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d'Amore di Vany & king Lear


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harem di affetti

written by King Lear    - mercoledì, agosto 30, 2006


I love you


harem di affetti
 
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
VEDI DI FARTI BELLA
 
 
Vedi di farti bella, spogliati
Non ho tempo per i “ti amo”
per tutte quelle sciocchezze
di carezze e fazzoletti e pianti
Stasera ho bisogno d’una donna
che resti a me accanto con il corpo
e con la mente in silenzio
 
Stasera non ho tempo da perdere:
ho raccolto già troppe lacrime
per arrivare sin qui da dov’ero,
merito qualcosa di più del tuo broncio
Vedi di farti bella, mettiti a nudo
Mostrami la santità del tuo corpo
E amami crudelmente fra le lacrime
ma sempre in silenzio, ti sto baciando
dove nemmeno tu sai dove
 
Lascia quella pistola nel cinturone
E’ pesante, non fa per una Signora
Piuttosto fatti bella, mostrati
nella tua interezza di petto e di schiena
Da dove vengo non c’erano donne
Non ho molto tempo
e questa notte vorrei viverla
fino a morirne – fino a seppellire
tutto il buio che c’è in me
in una tomba dove possa riposare in pace
 
Vedi di farti bella
Vedi di farti fare senza tante storie
Non hai motivo di piangere
Così è la vita, dovresti saperlo oramai
 
Così vedi di portar qui il tuo culetto sodo
Ne ho bisogno stasera per riposare
Vedi di portare qui la tua nuda bellezza
Ne ho bisogno stasera per non morire
un’altra volta
 
Ma ricordati
che da lassù sempre prego per te
Non te l’ho detto mai, ma sì, amo te
 
 
 
 
 
NADIA
 
 
Non ti lasciar illudere
dai commenti
che la gente dice in giro
Nadia, non sei il cuor d’oro
che dici a tutti d’essere
Vai ancora in giro
in punta di piedi
a decapitare le bambole
di tutte quelle bambine
che, per un motivo o no,
ti stanno sullo stomaco
 
Non sei la persona bella
che vorresti essere
Sei così in te, così tanto in te
da non averla ancora persa
quella voglia tutta matta
di sputar in un occhio
al primo arrivato e all’ultimo
condannato che ha visto tutti
proprio tutti i suoi compagni cadere
Sei la solita che abbraccia Giuda
Sei ancora l’unica, proprio la sola
di cui io mi possa fidare
 
Oh, Nadia, non ti lasciar illudere
La gente non è buona, è cannibale
e direbbe qualsiasi cosa
per portarti dalla sua parte
 
No, Nadia, non ti lasciar sedurre
dall’ano di lucifero o dal cristo
La gente santificherebbe chiunque
pur di poterti far vedere il mondo
con i suoi occhi - con la sua cecità
 
No, non ti lasciar sedurre
Continua, continua ad amputare bambole
E io ti amerò per sempre (per sempre)
senza mai confessartelo con un fiore
o una stupida poesia da coccodrillo
 
 
 
 
 
RAGAZZE SOLE
 
 
No, non mi piacciono le ragazze che fumano
Portano un’aria strana, di fumo sulle labbra
No, non mi piacciono ai bordi del marciapiede
e non riesco a piangere quando a letto sul morire

No, non mi piacciono quelle che si credono belle
con la sigaretta in bocca e gli occhi di pianto
Non mi piace nemmeno la notte profonda
appassita fra le dita d’un uomo che conta il tempo
che se ne va
 
No, non mi piacciono i colpi di tosse
e i profilattici per dimettere lo stato di panico:
sconosciuti in un viavai di freddo, e urla
che hanno eco senza risposta d’aiuto o perdono
Ma il sangue già scorre a fondo nei tombini
 
 
 
 
 
LOLITE
 
 
Le lolite non mi piacciono
Mi fanno pensare al cielo
Mi portano a suonare blues
Le lolite non mi piacciono
Mi ricordano che son vecchio
e che il mio occhio cade
nelle scollature delle femmine
con sempre più facilità
 
Non amo le lolite, amo le donne
già belle fatte che son bambine
 
 
 
 
 
BARBRA
 
 
Oramai avevo persa la speranza
che tornassi
Mi ero arreso a stare in piedi da solo
con una gamba sola
Non avevo più lacrime né occhi
Mi sentivo un perfetto straniero
allo specchio scavandomi gli occhi
per veder meglio le fiamme dell’inferno
 
Oramai mi ero arreso a camminare
con una gamba sola,
a non portare stampalle né a cercare
l’aiuto d’anima viva in strada
ai semafori tra il traffico e la gente
Oramai avevo persa la speranza
Non gridavo neanche più
contro la guerra
o al mio vicino di casa preso
in un altro party di balli di tango
 
Era così tanto, così tanto
che mancavi alla mia rabbia
alla mia gioia, mancavi così
così tanto al mio petto stanco
 
Ora resta con me
Non ti chiedo di tracciare i miei passi
Solo ti invito a restarmi accanto,
a deporre per un attimo soltanto
la tua guancia in lacrime
sul mio petto pulsante
E saprò starti accanto in piedi
 
 
 
 
 
DORA
 
 
Posso far parte dei tuoi pensieri?
Posso esser il pensiero
che al mattino ti sveglia e ti accarezza
come fossi un petalo d’un fiore raro?
Posso esser così,
semplicemente una carezza
che seduce
e di cui non puoi fare a meno?
 
Amica mia, sei leggera
come le foglie della vita
che dai rami si staccano
e lasciano nudo il tronco
all’esposizione dell’autunno
 
Ti accontenti di così poco
Ma sei vera, sei vera più d’un attimo,
più del disegno leggero della sensualità
Così sol ti chiedo, posso esser il tuo pensiero,
quello che amerai pensare da mane a sera?
 
 
 
 
 
ELISELLE
 
 
Poesia che tolga le mutande
ce ne fosse, ce ne fosse!
 
Ma io che poeta non sono,
che ho bollette e strie nascoste
e usurai che mi minacciano la gola
buttandomi giù la porta di casa,
sì, lo confesso,
che le ho imbollettate per bene
le mutande; e il sedere tante
ne ha avute a soffrire di frustate
Così adesso, Signorina,
troverete in me uno
che per mettersi assiso
deve usar cuscino di piume d’angelo;
e però ciò che è peggio
per la mia mancanza di coraggio
è che per far fronte a tutte le bollette
le chiavi dalle mani di San Pietro
mi toccherà tosto rubargli
senza scoreggiare sospiri
o inutili preghiere
 
Ah, poesia che strappi le mutande,
spero però non le mie, per Dio!
La scarsella m’è pienamente vuota
e non c’ho voglia proprio
d’impegnare il buco del sedere
per un altro vergine ricambio
 
 
 
 
 
ENELYA
 
 
Se ce l’avessi una bella voce
ti canterei una serenata
che ti faccia innamorare
Se ce l’avessi la faccia tosta
ti direi che sei molto molto carina
e poi ti offrirei il braccio
per andare insieme a passeggio
Se ce l’avessi un po’ di coraggio
ti bacerei sugl’occhi
senza chiederti prima il permesso
e senza mettermi in ginocchio
Se fossi l’uomo dei tuoi sogni
mi sogneresti ogni giorno né bello
né impossibile, soltanto normale
 
Ma sono solo uno
fra tanti spasimanti
E la mia speranza d’averti
è solo quella di sognarti
 
 
 
 
 
VOGLIO TUTTO E NIENTE
 
 
Vorrei poter non esser banale
Lo vorrei sì, per non farti del male
Ti guardo da lontano con paura quasi
che tu possa scivolarmi via
come la sabbia fra le aperte mani
 
Vorrei poterti amare, in fondo
tra cielo e mare, oltre il tramonto
e l’alba, oltre il sole la luna
e l’alta e la bassa marea
Vorrei cantarti una canzone nuova
che sia di fiamme e di aurore boreali
 
Vorrei non farti alcun male
 
E vorrei non doverti dire
che le mie labbra son semplici,
quelle d’un uomo che t’ama
 
 
 
 
 
FRANCY
 
 
Francy, m’ha colpito la tua ironia
di mettermi a dormire con un cazzotto
Io, per te, ho commesso i sette peccati capitali
Tu, per me, hai rubato dal giardino del vicino
l’erba più verde e tutt’e sette i nani
Così adesso mi trovo più morto che vivo
a sognare che fine ha fatto il nostro amore
Tu invece hai scoperto che anche i nani
- nel loro piccolo ovviamente -
sanno venir su con pretese giganti a letto
Ma ciò che m’ha fatto male veramente
non è stato il cazzotto e nemmeno il tradimento
preventivo; m’ha fatto male però scoprire
che a dormire da mane a sera ci sto bene
 
M’ha spiazzato proprio la tua ironia
Gli amici m’avevano avvertito
che dietro a quel tuo bel visetto innocente
si nascondeva il duro cuore d’un boxeur
Con quel gioco di gambe, dovevo capirlo
che ne sarei uscito conciato male
Così adesso dormo da mane a sera
E con la brutta faccia che c’ho su
manco fra mille anni una negra strega
verrà a baciarmi le labbra per ridarmi
a questo mondo di nani giganti e fate balorde
 
Così adesso mi vedo dall’alto giù al tappeto
a sognare che fine ha fatto il nostro cuore,
quel letto di sospiri e di mancamenti per finta,
e poi scoprire chi di noi si sarebbe preoccupato
 
E poi scoprire chi di noi si sarebbe preoccupato
Però m’ha fatto proprio tanto male scoprire
che a dormire da mane a sera io mo’ ci sto bene
 
 
 
 
 
LA PACE
 
 
Non serve appendere la bandiera
Non serve metter la pace a mo’ di sudario
per il bronzeo suono delle campane
Non serve gridarla la pace
se non c’è, se non è
Non il vento, non il vento
la seminerà tra quegli uomini
destinati a un macello senza cervello
 
Non serve una pace svolazzante
condannata
a farsi croce di cristiana pena
su mille e più balconi
d’un sole occidentale
che solo sa portare il male
 
Non serve il pentimento
se pace non è libertà
di vivere di morire
ma solo quando il tempo sarà
 
Ma oggi solo si muore
per mano di quelli
che dovrebbero esser fratelli
 
Questa libertà, che povertà!
 
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:24 | poesia | BlogNews | clicca per commentare commenti (36)



Girolamo De Michele, Gemma Gaetani, Roberto Saviano - "Gomorra" - Lettera aperta e chiusa

written by King Lear    -


 
 
Lettera aperta & chiusa

 
a Girolamo De Michele
 
 
sul caso Gomorra-Saviano-Gaetani
 
 
 

 
Caro Girolamo De Michele,
 
Ma come è ridicolo “dividere il mondo in editori di destra ed editori di sinistra, perché credo che non esistano editori di sinistra, ma solo editori intelligenti ed editori cialtroni (il che non coincide con la coppia destra/sinistra, ne abbiamo già discusso altrove). Se Stile Libero non mi garantisse più la libertà di cui godo cercherei un altro editore, punto e basta”… io direi che è applicabile tranquillamente al giornalismo e alle collaborazioni giornalistiche.
Si scrive per chi ti offre spazio e ti paga senza farti pressioni di alcun tipo e quindi senza censurarti preventivamente, prima che tu scriva il pezzo, o dopo in fase di andare in stampa.
Ricordo una polemica sterile: Pier Paolo Pasolini era visto con occhio torbido da molti benpensanti perché scriveva per Il Corriere della Sera. Ma credo tu lo sappia meglio di me, così ti risparmio di raccontarti tutta la storia. Così come saprai che Alberto Moravia scriveva recensioni per sbarcare il lunario: Moravia, per gesù bambino!, per arrivare a fine mese! E questo ce li fa meno grandi? No. Ora: Gemma Gaetani ha scritto un bel pezzo, garbato, su “Gomorra” di Roberto Saviano. (Il pezzo) lo si può contestare per tutto quello che vuoi, puoi non esser d’accordo con quanto ha espresso Gemma, ma farla vittima o strega perché ha pubblicato su Il Domenicale mi sembra un atteggiamento un po’ da bambini.
Sinceramente: io scrivo per chi non mi censura in alcun modo e mi paga l’articolo. Se una testata, sia essa di destra o di sinistra, mi taglia l’articolo perché ho detto qualcosa, ‘fanculo. E scusa se sono venale: doppio ‘fanculo con tanto di bestemmie in tutte le lingue possibili se non mi arriva l’accredito per il pezzo, pagamento sull’unghia.
Ora io di giornaletti e non, che non ti pagano, o se sì, dopo sei mesi o due anni, mi son rotto le balle. E di più me le sono rotte per quelli che ti tagliano i pensieri. Allora: se Il Domenicale non ha fatte pressioni a Gemma Gaetani, e io credo che Gemma non si sia fatta pilotare, non vedo perché non pubblicare per Il Giornale o per Il Domenicale ecc. ecc. Ora: se io proponessi un mio pezzo a Il Manifesto, col cavolo che mi pagano... è già tanto se stanno in piedi, per loro, così; non che prima fosse troppo diverso a proporti come free-lance a certi giornali, come Il Manifesto. Sia come sia, non m’interessa con chi si fa il caffè Marcello Dell’Utri sin tanto che mi pubblica il mio pezzo così come io l’ho pensato e scritto. Io come free-lance scrivo il pezzo, e la mia deontologia mi vieta di accettare una censura o di/da destra o di/da sinistra, e mettendo puntini sulle “i” o da chi va a prendersi il caffè con Chi, o da chi invece no, ma solo un’acqua minerale e forse nemmeno quella. Ora non penso e non credo che un editore, oggi come oggi, sia schierato: non quelli grandi, dentro l’Editore ci trovi di tutto e tutti, da quello di estrema destra a quello di estrema sinistra, anche se rimprovero entrambi disdegnando con egual forza il nazionalismo così come lo stalinismo. Ma sono forse di più i “lavoratori” e “i moderati” per cui stampare un libro è solo una mera questione di lavoro. Poi gli Editor, quelli che decidono cosa e chi pubblicare e come è altro discorso. E non l’affronto qui, in questo momento.
Ora, caro Girolamo De Michele, se è vero quello che hai detto per gli editori, se il tuo ragionamento è giusto, allora è applicabile a maggior ragione ai giornali. Non credo affatto che ci siano dei santi tra gli editori tutti e non credo che siano tutti dei farabutti. Però dove cogli cogli sempre bene a sparare nel mucchio: giusto per far chiarezza.
 
Inoltre: Gemma Gaetani non ha bisogno di un paladino improvvisato da due tacche, come potrei esser io. A me il ruolo del paladino non piace affatto, tanto più che Gemma si sa difendere benissimo da sola argomentando punto per punto. Si difende molto meglio di come potrei far io. E io, sinceramente, non ho proprio testa di difendere qualcuno, visto che oramai sono arrivato al punto di non difendere più neanche me stesso da tante e tante e tante e tante chiacchiere stupide e inutili. Insomma, c’ho la noia e il disgusto per chi fa chiacchiere, per chi blatera, per chi diffonde col gusto per la lingua avvelenata: e sono in così tanti, che è meglio riderci su e non degnarli manco d’uno sguardo. Cosa che vedo anche Gemma fa: non ci si può strappare i capelli per tutti i cretini in Rete e fuori dalla Rete che sparano cazzate tanto per. Voglio dire: Gemma Gaetani, professionalmente, ha deciso di collaborare con Il Domenicale, e non c’è motivo di metterla alla sbarra, non c’è davvero motivo di farla santa strega o che altro. Fa le sue esperienze professionali, scrive per chi le offre spazio. E questo non è affatto un crimine.
 
Mi sembra da bambini un po’ viziati, “da vitellini di Felloni” (rubando un errore molto divertente, da un famoso disco live con la PFM, di Fabrizio De Andrè) credere che ci sia un potere buono: il potere non è buono mai, né con la destra né con la sinistra. Basta vedere quello che sta facendo l’attuale Governo Prodi, che non solo non ha mantenuta una sola promessa della campagna elettorale, ma che ora ha inviato al macello 3.000 soldati, 3.000 figli di mamma, letteralmente al macello.
L’ultima battuta, che è tua, “Ah, dimenticavo: ho anche parlato di qualcos’altro. Ma evidentemente certe volte essere una donna si riduce davvero ad una minigonna.”: a me sinceramente fa paura. Ma fa paura perché l’hai detta tu, uno che dice di essere, o che si pensa possa esser persona corretta socialmente e politicamente, di Sinistra. Per questo solo fatto mi fa paura, caro Girolamo De Michele: perché se l’avesse detta uno dei tanti anonimi che bighellonano in Rete, be’, ci avrei riso su, come a dire “tutto il mondo è paese”. Ma tu, caro Girolamo, che te ne vieni fuori con simili bassezze dopo che mi parli di caffè, di come farlo e con chi berlo, poi con simili battute, ecco, a me mi cadono i coglioni. Si può dire che mi cadono “i miei coglioni” su un blog? Oramai l’ho fatto.
 
Così come trovo assolutamente stupido dare addosso a Massimiliano Parente: potranno non piacere le sue idee, potrà essere tutto quello che è e che non è, ma prima, prima di tutto lo si legga. Poi semmai lo si critichi. Ma qui mi pare che lo si critichi per il semplice fatto che è Massimiliano Parente: se questo non è razzismo, del più becero, non so cos’altro. Parente sa scrivere e molto bene: le sue idee possono essere contestabili, come quelle di tutti. Ma contestarlo, metterlo alla sbarra perché è Massimiliano, perché è Parente, è un’altra cosa che mi fa paura. No, non mi fa paura: mi mette letteralmente i brividi addosso.
 
Cordiali saluti,
 
Giuseppe Iannozzi
 
* * *
 
Cara Gemma Gaetani,
 
come dicevo, in abbozzo, il caso “Gomorra” sarebbe da ridimensionare, dovrebbe esser processo naturale. “Gomorra” di Roberto Saviano non è un brutto libro, ma non è nemmeno quel capolavoro di inchieste impossibili per cui lo si vorrebbe far passare. La Napoli che Saviano descrive è vera: ma limitatamente, tante cose sono leggende, altre sono voci che vengono dai vicoli e che sono anni e anni che fanno l’eco. Come accennavo non mi sembra che gli attuali scrittori italiani siano così tanto in pericolo di vita, tanto più che se vai in un quartiere come San Salvario o altri in Torino, dico in Torino, la testa di mucca o di maiale dietro la porta di casa è cosa di tutti giorni. Ma ci sono strade dove non ci entra più neanche la polizia, dove c’è di che aver paura veramente: il negozio te lo fanno saltare, punto e finita lì, perché dopo nessuno dice più niente e né potrebbe. Forse anche a Napoli. Forse anche a Milano. Forse anche a Roma, ecc. ecc. ecc. Ci sono tanti quartieri così, a rischio, in Italia: e la testa di mucca è diventata un elemento di folclore, punto e basta.
Saviano ha detto delle cose, le ha raccolte, ne ha fatto un libro-inchiesta? Mah, in parte è anche una inchiesta, in parte no: è metà e metà. Non è un thriller: ecco. Ma non è neanche oro colato. Ecco, Gemma, hai detto proprio bene: ridimensionare. Ma siamo in una Italia perlopiù acritica, che vede capolavori ed eroi a tutti gli angoli di semaforo. Quando per me, e per me soltanto, è eroe chi ogni giorno si alza alle quattro di mattina, si butta in mezzo al traffico, in strada, e con uno straccio per una stupida mancia cerca invano di lavarti il parabrezza, perché ha sulle spalle una famiglia, bocche da sfamare, e la solita solfa che tutti sappiamo e che ignoriamo. Non sono invece eroi tutti quegli extracomunitari che impestano le strade: leggici pure del razzismo, leggetecelo se volete, ma che due extracomunitari possano violentare due ragazze di 18 e 20 anni, fare gli sbruffoni, e poi… poi cosa? Li faranno eroi a questi qui? o vittime del sistema? Io a due così li castrerei e poi a calci in culo fino al loro paese d’origine e così per il prete cingalese. E così per tutti quelli che delinquono.
Purtroppo siamo in una Italia incapace di gestire l’afflusso degli immigrati, che non sa assolutamente rispedire a casa gli irregolari: e se non lo fa, forse c’è un perché che a me sfugge.
Se il degrado di Napoli, di certe zone è forte, se il degrado di tanti quartieri, di tante città è forte e non controllabile, ci sarà pure un perché. Identificare il delinquente per quel che è non è razzismo. Ma nutro tema che qualcuno penserà che invece sì. E una simile eventualità mi mette il terrore addosso.
 
Cari saluti,
 
Giuseppe Iannozzi

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 06:55 | riflessioni, di voce e di rabbia | BlogNews | clicca per commentare



Augustiner Weissbier

written by King Lear    - martedì, agosto 29, 2006





Augustiner Weissbier
 
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Entrarono in Alba con occhi di sonno.
Uno si fece il segno della croce, l’altro niente.
La gente in strada gli gettò un discreto sguardo, poi più niente.
L’aria condensava sui vetri delle finestre: tempo strano a tratti soffocante, più spesso freddo.
“Giustizia è stata fatta.”
Tirò su col naso: “Norimberga. Non sono convinto.”
Tacquero. Attraversarono le stradine stando attenti a calcinacci e finestre pericolanti.
“All’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
“Dove Hitler diede di matto: chi te l’ha raccontata questa balla?”
“Nessuno in particolare. Si dice in giro, tra le fila dei nazionalsocialisti.”
“Perché, ce ne sono ancora, a volto scoperto?”
Presero a ridere entrambi di tono sommesso.
 
* * *
 
Aveva l’aspetto di una osteria, però mancava l’insegna e le finestre tutte rotte.
Grida e odori di spezie.
Entrarono ma la porta non c’era e gli stipiti neanche.
Dentro era tutto molto spartano: tavoli grandi e spaziosi apparecchiati, ma senza tovaglie.
Trovarono un tavolo libero, si accomodarono senza che nessuno gli dedicasse uno sguardo.
“Corvo, ce l’hai una?”
Corvo era pelato, i pochi capelli rimastigli li aveva rasati a zero: il naso era lungo e affilato come il becco di un corvo. Era di Asti. Tutti i suoi erano stati di Asti e lì erano morti per guerra o malattia. Poi era scoppiata la Seconda e Corvo aveva lasciato i campi dell’astigiano, aveva preso in spalla lo zaino e un vecchio fucile e si era unito ai Partigiani: in un gruppo aveva trovato Leuco, bianco dall’aria malaticcia, ma aveva la forza di un bue e non ottuso come l’animale.
Corvo tirò fuori un pacchetto malandato di Camel americane e lo lasciò sul tavolo: Leuco ne tirò fuori una per sé e un’altra che lasciò sul tavolo e che Corvo subito raccolse fra le labbra. Corvo ritirò il pacchetto in tasca. Accesero con i cerini di Corvo. Respirarono il fumo, lo lasciarono cadere nei polmoni.
“Buone.”
“Meglio delle Nazionali.”
“Quelle fanno schifo. Il Duce non le fumava.”
“Che ne sai tu?” – buttò lì Corvo: “Mica lo sai che fumava.”
“E invece ce lo so.”
“Sì, sì.”
Per un po’ Corvo fissò Leuco, con un sorriso di niente; poi Leuco si guardò attorno in cerca di una chellerina per ordinare zuppa calda, una forma di pane e vino rosso.
“Senti Leuco, tu che ne dici di Norimberga. E’ davvero finita?”
Quello tirò su con il naso, poi sputò fumo dalle nari. Sbiancò un poco e alzò le spalle. “Non finisce mai” – si limitò a farfugliare, perché altro non sapeva.
Corvo si grattò il cranio, spegnendo la cicca sulle assi del tavolaccio. Nell’intanto un donnone: tutt’e due soltanto uno sguardo, dissero che volevano della zuppa ben calda e pane. E vino.
Il donnone appuntò qualcosa a matita su un foglio bisunto, poi ciabattò via sbuffando.
Leuco tirò fuori un fiato, ci ripensò e rimase in silenzio.
”Cosa c’è?” – gli domandò allora Corvo.
“Le sigarette… quelle americane sono una cosa, non sono quelle nostre, sono buone.”
“Già. Gli americani. Ma io non li vedo bene.”
“Che intendi?”
“Non sono venuti qui a farsi sbudellare per niente e per darci le Camel.”
“Però sono venuti. Gli dovremmo essere grati.”
Corvo sputò sul pavimento in segno di disprezzo: “Nessuno si fa sbudellare così, nemmeno se ci sono i fasci dietro.”
“Il Duce le portava nel suo boudoir le ebree, le faceva mettere a novanta e dopo che si era sfogato chiamava perché qualcuno se ne sbarazzasse.”
“Se ne dicono tante adesso che gli è stata fatta la festa al bastardo e a quella puttana della Claretta Petacci.”
“Sì, tante.”
Tennero il silenzio per poco.
“Non arriva ancora la zuppa” – osservò Corvo.
“La starà facendo quella che è venuta.”
”Non l’ho vista bene.”
”Non è come le americane. Io le ho viste.”
“No, tu non le hai viste.”
”Ti dico di sì. Gli americani le chiamano pin-up.”
“Quelle disegnate sugli aerei non sono donne.”
“E che cosa sarebbero allora?” E così dicendo tirò fuori da una tasca una figura bisunta: “Questa me l’ha data uno vero, ha detto che le femmine americane tutte così.”
“Tu non parli americano” – gli fece notare Corvo. “Quello non può averti detto nulla.”
“Ha parlato.”
“Tu parli americano? Fammi sentire.”
Leuco rimase in silenzio arrossendo, poi squittì: “Però quella lì è vera.”
“Può darsi” – si limitò ad osservare Corvo. Poi aggiunse: “Non sono venuti per farsi sbudellare da tedeschi e italiani. Vogliono qualche cosa.”
Leuco abbozzò un mezzo sorriso: “Le nostre donne forse!”
Corvo si passò una mano sulla pelata lucida e ormai bagnata di sudore: “No. Le femmine sono dappertutto.”
Leuco accusò il rimprovero:
Corvo lo fissava con occhi a spillo, duri come diamanti.
“Che pretenderebbero secondo te?”
Corvo si fece scuro in volto, come se un’ombra gli si fosse incollata sulla faccia per non staccarsi mai più: “Solo il tempo ce lo dirà.”
“Adesso stanno con noi.”
“Tu lo capisci l’americano? Io sento solo che parlano, ma non capisco che dicono. Non mi fido.”
“Che vuoi dire?”
“La zuppa!” – gridò Corvo ma a nessuno in particolare.
“Voglio dire che lo vedremo domani” – spiegò sempre più cupo, con voce spenta: “Si era travestito da militare tedesco. Il porco voleva fare la fuga assieme alla Claretta, verso la Valtellina. Ma a Dongo i nostri Partigiani lo beccano. Che figlio di puttana! Il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra finisce. Ma non finisce veramente. Niente finisce. Data e luogo da ricordare, Leuco.”
“Lo so anch’io com’è andata.”
“Se lo sapessi non mi chiederesti delle americane.”
“Non ti chiedo di loro. Ti dico soltanto che le chiamano pin-up.”
Mentre discutevano, gli arrivò la zuppa e un forma di pane nero, e una brocca di vino rosso e denso come il sangue di un porco appena sgozzato: il donnone gli mise tutto sotto il naso, poi sbuffando si tirò via, senza prestare orecchio alle chiacchiere dei due.
Presero a spezzare con le mani il pane, lo cacciarono nella zuppa bollente e quasi più nera del pane: non si capiva di cosa fosse fatta ma andava giù nello stomaco.
Quando le scodelle furono ripulite, Corvo prese la sua fra le mani con fare cerimonioso quasi fosse il Santo Graal: “La vedi questa? Adesso è pulita. E’ finita, devi capirla la differenza.”
Leuco fece finta di non capire: “Non lo puoi sapere che non hanno sputato nella zuppa prima di servirtela.”
Corvo allora sputò nella scodella vuota: “Anche se fosse, adesso il conto è pari.”
“Hanno cominciato a ricostruire.”
“Non qui. Alba è dei Partigiani italiani.”
“Costruiranno.”
“No, stanno tutti giù, sulle coste. O dalle parti di Salò. In Sardegna soprattutto, e in Sicilia. Quelli c’hanno qualcosa in testa, te lo dico io.”
“Delle donne hanno preso nel letto alcuni americani.”
”Sono uomini pure loro: una donna ti fa dar di matto anche se non lo vuoi. Non si è mai liberi.”
“Il Governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libertà che erano compromesse o perdute; quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte, non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui” * – recitò in maniera meccanica Leuco: “Lo ha detto Mussolini da qualche parte.”
”E tu l’hai imparato a memoria.”
”Ero giovane e pensavo che avrei studiato, che sarei diventato qualcuno. Poi i miei vecchi sono morti e io ho girato in lungo e in largo.”
”E’ successo a molti. Non sei il solo.”
“Non è bello: certe cose mi sono rimaste scolpite nella testa. C’è mancato un pelo, un fascio stava per farmi la pelle, ma io sono stato più veloce. Capisci?”
“E’ successo a molti, non sentirti speciale per questo.”
Nell’intanto era arrivato il conto. Corvo guardò con la coda dell’occhio la donna, le cacciò in mano delle monete.
“Non bastano.”
“E’ tutto quello che abbiamo. Abbiamo fatto la guerra.”
La donna si limitò a dargli uno sguardo torbido, quasi fosse abituata a simili battute. Solo aggiunse: “Qui non si fa credito a nessuno.” E si portò via.
Corvo e Leuco si portarono fuori, gettando nell’intorno fugaci sguardi tra le dense spire di fumo.
 
* * *
 
Fuori non era meglio: l’aria era pesante, indefinita, pareva di essere travolti dentro a un limbo dove non si è né vivi né morti. La condensa sui vetri era così spessa che lo sguardo non riusciva a spiare alcun segno di vita al di là.
In Alba le strade erano dissestate, per terra vermi e sangue ancora fresco. Le campane suonavano di un suono tetro, quasi volgare. Ma i due camminavano tirando un passo lento di stanchezza ma l’uno accanto all’altro.
“Io dico che quella ha sputato nella zuppa.”
Corvo quasi sorrise sotto il naso aquilino: “Anche se fosse, oramai l’hai buttata giù. E poi non hai reclamato prima, perché dovresti farlo adesso non so.”
Leuco sorrise pure lui: “Sì, hai ragione mi sa. Però all’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
”Tanto tu non ce la bevi lì “
“Già.”
Più passavano avanti più l’aria si faceva pesante, di nebbia.
“Non è buono questo tempo: si respira male.”
“E’ il tempo. E’ il tempo.”
Corvo tirò fuori le Camel, se ne cacciò una in bocca e una la offrì al compagno.
“Americane.”
“Americane” – gli fece eco Corvo. “Quelli non sono venuti qui per farsi sbudellare… per questo fumo. Te lo dico io, quelli hanno qualche cosa che gli frulla in testa.”
“Tu lo sai?”
”No. Ma lo so che è così. Chi vivrà vedrà.”
Leuco cambiò argomento, di botto: “Hai mai pensato che potresti metter su famiglia?”
”No. No. Un uomo nasce libero.”
”Perché una donna lo mette al mondo.”
Corvo non trovò argomenti con cui controbattere, inghiottì un bolo di rabbia e aspirò ben forte il fumo della Camel fino a farsi fumare il cervello. Perse per mezzo secondo il passo, niente di più.
“Andiamo.”
”Stiamo già andando. Siamo al tramonto. E’ bello rosso, anche se c’è la nebbia.”
”Non lo so se quello è il tramonto. Potrebbe essere il fuoco di una guerra. O il colore dell’alba.”
“Non ci avevo pensato.”
Camminarono in silenzio fendendo la nebbia andando incontro al tramonto o a qualunque cosa fosse, mentre Leuco confessava a Corvo, in un fil di voce, che lui una famiglia l’avrebbe voluta.
Finirono i loro passi in Alba con occhi di sonno.
 
 
* (Parole rivolte ai rappresentanti dei Sindacati agricoli in Roma, il 30 Luglio 1925). - V, 124.

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Aldo Moscatelli, "L'orologio di cenere"

written by King Lear    - domenica, agosto 27, 2006


Aldo Moscatelli, "L'orologio di cenere"
 
 
 
 
L’orologio di cenere


 
Aldo Moscatelli
 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
C’è un omicidio? Cioè, c’è veramente un omicidio un colpevole un giallo da risolvere? Le acque sono piuttosto confuse: per certo si sa solo che c’è da spazzare via un po’ tanta cenere per far posto a una verità. Ma spazzare dove, e per cosa poi, per una verità che non si sa neanche se…? E’ l’incertezza a dominare ogni momento, e intanto l’orologio continua a muovere impassibile le lancette, mentre la cenere continua a accumularsi: forse sugli stessi protagonisti di questo noir che, a ogni pagina, rimette in discussione le ipotesi formulate da personaggi e lettori tutti.
Aldo Moscatelli, autore de “L’orologio di cenere”, ci offre un noir, una scrittura che sbaraglia il lettore: tra le pagine di questo romanzo par aleggi una sorta di forza sovrannaturale, che però mai si manifesta se non per accenni quasi impercettibili. Una forza dicevo, quella degli sconfitti che in tante liriche ha descritto mirabilmente Tom Waits: “Well these diamonds on my windshield/ And these tears from heaven/ Well I’m pulling into town on the Intestate/ I got a steel train in the rain/ And the wind bites my cheek through the wing/ And it’s these late nights and this freeway flying/ It always makes me sing […]” *
Difficile dire quante influenze letterarie siano commiste nella scrittura di Aldo Moscatelli: indubbiamente c’è nella trama di questo orologio un po’ di Raymond Chandler, ma anche – e forse soprattutto – il Paul Auster di “Città di vetro”, nonché una sorta di nichilismo anarcoide à la Léo Malet, quello dell’investigatore Nestor Burma. Ma non solo: è l’incertezza a dominare, quasi questa fosse la vera protagonista del romanzo insieme a Crane, l’ispettore uscito dalla penna di Moscatelli. L’incertezza che è nel romanzo ha dell’atipico in sé, un’incertezza surreale, un po’ à la Javier Marias con particolare riferimento alla sua ultima produzione, “Quando fui mortale” e “Domani nella battaglia pensa a me”. Dopo tutti questi richiami ad autori importanti, ingenuamente qualcuno potrebbe pensare a Aldo Moscatelli come a uno scrittore di punta già affermato e oltremodo popolare: così non è, Moscatelli è un esordiente stufo della moderna editoria, dei suoi cliché, un autore stanco degli editor che preferiscono pubblicare nomi del tubo catodico invece di darsi da fare a scoprire e a lanciare nuovi talenti. Ne “L’orologio di cenere” ci sono delle ingenuità che un leggero editing non avrebbe faticato a eliminare; e però rimane il sospetto che l’autore abbia voluto lasciarle nella trama con piena consapevolezza, quasi a lanciare una sfida, o meglio a fare un dispetto al lettore per depistarlo nel corso della lettura. E’ bene specificare per chi duro d’orecchi: non siamo di fronte a un capolavoro, piuttosto ci troviamo in mano un noir che è, per certi versi, anche un non-noir, una storia che si lascia leggere tutta d’un fiato perché priva di fronzoli, una storia scritta con brio che cambia a ogni pagina quelle immagini fantastiche che si consumano in un caleidoscopio.
Deviando la rotta, per poche righe soltanto: di noir, di avventure, di thriller, il mercato editoriale odierno è ben più che saturo, difatti ogni giorno siamo invasi da una vera e propria ondata di titoli nuovi, che poi, a ben guardare, sono dei soliti quattro autori nostrani più altri cinque o sei d’oltreoceano, oltre a una o due giovani promesse talmente pompate che presto si sgonfiano nonostante tutto il battage degli editori. Il novantanove per cento di tutta questa paccottiglia vale niente, neanche la carta riciclata su cui viene stampata: e però più spesso tutte le finte novità vengono stampate su carta non riciclata. Il costo di copertina, indipendentemente dalla carta usata, è imbarazzante tanto è alto: eppure c’è chi mette mano al borsellino e tira fuori i danè per leggere le porcate di moda, spesse volte di autori più e più volte antologizzati e stampati in almeno tre edizioni diverse, hardcover, brossura, pocket. Mi vengono in mente due antologie, “The Dark Side”, per i tipi Einaudi, che (r)accoglie tra gli autori stranieri James Crumley, Jeffery W. Deaver, James Ellroy, Stephen King, i soliti, e anche una bella schiera di noiristi italiani, i soliti tanto per cambiare, Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli, Giovanni Arduino, Eraldo Baldini, e ciliegine sul dark side Simona Vinci e Wu Ming. Questa è una, l’altra per i tipi Guanda, “Città in nero. Nove storie italiane”, (r)accoglie, tra gli altri, Gianni Biondillo, Massimo Carlotto, Teresa Ciabatti, Marcello Fois, Emiliano Gucci, Gianluca Morozzi. Due antologie: e in esse non un racconto che valga la pena d’esser letto, per cui impegnare dieci minuti. Due antologie che raccolgono proprio tutti i soliti nomi. Purtroppo in Italia la meritocrazia non esiste, esiste invece qualcos’altro, la tendenza a metter sul mercato un qualcosa che non è né carne né pesce.
“L’orologio di cenere” è di un esordiente, Aldo Moscatelli, che la stoffa ce l’ha, che sa scrivere una storia con un inizio e una fine, e non è poco davvero in una Italia dove tutti si dicono scrittori senza neanche saper tenere in mano la penna se non hanno accanto un valente e strapagato ghost writer. E’ questa l’occasione vera, non monopolizzata da editori o finti critici, per conoscere un nuovo autore, per leggere un noir atipico che sfida la convenzionalità della scrittura di genere. E, ovviamente, per fare la conoscenza di Crane, investigatore che è un po’ la summa ideale dei grandi investigatori che hanno fatto la fortuna – e la sfortuna – di un genere, il noir. Il volume è inoltre corredato da un’intervista all’Autore: Aldo Moscatelli interroga l’Autore, sé stesso. Una novità, soprattutto perché l’Autore parla senza peli sulla lingua, dando a Cesare quel che è di Cesare: “Quindi ‘investigatore’ e ‘lettore’ per lei coincidono…Il loro punto di vista è assai simile, sì. Leggere ‘L’orologio di cenere’ è come guardare un film girato interamente in soggettiva, in cui l’occhio della cinepresa va a coincidere con lo sguardo dello spettatore. Tutte le mie opere, del resto, hanno un taglio cinematografico.”
Un consiglio: leggete “L’orologio di Cenere” di Aldo Moscatelli, e in cuffia mettete un disco di Tom Waits. Non avrete a pentirvene.
 
 
L’orologio di cenere – Aldo Moscatelli – Ed. I Sognatori – 1a ed. 2006 - 135 pp. – ISBN 88-95068-00-9 - 8,90 Euro
 
 
* Diamonds On My Windshield - Tom Waits, The Heart Of Saturday Night, 1974
 
 
Link utili: I Sognatori
 
Il blog di Aldo Moscatelli

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la cattedrale di San Pietroburgo in fiamme

written by King Lear    - sabato, agosto 26, 2006



Cattedrale di San Pietroburgo in fiamme

la cattedrale di San Pietroburgo in fiamme


- artwork by g. iannozzi -


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Luca Berta, asettiche "Imitazioni della vita"

written by King Lear    -

Luca Berta, Imitazioni della vita
 
 
Asettiche imitazioni della vita


per Luca Berta

 
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
A volte un libro si comincia a giudicarlo dai risvolti di copertina, da quello che c’è scritto: “ciascuna delle storie raccolte in questo libro sembra sgorgare direttamente dal contatto con un oggetto”. Una indicazione, forse un po’ simile a quelle che si possono trovare nei foglietti illustrativi di tutti quei medicinali che nostro malgrado, quando capita la malattia, siamo costretti a ingollare con un sorso d’acqua appena.
Imitazioni della vita, di Luca Berta, per Sironi nella collana Indicativo presente, è un libro di racconti, di dieci pezzi. In Oggetto quasi di José Saramago, l’elemento fantastico ci restituisce un mondo falsamente funzionale ma senz’altro più corrispondente al vero: addentrarsi dentro gli oggetti di Saramago significa attraversare un territorio dove gli oggetti godono di una loro propria vita pur rimanendo essenzialmente degli oggetti. Gli oggetti si distraggono spesso dalle loro funzioni di essere solo degli oggetti per assumere una loro propria indipendenza, pericolosa, quella della fantasia; così capita che una penisola possa recidere il proprio legame con il continente per diventare una “zattera di pietra”, oppure che una piccola preposizione si inserisca autonomamente in un testo e cambi il corso della storia a partire dall’“assedio di Lisbona”. In Imitazioni della vita, l’autore Luca Berta tenta, invano, di restituirci una raccolta imitativa dell’inarrivabile Saramago: il risultato è soltanto uno spietato estetismo ma i dieci racconti – senza alcun legame fra loro – raccontano un devastante quanto inconcludente niente, che non è neppure vagamente kafkiano. Dieci racconti scritti con penna a tratti decadentista, però è assoluta l’assenza di significati palesi o ascosi, manca l’Essenza: leggere queste imitazioni è un vano tentare di spremere sangue da una rapa o un po’ di amaro succo da un limone giallo bello in superficie e vuoto di polpa dentro. Spiega l’autore: “le storie sono scaturite dall’incontro tra l’intenzione di raccontare qualcosa e scoprire che c’era il linguaggio già sepolto negli oggetti, bastava solo farlo uscire”. L’intenzione era buona ma è rimasta tale, e questa non serve affatto a dar succo ai racconti raccolti nel volume. Scrittura asettica, soltanto decadentista, priva di qualsivoglia stimolazione al sentimento: il lettore rimane prigioniero riottoso di parole su parole, di periodi su periodi, che non conducono a nessun divertimento, avventura, morale o insegnamento. Luca Berta scrive, anche bene, ma non racconta, non emoziona né la parte dionisiaca né quella apollinea, non conduce il lettore da nessuna parte: all’autore manca tutto il paesaggio, quello esterno dove sono ambientati i suoi racconti, ma anche quello intimo (psicologico), difatti i personaggi sono così grossolani, duri da digerire, che non hanno nemmeno la vile anima d’un pupazzo nelle mani d’un poco abile burattinaio.
Luca Berta descrive, o meglio scrive di una molletta caduta da una finestra, di un bar, di una mensa aziendale, della polvere, di un frigorifero impolverato, di un disoccupato che vorrebbe un frigo da regalare, e poi dei portici di Bruxelles e di Bologna per due uomini distanti eppur quasi simili, di un videoclip, di un uomo uguale a tanti altri che un giorno decide di farsi tagliare i capelli dal barbiere là dove ha un calo di pressione, di sogni che diventano incubi o meglio catalessi. Scrive: punto.
Nelle ultime pagine-battute delle imitazioni, Luca Berta sostiene che il linguaggio deve dire parlando d’altro, fingendo di essere arrivato all’ultimo istante Però l’autentico problema è un altro, di ordine più pratico e banale se vogliamo: riuscire a leggere tutt’e dieci i racconti senza andare incontro a una emicrania pazzesca. Leggere implica di fare un salto nel “niente assoluto”, perlomeno nel caso di Berta; e soprattutto, per leggere i racconti di Berta bisogna esser disposti a sopportare il trauma d’aver a che fare con l’estetismo del niente vestito di niente e così all’infinito. Raymond Queneau indicò che la storia è lo studio dell’infelicità umana e che la vera grande storia è quella delle invenzioni: di tutto ciò, nei racconti di Luca Berta non vi è traccia alcuna, gli accadimenti – lentissimi – non tracciano una storia né il suo abbozzo. Siamo di fronte a dieci pezzi fatti di niente, che per esistere hanno avuto bisogno di muri di parole su parole.
 
 
Imitazioni della vita – Luca Berta – Collana: Indicativo presente – Sironi Editore - ISBN: 88-518-0061-8 – 154 pp. - € 13,00

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il tuo addio

written by King Lear    - venerdì, agosto 25, 2006






i
l tuo addio
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
 
GLI ANNI, SILVIA
 
 
a Silvia/Stellina41,
buon compleanno
sempre per sempre
 
 
Non ti domanderò
quanti gli anni
Né ti chiederò
se domani m’amerai ancora
o ricamerai il mio nome
sul tuo, ma per dimenticarlo
più in fretta
Però una cosa
una sola me la devi:
un bacio che tocchi le stelle
 
E sarò il tuo amante
il più straziante
per portarti lontano
oltre il limine del sogno
Sarò il tuo amante
al di sopra delle nuvole
 
Ma io
io non ti dimenticherò
facilmente
come osi credere
 
Aspetto ancora
che tu mi faccia fuori
con un bacio soffocante
pria che tutte le stelle
in cielo raccolte
facciano eco dell’Eternità
E poi esplodere l’orgasmo
 
Aspetto ancora
l’orgasmo che questa vita è
mia dolce Silvia,
che ignori degl’anni la stupidità
 
 
 
 
 
IL TUO ADDIO
 
 
a Semra,
la Mia Dolce Follia
fuggita via
 
 
Tu sei in giro per il mondo
scherzando di fate e frati,
ridendo alle mie spalle
con le tue amiche belle
di sorrisi gioie e veleni
 
Mi hai lasciato da solo
a pedalare sotto il sole
Ma a ogni metro muoio
A ogni passo perdo me
come non mi fossi mai
conosciuto
 
Mi hai lasciato tra i giorni
del calendario
a raccogliere polvere
- echi di dolore
che non puoi proprio sentire,
e per cui amavi rimproverarmi
quasi che la tenerezza mia
fosse mortale malattia
 
Incontri paesi e case
pergolati e tetti rossi
genti diverse e osterie
Io invece muoio ogni dì
Neanche più guardo
al cielo, tengo basso
lo sguardo sul mondo
poi in silenzio dispero
e piango, piango infelicità
per un’altra inutile poesia
 
- che così simile è
alla povera vita mia
ridotta al lumicino oramai
 
Quando mi baciasti sulla fronte
baciasti un fratello non un amante;
così ti fu facile abbandonarmi
al destino, ai miei scalzi passi
su cocci di vetro
Quando mi promettesti l’addio
nel silenzio della notte
io l’avvertii il tuo cuore perdere
un colpo, ma uno soltanto
e tacqui perché mi rimanesse almeno
l’immagine di te che fuggivi
in punta di piedi nel cuore del buio
per andare incontro a una felicità più solida
di quella che avrei mai potuto darti io
 
Mi hai lasciato
in questi giorni eterni senza senso
che passano lenti
 
No, non potrò perdonarti mai e poi mai
d’esserti portata lontana da me
Mai potrò restituirti un bacio
anche se lo desiderassi ardentemente
Quando tornerai, se tornerai,
morto sarò di certo per me, per te
 
 
 
 
 
MY TRUMPET
 
 
ad Angela/Aphsara,
tenero angelo lontano
lontano
 
 
Per te no so far
mai abbastanza
Indarno cerco
di riempir l’assenza
che io sono con suoni
di primavera, di cera
che addosso a le candele scola
quando pesante s’infiamma la sera
 
Ma con l’autunno, con il vento
che pressa e raccoglie foglie
il sorriso si fa di vuoti denti,
di gengive attaccate a la tromba
- ferite che nemmeno tu
vergine agnello puoi curare
 
Quanti angeli a bussare
a la mia porta da sempre aperta
Ma con l’autunno, con il vento
che incessante soffia e soffia
io capisco solo che amo te,
la sola che non posso far prigione
de la mia stanca insoddisfazione
 
 
 
 
 
NOTTE NERA
 
 
In fila indiana
come tessere d’un domino
hai buttato giù tutte le mie certezze
per farne un altro stupido inconveniente
 
Ho dato una rapida pulita
quando gli ospiti sono andati via
dopo il party aziendale
Ho fatto cadere un paio di bicchieri
Per il resto un ottimo cameriere
che ha imparato a fumare dopo l’amore
 
Amarti è stato così facile
Odiarti è stato così tanto semplice
che non sei riuscita
neanche a farmi del male
quando m’hai sussurrato “Giuda!”
in un orecchio sordo
per poi scappar subito via
 
senza lasciar la mancia al portiere
che ti ha aperta la porta con cortesia
“tutto bene, Signorina?”

E tu t’infilavi nel taxi giallo
allungando le gambe fasciate di seta nera,
e la buia lunga notte ancora tutta davanti
 
 
 
 
 
CAPRICCIO ITALIANO
 
 
Per uno schizzetto sul giornale parrocchiale
Per un capriccio tutto italiano d’amar le gonne
adesso sono alla sbarra in attesa del verdetto
dei chiacchierati chierichetti ma non di dio 
 
 
 
 
 
RAGAZZA
 
 
Ragazza pazza, di bellezza
Ragazza, i tuoi diciott’anni:
un fiore, petali unghie le tue dita
per questa vita sì tanto pazza

Ragazza, la fragile bellezza
della gioventù, la forza dei più
ma in verità di poche fortunate

Ragazza, pazza d’una ragazza
domani ricordati di te, di te
Di com’eri gentile fino alla pazzia
non troppo tempo fa, piena di gioia
 
 
 
 
 
CALDE LACRIME
 
 
Le donne amano i gatti randagi
che miagolano che graffiano
che fanno male prima dell’amore
 
Le donne amano odiano graffiando
l’amore l’amaro gli avanzi rimasti
nel letto disfatto freddo di carezze
ma bagnato di calde lacrime
 
Le donne amano far male
perché nel bene nel male
a ragione o a torto ci si ricordi
di loro del loro amore sprecato
dato via al primo innamorato
 
 
 
 
 
AMEN
 
 
In solitudine da mane a sera
scriveva lunghe lunghe poesie
soltanto per meglio morire
tra quei versi da lui stesso
dimenticati in un per sempre
 
e tutto il rancore abbandonare
nella tomba carnale di sé mortale



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Ecstasy Love, Eliselle senza veli

written by King Lear    - mercoledì, agosto 23, 2006


Ecstasy Love, Eliselle



Ecstasy Love



E
liselle senza veli
 
 
 
 
 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 
 
1. La prima volta che hai fatto sesso, con chi e perché? Credi che far sesso prima di scrivere possa influire sul flusso narrativo, e come?
 
La prima volta tardissimo, avevo già diciotto anni, con quello che di lì a poco sarebbe diventato il mio ragazzo. Perché? Prova a immaginarlo... c’era desiderio, attrazione, è successo tutto con spontaneità, senza barriere di alcun genere. Non so se fare sesso prima di scrivere influisca sul flusso narrativo, fin’ora ho scritto quando ne avevo voglia, quando sentivo l’urgenza di farlo. Dentro di me cresce un’emozione dallo stomaco che sale fino alla punta delle dita. E’ una sensazione difficile da descrivere. A volte nasce spontaneamente, altre volte c’è una sorta di “studio” dietro, come quando culli un’idea e la lasci decantare perché possa prendere forma, ma non c’è un evento scatenante (come il sesso) per far nascere o per influire sul flusso narrativo. Credo sia un insieme di cose. Un rito, una regola non c’è.
 
 
 
 
2. Quanto è importante per una donna la dolcezza in un rapporto a due? Meglio Priapo, un Charles Manson o l'ingenuità d'un bambolotto in stile Charlie Brown?
 
Per me è parecchio importante, soprattutto perché sono una persona schiva e molto riservata nei sentimenti, quindi ho bisogno di avere accanto una persona che mi dia la fiducia di cui ho bisogno per aprirmi.
 
 
 
3. Perché Ecstasy Love? L'amore è Anima pura o è invece - soprattutto - una tempesta di reazioni chimiche ed elettriche all'interno del nostro cervello? Ecstasy: quella “y”, inglese, qualche riferimento a Irvine Welsh, quello di Ecstasy? O: spiegami Eliselle, perché non l'ho capita quella “y”, che a mio avviso non è un semplice ghiribizzo femminile.
 
Non so ancora definire bene l’amore, è un concetto in perenne evoluzione non credo solo per quel che concerne la sottoscritta. Probabilmente è entrambe le cose che hai detto, in tempi diversi. Prima arriva la botta, poi col tempo c’è la scoperta delle piccole cose, che permettono di approfondire la conoscenza dell’altro e portano a un sentimento più profondo. Difficile a dirsi, sono secoli che l’Uomo si interroga sull’amore, non vorrai davvero che sia io a rispondere?!
Ecstasy di Welsh è stato uno dei libri che ho letto, o per meglio dire divorato, prima di lanciarmi a scrivere quello che avrebbe dovuto intitolarsi L’odore della notte, ma che poi è diventato Ecstasy Love. Quello di Welsh è stato un vero e proprio volume preparatorio, insieme ad altre letture (scientifiche e letterarie) e a numerose interviste fatte a ragazzi che hanno vissuto sulla loro pelle l’esperienza dell’ecstasy. Quando ho letto Ecstasy ho cercato di assorbire il più possibile del libro, che mi ha colpito e trascinato via con sé, non solo per la grandezza dell’autore ma anche perché ero consapevole del fatto che quello non era semplice piacere e intrattenimento, ma mi avrebbe aiutato ad avere le idee più chiare in seguito. Non è un caso se l’ho citato.
L’input di questo romanzo breve è arrivato nel 2001 durante una serata in discoteca. Dopo quattro anni sono nati un paio di racconti e infine l’occasione di raccontare tutto in un libro più articolato. Avrebbe dovuto essere più lungo, ma per esigenze di collana è diventato un “Piccolo e Cattivo”. Dovevo documentarmi, e Welsh è stato una fonte autorevole necessaria allo scopo.
 
 
4. Per certi versi Ecstasy Love è un romanzo disperato, o meglio che non pone sul piatto molte speranze: i personaggi sono welshiani, ma non in maniera esasperata (senza speranza alcuna seppur a prevalere in loro è il nichilismo), infatti tentano degli arrangiamenti sentimentali, magari non riuscendo, e però tentano. In Welsh i personaggi sono totalmente scevri di speranze: vengono fottuti per fottere, finita lì. A chi ti sei ispirata, oltre a Irvine Welsh, per i tuoi personaggi? Sono frutto della sola immaginazione o appartengono anche alla realtà, al tuo vissuto?
 
C’è sicuramente un pizzico di immaginazione, ma i personaggi appartengono anche al mio vissuto e alle storie lette e ascoltate da amici e coetanei. Ho raccolto testimonianze di persone che con me avevano qualcosa in comune, che hanno trascorso momenti spensierati e situazioni al limite, dieci anni fa. Per alcuni versi mi sono ispirata a fatti di cronaca drammatici legati all’uso di droghe sintetiche, che hanno “scosso le coscienze” di tutta Italia nell’immediato ma che, come al solito, sono stati dimenticati velocemente e senza alcuna fatica dai più. Ho cercato comunque un equilibrio tra esperienza e fantasia, per proiettare i protagonisti lontano da me e non ingannare il lettore: non è autobiografia, Ecstasy Love è semplicemente un romanzo breve.
 
 
 
5. “Davanti agli occhi ho la visione di Luca, Motoretta e Zanna che scompaiono nei cessi. Guardo in basso, senza vedere nient’altro che quella scena. Il mix di emozioni mi riprende. Non so se essere incazzata nera o solamente triste.” (Ecstasy Love, Eliselle,  pg. 48) Hai mai provato l’ecstasy, o una qualsiasi altra droga? Se sì, perché, e che effetto ha avuto su di te, nell’immediato, la droga assunta?
 
Ti dirò, non ho mai provato alcun tipo di droga nella mia vita, credo di avere una sorta di fobia, faccio fatica ad assumere perfino i medicinali. Non ho mai avuto una curiosità intrinseca per le droghe e i loro effetti, anche se ho spesso frequentato compagnie che bene o male ne facevano uso saltuario o regolare. Non c’è mai stata pressione perché ne facessi uso da parte loro, né particolare interesse o desiderio di assumerle da parte mia. Diciamo che c’era una sorta di patto di non belligeranza delle rispettive esigenze da entrambe le parti.
 
 
 
6. Chi entra in crisi per aver assunto troppe paste, ce lo insegna Welsh, la prima cosa che deve ricordarsi è “di respirare”: respirare, respirare, respirare, altrimenti si è fottuti. 
Negli anni Novanta, l’ecstasy era diventata una moda, una moda feroce: se non ti calavi una pillola d’Adamo, gli amici ti consideravano un fesso, un cesso, uno di cui non ci si poteva fidare. L’ecstasy era diventata il sostituto dei sentimenti. E’ un po’ quello che accade nel tuo romanzo, o sbaglio?
 
E’ quello che accade. Ma accade anche che l’ecstasy diventa un vero e proprio surrogato di vita. Uno dei ragazzi che fanno battere il cuore alla protagonista lo esprime nella propria filosofia: ha la sensazione di vivere veramente solo il sabato sera, quando si “cala” di paste, perché sente che solo in quei momenti si lascia davvero andare. La sostituzione dei sentimenti e della vita con qualcosa d’altro credo sia determinata dalla paura. Una paura che accomuna le generazioni di ieri a quelle di oggi. Da quello che ancora si sente in giro e si legge sui giornali, benché io non ami molto i numeri e i sondaggi, certi riti, certe mode e iniziazioni non sono passate di moda. Anzi, pare che vi sia una recrudescenza. Perché le droghe in fondo sono ancora la via più semplice per sfuggire a qualcosa che non ti piace o che ti fa stare male.
 
 
 
7. In Ecstasy Love si parla, per vie non troppo trasversali, anche di musica: si passa da Jimi Hendrix ai primi Litfiba, per arrivare alla cassette a nastro, progressive, trance, techno. La colonna sonora che ti ha accompagnata durante la scrittura del romanzo: perché? e ci sono dei ricordi legati a questa colonna?
 
Tanti, tantissimi ricordi. Ho ritrovato e riscoperto le mie vecchie cassette chiuse nell’armadio e le ho riportate su CD e in mp3. Le ho ascoltate con un misto di malinconia e di felicità, per aiutare me stessa a ricordare, a recuperare le atmosfere di quell’epoca, le sensazioni che provavo quando era solo divertimento e spensieratezza. Ho fatto una vera e propria ricerca musicale, aiutata anche dal fatto di aver vissuto quei momenti. Poi mi sono messa a scrivere. La musica è un aspetto fondamentale di questo libro, al di là degli “schieramenti” e delle “contrapposizioni” mischio rock e techno senza alcun pudore, perché ho sempre ascoltato di tutto, le barriere mentali e le etichette non mi sono mai piaciute, e trovo molto stupido metterle in atto. Non sono mai stata una che solo perché ascoltava progressive non ascoltava altro, anzi. La musica dovrebbe aprire la mente, andrebbe ascoltata tutta. Ecstasy Love è anche musica, è tutta la musica che nel periodo in cui è ambientato il romanzo funzionava di più, faceva battere i cuori, si sentiva alla radio, era protagonista delle discussioni tra i ragazzi. E non sai quante volte mi si stringeva lo stomaco a riascoltarla...
 
 
 
8. Ci sono degli intenti educativi (pedagogici) volontari o involontari nella storia che è in Ecstasy Love?
 
Alcuni volontari, altri (ho scoperto dopo) involontari. Gli effetti delle droghe uniti a quelli dell’alcool sono spesso sottolineati nella storia, e questo è voluto: fanno parte della narrazione, della caratterizzazione e della crescita dei protagonisti. C’è una documentazione scientifica alla base che ho voluto lasciare nel piccolo glossario presente alla fine del libro. In questo senso, può essere letto anche come libro “educativo”. Per quel che riguarda gli aspetti involontari, ti posso dire che mi sono arrivate e-mail da genitori che mi hanno ringraziato per la durezza del libro e per l’aiuto che ha dato loro a capire certi comportamenti dei figli, e da professionisti che hanno consigliato il testo ai ragazzi per programmi di prevenzione all’uso di sostanze stupefacenti. Piccole soddisfazioni che mi hanno lasciato piacevolmente sorpresa.
 
 
Eliselle, agosto 2006
 
 - Eliselle, per gentile concessione -
 
  
9. La protagonista, Francesca (Frà), chi è, chi crede di essere? da chi o da che cosa fugge? Nonostante lo spirito anarchico che la pervade – perché ancora giovane e ignorante circa gli accadimenti veramente importanti che fanno girare il mondo, quindi maggiormente disposta alla ribellione contro tutto e tutti -, Frà dimostra una rara lucidità, una quasi forma di saggezza in embrione. Non è la tipica vittima delle stragi del sabato sera: anche se potrebbe diventarlo facilmente, per colpa d’un’amicizia sbagliata o solo del Caso.
 
Francesca è un’equilibrista che cammina su un filo sottile, una linea che la divide tra ciò che va contro ai suoi principi e ciò che la tiene unita al gruppo. Non sa neppure lei che cosa vuole o da che cosa fugge, si trova in quel periodo di totale euforia e incertezza che è l’adolescenza e sa solo che deve andare “contro” qualcosa, anche se la solidità della famiglia che ha alle spalle le impedisce di fare scelte estreme o gesti sconsiderati. In un certo senso è fortunata proprio per questo, perché ha un padre e una madre che la seguono, seppure da lontano. Una fortuna che parecchi ragazzi non hanno. Con conseguenze spesso imprevedibili.
 
 
 
10. Frà è una ragazzina, di diciassette anni circa: è innocente però nella misura che quanto conosce del mondo delle droghe della vita fa parte del suo background culturale, quello che ha appreso e che gli è stato inculcato da famiglia e amici. Frà potrebbe sembrare un personaggio nevroromantico (come quelli di Isabella Santacroce), ma io sono dell’avviso che Frà sia più deviata su un’identità ballardiana e welshiana. Frà vive in sé crash emotivi ed emozionali, o no? E come se li vive?
 
Francesca arriva a un certo punto della sua vita in cui sente l’esigenza di uscire dal nido, e lo fa proprio quando lo spostamento dalla città a una zona isolata e sconosciuta non la costringe ad affrontare timidezza e paure giovanili. Il primo crash è proprio questo, il trasferimento e i nuovi incontri. Il secondo crash è la presa di coscienza che nella sua singolare compagnia di amici, non tutto oro è quel che luccica. Le delusioni, che nell’adolescenza sono fortissime e spesso castranti, perché ti precipitano dal settimo cielo alla depressione più profonda, la segnano e la fanno crescere con molta sofferenza. In fondo non sono tanto le vicende sentimentali a scavarla, ma le amicizie sbagliate che la trascinano sempre più giù, senza permetterle di fermarsi in tempo.
 
 
 
11. Quale la grande differenza, se una ce n’è, fra Laureande sull’orlo di una crisi di nervi e Ecstay Love?
 
Il primo è ironicamente realistico dall’inizio alla fine, è stato persino definito “nevrocomico”. Nel secondo di ironia ce n’è ben poca: solo nella parte iniziale, quella più spensierata, quella dove la protagonista fa le sue scoperte, incontra personaggi particolari e trova tutto (o quasi) sensazionale. L’ingenuità contrapposta alla consapevolezza, tragica e drammatica, che compare nella seconda parte del romanzo. La struttura inoltre è più complessa rispetto al primo: nelle Laureande si nota una scrittura “di getto”, in Ecstasy Love invece ho pensato a tavolino la costruzione prima di cominciare. Volevo creare una spaccatura a metà, per mettere in evidenza lo scivolare sempre più veloce e pericoloso degli eventi che coinvolgono i personaggi.
 
 
 
12. Pensi che Frà sia il prototipo di una generazione, di quella sul finire degli anni Novanta? Ma soprattutto: oggi esistono ancora personaggi che come Frà fuggono per cercare la loro strada, sbagliando anche, oggi che si tende a rimanere sempre più in famiglia? Oggi i drammi, qual che sia la loro natura, si consumano tra le mura domestiche maggiormente.
 
Frà è la proiezione su carta di manie, mode e modi di sentire di una generazione che ha dato tutto quello che poteva dare, ed è stata ormai superata ampiamente da quella di oggi, tutta cellulari e tecnologia. Frà non aveva a disposizione ciò che i ragazzi hanno oggi, eppure si divertiva comunque. Le bastavano gli amici e la musica giusta. Era anche quello un modo per sfuggire alla quotidianità, per sentirsi parte di qualcosa di speciale. Persone che fuggono ci sono state e ci saranno sempre. C’è chi è più o meno ribelle, chi recita solamente una parte ma poi non ha il coraggio di andare fino in fondo, chi invece rischia tutto, fa la valigia e se ne va. Certo oggi (in generale) quelli che fanno scelte così radicali sono molto meno rispetto al passato, ma questo è un problema troppo articolato e profondo per parlarne ora. La mia sensazione è che nelle generazioni odierne prevalga piuttosto la noia.
 
 
 
13. La Polaroid Generation così come la Ecstasy Generation sono appartenute agli anni Novanta: anche oggi si consumano droghe e immagini, ma in maniera diversa. Ecstasy Love, il tuo romanzo, lo si può considerare, come? a che generation potrebbe appartenere e perché?
 
Io lo considero un omaggio agli anni Novanta, visti attraverso la lente di oggi. Non so se il mio romanzo appartenga a una generazione in particolare, non credo, in fondo alcune problematiche anche se cambia il contesto sono costanti e rimangono sempre fortemente attuali. So che fin’ora è piaciuto a giovani e meno giovani forse perché tratta le situazioni senza girarci attorno, senza mezze parole, andando diretto al punto. In questo senso Ecstasy Love è libero da ogni vincolo.
 
 
 
14. Eliselle crede nelle mode, in quelle portate avanti da una o più generazioni? A che generazione appartieni, e Frà?
 
Le mode non mi hanno mai entusiasmato più di tanto. Ho delle manie, sì, ma sono legate più a peculiarità mie che a veri e propri “movimenti di massa”. A partire dai vestiti per finire ai libri, ho i miei tempi e il mio stile. Il mio modo di vedere, di filtrare. Quando si cerca di stare al passo con le mode, si rischia di essere superati in fretta e questa è una grande verità. Dopotutto è nella loro stessa natura: sono passeggere, cicliche, divampano poi scemano poi ritornano leggermente mutate o rilette in chiave diversa. Credo che sia interessante osservarle, trarne il meglio, ma non lasciarsi troppo trascinare. La generazione a cui appartengo ufficialmente è quella degli anni Novanta, perché è lì che ho iniziato a uscire dal mio guscio, proprio come Frà. Ma dentro non saprei. Certi miei aspetti sono tipici degli anni Ottanta, il momento della spensieratezza infantile.
 
 
 
15. A tuo avviso, esiste la blog generation? Per assurdo, ma neanche poi troppo, un blog potrebbe diventare un libro, un romanzo finito e compiuto?
 
Alcuni blog sono già diventati libri, la cosa non è così strana. Con tutta questa tecnologia e coi nuovi mezzi di comunicazione le contaminazioni erano prevedibili, e poi alla fine sono pur sempre parole, è pur sempre scrittura. Trovo sterile fare distinzioni tra scrittori “di blog” e scrittori “di carta”, i distinguo a mio avviso vanno attuati non in base al mezzo con cui ci si fa leggere, ma al modo in cui si scrive. Un uomo del Diciannovesimo secolo come Oscar Wilde affermava: “Non esistono libri morali o immorali. Vi sono solo libri scritti bene o scritti male”. Che cosa potrebbe dire uno come lui oggi, nel Ventunesimo secolo, applicando il suo pensiero alla blog generation e al continuo fiorire di piattaforme per chi vuole avere un proprio spazio di scrittura in rete? Probabilmente, cambiando i termini di paragone, la stessa cosa. Il blog per me è uno strumento, un mezzo interessante che ho scoperto da un anno circa, e che coltivo nei ritagli sempre più piccoli di tempo. Io ho iniziato da siti veri e propri di scrittura erotica e non e dal mio personale: è un esercizio formidabile, ma è certo che se vuoi migliorarti, non puoi fermarti lì.
 
 
 
16. Ecstasy Love è (anche) un romanzo generazionale, il ritratto di una generazione? Motiva la risposta per cortesia.
 
Lo è, almeno in parte. La filosofia giovanile, la musica, i vestiti, i luoghi di divertimento sono quelli che hanno segnato una ben precisa fascia d’età che ha vissuto l’adolescenza verso la fine del millennio. E’ stato un lampo, un momento d’oro poi tutto è finito nel giro di poco tempo. Ogni cosa è cambiata. Credo che in parecchi, quelli che hanno vissuto quei momenti, si ritroveranno tra le pagine.
 
 
 
17. Io sono uno sprovveduto che capita in una libreria per puro caso, e sempre per puro caso mi capita fra le mani il tuo libro: perché dovrei cadere in tentazione e acquistarlo?
 
Ti dò tre buoni motivi. Perché è un libro genuino e diretto. Perché ha una lettura veloce e intensa. Perché per chi lo desidera, c’è anche un CD musicale con cinque pezzi inediti ispirati al libro con cui potersi calare al meglio nelle atmosfere di quei momenti. Chissà se ti ho convinto?
 
 
 
18. Meglio essere sexy o intelligenti? Chi è sexy con intelligenza?
 
Una giusta via di mezzo: chi è sexy senza essere intelligente perde fascino e non credo sia capace di potenziare e valorizzare al massimo la propria sensualità. Chi è sexy con intelligenza? Ma che domande... tu!
 
 
 
19. Che ne pensi di quel brutto ceffo di Giuseppe Iannozzi? :-)
 
Penso che sia capace di trovare nei libri che legge aspetti nascosti anche agli autori stessi. Hai sviscerato alcuni elementi su Ecstasy Love, in questa intervista, di cui ho preso completamente coscienza solo parlandone con te. E di questo ti ringrazio.
 
 
 
Grazie Eliselle, sempre intelligente e disponibile alle inquisizioni.
Tutto il meglio per la tua carriera professionale e per la carriera più intima, quella dell’amore.
 
 
 
Ecstasy love (con cd audio)EliselleNicola Pesce Editore – Collana: I pitbull piccoli e cattivi – ISBN 88-88893-08-3 – 122 pp. – 8 euro (senza cd), 12 euro (con cd audio)
 

 
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Ecstasy Love può essere richiesto direttamente all’editore:
 
press@undreground-press.net
 
Eliselle

 
Breve estratto da Ecstasy Love
 
 
"Ho sentito prima il rumore secco, lo schianto della lamiera che si accartocciava su se stessa. Lo schiocco violento del vetro che andava in mille pezzi, sgretolandosi come zucchero. Frammenti e schegge addosso a me, a chi mi sedeva di fianco. Luca. Avevo la cintura che mi teneva stretta e mi sembrava di soffocare. Ero schiacciata sul seggiolino e il volante mi premeva sullo sterno. Soltanto dopo ho visto la luce. Un fanale che non era il mio mi puntava dritto sulla faccia e non potevo vedere altro che quello. Un fascio potente di particelle luminose illuminava il mio viso e io non capivo. Non capivo nulla. Sentivo dolore alla spalla sinistra, alle braccia, alla testa. Tutto qui. In quei momenti non sai come reagisce il cervello per impedire al corpo di soffrire. Per non impazzire. Il mio per difendersi mi ha inondato di leggi e nozioni e formule di fisica. Sono riaffiorate come un fiume in piena. Mi hanno travolto. Ma ho continuato a non capirci nulla. Avevo appena scoperto che il mondo era fatto al contrario di quello che stava scritto sui libri che studiavo ogni giorno. Non aveva il benché minimo senso. Doveva arrivare prima la luce, poi, solo dopo, il suono. E’ più lento."
 
 
Per gentile concessione dell’Autrice, Eliselle


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Commosso di Te

written by King Lear    - martedì, agosto 22, 2006






Commosso di Te
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 


 
 
ad Angela (Apshara),
al mio solo Angelo
che non ride di me

 
 
 
Se ti dico che m’hai innamorato
che m’hai innamorato
che m’hai innamorato
Che adesso ho paura
Che non posso più tacere l’amore
perché m’hai stregato con quel bacio
con quel bacio leggero di nuvole
con quel pizzico di labbra sulle guance
Se ti dico che m’hai impaurito
  
Se ti dico che m’hai commosso
Se ti dico, se te lo dico che così scosso
non lo sono stato mai, se ti dico amore
Se ti suono un scala di jazz
Se poi m’accascio sul piano in bianco e nero
Se ti dico che m’hai impaurito
Se ti dico che adesso, che adesso io piango
che tu queste lacrime fai finta, non le senti
Se ti chiamo amore, se ti confesso
che m’hai commosso, che non vivo più
Se ti amo, se ti amo, se ti amo non è colpa mia
Se commosso rimango, e poi senza parole io
 
E poi senza parole per l’eternità ma sul tuo seno
Perché, perché – per Dio! – m’hai innamorato di te
e non ricordo più tutte tutte quelle brutture
che stanno in giro per il mondo per far del male
al grano nei campi, ai dolci fianchi delle donne
alle poesie che non osano sbocciare nei prati
E poi senza parole sotto il sole ma sul tuo seno
 
Se ti dico che m’hai innamorato
che m’hai innamorato e impaurito
che m’hai innamorato e intenerito
E poi senza parole, senza parole commosso
E poi senza parole, senza parole commosso
E poi, e poi commosso di te soltanto
 
Di te, di te soltanto e per sempre


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:43 | poesia | BlogNews | clicca per commentare commenti (12)



Ecstasy Love, Eliselle ospite de "L'Accattone dei Libri"

written by King Lear    -


Ecstasy Love - Eliselle

 
 
 
Ecstasy Love


 
 
 
E l i s e l l e

 
 
 
 
Tutti i martedì, dalle ore 20 alle 21, c'è L'ACCATTONE dei libri, il programma di intrattenimento musical-letterario condotto da Marco Nardini, in diretta dagli studi di RadioCittà Fujiko a Bologna.

Ospite della quarta puntata in onda il 22 agosto sarà Eliselle, autrice del romanzo breve Ecstasy Love (Nicola Pesce Editore, 2006), dal quale saranno presi gli spunti per parlare degli ANNI '90. Il periodo, la musica, i libri, i film, l'arte, gli eventi, le cose da conservare e quelle da cancellare, i ricordi, l'atmosfera, i colori e gli odori degli anni di fine millennio.

Sarà possibile fare delle domande all'autrice, segnalare il brano più rappresentativo degli ANNI '90 (tra quelli proposti, ne verrà selezionato uno da suonare durante il programma), il libro o il film preferito legato a quest'epoca, oppure semplicemente esprimere pareri, curiosità, consigli. Basta scrivere a: accattonedeilibri@gmail.com 

Sarà possibile anche telefonare in studio durante gli orari di trasmissione al numero 051/346458, o inviare un sms al 333/1809494.

L'ACCATTONE
dei libri si può ascoltare sulle frequenze dei 103.1 in FM (su Bologna e dintorni) o su Internet all'indirizzo RadioCittà Fujiko.



Inoltre: a breve su queste pagine

speciale Ecstasy Love - Eliselle


a cura di G. Iannozzi




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Valeriana Evangelica - Scoop: gli Evangelisti proteggono i Terroristi

written by King Lear    - lunedì, agosto 21, 2006


Valeriana Evangelica

Gli Evangelisti proteggono i Terroristi

- © artwork by G. Iannozzi -
 
 
 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 
Oltre che un amico personale, il “mitico” Iannox è la dimostrazione vivente delle potenzialità offerte dal web perché trovino ascolto voci libere e originali, svincolate da interessi e poteri. Non lo dico per piaggeria verso chi mi sta intervistando: è una verità elementare. Se poi una di queste voci ha con la letteratura un rapporto che definirei viscerale, be’, ciò non può che fare del bene a chi scrive per professione, sì, ma anche per passione. Trovare lettori onnivori e partecipi, sulla base di un comune amore di fondo, è una delle più grandi fortune che gli possano capitare.
 
Valerio Evangelisti, dicembre 2005
 
 
 
 
 
GI: Dunque, ci dica Dottor Valeriana Evangelica.
 
VE: Cosa dovrei dire? Siamo in tivù a tu per tu, mi dica ci siamo o ci facciamo?
 
GI: No, niente tubo catodico. Tra l’altro sono pure sprovvisto di profilattici, quindi questa intervista ce la facciamo alla vecchia maniera.
 
VE: Peccato. A me mi piace tanto la tivù: sono molto fotogenetico e, modestamente, alle donne piaccio.
 
GI: Sì, certo, non lo metto in dubbio. Allora vogliamo iniziare?
 
VE: Alla vecchia maniera, cioè lei e io, faccia a faccia? M’avesse avvertito per tempo non l’avrei messa la cravatta; io non la metto mai ma per lei avevo strappato la regola.
 
GI: Vuol dire che ha fatto uno strappo alla regola.

VE: No, l’ho proprio strappata: ce l’avevo appuntata sulla cravatta regalatami in prima persona da Antonio Grottesco, quello che canta il caos. Però è stonato più d’una campana e i vicini non lo reggono proprio, così gli spremono addosso male parole e pomodori da mane a sera. Un caos, mica per caso!, che non le dico. Le lascio immaginare.
 
GI: Interessante. Molto. Allora procediamo.
 
VE: Mi devo togliere la canottiera?
 
GI: No, per due macchie di pomodoro e due di sangue, no, non è proprio il caso. E poi c’ha su la cravatta che copre bene. Insomma, se lo lasci dire, lei è proprio un manichino: fosse per me la sbatterei in passerella, o anche a fare la velina per quelli di Striscia la Notizia. O anche per quegl’altri de Le Iene: tra l’altro, il suo amico fratello compagno terrorista, da quelli de Le Iene c’è già stato a fare la velina con il sorriso a trentadue denti manco avesse vinto al Lotto.
 
VE: Sì, vero: le confesso che sono un po’ invidioso, perché il Battisti se l’è preso tutto il tubo catodico e s’è divertito un mondo, mentre io son qui per una sveltina tradizionale.
 
GI: Adesso non esageriamo! Suvvia, non sarà la tivù ma ci possiamo divertire.
 
VE: Lei me lo assicura, cioè me lo assicura bollato e certificato, con tanto di SIAE di mezzo?
 
GI: Non dica sciocchezze: lei m’è simpatico, ma io a lei non le affiderei manco il vecchio grammofono di mia nonna. Figuriamoci se le assicuro che verremo insieme!
 
VE: Non posso darle torto, la vita è incerta per tutti, un giorno stai a casetta tua a goderti una sventola e un martini davanti al caminetto acceso e quello appresso sei costretto a fuggire con la coda fra le gambe come un povero cane bastardo senza né pedigree né passaporto.
 
GI: Si riferisce al caso Battisti…
 
VE: Non di certo a quello di Immanuel Kant!
 
GI: Perché, pure lui, Kant?
 
VE: Ma non dica sciocchezze. “La libertà e la legge pratica incondizionata risultano reciprocamente connesse. Qui io non domando se esse siano anche diverse di fatto o se una legge incondizionata non sia piuttosto la semplice coscienza di sé di una ragion pura pratica, e se questa sia identica al concetto positivo della libertà; ma domando dove ha inizio la nostra conoscenza dell’incondizionato pratico, se dalla libertà o dalla legge pratica. [...] E’ quindi la legge morale della quale diventiamo consci (appena formuliamo le massime della volontà), ciò che ci si offre per il primo e che ci conduce direttamente al concetto della libertà, in quanto la ragione presenta quella legge come un motivo determinante che non può essere sopraffatto dalle condizioni empiriche perché del tutto indipendente da esse.”
 
GI: Bel concetto, sono rimasto impressionato. Ma ammetto che c’ho capito poco o nulla. Io sono solo un ometto, poco più di niente, praticamente una zecca sul culo d’un bastardo da tutti preso a calci. Io capisco solo la ragione del bastone e della carota, e quella del bastone in mezzo alle ruote. Però so che il mondo è tondo. Non è molto, ma, per Dio!, il poco che so lo so per bene, e non c’è santo che me lo possa portare via. Non dipendo da nessuno, dunque sono libero. Però ‘sto Kant parla difficile assai, e se lei spiegasse, non lo dico solo per me…
 
VE: Ma che c’è da spiegare? Impari a memoria e poi ripeta.
 
GI: Come un pappagallo?
 
VE: Che modo brutale di metterla. Però sì: lei, impari a memoria, poi quando le si presenta l’occasione, ripeta la lezione e farà di sicuro una figura di quelle toste. Con lei ho fatto subito centro, le ho citato Kant e lei, per non scomparire, si è rifugiato nella modestia, per giunta falsa, del bastone e di quell’altro bastone, due bastoni insomma. Ma non è colpa sua, solo del sistema che l’ha bastonata esponendola alla sua ignoranza, che è poi la sol cosa che ha e che non manca di bastonare addosso ai suoi simili, e soprattutto a quelli come me che invece hanno studiato e tanto.
 
GI: Non intendevo offenderla, Dottor Valeriana.
 
VE: Però l’ha fatto. Pretendo immantinente le sue scuse. Immantinente, per Dio, o la faccio passare per i ferri.
 
GI: Umilmente mi prostro, nonostante la prostata, mi rimetto a lei in ginocchio. Ma non mi faccia del male: pure io sono di carne e se vengo torturato sento dolore, come lei, Dottore.
 
VE: Si rialzi. E’ uno spettacolo schifoso. Per questa volta passi. Ma la prossima offesa la laverò col sangue.
 
GI: L’offesa non chi la porta.
 
VE: Che intende?
 
GI: No, niente. Dicevamo: allora Battisti, adesso che se l’è data a gambe levate è un uomo libero.
 
VE: E’ un coraggioso, un eroe. Non è soltanto libero.
 
GI: Ma aveva sulla testa una condanna pesante per omicidio, praticamente un assassino: fuggendo ha ammesso la sua colpevolezza. Se anche un domani dovesse risultare innocente, nessuno crederà mai che la sua innocenza possa reggere il peso d’un qualsiasi valore, perché Battisti fuggendo ha ammesso non solo la sua di colpevolezza ma quella di Caino uomo. Ha dichiarato al mondo intero che l’uomo, per quanto si sforzi, è colpevole agl’occhi di Dio: se l’uomo esiste, dunque è colpevole della sua esistenza e delle azioni che muove per acquistare la sua libertà.
 
VE: Per essere uno zoticone figlio di puttana ha una linguaccia!
 
GI: E’ che i miei vetusti, non potendo permettersi di mandarmi a scuola a ripetere le lezioni a mo’ di pappagallo, m’hanno insegnato la sola cosa che sapevano: ragionare con la mia propria testa. Certo, a suo confronto potrò pure apparire grezzo e rozzo, ma Dottor Evangelica, nella sua immensa bontà io sono certo che potrà perdonare la rozzezza con cui m’esprimo.
 
VE: Lei è un sofferente, solo per questo mostro con lei cristiana pietà. Nella sua testa purtroppo albergano strutture inconsce che la portano a disprezzare l’umanità.
 
GI: Ma che dice? Io non odio affatto l’umanità.
 
VE: Lei è un tipico caso junghiano: “La persona è una maschera che l’individuo porta per rispondere alle esigenze delle convenzioni sociali. E’ la funzione assegnatagli dalla società, cioè il compito che essa attende da lui. Questa maschera spesso nasconde la vera natura dell’individuo. La persona è la personalità pubblica, quegli aspetti che si palesano al mondo o che l’opinione pubblica attribuisce all’individuo, in opposizione alla personalità privata che esiste dietro alla facciata sociale.”
 
GI: Lei in pratica mi sta dicendo che “il cervello è visto come un’appendice dei genitali.”
 
VE: E’ il pensiero junghiano a dirlo.
 
GI: Dottor Valeriana, lei è un fanatico, uno pieno di sé, glielo dico senza mezze misure, ecco: un fanatico, un padano della Padania, uno di quelli lì insomma. Un bruto a dirla tutta.
 
VE: La sua reazione è spropositata, come sempre del resto. Diceva Carl Gustav Jung che l’inconscio è, in primo luogo e prima di ogni altra cosa, il mondo del passato, riattivato dalla limitatezza dell’atteggiamento cosciente.
 
GI: Ammazza che stronzo!
 
VE: Come si permette?
 
GI: Intendevo Jung, proprio un bello stronzo.
 
VE: Non faccia il furbetto con me, solo perché ha sentito nominare da qualche zoticone come lei Freud, adesso tira fuori lo stronzo, la stipsi e la pulsione sessuale.
 
GI: Veramente io ho solo detto che Jung era uno stronzo, e punto. Un brutto ceffo a dirla tutta, uno di quelli che ti parlano alle spalle. Sì, un pettegolo, ha capito bene. Ecco cosa penso io del suo cazzo di Jung.
 
VE: Lei ignora che Günter Grass, a quindici anni, è stato nelle SS, ignora che Paris Hilton è stata morsa dal suo procione e che è finita in ospedale. Lei ignora.
 
GI: Le ha dato di volta il cervello?
 
VE: La vita è sbucciare una cipolla.
 
GI: Già. Una rottura di palle.
 
VE: “Volevo andarmene lontano dalle menti limitate e così mi sono arruolato volontariamente nella marina, reparto sommergibili. Avevo quindici anni. Un anno dopo, sul tavolo è comparsa la chiamata. Solo a Dresda ho capito: sono nelle SS. E poi t’incontro uno che – per Dio! – oggi fa il Papa: io volevo diventare un artista, lui voleva fare carriera nella Chiesa. Joseph, un ragazzetto tutto cattolico, casa e lager praticamente. Joseph Ratzinger diventò mio amico: giocavamo spesso insieme a dadi. Sembrava un po’ impacciato, ma era simpatico.” Più o meno questo il senso della vita di Grass. Ma lei non può capire.
 
GI: Che storia. E la Hilton?
 
VE: Anche lei vuol fare carriera.
 
GI: Non capisco però cosa centri la Hilton e il procione. Mi spieghi, Dottor Evangelica.
 
VE: E’ affamato di cultura, la capisco. Mai una volta che le abbiano insegnato bene qualcosa. E adesso che ne ha l’opportunità chiede a me.
 
GI: No, veramente sono arrapato e non affamato.
 
VE: Ignorante d’un freudiano! Comunque, la Hilton giocava col suo procione, Baby Luv, e ha un certo punto s’è presa un morso, sul braccio. Così è stata costretta a recarsi al Pronto Soccorso dove le hanno fatto una antitetanica.
 
GI: Non capisco da quale fil rouge sarebbero legati Grass e la Hilton. Proprio no.
 
VE: La vita è mordere, anzi è non demordere ma mordente, mordendo, morendo… E che du’ palle! Quella così lì insomma, ha capito lo stesso. Anzi di più.
 
GI: Concetto profondo. Veramente ammirato Dottor Valeriana.
 
VE: Grazie.
 
GI: Di niente. L’intelligenza ha bisogno d’esser lodata affinché possa crescere sana giorno dopo giorno.
 
VE: Ogni tanto qualcosa d’intelligente la dice pure lei.
 
GI: Grazie.
 
VE: Ora non s’allarghi.
 
GI: Certo. Chiedo venia. Ma passiamo ad altro. Lei si definisce uomo di Sinistra?
 
VE: Non sono di Destra.
 
GI: Quindi è dalla parte del Governo Prodi.
 
VE: Non ho detto questo.
 
GI: Ma non ha neanche smentito, non sino ad ora.
 
VE: Lei capisce poco.
 
GI: Per favore, non trasciniamo la discussione su idiosincrasie personali. Sarebbe meglio coltivare concetti comuni.
 
VE: Io non ho niente in comune con lei, meglio fare il punto e metterci un punto.
 
GI: D’accordo, come vuole lei Dottor Evangelica. Possiamo andare avanti?
 
VE: Andiamo.
 
GI: Dunque, mettiamola così, per chi fa il tifo?
 
VE: Black Flag.
 
GI: Credo di non aver afferrato.
 
VE: Minimalismo e nichilismo. Le è più chiaro adesso?
 
GI: Affatto.
 
VE: Braccia rubate all’agricoltura.
 
GI: Come fa a sapere che mio nonno… D’accordo, mi spieghi, anche se temo di darmi la zappa sui piedi da solo.
 
VE: Punk.
 
GI: D’accordo, d’accordo. E Battisti?
 
VE: Battisti con quelle sue urla di pacifica rassegnazione non m’è mai piaciuto, sempre con questa “Non è Francesca”. E se non è Francesca, perché vestiva quel diavolo d’un vestito rosso allora?
 
GI: Me lo dica lei.

VE: Io non le dico niente.
 
GI: D’accordo. Ma io non parlavo del cantante. Parlavo dello scrivano Battisti.
 
VE: Ho frainteso. Il mio Battisti è un animale in fuga, è un eroe, è braccato.
 
GI: Forse lei vuol rimuovere il fatto che Battisti è un terrorista per la Legge.
 
VE: Lei è un grandissimo stronzo.
 
GI: Freudiano, un attacco. Si è dunque ricreduto, non lo credevo possibile: oramai mi pareva sodomizzato che lei fosse completamente junghiano.
 
VE: Per me lo stronzo è un archetipo, un disco volante: nello specifico un alieno, uno fuori dal mondo ma anche un piantagrane, proprio come lei.
 
GI: Interpretazione molto personale.
 
VE: Bene, si limiti a questo, stronzo.
 
GI: Mi chiedevo se l’Indulto fosse di Destra o di Sinistra, e se freudiano o junghiano. Lei, Dottor Valeriana Evangelica che ne pensa?
 
VE: Non saprei dirle. Ma: l’Indulto non va bene.
 
GI: Vedo che, per una volta, è d’accordo con me.
 
VE: Affatto. Non l’Indulto, ma la Grazia. La piena Grazia. Tutti fuori, nessuno dentro. Tutti, per Dio. Tutti fuori, Battisti per primo.
 
GI: Sono sconvolto. E poi Battisti è già fuori, è un terrorista, un fuggitivo.
 
VE: Stronzo. Stronzo. Mille volte stronzo. Quell’uomo merita la libertà, meriterebbe un monumento.
 
GI: Mi scusi Dottor Valeriana, io sarò pure un ignorante, ma Battisti è così tanto ignorante e privo di talento che a suo confronto gli asini che volano e i porci con le ali sono Dioscuri di terribile splendore.
 
VE: Sta forse dicendo che il mio piccolo dolce Cesare è un ignorante?
 
GI: Non esattamente. Dire che è soltanto ignorante sarebbe fargli un complimento. In realtà sto dicendo che Cesare è per le lettere un autentico disastro, una sorta di bomba atomica, una nefandezza operata e compiuta. Il suo Cesare è per le Lettere Italiane una vigliaccata paragonabile solo allo sgancio dell’atomica su Iroshima e Nagasaki.
 
VE: Ringrazi che sono junghiano, altrimenti a quest’ora l’avrei già appesa a un gancio macellaio.
 
GI: A un che? un gancio macellaio? Per Dio, l’influenza di Battisti l’ha presa pure lei, dottor Valeriana.
 
VE: Ci sono stormi di uomini che nuotano in acque che le nemmeno può immaginare.
 
GI: Dottor Valeriana, mi consenta, ma il suo italiano è un po’ troppo condito, diciamo che non si capisce un emerito cazzo.
 
VE: La pianti di fare il dominante con me, non attacca.
 
GI: Il che? Dottor Valeriana, vorrei solo ricordarle che a me il sadismo proprio non mi piace. E anche se dovesse piacermi, con lei manco morto: piuttosto mi faccio tutti gli eunuchi rimasti a questo mondo, per dare e dare e dare senza nulla ricevere.
 
VE: Freudiano delle balle!
 
GI: Ma perché continua ad insultarmi? Le sembra bello, o intelligente questo atteggiamento da bullo di strada col latte alla bocca?
 
VE: La Grazia, per Dio. La Grazia: tutti, tutti liberi, nessuno in carcere. (attacca a cantare, ad abbaiare in verità): “this fucking city is run by pigs. they take the rights away from all the kids. understand we’re fighting a war we can’t win. they hate us, we hate them. we can’t win, no way. walking down the street. i flip them off. they hit me across the head with a billy club.*
 
GI: Ha perso la bussola…
 
VE: Cesare Battisti è l’unico solo vero Ed Wood delle Lettere Italiane. E’ questo che dovete capire. E’ questo.
 
GI: Sì, certo, come no! Ma adesso dov’è Ed… cioè Cesare?
 
VE: Corri Cesare, corri Cesare, corri Cesare…
 
GI: Si vocifera che lei l’abbia nascosto in quella sua baracca che in Messico…
 
VE: Corri Cesare!
 
GI: Dottor Vale...
 
VE: Stia zitto.
 
GI: Dottor Ariana Eva...
 
VE: Le ho detto di stare zitto muto.
 
GI: Ma Dottore!
 
VE: Per Eva, corri Cesare, corri Cesare, corri Cesare, corri, corri, corri!
 
GI: Dottore si sta scaldando un po’ troppo. Io le ho solo chiesto se se l’è portato nella sua baracca, sa!, quella che ha in Messico, nella baraccopoli.
 
VE: Non è una baracca. E’ una fattoria bellissima costruita da messicani originali sottopagati e maltrattati.
 
GI: Dunque, Dottor Vale-Ariana, lei se lo è nascosto in quella baracca messicana il Cesare, non è forse così?
 
VE: Anche se fosse, a lei che gliene fregherebbe? Il Messico è un paese libero.
 
GI: Pieno di poveracci, di morti di fame… e di terroristi. E sa perché? Per colpa di tutti i paesi industrializzati che ne hanno fatto la pattumiera del mondo.
 
VE: Cazzate! Tutte cazzate! Corri Cesare, amico mio corri più veloce di piè d’Achille. Corri, per Giove!
 
GI: Achille non è un dio messicano.
 
VE: Dettagli, dettagli. Quetzalcoatl, Tlahuizcalpantecuhtli, Signore della Stella e dell’Alba, Signore della Morte e della Resurrezione, proteggi il mio Cesare e la mia baracca messicana.
 
GI: Prima che impazzisca completamente, Dottor Valeriana, un’ultima domanda: come mai non accetta critiche negative? Lei è molto nicciano, diciamo pure pericoloso: se qualcuno le muove una critica negativa, lei non l’accetta, controbatte, ma in maniera anormale perché lei la ragione la vuole anche quando ha torto. Forse lei, Dottor Evangelica, non se ne rende conto ma è letteralmente pervaso da una volontà di potenza di stampo ariano-nicciano.
 
VE: Falso, falso: menzogna. Non accetto le critiche negative perché io sono Il Migliore, quindi non c’è niente d’imperfetto nel Migliore e nelle sue Opere. Sono il Primo e l’Ultimo, l’Alfa e l’Omega, io sono il Tutto e il Niente, il Silenzio e il Rumore, l’Ombra e la Luce. Voi esistete perché io esisto…
 
GI: Ecco che ha dato di matto completamente.
 
VE: Per Eymerich, io t’invoco. Eymerich, io ti chiamo. Eymerich, io ti chiavo. Diavolo e Acqua Santa, mostrati a Me e punisci i miei nemici. Torturali a sangue. Eymerich, io t’invoco e ti chiavo. Mostrati!
 
GI: Dottor Valeriana, credo che questa intervista sia finita…
 
VE: Finita? Giammai. Siamo appena all’inizio Iannozzi. Lasci che le strappi le emorroidi con queste mie mani. Non si preoccupi, sono un ottimo chirurgo plastico nonché un ottimo inquisitore ora che lo sacro spirto di Eymerich è fluito in me. Iannozzi, rifiuta? Lasci che le gliele strappi le emorroidi con queste mie mani…
 
GI: Ma pure lei, per Dio, cioè per Lei! Con quegl’occhi iniettati di sangue è peggio del suo compare Giuseppe Penna. Pure lei è un folle…

VE: Ah, queste urla che si ripetono all’infinito, questo odor di sangue, queste urla disgraziate, questo sudore che si confonde nell’aria carica di zolfo, tutto questo, tutto questo è l’Epica che vado cercando.
 
GI: Ecco che parla uguale uguale al suo degno compare. Ma andate a cagare tutt’e due, pazzi.
 
VE: La pazzia è una forma di santità, la più sublime che conduce alla verità. E al rogo.

GI: Lei è un folle… da me stia alla lontana…
 
VE: Tardi, troppo tardi.
 
GI: Aiutooo… questo è più pazzo dei pazzi… crede d’esser… Non lo so cosa crede d’essere, ma è spostato più dell’impossibile ombra d’una clessidra in un dì d’eclisse solare totale.
 
VE: Dammi le tue emorroidi... In anestesia, no senza, te le strapperò con queste mie mani, per Eymerich… Sono Eymerich, sono Il Serpente Piumato, sono il Dio di tutti gli Dèi... Posso tutto, posso tutto, anche questo…
 
GI: Ma porca la miseriaccia, ma possibile che debba avere a che fare sempre con questi spostati?
 
VE: Le emorroidi, le emorroidi, le emorroidi…
 
 
L’intervistatore, Iannozzi, giustamente prende a fuggire subito inseguito da Valeriana Evangelica che oramai ha perso del tutto la testa al grido di “dammi le emorroidi!”, mentre nell’aere si diffonde una musica diabolica che bene si accorda con il clima di terrore tirannico diffuso in dolby stereo. E nell’aria pure il dolce odore del sangue e l’eco stonata d’un cachinno infinito, quello di Valeriana Evangelica.  
 
 
“Stessa melodia/ un’altra armonia/ semplice magia/ che ti cambierà/ ti riscalderà/ Quando sembra che/ non succeda più/ ci riporta via/ come la marea/ la felicità/ Ti riporta via/ come la marea/ la felicità” **
 
 
 
* Police Story from “Black Flag - Damaged”
 
** La Bella e la Bestia, Gino Paoli

 
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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:08 | satira | BlogNews | clicca per commentare commenti (32)



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