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D’Amor di Cielo di Mare

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, luglio 31, 2006






D’Amor di Cielo di Mare
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 


 
 
Per Te, Cybilla
questo mio modesto dono
 
Cybilla



 



 
D’AMOR DI CIELO DI MARE *
 
 
Se la senti la voce mia
che si spenge,
che si spande al di là di tutto il blu
del cielo e del mare
ma non sai come sia possibile…
Se la senti l’anima mia
che per te sola arrossisce
con le ultime luci a plorare
sulla linea del tramonto
là dove già un infinito orizzonte
insegue l’alba del novo dì di sole
che non vedrò,
allora forse un poco m’ami
 
Di me ricorderai il carattere allegro,
la passione che non si spengeva mai
e quella rosa che appuntai sul tuo petto
con tutta la timida paura
che soltanto un uomo solo sa
Perché sì, amor che amor sei,
t’ho amata più d’ogni altra fragilità,
tu mia sola forza d’andar avanti
nonostante la fine prossima disegnata
nello specchio degl’occhi tuoi piangenti
 
 
 
 
 
TU NON TORNI *
 
 
Tu no, no, tu non torni
Resti lontana lontana
in altri lidi a godere
di quel calore
che io non ti posso offrire
sol perché vuote
ho le tasche
Ma anche il mio cor batte
minuto dopo minuto
sulle lancette
perdendo un colpo sempre,
soffocando un lamento
nella strozza
soffocando
profondo sentimento
che per te nutro
nonostante la povertà
che l’alma m’assilla
Tutto il poco che ho
lo porto al tuo core
Eppur mai è abbastanza
Così so
che mai più tornerai
a baciar lo scoglio
delle mie labbra esangui
pallide più della morte
- oramai ultima preghiera
che spero presto dio
voglia esaudire,
sola grazia che mi resta
per magra decenza
 
 
 
 
 
INNAMORATO *
 
 
Mi sono innamorato
ma non di te, non di te
Mi sono innamorato,
pazzo cotto fatto
son fregato
 
Innamorato, innamorato
ma non di te, non di te
Così innamorato
non lo sono stato mai
Così pazzo
non lo credevo
Eppur eccomi qui
a piangere due lacrime
a raccontarti che amo
che amo lei, proprio quella
che non posso avere
 
Mi sono innamorato,
innamorato, innamorato
ma non di te, non di te
 
 
 
* Per Cybilla (Roberta)
prima pubblicazione su:
 
Until The End Of The World
 
 
 
 
 
SILENZI URLANTI
 
 
Mi lasci un po’ del tuo mare
in una risata che sa di risacca
ma non il tuo amore
né un battito infinito
del tuo piccolo grande cuore
né la tua piccola bocca
Ed è questa la pena grave
che mi tocca di sopportare
già dalle prime luci,
con l’alba accosta alla finestra
che disegna ombre di malinconie
mal riposte nelle tombe urlanti,
urlanti silenzi infiniti
d’amor perduto
 
 
 
 
 
DONNA, FEMMINA
 
 
Donna bella, cattiva
Femmina,
ora te ne vai via
per cercar un’altra storia
Così mi tocca di raccontarti
di quell’uomo che fuggì
a gambe levate
e tornò a casa
col busto spiccato
Ma è una brutta storia
d’amore;
così penso che niente,
non te la dirò
né ad alta voce
né in un orecchio
Però sappi sin d’ora
che ti tengo d’occhio
Sappi che non puoi fuggire,
lasciarmi qui a leccare
francobolli e collezioni di lsd
scadute da tempo
così tanto
che non ne serbo memoria
Se mi tradisci
mi troverai a metà
come quell’uomo...
 
Donna bella, cattivo
amore, che oggi fuggi via,
la mia storia è la mia:
ma che almeno questa verità
ti rimanga nel cuore
eterna verità
 
 
 
 
 
G8
(Dovevi saperlo)
 
 
Quel cielo gridellino sulla chiesa che tu amavi
Quel prete, quel cimitero di sogni di preghiere
Sai, oggi non ci sono più
Dovevi saperlo, oggi non ci sono più
 
Un prete sulla sua Harley predica la Comunione
Un Nazi pesta duro ubriaco sulle strade
Sai, non è più come ricordavamo
Sai, dovevi proprio saperlo
E’ cambiato, qualcosa, è cambiato
 
Lo scrittoio, un mare di fogli e tanto vento
Guardando dalla finestra spio la vita
Un uomo nudo vestito di un solo vergine solino
                             fa l’occhiolino alla vita
Oh, Amica mia, non è più come prima
 
Ho visto due ragazzi con tanta rabbia in corpo
Ho discusso con un marinaio di sbornie di tempeste
Ho compreso tutto e nulla
Oh, doveva proprio succedere
Sai, quando si è giovani è facile sbagliare
Sai, le strade qui prendono fuoco,
        gli eroi hanno manganelli littori contro le folle,
        quelli in realtà son vigliacchi fascisti;
        i dimostranti hanno la loro nudità contro gli abusi,
        quelli in realtà hanno coraggio
Sai, guardando quel folle nudo ho riflettuto
Sai, un colletto inamidato può far molto per la tua immagine
Ma resti quello che sei dentro anche se nudo
Ho visto due ragazzi,
                uno morto e l’altro con una pistola fumante in mano
Oh, le strade non sono più le stesse da quando non sei più
 
Il vespero copre le ombre a morire sul cemento
Ma non il sangue, non il sangue
Vittime e colpevoli
Quella chiesa che tanto amavi ha chiuso i battenti,
             non c’è stato ricovero per nessuno
Le strade che ci hanno visto amanti, il mare che ha cullato sogni e incubi
                                            tutto finito, cronaca nera e nulla più
Oh, non va bene così, non riconosco più i colori
Oh, dovevi saperlo anche se fa male
Oh, dovevi saperlo anche se fa male
Dovevi saperlo
Dovevi saperlo
Dovevi
 
Ah, non avresti dovuto tradirmi con quell’uomo nudo
Ora tutto è finito
Ed io non posso perdonarti
Il mai è il nostro tempo
Il mai fa tenerezza paura
Quando alla fine metti nero su bianco la verità
che credi di sapere
 
Hanno riesumato i cadaveri dei sogni
Hanno rimesso al posto gli incubi
Io che amavo harorldeggiare solitario fra le lagrime dell’autunno,
            adesso non ho più un posto dove annoiare la mia triste noia
Il mai è il nostro tempo
Non è giusto che sia finita così
Quel ragazzo oggi riposa sotto due metri di terra
No, non doveva finire così
 
 
 
 
 
BABY BANG
 
 
a DouceFolie,
sola bimba
che chiamo la Mia Bimba
 
 
Baby, che dici
che dici della nebbia
che prende il giorno
alle spalle? del sole
che non spunta mai
sulle tue labbra?
 
No, non per me
il sole, il bacio
 
Baby, Baby, Baby
sta’ al tuo posto
Ti voglio ciliegia
Ti voglio rossa
Ti voglio petalo
al rosso rosso sole
d’estate d’inverno
Baby, Baby, Baby
 
Sono solo un uomo
Sono innamorato
Ho il cranio rasato
di cenere cosparso
E’ tutto, è tutto per te
da quando m’hai lasciato
a macerar sogni e dispetti
nel tuo nome
nella culla del tuo amore
per me andato perduto
Baby, Baby, Baby
 
Non dire che...
No, non ascolto più
Baby, sei la mia bimba
la più tenera ellera
coinvolta nel mio cuore
Non dire che non posso
chiamarti come voglio io
perché sei la mia bimba
Baby, Baby, Baby
 
Baby, non ti basterà
spogliarti di tutto
metter su le calze di seta bianca
Baby, non ti basterà
mostrarmi il sorriso e la giarrettiera
Baby, sei la mia tenera romantica
Non ti servirà niente, mai niente
a convincermi che sei donna ormai
Non ti servirà a farmi cambiare idea
Sei la mia bimba, la più bella
 
Baby, sono il tuo innamorato
Bimba, bimba, bimba
Chissà quante volte la stessa storia
Ma non m’importa, sono di te
Baby, sono il primo a farti bimba
Bimba, sono di te innamorato
Non avrai altra volontà all’infuori di me
Baby, Baby, Baby
 
Ti convincerò che è così
Ti costringerò a credermi
perché sei la mia bimba, la romantica
Ti costringerò con la forza
 
Che fai? abbassi il mento?
Tiri fuori una risata
carichi la pistola e bang
Che fai? alzi gli occhi?
 
Sarai sempre per sempre la bimba
Sempre la mia sola bimba
 
Oh, Baby, Baby, Baby…
My Baby Bang, My only…
My only, only Baby Bang
 
 
 
 
 
ANGELO DI LIBERTA’
 
 
a Chatterly,
Angelo di Libertà di Arte
 
 
Perché ti perdi in quel mare
di sogni d’incubi
che alle onde fanno il verso
coprendoli d’ombra
ma un poco appena
e poi d’improvviso per sempre
per gretto dispetto
quasi si dovesse in eterno
annegare
dentro al desio al segreto
che l’amore è?
 
A toccare il fondo
lunga la discesa assai;
e quante scogliere e spiagge
pria che si possa morir
tra l’eco di tritoni e sirene
a riposare
per poi risorgere
un poco appena
andando incontro a chi li canta
ancora; suvvia, issa l’àncora
Biondo Angelo alla catena
- legato a negro faraglione
dalla bianca spuma toccato -
che te ne stai muto a guatar
dei marinai dei poeti gl’affanni.
 
Suvvia, destati, Angelo Mio!
L’Infinito non ha ancora finito
d’esistere nel tormento
nella tempesta delle passioni
tra squarci di nuvole e bizze d’ubriachi
a cantar del Mondo Nuovo la libertà.
 
Amata Libertà.
 
 
 
 
 
CENERE
 
 
a Cinzia,
che s’è persa
per strada
 
 
Fuggire,
la sopravvivenza
Nei sei certa?
Non lo credo
Fuggi una volta e fuggi sempre
per sempre
Credi davvero che abbia senso
guardare di qua e poi di là
con l’occhio opaco di paura
di panico in bilico su pensieri
costruiti su uguali gemelli...
 
Eppur un tempo m’amavi
d’un amore vero che non taceva
Ora invece accendi la sigaretta
e spegni l’anima nel portacenere
come un ospite sgradito,
come un maiale ingrassato
che solo ha mangiato le tue gioie
le tue croci la tua coscienza
 
Crollano certezze
ma prima del tuo piccolo mondo
sono franati senza speranza imperi
e mille porte e baluardi imprendibili
Ma colombe bianche in volo:
lo tengono alto, e larghe le ali
per quei mille uomini al muro
fucilati per un sorriso appena di libertà
che non s’è piegato mai
nemmeno alla morte, nemmeno alla morte
 
E tu
spegni l’anima per paura
per morire sperando
che altri ti seguano sulla cattiva strada

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:03 | poesia | clicca per commentare commenti (19)



Auster - Mazzucchelli - Kasarik "CittĂ  di vetro"

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, luglio 30, 2006


Auster - Mazzucchelli - Kasarik



CITTÀ di VETRO


Auster - Mazzucchelli - Kasarik
 
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Paul Auster è autore di più di una dozzina di romanzi apprezzati in tutto il mondo e pubblicati in Italia da Einaudi. Città di vetro fa parte della cosiddetta Trilogia di New York, composta anche dai romanzi brevi Fantasmi e La stanza chiusa. Uno degli aspetti più caratteristici della sua produzione è l’attenzione alle conseguenze del caso sulla vita delle persone (elemento che dà anche il titolo a un suo romanzo, La musica del caso), accomunata da una acuta capacità di tratteggiare e approfondire i personaggi che delinea, vere e proprie metafore complesse della realtà che ci circonda.
David Mazzucchelli nasce a Rhode Island (USA), vive e lavora a New York. Dopo aver segnato giovanissimo con la sua impronta l’universo dei supereroi (il memorabile ciclo Born again per Devil e la miniserie Batman: Year One, entrambi su testi di Frank Miller), ha scelto una strada più personale, fondando la rivista Rubber Blanket (1991), vero e proprio laboratorio artistico personale, dove ha sperimentato nuove narrazioni, stili e approcci al fumetto. Ha pubblicato su testate come The New Yorker e The New York Times, e ha accettato la sfida lanciata da Art Spiegelman di adattare il complesso romanzo di Paul Auster Città di vetro. Da qualche anno insegna disegno e sceneggiatura alla Rhode Island School of Design e per alcuni periodi dell’anno vive e lavora in Giappone. I suoi lavori sono stati pubblicati in Francia, Svizzera e Spagna. In Italia la Coconino Press ha tradotto Big Man, Discovering America e Phobia.
Paul Kasarik è il co-autore con sua sorella, Judy, di The Ride Together: A Brother and Sister’s Memoir of Autism in the Family. È stato un redattore associato nella rivista “Raw”. I suoi fumetti sono apparsi sia nel “New Yorker” che nelle riviste della Nickelodeon, e ha insegnato “cartooning” alla School of Visual Arts di New York.
 
 
Paul Auster è a tutt’oggi uno dei maestri incontrastati della scena noir americana: con “Città di Vetro” è stato consacrato e dalla critica e dal pubblico come uno dei migliori scrittori americani.
Oggi, “Città di Vetro” è anche un fumetto: l’impegno combinato di tre grandi, Paul Karasik, disegnatore e sceneggiatore di fumetti, collaboratore della prestigiosa Raw Magazine, David Mazzucchelli, ritenuto da molti come uno dei più grandi innovatori del fumetto, fondatore della rivista internazionale Rubber Blanket e Art Spiegelman vincitore del premio Pulitzer per Maus, ha dato vita ad uno dei più interessanti fumetti colti degli ultimi anni.
La trama in breve: Daniel Quinn, romanziere, abita nella città di vetro, una megalopoli che potrebbe benissimo essere, paradossalmente, sia il macrocosmo della nostra città sia il microcosmo del nostro appartamento; una telefonata, un estraneo chiede il suo aiuto per risolvere un caso. Daniel Quinn non sa come comportarsi: lui è un romanziere e non un investigatore privato, ma, forse, per spirito di avventura, decide di vestire i panni dell’eroe, lo stesso eroe che avuto i natali solo sulla carta. Accettando l’incarico Daniel Quinn si troverà faccia a faccia a dover fare i conti con la città di vetro, una città che è come un labirinto che tutto assorbe fino a negare l’identità spaziale e temporale degli individui così come delle cose che la abitano.
Il tratto deciso, fotografico di David Mazzucchelli (che insieme con Paul Kasarik è co-autore della sceneggiatura) non lascia quasi respirare il lettore, che è da subito proiettato all’interno della trama: il ritmo è serrato, ogni disegno è una vera e propria istantanea che racchiude tutta l’ambiguità esistenziale del tradurre la parola in immagine. Paul Karasik, sceneggiatore insieme a David Mazzucchelli di questo fumetto, ha saputo coniugare il grande romanzo nero di Paul Auster in arte non meno valida dell’originale: se Paul Auster nel romanzo scavava e nella filosofia e nella psicologia per dar corpo alle allucinazioni dell’esistenza umana sempre in bilico tra “io esisto quindi sono” e “io non esisto quindi non sono”, Karasik e Mazzucchelli hanno rispettato appieno lo spirito austeriano elevando “Città di Vetro” ad un grado di comprensibilità, forse, superiore al romanzo. L’intelligente ideazione curata da Art Spiegelman ha poi fatto sì che il corpo narrativo e quello fumettistico bene si amalgamassero in un raro esempio di trasgressiva originalità: difatti “Città di Vetro”, grazie ai disegni fotografici combinati ad una sceneggiatura immediata quanto irriverente e psicofilosofica, è un fumetto che coinvolge il lettore in un mondo poliziesco paranoico dove, alla fine, ci si rende conto che le parole così come le spiegazioni, siano esse razionali o meno, non servono a spiegare né la vita né la morte e soprattutto il loro mistero.
 
 
Paul Auster, David Mazzucchelli, Paul KasarikCittà di vetro – 144 pp. – Collana: Coconino cult - Coconino Press – 14 Euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 16:53 | recensioni | clicca per commentare commenti (3)



Angelo di LibertĂ  - segnalazione

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -



 
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Rosso Venexiano




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...e Buone Vacanze

a Chi in Spiaggia o al Mare ci va...



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:24 | generico | clicca per commentare



Mister Amadeus Morrison

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, luglio 29, 2006


Riders on the Storm -  by Deathrimental

“Riders on the Storm” è Opera di Deathrimental


 
 




Mr. Amadeus Morrison
 
 
 
di Giuseppe Iannozzi


 
 
 
Vivi come se dovessi morire domani e pensa come se non dovessi morire mai.
 
Non c'è notte tanto grande da non permettere al sole di risorgere il giorno dopo.
 
Non accontentarti dell'orizzonte, cerca l'infinito.
 
Jim Morrison
 
 


 
Oramai sull’orlo dei cinquanta, ascoltava sol più Mozart, il Don Giovanni soprattutto, e mangiava brioches, mai pane né a pranzo né a cena. Da giovane aveva militato tra le fila della Sinistra anarchica, verso i quaranta, dopo un quasi incidente mortale, aveva visto la luce, aveva visto Cristo, ed era diventata una fanatica di Destra. Non si era mai sposata né aveva mai desiderato dei figli: adesso che non poteva più averne, da fanatica di Destra qual era perorava la necessità d’una famiglia e sparava a zero contro extracomunitari e contro tutti quelli che avevano la pelle leggermente bruna o tendente a un qualsiasi colore che non fosse il bianco. Da giovane era stata bruna, da vecchia si era fatta bionda fino a rovinare quella che fu una fluente chioma: a cinquat’anni suonati ne aveva ancora tanti, però bruciati sulle punte e spezzati.
 
* * *
 
La gente scagliava il pavè strappato da terra contro i capannelli di poliziotti, che reagivano con lacrimogeni e colpi di manganelli sulle teste nude dei dimostranti.
 
Tutti la chiamavano Mat: non era conveniente chiamarla Maria Antonietta, troppo lungo. 
Mat si teneva al fianco di Jim, una sorta di Re Lucertola meneghino. Cantava a squarciagola, con tono rabbioso di cane alla catena: “When you’re strange/ Faces come out of the rain/ When you’re strange/ No one remembers your name…” Jim era il capogruppo: tutti lo seguivano, avesse comandato d’andare alla morte, non uno avrebbe esitato. Aveva carisma, trascinava nei guai. Mat l’ammirava ma soprattutto lo amava d’un amore viscerale, anormale. Ne aveva fatto il suo idolo, il dio del cuore e della sua figa, l’unica fede che meritava d’esser penetrata fino in fondo. Lo amava sì, adorava il suo cazzo bianco e duro, quel paletto che le entrava nelle viscere fino a strappargliele tanta l’amorevole violenza che ci metteva Jim nel darglielo. Quando aveva perso la verginità, Mat aveva infradiciato il lenzuolo di sangue: Jim l’aveva rassicurata, “Tutto bene, sei una bimba molto fertile, avrai dei bellissimi bambini.” Solo dopo aver consumato a lungo, Mat gli aveva detto senza mezze parole che lei non ne voleva proprio di figli. Avevano discusso per un po’, nudi, seduti sul bordo del materasso ancora sporco di sangue per l’imene di lei strappato.
 
Palazzo Carignano sembrava avvolto in un sudario di sangue: i manganelli si abbattevano sulle teste, scavavano dentro agli stomaci, i giovani cadevano in ginocchio sputando e bestemmiando. La facciata del Palazzo, risolta in un movimentato gioco di linee concave e convesse, emanava un che d’ambiguo all’occhio che la fissava: Mat li vedeva bene: erano di fronte a lei, Jim muoveva il bacino come un pugile sul ring, cercando di evitare i colpi della pula, e ci riusciva egregiamente; gridava ordini, ma i compagni, presi sotto una pioggia di manganellate, o erano a terra o reagivano in maniera meccanica solo per farsi dare la botta finale.
Quando il colpo la prese, lei non se ne accorse: semplicemente cadde in un buco di buio avvolgente.
 
Rinvenne. C’era nebbia. No, era vapore. Jim stava buttando gli spaghetti dentro a un grosso pentolone militare, che avrebbe potuto cucinare pasta per mezzo battaglione.
Provò a mettersi in piedi, quasi cadde, ma nessuno corse a sostenerla: una volta in piedi ci rimase.
“E’ solo un bernoccolo, manco si vede.”
Mat farfugliò qualcosa, che solo Jim parve comprendere appieno, perché gli altri o non le badarono o erano troppo preoccupati per le proprie ammaccature.
“I capelli hanno attutito il colpo. Te l’ho detto, non si vede”, la rassicurò Jim mentre girava con un grosso forchettone a due punte gli spaghetti nel pentolone.
Mat si passò la mano sulla testa cercando il punto: lo trovò, era una collinetta sul suo cranio, non più spessa di qualche millimetro.
Quella notte, mentre gli altri fumavano dal narghilé, Jim e Mat lo fecero con un’intensità feroce: i loro orgasmi rimbombarono in tutto l’appartamento, in modo alquanto sinistro, quasi fossero grida di condannati a morte. E in sottofondo Jim Morrison, un vinile talmente graffiato dai passaggi che rendeva ruvida e inconsolabile la voce che il giradischi sputava: “Love me two times, girl/ One for tomorrow/ One just for today/ Love me two times/ I’m goin’ away…”  
 
* * *
 
Le avevano dovuto praticare un piccolo foro nella calotta cranica per asciugare un grumo di sangue nel cervello: la botta era stata violenta, la Cinquecento rossa, dopo l’impatto, era ridotta a un cumulo di lamiere, ma Maria Antonietta, chissà per quale miracolo, ne era uscita non incolume ma viva. Era uscita dall’abitacolo con le sue gambe, caracollando: aveva guardato in faccia il sole d’agosto, e poi era stramazzata a terra con la delicatezza d’una piuma d’angelo. L’ambulanza l’aveva raccolta che era già in coma: all’ospedale arrivò priva di sensi ma non in condizioni disperate. Dopo la TAC, il neurochirurgo aveva evidenziato un ematoma per cui sarebbe occorso un piccolo intervento: Maria Antonietta rimase sotto i ferri per tre ore buone. Quando uscì dalla sala operatoria, il neurochirurgo, per la prima volta, la guardò in faccia: era sulla quarantina, ma era ancora bella. Le tastò il polso, più per routine che non per una effettiva necessità: l’intervento era riuscito perfettamente, roba di tutti i giorni per uno come lui, e la donna non avrebbe riportato conseguenze, forse solo un’emicrania ogni tanto, ma niente di cui preoccuparsi.
Coma di primo livello: ma quando Maria si svegliò, la prima cosa che disse fu d’aver visto la luce e d’esser stata baciata dal Figlio di Dio. Poi si sciolse in lacrime.
 
* * *
 
L’asfalto bruciava, in alcuni punti si squagliava come un panetto di burro. Era l’estate più calda degl’ultimi cinquanta anni. Jim le aveva telefonato all’improvviso, dopo anni che non si vedevano: lei non aveva alcuna intenzione d’incontrarlo ma aveva insistito, con troppa veemenza, perché Maria potesse averla vinta. L’aveva chiamata Mat, come un tempo: una gragnola, ricordi – troppi ricordi - che s’erano riaffacciati alla memoria tutti insieme perché potesse bastare un colpo di spugna. Aveva ceduto. E adesso se stava pentendo amaramente: Mat o non Mat, non era proprio il caso che si ritrovassero.
Il caldo era impressionante: nonostante la musica, nonostante Mozart e l’acqua al limone, Maria bruciava. La pelle: di sudore, caldo e freddo.
Il campanello.
Era Jim.
Non faticò a riconoscerlo quando se lo ritrovò davanti: e subito gli colse negl’occhi una certa mollezza d’animo, che non era del Jim che l’aveva scopata con furia di satiro.
Non era calvo ma nemmeno un capellone: erano laschi, pettinati come da giovane, lunghi. Era una caricatura patetica. Le rughe erano troppe e non servivano gli occhiali a specchio per mascherare l’impietosa decadenza. Le sorrise: aveva un paio di denti d’oro, gli altri gialli, le gengive ritirate, malate. Era disgustoso. Teneva pantaloni attillati che mettevano in mostra un magra magrezza, un pacco ben misero. Suo malgrado, Mat non riuscì a trattenere un ghigno ironico: le se disegnò sulle labbra, ed Jim lo vide e non le disse nulla. E allora lei lo invitò ad entrare.
“Ti trovo bene”.
“Non sai mentire. Non sei cambiata in questo:”
Maria non lo contraddisse. Attese un secondo, poi gli cacciò in mano un bicchiere di limonata.
“Grazie. Ci voleva proprio.”
“Già. Una canicola così non si era mai sentita.”
“Colpa del buco nell’ozono.”
“Può darsi…” E liquidò la faccenda con uno segno insignificante tracciato nell’aria con l’indice inanellato.
“Mi hanno detto che te la fai con quelli della Destra.”
“Non credo che ti riguardi. Se sei qui per questo, credo tu sappia trovare da solo la porta.”
”Non sono qui per questo”, la tranquillizzò lui. “Ti sei fatta bionda.”
“Non come avrei voluto. Oramai non sono più una bellezza.”
“Il tempo passa. Ma io ti trovo meravigliosa.”
Lei si finse lusingata. “Davvero? Sei un bugiardo. Ma sta bene lo stesso.”
“Che cos’è?”: e si toccò gli orecchi a cui stavano appesi due cerchietti d’oro.
Maria Antonietta stirò fuori una smorfia di disprezzo: “The Genius, Wolfang Amadeus Mozart.”
“Che nome lungo per un uomo solo.”
Adirata: “Amadeus. Tu non puoi capire. Sei rimasto il bifolco di trent’anni fa.”
“Rinneghi? Perdono: l’hai già fatto.”
”Non credo tu sia qui per chiacchierare della verginità che ti sei presa da me. Dunque?”
“Hai ragione. Non sei stata la sola ad avermela data.”
“Sono felice per te: sei sempre stato un tipo sanguigno. Però ora dimmi perché sei qui.”
“Me ne offriresti un altro?”, disse lui indicando il bicchiere vuoto.
“Perché sei qui?”
Jim si passò una mano fra i capelli, deglutì, il pomo d’Adamo andò su e giù, poi parlò con voce commossa: “Ho bisogno… di soldi.”
Maria non mosse ciglio: “Immaginavo una cosa del genere. Però non vedo perché dovrebbe darteli una nazista come me. Non mi chiamate forze nazista, fascista e via dicendo? Non negarlo…”
“Ho bisogno di soldi”; disse Jim dando fiato a un tono risoluto, o che almeno apparisse tale. “Altrimenti non sarei qui da te.”
“Sono l’ultima spiaggia, dunque!”
“Mettila pure così se ti fa comodo.”
“Che hai combinato?”
”Pedofilia. Intendo dire che sono accusato di pedofilia.”
”E’ di moda oggigiorno. Che c’entrano i soldi? Avrai pure un avvocato d’ufficio!”
“Non è questo il problema.”
“E qual è? Io non l’ho capito.”
”Io sono innocente…”
“Non m’interessa. Lo sono tutti quelli come te: non fate che ripetere la vostra innocenza. Dimmi piuttosto qualcosa che non so.”
Jim deglutì: sapeva che non l’avrebbe spuntata con facilità, ma quella vecchia cagna di Mat si stava rivelando un osso più duro del previsto.
“Affari.”
“Cominci ad esser più chiaro. Ma non abbastanza.”
“Potresti almeno tentare di nasconderlo il disprezzo.”
”E perché mai? Sei quel che sei, o no? Ah, già, tu sei innocente. Non sei come gli altri. Non hai debiti con quelli che te li passano gli agnelli. Mafia? Trafficanti di – come si dice in questi casi? - … di bambini? E’ a loro che devi dei soldi.”
”Non sono cose che ti riguardano.”
“E invece sì.”
“Cosa vuoi?”
“Sei un pezzente, non c’è niente che voglia da te.”
“Quant’è che non scopi? Una vita, te lo si legge in faccia.” E così dicendo le strappò la gonna di dosso. Mat non gridò né altro: lasciò che Jim la mettesse a novanta, che le strappasse le mutandine nere: “Si può fare. Hai un bel culo nonostante tutto.” E la penetrò analmente. Il pene scivolò dentro senza difficoltà.
“Forse mi sbagliavo. Non ti sei negata…”
“Dillo, dillo che il Duce è un grande uomo. Dillo, per Dio! Dillo mentre mi fotti, o non vedrai una lira.”
“Obbedisco, Signora.” E prese ad andarle dentro aritmicamente tirando fuori dalla strozza urla belluine e parole: “Cristo, il Duce ti fotte da dio… da dio… Il Duce è grande e duro. E’ dentro di te… ti fotte da dio…”
 
* * *
 
Non era stata una passeggiata: Mat l’aveva prosciugato. Era un miracolo che non si fosse infartato. Mat, nonostante le idee di arianesimo purezza della razza famiglia e religione, era come tutte le femmine, una gran troia: non fosse stato così, non glieli avrebbe spillati i danari di cui aveva bisogno.
Passò davanti a Palazzo Carignano: in tanti anni non era cambiato affatto, solo la piazza era stata stravolta – da un qualche architetto un po’ troppo futuristico o solo incapace. Il pavè era lo stesso di tanti anni fa, o forse no: non che gl’interessasse veramente. In testa aveva ancora l’eco delle note di Mozart: il fatto lo sconvolgeva ancora; e pensare che un tempo ascoltava la sua voce che imitava quella di Jim Morrison. Mentre chiavavano, Maria aveva gridato parecchio, l’aveva anche detto Mister Amadeus Morrison per poi scoppiare a ridere in maniera del tutto isterica, ma senza dimenticare di tornare a invocare la grandezza del Duce. Gli scappò una risata strozzata che riecheggiò per tutta Piazza Castello: lì, un tempo non lontano, i proletari staccavano il pavè da terra e lo scagliavano contro i cordoni della polizia. Si toccò la patta scoprendo d’avercelo ancora duro: e in tasca l’assegno che gl’avrebbe salvato la pellaccia. Quella Mat era fuori di testa, una gran troia a disposizione della Destra ma anche della Sinistra. Peccato che non avesse una figlia, un vero peccato.
 
Il caldo era d’inferno: squagliava l’asfalto, era un inferno di tutto rispetto, la gente si muoveva come al rallentatore, sudata, con le ossa dolenti e la pelle arrossata e umida, sporca d’animalità. Jim sentiva l’afrore animale entrargli nelle narici: poteva respirarla tutta quella umanità accaldata.
 
L’indomani Jim entrò in banca, s’affrettò a occupare il primo sportello libero e subito squadernò sotto gli occhi dell’impiegato bancario l’assegno, sottolineando che ne aveva bisogno in contanti, in pezzi da cento.
“Mi spiace, Signore, l’assegno è… non può incassarlo.”
Jim a stento trattenne una bestemmia: ‘Maledetta troia.’
“Qual è il problema?”, domandò con finta calma.
“Semplicemente questo assegno non può essere incassato: la Signora è morta l’anno scorso.”
Senza scomporsi, Jim cercò di comprendere quanto gli veniva riferito: “Non è possibile. Me l’ha dato Maria di sua mano, l’ha scritto sotto i miei occhi…”
”Signore, qualcuno deve averle tirato un brutto scherzo.”
“E’ sicuro… cioè…”
“Maria Antonietta è deceduta esattamente un anno fa. Non lo sapeva?”
Ebbe una vertigine: “Deceduta?”
“Una brutta storia, Signore.”
“Me la racconti, in breve…”, farfugliò preoccupato, sì, ma di capire chi l’aveva preso per i fondelli.
“A quanto si dice, la Signora si era fatta accompagnare a casa da un naziskin, uno di quei giovani, una testa calda. Era su tutti i giornali: l’hanno ritrovata al mattino tutta nuda, col sedere all’aria e l’ano sfondato…” Il banchiere si grattò la gola, poi proseguì: “Ma non fu quello ad ucciderla. Prima l’aveva strangolata, poi dopo… lei mi capisce, mi sembra un uomo di mondo…”
Cercando di mantenere un aplomb dignitoso, che non aveva per carattere oramai da una lunga pezza: “Ha detto che la storia era su tutti i giornali…”
”Infatti è così. La cosa fece scandalo in certi ambienti.”
 
Fece il numero di Mat. Il telefono dava il segnale di libero ma non rispondeva nessuno.
Con l’affanno in bocca corse, attraversò mezza Torino salendo e scendendo da bus e tram. Alla fine si trovò faccia a faccia con la casa di Mat. Si assicurò che il campanello fosse al suo posto, che non fosse quello di qualcun altro: nessun possibile dubbio, quello era proprio l’appartamento di Mat.
Suonò.
Nessuno rispose ma gli fu aperto.
Salì, non attese l’ascensore.
Era lei, era Mat, Maria Antonietta, non c’era alcun dubbio.
Era davanti a lui che rideva di lui.
Gli doveva delle spiegazioni. Per dio, se gliele doveva.
Strinse i pugni fino a farsi venire le nocche bianche, le sorrise con la mascella dura. E obbedì all’invito: entrò in casa.
 
* * *
 
Jim uscì dall’appartamento, sulle sue gambe ma i capelli gl’erano diventati tutti bianchi.
 
“Non mi venire a dire che sei un fantasma.”
“Non lo sono.”
“E nemmeno che sei la sorella gemella di Maria.”
“Non lo sono.”
“Sei Maria Antonietta, Mat.”
“Non lo sono.”
“Allora chi cazzo sei?”
“Quella che vedi.”
“Sì. E chi saresti?”
“Chi vorresti che io sia?”
“Senti, non ho tempo per questi giochetti. Mi hai firmato un assegno morto. Un bello scherzo. Peccato che la pelle sia la mia.”
“Nessuno scherzo.”
Jim fece una pausa: la guardò ben bene nelle palle degl’occhi: non c’era alcun dubbio, quella lì era Mat, pazza sì, ma era proprio la Maria Antonietta che lui conosceva.
“Sono uguale a lei, a Mat. Potrei essere lei. Forse lo sono. Ma: Mat è morta, un anno or sono. Si trova all’inferno in questo momento e non ne uscirà tanto facilmente.”
“Mat, tu sei matta.”
“Gli uomini! Allora Jim, non mi vuoi scopare?”
“Voglio ciò che mi spetta, i soldi.”
“Non volevi fottermi?”
“I soldi…”
“Non perdere la pazienza.”
“I soldi…”
“Non vuoi proprio? Eppure mi pare che l’ultima volta ti sia divertito un mondo.”
“I soldi…”
“A momenti mi rompevi il culo. Non vorresti riprovarci? Magari questa volta ci riesci, Mr. Amadeus Morrison.”
“Piantala di chiamarmi così!”
“Come? Amadeus Morrison? Mi pareva ti donasse.”
“Dammi i soldi, e non mi vedrai mai più: te lo assicuro.”
“Tu non sei in grado di assicurare niente in questo momento né in un altro, tanto per mettere i puntini sulle i; quindi vedi di calmarti.”
“Mi calmo un cazzo: c’era un accordo e tu non l’hai rispettato. L’assegno era morto.”
“Mat è morta: cosa pretendevi?”
“Mat, non mi far perdere la pazienza.”
“Perché, se la perdi me lo sbatti in culo come l’ultima volta? Allora è proprio il caso che tu la perda la pazienza.”
Jim vide rosso.
Un baleno. Le fu addosso prima di rendersi conto che le mani già stringevano il collo di Maria Antonietta, ma era come tentare di soffocare una colonna di marmo tanto era duro.
Mat gli rideva addosso, a bocca spalancata, una risata afona infernale che sapeva di putrefazione. Prima che potesse comprendere, prima che potesse anche solo tentare di scappare, si trovò piegato a novanta, e Mat dietro di lui.
E il suo urlo, di uomo usato come una donna. In verità un urlo più animale che umano: di dolore. Di eco che pareva non dovesse mai aver fine.
 
Era fuori, all’aria aperta. Non ci credeva quasi. Aveva male dappertutto.
Si trascinò lontano, il più lontano possibile mentre il sole gli baciava la fronte con un rosso alieno. Si trascinò in mezzo alla gente, che lo scansava mostrando insofferenza in una smorfia di disgusto. La testa gl’era pesante come un àncora rugginosa dimenticata in fondo al mare. Capiva poco o niente: solo che doveva camminare finché le gambe gliel’avrebbero consentito.
 
Quando la puzza si fece troppo forte, la porta finalmente venne buttata giù dai pompieri chiamati dai vicini di casa: Jim era disteso sul divano, le guance scavate, i pochi capelli lunghi e bianchi aperti a mo’ di rosa sotto il cranio, la bocca spalancata coi denti d’oro bene in vista, gli occhi allucinati puntati sul soffitto, vestito coi soliti stracci, quelli di un magnaccia dappoco che può tranquillamente esser scambiato per un borderline.
L’autopsia decise che l’uomo era morto per cause naturali, infarto del miocardio: una vita sregolata, portata all’eccesso per troppi anni, lo aveva stroncato. Ma nessuno dei vicini lo pianse o lo ricordò per più di qualche giorno. Solo qualche lingua lunga continuò a dire, di tanto in tanto, che Jim non era morto così da un momento all’altro, che qualcuno lo aveva fatto fuori perché non si muore mai per cause naturali. Che se era morto era perché il diavolo aveva voluto strappargli l’anima dal petto. Quando venivano fuori simili fantasiose teorie, tra i condomini si diffondeva un’isterica risata bassa e poco divertita: in segreto tutti sapevano che Jim non era deceduto per cause naturali, ma l’autopsia aveva stabilito diversamente. E poi con quell’uomo non erano mai stati amici né confidenti: però li preoccupava che un’uguale fine potesse toccare anche a loro un giorno o l’altro.
 
* * *
 
“I fasci non ci avranno mai, mai Mat!”
Mat gli sorrise: convinta e non convinta. Però in quel momento lo amava. O s’illudeva che così fosse. Ed era sicura che avrebbe potuto avere tanti figli, da un uomo o più di uno, proprio come le aveva detto Jim. Però lei i figli…: no, non li voleva, troppo giovane; e poi i figli sono sempre inutili come cani bastardi con la diarrea e la rabbia. Inutili.
“Moriranno mai i fasci, intendo dire: moriranno una volta per sempre?”
Jim le sorrise: “Se ci impegneremo, se ci impegneremo domani i nostri figli vivranno in un mondo senza né fascisti né pressappochisti. Dipende da noi.”
”Dipende da noi”, masticò Mat, convinta che quella fosse l’unica verità e l’unica forza di cui ci fosse bisogno per un mondo migliore, per un futuro migliore e possibile.  

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:08 | racconti | clicca per commentare commenti (25)



Scandali Made in Italy da Calciopoli all'Indulto

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, luglio 28, 2006



Calciopoli



Made in Italy




Indulto. Sodoma e Gomorra


© by Giuseppe Iannozzi




by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 17:13 | satira, di voce e di rabbia | clicca per commentare



Colpo di fulmine & altre minori o rare + un inedito

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, luglio 26, 2006






Colpo di fulmine


& altre minori o rare



 
autoantologia + un inedito
 
  


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 



 
OMBRE DAL POZZO NERO
(unreleased)
 
 
Non insegnarmi la bellezza,
ho già fatto posto alla stanchezza
Proprio non potevi sopportare lo specchio,
quel mio modo particolare di tenerti d’occhio
 
Le tue calze di seta riposano sulla sedia,
la tua fotografia è insieme ai miei appunti
con la cartastraccia e la lingua di tua madre
In tasca, come al solito, il solito coma
che resiste alle aspirine, al disastro
- che ci ha condotti all’amore
Ma giù al Pozzo Nero hanno deciso
per nuovi schiavi bianchi e neri
da seppellire nelle miniere di carbone
 
Mi chiedo se è questo che volevamo,
se è questo che meritavamo per i baci in sospeso
Mi chiedo se è questo che meritavamo
per la profondità che le lingue hanno toccato
nel cavo delle nostre avide bocche, avide
di saliva di aliti di frane al tartaro
Non è questo che ci aspettavamo
nudi come vermi di carne, riflessi striscianti
sulla superficie dello specchio in camera
 
C’è la luna alta stasera
C’è il lupo che tira ululati tuonanti
in un cielo troppo blu per essere vero
C’è la luna alta, più alta delle ombre cinesi
a raccontare il pettegolezzo su di noi
laggiù in fondo al Pozzo Nero
 
Con tutti i nostri difetti, l’amore
Con tutti i nostri dispetti, l’amore
Con tutto il corpo il corpo dell’amore
Con tutta l’anima il cadavere dell’amore
Ma c’è la luna alta stasera
C’è una luna che fa paura ai lemuri
e alle poche fate sopravvissute agl’incubi di dio
 
Non insegnarmi la bellezza
Non sono in ginocchio,
ho solo le gambe piegate
e le spalle piagate da mille colpi di frusta
Non caricarmi d’altra stanchezza,
ho cuore duro come la pietra ma bagnato
dal sangue mio e da quello dei morti
che ricordo così simili al male
che da sempre covo nell’anima
 
Proprio non potevi sopportare lo specchio,
quel mio modo particolare di tenerti d’occhio
 
Sono ombre che dal pozzo nero…
Sono tombe che vengono alla luce
Solo ombre, ombre che dal pozzo nero
risalgono fino a noi, fino a noi…
 
 
 
 
 
IL POSTER DI MATISSE
 
 
No, non verrà mattino
Ora riposa nella Casa del Destino
 
Lo ricordo che sognava
sempre troppo a lungo
il folle volo rivoluzionario d’un sasso
Lo ricordo che rincorreva
sempre troppo a lungo
il folle metro rivoluzionario d’un passo.
 
No, non verrà nella Casa del Sacrificio.
Ora è dimenticato nel tubetto del dentifricio.
 
Noi tutti sapevamo quanto e quanto soffrisse,
ma eravamo stanchi di lui e del Poster di Matisse:
le Odalische gli rubavano sempre qualcosa,
un giorno un pennello, quello appresso il cervello.
E noi non potevamo sopportare che si credesse
più forte della nostra compagnia che non c’era.
 
Una volta gli avevo detto della carriera d’avvocato,
ma lui mi guardò strano come se il matto fossi io:
era un pittore, un fallito perso dietro alle Odalische.
Era un amico che dipingeva l’incapacità di vivere.
Ma noi non potevamo sospettare quanto e quanto.
 
No, non verrà a citarci in Giudizio.
Ora riposa in un sogno più grande della realtà,
ora sbava un po’ di cervello dalla bocca
quando lo imbocchiamo con un cucchiaio di noia.
 
Ricordo che abbiamo incatenato il suo volo,
e non soddisfatti abbiamo gambizzato il suo metro.
 
No, non verrà mai più
a ritirare il Poster di Matisse.
 
 
 
 
 
COLPO DI FULMINE
 
in memoria di Cesare Pavese
 
 
Fu un colpo di fulmine, fu il tuo giovane piglio
ad accecarmi ad abbandonarmi nella luce di te:
mi conquistasti come una cicatrice sulla pelle.
Poi mi lasciasti solo la tua improvvisa scomparsa.
Ed io ero tra le righe d’un libro, che avevo scritto,
mentre studiavo l’ultima mossa da fare in amore:
una morte annunciata nei sonniferi di Leucò.
 
Oh, non dire che non t’ho amata!
In sogno, ho le colline le strade di campagna,
il maggese e la chiesa abbandonata,
il cielo terso e le nuvole della tempesta;
tenevo la tua mano perché non mi abbandonasti
all’inutile incanto dell’intorno sognato
passo dopo passo, sguardo dopo sguardo.
 
Fui segnato dalla tua luce perché eri Constance
e non un’altra; e gli spruzzi delle tue efelidi
tenevano compagnia al mio cuore di sé stanco.
Ma perdono tutti e a tutti chiedo perdono
per questa solitudine troppo mia, troppo rossa,
perché potesse essere un po’ anche la tua.
 
Oh, non dire che non t’ho voluta!
Fu solo il buio totale, assoluto, dopo il fulmine,
il buio dei miei occhi accolti nella morte
a strapparmi al mito di te, giovane attrice!
 
 
 
 
 
OCCHI DI CIELO
 
 
1.
 
Ogni tanto mi scrivevi una carezza,
io solo la mia solita noia in bianco e nero.
 
Dicevi che il tuo sangue era blu.
Ma io amavo solo i tuoi occhi di cielo
e la profondità che annegava la mia gioia.
 
Mi scrivesti l’ultima volta
che cercavi un cielo blu più profondo di te;
ed io ti risposi che eri una uguale a tante altre.
 
Fraintendesti e gridasti un vaffanculo,
perché a te, puttana, nessuno l’aveva mai detto.
 
 
 
2.
 
No, non lo capisti allora
che eri una sognatrice.
E neanche ora
che mi squilli: racconti infelice
del tuo amore che non ti capisce
e che, forse, dovresti cambiarlo
con un altro più profondo di te.
 
Oggi continuo ad ascoltarti,
ad amarti con la noia di ieri.
Ma tanto lo so che non cambierai:
invecchierai da sola
portando a spasso il guinzaglio
e la museruola del mio amore
per scriverlo in una carezza.
 
E io dormo il tuo cielo blu,
ma non c’è niente di più
che possa fare per te o per me.
 
 
 
3.
 
No, non lo capirai mai
che siamo profondi uguali.
E che di meglio non c’è.
 
 
 
 
 
 
L’ULTIMO BACIO
 
 
Ti ho amata per l’ultimo bacio
che mi desti in una lagrima,
piangendo il cuore fra le gambe
 
Ti ho desiderata per l’ultima tentazione
che mi offristi in ginocchio, in preghiera,
forzando il vuoto dell’anima con un sogno
 
Ti ho amata per avermi insegnato l’amore,
cos’è un uomo da solo e la sua paura
 
 
 
 
 
CROCE
 
 
Per te ho dimenticato il cervello
Per te ho curato l’amore d’un bordello
Per te ho lavato la faccia di Dio
Per te ho danzato sotto la pioggia
Per te ho detto addio alla carta d’identità
Per te ho ucciso un fiasco di vino
Per te ho prosciugato il mare e il mio sangue
 
Ma non ti è bastato niente
Non è stato sufficiente un mazzo di rose
Perché, perché tu volevi solo la mia croce
 
 
 
 
 
LA BALLATA
DELL’UOMO LIBERO
 
 
Domani sarà un altro giorno,
domani sarò un altro uomo,
non migliore, non peggiore
Domani sarà il Sole o la Luna,
che nessun mortale potrà giudicare
 
Domani avrò un mazzo di rose,
domani sarò un lama di coltello,
o di luce, sarò forse vivo o morto
Ma non fa differenza,
perché tu mi dirai che,
che hai pianto per me,
che hai riso di me,
così tutto tornerà a posto
 
Bambina, non guardarti intorno,
non è difficile:
qui si battono i cucchiai,
si disegnano svastiche
E qualcuno ci rimette la pelle
E qualcuno smette d’usar le palle
Bambina, non guardarti intorno
solo per pensarmi in prigione,
perché domani sarà un altro giorno
E qui, qui è sempre uguale:
la giustizia mascherata
nei volti degli infiltrati
Ma il sole non attraversa mai
le sbarre della cella
Ma la luna non accarezza mai
le lenzuola che dormo
 
Ho una Vecchia Bibbia
che mi tiene compagnia:
me la racconta
un vecchio matusalemme
destinato al braccio della morte,
ma non ci credo
che morirà veramente
C’è il Pazzo Nazista
che blatera arianesimo,
ma è qui e serve pure lui
a ricordarmi
che fuori non è meglio
di questo mio stare dentro
Però domani sarà un altro giorno
E busserò alla tua porta
rompendo il tuo pianto
E prima incontrerai le rose in dono,
poi la mia faccia
Così, Bambina, non guardarti intorno
solo per pensarmi in prigione
Così, Bambina, non guardarti intorno
solo per pensarti sola e abbandonata
 
Ti dico che,
che domani sarà il nostro giorno
Non hai bisogno di aspettarmi,
evaderò in qualche modo in orizzontale
o sulle mie gambe,
ma non avrai un uomo piegato
al tuo fianco, nel tuo letto a farti l’amore
E tu mi dirai che,
che hai pianto per me,
che hai riso di me,
così tutto tornerà a posto
 
Domani sarà un altro giorno,
domani sarò un altro uomo,
non migliore, non peggiore
Domani sarà il Sole o la Luna,
che nessun mortale potrà giudicare
Sarò forse vivo o morto,
ma non fa differenza
se mi porterai un po’ di Sole o di Luna
per evadere da questa prigione per sempre
Se mi porterai un po’ di Sole o di Luna
con una lettera o un pensiero o un sorriso,
non dimenticherò mai
e poi mai la vita, la bellezza, la libertà,
il sapore della tua bocca,
la luce dei tuoi occhi nei miei
 
Domani sarà un altro giorno,
domani sarò un altro uomo,
non migliore, non peggiore
 
 
 
 
 
LETTERA 35
 
 
Odiavi perché scrivevo
e come lo facevo
Dicevi a tutti
ch’ero un fallito
e poi mi portavi un cavolfiore
che la fruttivendola t’aveva regalato
perché potessi continuare a mangiare
parole e fame
Amavi farmi la minestra con quello
sfogliandolo senza badare
al succo del discorso,
perché la mia Lettera 35 poteva battere
anche senza di me,
ma non senza di te
che vivevi la strada
Ma venne il giorno
che le mie costole le potevi contare,
e il tuo occhio nero non t’era di conforto
e una bistecca per addolcire la botta
non ce la potevamo proprio permettere
Odiavi perché scrivevo,
e come lo facevo,
e i fogli rimanevano vergini,
e i racconti che scrivevo erano bianchi,
nessun editore serio li avrebbe mai presi
Sì, ero proprio quello che si dice un fallito,
e questa cosa un po’ ti faceva felice
perché tu, con il tuo occhio pesto,
uno che t’imbucava lo trovavi sempre
Ma venne il giorno
che scesi anch’io in strada,
e presi a pugni tutti i tuoi amanti
con la forza d’una minestra di cavolfiore
in corpo per difendere il tuo corpo
Così ebbi una storia da scrivere,
decine di pagine forti
che vendetti bene al primo complimento
Ma persi te
Non fu un gran danno
Ma, qualche volta, ci penso ancora
a com’eravamo fragili
 
 
 
 
 
ALL’ALBA
 
 
Corsi lo sguardo tra le genti,
nei fumi mescolati all’alba stanca,
sempre cercando al desio
un appiglio che fosse almeno
distratta fortuna:
il tuo sveglio fiato
o l’illusorietà d’un Icaro in volo.



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D'amor di Cielo di Mare

di Giuseppe Iannozzi



Cybilla


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Until The End Of The World di Cybilla


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