia
Mia Gioia, non andare
a trovare il lupo nero
E’ sempre a caccia
d’un’anima tenera
come la tua, insaziabile
il suo appetito
 
Copriti bene, nasconditi
in una sciarpa rossa
Non dar nell’occhio,
attenta ai colori dei semafori
che fanno gli occhiolini
agli incroci
Non dar retta
a chi vorrebbe attaccar bottone
o a chi ti chiede un gettone
per telefonare
E non accendere il fuoco
alla sigaretta di quel signore
tutto nero che ti ruba a te
con uno sguardo appena
 
Roma è una città di fogne
e di cesari, non c’è da fidarsi
 
Bimba, Bimba, Bimba
torna a casa, chiudi bene
a doppia mandata
Cerca il tuo equilibrio
ma lascia la notte,
lasciala ai suoi traffici
C’è gente cattiva e invadente
Ci sono neroni
che danno fuoco
a ogni strega e fata
 
Non lasciarti nella notte, Bimba
Se mi vuoi bene
non lasciarti alla notte
Sei troppo bella e bianca
perché il nero abbia ragione
della tua giovane bellezza
 
Non darmi questo dolore
Amami, ma torna a casa
 
 
 
 
 
VELOCE BACIO
 
 
Ma che bacio
m’hai lasciato,
sì tanto delicato

Oh, presto,
più presto:
sento l’affanno
se non mi dai
le tue labbra
sulle mie

Amore, veloce
Senza te
soffoco
in amarezza
 
 
 
 
 
ROSA NERA
 
 
Ti lascerei un bacio
ma nutro tema
che me lo seppelliresti
in gola
fino a farmi nero
uguale alla morte
Allora
sol ti lascio una carezza,
la mia nera tenerezza,
il velluto d’un petalo
di rosa nera
nata tra piedi
di santi e peccatori,
calpestata da nessuno
 
 
 
 
 
ROSA NERA
(reprise)
 
 
Ti lascerei un bacio
ma nutro tema
che me lo crocifiggeresti
in gola con un chiodo
fino a farmi gesù,
uguale alla morte
Così maschio il mio odore
raccolto fra occhi di crisantemi
ed epitaffi votati alla cenere
Duemila manette
sino al tuo amore
E non basta ancora
per riempire l’immenso vuoto
che hai lasciato
su mani e piedi, sulle labbra
e sulla fronte di spine adornata
Rosa Nera, corrompi la carne
e lo spirito che ho perso
in dannazione eterna per te,
solo per te, mia Maddalena
 
Oh, ti amo, ti amo
E non l’hai capito
 
 
 
 
 
TI AMO
 
 
Pulcino, ti amo, ti amo
E’ banale, dici che è così
Ma non le trovo parole più grandi
No, non farmene una colpa
Pulcino, so solo che ti amo
 
E’ così facile
E’ così difficile
dirtelo sfacciatamente
che ti amo, che ti bacio
Che prendo tutto il tuo rossore
di fragola sul mio di caprone
 
Pulcino, che vuoi che faccia?
La mia brutta faccia la sai
e anche se ti fa star un po' male
mi ami, io lo so, lo so che m’illudo
 
Ma Pulcino mio, è così
Io so solo che ti amo
 
 
 
 
 
ALL’OMBRA DI VENERE
 
 
Ti posso sposare, dolce Venere
Ti posso amare fino a perdere il cuore
Fino a perdermi in te, fino a terminarmi
Ti posso amare il sorriso, farlo mio
per incastrarlo nei miei giorni di uggia,
per darlo a quei cieli carchi di pioggia
- che da sempre mi piovono addosso
quando perdo per strada la speranza
 
Ma ti posso amare, soltanto amare
E poi dirti che sì, l’amore sei e vieni e vai
Ti posso avere, ti posso comprare tutta
d’un pezzo
Pago ogni prezzo, anche il più squallido
- indiavolato
Sono soltanto un piccolo uomo innamorato
Non lasciare che scriva una poesia d’amore
se poi me la cancellerai con il solito epitaffio,
che da un’eternità intera conosco
all’ombra degl’ippocastani cercando indarno
con la mano fantasma di togliere la polvere
dagl’anni, nato il morto il
 
 
 
 
 
QUASI UNA LACRIMA
 
 
Ti penso cattiva
perché gli uomini
- che analfabeti sono -
lettere d’amore
ne scrivono tante assai
Ma poi le donne
le ritagliano,
ne fanno coriandoli
per carnevale,
per un capriccio di vento
E però, più spesso,
accade che le parole
diventino epitaffio
- una caduta da cavallo
che proprio non si pensava
Ma il collo torto e ritorto
- senza vita - lascia il capo
perché cada sul petto finalmente
- quasi una lacrima
che ha già preso sembianze
d’inumano teschio
 
 
 
 
 
COSI’ GIOVANE
 
 
Quando il sole avrà spento
la luce dei miei occhi, ricordarmi
che un tempo son stato bello
anch'io - e che giovinezza ha nutrito
i parti di quelle illusioni
che ora rimetto al vuoto immenso
 
 
 
 
 
OH, MOSTRO!
 
 
Mostro, mostrati!
Risorgi
Svolgi le bende
che ti legano
al letto di morte
- a quell’amore
che t’hanno puntellato,
giusto una croce
là dove prima peluria
stava per nascere
 
Mostro, mostrati!
Lavati i piedi
in acqua di rose
Profumati l’alito
inghiottendo la lucertola
Apri, apri gli occhi,
quelle conchiglie
che del mondo
hanno visto poco e niente
 
Mostro, mostrati!
E poi cadimi
in ginocchio
per sempre a baciare
l’ombra
che s’è fatta feto
e grembo ai tuoi piedi
 
Oh, mostro!
 
 
 
 
 
LUNA BELLA
 
 
Luna bella, ti ho persa
tra un raggio di luce
e uno di buio
Mi sei entrata dentro
in punta di piedi
quando meno me l’aspettavo:
avevo le finestre aperte
E ora che non sei più
a darmi una speranza,
penso a quanto bello
un volo dall’ultimo piano
leggendo cogl’occhi in velocità
tutte quelle mutevoli verità
che s’affacciano per un istante
Un volo giù a capofitto
più stanco dell’urlo
in gola - che strozzata rimane
fino alla fine
 
 
 
 
 
CAPPUCCETTO ROSSO
 
 
No, non è vero
Non sei più con noi
Hai fatto il patto col diavolo
Gl’hai baciato l’ano
e poi gl’hai strappate le piume
perché corto non fosse
il tuo volo all’inferno
L’hai incontrato ancora:
ti ha preso sul suo letto
il Prete Nero
e ti ha consigliato di spogliarti
Ma tu ostinata
gli hai schioccato un bacio
E quello allora ti ha girata
e con un calcio in culo
t’ha lanciata lontana
però dritta in bocca al Lupo
E quello t’ha pappata
fottendosene delle piume,
del tuo Cappuccetto Rosso
e delle ossa pure
Ha fatto un bel pasto
Poi ha acceso la tv,
ha messo il programma su,
la Parodi e Verissimo
e s’è dato cento colpi di spazzola
prima d'andare a dormire

Non mi sei mancata
perché non sei mai stata
l’angelo in rosa che credevo
ma solo un danno disteso
nel cavo del mio palato
 
 
 
 
TU, ONDA SU ME
 
 
Tu mi freghi perché lo sai
che nel mio cuore duro
- freddo e vecchio come un sasso -
c’è una lacrima di sale e di mare
che è facile a venire e a farmi mollo
quasi fossi io un’onda alta e forte sì
ma destinata a seppellirsi sulla spiaggia,
in quel tuo cuore tenero
che amo tanto e che non oso dimenticare

Eh sì, poi sempre torno per un momento
di nuovo onda su te, di nuovo sale
lacrima impenitente che tu m’asciughi
 
 
 
 
 
LO SPUTO
 
 
Che cos’è l’amore?
Un vuoto da riempire, disse uno
Una fossa troppo piena, disse il secondo
Il terzo crollò il capo, sputò a terra
e se ne andò via
lasciando il filosofo e il prete
a pulire lo sputo lasciato sulla bara
 
 
 
 
 
UNA STORIA CRUDELE
 
 
La mia Bimba prepara il pranzetto
Mi darà un piatto indonesiano
E fuori c’è un cielo scuro più del nero:
battono le imposte sotto la frusta del vento,
la pioggia piove forte e scivola e fa fango
Ma la mia Bimba non chiude gli occhi,
affetta le cipolle una dopo l’altra
e mi mette in bocca una cavalletta
Ed allora io le racconto delle piaghe d’Egitto
E la mia Bimba starnutisce e si soffia il naso
Non è affascinante vederla così raffreddata
Un lampo, un tuono che fa terremoto in casa
La guardo apparecchiare il desco
Ha il volto scuro scuro per metà,
l’altra metà è invece troppo pallida
Un brivido di tristezza mi strappa la spina dorsale
Le chiedo, “Tutto bene?”
Non risponde, mi ha messo il piatto davanti
Fuori il tempo è uno schifo, il sole non si vede
Ci sono nuvole uguali a diavoli armati di forconi
Vorrei scappare, aprire quella porta
che mi si apre in un sorriso di turbolenza
Però non posso: amo ancora la mia Bimba
nonostante non la riconosca più
 
 
 
 
 
IN FONDO IN FONDO
 
 
Cammino come un barista
in bilico sul filo d’una speranza
intravista nei fondi di caffè,
parlo a raffica peggio d’un buddista
Ma non mi capisco per niente
e la gente mi spara alle spalle
risate e dentiere e capsule d’oro
 
Non ho colpa, non ho colpa
di tutto il sangue che scorre
tra la Senna e il Po
 
Grido per niente, nessuno sente
Ho il cuore d’un passero
e il passo pesante e leggero
Ho dentro una confusione
che non puoi capire
 
Che non puoi setacciare
nei tuoi fondi di spazzatura
 
 
 
 
 
BARBRA E G.
 
 
Hai migliorato la tua vita
dando all’amore e all’odio
la loro parte, una rosa
e un pezzo di vetro? Chi,
chi ti ha fatto più male?
Hai provato com’è
stare in loro compagnia
E ti sei detta: se è tutto,
allora non è
perché credo dev’esserci
qualche cosa di più grande
dei sentimenti, di dio
 
Sì, mia cara Barbra
C’è per l’abbraccio di G.
 
 
 
 
 
PER SEMPRE IN ROSSO
 
 
Non si voltano le spalle
all’amore: porta con sé
una volta soltanto l’odore
del miele e il pallore estatico
della Luna
 
Sboccia una volta e mai più
dopo
 
Se gli chiudi gl’occhi davanti
lui scompare senza proferire
parola che sia una, d’amore
l’amore
Semplicemente scompare
rapito tra pozze d’acqua e di sole
che fantasia insegna alla mente
 
Sboccia una vita sola alla vita
invadente di segni di stelle
di profezie naviganti
 
Si coglie una volta soltanto
con rossore l’amore
Una volta soltanto si colora
di rosso l’amore
Ma per sempre più forte
d’ogni estasi lunatica, My Barbra

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:50 | poesia | BlogNews | clicca per commentare commenti (49)



Marino Magliani - Quattro giorni per non morire, intervista all'Autore

written by King Lear    - mercoledì, aprile 26, 2006


Marino Magliani - Quattro giorni per non morire



Soltanto quattro giorni



per Marino Magliani
 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Ci sono giorni che passano tutti uguali senza mai un incidente né una sorpresa. Ci sono giorni che sono di sicura monotonia dove a predominare è il sentimento che la vita sarà lunga, sicuramente destinata a una pacifica vecchiaia. E forse per vivere a lungo il segreto sta nel non porsi alcuna domanda né pretendere di più dell’aria dell’acqua e del pane che abbiamo a portata di mano perché fortunati d’esser nati in una regione aprica e modestamente ricca con un governo stabile. Eppure la vita è una incognita, soprattutto per quegli animi inquieti che non si accontentano di sopravvivere a sé stessi: è quanto accade a Gregorio, detto Colibrì o Brì, che in giovane età si reca in una terra lontana, nell’America Latina, con alcuni amici, alla ricerca di un tesoro grande, quello che potrebbe spiegare almeno in parte il mistero della loro esistenza o renderla migliore. Gregorio è giovane, ha tutto davanti a sé, il sole lo bacia in fronte: ma accade qualcosa che presto lo sprofonda nelle latebre più infinite del suo Ego disegnandolo sull’abisso del non-ritorno.
Marino Magliani ha scritto un romanzo il cui involucro è quello di un noir: “Quattro giorni per non morire”. Ha dato vita a un uomo il cui cuore potrebbe essere quello di un colibrì, capace di battere centinaia di volte in volo e solo trentasei durante il sonno: Gregorio, il personaggio principale di “Quattro giorni per non morire”, durante la sua permanenza nei paesi del Sud America incaico viene preso da una forma di malaria tanto rara quanto ferale; per giorni sta sull’abisso della morte, incosciente, poi torna a vivere ma solo per lottare contro le febbri che gli minano il corpo e la mente. Ma non basta: tornato in Italia, ad attenderlo ci sono le manette. Qualcuno l’ha tradito, qualcuno che era con lui in Sud America: altrimenti non sarebbe finito in gattabuia per una partita di droga. Ma sarà davvero così, un tradimento di Giuda in quella che fu la geografia degli Inca?  
Gli anni passano, le stagioni si sovrappongono e restano inafferrabili, Gregorio non può davvero fare niente: poi la notizia, la madre gli è morta, così gli vengono concessi quattro giorni per il lutto, quattro giorni di sole e di libertà. E Gregorio torna in paese, tra gli ulivi liguri, in quella terra che gli ha dato i natali: incontra gli affetti di un tempo, la donna che ha amato e che scopre d’amare ancora, incontra il fratello Gilberto che gli dice della terra, di quella eredità che la madre gli ha lasciato. Non sa tante cose, ma di una è certo: vuole vivere, e per riuscirci ha una sola possibilità, tentare la fuga per farsi curare da un dottore che gli dà l’ottanta per cento di sopravvivenza contro il cinquanta se continuasse a farsi curare in carcere in Italia.  
Come in quel “Sole non è per noi” di Léo Malet, come ne “Il sole dei morenti” di Jean-Claude Izzo, Marino Magliani in “Quattro giorni per non morire” racconta la terra, o meglio la biografia-geografia di un uomo la cui vita è appesa a un filo: condannato a scontare anni in carcere, condannato a soffrire le febbri malariche che ha nel sangue. La lingua di Magliani è secca, senza sbavature: in certi passi sembra d’andare incontro a quel senso di stanchezza esistenziale che Cesare Pavese ha nobilitato nei suoi romanzi e racconti, e soprattutto in quel “Lavorare stanca”. E c’è l’ironia, quella del destino, un’ironia cruda come nei migliori romanzi di Nico Orengo tra “La guerra del basilico” e “La curva del latte”.
“Quattro giorni per non morire”, un noir che non è solo in nero, ma letteratura, disegno geografico dell’uomo, delle sue ambizioni, delle sue paure e speranze; un romanzo che parla della Liguria, che, alla fin dei conti, è la vera protagonista e che è il cuore più nobile bello storico e doloroso di Gregorio detto Colibrì, e dell’Autore, Marino Magliani
 
Marino Magliani è nato a Dolcedo, in provincia di Imperia, il 30 luglio del 1960. Scrittore e traduttore, ha pubblicato i romanzi Molo Express, Prove tecniche di solitudine (Centro editoriale imperiese) e L’estate dopo Marengo (Philobiblion). Vive e lavora a Ljmuiden, sulla costa olandese.
 
 
Quattro giorni per non morire - Magliani Marino – Collana SporeSironi – 156 p. - ISBN: 88-518-0062-6 –  € 12,90




Marino Magliani
- in foto: Marino Magliani -




Intervista a


 
Marino Magliani
 


 
“Quattro giorni per non morire”
 
 


 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
1. Domanda facile, o forse difficile: chi è Marino Magliani, autore oggi di “Quattro giorni per non morire” edito da Sironi Editore nella neonata collana spore? Di te si sa davvero poco, o sbaglio?
 
Faccio mie le parole dell’autore che amo di più, che è Francesco Biamonti: “La mia vita è da cancellare, i miei natali non contano nulla”.
Credo tuttavia che qualcosa di noi stessi valga la pena d’esser raccontato. A scuola (i miei studi sono stati disordinati, a una lunga frequentazione di istituti religiosi dove si facevano sei ore alla settimana di latino e altrettanti di letteratura classica, sono seguiti un paio di anni di scuola statale, anni sonnolenti, con professori pigri e impreparati, che entravano in classe con dieci minuti di ritardo)… A scuola, dicevo, mi affascinavano moltissimo le biografie degli autori, i loro carteggi.
 
Sono nato nel 1960, a Dolcedo, un paesino della vallata di Porto Maurizio, in un posto che a quei tempi funzionava da ospedale e ora è diventato un ospizio per anziani. I miei genitori erano olivicoltori e da bambino li seguivo su per le mulattiere, nel sole. La valle era una valle che finiva contro una spalliera di montagne, dalla valle non si andava da nessuna parte se non al mare, così, già fin da allora mi sembrava che da quella valle si tornasse solo indietro.
La solitudine era un bosco di ulivi zitti, di brusii di insetti, bambini con cui misurarsi non ce n’erano, in paese tiravo calci a un pallone sgonfio, per un vicolo in salita. Dovevo essere incredibilmente felice: mi pare di ricordare, avevo genitori che la sera mi venivano a salutare a letto, avevo un asino che portavo a bere alla fontana, avevo il vicolo, i portici, i vecchi che mi raccontavano storie di partigiani.
In seconda elementare, che frequentai nel paese di Dolcedo a un paio di chilometri da casa mia, mi rimandarono di lingua italiana (in quei tempi si dava un esamino); la lingua della valle era il dialetto, la maestra aveva chiesto di elencare dei frutti, i famosi pensierini, e io avevo consegnato il foglio bianco. Il mio vicino di banco - un bambino di un altro paese, di un’altra seconda elementare quindi, che era venuto a dare l’esamino di seconda nella scuola capoluogo della valle - ricordo che s’era messo fin da subito a buttar giù una sfilza di nomi di frutta: alzava un istante gli occhi alla finestra, guardava la fronda verde dell’albero, e come se avesse preso respiro, si rimetteva sul foglio a scrivere un’altra dozzina di nomi di frutta. Io ricordo perfettamente che mi sembrava così fin troppo scontato scrivere la mela, la pera, la susina, come, credo, facevano tutti. Bisognava scrivere frutta impossibile, esotica, dalle forme bizzarre, frutta piena di gusti, frutta nuova... Oppure bisognava scrivere nomi di frutta in dialetto, perché in italiano quella frutta lì non esisteva; mia madre fra poco non m’avrebbe mai dato una pera, un susina, ma ina peia, in brignun... Uno aveva addirittura scritto le olive (lo sentii bisbigliare alle spalle). Le olive frutti ? Ma eravamo matti, le olive frutti che dissetavano? Insomma non riuscendo a scrivere le cose per quello che in realtà erano o avrei voluto che fossero, lasciai il foglio in bianco.
Quell’anno avevo sentito dire che esisteva un posto che chiamavano collegio ed era tra la Liguria e il Piemonte, un posto dove vivevano tanti bambini e c’erano campi di calcio e di pallacanestro, parchi e saloni dove si mangiava tutti assieme, e camerate dove si dormiva tutti assieme. Così convinsi mia madre a mandarmi lì. Fu la prima volta che andai via da casa e non tornai mai più.
Lasciai il collegio a quindici anni, studiai irregolarmente, come ho detto, nelle scuole statali di Imperia, poi - e durante - mi imbarcai su un traghetto che portava i turisti in Corsica. Poi, tolta la parentesi del servizio di leva, vissi in Norvegia un’estate e una primavera, qualche inverno alle Canarie e qualche estate in un paesone sul mare dalle parti di Barcellona. Erano gli anni del boom degli italiani in Spagna e mi ero specializzato nel tradurre il menù dei ristoranti, i soldi non erano granché ma avevi assicurato per la vita un posto dove mangiare. Un giorno partii per il Sud America e vi rimasi più di un anno. Fu laggiù che imparai il lunfardo, il gergo che mi è servito per certi dialoghi de i “Quattro giorni per non morire”.
Al ritorno - mi avvicinavo ai trent’anni - mi fermai a vivere stabilmente in Olanda e mi venne voglia di cominciare a scrivere le cose che avevo visto durante quegli anni, ma mi accorsi che non avevo visto altro che boschi di ulivi.
 
 
 
2. “Quattro giorni per non morire” – qui lo dico e non lo nego – è un romanzo, un noir scritto in una lingua che punta alla perfezione, in un italiano che è tipico di pochi grandi autori: in certe pagine si ha netta l’impressione di trovarsi di fronte a quel mondo rustico e genuino e triste di Cesare Pavese ed Eugenio Montale. Non è una esagerazione, a mio avviso, dire che il tuo romanzo è Letteratura oltre ad essere una superba storia, un noir… Quali autori ti hanno influenzato per quelle che oggi sono le tue idee? gli stessi che hanno contribuito a maturare il tuo stile? E perché?
 
Noir o no, è difficile dirlo, noir come noir è la vita, o questa storia è tutto fuorché un noir... Io credo che ci siano cose che si possono definire diversamente ma non smettono di essere la stessa cosa. Mi viene in mente un aneddoto che mi raccontò proprio un vecchio noirista argentino a proposito dei generi. Un paio di amici una notte passeggiano per un viale alberato e vedono una macchina ferma in un angolino che sobbalza e vanno a vedere. Avvicinano la faccia al vetro, fanno schermo con le mani e si dicono l’un l’altro: perbacco, ci sono un uomo e una donna che fanno del sesso. Tuttavia se avessero la pazienza di aspettare la fine e chiedessero a quella donna, forse la risposta della donna sarebbe stata che aveva appena fatto l’amore.
Gli autori che sono stati importanti sono i vecchi seduti sui gradini, narratori di notti di sesso nei bordelli e di discese di partigiani e di colonne di camion di tedeschi, di condottieri partigiani come il dottor Felice Cascione, sorta di Che Guevara delle alti valle liguri, e del Cion Bonfante, di Cimitero, e storie di serpenti grossi quanto la gamba di un bambino che vivevano nelle pietre dei villaggi abbandonati. Affabulatori di epiche battute di caccia, di passaggi di disertori napoleonici, di tesori, occultati proprio da Napoleone in persona. Grandi conoscitori di una Liguria sotterranea, carsica.
Sono le cose che ho sempre cercato nei libri, che ho amato cercare nei libri, cose che sapevano di pioggia e di terra, da Pavese, certo, che mi ricorda gli odori della terra intorno al collegio di Mondovì, a Fenoglio, alla fuga oceanica della Questione privata che tento di riscrivere ogni volta e di fermare, fino a quel crollo, davanti al bosco... Dal Tabucchi di Pereira, al Marquez di Nessuno scrive al colonnello, per giungere ai liguri, al Calvino della Strada di San Giovanni, a Biamonti, al Conte di un libro per me importantissimo, Primavera incendiata, che mi ha aperto una strada, una finestra su una Liguria intimamente mitica e a me sconosciuta… alle sue poesie, ai versi dell’Oceano e il ragazzo, che attraversano e vanno ben oltre qualsiasi Liguria e regione: un giorno se mi leggerà il lettore del terzo millennio, saprà che c’erano gli alberi e i desideri, le palme e i pini, e gli eucalipti dalle foglie a quarto di luna, e le rose: chi non voleva più soffrire, e chi voleva amare tutto…
 
 
 
3. Leggendo “Quattro giorni per non morire”, ecco una storia che è, per così dire, non solo la biografia ma anche la geografia di un uomo in corsa contro il tempo per cercare di sfuggire alla mano impietosa della morte. Si respira un pathos forte, di ineluttabilità come nei migliori romanzi di Jean-Claude Izzo e Léo Malet. Il protagonista al centro del tuo romanzo, per un errore commesso in gioventù nell’America Latina, alle soglie del Duemila sa che ha una sola speranza - flebile a dire il vero – per tentare di salvarsi. Chi è Brì, o chi credeva di poter essere?
 
Certo, la geografia è senz’altro il personaggio centrale delle mie storie come è stato detto. E’ il posto dell’anima, e l’anima sa solo scappare.
Brì è uno che non ce l’ha fatta a restare, uno che, come dice lui guardando il tempio della memoria, capisce di non essere riuscito a suo tempo ad accanirsi come tutti gli altri contro le cose che gli stavano attorno, le cose della terra, la produzione agricola, la polemica degli agricoltori liguri contro le istituzioni che li abbandonano a se stessi. Uno che guarda e rimpiange di non aver chiesto un giorno, una sera d’estate, alla festa del paese, il ballo a una donna. Ma credo che i “Quattro giorni” debbano passare pure attraverso la lettura dei “segni”, la storia ha infatti un incipit in Sud America, laggiù inizia la fine e Colibrì lo sa, in mezzo a terre dove i fenomeni del cielo portano sventure, dove “ogni istante del presente è il minuscolo ingranaggio di una profezia che continua”. Colibrì sa che portando in Europa quel carico di coca “rosada” si caricherà della stessa sventura che il passaggio della cometa di Halley aveva annunciato a Hatahualpa. La profanazione dei cimiteri incaici col suo sentore di morte, come l’alito di un cane, il danno che una mano arreca a una farfalla pur non volendolo, Colibrì la sente, e quella notte, lungo la strada peruviana, che si ferma a guardare la Via Lattea, è come se egli l’avesse tutta quanta disperatamente davanti, in uno schermo, la sua corsa verso la fine.
 
 
 
4. Dario Voltolini, giustamente, scrive a proposito di questo noir mediterraneo: “Qui c’è un passato che riemerge, un futuro da giocarsi all’ultima mano. C’è una partita, c’è un rischio, c’è un dolore. C’è una trama che ti prende, una rete di affetti che non ti lascia, una scacchiera su cui muoversi con cautela e decisione”. Come ne “Il sole dei morenti” di Izzo e “Il sole non è per noi” di Malet, nel tuo romanzo “Quattro giorni per non morire” il sole è un simbolo, una speranza ma irraggiungibile. E’ il sole della Liguria, dove Brì torna dopo tanti anni, ma per quattro giorni soltanto, ritrovando il fratello e la madre morta, ma anche tanti altri affetti. Brì non si arrende alla morte; e però è come se fosse già morto. Il tuo personaggio lotta per sé stesso: solo per salvarsi la pelle? o ha un progetto di vita più grande all’orizzonte che non sia un semplice sopravvivere?
 
Certo, la luce nella scrittura mediterranea, in quella di Izzo, di Biamonti, di Orengo, e di un altro grande, quasi sconosciuto, Elio Lanteri, autore di una meravigliosa ballata, La ballata della piazzetta, dove si ha finalmente una Liguria non olearia, la luce è ciò che si insegue e ciò da cui si scappa per non farci male. Per me, la luce lascia solo intuire qualcosa, forse come da bambino, mi pare di ricordare, dalla luce invernale che si posava sugli ulivi, intuivo un mare ma non capivo dov’era.
Sì, Colibrì è come se fosse già morto, e questo può solo intuirlo in quella luce. Non so se lotta solo per salvarsi la pelle, per qualcosa che si stacchi dal semplice sopravvivere. Credo che lotti perché anche la lotta alla fine fa parte di quella profezia.
 
 
 
5. All’inizio, prima che Gregorio si ammalasse di una rara forma di malaria, che lo conduce sull’orlo della morte, si trova in Sud America, là dove ci sono civiltà sepolte e scomparse per sempre: solo per una questione di droga? per troppa sete di avventura nelle giovani vene?
 
Da una parte io credo che si trovi laggiù perché da sempre qualcuno deve andare via da un posto, non riesco a renderlo meno semplicistico. Dall’altra è laggiù perché ha seguito Leo, questo coetaneo arrivato a Fontanelle all’età di dieci anni e che ha allontanato il Colibrì dalle cose degli altri, dai giochi degli altri, l’ha introdotto nelle aree carsiche a cercare, da dilettanti archeologici, i segni. Alla droga Colibrì ci ha pensato laggiù, dopo il fallimento della spedizione, ha visto la possibilità di comprare per pochi dollari un prodotto che di là della pozzanghera avrebbe potuto vendere a cento volte tanto e l’ha fatto. Colibrì vive certo di cose lontane dagli altri, ma vive su questa terra: la materia è una calamita, i soldi, fino alla fine gli permetteranno o no, di seguitare a correre, di rallentare la conoscenza di quello che lui pensa sia il “dato”.
 
 
 
6. Gregorio ha un fratello, Gilberto: sono due personaggi agli antipodi eppure complementari. Gilberto è un uomo che definirei immobile, mentre Gregorio è un uomo che non può fare a meno del viaggio per il gusto di viaggiare. Sono entrambi un pezzo, un frammento della terra di Liguria, una radice e un vento: sono entrambi una tristezza sulle due facce di una uguale medaglia, quella del destino? E se sì, per quali motivi?
 
Gilberto è il solco provocato dalla macina, un uomo con un solo sogno - e Gregorio “Colibrì” sa che il sogno del fratello è a portata di realtà - essere l’uomo di una donna in una terra dove si è fino alla fine soltanto contadini. Gilberto è un uomo che insegue un premio e si aggrappa alle cose per “conservarle” come si cerca una compensazione.
Un uomo serio che quando capisce che il fratello vuole usare quei quattro giorni per non morire, ha paura, lui che non ha mai rotto un codice, ma accetta di rendersi complice, e si preoccupa che tutto sia pronto nei dettagli come se si trattasse in qualche modo anche della sua di salvezza. “Per quattro soldi tuo fratello, (vado a memoria) si vanta di averti portato via l’eredità” un vecchio confida al Colibrì l’ultimo giorno.
La roba dunque, averla e conservarla, se l’altro sogno non si realizzerà mai, non resta altro. 
 
 
 
7. E Leo, il grande amico di Gregorio, forse morto in un carcere cileno, trattato alla stregua di un volgare tombarolo, chi è per Gregorio, per la sua storia, per quella sua vita (forse) perduta per sempre?
 
Leo è un maledetto, dal carcere cileno manda una lettera al padre ricordando quando passava davanti alla chiesa del paese e lo vedeva ancora inginocchiato sulle panche dopo il Vespro, e ne aveva l’impressione di qualcuno che fa gli “straordinari “. Una lettera che è una sorta di testamento, dove racconta di quando col Colibrì da bambini avevano tentato di scalare terrazze e di perdersi negli ulivi per non sentirsi inseguiti già allora dalla morte. Leo é uno che ha bisogno da sempre di sapere fin da subito se gli dèi moriranno con noi. Durante i quattro giorni Colibrì, attraverso la lettura di un taccuino giunto rocambolescamente nelle sue mani, scopre che Leo poteva salvarsi, ma il codice dei maledetti, che non possiedono altro che il senso dell’amicizia, l’ha costretto a cambiare i suoi piani.
 
 
 
8. Leo e Brì, in gioventù, avevano amato la stessa donna. E Brì, leggendo il diario di Leo scopre qualcosa che riempie un vuoto, un vuoto esistenziale che forse noi tutti ci portiamo dentro, al di là delle nostre esperienze felicità pene. Possibile che “In quattro giorni per non morire” ci sia anche questa chiave di lettura?
 
Sicuramente. Colibrì, mentre con la guida Valaverde e Leo fuggivano attraverso i canneti e i valloni peruviani inseguiti dall’esercito, era stato molto malato, la febbre altissima, lo trasportavano come un morto. Egli ricorda di quel periodo solo un benessere, una stranissima felicità, “disumana”, e leggendo il taccuino di Leo spera finalmente di sapere qualcosa di più su quella felicità. Di sapere cosa aveva visto di là del solco. Una delle poche cose che scopre è che da “morto” chiamava il nome della ragazza bellissima che aveva amato. La ritroverà, durante i “Quattro giorni”, donna e ingrassata, usata, ma tornerà ad amarla. Anche lei scopre d’esserne innamorata, forse come certe donne provano a innamorarsi di chi si innamora di loro.
 
 
 
9. Hai già qualche idea per il tuo prossimo romanzo? Se sì, giusto un accenno.
 
Uso un termine del mio amico Davide Longo: sto trafficando con alcune storie. In realtà son quasi tutte in dirittura d’arrivo, nel senso che hanno solo più un grande bisogno di pulizia. Sono storie liguri, non so scrivere altro, contaminate da fatti di desaparecidos argentini e da fatti di guerra nostrana. Provo a raccontare la guerra che ha vissuto la nostra generazione, io in Liguria altri altrove, e l’ha vissuta come un rumore; la guerra era davvero rimasta come un rumore, l’abbiamo sentito in casa, siamo usciti a guardare e la fonte di quel rumore non c’era più, ma il rumore era ancora nell’aria ed era molto più di un eco.
Ultimamente ho lavorato alla storia di un soldato tedesco che ha combattuto in Liguria e decide di tornarci da vecchio. C’é sempre stato un po’ il mito da noi in vallata, del vecchio turista tedesco che conosce troppo, davvero troppo bene, mulattiere e scorciatoie, portici e scalinate, per non esserci mai stato... In realtà vorrei scrivere di questi moli olandesi, dei barconi da pesca che vedo dalla mia stanza, delle dune e del vento olandese, dei boschi che per entrarci devi fare il biglietto, dei palazzi che dopo trent’anni vengono buttati giù, di quartieri fantasma che spariscono, degli alberi, le cui radici sono aggrappate al nulla, alla pura sabbia e il vento, un vento che non smette mai, e che prima o poi sradica alberi e erba. Vorrei scrivere di questo mondo sempre in movimento, dove tutto diventa, dove la sabbia scava e si ammucchia altrove e basta un filo d’erba per fargli formare una duna e una stagione per non trovarla più.
 
 
 
10. Una domanda a bruciapelo, quasi maliziosa ma necessaria: a chi si rivolge “Quattro giorni per non morire”, chi dovrebbe leggerlo e perché?
 
Con un’arroganza di cui a tratti quasi mi compiaccio, ho sempre creduto che se mai fossi riuscito a dare al lettore il 10% della tensione che ho provato io nel leggerlo, forse avrei scritto una storia degna. Ecco, “Quattro giorni” é scritto per dare questa tensione. Da questo punto di vista credo quindi che sia un libro per tutti.
 
 
 
Grazie Marino: sei stato molto gentile e disponibile sottoponendoti (volontariamente) alla tortura delle mie domande.
 
Grazie a te, Giuseppe, ti ho risposto davvero volentieri.

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25 aprile - con Beppe Fenoglio

written by King Lear    - martedì, aprile 25, 2006




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Idiozia del pacifismo, stupido uomo bianco

written by King Lear    -


War by Chatterly

War by Chatterly



stupido uomo bianco
 

 
rassegna stampa


dell’idiozia pacifista
 



 
di Giuseppe Iannozzi
 

 
 
 
Queste riflessioni appartengono a un tempo non lontano, al marzo 2003.
Riflessioni in parte smentite, in parte no. Da chi? Dalla storia che non è capitolo chiuso, ma tempo declinato all’oggi purtroppo.
 
g.i.
 
______________________
 
 
 
“Non temo le parole dei violenti, mi preoccupa molto il silenzio degli onesti”
(Martin Luther King)
 
 
Allora, lo dico, lo ripeto, non so se l’ho già detto, ma la Pace gridata, mi dispiace, non funziona, è un articolo che si presta male all’importazione e all’esportazione anche. Facile, troppo, gridare, pensare di essere tutti un unico movimento per la Pace. In mezzo, la confusione, ecco quello che sento e penso quando vedo la Pace sfilare in strada accompagnata a urla e schiamazzi e bandierine. Vale l’illusione che tutti insieme si possa tirar giù di forza la pace, ma così non è, perché la pace non è né in cielo né in terra, non appartiene agli uomini e alle sue preghiere, non è manna che cade dal cielo. E’ strano, ma tutti sono pacifisti e, prima dello sgomento perché qualcuno la guerra l’ha promossa, c’è sentimento di paura, perché il megafono dei pacifisti tiene un volume troppo alto. Mi spaventa l’ALTO perché è sintomo di vertigine, e prima o poi si precipita, inesorabilmente a terra, in un punto qualunque; eppure questo punto è sempre abitato da almeno un eremita che blatera la religione del pressappochismo. Non ce la faccio davvero a pensare che la politica possa essere schierata con la Pace, concetto abusato da Destra e Sinistra. C’è chi la difende a forza di pietre, c’è chi si immola sul suo altare, ma è comunque pericoloso atto umano che a nulla conduce. Se mi guardo attorno, sento parole, una valanga che precipita nella coscienza dell’opinione pubblica, che messa alle strette decide di sventolare la Pace facendola prigioniera di un balcone.
Susan Sarandon e il marito Tim Robbins, Sean Penn e Laurence Fishburn, poi il trio femminile country delle Dixie Chicks, la voce del gruppo, Natalie Maines, Sheryl Crow, i Limp Bizkit, persino Shakira (che intanto promuove il suo tour mondiale con tanto di videoclip dove si fa bella mostra a pieno schermo della bandiera a stelle e strisce, giusto per sottolineare l’incoerenza), sono solo alcuni nomi, nomi che l’America non può sopportare. Ma la ciliegina sulla torta è Madonna che da brava trasformista è diventata pure lei antiamericana. E intanto, l’America guarda male a questi artisti impegnati e li ha già segnati sul suo libro nero: par quasi che si stia vivendo un’ondata di neo-maccartismo. Ma quanto c’è di vero in questi artisti che dicono e si mettono in mostra per il loro buonismo improvvisato, forse sincero, ma pur sempre soggetto alle regole del mercato della moda delle idee? Probabilmente la sincerità è quella di odiare la guerra, ma è anche mezzo per farsi discreta pubblicità. L’America domani li perdonerà e li accoglierà di nuovo fra le braccia della Statua della Libertà, perché le mode sono fatte per essere vissute e subito trasgredite quando non sono più alla moda. E’ tutto previsto, organizzato, anche il neo-maccartismo è una moda che gli USA&GETTA stanno promuovendo come prodotto, accessorio per le sfilate in passerella, o se preferite, per le marce in favore della Pace.
Tutto questo l’ho già detto, ma lo ripeto, non mi piace, non mi interessa affatto sapere che fuori c’è “chi” ha deciso che la Pace sia un accessorio per le passerelle. Giovanni Lindo Ferretti, leader storico dei CCCP, CSI e ora dei PGR, recentemente, con molta coerenza ha detto: “Faccio fatica a parlarne, anche perché mi rendo conto di poter suscitare polemiche. La pace non è una soluzione, è una parte enorme della questione. La condizione umana è contingente, determinata da una serie infinita di problemi. Non accettare il fatto che il mondo vive una serie infinita di cambiamenti incredibili e veloci, urlare Pace!, Pace! in un tempo in cui molto intorno a noi è guerra, è come urlare Sanità! Sanità! in una corsia d’ospedale. Tutti noi vorremmo vivere in pace, tutti noi vorremmo essere sani: non sempre è possibile, non sempre è plausibile, non sempre ce la fai. In Jugoslavia io non volevo credere all’esistenza di una guerra durata anni e anni e che noi consideravamo alla stregua di una guerra in Patagonia. Io da lì ho cominciato un orribile percorso intellettuale che cercava di fare dei conti che nessuno intorno a me voleva fare. Lo dico con tristezza: quello che penso della guerra è molto diverso da quello che pensa il mio mondo. Io non so cosa farci. Viviamo in un mondo che si è fatto della condizione umana un’idea un po’ troppo superficiale e può capitare di doverla pagare. Agli jugoslavi è successo. Non sono cose che possono essere risolte con una battuta o con una bandierina alla finestra”. Come non essere d’accordo? Io, il 7 aprile al Teatro Regio di Torino c’ero e c’erano anche i PGR al completo: Ferretti e compagni non hanno detto una sola parola contro la guerra e soprattutto non hanno sbandierato una inutile bandiera pacifista. Hanno suonato e cantato, hanno infiammato il pubblico per due ore e mezza, e la musica è stato il vero messaggio di protesta, un messaggio gridato con saggezza che è propria di chi sa quando è il momento di non stuprare le idee per venderle al pubblico. Diceva Martin Luther King: “Non temo le parole dei violenti, mi preoccupa molto il silenzio degli onesti”. Forse oggi suona male, forse suona meglio “non temo le parole dei violenti, mi preoccupa molto l’abbaiare di chi si dichiara onesto (pacifista).” Anche io ho detto slogan, anche io purtroppo. Ma è tempo di tacere con giudizio, bisogna tacere per non rendersi ridicoli, per non far la fine del pacifista in passerella.
Michael Moore, regista di “Bowling for Columbine”, ha detto attraverso il suo sito: “Sembra che l’amministrazione Bush nel giro di qualche giorno avrà completato con successo la propria colonizzazione dell’Iraq. E’ un errore di tale portata che lo pagheremo per gli anni a venire. Non valeva la vita di un singolo ragazzo americano in uniforme, tanto meno le migliaia di Iracheni che sono morti, e le mie condoglianze e le mie preghiere vanno a tutti loro. [...] Al momento quello che mi preoccupa maggiormente è che tutti voi – la maggioranza degli Americani che inizialmente non appoggiava questa guerra – non vi facciate zittire o intimidire da quella che sarà propagandata come una grande vittoria militare. Ora, più che mai, le voci della pace e della verità si devono poter sentire. Ho ricevuto un mucchio di lettere da gente che sta provando un profondo senso di disperazione e crede che la propria voce sia stata soffocata dai tamburi e dalle bombe del falso patriottismo. Alcuni sono spaventati dell’emarginazione sul posto di lavoro o a scuola o nei quartieri per essere stati attivi sostenitori della pace. Gli è stato detto e ridetto che non è ‘appropriato’ protestare una volta che il paese è in guerra, e che il loro dovere ora è di ‘sostenere le truppe’… Bene, la buona notizia – se ci può essere una buona notizia questa settimana – è che non solo né io né altri sono stati ridotti al silenzio: milioni di Americani che la pensano allo stesso modo si sono uniti a noi”.
E ancora Michael Moore in una lettera al presidente George W. Bush, “Per favore, caro presidente mandi in Kuwait le sue figlie” pubblicata su “La Repubblica” il 21 marzo 2003: “Caro Presidente Bush, e così è venuto il giorno che lei chiama ‘il momento della verità’. Sono lieto di sentire che questo giorno è finalmente arrivato. Perché, glielo devo proprio dire, essendo sopravvissuto per 440 giorni alle sue bugie, non ero sicuro di poterne sopportare ancora. Ho anch’io alcune piccole verità da condividere con lei:
1) Non c’è nessuno in America che sia felice di andare alla guerra. Esca dalla Casa Bianca e cerchi in qualsiasi strada d’America almeno cinque persone felici di andare ad uccidere gli iracheni. Non li troverà. Perché? Perché nessun iracheno è mai venuto qui a uccidere uno di noi.
2) La maggioranza degli americani ovvero quelli che non hanno mai votato per lei non ha perso la testa. Sappiamo bene cosa affligge le nostre vite quotidiane: due milioni e mezzo di posti di lavoro persi da quando lei si è insediato sulla poltrona presidenziale, la borsa diventata ormai un gioco crudele, la benzina a due dollari. Bombardare l’Iraq non risolve nessuna di queste questioni.
3) L’intero mondo è contro di lei, Signor Bush. E tra di loro metta anche i suoi compatrioti Americani.
4) Il Papa ha detto che questa guerra è sbagliata, che è un peccato. Il Papa! Quanto ci vorrà prima che lei realizzi che è solo in questa guerra? Naturalmente, non la combatterà personalmente. Lascerà che altri poveri disgraziati lo facciano al posto suo, proprio come lei fece ai tempi del Vietnam. Si ricorda, vero?
5) Dei 535 membri del Congresso, solo uno ha un figlio o una figlia nelle forze armate. Se vuole difendere l’America, per favore invii ora le sue due figlie in Kuwait. E lo stesso facciano tutti i membri del Congresso che abbiano figli in età da militare.
6) Certo, i francesi possono anche essere dannatamente noiosi. Ma non ci sarebbe stata l’America se non fosse stato per i francesi, per il loro aiuto nella guerra rivoluzionaria. La smetta di pisciare sui francesi e li ringrazi. Ma sorrida, questa guerra non durerà a lungo perché non saranno poi tanti gli iracheni pronti a sacrificarsi per Saddam. Si impegni nella vittoria, sarà un bel viatico per le prossime elezioni. Mantenga viva la speranza! Uccida gli iracheni che rubano il nostro petrolio!!!
Suo, Michael Moore”
A questo punto o Michael Moore è uno con le palle quadrate o abbiamo a che fare con un geniale dilettante, che ce lo sta mettendo dabbasso e noi manco ce ne siamo resi conto affamati come siamo di trovare un antiamericano tra gli americani. Oggi, forse, non si sta facendo una buona pubblicità, ma la guerra finirà, e Bush non sarà più insediato alla Casa Bianca. Le guerre non giovano all’immagine pubblica e politica di nessuno, e Bush domani sarà ricordato veramente male, mentre Michael Moore potrebbe persino proporsi lui come presidente. Perché no? In fondo, un attore hollywoodiano l’America l’ha già promosso Presidente: Ronald Reagan non è stato un film, è stata la realtà. Se domani Moore venisse eletto Presidente, non sarò io a dichiararmi incredulo. No, Moore, con tutta probabilità non sarà Presidente, ma intanto sta facendo tesaurizzazione di buoni propositi, che domani gli frutteranno un bel po’.
Intanto “Stupid White Men” di Michael Moore è già in libreria anche in Italia e promette di diventare uno dei titoli più venduti del 2003, un libro-accusa contro l’amministrazione Bush che in America – sottolineo in America non altrove – ha venduto oltre 600.000 copie. Bene, allora l’America non è così cattiva come la disegnano i giornali, forse qualche bravo americano onesto c’è ancora. Indubbiamente. Peccato che 600.000 anime sono niente in un territorio che vanta una popolazione di…! Pensate, New York City da sola conta 7.380.906 milioni di abitanti: 600.000 anime pie sono una briciola.
Il pacifismo, la protesta, sono diventati capitale da investire per il futuro, un capitale che frutterà soldi e gloria. Ma già sta fruttando oggi questo capitale: i tanti pacifisti dell’ultimo momento, italiani e non, quelli che lo sono da sempre, si sono impegnati alacremente a dar corpo a libri, commedie teatrali, gadgets, tutto in nome dell’anima del commercio pacifista. Magari i fondi raccolti attraverso questo commercio verranno destinati “in missioni umanitarie”, ma chi sarà promotore degli aiuti di oggi e di domani? Chi? E chi ne godrà? 
In Iraq, le milizie americane dopo aver fatto i porci dei comodi loro - hanno ammazzato per il semplice gusto di ammazzare, perché Saddam Hussein non l’hanno mica beccato, e poi beccare Saddam era tutta una scusa per mettere le mani sui pozzi di petrolio, io la vedo così – e adesso, tentano di formare una polizia locale. Ma chiaramente, il nuovo regime militare sarà americano. Niente di strano fin qui, nel senso che da certi americani non ci si poteva aspettare nulla di diverso. Ma ora, ciò che mi preoccupa è che gli americani per formare questo “regime poliziesco di pulizia etnica” hanno chiesto aiuto agli iracheni. Ma quali iracheni? Ex agenti che si dice esser stati contattati perché ostili a Saddam prima che venisse rovesciato il regime di quest’ultimo. E questi ex agenti, io non li vedo affatto bene: chiaramente sono al soldo di Bush, ma la caduta di Baghdad è avvenuta troppo facilmente. E’ stato come tagliare un panetto di burro con una piuma. Sospetto che proprio questi iracheni venduti abbiano operato affinché le forze angloamericane entrassero a Baghdad senza troppi problemi. Intanto due di questi agenti venduti a Bush si sono appellati attraverso il network arabo al Jazeera agli ex colleghi “per ricostruire insieme l’Iraq”. Quale Iraq? I saccheggi continuano e i network propongono immagini di iracheni festanti perché Saddam non c’è più. Ma stranamente sono gruppetti quelli che i network ci fanno vedere, gruppetti pagati per far pubblicità ai marines liberatori americani? Basta spostare l’occhio dalle immagini proposte in tv, perché ci si renda conto che il popolo iracheno è smembrato e vige la legge della giungla: il più forte prende tutto e il debole (bambini, anziani, malati, ecc. ecc.) soccombono. I saccheggi, si dice, che siano concentrati soprattutto nelle case degli alti esponenti del regime, ovviamente tutti irreperibili (!). Ma non è vero. Non per me. I saccheggi sono in ogni angolo dell’Iraq, o meglio in un territorio ormai invaso dai marines e, soprattutto, dalle mafie locali. A Kut, nel sud est dell’Iraq, sono in molti a paventare attentati terroristici da parte dei paramilitari asserragliati nello stadio, che vorrebbero interferire coi piani dei leader locali intenzionati a lasciare la città alle forze della coalizione. E intanto il comando americano di Doha ha reso noti i nomi dei cinquantacinque super ricercati del regime iracheno. In testa, ovviamente, Saddam e i figli Qusay e Uday. Una vera e propria caccia all’uomo o solo una finta? Saddam si dice che sia morto. Una leggenda vuole addirittura che si sia sottoposto a una plastica facciale. Per me Saddam è sporco, anche lui al soldo di Bush, o almeno lo è stato. Ha consegnato Baghdad agli angloamericani e di lui non c’è più traccia, ma, stranamente, gli ex agenti iracheni contro Saddam, non contenti del ruolo infame di Giuda, adesso collaborano con i “terminatori etnici made in USA”. Jalal Talabani, un leader curdo, ha affermato che collaborerà per la creazione di un Iraq democratico ma pretende allo stesso tempo di conservare l’autonomia per la sua etnia; ma quale autonomia? L’Iraq è stato venduto agli americani e io sospetto che sia stato lo stesso Saddam. Se le cose stessero veramente così, allora… Non voglio trarre conclusioni affrettate, perché ho già disegnato un quadro fantapolitico abbastanza orwelliano, ma forse in questo mio delirio c’è qualcosa di vero, qualcosa che è solo possibile intuire e che non si può dimostrare, ma ciò non significa che abbia detto solo stronzate. Che sia l’intuizione forma e mezzo per conoscere verità altrimenti impossibili da mettere a nudo? Non lo so. Forse sono solo mie paranoie, ma non ci vedo giusto. Troppi elementi non quadrano, insomma all’orizzonte, per quanto poco chiaro sia, vedo puzzolenti carogne; e il naso non m’inganna. E anche se Saddam non fosse (stato) al soldo degli americani, se Saddam fosse già morto stecchito, adesso gli USA darebbero la caccia a un fantasma? Perché? Quale l’interesse nascosto oltre l’avere la testa di Saddam Hussein? Non lo so. Non ancora.
Ma so di per certo che l’Iraq non esiste più: è diventato territorio di una milizia mafiosa irachena e angloamericana, che ha come precipuo interesse quello di attuare “pulizia etnica”, “terminare gli oppositori”, quelli che guardano male ai marines, ai fottuti liberatori. Mi dispiace, ma gli americani, il governo, quelli che hanno distrutto, ammazzato, tutti quelli che si sono promossi volontari nazisti, non li posso assolvere, non li perdonerò oggi né domani; e se un dio disgraziato esiste in cielo o all’inferno o in qualsiasi dove, anche lui è colpevole quanto e più di Bush, Blair, Berlusconi & Affini, e anche questo dio ipotetico non merita assoluzione alcuna. Le telecamere puntano i loro obbiettivi su gruppetti sparuti di iracheni festanti, ma io penso che questi iracheni che gridano “W gli americani” siano stati costretti con la forza o pagati. La verità è là dove gli obbiettivi delle telecamere non arrivano. Le telecamere, qualche volta per sbaglio di regia, hanno inquadrato anche la disperazione e la sofferenza, e forse gli operatori non ne erano neanche coscienti. Hanno catturato frammenti di una devastazione senza confini, frammenti che dicono più di mille parole. Ma proprio per la loro caratteristica d’esser “frammenti di orrore e miseria”, sono passati inosservati agli occhi dei meno attenti. Ciò che rimprovero ai giornalisti è di aver ricercato a tutti i costi lo scoop, quello d’effetto, e di aver dedicato poca o nulla attenzione a tutto l’intorno fuori dal loro obbiettivo. Nutro tema che non tutti si siano resi conto di ciò, ovvero che la guerra è stata magnificata quasi fosse un evento da godere. Noi abbiamo visto, noi che abbiamo occhi attenti, ma molti hanno chiuso gli occhi per difendersi dalla crudeltà della guerra, o forse solo perché questi frammenti di orrore sono passati velocemente sugli schermi delle tv. Adesso stanno smontando tutti le tende: vige l’anarchia del più forte, e il cibo gettato a terra, l’acqua distribuita malamente, e i pochi medicinali, quelli sono, purtroppo, un lusso che solo pochi giovani riescono a prendere con le loro proprie mani febbricitanti di paura e sgomento. Gli anziani, i bambini, le donne, avranno mai la possibilità di ottenere un minimo sollievo dagli aiuti umanitari? Temo di no.
In Iraq c’è confusione panica. Gli americani, loro che si definiscono liberatori, adesso vogliono la testa di Saddam. Hanno fatto terra bruciata di tutto, e se la sono lasciata alle spalle. Chi ne paga le conseguenze è il popolo iracheno. E se domani arriveranno degli aiuti *reali*, come saranno gestiti? Chi li gestirà? Probabilmente iracheni mafiosi al soldo degli USA.  
Intanto alcune voci ufficiose fanno pensare che presto gli americani muoveranno guerra contro la Siria.
E in mezzo a tutto questo disumano sfacelo, il museo archeologico di Baghdad è stato saccheggiato, la biblioteca è stata data alle fiamme. E nessuno ha fatto niente. I predoni hanno danno alle fiamme tutta la storia dell’Iraq, hanno saccheggiato: sono al soldo di Bush? Temo di sì. E infatti, i marines voltano il capo facendo finta di nulla. In pratica, lasciano che siano gli sgherri iracheni al soldo degli americani a fare questo sporco lavoro di cancellazione della memoria storica-culturale che, comunque, presto o tardi, avrebbero fatto con le proprie mani made in USA&GETTA. 
Se non è stata presa alcuna contromisura è perché Bush mirava anche all’annientamento storico e culturale del popolo iracheno. Anche di questo Bush dovrà rispondere... Tanti dovranno rispondere delle loro azioni… Mi chiedo quando sarà, e se sarà.
Il Comando centrale statunitense ha iniziato a ritirare le forze aeree dispiegate nello scacchiere del Golfo: il Pentagono ha spiegato la decisione come diretta conseguenza delle parole dell’amministrazione Usa, secondo cui le battaglie campali “sono ormai alle spalle”. Ritirati i bombardieri stealth B-2 ora presso la base aeronautica Whiteman, nel Missouri, ritirati i caccia F-117 ora presso la base statunitense di Holloman, in Nuovo Messico, il Pentagono dice che sono stati tutti destinati ad altre missioni, ma molti sono stati messi “in garage”. Le forze americane stanno accelerando le procedure di ritiro dall’Iraq, anzi se ne sono già andate: sono ormai rimasti pochi “capetti”, che non è escluso che loro compito principale (personale) sia di raggranellare qualcosa.
La CCN italiana commenta tutto ciò così: “Si sta aprendo, dunque, una nuova fase nella strategia militare americana in Iraq. Le forze di impatto cessano di avere una funzione principale e d’ora in poi saranno impegnate solo le unità terrestri, chiamate a controllare e stabilizzare la regione, e l’aeronautica, chiamata a controllare i cieli sopra Baghdad. Il primo obiettivo, ora, diventano le armi di distruzione di massa.”
Dunque qualcuno resterà in Iraq… Gli americani hanno deciso che, in fondo, il mezzo migliore per uccidere gli uomini è ancora l’uomo, infallibile corruttibile macchina da guerra. “Non temo le parole dei violenti, mi preoccupa molto il guerreggiare di chi si dichiara onesto pacificatore”, questo dico io. E in ultimo: “Mai più pubblicità alla guerra e al facile pacifismo.” 

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Generazione Post-Tondelliana

written by King Lear    - lunedì, aprile 24, 2006


Pier Vittorio Tondelli



PIER VITTORIO



TONDELLI
 



Che diavolo ha da dire

la generazione post-tondelliana?
 




 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 



 
1. “Dove mai esiste più quella gioventù dalle lunghe giornate e lunghe nottate, che non sa che fare né dove andare, annoiata ma per verginità e vuoto intorno, non per sazietà e vuoto interiore come oggi?” (Italo Calvino, intervistato da Carlo Bo; “L’europeo”, XVI, 35, 28 Agosto 1960)
 
 
Che cosa è successo dopo Pier Vittorio Tondelli? Probabilmente nulla o, forse, tutto.
Ma la tentazione è quella di pensare che non sia accaduto niente di importante, forse solo un po’ “tanto rumore per nulla”. Quello che intendo dire è che le nuove generazioni di scrittori non hanno saputo andare oltre Tondelli, anzi sono tornate indietro producendo inutili romanzi generazionali. Tondelli aveva indicato una linea di confine: “E’ occorso del tempo per capire, dentro di me, che pur essendo figlio di una più vasta cultura occidentale, pur essendo un inguaribile estimatore di musica pop e rock, pur essendo un consumatore di cinema americano e di letteratura della beat generation, sono anche profondamente emiliano. E, in questo senso, legato alle mie origini in quel modo tutto particolare - generoso, forse - esuberante e ansiosamente malinconico che hanno i personaggi della mia terra.” (Pier Vittorio Tondelli - estratto da Un racconto sul vino).
Ma questo confine è stato attraversato e oltraggiato senza spingersi realmente avanti: chi ha sconfinato, lo ha fatto con piena coscienza, e l’ha fatto camminando indietro, per così dire. I romanzi generazionali sembrano essere la marmellata degli editori piccoli e grandi.
Tondelli era tondelliano e questa sua qualità gli permetteva di non essere stupidamente generazionale: “La sua diversità, quello che lo distingue dagli amici del paese in cui è nato, non è tanto il fatto di non avere un lavoro, né una casa, né un compagno, né figli, ma proprio il suo scrivere, il dire continuamente in termini di scrittura quello che gli altri sono ben contenti di tacere. La sua sessualità, la sua sentimentalità si giocano non con altre persone, come lui ha sempre creduto, finendo ogni volta con il rompersi la testa, ma proprio nell'elaborazione costante, nel corpo a corpo con un testo che ancora non c’è.” (Pier Vittorio Tondelli – estratto da Camere separate)
Oggi chi ha amato P.V. Tondelli e si dichiara tondelliano, in verità è solo generazionale, ovvero uno che scrive di sé pensando solo a sé stesso e non a un “noi” sociale, è uno che crede di essere, allo stesso tempo, un novello Kerouac e un classico amante tondelliano. Ma prima di guardare agli scrittori italiani, uno sguardo al panorama d’oltreoceano è opportuno: dopo Jack Kerouac, il simbolo di una intera generazione è stato Jerome David Salinger, ma anche Holden per quanto goda ancora di ottima salute era destinato ad essere sostituito da un altro mito, Thomas Pynchon, un arcobaleno apocalittico di gravità che ha messo tutti d’accordo, anche il nostrano Luciano Ligabue.
Gli anni Ottanta hanno visto i giovani schierarsi o con Salinger o con Pynchon, perché questi anni davvero bui non hanno avuto un loro mito, solo quello che vive il tempo di dieci anni al massimo; ma più spesso la generazione drive-in si è completamente disinteressata della sua salute sociale, si è dimenticata in un parcheggio o su una panchina di un anonimo parco pubblico. E per fortuna che a salvarli c’è stato Tondelli, che non si diceva scrittore generazionale; tuttavia Tondelli è un caso limitato all’Italia (!), mentre fuori nessuno ha salvato nessuno dal vuoto o dalla scelta obbligata fra Pynchon o Salinger. Finiti gli anni Ottanta, dopo le stragi annunciate delle siringhe e cadaveri abbracciati alle panchine dei giardini, oltreoceano uno si sveglia e dice che è tempo di parlare della Generazione X, ma anche di quella Shampoo. Douglas Coupland si impone come guru: i giovani sbandati lo seguono e sembrano mettere la testa a posto, ma poi se ne viene fuori Irvine Welsh, quello di Trainspotting, e di nuovo il ciclo dei dannati prodotti in massa dall’idiozia modaiola ricomincia a invadere le pagine di cronaca nera dei giornali. “Trainspotting” diventa bibbia underground di tanti e Coupland se ne muore nella dimenticanza. Fine dei buoni propositi, quelli di Coupland. Welsh contamina le menti dei giovani, insegna loro la logica dell’ecstasy, del nichilismo. Kurt Cobain si suicida, Coupland lo piange in una polaroid, mentre Welsh continua a infarcire le sue pagine di ecstasy. Gli anni Novanta si chiudono, per fortuna, e Welsh sembra esser stato dimenticato. Inizia il Duemila, nessun mito preciso quanto temporaneo, solo meteore velocissime, ma ecco che Welsh torna ad imporsi: “Porno”. Be’, niente di grave. Resuscitare i personaggi di “Trainspotting” e buttarli dentro le pagine di “Porno” serve a poco: i giovani adesso stanno dietro ad altre cose, e Welsh che si inventa un Trainspotting adulto e pallidamente bukowskiano non interessa più, nessuno se lo caga.  
Ma in Italia, da noi c’è stato P.V. Tondelli, uno che era tondelliano come ho già detto, uno che ha salvato tanti fin tanto che è stato in vita, ma dopo i giovani si sono persi, hanno fatto di testa loro, troppo; hanno dimenticato Tondelli e hanno prodotto romanzetti generazionali dicendoli tondelliani. No, niente di Tondelli c’è nelle pagine di Silvia Ballestra, Aldo Nove, Giulio Mozzi, Simona Vinci, Enrico Brizzi, Niccolò Ammaniti, Aldo Busi, Andrea De Carlo, Giuseppe Caliceti, Marco Mancassola. Sarebbero questi i personaggi dell’era post tondendelliana? In parte sì. Tolto Aldo Busi che è profondamente busiano, e Caliceti, gli altri sono spudoratamente generazionali. Perché Brizzi non è brizziano, ad esempio? Semplice è la risposta: essere squisitamente originali è difficile, soprattutto quando si parla di sé stessi cercando di rappresentare la società intera, quindi Brizzi non può essere brizziano, ma solo generazionale, uno che parla di sé. Ma Brizzi è in buona compagnia, si fa per dire: Ammaniti, De Carlo, Mozzi, Mancassola, ecc. ecc. gli stanno dietro e non si schiodano dalle sue spalle. Renato Barilli, in “Ricercare e la narrativa nuova-nuova”, evidenzia quanto segue: “Tutto era cominciato con Tondelli. Se Le piccole vacanze di Arbasino diede agli italiani, alla fine dei Cinquanta, l’impressione "di avere una società", come scrisse allora Calvino, è certo invece che Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, uscito all’alba degli Ottanta, diede a quegli italiani, o meglio ai loro nipoti, una fragorosa smentita. Altri ormai i destinatari della letteratura: non più la élite generale del gusto (o insomma, la mitica "borghesia colta") ma un pronome plurale: quel "noi" che il narratore Tondelli pronunciava con decisione nelle pagine di Altri libertini. Era un "noi" davvero strano: le sequenze del libro sembravano l’autocelebrazione epica di una nuova, vitalistica e prorompente, generazione capace di sentimenti e di antagonismo. Non era solo la maschera di un autore pieno di talento, che di quella generazione voleva raccogliere le storie. No: in una certa misura, davvero quel "noi" del soggetto della narrazione si identificava con l’oggetto. Tondelli sapeva già che il suo pubblico era limitato a quello stesso "noi": una esplosione-implosione di intelligenza, sapere, gusto, creatività che intuiva la condanna a rimanere puro margine, per i decenni a venire, scaglia giovanile sospesa e schiacciata tra l’estetica del dandismo di massa, figura malinconica della rivoluzione perduta o impossibile, e l’altrettanto impossibile sfera della produzione, rigorosamente assente o riservata ad altre carriere, altri istituti universitari che il Dams.
Pier Vittorio Tondelli, alto e gentile, è morto a 36 anni di Aids. Questo non ha, in tutta evidenza, nulla a che fare con la sua letteratura: già molto definita però, perché 36 anni è una bella età, è già una vita lunga, e Tondelli l’ha riempita di altri libri, di riviste, di progetti per ascoltare i nuovi "giovanissimi" ormai a lui alieni, più freddi e meno dissipatori di sé. Soprattutto, è uscito da quel "noi" un po’ asfittico per dispiegare una sua grande abilità di entertainer, pienamente godibile nel lungo e polifonico romanzo Rimini, del 1985, senza equivalenti in quegli anni; e risuona ancora, nel suo mix di suoni e voci e storie e digressioni, nel ritmo sempre fluido e serrato, come la nota forse più originale di Tondelli. Fedele alla sua stella, alla singolare fiducia che narrare sia, nel vuoto del mondo, l’unico modo per "continuare ad esserci”.  Silvia Ballestra, Aldo Nove, Giulio Mozzi, Simona Vinci, Enrico Brizzi, Niccolò Ammaniti, Andrea De Carlo, Marco Mancassola, non ci parlano di “un noi”, ci parlano di loro, di sé stessi, fanno le radiografie al loro Ego, si mettono in mostra, insomma, sono profondamente noiosi. Tentano indarno di tradurre l’”io” in un “noi”, ma il risultato, lasciatemelo dire, è a dir poco penoso. In quarta di copertina, Edoardo Sanguineti spiega brevemente “Battito animale”, romanzo di Giuseppe Caliceti, anche lui scrittore post-tondelliano: “…Ma perché l’epopea, in Caliceti ossessiva, della discoteca ( di quella discoteca, di quella Fonderia Italghisa alla quale ha dedicato, cinque anni fa, il suo primo romanzo) è il luogo (il non-luogo) di tutti i luoghi ( i non-luoghi) in cui si rivela un passaggio davvero epocale, per una volta, e non una semplice svolta calendariale. L’avvento della globalizzazione è miniaturizzato nella metamorfosi della Fonderia, che, morta e trasfigurata, diventa il Rex Cafè nelle mani del Mago. Perché ‘ vera password è una sola, COMUNICARE!’… Caliceti ha colto perfettamente, secondo me, lo spirito dell’ultimo capitalismo trionfante: dare a ognuno ciò che si aspetta, ecco la nuova regola! Solo ciò che si aspetta! Né più né meno! Ciò che si aspetta è esattamente ciò che si merita. Fine!…Realisticamente critico, allegramente feroce, disperatamente grottesco e patetico, questo romanzo, è nel suo linguaggio come nella sua struttura, un testo che aiuta davvero a intendere il nostro presente come storia, scavando tra l’affascinante orrore e le miserabili meraviglie di quello che, per solito, si designa, piuttosto arcaicamente e certo assai impropriamente, come la postmodernità”.  Io nutro grande rispetto per Sanguineti, uno dei migliori intellettuali del nostro paese, ma quando ho letto ‘sta cosa mi si sono rizzati i pochi capelli che ho in testa. Eppure, Sanguineti non ha tutti i torti, perché, forse solo Caliceti riesce a dire qualcosa che possa valere per tutti e non solo per sé stesso. Busi, l’ho già detto, è profondamente busiano, quindi emancipato, grande, e Caliceti sta cercando di diventare grande con il suo battito animale. Dice Giuseppe Caliceti: “Non si può dire che Tondelli o Salinger siano autori giovanilisti solo perché parlano di adolescenti. Devo dire piuttosto che mi piace molto quello che ha scritto nel risvolto di ‘Battito animale’ Sanguineti, che mette in luce l’aspetto allegorico della discoteca, metafora dell’Italia di oggi. Questo mi interessa. Tondelli ( quello soprattutto di “Altri libertini” e “Pao Pao” ) è senz’altro il primo a cui mi sono riferito, ma molto di più ho tenuto presente Céline e, tra gli autori di oggi, Antonio Moresco, che certamente non è uno scrittore giovanilista… Lavorare sul linguaggio significa prendere atto che la lingua è qualcosa di vivo e che viene reinventata soprattutto dal mondo giovanile, dove si assiste a un fenomeno che ritroviamo in qualsiasi latitudine e in qualsiasi ceto: le parole più nuove e varie appartengono al vocabolario erotico perché ha a che fare con l’oggetto desiderato. La mia è una volontà tesa a stare su una linea di tradizione orale, che è la lingua di oggi, sporca anche, ma attuale, parlata.” Giuseppe Caliceti sta maturando, si sta emancipando, parla di sé ma anche di noi, e non è detto che domani non possa essere profondamente calicetiano.
Chi invece mi ha profondamente deluso è Simona Vinci: “Come prima delle madri” aveva la pretesa di essere un gran bel “noi”, ma è un noi a metà senza stile, i personaggi si muovono sotto la pesantezza d’un destino teatrale, risultano credibili poco o nulla. La Vinci ha tentato d’esser un po’ come Moravia e Mario Rigoni Stern, ha condito “Come prima delle madri” con un po’ di Ken Follett, e ha dato alle stampe un libro davvero brutto. Unico suo merito quello d’aver tentato di non parlare di sé stessa. E questo è l’unico merito che, per il momento, mi sento in dovere di riconoscerle.
Brizzi, meglio se lasciamo perdere. Ammaniti e De Carlo lasciamoli parlare… tanto hanno ancora molta voglia di parlare di sé stessi, e ormai sono arcisicuro che mai diventeranno adulti. Il primo crede d’esser il Pynchon italiano e continua a gridare che lui non ha paura, insomma è un po’ malato, il secondo invece corre dietro a trenini di panna presi d’assalto da improbabili indiani. Meglio lasciarli sognare, tanto non fanno male a nessuno, solo a chi ne segue le loro orme, come Gabriele Salvatores che dal romanzo “Io non ho paura” di Ammaniti ha ricavato la sceneggiatura per il film più brutto della sua carriera: “Ho una sorella come il protagonista (e come Niccolò Ammaniti) con cui anch’io, come Michele, avevo un conflittuale rapporto d’amore, anch’io come Michele spiavo a volte i dialoghi dei miei genitori, senza capire le loro parole, ma assorbendole dentro di me. Poi conosco bene la violenza: arrivato a Milano da Napoli, quando avevo sei anni, tifavo per il Ciuccio poi, a forza di botte, sono diventato interista”. Così ha detto Salvatores a proposito di “Io non ho paura”, ed è tutto detto: non credo ci sia bisogno di un mio commento, perché le parole del regista sono già un commento che dice tutto.
Gli scrittori post-tondelliani non esistono, non ancora, sono un mito inventato. Questa è la mia opinione.
 
 
 
2. Ritratto di Pier Vittorio Tondelli in chiave tondelliana
 
 
Pier Vittorio Tondelli nasce a Correggio il 14 settembre del 1955; trascorre l’adolescenza in un ambiente cattolico, in particolare nelle comunità giovanili dell’associazionismo. Dopo il liceo si iscrive al DAMS di Bologna, laureandosi con una tesi sulla letteratura epistolare come problema di teoria del romanzo. Nel 1980 pubblica la sua prima opera, “Altri libertini”: è subito scandalo, condanna, per le sei storie di giovani narrate in presa diretta in un linguaggio immediato ed emotivo. Nel 1982 esce “Pao Pao”, romanzo sentimentale sulla vita in caserma; due anni più tardi scrive in varie stesure la sua unica opera teatrale, “Dinner Party”. Nel 1985 Tondelli scrive “Rimini”, un romanzo di ampio respiro in cui si intrecciano sei vicende di personaggi “senza qualità”, ambientato in una città che diviene “palude bollente di anime”, in cui la gente “cuoce e rosola”. In edizione limitata, l’anno seguente pubblica “Biglietti agli amici”, un distillato di “posizioni sentimentali” rivolte a pochi in uno spazio intimo e riservato. Nel 1989 esce l’ultimo romanzo, “Camere separate”, romanzo dei sentimenti sul filo della memoria, in cui è cifra di comprensione l’esperienza della separazione, dell’abbandono e del desiderio di addomesticare una solitudine ineluttabile.
Ma Tondelli è anche autore di articoli e racconti raccolti in un progetto realizzato in due volumi: “Un Weekend postmoderno” (1990) e “L’Abbandono”, uscito postumo nel 1993 a cura di Fulvio Panzeri, erede testamentario dell’opera di Tondelli.
P.V. Tondelli è anche l’ideatore di un progetto che intendeva sondare lo spazio inesplorato della scrittura giovanile: in seno a questo progetto ha curato tre antologie di testi che raccolgono le voci di giovani narratori inediti, “Giovani Blues” del 1986, “Belli & perversi” del 1987, “Papergang” del 1992. E’ stato anche curatore di una serie editoriale per Mondadori dal titolo "Mouse to Mouse", che non ha ottenuto molto successo. E’ stato inoltre ideatore della rivista di narrativa “Panta”, un punto di riferimento per chi intendeva essere tondelliano o post-tondelliano.
Pier Vittorio Tondelli si è spento nel 1991 all'età di trentasei anni.
Diversi tra loro e originali sono i “nomi” con i quali Tondelli viene indicato dai vari amici che lo hanno conosciuto: “Pier”, “Viki”, “T.”, “P.V.T.” Sfogliando le immagini pubblicate sul numero della rivista “Panta” a lui dedicato dopo la sua morte, si rimane impressionati dalle fotografie che nel tempo gli sono state scattate; il volto è quasi irriconoscibile tra una foto e l’altra: dalle foto del Tondelli giovanissimo si passa a quelle del 1979 con capelli lunghi e occhiali alla John Lennon, con barba e baffi, a quelle scattate all’osteria «Da Aroldo» o davanti al teatro Asioli di Correggio, a quelle dell’85 con un look più recente, fino a quelle più enigmatiche e a volte malinconiche dei trent’anni e del soggiorno milanese. Segno di una liquida complessità, quella della sua scrittura, della sua vita e del suo carattere, il Tondelli dal riso scoppiettante portava in sé qualcosa di inquietante: il suo desiderio di stare con la gente si alternava alla propria natura di solitario a volte riottoso e scostante. Un po’ alla mano e un po’ snob, dolce ma non sereno, ironico, frenetico ma a volte ripiegato su di sé “melanconico, contemplativo, solitario”, ecco l’anima più vera di Pier Vittorio Tondelli.
(libero adattamento da “Biografia Tondelli” di Antonio Spadaro)
 
Piergiorgio Paterlini, autore di “Ragazzi chiamano ragazzi”, tra i fondatori di “Cuore”, a proposito di P.V. Tondelli dice: «L’ho incontrato nella libreria di Nino Nasi, a Reggio. Un personaggio molto sottovalutato qui, anche se Tondelli deve molto a quel libraio al quale portava i suoi manoscritti affinché glieli riguardasse. A Bologna, nella seconda metà degli anni Settanta, al Cassero, luogo dove è nato l’Arci gay. Lui aveva appena finito il servizio militare e scriveva per il Resto del Carlino. Gli dissi che era un bravo scrittore ma un pessimo giornalista e si arrabbiò molto. Era timido e introverso».
Cosa è importante di Tondelli scrittore? La «rottura» della morale?... Lui è stato il primo nella cattolicissima Italia a mettere in scena l’omosessualità, ma ha anche scavato nel sommerso, tra i giovani autori e ne ha scoperti molti, dalla Ballestra in poi. Lui è stato un grande scrittore d’istinto. Tutti hanno lodato e incensato il suo ultimo libro Camere separate che certo è la sua maturità. Ma io amo molto Pao Pao e Altri libertini che sono più scritti. Dirò un’eresia, ma a me piace la sua scrittura d’origine che rimane e non ha tempo perché non ha eguali. E’ datata la sua oscenità perché allora quello era il linguaggio per rompere gli schemi, anche sulla sessualità… La provincia di Tondelli è la stessa di Peppone e don Camillo che litigano di giorno ma Peppone va di notte a confessarsi in canonica. E’ la provincia dove si forma quella Nilde Iotti che dovrà nascondere la sua scandalosa convivenza con Togliatti… La diversità spesso ti fa dire la verità. Se subisci discriminazioni - e gli anni Settanta erano duri - vuoi rompere e non più nasconderti”.
Pier Vittorio Tondelli, o “Viki” o “T” o “Pier” per gli amici, è stato tondelliano e ha ben poco da spartire con chi oggi scrive e lo cita come modello, musa ispiratrice.
 
“Altri libertini” è stato pubblicato nel 1980, subito sequestrato per oscenità, poi assolto dal tribunale “con formula ampia”, è opera tra le migliori degli ultimi anni, quella che ha proiettato Tondelli tra i nuovi autori italiani più letti anche all’estero. I sei episodi, storie di gruppi più che di individui, legittimano l’adozione di una vera e propria soggettività plurale, di un Noi narrativo: irrequietezza dell’ambiente studentesco bolognese, realismo della borghesia, ma anche un vitalismo non eroico e disinibito, ironica diffidenza quasi contagiosa, questi gli ingredienti rivoluzionari di una letteratura tondelliana che si propone come “noi”, genuino atto di rivoluzione contro i tabù, contro la politica, contro i benpensanti borghesi.  
 
“Camere separate” disegna “l’amore come tensione, pericolo, scoperta di sé, meditazione sul mondo, rivelazione del futuro”, così ebbe a dire Oreste del Buono su «Panorama». “Il libro, se è possibile dirlo, ha un suono speciale, un colore altrettanto speciale. Suono e colore di elegia, di malinconia erosiva.” (Enzo Siciliano, «Corriere della Sera») “La qualità principale del racconto è il suo essere gremito di fatti, incontri, motivi cangianti e per così dire friabili, collocati sullo sfondo di un’ossessione di assoluto, continua, urgente, nostalgica e delusa.” (Geno Pampaioni, «Il Giornale») “Camere separate è uno straordinario e felice romanzo d’amore e di morte, di nostalgia e maturità, di impotenza e grandezza, nel quale riconosciamo la crisi del nostro tempo e le sue misteriose ragioni.” (Cesare De Michelis, in "Fiori di carta”)  
 
“Dinner party”: durante i primi mesi del 1984, Tondelli è impegnato nella stesura di Rimini. Nella grande casa bolognese di via Foridazza è appeso un cartellone sul quale il giovane scrittore ha riportato la topografia della riviera romagnola dove sono ambientate le storie che va narrando; giorno dopo giorno, su quel pannello sono stati appuntati annotazioni curiose, ritagli di giornale, indicazioni di lavoro: i materiali di un’opera “in divenire”. In una giornata quasi primaverile, Tondelli guarda quel “poster”: non gli suggerisce più niente, nessuno spunto narrativo affiora dal variopinto palinsesto che campeggia sul muro; il romanzo sembra essersi incagliato nelle sorti costituite dai primi caldi. E’ allora che decide di occuparsi di teatro e, freneticamente, attacca a scrivere una commedia, che intitolerà Dinner Party. Nel volgere di due settimane, il copione teatrale è terminato; poi, per un anno, Pier Vittorio lo correggerà, mutando dialoghi e situazioni, fino ad arrivare a una versione definitiva, che verrà premiata con un riconoscimento speciale della giuria al Premio Riccione-Ater per il Teatro. Tuttavia, nonostante il plauso critico, il testo - tranne poche “letture interpretative” - non verrà mai rappresentato, con grande rammarico dell’autore, che ne parlerà in questi termini: "Una commedia borghese, di conversazione, in cui un gruppo di personaggi si riunisce per una cena la sera dell’11 luglio 1982, quando l’Italia vince il Mundial di Spagna. Parallelamente agli echi della partita, sulla terrazza di casa Oldofiredi si consuma un gioco crudele, fatto di colpi di scena, tradimenti, rivelazioni e ambiguità.” Con un linguaggio secco e ironico allo stesso tempo, forse per dissimulare l’incombere degli eventi, in “Dinner Party”, Pier Vittorio Tondelli racconta - attraverso l’immaginario di due fratelli, un avvocato e uno scrittore, e con un’ambientazione che riecheggia i dipinti di David Hockney - i vezzi, le mode, le “squizierie”, i malumori e le tensioni che hanno caratterizzato gli effervescenti anni Ottanta, offrendo al lettore un ritratto di quella video generation perduta nei “labirinti di passione” di Pedro Almodovar.
 
Pao Pao: La sigla PAO, che sta per Picchetto Armato Ordinario, evoca l’esperienza della caserma, punto di partenza di un romanzo in cui Tondelli intreccia sapientemente i fili di una trama ora sentimentale ora comica, e sempre sorretta da una vivacissima invenzione linguistica. Di fatto “Pao Pao” narra le storie amorose e poco marziali che travolgono una compagnia di giovani durante l’anno di servizio militare. Al grigiore dell’apparato burocratico e militare questi giovani oppongono una vitalità a volte sfrenata, riuscendo ad attraversare indenni le istituzioni nonostante le infrazioni ai codici disciplinari e una più o meno larvata resistenza alla sottomissione: nelle loro tane (docce, sgabuzzini, scantinati...) e durante le ore di libera uscita (in discoteca, negli ozi a Villa Borghese, nelle gite a Ostia...) danno facilmente sfogo alle voglie e ai discorsi, che l’autore segue con sguardo divertito e complice. “Pao Pao” è un testo polifonico dalle molte sorprese, che da una parte narra i mille sotterfugi e umori coi quali i giovani affrontano il Rito di Passaggio della caserma, e dall’altra riscopre, con freschezza e felice evidenza di immagini e circostanze, quell’antica arte di sopravvivere che il Bel Paese incessantemente tramanda adeguandola a ogni situazione.
 
Rimini:Un giornalista milanese scende in riviera per il suo primo incarico importante e viene travolto da una girandola ossessiva di fatti e personaggi. Nell’infuocata estate riminese, dominata dal gusto frenetico del divertimento (e forse di perversi piaceri), le storie di un suonatore di sax, di uno scrittore in crisi, di un gruppo di travestiti gioiosi e molte altre ancora s’intrecciano con la vita quotidiana di chi popola i locali, i caffè, le spiagge, le discoteche. Tra gli apprendisti stregoni che predicano un’imminente fine del mondo e orde di ragazzi selvaggi che si scontrano la notte sui lungomari deserti si dipana un panorama gremito e sfolgorante, una vera orgia estiva, un autentico rito mondano del popolo della vacanza.
 
Una ultima e breve considerazione: meglio leggere il Pier Vittorio Tondelli vero e non quello clonato, quello osannato da scrittori che si dicono post-tondelliani. Il “noi sociale” non può essere “io personale” paranoico per scrittori generazionali alla moda, quelli che si vendono al cinema o stanno dietro a strani trenini di panna.    

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Intellettuali contro la Guerra - Wu Ming, Danilo Arona, Vittorio Catani... e altri

written by King Lear    - sabato, aprile 22, 2006


No War



Intellettuali



contro la Guerra
 


 
opinioni raccolte tra il 21 marzo

e il 25 marzo 2003
 


 
 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 

 
FRANCO RICCIARDIELLO
 
GI — Perché la guerra?
 
FR — Le guerre non hanno mai un unico motivo scatenante. Mi viene in mente per prima una spiegazione psicopatologica: il presidente degli Stati Uniti ha bisogno di una legittimazione politica perché è stato eletto con meno voti di quelli del suo diretto avversario. Poi c'è un problema culturale, più statunitense che arabo: la mancanza di volontà di risolvere i problemi se non con lo scontro diretto. In quanto superpotenza egemone, gli USA sono ormai disabituati alla negoziazione e al confronto. Mi viene in mente perfino una spiegazione estetica: gli americani possiedono un gusto necrofilo che imbarazza noi europei, risultato dell'innesto fra il senso tutto luterano del peccato e della punizione, eredità delle origini puritane delle Tredici Colonie, e un radicalismo manicheo alimentato da Hollywood. Un cocktail mortale per il mondo. Il cittadino medio d'oltre oceano ha una vera e propria passione per la morte, la sedia elettrica, il possesso delle armi, il feticismo dei serial killer. In questo modo la guerra diventa poco più di uno spettacolo sul piccolo schermo. L'americano è convinto dell'impossibilità della redenzione e dell'inevitabilità della punizione.
 
GI — Quali le conseguenze a lungo o breve termine?
 
FR — La conseguenza più nefasta sarà l'estensione della cosiddetta "dottrina Monroe" dal continente americano al mondo intero. Già oggi gli USA considerano il resto del mondo come un protettorato della superpotenza, si comportano come se avessero ricevuto un mandato, suppongo da Dio, per controllare l'evoluzione politica degli altri paesi. Chiaramente, espropriano funzioni che appartengono all'ONU. La conseguenza è che gli USA intervengono arbitrariamente solo dove hanno un interesse di volta in volta predominante, addirittura contro la volontà delle Nazioni Unite. Però il diritto del più forte non genera solo acquiescenza, ma anche e soprattutto ribellione, indignazione e solidarietà. Come conseguenza a breve termine, vedo la sconfitta elettorale dei Repubblicani; a medio termine penso che diventerà molto più difficile impegnarsi in un nuovo conflitto armato perché il rischio di mobilitare l'opinione pubblica fortemente contraria sarà un deterrente abbastanza efficace; a lungo termine, credo che il prestigio e l'autorità dell'ONU rimarranno ridimensionati. Questo è decisamente un male perché esiste già un precedente: dopo la prima guerra mondiale gli USA non entrarono nella Società delle nazioni, che anche per questa ragione non ebbe mai l'autorevolezza di cui aveva bisogno per fermare il fascismo in Europa. Come è noto, questo portò alla seconda guerra mondiale.
 
GI — Chi è colpevole? Chi è innocente?
 
FR — Colpevoli sono i cittadini USA che hanno votato questo presidente incapace e sostengono questa amministrazione sanguinaria. Colpevoli sono le lobbies industriali, militari e politiche che hanno voluto fortissimamente questa guerra. Innocenti sono tutti quei cittadini iracheni che, dopo aver subito per anni un regime sanguinario sul quale l'Occidente ha chiuso un occhio, perché era nostro alleato nella guerra di aggressione contro l'Iran degli ayatollah, adesso devono affrontare questa catastrofe umanitaria, le conseguenze di una guerra che erano davvero gli ultimi a volere.
 
GI — Uno slogan per la “Pace” potrebbe essere…?
 
FR — Il mondo è già pieno di slogan per la pace, non vedo il bisogno di coniarne di nuovi. Quasi tutte le filosofie, qualsiasi morale e tutte le religioni possiedono interi sistemi di ottimi motivi per respingere la guerra. Ciò non ha impedito né a quasi tutte le società di considerare la guerra come un sottosistema della politica. Oggi siamo a uno stadio successivo: il conflitto armato non è più la continuazione della politica con altri mezzi, come scrisse Von Clausewitz ai tempi dell'imperialismo: oggi la guerra è la continuazione della cinematografia con altri mezzi. Ad ogni modo, mi sembra un controsenso richiedere uno slogan della pace a chi, come il sottoscritto, è nato e vive nella nazione che ha inventato il fascismo.
 
 
 
 
WU MING
 
GI — Perché la guerra?
 
WM — Le con-cause sono diverse e difficilmente discernibili l'una dall'altra. Risulta abbastanza chiaro che e' una guerra piu' contro l'Europa che contro l'Iraq o contro il terrorismo. Un bel macroprotettorato USA dall'area turanica al Mediterraneo serve anche come perenne minaccia nei confronti *nostri*, serve a mantenere il petrodollaro (e non un eventuale "petro-euro") come equivalente degli scambi etc. Andrebbe rispolverato un termine vecchio ma che oggi assume nuova pregnanza: "imperialismo". Tra l'altro, quest'imperialismo ha una sovrastruttura ideologica (condivisa da tutto lo staff del presidente Bush), una sovrastruttura che si formo' negli anni dell'espansione a Ovest, come ha spiegato molto bene Valerio Evangelisti. Solo che al posto del latifondo da pascolo ci sono i campi petroliferi, al posto dei nativi indiani c'e' la popolazione dell'intero pianeta. Come terzo elemento, c'e' una chiarissima strategia di diversione dell'opinione pubblica americana dalla recessione (roba che al confronto la crisi del '29 era una cazzata), da scandali come Enron (se non ci fosse stato l'11 settembre ci sarebbe stato l'impeachment) etc. Poi, ultimo ma assolutamente non ultimo, c'e' il tentativo di *superare* la recessione grazie alla mole di investimenti generati dalla ripartenza della macchina bellica. E' quello che Enzo Modugno e Sbancor Parvus hanno definito "il passaggio dal liberismo al Warfare State".
 
GI —Quali le conseguenze a lungo o breve termine?
 
WM — Il sempre maggiore isolamento dell'amministrazione Bush dal comune sentire del pianeta, l'esasperarsi della contrapposizione tra USA ed Europa, l'esplosione di ulteriori pustole di (legittimissimo) rancore tra le masse islamizzate, il definitivo emergere del movimento (o della "opinione pubblica come seconda potenza mondiale", per dirla con il New York Times) come soggetto in grado di esercitare pressione sui potenti. Va sempre fatto notare che questa specifica guerra non la si e' fermata, pero' la si e' ritardata di mesi e mesi, abbiamo costretto il governo B******** a starne fuori con ridicoli distinguo che gli causano ulteriore discredito, abbiamo costretto alcuni paesi a nascondere con vergogna la loro partecipazione alla "Coalition of the Willing", abbiamo spinto la "locomotiva europea" franco-tedesca a puntare i piedi, abbiamo risvegliato le coscienze dentro il Labour Party inglese e addirittura nell'opinione pubblica statunitense... Queste sono vittorie parziali, che vanno rivendicate.
 
GI —Chi è colpevole? Chi è innocente?
 
WM — "Innocenza" non e' una categoria che usiamo.
 
GI —Uno slogan per la “Pace” potrebbe essere…?
 
WM — Si puo' quel che si fa.
 
 
 
 
TERESA REGNA
 
GI — Perché la guerra?
 
TR — Da quello che ho letto in un interessantissimo articolo di Noam Chomsky (per chi non lo sapesse, è un filosofo e linguista molto famoso), per soddisfare la sete di potere di Bush, che non vede l'ora di piazzare un suo fantoccio al posto di Saddam. Pare che gli esperti di turno abbiano assicurato che questo è il momento più favorevole per una simile 'manovra'.
 
GI —Quali le conseguenze a lungo o breve termine?
 
TR— Economiche: aumento del prezzo del petrolio, e quindi dei generi da esso derivati. Ambientali: se vengono bruciati i pozzi petroliferi, o vengono utilizzate armi biologiche, a pagarne il conto sarà tutto il pianeta terra (in parole povere, tutti noi). Politiche: si rafforzerà l'egemonia degli U.S.A. sul mondo (non solo occidentale). Che l'Italia fosse una colonia americana era già arcinoto.
 
GI —Chi è colpevole? Chi è innocente?
 
TR — Innocenti sono tutti quelli che moriranno/sono morti, le madri che non potranno sfamare i figli, i bambini che saranno feriti e/o mutilati.
Colpevoli sono i fautori della guerra, insieme a coloro che non si sono opposti alla loro brama di potere.
 
GI — Uno slogan per la "Pace" potrebbe essere.?
 
TR— Non c'è nulla di più assurdo di una guerra.
 
 
 
 
VITTORIO CATANI
 
GI — Perché la guerra?
 
VC —I veri motivi li conosce solo George W. Da come la vedo io, e' una nuova Yalta.
 
GI —Quali le conseguenze a lungo o breve termine?
 
VC — Difficile imporre la democrazia in Iraq. Sollevazione del mondo islamico, recrudescenza del terrorismo, aumento dei clandestini in arrivo, tensioni internazionali. Noi l'Oriente ce l'abbiamo a due passi, gli Usa ce l'hanno quasi agli antipodi.
 
GI —Chi è colpevole? Chi è innocente?
 
VC —Un po' colpevoli sono e siamo tutti, ma la colpa maggiore e' di chi si sta imponendo con la violenza e in dispregio di quella democrazia e di quel Dio (per chi ci crede) con i quali si riempie la bocca. In questo caos tuttavia emerge un fatto assolutamente nuovo: 110 milioni di persone che protestano, in tutto il mondo; protestano negli Usa, per la via, perfino parenti delle vittime dell'11 settembre.
Occorrerebbe che l'uomo comune, quello come me, come la maggior parte di noi, prendesse maggiore coscienza di questo reale potere che ha sempre avuto ma che ora scopre piu' vicino, grazie anche alle nuove tecnologie della comunicazione. E in fondo - e' un simpatico paradosso - anche grazie a mister George W.
 
GI —Uno slogan per la "Pace" potrebbe essere.?
 
VC — Per "questa" pace, mi viene alla mente una vignetta piu' che uno slogan. Si vede un water sul quale e' scritto NO WAR. Dal water fuoriesce la testa di George W. E presso il pulsante dell'acqua di scarico c'e' la solita scritta, ma leggermente modificata: BUSH IT.
 
 
 
 
ANDREA IOVINELLI
 
GI — Perché la guerra?
 
AI — Perché esistono uomini che non hanno valori se non quelli dettati dal proprio ego.
 
GI — Quali le conseguenze a lungo o breve termine?
 
AI — Avremmo un pazzo dittatore in meno. E uno stato molto instabile in più.
 
GI —Chi è colpevole? Chi è innocente?
 
AI — Penso che la colpa sia stata, da 50 anni fa ad oggi, il non aver avuto la volontà di formare un vero organo di controllo politico internazionale, perché l'ONU così com'è adesso non ha senso e va smantellato o rifondato. Il vero colpevole comunque lo giudicherà la storia, tra 50 anni.
Di innocenti ahimé, sopra i 14 anni di età, non ce ne sono.
 
GI — Uno slogan per la "Pace" potrebbe essere?
 
AI — La Pace è un breve intervallo di tempo tra due guerre.
 
 
 
 
ALBERTO COLA
 
GI — Perché la guerra?
 
AC — Perdona la banalita', ma personalmente da uno che prima di diventare presidente degli Stati Uniti era chiamato "il boia del Texas", non mi sarei aspettato nulla di diverso. Mai avrei pensato di rimpiangere Bill Clinton. Quel che piu' mi sconforta e' constatare come, a dispetto della volonta' popolare (concetto del quale i nostri governanti amano riempirsi la bocca), tutti proseguono per la strada scelta senza il minimo dubbio. Il concetto di democrazia non e' mai stato cosi' vuoto.
 
GI —Quali le conseguenze a lungo o breve termine?
 
AC — Non sono un politologo, ne' un sociologo o un esperto qualsiasi. Diciamo che in nessun posto la mondo per spegnere un incendio si dovrebbe usare la benzina. E' un semplice fatto di intelligenza.
 
GI — Chi è colpevole? Chi è innocente?
 
AC — Ho sempre creduto che il mondo non si divida in bianco e nero, ma che le cose importanti si trovino sempre in tutte quelle sfumature di grigio nel mezzo. Sezionare una realta' in queste due categorie, credo faccia perdere di vista il problema.
 
GI — Uno slogan per la "Pace" potrebbe essere.?
 
AC — Pace, molto semplicemente. Viviamo gia' in un mondo pieno di slogan e jingles pubblicitari, che non vedo l'esigenza di crearne un altro.
 
 
 
 
DANILO ARONA
 
GI — Perché la guerra?
 
DA — Una guerra evitabile, che già sta presentando un intollerabile conto di vite umane (non importa di che nazionalità), non possiede oggettivi "perché". La ragione dello "strike on Iraq" (meditiamo su questo linguaggio da videogame...) la sa Bush. L'11 settembre, Dio è con noi, Saddam può sterminare il mondo con le sue armi chimiche...Questi sono i perché. I perché di un personaggio e di un'amministrazione impresentabili. E la conclusione non può che essere che una: "questa" guerra non ha perché. Il che rende il proscenio desolato e orribile.
 
GI —Quali le conseguenze a lungo o breve termine?
 
DA — Il già citato conto di perdite umane. Un danno enorme e irreparabile a opere d'arte, reliquie della culla della civiltà. Danni incalcolabili a livello ecologico sul territorio e sulla produttività agricola dell'Iraq, già al lumicino. Terrificanti effetti a breve e a lungo termine sulla salute degli Irakeni - ancora stanno nascendo neonati decerebrati per effetto
dell'uranio impoverito usato durante la guerra del Golfo. Una perdita di credibilità dell'amministrazione Bush. Un rafforzamento clamoroso del movimento pacifista e dei no-global. E purtroppo - l'augurio è ovviamente di segno diverso - qualche attentato catastrofico dell'Islam estremista.
 
GI —Chi è colpevole? Chi è innocente?
 
DA — Gli innocenti sono i poveri cristi che vivono in capanne di sterpi e fango nei deserti dell'Iraq e che abitualmente non hanno quasi gli occhi per piangere. I colpevoli sono i detentori del potere di vita e di morte, quelli che hanno il dito premuto sul bottone, e non si curano di quante migliaia di poveri cristi saranno sacrificati per le guerre preventive e le pulizie etniche. Saddam e Bush sono colpevoli, ovvio.
 
GI — Uno slogan per la "Pace" potrebbe essere?
 
DA — Al diavolo la guerra. Lo dice un ateo.
 
 
 
 
ALESSANDRO VIETTI
 
GI — Perché la guerra?
 
AV — La guerra a uno dei maggiori paesi produttori di petrolio viene ordita e condotta da un governo americano composto di petrolieri... è per lo meno curioso, questo fatto, non trovi? Del resto non è un mistero che gli USA hanno un deficit di proporzioni cosmiche e Bush & Co. non sanno più dove prendere il petrolio... Tu credi che, se la stessa identica situazione si fosse verificata in un paese centro-africano per lo più desertico e nullatenente, gli USA si sarebbero sbattuti tanto? Avrebbero mosso decine di migliaia di soldati spendendo centinaia di migliaia di dollari al giorno, per il mero diritto alla libertà di un popolo? Lo avrebbero fatto per qualche zebra? E' terribile ed è sotto gli occhi di tutti, ma tutti hanno preferito chiuderli, gli occhi. In primis l'Europa ha assistito a
questo sporco gioco senza far nulla, anzi, litigando e sprecando la migliore occasione che poteva avere per affermarsi come una vera potenza in grado di contare qualcosa nel mondo. Ma c'è ancora di peggio. Perché tra lo schierarsi con o contro gli USA, c'è una possibilità ancora più disdicevole: far parte di un paese che non ha avuto il coraggio di prendere una posizione netta. E di questo io mi vergogno profondamente.
 
GI — Quali le conseguenze a lungo o breve termine?
 
AV — Le conseguenze sono tanto più imprevedibili, quanto più a lungo si protrarrà il conflitto. Già i turchi premono al confine nord, e se nel conflitto entrano altre realtà, davvero non si può prevedere di che portata potrà essere l'"Effetto Domino". L'auspicio migliore, arrivati a questo punto, è che le truppe anglo-americane finiscano il lavoro "sporco" il più
in fretta possibile, dopodiché c'è solo da sperare che gli USA abbiano l'accortezza di far gestire all'ONU il dopoguerra, restituendo così alle Nazioni Unite quell'autorità che le hanno pericolosamente tolto.
 
GI —Chi è colpevole? Chi è innocente?
 
AV — Credo di poter ritenere innocenti solo i bambini iracheni. Anche quelli col kalashnikov. Colpevoli sono tutti gli altri: Saddam, Bush, Berlusconi, Fassino, Chirac, Blair, io, tu che stai leggendo... il Papa con le sue belle parole vuote...
 
GI —Uno slogan per la “Pace” potrebbe essere...?
 
AV — Pensa alla prima volta che hai visto gli occhi di tuo figlio.
Vuoi che vedano l'orrore?

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:38 | riflessioni, interviste | BlogNews | clicca per commentare commenti (32)



Sforza l'Italia

written by King Lear    -


Sforza l'Italia


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Douglas Adams, un grande successo postumo

written by King Lear    - venerdì, aprile 21, 2006


Guida galattica, Douglas Adams




Guida galattica





Douglas Adams
 



un autostoppista filosofo
 
 
 



 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 



Arthur Dent, prototipo del tipico inglese sfigato, è destinato ad una vita non propriamente facile sulla Terra e a una ancor più ardua quando sarà sperduto nella Galassia, una Galassia popolata da improbabili alieni, perfette caricature dei personaggi più o meno loschi che abitano e ingombrano la nostra moderna società.
Tutto ha inizio un mattino a Islington: delle ruspe si presentano per buttar giù la casa di Arthur Dent con lo scopo di far spazio ad una tangenziale, e subito il geniale ironico Douglas Adams parte in quarta con una digressione su cosa sia una tangenziale: “essa e’ un sistema veloce per far arrivare gli abitanti del posto A in un posto B e quelli del posto B nel posto A. Gli abitanti del posto C, intermedio tra A e B si chiedono perche’ mai questa gente non si decida a stabilirsi definitivamente in A o B.” Come se tutto ciò non bastasse, il disgraziato Arthur viene avvicinato da una sua vecchia conoscenza, Ford Prefect che gli spiega che è inutile disperarsi in quanto la terra verrà distrutta entro breve dai Vogon per far posto a una iperstrada intergalattica. Arthur e Ford riusciranno comunque a levarsi dai piedi, dalla Terra, prima che questa venga disintegrata dai Vogon.
Ford Prefect, che in realtà è una sorta di ricercatore alieno rimasto prigioniero della Terra per troppo tempo, riesce a far caricare lui e il suo amico terrestre sull’astronave dei Vogon, in pratica fa l’autostop e si comporta da perfetto autostoppista intergalattico: “qualunque ganzo sarà  disposto a caricare un autostoppista se esso dimostrerà di sapere dove ha il proprio asciugamano.” Ovviamente i Vogon non amano gli autostoppisti, anzi ne farebbero tranquillamente a meno; se Prefect e Dent riescono a farsi caricare a bordo è perché i cuochi presenti sull’astronave appartenenti ad un’altra razza aliena amano far scherzi ai loro padroni. Non appena i Vogon scoprono di avere degli autostoppisti indesiderati a bordo, fanno ciò che farebbe chiunque scoprisse di avere dei clandestini a bordo: i Vogon non ci pensano su due volte e  li sbattono fuori, non prima di aver letto loro delle poesie considerate degli ottimi strumenti di tortura: “le poesie Vogon sono le terze peggiori poesie dell’universo conosciuto.”  Nonostante tutte le blandizie sputate fuori dalle bocche di Prefect e Dent, che falsissimi dicono della poesia Vogon le migliori cose, i Vogon non si lasciano conquistare e per i due amici è quasi tragedia. Prima di esser sbattuti fuori dall’astronave immagazzinano nei polmoni aria sufficiente a rimanere in vita trenta secondi nello spazio aperto: loro unica speranza è che una volta nello spazio vengano raccolti da un’altra astronave di passaggio, una probabilità di sopravvivenza questa che è uguale a 1:2376890. Ovviamente, in via del tutto casuale, la probabilità si avvera e una nuova aliena astronave di passaggio li carica a bordo salvandoli così da morte sicura! Casualmente, 2376890 è anche il numero di telefono di una fighetta che Arthur aveva conosciuto ad una festa la settimana prima quando la Terra ancora non era stata spazzata via dai Vogon, una fighetta che lui aveva tentato indarno di abbordare. Ora cosa strana, ma non troppo per la filosofia ironica di Douglas Adams, l’astronave che li ha caricati a bordo è comandata da quello stesso alieno che sulla Terra aveva sottratto ad Arthur la bella (ovviamente l’alieno in quella occasione alla festa aveva sembianze umane), ma Arthur non fatica a riconoscerlo e subito il sangue subito gli monta alla testa. Gli ci vuole poco ad Arthur per scoprire che la ragazza, Trillane, è ospite e segretaria personale di Zaphod, l’alieno che alla festa sulla Terra gliela aveva sottratta.
Una volta risolti molti dissidi interni, si fa per dire, il quartetto formato da Arthur, Fond, Trillane e ovviamente Zaphod intraprende una serie indefinita di improbabili avventure; alla fine il comandante Zaphod ha l’idea di recarsi sul pianeta Magratea, il perché non lo sa, e comunque teme che qualcuno abbia falsificato o perlomeno adulterato la sua mente in qualche modo, ma quello di cui è certo è che su Magratea riuscirà a trovare la risposta. La risposta a che cosa? Zaphod non lo sa, insomma l’alieno ignora tutto: il suo istinto gli dice che Magratea deve essere a tutti i costi la sua meta così come quella dei compagni di viaggio. Una volta giunti su Magratea, i viaggiatori scoprono che il pianeta è specializzato nella fabbricazione dei pianeti che compongono la Galassia, Terra inclusa. Gli abitanti di Magratea sono impegnati nella ricostruzione della Terra, o meglio della Terra II. Tra colpi di scena inverosimili quanto spassosissimi, Arthur scoprirà che l’uomo non è mai stato la specie dominante della (e sulla) Terra, perché i veri padroni del pianeta sono sempre stati dei topi bianchi, che per millenni l’uomo aveva considerato come una dannazione e che poi aveva deciso di utilizzare come cavie da laboratorio. I topi bianchi mettono alle strette Arthur, Dent e la loro compagnia; Arthur, ultimo sopravvissuto della razza umana, secondo i topi bianchi avrebbe la risposta che loro da millenni vanno cercando, e la risposta sarebbe racchiusa nel suo cervello, un cervello di cui vorrebbero prendere possesso al fine di analizzarlo molto ma molto a fondo. Arthur è indignato e non ci pensa su due volte a darsela a gambe: di fare la cavia per dei topi pazzi non ci pensa affatto. In questo frangente tragico, almeno per lui, all’umano gliene frega niente di scoprire la verità circa l’origine del mondo. Impegnato a scappare si rende conto che sulla Terra gli uomini da sempre erano stati delle cavie tra le grinfie dei topi che loro uomini credevano di analizzare nei laboratori; si rende pure conto che la Terra era stata costruita solo per i topi, che la stavano usando come un grande laboratorio di ricerca. Tutto ciò gli fa male, ma non ha il tempo materiale per pensarci su più di tanto, deve scappare se non vuole che il suo cervello venga sezionato e analizzato per cercare di cavar fuori una verità che non esiste, che non può esistere. Come se tutto ciò non bastasse, ecco la polizia che li intrappola: cosa vogliono? Ma ovviamente la testa, o meglio le due teste, di Zaphod che ha rubato l’astronave delle Improbabilità sulla quale hanno viaggiato. Per il quartetto di avventurieri sembra essere giunta la fine: la polizia non esita a sparargli contro. Poi, all’improvviso, senza alcun motivo apparente, cadono a terra stecchiti. Nessuno, lì sul momento, si interroga  circa il perché della gran botta di culo che hanno avuto: si precipitano verso l’astronave per fuggire dal pianeta Magratea. Una volta giunti nei pressi dell’astronave delle Improbabilità scoprono che il robot che avevano lasciato a far la guardia alla medesima ha fatto andare in tilt il computer di bordo dell’aereonave della polizia extraterrestre: come ci è riuscito? Il robot soffre di crisi depressive: in un momento di sconforto e solitudine si era interfacciato con il computer di bordo della polizia, che per non ascoltare le paranoie del robot ha preferito suicidarsi. Mistero spiegato: i poliziotti i cui congegni di sopravvivenza erano pilotati dal computer hanno cessato di funzionare, ovvia conseguenza sono morti per asfissia (!). Un colpo di fortuna insperato, una probabilità veramente improbabile che non fa una grinza con il perfetto costrutto narrativo tirato su dal geniale Douglas Adams. Una volta in salvo, la compagnia decide di andare a rifocillarsi in un vicino ristorante perso chissà dove nella Galassia.
 
Guida Galattica per gli Autostoppisti di Douglas Adams è un romanzo esilarante: con una ironia solo di primo acchito banale, Adams dà infatti corpo a un universo filosofico sofisticato che però il lettore non fatica ad assorbire come una spugna. E’ un vero peccato che Douglas Adams sia ancora oggi ritenuto un autore minore: meriterebbe assai più considerazione e rispetto, i suoi scritti sono un vero spasso per chi ama la bella letteratura, e ovviamente per tutti coloro che amano la fantascienza. Perché siamo di fronte a della vera letteratura con Douglas Adams: non semplice fantascienza, di quella che tempo una stagione viene dimenticata dal pubblico e dalla critica. Non leggere Douglas Adams è voler perdere qualcosa di noi: attraverso le mirabolanti avventure di Arthur Dent, Douglas Adams ci spiega, in maniera narrativa e senza alcuno sforzo, tutta la filosofia che sino ad oggi l’uomo ha prodotto. Il successo, per questo grande autore, arriva purtroppo postumo: dopo che Guida Galattica, per la regia di Garth Jennings, è diventato anche un discreto film, la riscoperta di Douglas Adams da parte del pubblico è paragonabile a quella di un fiume in piena. Nel 2002 Mondadori pubblicò anche in Italia Il salmone del dubbio, l’ultimo scritto mai portato a termine di D. Adams, però con scarso successo. Trattandosi essenzialmente di una bozza e di appunti, Il salmone del dubbio attirò solo gli estimatori di vecchia data del grande scrittore purtroppo morto prematuramente. Tuttavia le avventure di Arthur Dent non si esauriscono: ci sono altri capitoli, compiuti e godibilissimi, che insieme a Guida Galattica per gli Autostoppisti compongono un vero e proprio ciclo fantastico. D. Adams per forza umorismo e genialità non ha nulla da invidiare al migliore Isaac Asimov o al più popolare Michael Chabon, e al più ironico e surreale Roald Dahl.
 
Oltre alla Guida Galattica per gli Autostoppisti (1980), Douglas Adams ha anche scritto Ristorante al termine dell’Universo (1980), La vita, l’Universo e tutto quanto (1982), Addio e grazie per tutto il pesce (1984), Praticamente innocuo (1992) e Sicuro, sicurissimo, perfettamente sicuro (racconto del 1986), Il salmone del dubbio (2002 – pubblicato postumo). Le peripezie attraverso la Galassia di Arthur Dent e Ford Prefect sono un ciclo avventuroso che meriterebbe di essere riconsiderato anche al di là dei confini di un genere, quella della fantascienza.
Pochi, forse nessuno, scrive più come Douglas Adams: leggetelo, da un autore così non si finisce mai di imparare.
 
 
Guida Galattica per gli Autostoppisti (The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy) - Douglas Adams – Traduzione di Laura Serra - 228 pagine - collana Piccola Biblioteca Mondatori - Euro 7,80

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:40 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (20)



Villaggio globale "globalizzato mercificato"

written by King Lear    - giovedì, aprile 20, 2006


liberi di essere globalizzati?



Villaggio globale




globalizzzato mercificato



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
Oggi è diventata moda parlarne: la globalizzazione, un problema che vede interessato l’intero genere umano, è argomento di discussione nei talk-show, ma è anche - e forse, soprattutto - un grande business editoriale e propagandistico a tutti i livelli.
L’informazione che oggi viene distribuita sul mercato globale circa la globalizzazione e quelli che potrebbero essere assai improbabili benefici ma anche quella informazione che dice che il villaggio globale è un pericolo non minore del fascismo, purtroppo è business: chi spaccia informazione sulla globalizzazione lo fa con l’intento di spacciare informazioni, e poco, o nulla, conta che si parli a favore o contro il fenomeno del villaggio globale.
Il mondo dell’informazione è diventato il grande pusher che vende a tutti la droga che meglio si accorda alla sua etica sociale: se io sono un no-global, allora mi verrà venduto No Logo, se invece sono a favore della globalizzazione, allora ci sarà qualcuno che mi metterà in mano Perché essere globali? Le pubblicazioni maggiori a favore e contro il villaggio globale, strano ma vero, sono tutte etichettate Mondadori & Amici di Berlusconi. Purtroppo, bisogna evidenziare che il mondo è globalizzato da così tanto di quel tempo che non ce ne siamo resi conto, e solo oggi che il tema è diventato bruciante (o di moda) viene evidenziato per farci su business che non ha eguali nella storia dell’umanità. Solo qualche editore del panorama underground e dell’informazione alternativa dice le cose come stanno effettivamente; peccato che il cittadino medio non ha nessuna intenzione di prestare attenzione a questi editori perché non sono Mondadori o Baldini & Castoldi e quindi, è opinione diffusa, che la piccola editoria (soprattutto se veramente indipendente) non abbia nulla da dire in merito alla globalizzazione. Opinione diffusa è che la piccola editoria non può sapere. Niente di più falso.
In questi ultimi tempi ho visto sugli scaffali delle librerie un sacco di pubblicazioni di moda a favore e contro la globalizzazione, libri che - solo Dio lo sa e forse neppure lui - come siano riusciti a diventare oggetti di culto tra quanti oggi si dichiarano no-global. Non ci riesco a credere ancora: se ieri nei Centri Sociali ero sicuro di trovare i diari di Ernesto Che Guevara, oggi trovo la bibbia dei tipi Baldini & Castoldi, NO GLOBAL di Naomi Klein. Ma chi è Naomi Klein? Ecco la sua scheda biografica per quel che mi è dato di sapere: Naomi Klein è cresciuta nell’età aurea del marketing e ora, forte di una documentazione completa e del suo lucido, candido approccio, scopre quanto la new economy abbia già tradito il suo credo principale e traccia le ragioni della nascita del movimento antiglobalizzazione: un movimento planetario al quale è necessario prestare molta attenzione.
Oh, bene: abbiamo bisogno di un dottore in marketing che si dice pentito per farci spiegare il movimento antiglobalizzazione. Questo è il massimo: fra un po’, non dubito, che Berlusconi o un Agnelli si diranno pentiti e mi faranno una bella lezione di catechismo su come e perché la globalizzazione è cosa cattiva! Tutto ciò è ridicolo. I pentiti diventano pentiti per mera convenienza, questo io so; e in questo caso la Klein ha scritto un libro per farsi pubblicità e vendere milioni di copie in tutto il mondo, un libro che lo globalizza con la pubblicità dell’antiglobalizzazione di moda. Ma la Klein mi assicura in copertina che il libro è un candido approccio: candido? Candido, cioè inventato di sana pianta perché se si tratta l’antiglobalizzazione con un approccio serio, allora non si potrebbero vendere milioni di copie? O candido nel senso che dico e non dico, cioè non dico proprio nulla e intanto ti globalizzo il mondo tramite il mio NO LOGO? Ma chi crede di prendere per i fondelli? Non me. Non me. E NO GLOBAL cosa promette ai suoi lettori? Vediamo:
 
Perché Bill Gates, la perfetta icona della new economy, si è trasformato in un orfanello della globalizzazione? Perché il baffo della Nike (il più grande successo di marketing degli anni Novanta) è diventato simbolo di sfruttamento della manodopera? Perché alcuni dei più celebrati marchi del mondo vengono oltraggiati e coperti dallo spray, perché sono diventati l’obiettivo preferito degli hacker e delle campagne anti-industriali?
E, soprattutto, cosa significa tutto questo per il mercato delle multinazionali e le loro relazioni planetarie, cosa ci dice del futuro delle nostre comunità e del mondo in cui viviamo?
Con una buona miscela di analisi socio-culturale, cronaca giornalistica e «lavoro sporco», Naomi Klein, una delle più preparate e rispettate giornaliste nordamericane, espone in No logo il crescente malcontento nei confronti dei marchi. Senza accorgersene, le multinazionali hanno «militarizzato» la loro opposizione. Lo sforzo compiuto dalle grandi aziende per rendere omogenee le nostre comunità e monopolizzare il linguaggio comune ha generato una forte ondata di resistenza, testimoniata dalle azioni di guerriglia dei più giovani antagonisti. No logo racconta la ribellione contro il nostro mondo di etichette, e la colloca in una chiara prospettiva economica e (pop)storica.
In questa esauriente, rivelatrice e umanissima storia, dai sacerdotali negozi della Nike, Naomi Klein ci porta all’interno delle fabbriche sfruttatrici in Indonesia e nelle Filippine. Ci accompagna nei centri commerciali del Nord America, con il loro life-style pronto da indossare. Ci presenta un grande numero di attivisti che combattono la società dei marchi: i «sabotatori» di cartelloni pubblicitari, i manifestanti che hanno sfidato la Shell sul delta del Niger, gli attivisti dietro al processo McLibel di Londra, gli hacker che hanno dichiarato guerra ai sistemi informatici delle multinazionali che violano i diritti umani in Asia.
 
Interessante, molto interessante: peccato che tutto quello che la Klein ci promette è roba trita e ritrita che già sappiamo. Non c’era davvero bisogno di un libro come questo per farci sapere che il povero Bill Gates sta vestendo il ruolo della vittima del Villaggio Globale e che l’America Latina, l’Africa, il Terzo Mondo intero, sono vittime delle multinazionali. Please!, non cercate di vendermi una minestrina riscaldata, perché non ne ho proprio bisogno.
Mi ricordo una canzone dei C.S.I., Forma e Sostanza, che diceva: Conosco le abitudini so i prezzi/ E non voglio comperare né essere comprato/ Attratto fortemente/ attratto/ Civilizzato sì civilizzato/ Comodo ma come dire poca soddisfazione …/ Soddisfazione Signore/ Conosco le abitudini so i prezzi/ E non voglio comperare né essere comprato…/ Uno sguardo più puro sul mondo che la civiltà è ora, pagando/ Decidi: cosa come quando/ Comodo ma come dire poca soddisfazione …/ Voglio ciò che mi spetta lo voglio perché mio m'aspetta …/ Ventiquattromilapensierialsecondofluisconoinarrestabili/ Alimentando voglie e necessità…
Cara Naomi Klein, ti rispondo che non voglio né comperare né essere comprato, spero che il messaggio sia chiaro: non permetterò che né tu né i tuoi amici si sostituiscano al mio cervello, che funziona benissimo senza che abbia bisogno di una protesi cerebrale per tornare a pensare, perché io penso bene da solo e senza il tuo inutile aiuto: vuoi sapere perché? Perché mi guardo intorno, questo è il segreto: mi guardo intorno e vedo il marcio e lo riconosco.
Uomini, donne, ragazzi, guardatevi intorno e scoprite il marcio che vi circonda, non lasciate che qualcuno ve lo vendi preconfezionato e adulterato e riscaldato.
L’opera di globalizzazione è in ogni dove, basta guardare l’intorno anche con distratta partecipazione perché lei è lì, non le si può sfuggire: e non ha bisogno di essere messa a nudo, perché per sua natura si mostra sempre nuda. Addentate un panino McDonald’s, comprate un Cd o un libro, andate a fare la spesa al supermarket, fate benzina, andate in farmacia, o più semplicemente vi sparate una sega…! Bene, lei è lì in ogni cosa e non c’è profilattico che la possa contenere o terapia di profilassi che vi renda immuni al contagio.
Ma non ve ne rendete conto.
Ma come è possibile? Ci stanno impiccando per le palle, e manco ve ne rendete conto.
Possibile che non uno si sia accorto che chi è a favore della globalizzazione, fin tanto che ci sarà mercato, continuerà a spacciare pubblicazione contro il villaggio globale? Possibile che solo Beppe Grillo e qualche rara mosca bianca oggi abbia una coscienza civile e quindi rifugge dalle pubblicazioni di moda e dai talk show preparati da Maurizio Costanzo? Possibile che non ci si renda ancora conto che vendendoci l’antiglobalizzazione in realtà i soliti ignoti che tutti noi conosciamo ci stanno vendendo la globalizzazione dell’informazione politica? Possibile che un Emilio Fede ha tanta intelligenza da riuscire a confondere le masse con le sue giaculatorie sgrammaticate? Possibile che il Papa e il Vaticano intero siano così ottusi da non sapere che il villaggio globale non è la parola di Gesù ma solo quella del Diavolo del Capitalismo?
Eppure, stando a quanto mi riesce di capire, sembra che l’italiano medio, anche quello più falsamente attento, non possa fare a meno di prestare fede ad Emilio Fede, al Papa, ai grandi monopolizzatori del mondo politico.
Cazzo, svegliatevi? Ci stanno vendendo l’informazione che vogliamo perché è di moda e il mercato deve essere sempre più globale. Stanno mettendoci nella testa e in bocca parole che non sono nostre ma che per moda diventano il nostro bagaglio sociale e culturale. E’ una truffa: e io non ci sto. E se siete furbi, toglietevi la dipendenza di ascoltare i guru commercializzati (e prezzolati) che a tutte le ore, tramite tutti i canali informativi cartacei e non, vi indicano la strada per essere il prototipo perfetto del contestatore no-global (o pro global).
Quando l’America fu scoperta da Cristoforo Colombo per un puro caso (s)fortunato, ma non per le popolazioni locali che oggi non esistono più, si può dire che è iniziata la globalizzazione moderna.
Ma andando ancora più indietro nel tempo, a partire dall’Anno Zero, con l’opera di evangelizzazione e cristianizzazione da parte di fedeli esaltati e propagandisti politici (ma anche religiosi) è iniziata la crudele storia del Villaggio Globale. Il cristianesimo qualcuno l’ha rivaluto già nel XIX secolo come una prima forma primitiva di comunismo: niente di più sbagliato. Il cristianesimo è lo spirito santo del villaggio globale. Comunismo e cristianesimo, per chi non lo avesse ancora capito, non vanno a braccetto. Quando il comunismo è sincero non ha nulla a che vedere con la chiesa, con nessuna chiesa. Se poi diventa un ibrido come il cattocomunismo, allora è un altro paio di maniche, perché questo è uguale per metodi e forma e sostanza al cattofascismo che tanto piace ai politici. 
Tornando alla scoperta dell’America è presto detto quello che è successo: è bastato uno starnuto di noi conquistadores perché le popolazioni locali morissero, e quelli che non morirono per colpa delle nostre malattie sono stati massacrati dalla Chiesa e dalla politica del colonialismo. L’Europa si è trovata così fra le mani un territorio immenso che non ha esitato a sfruttare; oggi, l’America dei grandi spazi non esiste quasi più, perché ogni dove è contaminato o da una multinazionale o da uno stabilimento chimico o atomico. L’America è diventata la sede principale delle multinazionali, comprese quelle giapponesi, che hanno acquistato la bellezza del 49% del suolo americano mettendoci dentro così le sedi principali delle loro multinazionali. Facendo un po’ di zapping sui canali americani, subito ci si rende conto che è come se si guardasse il palinsesto delle televisioni europee con la sola differenza che lì i programmi dedicati alla Chiesa sono tanto massicci che fanno invidia ai programmi a luci rosse. Poi, facendo un giro in rete, cioè collegandosi a Internet, senza poi troppa sorpresa, ci si accorge che i maggiori siti che propagandano l’arianesimo (e quindi il fascismo) e il culto del diavolo sono ospitati dagli americani, ma nessuno dice niente e la Chiesa americana è la prima a tenere la bocca ben chiusa. Perché? Ovviamente alla Chiesa che il fascismo esista fa comodo e le ragioni sono evidenti: sono in troppi quelli che credono nell’arianesimo e poi sono tutti cattolici, quindi non è possibile accusarli di avere idee estremistiche e pericolose. E le sette? Le sette, nonostante la Chiesa faccia finta di non essere d’accordo, lascia che continuino ad esistere perché i cultori del diavolo, anche loro sono ottimi cattolici, spesse volte danarosi e facoltosi che ricoprono cariche importanti a livello internazionale, quindi per la Chiesa è comodo invitare i bravi cattolici a non frequentare le sette sataniche, ma non può (non vuole) certamente impedire la libertà di culto! Tutto ciò è assurdo. E’ satanismo allo stato puro o se preferite è la globalizzazione della fede e della religione e, chiaramente, del satanismo. In fondo, non è stata forse la Chiesa cattolica a macchiarsi di delitti innominabili: ha sterminato senza pietà migliaia di quelli che essa chiamava eretici e stregoni e streghe, e oggi il Papa chiede scusa. Non mi bastano le scuse, non so che farmene: le scuse non cancellano la storia e io i colpi di spugna non li sopporto. Se il Papa avesse un po’ di sale in zucca, se fosse un cristiano vero, il rappresentante vero di Gesù Cristo in Terra, allora spoglierebbe il Vaticano dei suoi tesori e li userebbe per sanare il debito del Terzo Mondo. Ma il Papa ha bisogno di farsi pregare da Bono Vox e ha pure bisogno di rivolgersi ai capi di stato perché il debito venga annullato: e, ovviamente, i capi di stato non hanno nessuno interesse a cancellare il debito di questi paesi. Perché? Business delle guerre.
Già, le guerre: pure queste sono business del Villaggio Globale.
Senza entrare nel dettaglio delle tante guerre che il mondo oggi sta subendo, riflettete su questo: perché si fanno le guerre? Per problemi politici e religiosi, queste le principali cause. Le guerre nel Terzo Mondo, perché si fanno? Per problemi politici e geografici. A pagarne le conseguenze sono le popolazioni, i civili che non sanno nemmeno perché si sta combattendo una guerra: loro solo sanno che hanno fame, che muoiono come mosche e che ogni tanto arriva un aereo di una associazione umanitaria e gli butta giù sacchi di medicinali (scaduti!) e sacchi di farina che dovrebbe essere un integratore alimentare. Associazioni che comprano medicinali dalle multinazionali farmaceutiche, che comprano quello che loro osano chiamare “cibo” sempre da multinazionali alimentari: semplicemente mostruoso tutto ciò. E’ un business pure quello di aiutare questi esseri umani come noi, che dovrebbero avere gli stessi diritti che noi presunti occidentali civilizzati abbiamo (o che crediamo di avere). Pensate: più innocenti muoiono o soffrono in modo indicibile nel Terzo e Quarto Mondo, più le multinazionali si arricchiscono vendendo i loro prodotti di merda alle associazioni umanitarie. E per giunta si fanno propaganda gratuita sia le multinazionali, sia le associazioni che si dicono umanitarie. E io a tutta questa gentaglia dico una sola cosa: ma ce l’avete una coscienza o ve la siete globalizzata al primo confessionale a gettoni sospirando una avemaria e un mea culpa! A queste associazioni dico: andate da questi esseri umani e date loro assistenza medica gratuita, date loro libri gratuiti, date loro cibo vero e gratuito, ma non buttate giù le schifezze delle multinazionali standovene tranquillamente seduti dentro i vostri aerei ed elicotteri. Se non fate così, allora sono spiacente per voi, ma siete uguali ai criminali che ammazzano questi esseri umani senza pensarci su due volte. Anzi siete criminali due volte: perché la speranza che questi poveri esseri umani ripongono in voi non può essere nulla, non si può ucciderli con medicinali inutili e scaduti e con integratori alimentari che solo il diavolo sa cosa contengono.
Fate come I Medici senza Frontiere, prestate la vostra opera “sul campo” e non chiedete in cambio niente a nessuno e non cercate aiuto presso la Chiesa, che a sua volta si rivolgerebbe alle multinazionali affinché vi riforniscano di merda da scaricare sul Terzo Mondo. Se volete aiutare qualcuno, allora aiutatelo, ma dovete essere lì: dovete studiare caso per caso come aiutare questi esseri umani, praticare loro cure adeguate dopo attenti esami, dare loro cibo genuino secondo le loro necessità, perché uno che non mangia da una vita mi sembra un po’ improbabile che dall’oggi al domani sia in grado di digerire un pollo arrosto e ancora più improbabile mi sembra che un integratore alimentare lo rimetta in piedi, semmai finisce di ammazzarlo.
I morti di fame e di malattie non hanno bisogno dei miracoli della Chiesa complice delle Multinazionali internazionali. Ma no, voi continuate a buttare loro integratori alimentari e medicine giù dai vostri aerei, che poi se la sbrighino loro e se si ammazzano con una medicina sbagliata o collassano per un integratore alimentare sbagliato, sono rischi che purtroppo bisogna correre per aiutarli nel loro paese.
No, così proprio non mi sta bene. Ma se continuate così, evidentemente è perché avete il vostro tornaconto, in Svizzera ovviamente. Bravi, molto ma molto bravi. Andate a fare in culo tutti quanti.
La globalizzazione esiste sin dalla notte dei tempi, solo che aveva altri nomi, ma la sostanza non è cambiata.
Queste cose Naomi Klein e i suoi accoliti non ve le dicono, non si sognano neanche di parlarne in termini netti e chiari, comprensibili a tutti.
Questa è la globalizzazione: rifletteteci sopra voi che vi dite contro la globalizzazione, ma anche voi che vi dite a favore.
Riflettete se non vi siete ancora globalizzati di dentro!

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