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harem di affetti

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, agosto 30, 2006


I love you


harem di affetti
 
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
VEDI DI FARTI BELLA
 
 
Vedi di farti bella, spogliati
Non ho tempo per i “ti amo”
per tutte quelle sciocchezze
di carezze e fazzoletti e pianti
Stasera ho bisogno d’una donna
che resti a me accanto con il corpo
e con la mente in silenzio
 
Stasera non ho tempo da perdere:
ho raccolto già troppe lacrime
per arrivare sin qui da dov’ero,
merito qualcosa di più del tuo broncio
Vedi di farti bella, mettiti a nudo
Mostrami la santità del tuo corpo
E amami crudelmente fra le lacrime
ma sempre in silenzio, ti sto baciando
dove nemmeno tu sai dove
 
Lascia quella pistola nel cinturone
E’ pesante, non fa per una Signora
Piuttosto fatti bella, mostrati
nella tua interezza di petto e di schiena
Da dove vengo non c’erano donne
Non ho molto tempo
e questa notte vorrei viverla
fino a morirne – fino a seppellire
tutto il buio che c’è in me
in una tomba dove possa riposare in pace
 
Vedi di farti bella
Vedi di farti fare senza tante storie
Non hai motivo di piangere
Così è la vita, dovresti saperlo oramai
 
Così vedi di portar qui il tuo culetto sodo
Ne ho bisogno stasera per riposare
Vedi di portare qui la tua nuda bellezza
Ne ho bisogno stasera per non morire
un’altra volta
 
Ma ricordati
che da lassù sempre prego per te
Non te l’ho detto mai, ma sì, amo te
 
 
 
 
 
NADIA
 
 
Non ti lasciar illudere
dai commenti
che la gente dice in giro
Nadia, non sei il cuor d’oro
che dici a tutti d’essere
Vai ancora in giro
in punta di piedi
a decapitare le bambole
di tutte quelle bambine
che, per un motivo o no,
ti stanno sullo stomaco
 
Non sei la persona bella
che vorresti essere
Sei così in te, così tanto in te
da non averla ancora persa
quella voglia tutta matta
di sputar in un occhio
al primo arrivato e all’ultimo
condannato che ha visto tutti
proprio tutti i suoi compagni cadere
Sei la solita che abbraccia Giuda
Sei ancora l’unica, proprio la sola
di cui io mi possa fidare
 
Oh, Nadia, non ti lasciar illudere
La gente non è buona, è cannibale
e direbbe qualsiasi cosa
per portarti dalla sua parte
 
No, Nadia, non ti lasciar sedurre
dall’ano di lucifero o dal cristo
La gente santificherebbe chiunque
pur di poterti far vedere il mondo
con i suoi occhi - con la sua cecità
 
No, non ti lasciar sedurre
Continua, continua ad amputare bambole
E io ti amerò per sempre (per sempre)
senza mai confessartelo con un fiore
o una stupida poesia da coccodrillo
 
 
 
 
 
RAGAZZE SOLE
 
 
No, non mi piacciono le ragazze che fumano
Portano un’aria strana, di fumo sulle labbra
No, non mi piacciono ai bordi del marciapiede
e non riesco a piangere quando a letto sul morire

No, non mi piacciono quelle che si credono belle
con la sigaretta in bocca e gli occhi di pianto
Non mi piace nemmeno la notte profonda
appassita fra le dita d’un uomo che conta il tempo
che se ne va
 
No, non mi piacciono i colpi di tosse
e i profilattici per dimettere lo stato di panico:
sconosciuti in un viavai di freddo, e urla
che hanno eco senza risposta d’aiuto o perdono
Ma il sangue già scorre a fondo nei tombini
 
 
 
 
 
LOLITE
 
 
Le lolite non mi piacciono
Mi fanno pensare al cielo
Mi portano a suonare blues
Le lolite non mi piacciono
Mi ricordano che son vecchio
e che il mio occhio cade
nelle scollature delle femmine
con sempre più facilità
 
Non amo le lolite, amo le donne
già belle fatte che son bambine
 
 
 
 
 
BARBRA
 
 
Oramai avevo persa la speranza
che tornassi
Mi ero arreso a stare in piedi da solo
con una gamba sola
Non avevo più lacrime né occhi
Mi sentivo un perfetto straniero
allo specchio scavandomi gli occhi
per veder meglio le fiamme dell’inferno
 
Oramai mi ero arreso a camminare
con una gamba sola,
a non portare stampalle né a cercare
l’aiuto d’anima viva in strada
ai semafori tra il traffico e la gente
Oramai avevo persa la speranza
Non gridavo neanche più
contro la guerra
o al mio vicino di casa preso
in un altro party di balli di tango
 
Era così tanto, così tanto
che mancavi alla mia rabbia
alla mia gioia, mancavi così
così tanto al mio petto stanco
 
Ora resta con me
Non ti chiedo di tracciare i miei passi
Solo ti invito a restarmi accanto,
a deporre per un attimo soltanto
la tua guancia in lacrime
sul mio petto pulsante
E saprò starti accanto in piedi
 
 
 
 
 
DORA
 
 
Posso far parte dei tuoi pensieri?
Posso esser il pensiero
che al mattino ti sveglia e ti accarezza
come fossi un petalo d’un fiore raro?
Posso esser così,
semplicemente una carezza
che seduce
e di cui non puoi fare a meno?
 
Amica mia, sei leggera
come le foglie della vita
che dai rami si staccano
e lasciano nudo il tronco
all’esposizione dell’autunno
 
Ti accontenti di così poco
Ma sei vera, sei vera più d’un attimo,
più del disegno leggero della sensualità
Così sol ti chiedo, posso esser il tuo pensiero,
quello che amerai pensare da mane a sera?
 
 
 
 
 
ELISELLE
 
 
Poesia che tolga le mutande
ce ne fosse, ce ne fosse!
 
Ma io che poeta non sono,
che ho bollette e strie nascoste
e usurai che mi minacciano la gola
buttandomi giù la porta di casa,
sì, lo confesso,
che le ho imbollettate per bene
le mutande; e il sedere tante
ne ha avute a soffrire di frustate
Così adesso, Signorina,
troverete in me uno
che per mettersi assiso
deve usar cuscino di piume d’angelo;
e però ciò che è peggio
per la mia mancanza di coraggio
è che per far fronte a tutte le bollette
le chiavi dalle mani di San Pietro
mi toccherà tosto rubargli
senza scoreggiare sospiri
o inutili preghiere
 
Ah, poesia che strappi le mutande,
spero però non le mie, per Dio!
La scarsella m’è pienamente vuota
e non c’ho voglia proprio
d’impegnare il buco del sedere
per un altro vergine ricambio
 
 
 
 
 
ENELYA
 
 
Se ce l’avessi una bella voce
ti canterei una serenata
che ti faccia innamorare
Se ce l’avessi la faccia tosta
ti direi che sei molto molto carina
e poi ti offrirei il braccio
per andare insieme a passeggio
Se ce l’avessi un po’ di coraggio
ti bacerei sugl’occhi
senza chiederti prima il permesso
e senza mettermi in ginocchio
Se fossi l’uomo dei tuoi sogni
mi sogneresti ogni giorno né bello
né impossibile, soltanto normale
 
Ma sono solo uno
fra tanti spasimanti
E la mia speranza d’averti
è solo quella di sognarti
 
 
 
 
 
VOGLIO TUTTO E NIENTE
 
 
Vorrei poter non esser banale
Lo vorrei sì, per non farti del male
Ti guardo da lontano con paura quasi
che tu possa scivolarmi via
come la sabbia fra le aperte mani
 
Vorrei poterti amare, in fondo
tra cielo e mare, oltre il tramonto
e l’alba, oltre il sole la luna
e l’alta e la bassa marea
Vorrei cantarti una canzone nuova
che sia di fiamme e di aurore boreali
 
Vorrei non farti alcun male
 
E vorrei non doverti dire
che le mie labbra son semplici,
quelle d’un uomo che t’ama
 
 
 
 
 
FRANCY
 
 
Francy, m’ha colpito la tua ironia
di mettermi a dormire con un cazzotto
Io, per te, ho commesso i sette peccati capitali
Tu, per me, hai rubato dal giardino del vicino
l’erba più verde e tutt’e sette i nani
Così adesso mi trovo più morto che vivo
a sognare che fine ha fatto il nostro amore
Tu invece hai scoperto che anche i nani
- nel loro piccolo ovviamente -
sanno venir su con pretese giganti a letto
Ma ciò che m’ha fatto male veramente
non è stato il cazzotto e nemmeno il tradimento
preventivo; m’ha fatto male però scoprire
che a dormire da mane a sera ci sto bene
 
M’ha spiazzato proprio la tua ironia
Gli amici m’avevano avvertito
che dietro a quel tuo bel visetto innocente
si nascondeva il duro cuore d’un boxeur
Con quel gioco di gambe, dovevo capirlo
che ne sarei uscito conciato male
Così adesso dormo da mane a sera
E con la brutta faccia che c’ho su
manco fra mille anni una negra strega
verrà a baciarmi le labbra per ridarmi
a questo mondo di nani giganti e fate balorde
 
Così adesso mi vedo dall’alto giù al tappeto
a sognare che fine ha fatto il nostro cuore,
quel letto di sospiri e di mancamenti per finta,
e poi scoprire chi di noi si sarebbe preoccupato
 
E poi scoprire chi di noi si sarebbe preoccupato
Però m’ha fatto proprio tanto male scoprire
che a dormire da mane a sera io mo’ ci sto bene
 
 
 
 
 
LA PACE
 
 
Non serve appendere la bandiera
Non serve metter la pace a mo’ di sudario
per il bronzeo suono delle campane
Non serve gridarla la pace
se non c’è, se non è
Non il vento, non il vento
la seminerà tra quegli uomini
destinati a un macello senza cervello
 
Non serve una pace svolazzante
condannata
a farsi croce di cristiana pena
su mille e più balconi
d’un sole occidentale
che solo sa portare il male
 
Non serve il pentimento
se pace non è libertà
di vivere di morire
ma solo quando il tempo sarà
 
Ma oggi solo si muore
per mano di quelli
che dovrebbero esser fratelli
 
Questa libertà, che povertà!
 
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:24 | poesia | clicca per commentare commenti (36)



Girolamo De Michele, Gemma Gaetani, Roberto Saviano - "Gomorra" - Lettera aperta e chiusa

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -


 
 
Lettera aperta & chiusa

 
a Girolamo De Michele
 
 
sul caso Gomorra-Saviano-Gaetani
 
 
 

 
Caro Girolamo De Michele,
 
Ma come è ridicolo “dividere il mondo in editori di destra ed editori di sinistra, perché credo che non esistano editori di sinistra, ma solo editori intelligenti ed editori cialtroni (il che non coincide con la coppia destra/sinistra, ne abbiamo già discusso altrove). Se Stile Libero non mi garantisse più la libertà di cui godo cercherei un altro editore, punto e basta”… io direi che è applicabile tranquillamente al giornalismo e alle collaborazioni giornalistiche.
Si scrive per chi ti offre spazio e ti paga senza farti pressioni di alcun tipo e quindi senza censurarti preventivamente, prima che tu scriva il pezzo, o dopo in fase di andare in stampa.
Ricordo una polemica sterile: Pier Paolo Pasolini era visto con occhio torbido da molti benpensanti perché scriveva per Il Corriere della Sera. Ma credo tu lo sappia meglio di me, così ti risparmio di raccontarti tutta la storia. Così come saprai che Alberto Moravia scriveva recensioni per sbarcare il lunario: Moravia, per gesù bambino!, per arrivare a fine mese! E questo ce li fa meno grandi? No. Ora: Gemma Gaetani ha scritto un bel pezzo, garbato, su “Gomorra” di Roberto Saviano. (Il pezzo) lo si può contestare per tutto quello che vuoi, puoi non esser d’accordo con quanto ha espresso Gemma, ma farla vittima o strega perché ha pubblicato su Il Domenicale mi sembra un atteggiamento un po’ da bambini.
Sinceramente: io scrivo per chi non mi censura in alcun modo e mi paga l’articolo. Se una testata, sia essa di destra o di sinistra, mi taglia l’articolo perché ho detto qualcosa, ‘fanculo. E scusa se sono venale: doppio ‘fanculo con tanto di bestemmie in tutte le lingue possibili se non mi arriva l’accredito per il pezzo, pagamento sull’unghia.
Ora io di giornaletti e non, che non ti pagano, o se sì, dopo sei mesi o due anni, mi son rotto le balle. E di più me le sono rotte per quelli che ti tagliano i pensieri. Allora: se Il Domenicale non ha fatte pressioni a Gemma Gaetani, e io credo che Gemma non si sia fatta pilotare, non vedo perché non pubblicare per Il Giornale o per Il Domenicale ecc. ecc. Ora: se io proponessi un mio pezzo a Il Manifesto, col cavolo che mi pagano... è già tanto se stanno in piedi, per loro, così; non che prima fosse troppo diverso a proporti come free-lance a certi giornali, come Il Manifesto. Sia come sia, non m’interessa con chi si fa il caffè Marcello Dell’Utri sin tanto che mi pubblica il mio pezzo così come io l’ho pensato e scritto. Io come free-lance scrivo il pezzo, e la mia deontologia mi vieta di accettare una censura o di/da destra o di/da sinistra, e mettendo puntini sulle “i” o da chi va a prendersi il caffè con Chi, o da chi invece no, ma solo un’acqua minerale e forse nemmeno quella. Ora non penso e non credo che un editore, oggi come oggi, sia schierato: non quelli grandi, dentro l’Editore ci trovi di tutto e tutti, da quello di estrema destra a quello di estrema sinistra, anche se rimprovero entrambi disdegnando con egual forza il nazionalismo così come lo stalinismo. Ma sono forse di più i “lavoratori” e “i moderati” per cui stampare un libro è solo una mera questione di lavoro. Poi gli Editor, quelli che decidono cosa e chi pubblicare e come è altro discorso. E non l’affronto qui, in questo momento.
Ora, caro Girolamo De Michele, se è vero quello che hai detto per gli editori, se il tuo ragionamento è giusto, allora è applicabile a maggior ragione ai giornali. Non credo affatto che ci siano dei santi tra gli editori tutti e non credo che siano tutti dei farabutti. Però dove cogli cogli sempre bene a sparare nel mucchio: giusto per far chiarezza.
 
Inoltre: Gemma Gaetani non ha bisogno di un paladino improvvisato da due tacche, come potrei esser io. A me il ruolo del paladino non piace affatto, tanto più che Gemma si sa difendere benissimo da sola argomentando punto per punto. Si difende molto meglio di come potrei far io. E io, sinceramente, non ho proprio testa di difendere qualcuno, visto che oramai sono arrivato al punto di non difendere più neanche me stesso da tante e tante e tante e tante chiacchiere stupide e inutili. Insomma, c’ho la noia e il disgusto per chi fa chiacchiere, per chi blatera, per chi diffonde col gusto per la lingua avvelenata: e sono in così tanti, che è meglio riderci su e non degnarli manco d’uno sguardo. Cosa che vedo anche Gemma fa: non ci si può strappare i capelli per tutti i cretini in Rete e fuori dalla Rete che sparano cazzate tanto per. Voglio dire: Gemma Gaetani, professionalmente, ha deciso di collaborare con Il Domenicale, e non c’è motivo di metterla alla sbarra, non c’è davvero motivo di farla santa strega o che altro. Fa le sue esperienze professionali, scrive per chi le offre spazio. E questo non è affatto un crimine.
 
Mi sembra da bambini un po’ viziati, “da vitellini di Felloni” (rubando un errore molto divertente, da un famoso disco live con la PFM, di Fabrizio De Andrè) credere che ci sia un potere buono: il potere non è buono mai, né con la destra né con la sinistra. Basta vedere quello che sta facendo l’attuale Governo Prodi, che non solo non ha mantenuta una sola promessa della campagna elettorale, ma che ora ha inviato al macello 3.000 soldati, 3.000 figli di mamma, letteralmente al macello.
L’ultima battuta, che è tua, “Ah, dimenticavo: ho anche parlato di qualcos’altro. Ma evidentemente certe volte essere una donna si riduce davvero ad una minigonna.”: a me sinceramente fa paura. Ma fa paura perché l’hai detta tu, uno che dice di essere, o che si pensa possa esser persona corretta socialmente e politicamente, di Sinistra. Per questo solo fatto mi fa paura, caro Girolamo De Michele: perché se l’avesse detta uno dei tanti anonimi che bighellonano in Rete, be’, ci avrei riso su, come a dire “tutto il mondo è paese”. Ma tu, caro Girolamo, che te ne vieni fuori con simili bassezze dopo che mi parli di caffè, di come farlo e con chi berlo, poi con simili battute, ecco, a me mi cadono i coglioni. Si può dire che mi cadono “i miei coglioni” su un blog? Oramai l’ho fatto.
 
Così come trovo assolutamente stupido dare addosso a Massimiliano Parente: potranno non piacere le sue idee, potrà essere tutto quello che è e che non è, ma prima, prima di tutto lo si legga. Poi semmai lo si critichi. Ma qui mi pare che lo si critichi per il semplice fatto che è Massimiliano Parente: se questo non è razzismo, del più becero, non so cos’altro. Parente sa scrivere e molto bene: le sue idee possono essere contestabili, come quelle di tutti. Ma contestarlo, metterlo alla sbarra perché è Massimiliano, perché è Parente, è un’altra cosa che mi fa paura. No, non mi fa paura: mi mette letteralmente i brividi addosso.
 
Cordiali saluti,
 
Giuseppe Iannozzi
 
* * *
 
Cara Gemma Gaetani,
 
come dicevo, in abbozzo, il caso “Gomorra” sarebbe da ridimensionare, dovrebbe esser processo naturale. “Gomorra” di Roberto Saviano non è un brutto libro, ma non è nemmeno quel capolavoro di inchieste impossibili per cui lo si vorrebbe far passare. La Napoli che Saviano descrive è vera: ma limitatamente, tante cose sono leggende, altre sono voci che vengono dai vicoli e che sono anni e anni che fanno l’eco. Come accennavo non mi sembra che gli attuali scrittori italiani siano così tanto in pericolo di vita, tanto più che se vai in un quartiere come San Salvario o altri in Torino, dico in Torino, la testa di mucca o di maiale dietro la porta di casa è cosa di tutti giorni. Ma ci sono strade dove non ci entra più neanche la polizia, dove c’è di che aver paura veramente: il negozio te lo fanno saltare, punto e finita lì, perché dopo nessuno dice più niente e né potrebbe. Forse anche a Napoli. Forse anche a Milano. Forse anche a Roma, ecc. ecc. ecc. Ci sono tanti quartieri così, a rischio, in Italia: e la testa di mucca è diventata un elemento di folclore, punto e basta.
Saviano ha detto delle cose, le ha raccolte, ne ha fatto un libro-inchiesta? Mah, in parte è anche una inchiesta, in parte no: è metà e metà. Non è un thriller: ecco. Ma non è neanche oro colato. Ecco, Gemma, hai detto proprio bene: ridimensionare. Ma siamo in una Italia perlopiù acritica, che vede capolavori ed eroi a tutti gli angoli di semaforo. Quando per me, e per me soltanto, è eroe chi ogni giorno si alza alle quattro di mattina, si butta in mezzo al traffico, in strada, e con uno straccio per una stupida mancia cerca invano di lavarti il parabrezza, perché ha sulle spalle una famiglia, bocche da sfamare, e la solita solfa che tutti sappiamo e che ignoriamo. Non sono invece eroi tutti quegli extracomunitari che impestano le strade: leggici pure del razzismo, leggetecelo se volete, ma che due extracomunitari possano violentare due ragazze di 18 e 20 anni, fare gli sbruffoni, e poi… poi cosa? Li faranno eroi a questi qui? o vittime del sistema? Io a due così li castrerei e poi a calci in culo fino al loro paese d’origine e così per il prete cingalese. E così per tutti quelli che delinquono.
Purtroppo siamo in una Italia incapace di gestire l’afflusso degli immigrati, che non sa assolutamente rispedire a casa gli irregolari: e se non lo fa, forse c’è un perché che a me sfugge.
Se il degrado di Napoli, di certe zone è forte, se il degrado di tanti quartieri, di tante città è forte e non controllabile, ci sarà pure un perché. Identificare il delinquente per quel che è non è razzismo. Ma nutro tema che qualcuno penserà che invece sì. E una simile eventualità mi mette il terrore addosso.
 
Cari saluti,
 
Giuseppe Iannozzi

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 06:55 | riflessioni, di voce e di rabbia | clicca per commentare



Augustiner Weissbier

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, agosto 29, 2006





Augustiner Weissbier
 
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Entrarono in Alba con occhi di sonno.
Uno si fece il segno della croce, l’altro niente.
La gente in strada gli gettò un discreto sguardo, poi più niente.
L’aria condensava sui vetri delle finestre: tempo strano a tratti soffocante, più spesso freddo.
“Giustizia è stata fatta.”
Tirò su col naso: “Norimberga. Non sono convinto.”
Tacquero. Attraversarono le stradine stando attenti a calcinacci e finestre pericolanti.
“All’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
“Dove Hitler diede di matto: chi te l’ha raccontata questa balla?”
“Nessuno in particolare. Si dice in giro, tra le fila dei nazionalsocialisti.”
“Perché, ce ne sono ancora, a volto scoperto?”
Presero a ridere entrambi di tono sommesso.
 
* * *
 
Aveva l’aspetto di una osteria, però mancava l’insegna e le finestre tutte rotte.
Grida e odori di spezie.
Entrarono ma la porta non c’era e gli stipiti neanche.
Dentro era tutto molto spartano: tavoli grandi e spaziosi apparecchiati, ma senza tovaglie.
Trovarono un tavolo libero, si accomodarono senza che nessuno gli dedicasse uno sguardo.
“Corvo, ce l’hai una?”
Corvo era pelato, i pochi capelli rimastigli li aveva rasati a zero: il naso era lungo e affilato come il becco di un corvo. Era di Asti. Tutti i suoi erano stati di Asti e lì erano morti per guerra o malattia. Poi era scoppiata la Seconda e Corvo aveva lasciato i campi dell’astigiano, aveva preso in spalla lo zaino e un vecchio fucile e si era unito ai Partigiani: in un gruppo aveva trovato Leuco, bianco dall’aria malaticcia, ma aveva la forza di un bue e non ottuso come l’animale.
Corvo tirò fuori un pacchetto malandato di Camel americane e lo lasciò sul tavolo: Leuco ne tirò fuori una per sé e un’altra che lasciò sul tavolo e che Corvo subito raccolse fra le labbra. Corvo ritirò il pacchetto in tasca. Accesero con i cerini di Corvo. Respirarono il fumo, lo lasciarono cadere nei polmoni.
“Buone.”
“Meglio delle Nazionali.”
“Quelle fanno schifo. Il Duce non le fumava.”
“Che ne sai tu?” – buttò lì Corvo: “Mica lo sai che fumava.”
“E invece ce lo so.”
“Sì, sì.”
Per un po’ Corvo fissò Leuco, con un sorriso di niente; poi Leuco si guardò attorno in cerca di una chellerina per ordinare zuppa calda, una forma di pane e vino rosso.
“Senti Leuco, tu che ne dici di Norimberga. E’ davvero finita?”
Quello tirò su con il naso, poi sputò fumo dalle nari. Sbiancò un poco e alzò le spalle. “Non finisce mai” – si limitò a farfugliare, perché altro non sapeva.
Corvo si grattò il cranio, spegnendo la cicca sulle assi del tavolaccio. Nell’intanto un donnone: tutt’e due soltanto uno sguardo, dissero che volevano della zuppa ben calda e pane. E vino.
Il donnone appuntò qualcosa a matita su un foglio bisunto, poi ciabattò via sbuffando.
Leuco tirò fuori un fiato, ci ripensò e rimase in silenzio.
”Cosa c’è?” – gli domandò allora Corvo.
“Le sigarette… quelle americane sono una cosa, non sono quelle nostre, sono buone.”
“Già. Gli americani. Ma io non li vedo bene.”
“Che intendi?”
“Non sono venuti qui a farsi sbudellare per niente e per darci le Camel.”
“Però sono venuti. Gli dovremmo essere grati.”
Corvo sputò sul pavimento in segno di disprezzo: “Nessuno si fa sbudellare così, nemmeno se ci sono i fasci dietro.”
“Il Duce le portava nel suo boudoir le ebree, le faceva mettere a novanta e dopo che si era sfogato chiamava perché qualcuno se ne sbarazzasse.”
“Se ne dicono tante adesso che gli è stata fatta la festa al bastardo e a quella puttana della Claretta Petacci.”
“Sì, tante.”
Tennero il silenzio per poco.
“Non arriva ancora la zuppa” – osservò Corvo.
“La starà facendo quella che è venuta.”
”Non l’ho vista bene.”
”Non è come le americane. Io le ho viste.”
“No, tu non le hai viste.”
”Ti dico di sì. Gli americani le chiamano pin-up.”
“Quelle disegnate sugli aerei non sono donne.”
“E che cosa sarebbero allora?” E così dicendo tirò fuori da una tasca una figura bisunta: “Questa me l’ha data uno vero, ha detto che le femmine americane tutte così.”
“Tu non parli americano” – gli fece notare Corvo. “Quello non può averti detto nulla.”
“Ha parlato.”
“Tu parli americano? Fammi sentire.”
Leuco rimase in silenzio arrossendo, poi squittì: “Però quella lì è vera.”
“Può darsi” – si limitò ad osservare Corvo. Poi aggiunse: “Non sono venuti per farsi sbudellare da tedeschi e italiani. Vogliono qualche cosa.”
Leuco abbozzò un mezzo sorriso: “Le nostre donne forse!”
Corvo si passò una mano sulla pelata lucida e ormai bagnata di sudore: “No. Le femmine sono dappertutto.”
Leuco accusò il rimprovero:
Corvo lo fissava con occhi a spillo, duri come diamanti.
“Che pretenderebbero secondo te?”
Corvo si fece scuro in volto, come se un’ombra gli si fosse incollata sulla faccia per non staccarsi mai più: “Solo il tempo ce lo dirà.”
“Adesso stanno con noi.”
“Tu lo capisci l’americano? Io sento solo che parlano, ma non capisco che dicono. Non mi fido.”
“Che vuoi dire?”
“La zuppa!” – gridò Corvo ma a nessuno in particolare.
“Voglio dire che lo vedremo domani” – spiegò sempre più cupo, con voce spenta: “Si era travestito da militare tedesco. Il porco voleva fare la fuga assieme alla Claretta, verso la Valtellina. Ma a Dongo i nostri Partigiani lo beccano. Che figlio di puttana! Il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra finisce. Ma non finisce veramente. Niente finisce. Data e luogo da ricordare, Leuco.”
“Lo so anch’io com’è andata.”
“Se lo sapessi non mi chiederesti delle americane.”
“Non ti chiedo di loro. Ti dico soltanto che le chiamano pin-up.”
Mentre discutevano, gli arrivò la zuppa e un forma di pane nero, e una brocca di vino rosso e denso come il sangue di un porco appena sgozzato: il donnone gli mise tutto sotto il naso, poi sbuffando si tirò via, senza prestare orecchio alle chiacchiere dei due.
Presero a spezzare con le mani il pane, lo cacciarono nella zuppa bollente e quasi più nera del pane: non si capiva di cosa fosse fatta ma andava giù nello stomaco.
Quando le scodelle furono ripulite, Corvo prese la sua fra le mani con fare cerimonioso quasi fosse il Santo Graal: “La vedi questa? Adesso è pulita. E’ finita, devi capirla la differenza.”
Leuco fece finta di non capire: “Non lo puoi sapere che non hanno sputato nella zuppa prima di servirtela.”
Corvo allora sputò nella scodella vuota: “Anche se fosse, adesso il conto è pari.”
“Hanno cominciato a ricostruire.”
“Non qui. Alba è dei Partigiani italiani.”
“Costruiranno.”
“No, stanno tutti giù, sulle coste. O dalle parti di Salò. In Sardegna soprattutto, e in Sicilia. Quelli c’hanno qualcosa in testa, te lo dico io.”
“Delle donne hanno preso nel letto alcuni americani.”
”Sono uomini pure loro: una donna ti fa dar di matto anche se non lo vuoi. Non si è mai liberi.”
“Il Governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libertà che erano compromesse o perdute; quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte, non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui” * – recitò in maniera meccanica Leuco: “Lo ha detto Mussolini da qualche parte.”
”E tu l’hai imparato a memoria.”
”Ero giovane e pensavo che avrei studiato, che sarei diventato qualcuno. Poi i miei vecchi sono morti e io ho girato in lungo e in largo.”
”E’ successo a molti. Non sei il solo.”
“Non è bello: certe cose mi sono rimaste scolpite nella testa. C’è mancato un pelo, un fascio stava per farmi la pelle, ma io sono stato più veloce. Capisci?”
“E’ successo a molti, non sentirti speciale per questo.”
Nell’intanto era arrivato il conto. Corvo guardò con la coda dell’occhio la donna, le cacciò in mano delle monete.
“Non bastano.”
“E’ tutto quello che abbiamo. Abbiamo fatto la guerra.”
La donna si limitò a dargli uno sguardo torbido, quasi fosse abituata a simili battute. Solo aggiunse: “Qui non si fa credito a nessuno.” E si portò via.
Corvo e Leuco si portarono fuori, gettando nell’intorno fugaci sguardi tra le dense spire di fumo.
 
* * *
 
Fuori non era meglio: l’aria era pesante, indefinita, pareva di essere travolti dentro a un limbo dove non si è né vivi né morti. La condensa sui vetri era così spessa che lo sguardo non riusciva a spiare alcun segno di vita al di là.
In Alba le strade erano dissestate, per terra vermi e sangue ancora fresco. Le campane suonavano di un suono tetro, quasi volgare. Ma i due camminavano tirando un passo lento di stanchezza ma l’uno accanto all’altro.
“Io dico che quella ha sputato nella zuppa.”
Corvo quasi sorrise sotto il naso aquilino: “Anche se fosse, oramai l’hai buttata giù. E poi non hai reclamato prima, perché dovresti farlo adesso non so.”
Leuco sorrise pure lui: “Sì, hai ragione mi sa. Però all’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
”Tanto tu non ce la bevi lì “
“Già.”
Più passavano avanti più l’aria si faceva pesante, di nebbia.
“Non è buono questo tempo: si respira male.”
“E’ il tempo. E’ il tempo.”
Corvo tirò fuori le Camel, se ne cacciò una in bocca e una la offrì al compagno.
“Americane.”
“Americane” – gli fece eco Corvo. “Quelli non sono venuti qui per farsi sbudellare… per questo fumo. Te lo dico io, quelli hanno qualche cosa che gli frulla in testa.”
“Tu lo sai?”
”No. Ma lo so che è così. Chi vivrà vedrà.”
Leuco cambiò argomento, di botto: “Hai mai pensato che potresti metter su famiglia?”
”No. No. Un uomo nasce libero.”
”Perché una donna lo mette al mondo.”
Corvo non trovò argomenti con cui controbattere, inghiottì un bolo di rabbia e aspirò ben forte il fumo della Camel fino a farsi fumare il cervello. Perse per mezzo secondo il passo, niente di più.
“Andiamo.”
”Stiamo già andando. Siamo al tramonto. E’ bello rosso, anche se c’è la nebbia.”
”Non lo so se quello è il tramonto. Potrebbe essere il fuoco di una guerra. O il colore dell’alba.”
“Non ci avevo pensato.”
Camminarono in silenzio fendendo la nebbia andando incontro al tramonto o a qualunque cosa fosse, mentre Leuco confessava a Corvo, in un fil di voce, che lui una famiglia l’avrebbe voluta.
Finirono i loro passi in Alba con occhi di sonno.
 
 
* (Parole rivolte ai rappresentanti dei Sindacati agricoli in Roma, il 30 Luglio 1925). - V, 124.

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Aldo Moscatelli, "L'orologio di cenere"

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, agosto 27, 2006


Aldo Moscatelli, "L'orologio di cenere"
 
 
 
 
L’orologio di cenere


 
Aldo Moscatelli
 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
C’è un omicidio? Cioè, c’è veramente un omicidio un colpevole un giallo da risolvere? Le acque sono piuttosto confuse: per certo si sa solo che c’è da spazzare via un po’ tanta cenere per far posto a una verità. Ma spazzare dove, e per cosa poi, per una verità che non si sa neanche se…? E’ l’incertezza a dominare ogni momento, e intanto l’orologio continua a muovere impassibile le lancette, mentre la cenere continua a accumularsi: forse sugli stessi protagonisti di questo noir che, a ogni pagina, rimette in discussione le ipotesi formulate da personaggi e lettori tutti.
Aldo Moscatelli, autore de “L’orologio di cenere”, ci offre un noir, una scrittura che sbaraglia il lettore: tra le pagine di questo romanzo par aleggi una sorta di forza sovrannaturale, che però mai si manifesta se non per accenni quasi impercettibili. Una forza dicevo, quella degli sconfitti che in tante liriche ha descritto mirabilmente Tom Waits: “Well these diamonds on my windshield/ And these tears from heaven/ Well I’m pulling into town on the Intestate/ I got a steel train in the rain/ And the wind bites my cheek through the wing/ And it’s these late nights and this freeway flying/ It always makes me sing […]” *
Difficile dire quante influenze letterarie siano commiste nella scrittura di Aldo Moscatelli: indubbiamente c’è nella trama di questo orologio un po’ di Raymond Chandler, ma anche – e forse soprattutto – il Paul Auster di “Città di vetro”, nonché una sorta di nichilismo anarcoide à la Léo Malet, quello dell’investigatore Nestor Burma. Ma non solo: è l’incertezza a dominare, quasi questa fosse la vera protagonista del romanzo insieme a Crane, l’ispettore uscito dalla penna di Moscatelli. L’incertezza che è nel romanzo ha dell’atipico in sé, un’incertezza surreale, un po’ à la Javier Marias con particolare riferimento alla sua ultima produzione, “Quando fui mortale” e “Domani nella battaglia pensa a me”. Dopo tutti questi richiami ad autori importanti, ingenuamente qualcuno potrebbe pensare a Aldo Moscatelli come a uno scrittore di punta già affermato e oltremodo popolare: così non è, Moscatelli è un esordiente stufo della moderna editoria, dei suoi cliché, un autore stanco degli editor che preferiscono pubblicare nomi del tubo catodico invece di darsi da fare a scoprire e a lanciare nuovi talenti. Ne “L’orologio di cenere” ci sono delle ingenuità che un leggero editing non avrebbe faticato a eliminare; e però rimane il sospetto che l’autore abbia voluto lasciarle nella trama con piena consapevolezza, quasi a lanciare una sfida, o meglio a fare un dispetto al lettore per depistarlo nel corso della lettura. E’ bene specificare per chi duro d’orecchi: non siamo di fronte a un capolavoro, piuttosto ci troviamo in mano un noir che è, per certi versi, anche un non-noir, una storia che si lascia leggere tutta d’un fiato perché priva di fronzoli, una storia scritta con brio che cambia a ogni pagina quelle immagini fantastiche che si consumano in un caleidoscopio.
Deviando la rotta, per poche righe soltanto: di noir, di avventure, di thriller, il mercato editoriale odierno è ben più che saturo, difatti ogni giorno siamo invasi da una vera e propria ondata di titoli nuovi, che poi, a ben guardare, sono dei soliti quattro autori nostrani più altri cinque o sei d’oltreoceano, oltre a una o due giovani promesse talmente pompate che presto si sgonfiano nonostante tutto il battage degli editori. Il novantanove per cento di tutta questa paccottiglia vale niente, neanche la carta riciclata su cui viene stampata: e però più spesso tutte le finte novità vengono stampate su carta non riciclata. Il costo di copertina, indipendentemente dalla carta usata, è imbarazzante tanto è alto: eppure c’è chi mette mano al borsellino e tira fuori i danè per leggere le porcate di moda, spesse volte di autori più e più volte antologizzati e stampati in almeno tre edizioni diverse, hardcover, brossura, pocket. Mi vengono in mente due antologie, “The Dark Side”, per i tipi Einaudi, che (r)accoglie tra gli autori stranieri James Crumley, Jeffery W. Deaver, James Ellroy, Stephen King, i soliti, e anche una bella schiera di noiristi italiani, i soliti tanto per cambiare, Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli, Giovanni Arduino, Eraldo Baldini, e ciliegine sul dark side Simona Vinci e Wu Ming. Questa è una, l’altra per i tipi Guanda, “Città in nero. Nove storie italiane”, (r)accoglie, tra gli altri, Gianni Biondillo, Massimo Carlotto, Teresa Ciabatti, Marcello Fois, Emiliano Gucci, Gianluca Morozzi. Due antologie: e in esse non un racconto che valga la pena d’esser letto, per cui impegnare dieci minuti. Due antologie che raccolgono proprio tutti i soliti nomi. Purtroppo in Italia la meritocrazia non esiste, esiste invece qualcos’altro, la tendenza a metter sul mercato un qualcosa che non è né carne né pesce.
“L’orologio di cenere” è di un esordiente, Aldo Moscatelli, che la stoffa ce l’ha, che sa scrivere una storia con un inizio e una fine, e non è poco davvero in una Italia dove tutti si dicono scrittori senza neanche saper tenere in mano la penna se non hanno accanto un valente e strapagato ghost writer. E’ questa l’occasione vera, non monopolizzata da editori o finti critici, per conoscere un nuovo autore, per leggere un noir atipico che sfida la convenzionalità della scrittura di genere. E, ovviamente, per fare la conoscenza di Crane, investigatore che è un po’ la summa ideale dei grandi investigatori che hanno fatto la fortuna – e la sfortuna – di un genere, il noir. Il volume è inoltre corredato da un’intervista all’Autore: Aldo Moscatelli interroga l’Autore, sé stesso. Una novità, soprattutto perché l’Autore parla senza peli sulla lingua, dando a Cesare quel che è di Cesare: “Quindi ‘investigatore’ e ‘lettore’ per lei coincidono…Il loro punto di vista è assai simile, sì. Leggere ‘L’orologio di cenere’ è come guardare un film girato interamente in soggettiva, in cui l’occhio della cinepresa va a coincidere con lo sguardo dello spettatore. Tutte le mie opere, del resto, hanno un taglio cinematografico.”
Un consiglio: leggete “L’orologio di Cenere” di Aldo Moscatelli, e in cuffia mettete un disco di Tom Waits. Non avrete a pentirvene.
 
 
L’orologio di cenere – Aldo Moscatelli – Ed. I Sognatori – 1a ed. 2006 - 135 pp. – ISBN 88-95068-00-9 - 8,90 Euro
 
 
* Diamonds On My Windshield - Tom Waits, The Heart Of Saturday Night, 1974
 
 
Link utili: I Sognatori
 
Il blog di Aldo Moscatelli

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la cattedrale di San Pietroburgo in fiamme

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, agosto 26, 2006



Cattedrale di San Pietroburgo in fiamme

la cattedrale di San Pietroburgo in fiamme


- artwork by g. iannozzi -


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Luca Berta, asettiche "Imitazioni della vita"

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -

Luca Berta, Imitazioni della vita
 
 
Asettiche imitazioni della vita


per Luca Berta

 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
A volte un libro si comincia a giudicarlo dai risvolti di copertina, da quello che c’è scritto: “ciascuna delle storie raccolte in questo libro sembra sgorgare direttamente dal contatto con un oggetto”. Una indicazione, forse un po’ simile a quelle che si possono trovare nei foglietti illustrativi di tutti quei medicinali che nostro malgrado, quando capita la malattia, siamo costretti a ingollare con un sorso d’acqua appena.
Imitazioni della vita, di Luca Berta, per Sironi nella collana Indicativo presente, è un libro di racconti, di dieci pezzi. In Oggetto quasi di José Saramago, l’elemento fantastico ci restituisce un mondo falsamente funzionale ma senz’altro più corrispondente al vero: addentrarsi dentro gli oggetti di Saramago significa attraversare un territorio dove gli oggetti godono di una loro propria vita pur rimanendo essenzialmente degli oggetti. Gli oggetti si distraggono spesso dalle loro funzioni di essere solo degli oggetti per assumere una loro propria indipendenza, pericolosa, quella della fantasia; così capita che una penisola possa recidere il proprio legame con il continente per diventare una “zattera di pietra”, oppure che una piccola preposizione si inserisca autonomamente in un testo e cambi il corso della storia a partire dall’“assedio di Lisbona”. In Imitazioni della vita, l’autore Luca Berta tenta, invano, di restituirci una raccolta imitativa dell’inarrivabile Saramago: il risultato è soltanto uno spietato estetismo ma i dieci racconti – senza alcun legame fra loro – raccontano un devastante quanto inconcludente niente, che non è neppure vagamente kafkiano. Dieci racconti scritti con penna a tratti decadentista, però è assoluta l’assenza di significati palesi o ascosi, manca l’Essenza: leggere queste imitazioni è un vano tentare di spremere sangue da una rapa o un po’ di amaro succo da un limone giallo bello in superficie e vuoto di polpa dentro. Spiega l’autore: “le storie sono scaturite dall’incontro tra l’intenzione di raccontare qualcosa e scoprire che c’era il linguaggio già sepolto negli oggetti, bastava solo farlo uscire”. L’intenzione era buona ma è rimasta tale, e questa non serve affatto a dar succo ai racconti raccolti nel volume. Scrittura asettica, soltanto decadentista, priva di qualsivoglia stimolazione al sentimento: il lettore rimane prigioniero riottoso di parole su parole, di periodi su periodi, che non conducono a nessun divertimento, avventura, morale o insegnamento. Luca Berta scrive, anche bene, ma non racconta, non emoziona né la parte dionisiaca né quella apollinea, non conduce il lettore da nessuna parte: all’autore manca tutto il paesaggio, quello esterno dove sono ambientati i suoi racconti, ma anche quello intimo (psicologico), difatti i personaggi sono così grossolani, duri da digerire, che non hanno nemmeno la vile anima d’un pupazzo nelle mani d’un poco abile burattinaio.
Luca Berta descrive, o meglio scrive di una molletta caduta da una finestra, di un bar, di una mensa aziendale, della polvere, di un frigorifero impolverato, di un disoccupato che vorrebbe un frigo da regalare, e poi dei portici di Bruxelles e di Bologna per due uomini distanti eppur quasi simili, di un videoclip, di un uomo uguale a tanti altri che un giorno decide di farsi tagliare i capelli dal barbiere là dove ha un calo di pressione, di sogni che diventano incubi o meglio catalessi. Scrive: punto.
Nelle ultime pagine-battute delle imitazioni, Luca Berta sostiene che il linguaggio deve dire parlando d’altro, fingendo di essere arrivato all’ultimo istante Però l’autentico problema è un altro, di ordine più pratico e banale se vogliamo: riuscire a leggere tutt’e dieci i racconti senza andare incontro a una emicrania pazzesca. Leggere implica di fare un salto nel “niente assoluto”, perlomeno nel caso di Berta; e soprattutto, per leggere i racconti di Berta bisogna esser disposti a sopportare il trauma d’aver a che fare con l’estetismo del niente vestito di niente e così all’infinito. Raymond Queneau indicò che la storia è lo studio dell’infelicità umana e che la vera grande storia è quella delle invenzioni: di tutto ciò, nei racconti di Luca Berta non vi è traccia alcuna, gli accadimenti – lentissimi – non tracciano una storia né il suo abbozzo. Siamo di fronte a dieci pezzi fatti di niente, che per esistere hanno avuto bisogno di muri di parole su parole.
 
 
Imitazioni della vita – Luca Berta – Collana: Indicativo presente – Sironi Editore - ISBN: 88-518-0061-8 – 154 pp. - € 13,00

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