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Il Blog è morto, viva il Blog! Ma un goccetto di grappa e passa tutto

written by King Lear    - martedì, maggio 30, 2006


ABA: Associazione Bloggers Anonimi

- artwork by G. Iannozzi -



Il Blog è morto, viva il Blog!
 
 
- ma un goccetto di grappa e passa tutto -
 
 
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
La Rete è invasa da tante e tante “lolite” e da tanti e tanti “loliti” che ingenuamente, forse inconsciamente, credono di fare letteratura o anche solo attività diaristica.
La rete è insidiosa, troppi blog, la maggior parte scritti veramente male e che non hanno alcun valore tranne per chi li scrive. Sinceramente, a me frega una sega, e neanche quella, di sapere quante volte uno o una ha fatto la pipì nell’arco della giornata. Ma posso capire che a qualcuno possa interessare, anche se non ne capisco il motivo. Ciò che ho notato è che i blog maggiormente commentati sono quelli futili, quelli scritti “male”, quelli tenuti da bambini (o da bambini troppo cresciuti), ma forse è anche vero che i blog sono una sorta di caffé virtuali dove una ristretta, o anche ampia élite, di amici si raccoglie per parlare del più e del meno. Sottolineo: a me, personalmente, del “più” e del “meno” mi porta profonda tristezza, anzi totale noia, ragion per cui, se qualcuno ha voglia di leggere delle stupidate, può tranquillamente tentare l’azzardo e trovarsi da solo un blog dove fare bar. Ma per favore, non mi si venga a chiedere che sia io ad indicare quale sia il bar migliore o peggiore.
 
Il blog è morto, viva il blog! Oddio! Sembra una delle mie farneticanti dichiarazioni in stile - e non scherzo, cioè son cose all’ordine del giorno, che dico sempre – “la letteratura è morta, viva la letteratura!”
E’ bello sapere di non esser soli, che c’è ancora qualcuno pronto a scommettere sulla morte di qualcosa piuttosto che sulla vita.
Io direi che si è appena all’inizio coi blog, con le possibilità che offrono, tant’è che metà dell’attuale comunicazione viaggia sui blog, mentre la carta stampata è in netto calo. Un calo forte, molto in Francia ad esempio. Ma anche qui da noi, tant’è che le testate stesse mettono su blog su blog, così anche gli editori, i giornalisti, ecc. ecc. I giornali funzionano all’inverso: compri l’allegato e ti danno il giornale in regalo. E infatti molti articoli, se non passassero in rete (cioè dirottati sulla rete), sulla carta non se li filerebbe nessuno o quasi. Fare informazione sta cambiando in modo radicale, ecc. ecc. ecc. Discorso troppo ampio: ma di sicuro non è morto il blog. E’ morto un certo modo classico di fare informazione, ed è un po’ tanto diverso. Il blog ti dà la notizia ben prima che ci sia il tempo materiale per una testata di dar olio alle rotative: magari la notizia è sballata, frammentaria, ecc. ecc. Ma quante prime pagine si rifanno al giorno d’oggi! E quante bestialità vengono stampate come notizie che tempo 24 ore e c’è la smentita? La verità è un’altra: i blog hanno soppiantato la vecchia concezione di fare notizia. In fondo è vero: ci si nutre di carcasse, di quelle carcasse che su carta stampata vengono lette da poche persone, mentre in rete infiammano gli animi.
Io però ne approfitto: la letteratura è morta. Oh, anche oggi l’ho detto, così posso starmene in pace fino a domani almeno.
 
Un altro caro estinto: il Rock and Roll. Ecco, lui, anzi esso è il più sfigato di tutti: dopo che i Beatles si sono sciolti, tutti a scrivere RIP sui dischi - che erano ancora in vinile, bei tempi quelli! -, a piangerlo, a dire che il rock non aveva più nulla da dire, che la musica era altra cosa perché il rock proprio morto di brutto. Ma intanto il caro e buon vecchio Rock and Roll è ancora qui che si aggira tra di noi. E - udite udite! - pure il country sta risollevandosi, si sta facendo meticcio, per così dire, accoppiandosi con il Rock: un meticciato iniziato con il defunto Johnny Cash ma continuato con Bruce Springsteen, giusto per fare due nomi grossi, di risonanza. E’ invece morta la musica di rumori, la disco e la tecno: per nostra fortuna è possibile sentire simili disturbi gastrointestinali solo nelle disco dove alcuni reduci degli anni Novanta, tutti impasticcati, cercano invano lo sballo. E poi trovano la morte, di sicuro, sulla strada di ritorno verso casa: la polizia, appena accorre sul luogo del dramma, prima del sangue e delle lamiere, incontra una pista psichedelica e fosforescente di vomito, che pare un serpente luciferino.
C’è poi chi come Giuseppe Genna – sempre lui, peggio d’un vecchio diavolo che riesce a far le pentole e mai i coperchi – esalta la morte della Rete, mentre io (testa dura) continuo ad esaltare invece la morte della Letteratura. Ecco, lui, ragazzo molto psichedelico, adesso è stato ammorbato da una ondata di pensiero new age, tanto da esser spinto verso ritologie sciamaniche, dice infatti: “A mio strettissimo parere, si giunge ora a un’evoluzione, che negli anni passati credo di avere auspicato anche tramite ritologie sciamaniche, che non sta più né in Rete né in carta, ma direttamente nella letteratura.” Poi, come non dare ragione ad Aldo Busi che spara una invasione barbarica che è proprio sotto gli occhi di tutti, cioè che i blog “sono un semplice assembramento di parole insensate, emerite sciocchezze di gente incolta, permalosa…” Cazzo! Ha ragione: migliaia di blog, perlopiù inutili e illeggibili, dove la grammatica è un optional, dove i contenuti non esistono se non come reiterazioni di lecchinaggio nei confronti di Tizio piuttosto che di Caio. Senza contare la piaga degli anonimi, di quelli che sparano commenti a iosa protetti dalla vigliaccheria dell’anonimato o di un nickname assurdo: questi malati – perché non è possibile inquadrarli diversamente – oggi hanno invaso la Rete con “anonime identità multiple in imperfetto stile thrilleristico”. Per questi vigliacchi patentati, senza spina dorsale né dignità alcuna, finalmente alcuni blogger gli hanno riconosciuto lo stato di infermità mentale, e i meno caustici li hanno detti malati e basta: si è così costituita l’ABA (Associazione Blogger Anonimi), che offre sostegno a tutti quei commentatori anonimi che lasciano in Rete opinioni non richieste ma con dentro il germe satanico dell’anonimato.   
Però i blog non sono morti. E nell’intanto che fuori c’è il popolo sciamanico assembrato contro i cancelli della Versailles dei Blogger, vado a far colazione con delle brioches appena sfornate, calde e fragranti.
 
E però in America, dopo una dura battaglia, sembrerebbe che i blogger abbiano acquisito un diritto fondamentale, quello di fare informazione senza l’obbligo di dover citare la fonte delle notizie immesse nella Rete: “Da oggi ogni blogger è più libero. Libero di non dire chi gli ha dato una notizia, proprio come ha diritto di fare un giornalista. Perchè? Ma perché lo dice la costituzione o meglio il Bill of Rights. E sì perché la notizia viene dagli Stati Uniti e riguarda i blogger americani. [...]
Ricapitoliamo: negli USA il blogger conquista non uno ‘statuto’ di giornalista fisso e immutabile, ma un diritto di protezione della sua libertà di espressione in quanto cittadino che esercita, attraverso il reporting, un diritto di espressione e di critica.”  (fonte: SCENE DIGITALI di Vittorio Zambardino)
 
Già si fa a cazzotti sui blog: chissà che disastro sarebbero capaci di scatenare i blogger se in carne e ossa l’uno di fronte all’altro! Ne verrebbe fuori una strage, poco ma sicuro. Albert Einstein sbagliò a dire su un punto fondamentale: la Terza Guerra Mondiale verrà sicuramente scatenata da un raduno di Blogger - che si credono esseri intelligenti e raziocinanti - e non dalla bomba atomica. E la Quarta la si combatterà a suon di motherboard, schede di rete, cpu e monitor. Tutto ciò, questa profezia oramai molto vicina a consolidarsi in realtà, è in perfetto stile decadentista: l’espressione ultima dell’Ego sull’orlo di una crisi di nervi.
 
Morta la pittura (per via della fotografia; ma presto morirà anche la fotografia, perlomeno quella in bianco e nero è defunta da un pezzo e quasi nessuno se n’è accorto); morto il Rock’n’Roll (senza John Lennon, a che serve strimpellare la chitarra?); morta la filosofia (Nietzsche è diventato pazzo proprio a Torino, ha abbracciato un cavallo e poi s’è fatto dieci anni in stato vegetativo mangiando i suoi propri escrementi prima di tirar le cuoia); la storia si dice sia finita, perlomeno gli apocalittici credono sia finita; morto è pure Gesù Cristo (pace all’anima sua - però qui la morte è controversa, perché c’è pure chi dice che Gesù non sia ancora nato...); Marx sicuramente morto, con quella faccia che si ritrovava morto stecchito; Maria Antonietta è scivolata sulla marmellata delle brioches e s’è rotta l’osso del collo ben prima che la ghigliottinassero (è stata tutta scena quella del capo spiccato dal busto: i francesi, tutti megalomani, però sono stati tra i primi ad ospitare la luce elettrica sui lampioni, e quindi a favorire una illuminata prostituzione); morto tutto, la Letteratura poi è morta di brutto, c’è il suo cadavere che se ne va in giro come uno zombie a seminar peste a destra e a sinistra, e a bacchettare chiunque osi dire che è viva solo perché a qualcuno gli scappa un neologismo e una scoreggia pensando a Emilio Gadda però leggendo sulla tazza del cesso l’ultimo numero di Playboy. Insomma, se lo guardate bene questo mondo è basato sulla morte, quindi i blog non potevano proprio esser da meno.
L’altro giorno sono andato in strada, e chi incontro? Un blogger. Un tempo uno scendeva in strada, andava al parco per dare da mangiare ai piccioni e veniva assalito da un drogato con una siringa di sangue infettato (di Aids); o al limite veniva derubato da un figlio di papà travestito da anarchico, o anche da un extracomunitario in odor di santità con tanto di Padre Pio legato al collo; oggi è tutto diverso, scendi in strada e ti becchi il blogger incazzoso che ti pesta, ti pesta, ti pesta, calci e pugni, una gragnola così che non ha senso né fine, e poi quello se ne va senza neanche dirti una parola ma lasciandoti solo uno sputo addosso. E’ un brutto mondo, sì. 
 
A questo punto insorge UNTITLED IO: “Iannozzi a ‘sto punto qualificati: sei un blogger? sei un lit-b? o se no perché diavolo ti si picchia?”
 
Ecco, visto! Era proprio come dicevo io. Uno apre becco, ed ecco il blogger che arriva e ti spacca le ossa senza risparmiartene una.
 
Ma UNTITLED, io facevo dell’ironia: sono un giornalista in primis, da nove anni se ti interessa.
Però ho visto frotte e frotte di giovani massacrati a sassate da blogger incazzati, e ho visto pure un blogger crocefisso ma ostinato a non rimettere l’anima a Bill Gates... infatti è ancora sulla croce, dalle parti della Silicon Valley, e bestemmia senza posa da mane a sera, con il brutto e con il cattivo tempo. Se lo vedessi, proveresti pena pure tu per quel povero diavolo.
Ma poi: ieri c’era la ragazzina carina con il diario nel cassetto e tanto di lucchetto, oggi c’è la blogger che è sempre una ragazzina ma molto più disinibita, una sorta di Lolita che ti spiattella in faccia le sue precoci invenzioni sentimentali e sessuali. Ecco, i blog di queste lolite sono quelli più letti, altro che blog e lit-blog con o senza la possibilità di commentare.
Per dovere di cronaca: stando alle ultime notizie ufficiose, parrebbe che Elvis Presley sia vivo, l’hanno visto dalle parti di un McDonald’s sulla Statale 17 che strimpellava... o era Luciano Ligabue? Be’, comunque è vivo, sicuro come la morte.
 
Ci dobbiamo rendere conto che di blog inutili ce ne sono tanti, e sono la maggioranza. Inutili perché non offrono niente: ieri c’era la ragazzina e il suo diario con il lucchetto, oggi c’è la stessa ragazzina ma con un diario in rete.
Per fortuna molti blogger sono morti. Ma per nostra sfortuna sono stati presto sostituiti da un numero doppio di nuovi blogger, inutili anch’essi: il fatto è che la maggior parte dei blog nascono per dar credito alla futilità.
Poi ci sono i blogger quelli che fanno informazione: qui diventa spinosa la questione, perché ci sono blog e blog. Alcuni molto aperti a tutte le opinioni e che day after day vengono ridotti in minoranza, altri, la maggioranza, siano essi di Destra o di Sinistra (schierati politicamente e culturalmente) sono fintamente aperti a tutti, ma pronti a castrare chiunque osi alzare un “ma!” per dar credito a un dialogo più profondo. Ciò la dice lunga sulla forza dei blog: una notizia in rete può far la fortuna o meno di un libro, di una parte politica, di un’idea. La Rete semina il nuovo ma anche il malcontento. Mentre in America i blogger - anche i più inutili e fancazzisti - stanno assumendo ruoli equiparabili a quello del giornalista, in Italia c’è invece la tendenza opposta, ovvero quella di castrare le opinioni. Perché? Si può forse ipotizzare che si vuole tentare di tirar su una dittatura di blogger, di poche menti “schierate” pronte a tappare la bocca a tutti quei blogger che stanno antipatici per le loro opinioni libere. Ma imporre una dittatura (o una élite) in Rete è impossibile: difatti i personaggi che vengono maggiormente ascoltati dal popolo sono quelli che non sono “griffati” e che sono spiriti liberi “non legati” a niente e a nessuno, mentre quelli che c’hanno una griffe – e che forse vorrebbero una dittatura dell’informazione in Rete – vengono tenuti in poca o nulla considerazione dal grande immenso popolo che vive (anche) nella Rete.
 
Ma poi, a voler essere buono, alla fin dei conti, se la quindicenne si apre il suo blog, a me mica dà fastidio: certo non è un blog utile, non all’informazione in Rete. E poi, è vera anche un’altra cosa: dietro un blog fancazzista non si sa mai chi si può nascondere.
 
I giornalisti della carta stampata sono approdati in Rete nel momento in cui è iniziata la crisi, poche vendite per farla corta: i giornali, per tenersi in vita, sono sbarcati in Rete, in forma limitata, ristretta, concentrata. Ma ci sono sbarcati. Moltissimi giornalisti della carta stampata per sopravvivere (a sé stessi anche) sono arrivati in Rete, hanno aperto i loro blog, e dopo un iniziale periodo di interesse - come per tutte le cose che hanno apparenza di novità - adesso viaggiano a regime normale se non addirittura basso. Eppure questi blog di giornalisti e scrittori sono necessari: a chi? Ai loro proprietari; difatti solo così riescono ad avere un pubblico, sempre più esiguo, suddiviso per quello che scrivono sul giornale e per quello che invece mettono on line sui loro propri blog.
Ovvio: se io che sono un semplice Sempronio e domani scrivo una lettera a Salman Rushdie, probabilmente questi non mi risponderà né sul giornale né in privato. Ma c’è da considerare che: se io fossi, ad esempio, Leonard Cohen e scrivessi un elzeviro sulla poesia, mica è detto che domani me lo vedrei pubblicato su un qualsiasi giornale. Ricordiamoci: Cohen, per le sue idee, sempre perfettamente coerenti, negli anni Ottanta e Novanta, è stato non poco censurato. Negli USA non ne parliamo: i suoi dischi non venivano neanche distribuiti. E parliamo di un genio poetico e musicale come Cohen. Il fatto che tu abbia un nome di fama non ti assicura proprio niente, non con le testate giornalistiche.
Se poi i lit-blog si riducono a promuovere sempre i soliti, Wu Ming, Giuseppe Genna, Gianni Biondillo, Mario Desiati o gli amici di quest’ultimi, a mio avviso non si fa informazione: si fa pubblicizzazione per alcuni, per i soliti, finita lì. Un po’ di noia, ma se l’argomento è sempre uguale, alla fine, diventa mortalmente noioso.
A me piaceva tanto, ma proprio tanto Happy Days, con il mitico Fonzie: non me ne perdevo una puntata. Ho visto la serie una due tre volte: e le repliche una due tre volte. Poi di nuove repliche, e di nuovo repliche, e di nuovo repliche, e di nuovo, e di nuovo. E basta! Per Diana!, cambiate Vhs, io lo odio Happy Days oggi come oggi. Odio le videocassette sempre uguali, non Fonzie.
 
La cricca composta da “Nazione indiana”, “Il primo amore”, “Lipperatura”, “Carmilla”, “Miserabili-Giugenna”, “Vibrisse” e annessi e connessi, ha introdotto una maggiore espansione delle idee, delle notizie, favorendo in alcuni casi anche la diffusione di articoli apparsi su giornali cartacei (a tiratura nazionale) ma che se non fossero stati dirottati in Rete sarebbero stati letti da un numero assai ristretto di lettori. E’ qualcosa, un ritorno per i giornalisti, per le testate ma anche per il blog che ripropone on line gli articoli. Però io escluderei “Giugenna” - in quanto trattasi di un blog personale, che propone Genna scrittore critico articolista webmaster, e non altro: la webzine “I Miserabili”, perlomeno all’inizio, proponeva belle cose, poi è sopraggiunta una rassegna stampa, a mio avviso, poco ragionata ma molto selvaggia, cioè dentro tutti e tutti fuori. “Nazione Indiana” ha puntato maggiormente sui generi, “Il primo amore” invece più sui contenuti pseudo-leopardati (e in alcuni casi pseudo-leopardiani); poi “Carmilla” succhia il sangue, la più militante delle webzine, forse troppo militante, tanto che alla fine uno si domanda se non sia di stampo un po’ oscurantista; “Vibrisse” è un blog-webzine omogeneo, credo dia voce a un po’ tutti, o perlomeno ci tenta; “Lipperatura”, a sua totale discrezione, segnala gli articoli che appaiono in rete... e a volte propone dei piccoli antipasti, ovvero degli spunti di riflessione su diversi argomenti. E gli annessi e connessi fanno tutto il resto, ovvero tutto quello che i già citati non fanno: la controinformazione.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 10:05 | riflessioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (49)



nelle viscere della carne

written by King Lear    - lunedì, maggio 29, 2006








nelle viscere




della carne
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 



 
DI CARNE L’ETERNITA’
 
 
a Hristo
 
 
Sulle nuvole i sogni abbandoniamo
come lasciassimo una barca
affidata all’impeto dell’Acheronte
I sogni che oggi vediamo
domani non è detto siano uguali
Eppure a ogni dì del cielo i segni
tentiamo di divinare, per quei mali
che assediano l’alma e più nell’intimo
la carne - che se non domani
quello appresso prenderà su di sé vermi
e forma della più temuta delle malattie,
l’Eternità
 
 
 
 
 
MOLTO SEXY
 
 
a Cinzia
 
 
Guarda quanto sono sexy!
Guarda quanto sono bello
Me lo bevo d'un fiato il cervello
Ti disegno come sono sexy
e lo butto il segno nel whisky
Ti disegno un sogno sexy
Mi spoglio di tutto
anche della sporcizia
E d'incanto mi metto in croce
come un santo pazzo strafatto
 
Mi vedrai bello ma non impossibile
Ti basterà allungare la mano
per toccare con un dito il cielo
Ti basterà un infinito niente
per farmi sentire quanto forte il male
Sarò il ministro dell'amore
e quello delle pari opportunità
mentre ti strapperò di bocca la spugna d'aceto
con un bacio più languido
di quello preso dal mio preferito Giuda
 
Guarda quanto sono bello
Guarda quanto sono nel giusto
Non mi credi? non mi vuoi bere
nella tua bocca?
Ho il sapore del sangue del vino dell'aceto
Ho il sapore dell'ultima comunione
e quello dell'apocalisse
 
Lo sai che amo Maddalena più di tutte
le altre donne che m'hanno disperso
dall'Egitto a Gerusalemme
Lo sai che amo ma non il Dio
che m'ha fatto diverso destinato alla morte
Lo sai, lo sai che non sono un eunuco
 
Lo capisci che sono sexy?
Lo vedi quanto soffro
adesso che sono in croce
non libero di respirare né di pregare
per la disfatta dei miei nemici…
Mi trovi ancora tremendo e sexy
adesso che m’asportano l’ultimo fiato
di bocca?
 
Mi sono messo in croce per te
Mi sono fatto santo per te
Mi sono sprecato tutta la vita
E non è servito a niente,
il mondo non è cambiato
 
Ma tu dammi sepoltura lo stesso
Per i vermi andrò bene lo stesso,
sarò sempre un sesso molto sexy
…per tutti quei sogni in putrefazione
uguali a me che se ne vanno con me
 
 
 
 
 
PECCATO INCARNATO
 
 
a Occhi d’Agnellino
 
 
Pensavo male,
pensavo fossi più santa
che peccatrice
Ed invece m’hai stupito
anche questa volta
Sei peccato incarnato,
la mia Maddalena
che non rinuncia all’amore,
né a quello spirituale
né a quello carnale
 
Sei la mia donna,
gli Occhi d’Agnellino
che mi fanno andare fuor di testa
Sei la mia Maddalena
La donna che ama
e non perdona chi la porta in giro
 
 
 
 
 
LA DOLCE VITA
 
 
Io penso con la mia testa
dunque esisto per me stesso
e per gli altri
Gli altri pensano con la testa
degli altri, e non so davvero
quanto uno li possa dire affidabili
Pensano solo per stare col gregge
A volte li scopro nei campi
a giocare a nascondino
mascherati da spaventapasseri
Altre ancora li trovo a fotografarsi
il culo in una camera oscura
Ma i più originali non si risparmiano
e ci vanno giù di brutto a fotocopie
 
Bambina, io penso
che dobbiamo sganciarci
da questo treno di vagoni a perdere
Bambina, io penso
che ci meritiamo il meglio
e non questo brodino riscaldato
Bambina, dammi retta,
lascia un appunto al tuo capo
e diglielo chiaro e tondo
che la dolce vita è un'occasione per sempre
ma che capita una sola volta
 
Scappa con me, sarà la mente
la nostra passione di peccato
Scappa e non ci pensare su
Scappa e basta, scappa via con me
 
 
 
 
 
VENERE DI FRAGOLE
 
 
Venere, Venere,
fragole non ne ho
Però ho una colomba
e un nero pipistrello
che mi ronzano
nel cervello:
tu che nel cielo stai
e tutto sai,
dici che posso
lo stesso fare
una degna spremuta,
di sangue di rubino
e di negre tenebre?

Venere, Venere,
non metter su
quel musetto duro:
sei così ammaliante,
perché farti brutta
a sol favore
d’un’inutile smorfia?
Suvvia, sorridi
e mandami le tue labbra
che mi servono
per completare al meglio
la mia spremuta di Te
 
 
 
 
 
LA PREFERITA
 
 
Eri la preferita
Sei presto sparita
Troppo bella
perché restassi
a me accanto
Eri l’harem
la gioia e il dolore
la purezza del diamante
e la sua fragile durezza
 
Vivevo
per mirar la vita
cogl’occhi tuoi
Tutto il resto
non esisteva
 
Ma ora che sei
dove neanche dio
osa un fiato,
in un posto
a tutti sconosciuto
io muoio
come vecchio delfino
su la spiaggia arenato
 
senza né rabbia
né sole al tramonto
a scoprirmi cadavere
 
 
 
 
 
LACRIME DI GIADA
 
 
a Giada Zenardi
 
 
Giada, non ho tempo, non più
L’amore è così, senza scampo
Mette fuoco all’asso nella manica
Non sa tenere nessun segreto
Voglio tornare a casa, da te
Voglio cullarmi sulla tua tenerezza
E poi dire che è giusto così,
che preziose sono le lacrime di Giada
 
 
 
 
 
COSI’ BELLO
 
 
Dio ha sbagliato tutto
Caino invece era così dolce
perfetto contro il Creato
Quanti agnelli al macello
e solo due monete sugl’occhi
 
Dio ha sbagliato frutto
Ma chi l’ha mangiato
l’ha poi sulla terra coltivato
 
Oh, Caino era così bello
troppo nobile per il perdono
 
 
 
 
 
NEL SANGUE
 
 
Sei avida di sangue
di quello dell’uomo
e dell’animale che vive
nella sua anima
 
Sei avida, quanto?
 
Sei avida
per la dolcezza
che scorre e si perde
nelle vene
O per il sapore amaro
di metallo
che resta dopo averlo
consumato
 
Sei avida, quanto?
 
Sei la carezza
che muore sul mio volto
livido, appassionato
alla morte che m’hai dato
 
 
 
 
 
NELLE VISCERE DELLA CARNE
 
 
a Lacrima di Pepe
 
 
Hai bisogno di un goccetto
o di una bottiglia intera di pioggia
Hai bisogno di un uomo
o di una orgia che ti dia il pieno
Hai bisogno di un po’ di brezza
o di uno specchio per porgergli
domande che in realtà non sai
Hai bisogno di un sogno
o di una tomba da scoperchiare
Hai bisogno di un cane
o di un uomo che ululi a comando
Hai bisogno di un cielo un sole una luna
o di una città piena di formiche con la ventiquattrore
 
La torre di Pisa è storta
e a Londra la Regina ha tirato una scoreggia
E’ riecheggiata per tutto il mondo
Bush pensa che stavolta è quella buona
per tirare le atomiche sulla Russia
E intanto Candy-Candy è stata molestata
da un vecchio prete con lo scolo cinese:
è più vecchio della Chiesa
ma non lo sa quasi nessuno tranne le suore di carità
 
E tu, di che hai bisogno?
Un goccio di whisky, uno soltanto
Non ne ho di più, ti dovrai accontentare
Non ho il vizio, mi dovrai amare
per il poco che sono
nelle viscere della carne
Nelle viscere della carne mi dovrai scavare
E tu, di che hai bisogno?
 
 
 
 
 
VENTIQUATTRO PETALI
 
 
a Dilhani
 
 
Che dici mai, sogno d’India
Sei una bimba piccina piccina
Ti stringo nel rosso delle rose
e rimani così, bimba più che mai
 
Che dici mai, sogno d’India,
ventiquattro petali appena:
nel tuo respiro l’ingenuità
al mattino si mette a nudo
ma non a tutti, solo al riflesso
che ti dice donna allo specchio
 
Che dici mai, sogno d’India
Ventiquattro petali da scoprire,
ventiquattro così tanto belli
non sono mai troppi da amare 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:46 | poesia | BlogNews | clicca per commentare commenti (39)



fiction, faction e fascion style!

written by King Lear    - sabato, maggio 27, 2006


fascion style - artwork by G. Iannozzi

- artwork by Giuseppe Iannozzi -




 
fiction, faction,




fascion style!
 
 



 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 


 
Una doverosa avvertenza
 
 
Questa discussione fra il sottoscritto, Giuseppe Iannozzi, e Giulio Mozzi è accaduta su Vibrisse bollettino, in luogo di commento all’articolo di Leonardo Colombati.
 
Le parti in corsivo sono di Giulio Mozzi.
Tutte le altre sono mie.
 
Ho cercato – nei limiti del possibile – di organizzare i commenti in modo tale che il tutto risulti il più omogeneo possibile, quasi si trattasse di una intervista.
 
Laddove ho riscontrato errori di battitura o frasi un po’ arzigogolate ho apportato delle minime correzioni, sempre stando attento a non cambiare il senso ultimo del discorso nella sua totalità. Ciò non toglie che alcuni periodi risultino un po’ bislacchi nonostante le correzioni; ma calcare troppo la mano avrebbe significato comprometterne il senso.
 
La formattazione del testo, in linea di massima, rispecchia quella originale apparsa tra i commenti.

Ultima raccomandazione: perché fascion style e non fashion style? Perché avevo voglia di un neologismo e non di una passerella trita e ritrita; perché c'era l'esigenza di un neologismo che fosse matrimonio fra "fiction" e "faction": e così ho pensato a fascion style!
 
Senza la pretesa di presentare ai lettori un saggio esaustivo su “fiction e faction”, considerate questo scritto - che non ha pretese di stile (giusto un brutto zibaldone) – come un contributo a chiarirci le idee…
 
g.i
 
 
 
 
 
 
1. C’è un ABISSO fra Capote, Dostoevskij, D. Herbert Lawrence e la “faction” da supermercato all’ingrosso nei reparti surgelati - abbiate memoria di “Costantino e l’Impero” e “L’anno luce” - confezionata da Giuseppe Genna, per esempio. Chi la racconta la storia, solitamente, è un qualcuno di cui non ci si dovrebbe proprio fidare: Jack Kerouac, per paura che il suo idolo Henry Miller non corrispondesse all’immagine che se n’era fatto, declinò l’invito di W.S. Burroughs per andare a trovarlo.
Ma c’è anche da dire che Burroughs fu uno, uno spostato di testa ma con la canna della pistola sulla realtà: così non è per Genna. Non basta fare un po’ di cut up à la Bowie per dirsi Burroughs o suo epigono, o meglio per venir detto da alcuni critici acritici che si è di fronte a la resurrezione di Burroughs. Come per Giancarlo De Cataldo che ha scritto un thriller (rif. “Romanzo Criminale”, Einaudi, 2002) - per me rimane un thriller, quindi fiction, mescolanza di fatti reali e di fatti inventati -, la più parte dei romanzi di oggi - veramente inutili - sono di finzione. Inutili perché spacciati per qualcosa che andrebbe oltre il genere thriller. Questa la tara che li invalida agli occhi di quel lettore un minimo acuto: perché non può leggere né fiction né faction né altro, ma solo una catena di parole fra di loro legate. E finita lì. La faction, anzi la presunta faction che oggi si spaccia in libreria - escludo Dies Irae di G. Genna perché non l’ho letto - a me appare solo per quello che è: il genere thriller, con tutte le sue debolezze e con tutti i suoi punti di forza, quelli della fiction.
Salman Rushdie, ad esempio, è uno dei pochissimi autori contemporanei che fa fiction e faction ed epica per dar corpo a un ROMANZO CHE E’ TOTALE. Rushdie riesce ad essere novello Shakespeare di questa odierna società invasa da clown e portaborse.
 
Giuseppe, cerco di farti notare una cosa che non è di sostanza, ma di forma.
Nel tuo intervento
[a] dici che “c’è un abisso” (questo è un giudizio di valore) tra i modelli e i romanzi contemporanei citati da Leonardo. Ma questo non è rilevante: Leonardo dice che questi e quelli sono operazioni immaginative simili (e questo non è un giudizio di valore, ma un atto di classificazione).
[b] parli di “critici acritici”, “clown e portaborse”. Ma allora qual è il problema? E’ di decidere se “Romanzo criminale” è un thriller o “qualcosa che va oltre il genere thriller”; o è un problema di competenza di chi fa il lavoro critico; o è una questione di potere all’interno della società delle lettere? Perché, vedi, se un “critico acritico”, nonché “clown” e “portaborse” dice una cosa vera, quella cosa è vera in ogni caso (perfino se la dice per sbaglio, o per interesse, o per scherzo ecc.).
 
Leonardo dice, riassumendo brutalmente: esiste la possibilità di fare libri fatti in un certo modo; questo modo di fare libri ha dei modelli illustri; oggi c’è chi tenta di rifarsi a quei modelli; a me sembra che questi tentativi siano interessanti e importanti; mi sembra sbagliato intendere la relazione tra il romanzo e il mondo, come sembra fare La Porta, quasi in modo sociologico; mi pare più giusto, o almeno utile e opportuno, quantomeno stimolante, intenderla come suggerisce Genna, ossia come una relazione allegorica.
Ciò di cui si può discutere, difronte a questo discorso, è:
- se sia vero (storicamente) che “la letteratura italiana è allegorica”, come dice Genna;
- se effettivamente libri fatti in quel tal modo (cioè come li hanno fatti i modelli - i modelli! non gli esempi contemporanei! - citati da Leonardo) possano avere senso oggi (e qui mi pare che tu, citando opportunamente Rushdie, dica che sì, possono avere senso oggi).
 
Pur sapendo che non mi concedi nemmeno di essere “un lettore un minimo acuto” , mi auguro che prenderai in considerazione queste mie parole.
 
 
 
2. L’ambizione di Giuseppe  Genna è in romanzo Totale che sia fiction, faction, epica, ecc. ecc. […] La Porta propone la faction: ci fosse della faction, ci fosse, ma non c’è. Ci sono solo “trillerini e campanellini”.
 
 
 
3. Ma io le prendo sempre in considerazione le tue parole, caro Giulio: mi sembra che tu sia aperto al dialogo, e non è poco davvero. E’ acuto chi aperto al dialogo: spero sia chiaro.
 
Al punto [a]: sì, è un giudizio di valore. E di classificazione anche: lo dico io, per far chiarezza. In maniera brutale: se dovessi salvare Miller o Piperno, non avrei dubbi: Henry Miller, e lascerei affogare i romanzi (anzi il romanzo) di Piperno. La questione continua ad essere: bisogna saper distinguere fra un film di Vittorio De Sica e uno di Christian De Sica. Entrambi fanno di cognome De Sica, ma fra di loro l’ABISSO E’ IMMENSO. Rendo atto a Christian De Sica di non aver mai tentato di emulare, seppur lontanamente, Vittorio De Sica. Che è uno.
 
Al punto [b]: Se mi vien detto che “Romanzo criminale” come Pasolini, o che “Scirocco” di Girolamo De Michele come “Petrolio” - o da quelle parti lì -, io rimango di sasso, cioè stordito, perché preso in pieno volto da una pietra che è in realtà un macigno, una assurdità pesante anche per una faccia da schiaffi come la mia. Due thriller: finita lì. Si leggono. Possono piacere o meno. Ma finita lì.
Sì, è un giudizio di valore e di classificazione anche in questo caso. Bisogna sempre distinguere fra i due De Sica, quindi fra “Romanzo criminale” e “Scirocco” (ecc. ecc.) e le opere di Pier Paolo Pasolini.
Alcuni critici oggi hanno la mania di bollare tutto il genere thriller come se fosse uscito dalla penna di un PPP redivivo.

Anche Nerone avrà detto delle verità, però a me fanno un po’ tanto paura queste verità.
 
Per Giuseppe Genna tutto o è allegorico o psichedelico. Sono i suoi aggettivi preferiti quando fa critica.
Sospetto – sottolineo che è solo un sospetto – che neanche a Genna, con rispetto parlando, siano tanto chiari i concetti di allegorico e psichedelico. Ma non per sua incapacità: solo perché non ancora definiti in maniera netta oggi, nell’attuale tempo storico.

Salman Rushdie non è clonabile: il genio o c’è o non c’è. Rushdie è geniale.
 
 
 
4. Giuseppe, tu scrivi che chi non la pensa come te è un critico acritico, nemmeno minimamente acuto, clown e portaborse. Lo scrivi tu, qui sopra. E poiché io non la penso come te...
 
E infatti non prendi in considerazione le mie parole. Io ti faccio notare che un conto è un giudizio di valore, e un conto è un atto di classificazione; e tu decidi di compiere un atto di classificazione per mezzo di un giudizio di valore. Per fare chiarezza, dici: ma così facendo si fa confusione, secondo me.
Riprendo un argomento che ho usato infinite volte (e non me lo sono mai visto smontare per benino: per questo lo ripeto). Compiere atti di classificazione per mezzo di giudizi di valore è tipico del pensiero razzista, secondo il quale non basta che un vivente sia bipede, glabro (fuorché nei punti giusti), parlante e con il pollice opponibile, perché si possa classificarlo come “essere umano”; bisogna che quel vivente sia anche “buono”. Il pensiero illuminista invece è quello secondo il quale un vivente bipede, glabro (fuorché nei punti giusti), parlante e con il pollice opponibile è “essere umano”, e lo è pienamente (poi magari si dirà che è un essere umano stronzo; ma, appunto, lo si dirà poi; con un giudizio di valore completamente distinto dall’atto classificatorio).
 
Perché, Giuseppe, vuoi mantenere dentro il tuo discorso questa cellula di pensiero razzista?
 
Mi sono perso!
Una cellula di pensiero razzista? Mah, non capisco.
Probabilmente una limitazione dovuta al fatto che ho il cervello con quella cellula che dici tu, Giulio.
Io mi sono sempre pensato in parte umano e in parte scimmia. In pratica: l’uomo è il risultato compiuto e imperfetto della natura - e non del divino; cioè una scimmia che ha imparato a usare le parole e le armi grazie al pollice opponibile anche.
Dici: un atto di classificazione per mezzo di un giudizio di valore. Se volessi una classificazione confusa, come quella di una scimmia che prova tutti i buchi per trovare dove dovrebbero andare il cubo la piramide la sfera il parallelepipedo ecc. ecc., allora glielo affiderei pure l’atto di classificare: prima o poi, per culo, riuscirà a trovare i buchi giusti per i solidi, o in alternativa buchi sufficientemente grandi a contenerli (i solidi) in maniera un po’ tanto bislacca. Se alla classificazione faccio coincidere anche un giudizio critico, non trovo che sia un “che” di razzista. Direi invece che è lavoro molto meno razzista di quello di una scimmia che cerca di infilare i solidi dentro i buchi.
 
Ah, si è scoperto che gli scimpanzè fra di loro comunicano, con brevi semplici frasi: hanno un loro linguaggio, ma pensa tu! Non c’è più religione: adesso, fra qualche migliaio di anni, pure loro scriveranno thriller.
 
 
 
5. Il guaio è, Giuseppe, che per l’appunto non mi rispondi. (Il che non è un guaio di per sé: tu hai tutta la libertà di non rispondermi, se non ti va o non hai tempo o non giudichi interessante ciò che dico, eccetera. Il guaio è che tu sei convinto di rispondermi, e invece non mi rispondi. E io non so come fare a spiegarmi in modo tale che tu mi capisca. Ma tanto ci si parla spesso, no? E prima o poi verremo a capo anche di questa questione qui...).
 
Giulio, non riusciamo ad incontrarci su questo punto. Abbiamo entrambi il telefono però da una delle due parti c’è dell’interferenza.
Io ti ho risposto, ma tu non hai colto: evidentemente c’era brusio, troppo brusio.
 
Allora, la faccio facile, sopratùtto per me:
 
al punto [a]:“Romanzo criminale” ad esempio è un thriller, come tale lo classifico. Ma classificarlo impone anche un giudizio di valore: il solo fatto che lo dica thriller lo esclude da altre catalogazioni. E’ possibile dire di un “libro” senza operare su di esso alcuna catalogazione e alcun giudizio? E se sì, come? Me lo chiedo in quanto critico. E te lo chiedo a te, in veste di “editor”.
Poniamo il caso che abbia in mano il libro di Tizio edito da Sempronio: che ne faccio di Tizio? Lo leggo. Bene. Il primo passo è fatto. Ma dopo averlo letto dovrò pur dire qualche cosa: se lo dico thriller, horror, sci-fi, mainstream, avant-pop. (ecc. ecc.), con questa catalogazione - che è una etichetta - non esprimo forse un giudizio di valore che è intrinseco nella catalogazione?
Se così è, anche Leonardo Colombati, involontariamente, ha espresso dei giudizi: ma perché intrinseci nell’atto di catalogazione stesso. L’intento era buono. Il risultato è invece inficiato da questa tara.
 
Al punto [b]: Se Charles Manson - riconosciuto pazzo e killer seriale - per assurdo dovesse leggere un libro e consigliarmelo, tu ti fideresti, caro Giulio? del giudizio?
Così, senza scadere in un caso limite, se un critico mi dice “questo libro è un capolavoro”, mi gratto il capo. Perché? Non c’è libro che non venga subito classificato come capolavoro ponendogli così sopra anche un giudizio di valore.

Il critico che ha il vizio del “capolavorismo” - un brutto neo e neologismo ma necessario - può mai dire il vero se il vero è sottoposto a un interesse, a un qualsiasi interesse? No. Un critico che ha un interesse suo personale ad esprimere un giudizio non dice il vero, ma dice solo in parte il vero. E spesso il vero che dice è davvero misero e piccolo, inconsistente. Quindi se un critico mi dice che il libro di Tizio è bello, il miglior thriller scritto negli ultimi dieci anni, io non gli credo perché il critico è troppo coinvolto in quel thriller che sta portando al pubblico. Quando il critico, pur di far valere la sua posizione, diventa “venditore” e “strillone”, allora ai miei occhi perde lo status di critico per assumerne un altro: quello di venditore. Critico e venditore sono fra di essi diversi.
 
 
 
6. Inserire Tizio nella illustre tradizione di “Dante, Shakespeare e Dostoevskij” implica sì una catalogazione ma anche un giudizio di valore, ne consegue che la classificazione pura è possibile solo nella scienza.
 
 
 
7. Giuseppe, domandi: “E’ possibile dire di un ‘libro’ senza operare su di esso alcuna catalogazione e alcun giudizio?”. Rispondo: sì. Posso benissimo descrivere dei libri per raccontare come sono fatti astenendomi dall’emettere giudizi di valore; e posso benissimo dare un giudizio di valore senza descrivere il libro oggetto di tale giudizio.
Sono cose che si fanno tutti i giorni.
 
Dire che “classificare impone anche un giudizio di valore”, e che quindi dicendo che un libro è “thriller” do un giudizio di valore, è come dire che quando dico “uomo” intendo “uomo bianco”, perché solo l’“uomo bianco” è - nel mio giudizio di valore, veramente “uomo” (perché, se volessi dire “negro”, direi appunto “negro”, che significa “non uomo bianco”, quindi “non veramente uomo”, eccetera). Pensiero razzista.
 
In due righe o più, se non ti chiedo troppo, descrivimi un libro senza dargli né catalogazione o giudizio di valore. Ad esempio, “Pinocchio” di Collodi. O un altro libro che piace a te.
Dirmi che è possibile, scusami, non mi risolve niente e non mi rispondi alla domanda.
Ti riformulo la domanda: “E’ possibile dire di un ‘libro’ senza operare su di esso alcuna catalogazione e alcun giudizio? E se sì, come?”
Hai dimenticato di citare nel tuo commento, in risposta alle mie osservazioni, una parte della domanda, quella che gli dà la sostanza: “E se sì, come?”
 
Sarà pure un pensiero razzista, come dici tu. Ma è molto più razzista dire: “Tu, uomo di colore, che stai facendo alla mia cazzo di macchina?”
Quello mi prenderebbe a cazzotti, come minimo per lo sfottò “uomo di colore”. E avrebbe tutta la ragione di questo mondo a ritenermi un fottuto razzista.
Se lo chiamo “negro”, me le suona lo stesso, ma ci andrà più leggero: perché? Perché non l’ho preso per i fondelli, anche se l’ho richiamato solo perché di pelle scura e vicino alla mia macchina.
 
Mi pare che il tuo dire circa il pensiero razzista faccia un po’ tanta acqua... o pipì.
 
 
 
8. Giuseppe, mi è scappato un “sì” di troppo (chiedo scusa). Non considerarlo, e prendi solo l’affermazione: “Posso benissimo descrivere dei libri per raccontare come sono fatti astenendomi dall’emettere giudizi di valore; e posso benissimo dare un giudizio di valore senza descrivere il libro oggetto di tale giudizio”.
Descrivere senza catalogare peraltro mi pare si possa fare: anche se non è cosa che si fa tutti i giorni.
 
Be’, così detto è un po’ diverso senza quel “sì” di troppo.

In ogni caso, difficile compito. Che sta nell’incertezza espressa in quel tuo dire “[...] mi pare si possa fare: anche se non è cosa che si fa tutti i giorni.”

L’affermazione che hai or ora corretta, comunque non dà risposta alla domanda posta. E credo non si possa dare una risposta soddisfacente... Però puoi sempre provare a smentirmi.
 
 
 
9. Comunque, Giuseppe, la distinzione tra atto di catalogazione (attribuzione a un genere ecc.) e giudizio di valore è il punto di partenza di questo nostro scambio (il punto [a] del mio primo intervento).
Se vuoi un giudizio di valore descrizione né atto di catalogazione, ecco qui: “City, di Alessandro Baricco, mi è sembrato un gran bel romanzo”.
Se vuoi una descrizione-catalogazione senza giudizio di valore, ecco qui: “Ci sono due che vogliono sposarsi, ma c’è un tale - un potente - che cerca di impedirglielo. I due tentano di sposarsi comunque, non ci riescono, scappano, vengono inseguiti, catturati, liberati, eccetera eccetera; nel frattempo scoppia la peste, che ammazza un sacco di gente, fa saltare tutte le relazioni sociali - una specie di macabro carnevale - e alla fin fine i nostri due riescono a sposarsi. Si tratta, in sostanza, di una ripresa paro paro dello schema del romanzo ellenistico, però fatta al modo del romanzo moderno, cioè con una narrazione verosimile; e si tratta di un romanzo deliberatamente popolare, il che è storicamente importante: perché è il primo romanzo popolare fatto da uno scrittore di provenienza illustre. L’autore, infatti, prima del romanzo aveva scritte delle odi e delle tragedie in versi".
 
Se citi l’autore, in questo caso Alessandro Baricco, (in)volontariamente esprimi un giudizio di valore ma fai anche atto di catalogazione: chi legge Baricco, o ne ha sentito parlare - e scommettici pure che sono in molti a sapere chi è Baricco -, in pratica gli suggerisci citando l’autore, con nome e cognome, che “City” è, o potrebbe, appartenere a un certo genere letterario (catalogazione) e che è di un certo valore data la fama di cui gode l’autore presso pubblico e critici. La fama legata all’autore innesca meccanismo e di catalogazione e di valore.
 
Anche se avessi detto di un autore misconosciuto o esordiente: chi di fronte a un nome associato al titolo di un libro, non conoscendolo non potrà che provare o simpatia o antipatia “a pelle”, di conseguenza assegnarli un principio di giudizio di valore.
 
Un discorso a parte meriterebbe il titolo di un qualsiasi scritto: il titolo, di per sé, è in molti casi un atto di catalogazione che l’autore stesso appone al suo libro. Porto un po’ di esempi: “Noi saremo tutto”, “L’ultima tentazione di Cristo”, “Dracula”, “Il partigiano Johnny”… potrei andare avanti all’infinito, per tutti i libri di cui si sa sino ad oggi.
 
La descrizione-catalogazione: c’è un richiamo al romanzo ellenistico e al romanzo moderno. Chi la legge la tua descrizione-catalogazione non potrà fare a meno di richiamare alla mente quel che sa dell’ellenismo (se ne sa qualcosa) o al romanzo moderno: si interrogherà e sul “romanzo ellenistico” e sul “romanzo moderno” facendo riferimento a quella che sono le sue conoscenze. Poi: chiami in ballo “il romanzo popolare”, e specifichi che prima l’autore aveva scritto “delle odi” e “delle tragedie in versi”. E così chi la legge la tua descrizione-catalogazione potrà assegnare alla medesima un giudizio di valore, per quelle che sono le sue conoscenze e pregiudizi legati al romanzo ellenistico, popolare e a quello moderno, ma anche alle odi e alle tragedie in versi. Non glielo dici espressamente, ma glielo suggerisci al lettore un giudizio: io, ponendomi nella parte del lettore ingenuo e che legge un romanzo all’anno, leggendo la tua descrizione-catalogazione assegno, su suggerimento della medesima, un giudizio di valore, “ Questo libro è sicuramente un mattone!” Suggerire un giudizio è come esprimerlo? Mi sa tanto di sì.
 
 
 
10. Giuseppe, mi dici in sostanza: che il giudizio di valore c’è sempre e comunque perché sempre e comunque chi mi sta a sentire o mi legge può (sulla base del *proprio* sistema di valori) interpretare ogni cosa come un giudizio di valore.
 
Esempio. Sono in compagnia del mio cugino Gino. Passeggiamo. Incrociamo un gatto. “Guarda”, dico io, “un gatto!”. “Effettivamente”, dice il cugino Gino, “quello è un gatto”. Passeggiamo ancora. Incrociamo un africano. “Guarda”, dico io, “un uomo!”. Il cugino Gino scoppia a ridere convulsamente; poi, con le lacrime agli occhi, mi dice: “Questa sì che è una bella battuta!”.
Allora: che cosa avviene qui? Il problema è mio o del cugino Gino? (Che, come si sarà capito, è socio onorario del Ku Klux Klan).
 
Sul proprio sistema di valori (culturali sociologici storici geografici) è intrinseco un giudizio per quell’oggetto cui si guarda. Ti porto un esempio: “2001: Odissea nello spazio”. Hai riconosciuto sicuramente che libro ti ho suggerito. Ma dicendoti il titolo, solo il titolo – l’autore non l’ho citato -, tu che sei una persona colta subito hai (avrai) capito (intuito) dei dati fondamentali: l’Autore, la fama di cui gode, di che cosa tratta il libro, ecc. ecc. Se invece porto la stessa informazione a un uomo che vive in Ruanda, che lì è nato, questi farà quasi sicuramente spallucce.
 
In quanto a Gino: mi sa che avete entrambi un po' di problemi. Di vista però: il gatto era nero? Perché se sì, e non vi siete toccati, allora tu e Gino mi sa che avrete un po’ di sfiga in futuro.
 
Scherzi a parte!
 
Certo: io per strada vedo un uomo di colore e penso subito “un africano!” Ma quando?! Vedo un uomo di colore e lo indico come “nero”, al limite “negro” se sono un po’ stronzo. Ma l’offesa, portandomi davanti all’africano sarebbe dirgli: “tu sei un africano”. Se è di spirito, mi spacca la faccia. Se non lo è, me la spacca lo stesso. Non che mi andrebbe meglio dicendogli, “tu nero” o “tu negro”. Però se lo dico “nero” o “negro” non ci faccio pure la parte dello stronzo razzista. Solo dello stronzo. O del razzista. Decidi tu.
 
Una volta ricordo d’aver sentito una cosa sugli handicappati: c’era chi sosteneva che si dovesse chiamarli “diversamente abili”. Allora qualcuno insorse dicendo qualcosa del tipo: “...sono diversi in quali abilità? cioè, spiegatemi... volano, hanno dei superpoteri, fanno questo piuttosto che quest’altro... vorrei solo capire che abilità in più o in meno hanno... perché diversamente abili?”
Ci sarebbe di che ridere non fosse per il fatto che, il più delle volte, il dare nomi - che in apparenza sembrerebbero politicamente corretti - porta in realtà ad annichilire la dignità umana sino a un livello zero.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:28 | riflessioni, interviste | BlogNews | clicca per commentare commenti (27)



3 volte tre - racconti di iniziazione per un erotismo spicciolo

written by King Lear    - giovedì, maggio 25, 2006


My Magic World - by Chatterly


 
 
My Magic World è Opera di Chatterly
 
 
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Chatterly su DA: http://chatterly.deviantart.com
 
Chatterly, il blog: http://chatterly.splinder.com
 
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3 volte tre





- racconti di iniziazione per un erotismo spicciolo -
 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 

 
LE DONNINE NUDE
 
 
Ti racconto una storia: quando avevo ancora i capelli - ero un bimbetto di nove anni - andavo dal barbiere, uno di quei barbieri per nonni, che ti passano le forbici sulla testa come dovessero potare un albero. Quando il barbiere - un tipo con la faccia da prete, calvo e il sorriso semplice dell’ignorante - mi diceva, “Ecco, il giovanotto è servito!”, io mi guardavo allo specchio. E mi vedevo rovinato: dentro di me bestemmiavo, Sembro un moccioso con questo taglio del cazzo, porco dio. Il barbiere lo vedeva che non m’aggradava affatto il lavoro che aveva fatto, però taceva e intanto allungava la mano per prendere le cinquemila lire. A quei tempi tagliarsi i capelli costava poco: poi, dal barbitonsore dove mi spingevano i miei vetusti costava quanto una messa per un caro defunto, cioè troppo poco! Ad ogni modo, quello intascava i soldi - mai una volta che mi facesse uno sconto e mi lasciasse una mille lire così io mi ci sarei comprato cinque o sei pacchetti di figurine -, e poi mi squadernava il suo sorriso migliore, cioè a trentadue denti, da prete che ha appena ricevuto la confessione di un peccatore innocente. Notando la mia insoddisfazione, apriva il cassetto che aveva dietro il banco dove metteva i soldi e tirava fuori un calendarietto profumato con le donnine nude, e me lo allungava. Io lo prendevo in mano, e a quell’età subito mi veniva duro, perché sapevo bene di che si trattava: dimenticavo così il taglio che non mi piaceva e anche le figurine Panini, e non vedevo l’ora di tornare a casa per masturbarmi. Avevo in mano dodici donnine, belle, una più bella dell’altra: bionde rosse brune, una per ogni mese dell’anno, e io avevo soltanto nove anni. Ed ero eccitato come un riccio che scopre che il colore più bello del mondo è il bianco del seme.
La prima volta che mi sono masturbato è stato grazie a una donnina di quei calendarietti che il barbiere mi regalava: pensai di morire, di aver sputato via l’anima dal pene. Stavo bene, mi sentivo in paradiso; però sentivo anche una paura micidiale dentro. Fu poi quando mi feci la seconda sega che il piacere fu totale, senza paura.
Il barbiere mi raccomandava sempre, in un orecchio, con un filo di voce: “Non lo dire ai tuoi però. Tieni, prendi: queste cose sono per i giovani.” Ne ho raccolti un bel po’ di quei calendarietti tascabili, che nascondevo ben dentro al portafogli e che portavo con me anche a scuola, e nei bagni ovviamente. A volte chiedevo alla professoressa di uscire solo perché mi tirava nelle mutande e mi faceva un male cane: insomma dovevo allentare la tensione o sarei scoppiato. Poi la sfiga volle che per professoressa avessimo una cavallona che metteva sempre la minigonna e le calze nere: era una bruna da infarto, capelli neri a caschetto e occhiali molto da intellettuale, e labbra rosse come ciliege ma per niente volgari. Aveva il vizio di accavallare le gambe, con grazia di cigno: in una situazione così, era impossibile che un giovane maschio riuscisse a starsene calmo.
Poi il barbiere diventò troppo vecchio per tagliare i capelli: era buono sol più per tagliare le orecchie agli asini, e manco quelle. Chiuse bottega, e io non trovai un altro barbiere che regalava calendarietti profumati con le donnine nude. Per me fu un vero colpo al cuore: compresi che se volevo ancora andarci di mano, dovevo trovare altro materiale. Così iniziai a scrivere poesie.
 
 
 
 
 
PRIMO AMORE
 
 
La persi ben prima che potessi rendermene conto e farmene una ragione. Ero ancora uno sbarbatello, uno di quelli che le donne non le guardava se non con la coda dell’occhio ma arrossendo sempre. Guardavo le loro gambe, eleganti; tutte mi sembravano promessa e paradiso. A quei tempi avevo la testa tre metri sopra le nuvole, ero preso solo per la filosofia, e del femmineo capivo proprio niente. Però, in strada non potevo fare a meno di guardare l’incanto delle gambe: spesse volte distraevo la coda dell’occhio, per timidezza che una ragazza scorgesse sulle mie guance rossore di vergogna.
Una volta una ragazza, che io avevo fissato per un istante soltanto, si era voltata verso di me, senza sorriso ma adombrata manco le avessi trapanato il cuore con un paletto di frassino. Io rimasi impietrito, con le gambe molli: ero sul punto di svenire, infatti una vampa di calore immondo m’aveva assalito e le orecchie mi bruciavano come due tizzoni ardenti. Lei incedeva verso di me, con sicurezza, pronta all’assalto: indarno cercai di biasciare una parola, una qualsiasi, che mi levasse almeno un poco da quella situazione infernale. Ma dalla mia strozza non uscì nemmeno un sottile sibilo. Aprii la bocca solo per farle vedere le tonsille, come un imbecille. Lei lo capì subito che ero uno di quelli, un vergine, che non aveva ancora provata l’effimera ebbrezza d’una sega. Mi si piantò proprio davanti e mi mollò un ceffone a cinque dita… cinque candele accese che mi si stamparono sul volto ancora glabro. Io le rimasi di fronte innocente, sputando una lacrima dall’occhio, non per dolore ma perché ferito dentro. Quello schiaffo così improvviso mi aveva innamorato: e però la prima cotta inizia e finisce nello stesso momento.
Ero un filosofo a quel tempo, pensavo ed esistevo solo se facevo filosofia sulle cose della vita e della morte che, mio malgrado, mi gravitavano attorno. Lei girò sui tacchi, mi diede le spalle, e sculettando si portò via tutta la bellezza e il mio cuore - che in petto non cessava di battere, quasi volesse spaccarmi le costole, compresa quella che Dio m’aveva estirpato alla nascita perché maschio. A quel punto non mi rimase che soffrire, vedere il suo culetto allontanarsi per sempre insieme all’amore che sopra ci avevo disegnato. Ce l’aveva succoso come un cuore: dolci delicate curve, quelle che mettono il diavolo in corpo agli umori di chi giovane e senza esperienza di donne e letti.
Me ne tornai a casa con il cuore spezzato: capivo soltanto che l’amore nasce per morirsene in sé subito, nel tempo d’uno schiaffo e di una lacrima.
Quella notte non riuscii a dormire: lo schiaffo mi bruciava sulla pelle, mi penetrava nell’anima fin nelle più recondite viscere della carne. La campana bronzea aveva lanciato la sua eco più e più volte: dovevano essere le due passate, l’ora dei vampiri e delle donnine allegre. Almeno immaginavo dovesse esser così, perché dalle mie letture non riuscivo ad immaginare quali altre creature a quell’ora si potessero aggirare nel buio della notte. Mi coprii la testa con il lenzuolo bianco arrossendo: e presi a toccarmi. Non fu difficile: bagnai il materasso di me e fui assorbito in esso. Quella notte qualcosa dentro di me morì. Mi addormentai, caddi in un sonno profondo: e quando mi svegliai era già mezzogiorno, e il letto era asciutto, profumava solo di dolciastro, del mio seme che oramai era stato assorbito dalle lenzuola, dal materasso, per lasciare di sé solo una debole traccia dolce, come quella che lascia il sangue versato in combattimento. Era un pugno sui denti quel profumo dolciastro: quando fai a botte, quando il sangue che assapori per la prima è il tuo, è dolce, è così tanto dolce che saresti tentato di lasciarti assestare un altro pugno sui denti solo per bere altra sanguigna dolcezza.
Mangiai con appetito vorace, fin troppo: e poi, abbandonando i libri di filosofia e i quaderni aperti sulla scrivania, scesi in strada a guardare le gambe delle donne nella speranza che un’altra ragazza mi tirasse un ceffone per la mia impudenza.
Sì, aspettavo un altro schiaffo per innamorarmi di nuovo per la prima volta, ma con occhi ben aperti, colmi di giovane lussuria, e non timorosi e prigionieri della loro coda.   
 
 
 
 
 
MIETTA
 
 
Mietta mi aveva rapito il cuore. Era d’una bellezza arrogante: ogni ricciolo, come si dice, un capriccio, e lei ne aveva parecchi. E girava la voce che fosse un po’ puttanella: per farla breve, era la pupa che ogni diciottenne avrebbe voluto esibire al proprio fianco come un trofeo. Una bella bambola davvero, con la testa piena di fantasie, di no appena sussurrati, che per magia diventavano un forse e un altro forse e un altro all’infinito, una catena così, speranze che s’insinuavano in quanti se la baccagliavano.
Quel giorno c’era sciopero, o meglio gli studenti lo avevano indetto per protestare contro una guerra che doveva essere da qualche parte, nel mondo sicuramente, anche se in verità non uno avrebbe saputo dire che tipo di guerra, per che cosa e dove soprattutto. Erano particolari di nessun conto per chi voleva fare sega a scuola, e pure io ce l’avevo questa voglia, tanto più che Mietta urlava slogan di pace e s’accalorava mentre il sole le baciava la fronte. Di lei ero cotto: avrei fatto qualsiasi guerra per un suo bacio, e come tutti gli illusi m’illudevo che lei ammirasse il fatto che in quel frangente stessi accanto a lei per ripetere gli slogan che lei urlava. Io ero il suo pappagallino, genuino e felice: il sole era lì, e noi non ne volevamo che sapere di entrare a scuola. Quando apparve la Preside alla finestra, qualcuno la apostrofò puttana capitalista, e tutti presero a ridere, anche Mietta. E io ripetei la sua risata.
Perdemmo un po’ tanto tempo, alla fine formammo dei gruppetti più o meno omogenei: io non ero in nessuno, e Mietta era indecisa quanto me. O meglio: lei avrebbe potuto intrufolarsi in qualsiasi gruppo, io no. Mi portavo sulle spalle la reputazione d’essere una gran rogna.
Però alla fine Mietta rimase con me, soltanto con me: “Andiamocene, qui non c’è più niente da fare”.
Ci allontanammo con i nostri zaini sulle spalle e tirammo il passo lungo per evitare d’incontrare lungo la strada qualche professore in ritardo o genitore indispettito, magari chiamato al telefono da qualche crumiro che era entrato a far lezione.
Arrivammo a un giardinetto: e lì ci mettemmo a sedere su delle squallide panchine d’un verde slavato.
“Ce l’hai una cicca?”
Le allungai il mio pacchetto, delle Camel: ne sfilò una e se la mise fra le labbra. Subito gliel’accesi.
“Perché non sei andata con gli altri?”
Mietta sbuffò per un istante, ritraendosi in una smorfia buffa e maliziosa: “Perché non ne avevo voglia.”
“Però gli altri…”
“Vanno sempre alla Rinascente: non fanno altro.”
“E stare con me a fumare e chiacchierare del più e del meno è meglio?”
“Sei una rogna”. Ma sorrideva. “Tu sei di destra o di sinistra?”
Sospirai. E mi accesi pure io una sigaretta prima di rispondere: “Non lo so. Sinceramente la politica non mi ha mai interessato granché, come il calcio.”
“Infatti non ti sento mai parlare di derby e campionati… sei uno dei pochi… l’unico…”
“Non lo posso soffrire il calcio: degli imbecilli che si infartano per stare dietro a un pallone.”
“Come in politica…”
”Sì, direi che calza. Mi sa che mi fanno schifo sia la destra che la sinistra...”
“E allora perché hai scioperato?”
”Perché l’hanno fatto tutti…”
”Non è vero: molti sono entrati.”
“I crumiri.”
“E quelli, da che parte stanno secondo te?”
”Boh! Ma diventeranno o avvocati o ginecologi di grido.”
Mietta scoppiò a ridere di gusto: “Avvocati o ginecologici! Tu sei tutto matto…”
Rideva proprio bene, così solare. Era così tanta, da mangiare di baci. Ma la boccuccia di rosa non me la porgeva.
Si alzò un leggero vento che prese a commuoverle i riccioli. Era perfetta, una visione tizianesca: tutti quei riccioli presi dal sole e dal vento, d’un bel rosso mogano, e poche delicate efelidi sulle gote fin sul nasino alla francese.
“Ma tu, tu da che parte stai”?
Quant’era maliziosa e bella!
Non sapevo che risponderle. Nicchiai, poi lanciai lontano il mozzicone, mi concessi una pausa di qualche secondo a fissarla negl’occhi, e glielo dissi.
 
Si sa, tutte le cose hanno una fine che spesso coincide con l’inizio: il giorno dopo eravamo di nuovo sui banchi di scuola.
Nei giorni che seguirono Mietta mi guardava poco o niente, non mi sorrideva né mi parlava se non durante l’intervallo per scroccarmi una sigaretta.
La stoppai che stava andando in bagno: “Perché?”
“Perché cosa? Sei un pezzente, è abbastanza mi pare!” E così dicendo, tutta piccata, scomparve dietro la porta della toilette.
Nessuno mi aveva offeso così prima d’allora. Ma girai i tacchi e feci finta di nulla.
Però Mietta non l’ho mai dimenticata nonostante le mie pezze al culo.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:59 | racconti, erotico | BlogNews | clicca per commentare commenti (34)



Mary e il Gigante - Philp K. Dick

written by King Lear    -


Mary e il Gigante - P.K. Dick



Mary e il Gigante




un inedito di Philip K. Dick
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 
Philip K. Dick è noto ai più sopratutto per il romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Blade Runner) da cui Ridley Scott ha tratto un superbo film; ma quando uscì il film fortemente voluto e curato nelle sue fasi iniziali dallo stesso scrittore, Dick era già morto per infarto. La sua fama fu postuma: nell’arco della sua vita scrisse qualcosa come cinquanta romanzi e centinaia di racconti. Solo da qualche tempo a questa parte la statura intellettuale di P. K. Dick è stata rivalutata: oggi è considerato, a ragione, autore di culto; gli appassionati sicuramente non possono non ricordare almeno La svastica sul sole, Ubik, I simulacri, Il disco di fiamma. Personaggio intellettualmente impegnato, negli anni Sessanta e Settanta ha scritto per lo più romanzi di fantascienza, una fantascienza cruda quanto mistica che rimane un caso unico nel panorama della sci-fi. Il più autobiografico dei suoi romanzi è sicuramente Confessioni di un’artista di merda, romanzo dove l’autore mette in rilievo tutta la drammaticità della vita sempre in bilico fra le contraddizioni espresse dalla religione e quelle più concrete della società: di questo romanzo-testamento si può dire con piena certezza che è il testamento “spirituale” dickiano.
Ma Dick, oltre ad essere uno scrittore di fantascienza, fu anche un profondo conoscitore della società americana: oggi la sua opera è stata apprezzata da personaggi di spicco, da Fernanda Pivano (la più grande conoscitrice della Beat Generation, alla quale ha dedicato saggi ormai entrati nell’olimpo della saggistica), da Sergio Cofferati (il quale ha scritto una bellissima prefazione all’edizione italiana di Ubik), da Stefano Benni e da tanti altri. I riconoscimenti italiani sono tanti così pure quelli internazionali; a tale pro basti ricordare Ursula K. LeGuin e Fredric Jameson.
Mary e il Gigante è un esempio significativo che bene testimonia la grandezza culturale di P. K. Dick. Il romanzo è la cronaca di una vita in amore ambientata in una cittadina della California degli anni Cinquanta, anni tra i più controversi per l’America, sia socialmente, sia culturalmente. Mary Ann Reynolds è una ragazza insoddisfatta della vita che conduce: intorno a sé non può fare a meno di notare “peccaminose” ingiustizie sociali, ingiustizie che in un primo momento sembrano disgustarla ma che non può fare a meno di condividere (accettare), almeno in parte. Ha relazioni orgiastiche nel quartiere nero della cittadina (jazz, blues e rabbia in un concentrato sociale dissacrante quanto provocatorio degno del migliore scrittore esistenzialista Boris Vian, autore di opere come “Sputerò sulle vostre tombe” e “La Parigi degli Esistenzialisti”), e si lega sentimentalmente a un uomo di colore, poi finisce con l’innamorarsi di un sessantenne gestore di un negozio di dischi. Mary e il Gigante racconta attraverso le traversie amorose, le difficoltà che si incontrano tentando di inserirsi in un contesto sociale predefinito, racconta insomma la “guerra fredda” e quella “razziale” in atto durante gli anni Cinquanta.
E’ un romanzo della fase decisamente più mainstream di Dick, lavoro che in vita non riuscì a pubblicare.
Per quanti credono che Mary e il Gigante sia un romanzo punto e basta, scevro di elementi tipici della sf, io direi che è piuttosto il contrario. Il talento narrativo di Dick in un romanzo come questo non si esaurisce nel mainstream: provate a leggere fra le righe e verrà fuori tutto un mondo convulso di “simulacri”.
Ancora una volta P. K. Dick ha dimostrato quella che è ormai la sua incontestabile fama di autore di culto.

Mary e il giganteP. K. Dick - a cura di Carlo Pagetti, traduzione e postfazione di Tommaso Pincio - pagg. 320 – Collana Collezione Immaginario Dick – Fanucci – 12.91 €

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:40 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (24)



ABA: Associazione Bloggers Anonimi

written by King Lear    - mercoledì, maggio 24, 2006




ABA





Associazione Bloggers Anonimi




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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 15:05 | satira | BlogNews | clicca per commentare commenti (14)



Mark Leyner - Sento odore di Esther Williams

written by King Lear    -


Sento odore di Esther




Sento odore di Esther Williams



 
Mark Leyner
 

 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
Una raccolta di racconti brevi scritta, secondo le intenzioni dell’autore, nello stesso modo in cui Jimi Hendrix suonava la chitarra: ad altissimo volume, con cieca velocità e volontariamente minaccioso. Ventisei pezzi in stile caleidoscopico, poetico, ironico, violento. Dal mondo dei pubblicitari di Madison Avenue, alla vita quotidiana dei giovani dei sobborghi americani, con le straordinarie apparizioni di star hollywoodiane e comete pop come Marianne Faithfull, Zsa Zsa Gabor, Sun Tzu e l’autore stesso.
 
"La scrittura più pura degli ultimi dieci anni. Le sue immagini non ti lasciano un attimo di respiro." (Steve Katz)
"Diverte e si diverte, ti incupisce e si incupisce, facendo a fettine la cultura pop. Non so da dove viene e dove andrà. Ma è qualcosa di completamente nuovo." (Ronald Sukenick)
 
Mark Leyner (Jersey City) è stato - proprio con questo libro - uno dei fondatori dell’Avant-pop americano, diventando poi uno dei caposcuola della “nuova scrittura Usa” tenendo testa al più conosciuto Douglas Coupland.
Grande provocatore, soprattutto verso i mass media, nei suoi quasi vent’anni di carriera è stato via via definito: "L’Anti-Cristo" (da David Foster Wallace), Lo Scrittore della MTV Generation, Rapper della parola scritta, Dizionario vivente della cultura pop. Ha scritto famosi romanzi (“Mio cugino, il mio gastroenterologo”; “Ehi tu, baby!”; “Impronte di denti su un hot dog”; tutti editi da Frassinelli), saggi e recensioni di libri e musica.
 
Quello di Mark Leyner non è un nuovo nome nella cultura underground, o meglio Avant-pop; molti, a tutt’oggi non sanno nulla delle neoavanguardie letterarie, difatti i più rivolgono la loro attenzione esclusivamente al libro impacchettato e confezionato, cioè al bestseller, un prodotto come tanti altri che si può tranquillamente trovare presso qualsiasi supermarket.
Negli anni ‘90 la cultura americana è ormai invasa da sponsor e spot che girano in vertiginosa continuazione su MTV alternandosi ai videoclip; l’America è quella dei manga giapponesi, della facile autoironia dei Simpson, del mangiare precotto, degli scandali sessuali ospitati dai talk-show, delle guerre lampo e delle facili emozioni precostruite da Hollywood: in un simile scenario emerge Douglas Coupland, uno scrittore atipico e subito ottiene successo e consenso unanime da critica e da pubblico. “Generazione X” e “Generazione Shampoo” diventano la bibbia della nuova avanguardia letteraria: qui non si parla né di Bertrand Russell né di Bill Clinton né di Tagore, insomma non si parla di niente, eppure si parla di tutto perché Coupland attinge la sua cultura direttamente dal tubo catodico del televisore, dal mondo che lo circonda simile ad una cartolina pubblicitaria, e finisce con il raccontare i fatti semplici della vita, quelli immediati. Qualcuno potrebbe pensare che Coupland sia un altro Kerouac vestito per correre sulla strada: non è così. Coupland non ha nulla in comune con quella che fu la Beat Generation: lui scrive punto e basta ma non nutre intenzioni rivoluzionarie, molto più semplicemente si limita ad esporre ciò che la società cerca invano, o quasi, di fargli accettare. Espone i fatti, le cose della vita con estrema semplicità giocando esclusivamente sulla sua sensibilità annoiata, disgustata che la società ha prodotto nel suo animo: per questo con “Memoria Polaroid” nel 1996, una raccolta di impressioni istantanee come suggerisce il titolo, Douglas Coupland viene indicato come il nuovo portavoce dell’avanguardia letteraria americana. Il suo stile sobrio, spontaneo, riesce a far breccia nel roccioso cuore americano: Coupland viene subito assorbito, suo malgrado, nel meccanismo che trasforma un vero scrittore in un produttore di bestseller; i suoi romanzi vengono soprattutto letti da ragazzi che la scuola l’hanno vissuta poco e male e riconoscono in Coupland il loro padre.
La società americana, quella dei giovani, si può distinguere in tre livelli generazionali: gli sbandati e i drogati, che non ci pensano su due volte a metterti il coltello contro il pomo d’Adamo, i borghesi figli di borghesi, che aspirano solo a diventare come i loro padri votati alla famiglia e alla Chiesa, ed in ultimo quelli che sentono di non appartenere né ai borghesi né alle frange della bad generation… E proprio a quest’ultima categoria si rivolge Douglas Coupland: è già un buon risultato ma comunque commerciale. Molto più serio il progetto di avanguardia di Larry McCaffery che insieme a W. T. Vollmann, Euridice, S. Wright e M. Leyner diventano i portavoce dell’Avant-pop underground, quello che l’America non riesce a digerire, se non a piccole dosi. Ad esempio, Euridice - che nulla ha da invidiare al più classico Henry Miller -, con il suo romanzo F/32 esplora la sessualità femminile così come mai è stato fatto e per questo viene condannata dal perbenismo americano. Come lei, tanti altri autori si muovono nel nuovo scenario dell’Avant-pop e Mark Leyner insieme a Larry McCaffery si possono considerare i veri padri di questa scuola.
“Sento odore di Esther Williams” di Mark Leyner è una raccolta di splendidi racconti: scritti con uno stile superbo sincopato e provocatorio, ricordano sì la vitalità di J. Hendrix. Questi ventisei racconti, che si snodano dalle aziende di jingle della Madison Avenue per approdare ai salotti pseudo-dannunziani degli esteti ed infine naufragare sulla patinata via delle Star, possono essere considerati una vera perla dell’Avant-pop, che non ammette alcuna concessione idealistica o stilistica. Se Larry McCaffery ha dato voce all’Avant-pop, Mark Leyner ha amplificato questa voce fino all’esasperazione, una esasperazione pura e genuina che traduce la vita di tutti i giorni in un lirismo esemplare, moderno. Leyner scrive poesia guardando all’underground culturale con rispetto critico, così ogni sua pagina risulta essere provocatoria quanto bella.
I ventisei racconti non perdono un colpo: tutti originalissimi, alcuni lunghi, altri dei veri bonsai, sono uno dei più alti esempi della nuova cultura d’avanguardia, insomma una vera perla letteraria che non può mancare nella biblioteca degli estimatori delle avanguardie letterarie.
 
 
Mark Leyner – Sento odore di Esther Williams – Collana CorpiRadicali – Shake Edizioni - pp. 136 - € 9,30

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:16 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (16)



Ron Howard e Dan Brown - ...ma i nuovi inquisitori innalzano roghi

written by King Lear    - lunedì, maggio 22, 2006


Patchwork - by G. Iannozzi

- patchwork by G. Iannozzi -
 



 
Ron Howard




e
Dan Brown




 
conquistano il pubblico con incassi da record
 
ma i nuovi inquisitori innalzano roghi
 



 
di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
Era un successo annunciato per “Il Codice Da Vinci” nonostante la freddezza che gli è stata riservata a Cannes il 17 maggio: Ron Howard, anche questa volta, non ha sbagliato. E ha fatto bene, dopo l’anteprima a Cannes e la freddezza ricevuta, a restare nel dietro le quinte esibendo un aplomb di piena sicurezza. In Italia, durante il primo giorno di programmazione il film ha incassato ben 2 milioni di euro: un record che difficilmente si ripeterà per altri film da botteghino o d’essay. Negli USA, 30 milioni di dollari per il primo giorno: il weekend si conclude con 70/80 milioni di dollari d’incasso. La Sony, casa produttrice del film, può dire d’aver agito in piena fede, consapevole del successo, alla faccia dell’Opus Dei – che voleva si tagliassero alcune scene dalla pellicola -, e della critica più pecoreccia, che, senza pensarci su due volte, ha stroncato il film di Ron Howard a occhi chiusi.
Il romanzo di Dan Brown oramai ha venduto qualcosa come 50 milioni di copie: mai un libro aveva venduto tanto e mai tante polemiche si erano raccolte intorno e contro un singolo autore. La critica rimprovera al film, con malcelata invidia ed evidente incapacità di raziocinio, di essere brutto, non per inettitudine del regista o degli attori, ma perché i critici-inquisitori ravvisano in esso una impronta ideologica. Con questo sospetto, che il film sia esposizione di una ideologia che va contro quei dettami vecchi e pacchiani della Chiesa, i critici non ci hanno pensato su due volte a bollare Dan Brown e Ron Howard come i peggiori degli eretici, quando in verità sono semplicemente degli artisti che bene hanno svolto il loro lavoro. Che la Chiesa e l’Opus Dei vivano il generoso sospetto d’esser anche delle istituzioni oscure non è cosa che dovrebbe portare scandalo: senza risalire troppo indietro nel tempo, arrestandoci ad Andrè Gide, questi ne “I sotterranei del Vaticano” ironizzava e non poco circa la figura del Papa e la corporeità del Vaticano. La Chiesa, da quando San Pietro ha posto la prima pietra, ha goduto d’esser un organismo sinistro: ma la storia non mente, le persecuzioni adottate contro patari e catari, i roghi innalzati per tutti quelli in odor di eresia, le inquisizioni che hanno arso vivi uomini e donne ritenuti stregoni o streghe, le persecuzioni contro il libero pensiero da Galileo Galilei a Giordano Bruno da Nola (quest’ultimo ancora un non-perdonato dalla Chiesa), le dubbie alleanze politiche nel corso dei secoli, hanno fatto del Vaticano l’organismo più oscuro della storia di tutti i tempi. L’Opus Dei solo oggi, dopo che Dan Brown (anche) per mezzo della sua fantasia ne ha rivelati alcuni retroscena, si è detto pronto ad aprirsi ai fedeli: ma anch’esso, sin dalla nascita, è stato tempestato da sospetti e dubbi.
Ad alimentare l’odio contro il lavoro di Dan Brown ci si sono messi un po’ tutti, non solo l’Opus Dei tutto, non solo il Vaticano, ma anche gli intellettuali di Destra, e ben più grave e inaccettabile il fatto che “Il Codice Da Vinci” sia stato messo al rogo dai sedicenti intellettuali e giornalisti di una presunta Sinistra. Contro Dan Brown si sono scagliati Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Loredana Lipperini, quest’ultima entrando persino nella rassegna stampa ufficiale dell’Opus Dei (maggiori dettagli qui, “Il Codice Da Vinci, Dan Brown e Ron Howard colpevoli d’aver dato vita a un thriller di successo”). Tutti hanno da rimproverare qualche cosa a Dan Brown, ovvero che il romanzo è una sintesi di errori: ma questi Signori dimenticano che ci troviamo di fronte a della fiction e che i loro stessi lavori sono fiction che fanno ampia commistione di elementi reali e fantastici. Quale il peccato di Dan Brown? Quello di aver adottato la ricetta più vecchia del mondo per scrivere un bestseller, ovvero realtà e finzione in un’unica soluzione? A sentire la sedicente critica di Sinistra, parrebbe proprio di sì. Comunque basta saperlo: è evidente che per alcuni la critica non è uguale per tutti, e morta lì, o quasi! La critica di Destra invece nega alla fiction di poter esistere in un costrutto narrativo o letterario. Punto controverso che viene rimproverato a Dan Brown, i cosiddetti “Dossiers Secrets”, che parrebbe siano opera di tre burloni che li confezionarono ad hoc nel 1967 per poi dire al mondo, nel 1980, che quei dossiers erano dei falsi. Su questi Dan Brown ha costruito parte della trama de “Il Codice Da Vinci”. Chi non ricorda gli X-Files, e le teorie di complotto, e le esasperazioni pseudo-religiose ed escatologiche che sono andate avanti per anni e anni, e che hanno appassionato milioni di persone in tutto il mondo? Eppure nessuno ha rimproverato a Chris Carter, se non con una amichevole pacca sulla spalla, di insinuare nella “testa” del pubblico che probabilmente Dio nient’altro che un’entità aliena e che gli uomini discendenti di una lontana (perduta) civiltà extraterrestre. Il tutto condito con il forte, fortissimo sospetto, che la Chiesa da sempre ne fosse a conoscenza. Ora, in una civiltà civile, ognuno dovrebbe essere libero di credere in ciò che vuole, anche nei “Dossiers Secrets”; ognuno dovrebbe essere libero di credere nel dio che più gli è congeniale; io, per mio, credo nel maiale come manifestazione del divino: devo essere messo al rogo, ho espresso una eresia?
Le manifestazioni di intolleranza, di squadrismo littorio contro Dan Brown e Ron Howard hanno precedenti solo nel fondamentalismo musulmano. Le aree cattoliche-cristiane rimproverano a Dan Brown d’aver avuto successo vendendo Cristo per trenta danari – che però, oggi, causa inflazione, movimenti di mercato nel corso dei secoli, sono ragionevolmente nell’ordine dei trenta milioni di dollari, cifra comunque molto approssimativa.
Tra i tanti episodi di intolleranza, quanto accaduto a Ceccano, in provincia di Frosisone, nel giorno della prima proiezione del film di Ron Howard ha un sapore alquanto inquietante e amaro: «Sono scesi in piazza e, cerini alla mano, hanno dato fuoco a una copia del “Codice da Vinci”, il superbestseller di Dan Brown. La protesta è stata messa in atto da due consiglieri comunali di Ceccano (Frosinone), Stefano Gizzi (Democrazia Cristiana per le Autonomie) e Massimo Ruspandini (Alleanza Nazionale). “Di fronte al ripugnante tentativo operato dal libro e dal film di negare alla radice, con menzogne spudorate, i dogmi della nostra fede, riducendo il messaggio cristiano ad un triller hollywoodiano - spiegano Gizzi e Ruspandini - con questa pubblica manifestazione di Ceccano rifiutiamo pubblicamente il messaggio pestifero che viene dal mondo del cinema, secondo cui si possono far soldi, e molti, oltraggiando Dio a la Sua santissima vita con calunnie irripetibili”. » Ma non tutti hanno gradito, in primis gli abitanti di Ceccano che si sono mossi contro gli intolleranti con una contro-manifestazione a suon di lancio di pomodori. Altrove alcuni parrochi, dall’alto del loro pulpito, hanno invitato a non andare a vedere il film. E Giuseppe Corigliano, portavoce ufficiale dell’Opus Dei, dice in maniera inequivocabile: “La cosa più spiacevole del Codice era la deformazione della figura di Gesù e della Chiesa, offensiva per tutti i cristiani e, solo in secondo luogo, l’Opus Dei. Perciò ci siamo decisi a dare una risposta cristiana e positiva per neutralizzare gli effetti negativi. La risposta sarebbe stata sempre educata e amabile. […] Visto che il film ormai è uscito a Cannes abbiamo potuto constatare che nessuna delle nostre richieste ha avuto seguito. Perciò abbiamo emesso un ultimo comunicato in cui richiamiamo all’attenzione della Sony alcuni passi sul rispetto della cultura e della religione altrui, presenti nel Codice di Comportamento Etico dell’azienda. Non vogliamo giudicare ma, ancora una volta, con cortesia e cordialità, chiedere rispetto per quello in cui credono milioni di cristiani nel mondo.” In pratica, le richieste assurde avanzate dall’Opus Dei sono di tagliare delle scene: una simile richiesta non è forse interpretabile come atto di censura, di condanna?
Ed intanto il teologo e giornalista Brian McLaren, collaboratore della rivista ecumenica americana Sojourners, intervistato da Lisa Ann Cockrel, redattrice di Today’s Christian Woman: “Credo che molta gente abbia letto il libro non solo perché è appassionante, ma anche perché esprime una critica nei confronti dell’immobilismo della chiesa, del patriarcalismo che vi regna, della sua sete di potere, della tendenza delle organizzazioni religiose cristiane a coprire certi fatti. Dobbiamo chiederci come mai la figura di Gesù tratteggiata nel libro di Dan Brown appare, a molte lettrici e lettori, più interessante e intrigante di quella che viene presentata dalla chiesa. Perché tanta gente è delusa dal fatto che il Gesù di Brown è accusato di essere inattendibile e continua a non volersi accontentare della consueta immagine di Gesù presentata dalla chiesa? Il quadro composto da Brown è in parte fuorviante, è vero, ma ha il pregio di tenere aperta la domanda se il modo in cui la chiesa presenta Gesù gli renda veramente giustizia.” In sostanza: Brian McLaren invita al dialogo esprimendo che la Chiesa e Gesù sopravvivranno anche a “Il Codice Da Vinci”.
Il libro di Dan Brown contiene non pochi errori, lo si è detto più volte: ma! Illuminante Umberto Eco, in un articolo apparso su L’Espresso, “Il Codice colpisce ogni giorno”: “[…]Il ‘Codice da Vinci’ è un romanzo, e come tale avrebbe il diritto di inventare quello che vuole. Oltretutto è scritto con abilità e lo si legge d’un fiato. Né è grave che l’autore all’inizio ci dica che quello che racconta è verità storica. Figuriamoci, il lettore professionista è abituato a questi appelli narrativi alla verità, fanno parte del gioco finzionale. Il guaio comincia quando ci si accorge che moltissimi lettori occasionali hanno creduto davvero a questa affermazione, così come nel teatro dei pupi gli spettatori insultavano Gano di Maganza. […] Perché, anche a confutarlo, ‘Il codice’ si autoriproduce? Perché la gente è assetata di misteri (e di complotti) e basta che gli offri la possibilità di pensarne uno in più (e persino nel momento in cui gli dici che era l’invenzione di alcuni furbacchioni) ed ecco che tutti incominciano a crederci. […]” Umberto Eco mette in evidenza alcuni macroscopici errori contenuti nel romanzo di Dan Brown, ma non per questo lo demolisce, e soprattutto non lo consegna all’Indice. La verità esposta da Dan Brown fa parte del gioco finzionale, ma c’è chi è disposto a mettere al rogo chi vuol stare al gioco finzionale. E io mi domando, a questo punto: ma gli errori non fanno forse parte del gioco? Io credo facciano parte del gioco, perché se non ci credessi, almeno durante la lettura del libro, allora la storia in esso raccontata non avrebbe alcuna attrattiva su di me. Il problema è semmai un altro: una volta visto, o letto il libro, ritornare alla realtà e sveicolarsi dai giochi finzionali, o errori che li si voglia considerare. Rimane fermo un punto che ritengo essenziale, di cui ho già detto: se io, capace di intendere e di volere, voglio credere nel maiale come manifestazione del divino, ce l’ho sì o no questo diritto? E Umberto Eco, in chiusura del suo brillante pezzo, ci avverte: “La risposta riguarda naturalmente il clima New Age dei nostri decenni e la fame di mistero che si è sostituita al crollo delle ideologie e delle grandi utopie secolari. Ma quelli che dovrebbero stupirsi di meno sono proprio i custodi dell’ortodossia. I quali certo hanno ragione a dolersi che la gente prenda sul serio leggende abbastanza puerili che tra l’altro circolavano da decenni a prezzo stracciato in tutti i bugigattoli di scienze occulte, ma non dovrebbero dimenticare che a questo mercato del miracoloso hanno contributo a loro volta, facendo oggetto di turismo i luoghi di tanti improbabili miracoli e apparizioni. Chi di Codice ferisce...”
 
 
Alla prima mondiale a Cannes, il 17 maggio 2006, il film di Ron Howard è stato accolto con freddezza. Tuttavia attori e regista hanno snobbato questa accoglienza, e forse ne hanno riso, com’era giusto che fosse. Il 19 maggio il film tratto dal romanzo di Brown esce in 910 sale italiane: nonostante le feroci mobilitazioni dei nuovi inquisitori, il film ha raccolto consensi immensi da parte del pubblico, e solo pochi si sono detti scontenti o lì per dovere di cronaca.
Due ore e mezza, regia di Ron Howard, sceneggiatura di Akiva Goldsman, che in passato ha firmato “Cinderella Man”, “A Beautiful Mind”, “Il Cliente” e “I, Robot”. Akiva ha svolto un lavoro eccellente trasponendo molte parti che nel libro sono puro dialogo in immagini utilizzabili dal regista Ron Howard. Il film inizia: una panoramica allargata su i dettagli di tanti capolavori esposti sulle pareti della Grande Gallerie del Louvre. Il femmineo subito spicca all’occhio degli spettatori: tanti i volti di donne ed efebi. Ron Howard ha spiegato: “L’incontro a tre fra Robert Langdon (Tom Hanks), il riccone inglese Sir Leigh Teabing (Ian McKellen) e Sophie (Audrey Tautou). E’ un momento molto importante della storia perché entriamo nel fantastico mondo di un nobile inglese che abita in un castello francese, chiamato Château de Villette. Un personaggio misterioso, molto affabile, interpretato alla perfezione da McKellen, che sembra aver dedicato la sua vita al ritrovamento del Santo Graal. Le sue rivelazioni sono davvero sorprendenti. Quando le ho lette per la prima volta mi ricordo che avevo la pelle d’oca per l’entusiasmo. In quel momento ho capito che volevo girare il film. E’ un momento davvero affascinante perché espone una parte della storia di Gesù, come la conosciamo, ma da un punto di vista completamente diverso. Spero che questo si avverta anche nel film. Se ci saranno discussioni e dibattiti significherà che ho fatto centro”.
Jacques Saunière, vetusto studioso e curatore del Louvre lo vediamo assassinato all’interno del Museo. Jacques ha lasciato una serie di indizi da decodificare in sequenza logica, a partire dalla posizione in cui viene trovato il suo cadavere, posizione che è quella del celebre uomo vitruviano disegnato da Leonardo per il Codice da Vinci. Robert Langdon, interpretato dal sempre ottimo Tom Hanks, è il primo sospettato: tuttavia l’angelicata Sophie Neveu, interpretata da un angelo in carne e ossa, Audrey Tautou, non crede che Robert sia il colpevole, nonostante ci siano molti elementi che ne fanno un sospettato. Sophie, criptologa che lavora per la polizia parigina, nonché nipote di Saunière, aiuta Robert a fuggire dalle grinfie della polizia. Che cos’è o chi è il Santo Graal? E Gesù Cristo è davvero morto per sempre sul Golgota? Se dovessimo prestar completa fede alla teoria del complotto su cui si basa il romanzo di Dan Brown, e il film di Ron Howard, allora Gesù non sarebbe morto vergine, ma avrebbe copulato con Maria Maddalena, e la sua discendenza sarebbe ancora in carne e ossa sulla Terra. E’ il racconto di Sir Leigh Teabing che ci fa entrare nel vivo dell’Ultima Cena, di Leonardo da Vinci: Teabing, visionando il quadro, svela al Prof. Langdon, ma soprattutto alla giovane Sophie, chi è Maria Maddalena alla destra di Gesù. Ma c’è di più: le rivela infatti che è Lei la prediletta, che è Lei il Sacro Graal, la Divinità. A questo punto un flashback: vediamo Maria Maddalena incinta, la Crocifissione, e di nuovo Maria Maddalena che dà alla luce una bambina, Sara. Questo il segreto, ma solo questo? Perché Jacques è stato assassinato, e da chi? chi aveva interesse a uccidere lo studioso? La risposta sorge spontanea… una setta, una setta molto potente non vuole che la verità sia rivelata al mondo, che per duemila anni è stato costretto nell’ignoranza. Gli spostamenti di Robert e Sophie tra Parigi e Londra sono veloci, come la regia di Ron Howard, che è quasi impeccabile per un film che vuole essere un mistery, un thriller, ma anche esposizione di una fantasiosa teogonia tra le non poche pieghe metastoriche. Alcune licenze cinematografiche erano inevitabili: la morte del monaco Silas, interpretato da un magistrale Paul Bettany, rende maggiormente scorrevole la storia trasposta sul grande schermo. Ron Howard e Dan Brown hanno lavorato a stretto contatto quando la macchina da presa ha cominciato a girare. Alla fine la sceneggiatura conta ventisette sfumature diverse rispetto al romanzo, ma erano inevitabili, e in ogni caso approvate da Dan Brown, quindi il film di Howard sì, rispecchia al limite della fedeltà narrativa i contenuti espressi.  
Un film da botteghino, come lo è stato ai suoi tempi il primo Indiana Jones: chi non ricorda lndy alle prese coi nazisti, chi non ricorda la spasmodica ricerca dell’arca? E come non ricordarsi dell’archeologo Henry Jones Jr. (Indiana o Indy, quando smette le vesti dell’archeologo per diventare Indy, avventuriero a caccia di tesori perduti) alle prese con gli uomini del Terzo Reich che vorrebbero per sé l’Arca dell’Alleanza e sottomettere così il mondo al loro volere? “Raiders of the Lost Ark” (1981), per la regia di Steven Spielberg, ha lanciato una moda, e questa è stata raccolta da Ron Howard, che oggi ci presenta l’ideale proseguimento di un filone, che nel corso degli anni, ha fatto la fortuna delle sale cinematografiche ma anche la felicità di tanti e tanti sognatori bisognosi di fantasia. Se la memoria non mi trae in inganno, “I predatori dell’Arca Perduta” non ha incontrato gli anatemi della Chiesa né quelli degli intellettuali di allora. Eppure, se qualcuno guardasse bene, in profondità, “Indiana Jones”, forse oggi lo direbbe un film eretico, fuorviante, e soprattutto stracolmo di grossolani errori storici. E quasi sicuramente i mai debellati neofascisti e neonazisti troverebbero nella pellicola gravi motivi di offesa al loro immondo credo. E così anche il Vaticano troverebbe gravi motivi di offesa alla fede che propugna e diffonde nel mondo a ritmi vertiginosi obnubilando le menti dei più deboli, soprattutto di quanti vivono – costretti da un insano destino - in regioni povere del mondo, dove la cultura è un optional di gran lusso, dove la cultura portata è di parte e fideistica.Quanti missionari oggi sulla Terra portano un tozzo di pane a milioni di morti di fame, chiedendo però loro in cambio di accettare ad occhi chiusi il Cristianesimo? Questo indottrinamento schiavista è ciò che dovremmo temere se avessimo i coglioni, invece di lanciare anatemi contro Dan Brown, contro Ron Howard e, soprattutto, contro chi è già andato o andrà a vedere il film.
L’uscita del film ha visto un ritorno di un regime inquisitorio che si sperava – ingenuamente – fosse finito per sempre: così non è stato, è stata soltanto una pia illusione pensare che gli inquisitori fossero stati messi a tacere decine e decine di anni fa, dopo le ingiustificate stragi perpetrate nei confronti di migliaia di innocenti. Tirando le somme, a Ceccano, in provincia di Frosinone, è stato organizzato un rogo, come accadeva ai tempi della Santa Inquisizione; poi la piazza del Municipio si è trasformata in un campo di battaglia, dove molti abitanti di Ceccano con una sassaiola di pomodori hanno respinto i nuovi inquisitori. A Verona invece una quindicina di cattolici tradizionalisti ha manifestato davanti ad un cinema con un megafono e cartelli contro la bestemmia, dicendo che la loro iniziativa mira a difendere la loro fede. A Genova, c’è addirittura un comitato “Codice da Vinci? No grazie”: e i volontari di questo comitato hanno distribuito volantini per boicottare il film. A Foggia i ragazzi di quattro parrocchie hanno organizzato un santo Rosario davanti al cinema “per riparare alle offese arrecate dal film”. Bene. Cioè, male: siamo piombati, per l’ennesima volta, nel più oscuro medioevo.
La consolazione: le proteste non sono servite a niente, e per questo, da bravo ateo dichiarato qual sono, ringrazio dio per questo miracolo. Per riuscire a vedere il film di Ron Howard bisogna prenotare il biglietto, tutto sold out, incassi record: sintomo questo che i più se ne sono infischiati e della Chiesa e dell’Opus Dei e dei comitati anti-Codice.
Gettare fango sul film non è servito, né sono servite le dimostrazioni di acrimonia espresse e da intellettuali di Destra e di Sinistra: tutti ugualmente colpevoli d’aver tentato il boicottaggio d’un film a loro scomodo per ragioni che sono delle non-ragioni. C’è di buono che questi intellettuali si sono tagliati le gambe da soli: hanno contribuito al successo del film, a quello del libro, e si sono macchiati la giacca e la cravatta con un cappuccino di troppo che gli è andato di traverso. Rovinandosi pure la reputazione d’esser uomini e donne votati al raziocinio e a una critica non dipendente dagli umori delle loro proprie budella. Insomma, in maniera molto spiccia, un po’ di credibilità presso il pubblico l’hanno persa: questo il mio sospetto.
 
Al blog di ArteRubando un paio di battute ad una cara amica, Arte, vi invito ad andare a vedere “Il Codice Da Vinci” per la regia di Ron Howard perché “le patatine del multisala sono buonissime (anche più di quelle di Siffredi)” e “le brave ragazze vanno in paradiso, le ragazze cattive vanno dappertutto (Cosa sto citando? Scommetto che i detrattori del film riconoscono subito il loro regista preferito...)”  

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Amor Mostro!

written by King Lear    - domenica, maggio 21, 2006




 - Ozzy Osbourne in una rielaborazione di G. Iannozzi -
 

 
 
Amor Mostro!
 
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
 
AMOR MOSTRO!
 
a Darkfables
 
 
Risorgi, le piaghe lavati
Risorgi, dalla paura
che ti bagna i piedi
e ti fa rosse le mani
 
Risorgi, risorgi
e dà a dio l’occhio
e prometti la bocca
alla bocca amante
di quella morte
che ti ha aspettato
oltre i confini di sole e luna
 
Risorgi, Mostro
e mostra le sanie
e tutte le dannate ferite
che in guerra avesti
anziché della donna il bacio
 
Risorgi, mostrati
Non scavare le vuote orbite
con unghie che si strappano
al contatto
Non molestare quei denti dolenti
di carie e tragiche infezioni,
destati col corpo infame che hai
e porgi la guancia e la bocca
a chi ti vuol bene nonostante tutto
 
Mostro, risorgi adesso
e fatti vivo prima del postino,
di quello lì che suona sempre due volte
e vieni a prenderti ciò che ti spetta
 
Risorgi, risorgi adesso
Poi se il caso lo deciderà
volerai sul nido del cuculo
 
Ma adesso risorgi
e le piaghe levati di dosso
e lascia l’ombra alla tua mercè
Risorgi, non per un perché
per amor nostro, Mostro!
 
 
 
 
 
STELLA BELLA
 
 
a Stella Celeste
 
 
Stella bella, ti posso mangiare?
un morso, uno appena,
un tenero morso sulla tenerezza
della tua bocca di petali di rosa

Stella bella, ti posso amare
in questo dì che è di catene
e di solitudini leopardiane?
 
 
 
 
 
POESIA PER MARY
 
 
a Mary
 
 
Poesia non so dare,
malinconia m’invade
e sol veggio ‘l tratto
senza speme né valore
che la penna lascia
sull’immacolato foglio
Come tradimento
il negro sgorbio resta
sul bianco; simile
a insetto ferale
suggerisce dolore
e non una pena
che sia una d’amore
 
Mary, perché gl’arcobaleni
non vivono che per un istante
tra due punti estremi
di bagnate salse lagrime?
Oh, non hanno valore
se perse dall’occhio mio
 
Però capo ciondoloni
io rimango tentando
di strappar dello sgorbio
la luciferina coda
 
 
 
 
 
VINO ROSSO
 
 
a Voglio Tutto e Niente
 
 
Amore, se solo sapessi
quante volte ti ho chiamata
per darti la sacralità dell’amore
Ma non hai mai risposto
Sei rimasta frigida a mirar l’Alba
 
La mia zappa ha scavato
sempre fino in fondo nella terra
Ho seppellito sogni e uomini,
ho raccolto sempre grano biondo
e non mi son spiegato mai il miracolo
 
Amore, ho salito a piedi scalzi scale
Ho inseguito pellegrinaggi sulle colline,
ho ripetuto il tuo nome come un mantra
Non è servito, sono tornato in me
là dove ogni sera mi aspetta il rosso
del vino
 
Amore, le mie ciglia sono raggi
di consumata vecchiaia oramai
Ma non ti ho dimenticata ancora
 
 
 
 
 
TRAGICA COLOMBA
 
 
L’amore è una solitudine
condivisa in due, non è altro
che questo
E’ un sanguinario pipistrello
che cerca una vergine colomba
Non è altro che questo abbrutirsi
giorno dopo giorno
come si fosse sempre sulle montagne russe
 
L’amore è un mostro
Ti toglie le forze
Ti sbatte in ginocchio
Ti strappa il cuore dal petto
ma ti lascia la pena d’esser vivo
L’amore è un grumo di sangue
che spinge in basso il cervello
L’amore è una lenta morte
 
L’amore è una solitudine
che brindiamo in due
nel ristorante più caro della città
E’ un coltello e un autoritratto di Picasso,
è qualcosa che non puoi capire
E’ qualcosa che spinge le donne al suicidio
L’amore è una pennellata di vita estorta
per farne inutile arte da vendere
al peggiore offerente – al migliore sofferente

E’ un tunnel senza ritorno, è Diana a cuore aperto
E’ una disperazione a due, è un segreto personale
 
Vive a stretto contatto con i servizi segreti
E’ una pallottola nel cuore di Majakovskij,
un orecchio tagliato, un’overdose di sonniferi
E’ una cosa sporca che va a braccetto
con quella testa pazza che si fa chiamare poesia
 
Ti ficca la testa nell'acquasantiera
Ti succhia il sangue e il piscio
E’ un catetere che non conosce pietà
E’ una cosa ovvia che non sa la verità  
  
Una tragica colomba, un sinistro tradimento
Un volo spezzato a mezz’aria, senza senso
Un giro di vite, moglie ubriaca e botte piena
 
Se cadi in amore, non ti risolleverai mai
Se inizi a pregare, non la smetterai mai
Se cominci a crederci, se cominci ad amare
è il caso che te lo dica senza mezzi termini,
hai dato fondo al meglio di te per perderti
 
…per perderti per sempre
come una candela al vento
…per perderti per sempre
come Marilyn Monroe
…per perderti per sempre
come una croce sul Golgota

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La leggenda della nave di carta - AA.VV.

written by King Lear    - sabato, maggio 20, 2006


La leggenda della nave di carta - AA.VV.




La Leggenda



della
Nave di Carta
 
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
Nel 1951 Arada Osada pubblica in Giappone alcune testimonianze dei sopravvissuti alla catastrofe di Hiroshima; nel 1963, con il titolo Children of the A-Bomb e prefazione del più grande filosofo del XX secolo, Bertrand Russell, il libro-testimonianza di Osada viene pubblicato a Londra.
“La leggenda della nave di carta - racconti di fantascienza giapponese”esce in Italia nel 2002 preceduto dalle testimonianze sull’esperienza del dramma atomico raccolte da Arada Osada: il volume accoglie sedici racconti estrapolati dalla più ampia antologia The Best Japanese Science Fiction Stories (1989, USA – curatori Martin Greenberg e John L. Apostolou).
Con l’antologia curata da Greenberg e Apostolou la civiltà occidentale (americana), forse, per la prima volta nella storia è venuta a contatto con la cultura fantascientifica giapponese: Godzilla in questa antologia non ha spazio, è un mostro di serie B che i seri autori di SF giapponese non tengono in considerazione. La cultura fantastica giapponese non è mai riuscita a penetrare nella cultura occidentale se non attraverso manga e cartoons; a tutt’oggi i grandi scrittori classici del Giappone per i più, così come per la critica, sono personaggi del tutto sconosciuti; a maggior ragione, a fronte di ciò, sono ignoti quelli di genere. Yukio Mishima (1925 – 1970), forse il più grande scrittore nipponico, morto suicida nel 1970, ha regalato al mondo romanzi indimenticabili come “Sole e acciaio”, “Morte di mezza estate”, “Cinque nō moderni”, “Madame de Sade”, “ Sete d’amore”; tra la sua produzione spicca un titolo, “Stella meravigliosa” che alcuni critici hanno erroneamente imprigionato nel genere fantascientifico: “Stella meravigliosa” è una stupenda metafora dell’umanità e della sua sofferenza del vivere giornaliero e storico, ma è una metafora, non è solo sf, anche se potrebbe trarre in inganno qualcuno per la sua componente fantastica. Fatto incredibile, molti, sino ad oggi, hanno guardato a “Stella meravigliosa” come al primo romanzo di sf giapponese giunto in Italia e tradotto in italiano: Mishima rimane un grandissimo scrittore, ma non ha mai scritto fantascienza per fare esclusivamente “della fantascienza”. Però altri autori hanno dedicato la loro vita a scrivere sf e molti nomi sono raccolti nell’antologia curata da Greenberg e Apostolou; in Italia la sf giapponese arriva gravata da due pensanti tare, una dovuta alla traduzione  e una dovuta alla scelta degli autori presenti nell’antologia “La leggenda della nave di carta”. Sedici autori a rappresentare l’intero panorama culturale fantastico moderno giapponese (circa mezzo secolo) sono davvero pochi e non rendono piena giustizia alla cultura nipponica, questa la prima tara; la traduzione purtroppo è stata condotta sui testi in americano dell’antologia curata da Greenberg e Apostolou (e non sui testi originali giapponesi), quindi i racconti che oggi leggiamo nell’edizione italiana dell’antologia risentono di almeno un passaggio di troppo di interpretazione semantica, quello dall’americano all’italiano. La traduzione di Ilaria M. Orsini operata sui testi in americano purtroppo non può restituire al lettore italiano l’immediatezza e la freschezza dei racconti originali; molti racconti, dopo il filtraggio semantico dal giapponese all’americano, dall’americano all’italiano, pur avendo grandissime potenzialità fantastiche, mancano di carattere. Se la traduzione fosse stata operata partendo dagli originali, con molta probabilità i racconti presenti nell’antologia italiana si sarebbero presentati al pubblico con tutt’altro carattere.  
Il Giappone vanta una produzione fantascientifica sterminata che si può far risalire almeno alla seconda metà dell’Ottocenro, quando, con l’apertura del paese all’occidente, il mondo orientale si è confrontato con la cultura occidentale, ma anche quella occidentale ha avuto modo di confrontarsi con quella del Sol Levante.La leggenda della nave di carta” presenta al lettore italiano alcuni esempi di letteratura fantastica/speculativa prodotta nella culla del Sol Levante dagli anni ‘60 in poi. Fra gli scrittori dell’antologia vi sono i tre grandi della fantascienza giapponese: Ryo Hanmura, Shinichi Hoshi e Sakyo Komatsu, ma anche Kobo Abe, autore magicamente kafkiano e Tetsu Yano, di cui è giusto ricordare almeno l’attività nel fandom giapponese in collaborazione con Takumi Shibano, curatore della leggendaria fanzine Uchujin, pubblicata per la prima volta nel 1957.
In quasi tutti i racconti è possibile scoprire precisi, netti, pacifici rabbiosi riferimenti all’epoca del militarismo degli anni ‘30 e ‘40, al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, ma vengono analizzati anche argomenti impegnativi come l’impatto della rapida modernizzazione, l’inquinamento dell’ambiente, i pericoli di una cultura insulare, il mito della superiorità razziale. L’ultimo periodo creativo giapponese, quello maggiormente cyberpunk, presenta al lettore un affascinante mondo visionario che introduce il problema dell’identità sessuale e la possibilità di un’apocalisse prossima ventura.
Pur gravando sull’antologia italiana alcune pesanti tare che invalidano lo spessore culturale nipponico, resta il fatto cheLa leggenda della nave di carta - racconti di fantascienza giapponese”, è la prima vera (e seria) silloge di testi di sf di autori del Sol Levante. Se ogni racconto presentato fosse stato preceduto da una breve nota biografica dell’autore, se la traduzione dei racconti fosse stata condotta sui testi originali, se fosse stato presentato al lettore italiano un più ampio spettro di autori contemporanei e non, questa antologia sulla sf giapponese sarebbe stata un capolavoro editoriale. Non si può quindi parlare di bibbia della sf nipponica, ma al momento è il miglior punto di riferimento per quanti amano confrontarsi con la fantasia e la cultura orientale fantastica.
Ci auguriamo che in futuro Fanucci ci regali una nuova antologia, maggiormente completa.
 
 
La leggenda della nave di carta - Racconti di fantascienza giapponese - AA.VV. - Introduzione di Carlo Pagetti e Ilaria M. Orsini - Traduzione dall'inglese di Ilaria M. Orsini - Collana: Collezione Immaginario Solaria - Fanucci - Pagine 248 - € 12.90

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La Fattoria degli Animali

written by King Lear    - venerdì, maggio 19, 2006


La Fattoria degli Animali



Brothers - by G. Iannozzi

separati alla nascita

ma tosto ritrovatisi

a mangiare da uguale trogolo


by Giuseppe Iannozzi


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