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Melissa P. per l'Occidente

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, aprile 30, 2006







Melissa P.
 




per l'Occidente



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
Una donna-bambina – eterna adolescente - e la sua “nobile figa” attraversano le pagine del primo romanzo di Melissa P. affrontando con lucido, provocatorio disincanto l’egotismo erotico dell’Occidente. Riassunto così, col metro del pelato, il testo potrebbe prostituirsi come una variante sodomizzata dell’Io e del Lei di Susanna Kaysen. Ma Melissa P., che in quanto a strizzatine d’occhio metaletterarie non è seconda a nessuno, sempre prima e in posizione superiore, alza il tiro - con doppi e tripli sensi - e cerca una “ragione suprema” all’erotico peregrinare dell’io narrante, da un accoppiamento all’altro nel suo “lavoro” aggiuntivo di peripatetica del sesso sfrontato affrontato a misura di bocca rigorosamente con l’ingoio: la morale perduta dell’Occidente, le passioni intime di uomini e donne nella modernità, hanno ancora lo spazio vitale - in questo spazio infinito, preciserebbe Giacomo Leopardi (povero sfigato!) - per contrapporsi a una nuova e più orientale visione del mondo?
La domanda implica ragionamenti orgiastici, esternazioni plateali che ripercorrano nelle curve del glande la grandeur di un Occidente sottomesso eppure emancipato, una quasi Gorgone maschia di tutte le miserie dei terzi mondi, di ogni latitudine e razza – anche aliena. La scelta di Melissa P., forse alter ego virtuale di una innocente scribacchina rampante amatissima (e non solo in senso letterale o metaforico) sempre a suo agio nelle posizioni delle nuove comunicazioni culturali, è quella di transitare sulla via della meditazione giocando a rimpiattino con la caduta dei sentimenti: un estemporaneo “nessun governo” (forse l’alter ego, fantasma di Lei) gli commissiona un diario, da partorire in tempi brevi, in cui la scrittrice mostri di andare alla ricerca di un briciolo, anche (im)palpabile, di vera passione. Unica italiana tra autrici europee e americane, la nostra Proust in gonnella e la sua “nobile figa” si ritrovano responsabili, in qualche modo, del declino dell’impero occidentale, poiché il governo delle Huri, con questa destabilizzante manovra pseudo-culturale, prepara l’invasione - non solo psicologica - del nostro antico patrimonio genetico inquinato, viziato e comatoso.
In perenne ripresa soggettiva, la scrittrice appena adolescente in “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” mostra di non esasperare le sue perversioni già di per sé esasperate: scrive, pensa, annota meditazioni sciroppate su scontrini-fatture di lavoro a tutto campo, viaggia per appuntamenti al buio e scambi di coppia, si sposta tra le abitazioni di mezza Italia, si collega con le infinite rotte della vita, privilegiando i siti pornografici. E soprattutto concede ampio spazio alla sua esagitata ferita, che gli procura orgasmi liberi e fragorosi fra le braccia, le gambe e le bocche di uomini-clienti disposti a pagare le sue magistrali prestazioni esenti da complicazioni sentimentali.
Il campionario maschile è una selva oscura e arrapante, le tecniche sessuali della scrittrice-spintria sfiorano vette di erotismo acceso e frenetico assai lontane dal sesso meditativo-acrobatico del Kamasutra orientale. Dall’ultracinquantenne che rischia una miracolosa eiaculazione precoce al semplice borghese e cattolico padre di famiglia che cerca solo parentesi silenziose di sesso totale (fatale), la sfilata degli inventati puttanieri è uno spazio infinito, e lei simpaticamente “offensiva”, con qualche tono di superiore femminilismo - che farebbe inalberare i maschilisti più accesi. La protagonista e il suo Io, forse alter ego quest’ultimo, attraversano una stagione, quella de “Le parole che non ti ho detto”, senza dar prova di esaurirsi sulle sorti dell’Occidente, quello stesso Occidente che invano ha tentato di disegnare Tiziano Scarpa in “Kamikaze d’Occidente”: esse (le parole non dette, ma soprattutto le sorti dell'Occidente), d’altronde, paiono già stigmatizzate da raffiche di dannazioni mediatiche costruite a letto (o a tavolino, se si preferisce) per accendere i riflettori su ogni inferno possibile. E la donna-bambina (comune occidentale) passa - così come potrebbero passare le intellettuali vittime che furono del Divin Marchese con le sue lettere debordanti ad amici, potenti e defunti ma soprattutto nudi nella loro nudità - per tutta una serie di genuflessioni massime divenute imperative, in una superficialità generalizzata in cui si fatica a distinguere – e a setacciare - la profondità vaginale dei sentimenti.
Niente passione, dunque, tra invenzioni erotiche da pellicola hard e considerazioni variamente spinte sugli uomini, tra le fratte italiane in culo ai lupi e il valore aggiunto dello sperma e tra il significato dell’eiaculazione solitaria, ma anche tra la sterilità feconda della nostra epoca, tra l’inutilità utile dei sondaggi (degli exit pool) o le manifestazioni dell’Essere. Niente passione, oppure è proprio questa la passione estrema, un tuffo “puffesco” e divertito nelle basse pulsioni del nostro tempo, dove la tentazione di temporeggiare e di demonizzare i luoghi comuni del perbenismo arricchito diventano l’opera d’arte estrema della donna-bambina, eterna adolescente occidentale? L’ultimo baluardo, prima che arrivi a inondarci una nuova epoca o orgasmo: e alla resa dei conti, finalmente, come si chiede il finto non-giovane J. T. Leroy, è “La fine di Harold?”
Il percorso di vuoto strisciante, direbbe probabilmente la protagonista Melissa P., che separa la sua “nobile figa” da un fittizio rifugio momentaneo dentro un uomo a quello successivo. E quanto di Melissa P. c’è in Melissa P. dei “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” protagonista-specchio così platealmente riconoscibile?
“Madame Bovary c’est moi”, sosteneva quel vecchio sporcaccione di Flaubert. Ma da Bertha Thompson a Liala, da Diane Di Prima a Jennifer Weiner, quante scrittrici hanno violentato il loro tempo attraverso l’iperbole di sé stesse!
In un’ouverture di millennio così asettica e infida, così risibile e altezzosamente tronfia, è naturale che Melissa P. sia sé stessa e il suo contrario, in questo anomalo, spassoso, fittizio - ci auguriamo - canto del cigno dell’Occidente.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:23 | satira | clicca per commentare commenti (23)



Buon 1mo Maggio - Siam tre piccoli porcellini...!

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, aprile 29, 2006




by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:07 | satira | clicca per commentare



Inutili frammenti di un Niente

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, aprile 28, 2006

Never Forget - by Deathrimental

Never forget by Deathrimental


 
 
Evrim on DA: http://deathrimental.deviantart.com/
 
Evrim’s Blog: http://deathrimental.splinder.com/
 


 
Inutili frammenti



di un Niente
 
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
 
BRAVO CAGNOLINO
(di George Michael – traduzione/adattamento: G. Iannozzi)
 
 
GTI, che bolide!
La parcheggia lì solo per farmi invidia
Testa di cazzo, ti faccio vedere io chi è il duro
Sparerò al cane, sparerò al cane
Ogni giorno è un giorno di festa
Ho passato il sabato notte fatto di Novocaina
Ho chiamato i porci ma nessuno è arrivato
Sparerò al cane, sparerò al cane… (forza ragazze)
 
999 - c’è un fottuto casino
Gente, avete visto quel fuoco in città?
Sembra che abbiamo freddato i democratici
Dovreste accattarvi un gingillo semi-automatico, yeah
Per questo io sono sempre fatto, yeah
Per questo esco a divertirmi
Bravo cagnolino, bravo cagnolino
Continua a fare le feste…
 
Mustapha
Mazeltov
I ragazzi di Gaza
Tutta quella porcheria santa
 
Quando mi riprendo ho la sensazione
che faranno fuori il cane, spareranno al cane
 
Quindi, mia cara Puttanella
potresti darmela almeno stanotte?
Digli
“Tony, Tony, Tony, lo so che sei arrapato
ma in Bush c’è qualcosa che non mi va giù”
 
999 - c’è un fottuto casino
Per questo sono sempre fatto
Per questo esco a divertirmi
Bravo cagnolino, bravo cagnolino
Continua a fare le feste…
 
L’Ayatollah viene bombardato, yeah
Guardate come si diverte il sergente Bilko
Bravo cagnolino, bravo cagnolino
Continua a fare le feste per l’Uomo
 
Credo, credo in quello che disse il saggio
anche se so che lassù non c’è nessun Signore
Credo in me, credo in voi
e sapete che credo nell’amore
Credo nella verità anche se sparo menzogne a volontà
Soffro durante le età della vita
Non me ne frega niente della fatica che mi costa
Continuerò a credere nell’amore
E dico
 
Puttanella, tesoro, rolla una canna
Ho voglia di spassarmela
e guardare la Coppa del Mondo con te
Sì, cosi va bene
Ci stiamo lasciando andare stanotte
Resta con me stanotte
Divertiamoci un po’ mentre Tony è impegnato
 
Andrà tutto bene
Andrà tutto bene
Vedi Tony che balla con Dubya,
non immagini perché?
 
 
 
 
 
INUTILE POESIA
 
 
Mi sono innamorato
Sono caduto rovinato
L’amore non ci salverà
la poesia non servirà
Sono sempre tante le parole
che si dicono tanto per, per dire
Ma niente oggi ci risparmierà
per quel poco che abbiamo
creduto d’essere
 
Se mai siamo stati legati
oggi cadiamo in ginocchio
ci rialziamo, non pensiamo
Una recita già vista a teatro
un vecchio disco consumato
No, oggi niente ci riporterà
indietro al tempo dell’illusione
delle mani sudate
Se mai siamo stati insieme
adesso non più
e non è nemmeno dramma
che valga la pena d’essere
a qualcuno raccontato
per portargli conforto
ché a patir uguali pene
non si è mai da soli
 
Ah, la poesia sì
non ci salverà alla fine:
inutili piume di pavone    
 
 
 
 
 
SOLDATI
 
 
Le parole che dici
non ce l’hanno un senso
Zucchero e sale
non resta il sapore
solo il ricordo amaro
che l’acqua sciacqua via
 
In riva a un fiume
ci sta una canna da pesca
due soldati una sigaretta
un pesce morto e una ragazza;
il sole li scalda
gli mette addosso sudore,
tra i denti poco o niente
Il fumo leggero se lo porta il vento
oltre il viale il campanile le colline
 
Ci vorrebbe un talento geniale
ma la giovane non sa pedalare
e tutto va a puttane senza capire
senza imparare o disturbare
Ma loro hanno promesso
Lei però non sa se crederci o no
Dalla guerra non torna mai nessuno
e quando qualcuno sì, uno zoppo
un mutilato, quel che si dice
un mezzo uomo presto dimenticato
 
Nere gramaglie ma bianchi i visi
Due lacrime di pioggia sulla bara
poi tetra la benedizione della campana
 
Le parole che peschi
non ce l’hanno una vita
Zucchero e sale
su interminabili ferite,
solo sapori così
che il sangue porta via
 
  
 
 
 
IL DIAVOLO DEL FIENO
 
 
Il fieno mi cade dalle mani
Ma mio padre morto da tempo
canta una canzone antica
d’un innamorato che scambiò
il crine d’un cavallo per un capello
d’una bionda tutta curve - mozzafiato
C’è un venticello bello
Tira che: un piacere il fuoco,
la gramigna un sorriso sul creato
Mi cade la mascella nel vuoto
Però continuo a camminare
cercando, non lo so cosa,
ma cerco, è tutto quel che ho
 
Sfrecciano le macchine sulla strada
Lasciano nell'aria un rombo di tuono
Ho le ascelle pesanti di sudore
e la barba vecchia da sempre
Un contadino saluta nessuno in particolare
Le nuvole bianche si confondono
nell’umidità degli occhi fissi sul sogno
 
C’è un diavolo in mezzo al fieno
Chissà! Forse questa volta mi amerai
C’è un uomo sotto il sole senza cappello
Chissà! Forse questa volta mi amerai
C’è un ago nascosto nel fieno da falciare
Mi amerai, mi amerai, mi amerai
Ti perderai, ti perderai, ti perderai
 
 
 
 
 
VINCENT
 
 
Girasoli al sole giallo
e la notte nell’anima
costretta;
un taglio e via
via l’orecchio
per non sentire
più le grida di dentro
e quelle tra i campi
E tutti i colori
e tutte le pianure
dove cresceva il verde
per far posto
a nuova stagione
di soli di cieli stellati
Ma spengeva la mente
un affanno troppo greve
perché non mi fosse
tanto grave la morte
in bella pazzia
senza dalla vita
aver avuto mai
un soldo di gioia
Così al sole
come teso girasole
dal vento commosso
rimango,
giusto una pennellata
di giallo in un posto
sbagliato
 
 
 
 
 
MA FOLIE
 
 
Oh dolce irrinunciabile Follia,
tenera più dell’anima!
 
Un tuo bacio mi può dar via
al paradiso
Un tuo unico segno d’amore
mi può stordire per la vita intera
Ah, lo conosco quel tuo modo
così particolare di lasciarmi un bacio
Non lo so rifiutare, non ne ho la forza
Sono così arrendevole, così colpevole
Ma lasciami illudere ancora
che il tuo cuore batte solo per me
E lascia che te lo dica
senza mezzi termini
che se con la tua dolce follia
mi hai innamorato del tutto
esiliando per sempre il senno
sulla Luna
 
Oh dolce irrinunciabile Follia,
colpevole più del cuore!
 
 
 
 
 
AGNUS DEI
 
 
E’ stata tanto commovente
la recita dell’Agnus Dei
Il vespero era già da un pezzo
passato e accolto fra il nero
d’una notte lunga senza futuro
Io guardavo la Passione di Cristo,
quella sua immane sofferenza
Mi domandavo perché tanto dolore
quando poi è stato moltiplicato
anno dopo anno fino a questo oggi
così tanto medioevale di guerre
di vittime intestine tribali triviali
che a memoria sol raccolgono
epitaffio scritto da chi ha comandato
- approntato - macello mai ultimo
Ma all’aria aperta le campane,
il suono di bronzo faceva eco
Non riposavo no, tutta colpa
di quella eco sì tanto immensa
senza senso, però carca di peccato
 
 
 
 
 
T.V.B.
 
 
Come cane e gatto
Come Red e Toby
Come bianco e nero
Eppure non possiamo
fare a meno di esser
con noi amici
Sarebbe davvero
tanto sbagliato
diversamente,
il graffiarci sempre
pensandoci male
Ma noi ci graffiamo
invece sempre bene
per infine incontrarci
e riderci sopra
 
 
 
 
 
MI HAI DIMENTICATO
 
 
Mi hai dimenticato
Lo so che l’hai fatto
Mi son distratto un momento
e tu hai portato gl’occhi altrove
Hai fatto un giro di tango
con un indiano e un valzer con dio
che si spacciava per me
Ed intanto te la ridevi dell’ingenuità
e di quel rossore sulla mia faccia
troppo giovane eppure già vecchia
Mi hai dimenticato
 
 
 
 
 
PIANO DI JAZZ
 
 
pagina dopo pagina
ti leggo un brano
tu ascolti in silenzio
il mio silenzio fra le righe
allunghi una mano
per una carezza soltanto
rimango deluso un po’
ma non te lo faccio capire
riprendo a leggere
la voce tu la senti che trema
brano dopo brano
i tuoi occhi su me mi sbranano
- come su un piano di jazz
così noi, indecisi eccitati -
 
mi cade il libro
tu dici con gli occhi
non lo raccolgo
ma prendo la tua mano nella mia
tu li abbassi gli occhi sul libro aperto
che riposa sul freddo pavimento
un filo di vento entra
sconvolge le pagine, le apre tutte
tu liberi un sospiro in aria
io continuo a tenerti la mano
mi uccidi: “che uomo sei?”
mi ascolti in silenzio il silenzio
che dalla mia bocca sulla tua
uguale a un bacio incomprensibile
 
- come su un piano di jazz
eccitati diavoli tra il nero
e il bianco, e la pioggia
che picchietta sul tetto –
 
cadiamo, cadiamo, cadiamo
nelle pagine che scriviamo noi
 
 
 
 
 
NON MI PUOI LASCIARE
 
 
Non mi puoi lasciare
un saluto, un bacio
di sfuggita, promettendo
che tornerai da me
a rivedere la mia brutta
brutta faccia
 
Non mi puoi lasciare
Non così, così in fretta
 
 
 
 
 
HOBBIT
 
 
Alzatevi, Padron Frodo
L’anello vi fa pesante
Ogni passo vi scalza via
un grammo di vita
Giorno dopo giorno
pallido invisibile diventate,
quasi più non vi riconosco
Padron Frodo,
quanto è pesante il male
lo sapete soltanto voi
Eppur sospetto
che ne fareste volentieri
a meno di quell’Anello
che tenete legato al collo
 
Domani morirete sì,
in solitudine lontano
dagli amati hobbit
senza un grammo
di erbapipa,
sol col conforto
d’aver portato con voi
il male che avrebbe
ammaliato l’amato Paese
 
Ma ora, Padron Frodo
alzatevi e date battaglia
al male che avanza
 
 
 
 
 
OCCHI VERDI
 
 
Amore, se è vero che mi ami,
che a me non sai rinunciare
allora portami sul tuo cuore
e lì lasciami morire o dormire
E poi svegliami con una carezza
che sia dolce quanto il paradiso
che ho rifiutato per dio, per gl’occhi
che vedo così verdi dentro ai miei
così rossi di infuocata passione
 
 
 
 
 
ANGELO BLU
 

Dormi angelo
No, non lasciarti
accasciato
alla malinconia
Angelo blu,
il cielo è
E non c’è altro
oltre me e te
Non c’è
che l’amore
che fa vivere
e soffrire
 
 
 
 
 
CHI?
 
 
Chi ti ha spezzato il cuore?
Chi ha ucciso il cigno in te
per domarti nelle fiamme
d’una passione di rimpianti,
di troppo tardi, di giorni
che andranno avanti da sé
uguali al niente
eppure di dolore? Chi,
chi ti ha donata al male?
 
 
 
 
 
ROMA
 
 
Bimba, non uscire
Non fare tardi
Roma ha strade
e altre strade
e viottoli oscuri
dove non ci si arresta
nemmeno la polizia
Mia Gioia, non andare
a trovare il lupo nero
E’ sempre a caccia
d’un’anima tenera
come la tua, insaziabile
il suo appetito
 
Copriti bene, nasconditi
in una sciarpa rossa
Non dar nell’occhio,
attenta ai colori dei semafori
che fanno gli occhiolini
agli incroci
Non dar retta
a chi vorrebbe attaccar bottone
o a chi ti chiede un gettone
per telefonare
E non accendere il fuoco
alla sigaretta di quel signore
tutto nero che ti ruba a te
con uno sguardo appena
 
Roma è una città di fogne
e di cesari, non c’è da fidarsi
 
Bimba, Bimba, Bimba
torna a casa, chiudi bene
a doppia mandata
Cerca il tuo equilibrio
ma lascia la notte,
lasciala ai suoi traffici
C’è gente cattiva e invadente
Ci sono neroni
che danno fuoco
a ogni strega e fata
 
Non lasciarti nella notte, Bimba
Se mi vuoi bene
non lasciarti alla notte
Sei troppo bella e bianca
perché il nero abbia ragione
della tua giovane bellezza
 
Non darmi questo dolore
Amami, ma torna a casa
 
 
 
 
 
VELOCE BACIO
 
 
Ma che bacio
m’hai lasciato,
sì tanto delicato

Oh, presto,
più presto:
sento l’affanno
se non mi dai
le tue labbra
sulle mie

Amore, veloce
Senza te
soffoco
in amarezza
 
 
 
 
 
ROSA NERA
 
 
Ti lascerei un bacio
ma nutro tema
che me lo seppelliresti
in gola
fino a farmi nero
uguale alla morte
Allora
sol ti lascio una carezza,
la mia nera tenerezza,
il velluto d’un petalo
di rosa nera
nata tra piedi
di santi e peccatori,
calpestata da nessuno
 
 
 
 
 
ROSA NERA
(reprise)
 
 
Ti lascerei un bacio
ma nutro tema
che me lo crocifiggeresti
in gola con un chiodo
fino a farmi gesù,
uguale alla morte
Così maschio il mio odore
raccolto fra occhi di crisantemi
ed epitaffi votati alla cenere
Duemila manette
sino al tuo amore
E non basta ancora
per riempire l’immenso vuoto
che hai lasciato
su mani e piedi, sulle labbra
e sulla fronte di spine adornata
Rosa Nera, corrompi la carne
e lo spirito che ho perso
in dannazione eterna per te,
solo per te, mia Maddalena
 
Oh, ti amo, ti amo
E non l’hai capito
 
 
 
 
 
TI AMO
 
 
Pulcino, ti amo, ti amo
E’ banale, dici che è così
Ma non le trovo parole più grandi
No, non farmene una colpa
Pulcino, so solo che ti amo
 
E’ così facile
E’ così difficile
dirtelo sfacciatamente
che ti amo, che ti bacio
Che prendo tutto il tuo rossore
di fragola sul mio di caprone
 
Pulcino, che vuoi che faccia?
La mia brutta faccia la sai
e anche se ti fa star un po' male
mi ami, io lo so, lo so che m’illudo
 
Ma Pulcino mio, è così
Io so solo che ti amo
 
 
 
 
 
ALL’OMBRA DI VENERE
 
 
Ti posso sposare, dolce Venere
Ti posso amare fino a perdere il cuore
Fino a perdermi in te, fino a terminarmi
Ti posso amare il sorriso, farlo mio
per incastrarlo nei miei giorni di uggia,
per darlo a quei cieli carchi di pioggia
- che da sempre mi piovono addosso
quando perdo per strada la speranza
 
Ma ti posso amare, soltanto amare
E poi dirti che sì, l’amore sei e vieni e vai
Ti posso avere, ti posso comprare tutta
d’un pezzo
Pago ogni prezzo, anche il più squallido
- indiavolato
Sono soltanto un piccolo uomo innamorato
Non lasciare che scriva una poesia d’amore
se poi me la cancellerai con il solito epitaffio,
che da un’eternità intera conosco
all’ombra degl’ippocastani cercando indarno
con la mano fantasma di togliere la polvere
dagl’anni, nato il morto il
 
 
 
 
 
QUASI UNA LACRIMA
 
 
Ti penso cattiva
perché gli uomini
- che analfabeti sono -
lettere d’amore
ne scrivono tante assai
Ma poi le donne
le ritagliano,
ne fanno coriandoli
per carnevale,
per un capriccio di vento
E però, più spesso,
accade che le parole
diventino epitaffio
- una caduta da cavallo
che proprio non si pensava
Ma il collo torto e ritorto
- senza vita - lascia il capo
perché cada sul petto finalmente
- quasi una lacrima
che ha già preso sembianze
d’inumano teschio
 
 
 
 
 
COSI’ GIOVANE
 
 
Quando il sole avrà spento
la luce dei miei occhi, ricordarmi
che un tempo son stato bello
anch'io - e che giovinezza ha nutrito
i parti di quelle illusioni
che ora rimetto al vuoto immenso
 
 
 
 
 
OH, MOSTRO!
 
 
Mostro, mostrati!
Risorgi
Svolgi le bende
che ti legano
al letto di morte
- a quell’amore
che t’hanno puntellato,
giusto una croce
là dove prima peluria
stava per nascere
 
Mostro, mostrati!
Lavati i piedi
in acqua di rose
Profumati l’alito
inghiottendo la lucertola
Apri, apri gli occhi,
quelle conchiglie
che del mondo
hanno visto poco e niente
 
Mostro, mostrati!
E poi cadimi
in ginocchio
per sempre a baciare
l’ombra
che s’è fatta feto
e grembo ai tuoi piedi
 
Oh, mostro!
 
 
 
 
 
LUNA BELLA
 
 
Luna bella, ti ho persa
tra un raggio di luce
e uno di buio
Mi sei entrata dentro
in punta di piedi
quando meno me l’aspettavo:
avevo le finestre aperte
E ora che non sei più
a darmi una speranza,
penso a quanto bello
un volo dall’ultimo piano
leggendo cogl’occhi in velocità
tutte quelle mutevoli verità
che s’affacciano per un istante
Un volo giù a capofitto
più stanco dell’urlo
in gola - che strozzata rimane
fino alla fine
 
 
 
 
 
CAPPUCCETTO ROSSO
 
 
No, non è vero
Non sei più con noi
Hai fatto il patto col diavolo
Gl’hai baciato l’ano
e poi gl’hai strappate le piume
perché corto non fosse
il tuo volo all’inferno
L’hai incontrato ancora:
ti ha preso sul suo letto
il Prete Nero
e ti ha consigliato di spogliarti
Ma tu ostinata
gli hai schioccato un bacio
E quello allora ti ha girata
e con un calcio in culo
t’ha lanciata lontana
però dritta in bocca al Lupo
E quello t’ha pappata
fottendosene delle piume,
del tuo Cappuccetto Rosso
e delle ossa pure
Ha fatto un bel pasto
Poi ha acceso la tv,
ha messo il programma su,
la Parodi e Verissimo
e s’è dato cento colpi di spazzola
prima d'andare a dormire

Non mi sei mancata
perché non sei mai stata
l’angelo in rosa che credevo
ma solo un danno disteso
nel cavo del mio palato
 
 
 
 
TU, ONDA SU ME
 
 
Tu mi freghi perché lo sai
che nel mio cuore duro
- freddo e vecchio come un sasso -
c’è una lacrima di sale e di mare
che è facile a venire e a farmi mollo
quasi fossi io un’onda alta e forte sì
ma destinata a seppellirsi sulla spiaggia,
in quel tuo cuore tenero
che amo tanto e che non oso dimenticare

Eh sì, poi sempre torno per un momento
di nuovo onda su te, di nuovo sale
lacrima impenitente che tu m’asciughi
 
 
 
 
 
LO SPUTO
 
 
Che cos’è l’amore?
Un vuoto da riempire, disse uno
Una fossa troppo piena, disse il secondo
Il terzo crollò il capo, sputò a terra
e se ne andò via
lasciando il filosofo e il prete
a pulire lo sputo lasciato sulla bara
 
 
 
 
 
UNA STORIA CRUDELE
 
 
La mia Bimba prepara il pranzetto
Mi darà un piatto indonesiano
E fuori c’è un cielo scuro più del nero:
battono le imposte sotto la frusta del vento,
la pioggia piove forte e scivola e fa fango
Ma la mia Bimba non chiude gli occhi,
affetta le cipolle una dopo l’altra
e mi mette in bocca una cavalletta
Ed allora io le racconto delle piaghe d’Egitto
E la mia Bimba starnutisce e si soffia il naso
Non è affascinante vederla così raffreddata
Un lampo, un tuono che fa terremoto in casa
La guardo apparecchiare il desco
Ha il volto scuro scuro per metà,
l’altra metà è invece troppo pallida
Un brivido di tristezza mi strappa la spina dorsale
Le chiedo, “Tutto bene?”
Non risponde, mi ha messo il piatto davanti
Fuori il tempo è uno schifo, il sole non si vede
Ci sono nuvole uguali a diavoli armati di forconi
Vorrei scappare, aprire quella porta
che mi si apre in un sorriso di turbolenza
Però non posso: amo ancora la mia Bimba
nonostante non la riconosca più
 
 
 
 
 
IN FONDO IN FONDO
 
 
Cammino come un barista
in bilico sul filo d’una speranza
intravista nei fondi di caffè,
parlo a raffica peggio d’un buddista
Ma non mi capisco per niente
e la gente mi spara alle spalle
risate e dentiere e capsule d’oro
 
Non ho colpa, non ho colpa
di tutto il sangue che scorre
tra la Senna e il Po
 
Grido per niente, nessuno sente
Ho il cuore d’un passero
e il passo pesante e leggero
Ho dentro una confusione
che non puoi capire
 
Che non puoi setacciare
nei tuoi fondi di spazzatura
 
 
 
 
 
BARBRA E G.
 
 
Hai migliorato la tua vita
dando all’amore e all’odio
la loro parte, una rosa
e un pezzo di vetro? Chi,
chi ti ha fatto più male?
Hai provato com’è
stare in loro compagnia
E ti sei detta: se è tutto,
allora non è
perché credo dev’esserci
qualche cosa di più grande
dei sentimenti, di dio
 
Sì, mia cara Barbra
C’è per l’abbraccio di G.
 
 
 
 
 
PER SEMPRE IN ROSSO
 
 
Non si voltano le spalle
all’amore: porta con sé
una volta soltanto l’odore
del miele e il pallore estatico
della Luna
 
Sboccia una volta e mai più
dopo
 
Se gli chiudi gl’occhi davanti
lui scompare senza proferire
parola che sia una, d’amore
l’amore
Semplicemente scompare
rapito tra pozze d’acqua e di sole
che fantasia insegna alla mente
 
Sboccia una vita sola alla vita
invadente di segni di stelle
di profezie naviganti
 
Si coglie una volta soltanto
con rossore l’amore
Una volta soltanto si colora
di rosso l’amore
Ma per sempre più forte
d’ogni estasi lunatica, My Barbra

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:50 | poesia | clicca per commentare commenti (49)



Marino Magliani - Quattro giorni per non morire, intervista all'Autore

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, aprile 26, 2006


Marino Magliani - Quattro giorni per non morire



Soltanto quattro giorni



per Marino Magliani
 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Ci sono giorni che passano tutti uguali senza mai un incidente né una sorpresa. Ci sono giorni che sono di sicura monotonia dove a predominare è il sentimento che la vita sarà lunga, sicuramente destinata a una pacifica vecchiaia. E forse per vivere a lungo il segreto sta nel non porsi alcuna domanda né pretendere di più dell’aria dell’acqua e del pane che abbiamo a portata di mano perché fortunati d’esser nati in una regione aprica e modestamente ricca con un governo stabile. Eppure la vita è una incognita, soprattutto per quegli animi inquieti che non si accontentano di sopravvivere a sé stessi: è quanto accade a Gregorio, detto Colibrì o Brì, che in giovane età si reca in una terra lontana, nell’America Latina, con alcuni amici, alla ricerca di un tesoro grande, quello che potrebbe spiegare almeno in parte il mistero della loro esistenza o renderla migliore. Gregorio è giovane, ha tutto davanti a sé, il sole lo bacia in fronte: ma accade qualcosa che presto lo sprofonda nelle latebre più infinite del suo Ego disegnandolo sull’abisso del non-ritorno.
Marino Magliani ha scritto un romanzo il cui involucro è quello di un noir: “Quattro giorni per non morire”. Ha dato vita a un uomo il cui cuore potrebbe essere quello di un colibrì, capace di battere centinaia di volte in volo e solo trentasei durante il sonno: Gregorio, il personaggio principale di “Quattro giorni per non morire”, durante la sua permanenza nei paesi del Sud America incaico viene preso da una forma di malaria tanto rara quanto ferale; per giorni sta sull’abisso della morte, incosciente, poi torna a vivere ma solo per lottare contro le febbri che gli minano il corpo e la mente. Ma non basta: tornato in Italia, ad attenderlo ci sono le manette. Qualcuno l’ha tradito, qualcuno che era con lui in Sud America: altrimenti non sarebbe finito in gattabuia per una partita di droga. Ma sarà davvero così, un tradimento di Giuda in quella che fu la geografia degli Inca?  
Gli anni passano, le stagioni si sovrappongono e restano inafferrabili, Gregorio non può davvero fare niente: poi la notizia, la madre gli è morta, così gli vengono concessi quattro giorni per il lutto, quattro giorni di sole e di libertà. E Gregorio torna in paese, tra gli ulivi liguri, in quella terra che gli ha dato i natali: incontra gli affetti di un tempo, la donna che ha amato e che scopre d’amare ancora, incontra il fratello Gilberto che gli dice della terra, di quella eredità che la madre gli ha lasciato. Non sa tante cose, ma di una è certo: vuole vivere, e per riuscirci ha una sola possibilità, tentare la fuga per farsi curare da un dottore che gli dà l’ottanta per cento di sopravvivenza contro il cinquanta se continuasse a farsi curare in carcere in Italia.  
Come in quel “Sole non è per noi” di Léo Malet, come ne “Il sole dei morenti” di Jean-Claude Izzo, Marino Magliani in “Quattro giorni per non morire” racconta la terra, o meglio la biografia-geografia di un uomo la cui vita è appesa a un filo: condannato a scontare anni in carcere, condannato a soffrire le febbri malariche che ha nel sangue. La lingua di Magliani è secca, senza sbavature: in certi passi sembra d’andare incontro a quel senso di stanchezza esistenziale che Cesare Pavese ha nobilitato nei suoi romanzi e racconti, e soprattutto in quel “Lavorare stanca”. E c’è l’ironia, quella del destino, un’ironia cruda come nei migliori romanzi di Nico Orengo tra “La guerra del basilico” e “La curva del latte”.
“Quattro giorni per non morire”, un noir che non è solo in nero, ma letteratura, disegno geografico dell’uomo, delle sue ambizioni, delle sue paure e speranze; un romanzo che parla della Liguria, che, alla fin dei conti, è la vera protagonista e che è il cuore più nobile bello storico e doloroso di Gregorio detto Colibrì, e dell’Autore, Marino Magliani
 
Marino Magliani è nato a Dolcedo, in provincia di Imperia, il 30 luglio del 1960. Scrittore e traduttore, ha pubblicato i romanzi Molo Express, Prove tecniche di solitudine (Centro editoriale imperiese) e L’estate dopo Marengo (Philobiblion). Vive e lavora a Ljmuiden, sulla costa olandese.
 
 
Quattro giorni per non morire - Magliani Marino – Collana SporeSironi – 156 p. - ISBN: 88-518-0062-6 –  € 12,90




Marino Magliani
- in foto: Marino Magliani -




Intervista a


 
Marino Magliani
 


 
“Quattro giorni per non morire”
 
 


 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
1. Domanda facile, o forse difficile: chi è Marino Magliani, autore oggi di “Quattro giorni per non morire” edito da Sironi Editore nella neonata collana spore? Di te si sa davvero poco, o sbaglio?
 
Faccio mie le parole dell’autore che amo di più, che è Francesco Biamonti: “La mia vita è da cancellare, i miei natali non contano nulla”.
Credo tuttavia che qualcosa di noi stessi valga la pena d’esser raccontato. A scuola (i miei studi sono stati disordinati, a una lunga frequentazione di istituti religiosi dove si facevano sei ore alla settimana di latino e altrettanti di letteratura classica, sono seguiti un paio di anni di scuola statale, anni sonnolenti, con professori pigri e impreparati, che entravano in classe con dieci minuti di ritardo)… A scuola, dicevo, mi affascinavano moltissimo le biografie degli autori, i loro carteggi.
 
Sono nato nel 1960, a Dolcedo, un paesino della vallata di Porto Maurizio, in un posto che a quei tempi funzionava da ospedale e ora è diventato un ospizio per anziani. I miei genitori erano olivicoltori e da bambino li seguivo su per le mulattiere, nel sole. La valle era una valle che finiva contro una spalliera di montagne, dalla valle non si andava da nessuna parte se non al mare, così, già fin da allora mi sembrava che da quella valle si tornasse solo indietro.
La solitudine era un bosco di ulivi zitti, di brusii di insetti, bambini con cui misurarsi non ce n’erano, in paese tiravo calci a un pallone sgonfio, per un vicolo in salita. Dovevo essere incredibilmente felice: mi pare di ricordare, avevo genitori che la sera mi venivano a salutare a letto, avevo un asino che portavo a bere alla fontana, avevo il vicolo, i portici, i vecchi che mi raccontavano storie di partigiani.
In seconda elementare, che frequentai nel paese di Dolcedo a un paio di chilometri da casa mia, mi rimandarono di lingua italiana (in quei tempi si dava un esamino); la lingua della valle era il dialetto, la maestra aveva chiesto di elencare dei frutti, i famosi pensierini, e io avevo consegnato il foglio bianco. Il mio vicino di banco - un bambino di un altro paese, di un’altra seconda elementare quindi, che era venuto a dare l’esamino di seconda nella scuola capoluogo della valle - ricordo che s’era messo fin da subito a buttar giù una sfilza di nomi di frutta: alzava un istante gli occhi alla finestra, guardava la fronda verde dell’albero, e come se avesse preso respiro, si rimetteva sul foglio a scrivere un’altra dozzina di nomi di frutta. Io ricordo perfettamente che mi sembrava così fin troppo scontato scrivere la mela, la pera, la susina, come, credo, facevano tutti. Bisognava scrivere frutta impossibile, esotica, dalle forme bizzarre, frutta piena di gusti, frutta nuova... Oppure bisognava scrivere nomi di frutta in dialetto, perché in italiano quella frutta lì non esisteva; mia madre fra poco non m’avrebbe mai dato una pera, un susina, ma ina peia, in brignun... Uno aveva addirittura scritto le olive (lo sentii bisbigliare alle spalle). Le olive frutti ? Ma eravamo matti, le olive frutti che dissetavano? Insomma non riuscendo a scrivere le cose per quello che in realtà erano o avrei voluto che fossero, lasciai il foglio in bianco.
Quell’anno avevo sentito dire che esisteva un posto che chiamavano collegio ed era tra la Liguria e il Piemonte, un posto dove vivevano tanti bambini e c’erano campi di calcio e di pallacanestro, parchi e saloni dove si mangiava tutti assieme, e camerate dove si dormiva tutti assieme. Così convinsi mia madre a mandarmi lì. Fu la prima volta che andai via da casa e non tornai mai più.
Lasciai il collegio a quindici anni, studiai irregolarmente, come ho detto, nelle scuole statali di Imperia, poi - e durante - mi imbarcai su un traghetto che portava i turisti in Corsica. Poi, tolta la parentesi del servizio di leva, vissi in Norvegia un’estate e una primavera, qualche inverno alle Canarie e qualche estate in un paesone sul mare dalle parti di Barcellona. Erano gli anni del boom degli italiani in Spagna e mi ero specializzato nel tradurre il menù dei ristoranti, i soldi non erano granché ma avevi assicurato per la vita un posto dove mangiare. Un giorno partii per il Sud America e vi rimasi più di un anno. Fu laggiù che imparai il lunfardo, il gergo che mi è servito per certi dialoghi de i “Quattro giorni per non morire”.
Al ritorno - mi avvicinavo ai trent’anni - mi fermai a vivere stabilmente in Olanda e mi venne voglia di cominciare a scrivere le cose che avevo visto durante quegli anni, ma mi accorsi che non avevo visto altro che boschi di ulivi.
 
 
 
2. “Quattro giorni per non morire” – qui lo dico e non lo nego – è un romanzo, un noir scritto in una lingua che punta alla perfezione, in un italiano che è tipico di pochi grandi autori: in certe pagine si ha netta l’impressione di trovarsi di fronte a quel mondo rustico e genuino e triste di Cesare Pavese ed Eugenio Montale. Non è una esagerazione, a mio avviso, dire che il tuo romanzo è Letteratura oltre ad essere una superba storia, un noir… Quali autori ti hanno influenzato per quelle che oggi sono le tue idee? gli stessi che hanno contribuito a maturare il tuo stile? E perché?
 
Noir o no, è difficile dirlo, noir come noir è la vita, o questa storia è tutto fuorché un noir... Io credo che ci siano cose che si possono definire diversamente ma non smettono di essere la stessa cosa. Mi viene in mente un aneddoto che mi raccontò proprio un vecchio noirista argentino a proposito dei generi. Un paio di amici una notte passeggiano per un viale alberato e vedono una macchina ferma in un angolino che sobbalza e vanno a vedere. Avvicinano la faccia al vetro, fanno schermo con le mani e si dicono l’un l’altro: perbacco, ci sono un uomo e una donna che fanno del sesso. Tuttavia se avessero la pazienza di aspettare la fine e chiedessero a quella donna, forse la risposta della donna sarebbe stata che aveva appena fatto l’amore.
Gli autori che sono stati importanti sono i vecchi seduti sui gradini, narratori di notti di sesso nei bordelli e di discese di partigiani e di colonne di camion di tedeschi, di condottieri partigiani come il dottor Felice Cascione, sorta di Che Guevara delle alti valle liguri, e del Cion Bonfante, di Cimitero, e storie di serpenti grossi quanto la gamba di un bambino che vivevano nelle pietre dei villaggi abbandonati. Affabulatori di epiche battute di caccia, di passaggi di disertori napoleonici, di tesori, occultati proprio da Napoleone in persona. Grandi conoscitori di una Liguria sotterranea, carsica.
Sono le cose che ho sempre cercato nei libri, che ho amato cercare nei libri, cose che sapevano di pioggia e di terra, da Pavese, certo, che mi ricorda gli odori della terra intorno al collegio di Mondovì, a Fenoglio, alla fuga oceanica della Questione privata che tento di riscrivere ogni volta e di fermare, fino a quel crollo, davanti al bosco... Dal Tabucchi di Pereira, al Marquez di Nessuno scrive al colonnello, per giungere ai liguri, al Calvino della Strada di San Giovanni, a Biamonti, al Conte di un libro per me importantissimo, Primavera incendiata, che mi ha aperto una strada, una finestra su una Liguria intimamente mitica e a me sconosciuta… alle sue poesie, ai versi dell’Oceano e il ragazzo, che attraversano e vanno ben oltre qualsiasi Liguria e regione: un giorno se mi leggerà il lettore del terzo millennio, saprà che c’erano gli alberi e i desideri, le palme e i pini, e gli eucalipti dalle foglie a quarto di luna, e le rose: chi non voleva più soffrire, e chi voleva amare tutto…
 
 
 
3. Leggendo “Quattro giorni per non morire”, ecco una storia che è, per così dire, non solo la biografia ma anche la geografia di un uomo in corsa contro il tempo per cercare di sfuggire alla mano impietosa della morte. Si respira un pathos forte, di ineluttabilità come nei migliori romanzi di Jean-Claude Izzo e Léo Malet. Il protagonista al centro del tuo romanzo, per un errore commesso in gioventù nell’America Latina, alle soglie del Duemila sa che ha una sola speranza - flebile a dire il vero – per tentare di salvarsi. Chi è Brì, o chi credeva di poter essere?
 
Certo, la geografia è senz’altro il personaggio centrale delle mie storie come è stato detto. E’ il posto dell’anima, e l’anima sa solo scappare.
Brì è uno che non ce l’ha fatta a restare, uno che, come dice lui guardando il tempio della memoria, capisce di non essere riuscito a suo tempo ad accanirsi come tutti gli altri contro le cose che gli stavano attorno, le cose della terra, la produzione agricola, la polemica degli agricoltori liguri contro le istituzioni che li abbandonano a se stessi. Uno che guarda e rimpiange di non aver chiesto un giorno, una sera d’estate, alla festa del paese, il ballo a una donna. Ma credo che i “Quattro giorni” debbano passare pure attraverso la lettura dei “segni”, la storia ha infatti un incipit in Sud America, laggiù inizia la fine e Colibrì lo sa, in mezzo a terre dove i fenomeni del cielo portano sventure, dove “ogni istante del presente è il minuscolo ingranaggio di una profezia che continua”. Colibrì sa che portando in Europa quel carico di coca “rosada” si caricherà della stessa sventura che il passaggio della cometa di Halley aveva annunciato a Hatahualpa. La profanazione dei cimiteri incaici col suo sentore di morte, come l’alito di un cane, il danno che una mano arreca a una farfalla pur non volendolo, Colibrì la sente, e quella notte, lungo la strada peruviana, che si ferma a guardare la Via Lattea, è come se egli l’avesse tutta quanta disperatamente davanti, in uno schermo, la sua corsa verso la fine.
 
 
 
4. Dario Voltolini, giustamente, scrive a proposito di questo noir mediterraneo: “Qui c’è un passato che riemerge, un futuro da giocarsi all’ultima mano. C’è una partita, c’è un rischio, c’è un dolore. C’è una trama che ti prende, una rete di affetti che non ti lascia, una scacchiera su cui muoversi con cautela e decisione”. Come ne “Il sole dei morenti” di Izzo e “Il sole non è per noi” di Malet, nel tuo romanzo “Quattro giorni per non morire” il sole è un simbolo, una speranza ma irraggiungibile. E’ il sole della Liguria, dove Brì torna dopo tanti anni, ma per quattro giorni soltanto, ritrovando il fratello e la madre morta, ma anche tanti altri affetti. Brì non si arrende alla morte; e però è come se fosse già morto. Il tuo personaggio lotta per sé stesso: solo per salvarsi la pelle? o ha un progetto di vita più grande all’orizzonte che non sia un semplice sopravvivere?
 
Certo, la luce nella scrittura mediterranea, in quella di Izzo, di Biamonti, di Orengo, e di un altro grande, quasi sconosciuto, Elio Lanteri, autore di una meravigliosa ballata, La ballata della piazzetta, dove si ha finalmente una Liguria non olearia, la luce è ciò che si insegue e ciò da cui si scappa per non farci male. Per me, la luce lascia solo intuire qualcosa, forse come da bambino, mi pare di ricordare, dalla luce invernale che si posava sugli ulivi, intuivo un mare ma non capivo dov’era.
Sì, Colibrì è come se fosse già morto, e questo può solo intuirlo in quella luce. Non so se lotta solo per salvarsi la pelle, per qualcosa che si stacchi dal semplice sopravvivere. Credo che lotti perché anche la lotta alla fine fa parte di quella profezia.
 
 
 
5. All’inizio, prima che Gregorio si ammalasse di una rara forma di malaria, che lo conduce sull’orlo della morte, si trova in Sud America, là dove ci sono civiltà sepolte e scomparse per sempre: solo per una questione di droga? per troppa sete di avventura nelle giovani vene?
 
Da una parte io credo che si trovi laggiù perché da sempre qualcuno deve andare via da un posto, non riesco a renderlo meno semplicistico. Dall’altra è laggiù perché ha seguito Leo, questo coetaneo arrivato a Fontanelle all’età di dieci anni e che ha allontanato il Colibrì dalle cose degli altri, dai giochi degli altri, l’ha introdotto nelle aree carsiche a cercare, da dilettanti archeologici, i segni. Alla droga Colibrì ci ha pensato laggiù, dopo il fallimento della spedizione, ha visto la possibilità di comprare per pochi dollari un prodotto che di là della pozzanghera avrebbe potuto vendere a cento volte tanto e l’ha fatto. Colibrì vive certo di cose lontane dagli altri, ma vive su questa terra: la materia è una calamita, i soldi, fino alla fine gli permetteranno o no, di seguitare a correre, di rallentare la conoscenza di quello che lui pensa sia il “dato”.
 
 
 
6. Gregorio ha un fratello, Gilberto: sono due personaggi agli antipodi eppure complementari. Gilberto è un uomo che definirei immobile, mentre Gregorio è un uomo che non può fare a meno del viaggio per il gusto di viaggiare. Sono entrambi un pezzo, un frammento della terra di Liguria, una radice e un vento: sono entrambi una tristezza sulle due facce di una uguale medaglia, quella del destino? E se sì, per quali motivi?
 
Gilberto è il solco provocato dalla macina, un uomo con un solo sogno - e Gregorio “Colibrì” sa che il sogno del fratello è a portata di realtà - essere l’uomo di una donna in una terra dove si è fino alla fine soltanto contadini. Gilberto è un uomo che insegue un premio e si aggrappa alle cose per “conservarle” come si cerca una compensazione.
Un uomo serio che quando capisce che il fratello vuole usare quei quattro giorni per non morire, ha paura, lui che non ha mai rotto un codice, ma accetta di rendersi complice, e si preoccupa che tutto sia pronto nei dettagli come se si trattasse in qualche modo anche della sua di salvezza. “Per quattro soldi tuo fratello, (vado a memoria) si vanta di averti portato via l’eredità” un vecchio confida al Colibrì l’ultimo giorno.
La roba dunque, averla e conservarla, se l’altro sogno non si realizzerà mai, non resta altro. 
 
 
 
7. E Leo, il grande amico di Gregorio, forse morto in un carcere cileno, trattato alla stregua di un volgare tombarolo, chi è per Gregorio, per la sua storia, per quella sua vita (forse) perduta per sempre?
 
Leo è un maledetto, dal carcere cileno manda una lettera al padre ricordando quando passava davanti alla chiesa del paese e lo vedeva ancora inginocchiato sulle panche dopo il Vespro, e ne aveva l’impressione di qualcuno che fa gli “straordinari “. Una lettera che è una sorta di testamento, dove racconta di quando col Colibrì da bambini avevano tentato di scalare terrazze e di perdersi negli ulivi per non sentirsi inseguiti già allora dalla morte. Leo é uno che ha bisogno da sempre di sapere fin da subito se gli dèi moriranno con noi. Durante i quattro giorni Colibrì, attraverso la lettura di un taccuino giunto rocambolescamente nelle sue mani, scopre che Leo poteva salvarsi, ma il codice dei maledetti, che non possiedono altro che il senso dell’amicizia, l’ha costretto a cambiare i suoi piani.
 
 
 
8. Leo e Brì, in gioventù, avevano amato la stessa donna. E Brì, leggendo il diario di Leo scopre qualcosa che riempie un vuoto, un vuoto esistenziale che forse noi tutti ci portiamo dentro, al di là delle nostre esperienze felicità pene. Possibile che “In quattro giorni per non morire” ci sia anche questa chiave di lettura?
 
Sicuramente. Colibrì, mentre con la guida Valaverde e Leo fuggivano attraverso i canneti e i valloni peruviani inseguiti dall’esercito, era stato molto malato, la febbre altissima, lo trasportavano come un morto. Egli ricorda di quel periodo solo un benessere, una stranissima felicità, “disumana”, e leggendo il taccuino di Leo spera finalmente di sapere qualcosa di più su quella felicità. Di sapere cosa aveva visto di là del solco. Una delle poche cose che scopre è che da “morto” chiamava il nome della ragazza bellissima che aveva amato. La ritroverà, durante i “Quattro giorni”, donna e ingrassata, usata, ma tornerà ad amarla. Anche lei scopre d’esserne innamorata, forse come certe donne provano a innamorarsi di chi si innamora di loro.
 
 
 
9. Hai già qualche idea per il tuo prossimo romanzo? Se sì, giusto un accenno.
 
Uso un termine del mio amico Davide Longo: sto trafficando con alcune storie. In realtà son quasi tutte in dirittura d’arrivo, nel senso che hanno solo più un grande bisogno di pulizia. Sono storie liguri, non so scrivere altro, contaminate da fatti di desaparecidos argentini e da fatti di guerra nostrana. Provo a raccontare la guerra che ha vissuto la nostra generazione, io in Liguria altri altrove, e l’ha vissuta come un rumore; la guerra era davvero rimasta come un rumore, l’abbiamo sentito in casa, siamo usciti a guardare e la fonte di quel rumore non c’era più, ma il rumore era ancora nell’aria ed era molto più di un eco.
Ultimamente ho lavorato alla storia di un soldato tedesco che ha combattuto in Liguria e decide di tornarci da vecchio. C’é sempre stato un po’ il mito da noi in vallata, del vecchio turista tedesco che conosce troppo, davvero troppo bene, mulattiere e scorciatoie, portici e scalinate, per non esserci mai stato... In realtà vorrei scrivere di questi moli olandesi, dei barconi da pesca che vedo dalla mia stanza, delle dune e del vento olandese, dei boschi che per entrarci devi fare il biglietto, dei palazzi che dopo trent’anni vengono buttati giù, di quartieri fantasma che spariscono, degli alberi, le cui radici sono aggrappate al nulla, alla pura sabbia e il vento, un vento che non smette mai, e che prima o poi sradica alberi e erba. Vorrei scrivere di questo mondo sempre in movimento, dove tutto diventa, dove la sabbia scava e si ammucchia altrove e basta un filo d’erba per fargli formare una duna e una stagione per non trovarla più.
 
 
 
10. Una domanda a bruciapelo, quasi maliziosa ma necessaria: a chi si rivolge “Quattro giorni per non morire”, chi dovrebbe leggerlo e perché?
 
Con un’arroganza di cui a tratti quasi mi compiaccio, ho sempre creduto che se mai fossi riuscito a dare al lettore il 10% della tensione che ho provato io nel leggerlo, forse avrei scritto una storia degna. Ecco, “Quattro giorni” é scritto per dare questa tensione. Da questo punto di vista credo quindi che sia un libro per tutti.
 
 
 
Grazie Marino: sei stato molto gentile e disponibile sottoponendoti (volontariamente) alla tortura delle mie domande.
 
Grazie a te, Giuseppe, ti ho risposto davvero volentieri.

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written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, aprile 25, 2006




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