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Tanti Auguri, Lady Cy

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, settembre 30, 2006



ALL'ALBA
 

 
Lady Cy,
vengo che il crepuscolo
è già fatto ma requie no
non ha trovato l’alma mia
Sempre pensandoVi tutta notte
miro ora dalla solitaria finestra
il paesaggio di luci a spengersi
dei primi viandanti veloci
dei semafori fermi sul rosso
poi sul verde; ma le cispe
negl’occhi mettono in difetto
ogni cosa come se nebbia
abbia preso quel sentimento
che non oso di confessare
a Voi né all’Arcangelo in pietra
che con spada di fuoco
m’indica la via dall’alto
della chiesa vestita in viola




Lady Cy



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 09:11 | diario | clicca per commentare



Ninfette in libreria - tra un Don Giovanni e un Addio alle armi

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -






Ninfette in libreria


tra un Don Giovanni e un Addio alle armi
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
Guarda Amico mio, l’attempata Signora Erica Jong mi ha stretta la mano, ovviamente ben guantata la mia, e poi m’ha sorriso, quasi avesse una paresi sul lato sinistro del volto. Conseguenza: il sorriso che m’ha donato era proprio sinistro. Non contenta, poi, m’ha mollato un ceffone che però è stato bene ammortizzato dal pelo che c’ho sul volto, una barba oramai che farebbe invidia al migliore Allen Ginsberg anni Sessanta. Inutile dirti che sono scoppiato in “Urlo”, ma lei non l’ha mica capita la citazione poetica, e ci ha riprovato di nuovo ma non con uno schiaffo bensì con la bocca. Per miracolo, non so di quale dio se cristiano o che altro, le vola via la dentiera: mi dico che il pericolo è ormai evitato, che il demonio c’ha messo lo zampino, ma vuoi che non scivoli sulla dentiera e batta il capo a terra’ Quando mi son risvegliato ero coi pantaloni calati: un infermiere nerboruto mi stava facendo una iniezione nel sedere. Mi domando subito perché e gliela formulo a bruciapelo la domanda, ma quello tace. S’affaccia un dottorino, mi dice che non è stato nulla, che è solo la prassi, al che io gli domando “La prassi de che?” in tono romanesco e spaventato, e lui bello bello, “Oh, niente, la signora, sa...!” E poi se n’è andato via sghignazzando.
 
Amico mio, ho ancora il terrore addosso: non oso più guardare al di sotto della cintola, non oso immaginare cosa possa esser successo, anche se son certo che non può esser successo sesso se non per un fatto puramente meccanico. Ciò che mi dà il tormento è un certo prurito anale. Ecco: non capisco. Non vorrei che qualcuno m’abbia fatto uno scherzetto da prete, un ditalino: il diavolo è proprio un gran figlio de puta, e quando ci si mette ci si mette. E io che sognavo d’avere una avventura con la Melissa P. che a vederla in foto è tanto bellina.
E però, nella mia dura ingenuità, dimenticavo che il Diavolo veste rigorosamente Prada e mai una cosetta presa dai bancali del mercato all’aperto. Ma, con mia sorpresa, Lauren Weisberger è proprio bellina, una vera tenerezza di bambina, che dico!, di ninfetta: certo, quelle come lei hanno monopolizzato l’editoria tutta, basta che siano belline e neanche il diavolo le tiene a freno, vendite da capogiro. Di Lauren non ho letto una sola riga, però se trovo un’edizione del suo diavolo-prada con lei in quarta di copertina – ma che la foto sia bella e ad alta risoluzione, tutta acqua e sapone -, giuro che mi faccio il diavolo su due piedi senza pensarci su due volte. Cioè: questa Lauren, non solo veste Prada, ma è pure una bionda mozzafiato, alla faccia del femminismo stagionato dell’Erica Jong. E ricordando quel donnaiolo che fu Cecco Angiolieri: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,/ torrei le donne giovani e leggiadre:/ e vecchie e laide lasserei altrui”. La vecchia e laida Erica ve la lascio con il suo sdentato tentativo di sedurre ancora il demonio - che schifato se l’è battuta con la coda fra le gambe tutta triste come appendice strapazzata da fulmini e saette divine.
Se mi devo vendere, tanto vale che mi venda bene, alla Lauren, che ha un visetto tanto carino e tanto angelicato tutto acqua e sapone, che è quel tipo di ragazza che ogni ragazzo sogna di poter un giorno presentare a mammà dicendole: “Mamma, Lei è la mia ragazza e presto ci sposeremo”. Ed è inutile che te lo confessi, Amico mio: mi sono innamorato di questa ninfetta, Lauren, Lauren, Lauren; continuo a farmi scivolare il suo nome in bocca - non il cognome perché comincerei a sputare a destra e a manca causa s blesa -, e continuo e continuo e continuo. Sogno, sogno, sogno questa bellezza angelicata che farebbe invidia al sommo Dante Alighieri, invidia perché – ci metto la mano sul fuoco -, la Lauren è sicuramente più bellina della Beatrice che sta in quella Divina Commedia oramai vecchia e fuori moda. E che diavolo! Oggi l’Inferno non è più quello d’una volta, è di Prada. Non di Praga, di Prada: a Praga manco morto, lì ci stanno sicuramente degli stalinisti, poco ma sicuro. Ma Prada! Io non amo l’anima delle donne, come sottolinea la Erica Jong, perché direi una faloticheria e le dovrei dare pure ragione: io amo il corpo dell’anima delle donne, insomma amo la carne che è la vera anima delle donne. E per dirla tutta, senza ipocrisie: la carne è l’unica vera anima dell’umanità maschile e femminile. Perché se ami una persona, ami tutto il suo corpo, quindi anche il cervello: basta che poi non ti venga voglia di mangiarlo come fa il Dottor Lecter – creato da quel mezzo geniaccio di Thomas Harris - con le sue vittime. Che diavolaccio che è Hannibal Lecter!




- Lauren Weisberger -

 
Accanto a un’editoria disperata, il cui valore è pressoché uguale allo zero assoluto, per fortuna Josè Saramago, Premio Nobel per la letteratura, attraverso la Lectio Magistralis a Palazzo Reale per festeggiare i 25 anni del Premio Grinzane Cavour, spiega a un pubblico tenuto prigioniero da un silenzio quasi religioso: “Il mondo sarebbe più pacifico se tutti fossimo atei. Le religioni non sono mai servite ad avvicinare le persone. Io sono ateo, ma credo che se esiste un Dio deve essere uno solo, uguale per tutti, dunque, non capisco le lotte, gli scontri, lo choc tra le religioni, certo, ciascuna ha il suo modo di essere, ma Dio deve essere uno solo. E’ triste vedere che l’immagine di una trascendenza si è trasformata in intolleranza, in odio. Non si può uccidere in nome di Dio perchè se si fa questo significa trasformare Dio in assassino. Purtroppo lo abbiamo fatto fin dall’inizio e continueremo a farlo ancora perchè l’unico animale capace di torturare un suo simile è l’uomo”.
E sempre Josè Saramago, in occasione però della presentazione della piece “Il dissoluto assolto” (ovvero, il Don Giovanni: Saramago ne riscrive l’esito finale a cui siamo abituati per mandare al diavolo, speriamo per sempre, quello classico mozartiano) alla Scala di Milano, opera dello stesso Premio Nobel, ha avuto parole per il Papa Benedetto XVI - che non sa calibrare bene le parole quando parla dell’Islam, “stare più attento a quello che dice”: “Che faceva in fondo don Giovanni se non ubbidire agli istinti della carne? Non si può per questo punirlo mentre condanno l’ipocrisia che è sempre stata alla base del rapporto tra uomo e donna […] Io non voglio percorrere la strada del culto Mariano. Ci penserà il Papa cercando di stare più attento a quello che dice”.
 
Dopo le ammissioni del premio Nobel Günter Grass, che un po’ tanta pubblicità si tira addosso per il suo passato di giovane Waffen-SS – che però non ha mai fatto fuori nessuno -, il Signor Rainer Schmitz, giornalista per il settimanale “Focus”, mette l’accento su due lettere di Ernest Hemingway, nelle quali lo scrittore ammetterebbe d’aver ucciso ben 122 crucchi e d’aver provato piacere nel farli fuori. Con disprezzo, Ernest apostrofa i 122, crauti. Ma che Ernest Hemingway sia sempre stato uno spaccone abituato a spararle più grosse della sua vita non è una novità. Il machismo - che propagandava lo scrittore americano - era un marchio, una firma che in un certo qual modo autentificava la sua statura di uomo troppo umano per usare una formula nicciana.
Infatti non è strano, ma oggi non c’è nessun testimone che possa dire che quanto detto da Ernest corrisponda a verità. E con tutta probabilità nemmeno ieri. Mancano le prove, completamente: c’è solo la parola di Ernest, di un uomo che amava spararle grosse. Rainer Schmitz ha ben poco da esultare e non ha proprio alcuna ragione per apostrofare Ernest vile o in altro modo. L’unica persona di cui sappiamo per certo esser stata accarezzata dalle pallottole di Hemingway è Ernest, Ernest che il 2 luglio1961 sparandosi con un fucile da caccia della sua casa di Ketschum, nell’Idaho, diceva addio al “macho” e al “vecchio e il mare”, a l’“addio alle armi” e soprattutto a un corpo vecchio che non amava più e che disprezzava per la debolezza e la decadenza. Ma anche se avesse fatto fuori quei 122 nazisti – ipotesi assai remota per quanto Hemingway amasse la caccia e le passioni forti -, non gliene se potrebbe far poi una colpa: la guerra non conosce la ragione né la pietà, e chi ci si trova in mezzo, in qualsiasi ruolo la fatalità gl’ha assegnato, può solo tentare di portare a casa la pellaccia.
La lettera incriminata, quella che secondo Schmitz non ha mai avuto l’attenzione che avrebbe meritato, è quella che Hemingway scrisse il 27 agosto 1949, quattro anni dopo la fine della guerra, al suo editore, Charles Scribner: “Una volta ho ucciso un crauto-SS particolarmente sfrontato. Al mio avvertimento, che l’avrei abbattuto se non rinunciava ai suoi propositi di fuga, il tipo aveva risposto: ‘Tu non mi ucciderai. Perché hai paura di farlo e appartieni a una razza di bastardi degenerati. Inoltre sarebbe in violazione della Convenzione di Ginevra’. Ti sbagli, fratello, gli dissi. E sparai tre volte, mirando allo stomaco. Quando quello cadde piegando le ginocchia, gli sparai alla testa. Il cervello schizzò fuori dalla bocca o dal naso, credo.” Poi, il 2 giugno 1950 in una lettera all’amico Arthur Mizener, docente di letteratura alla Cornell University: “Ho fatto i calcoli con molta cura e posso dire con precisione di averne uccisi 122. […] Uno di questi tedeschi era un giovane soldato che stava tentando di fuggire in bicicletta e che aveva all’incirca l’età di mio figlio Patrick… gli ho sparato alle spalle, con un M1”
 
Günter Grass ed Ernest Hemingway, due Nobel, due scrittori, due uomini alla fin dei conti, due uomini pronti a uccidere per non venir uccisi, o solo da un fantomatico destino trascinati di peso nella possibilità di uccidere altri uomini?
La risposta la sa il vento.
 
Ma noi sappiamo con tutta sicurezza che la Jong e i suoi ricordi datati circa la fellatio non possono che interessare qualche nostalgico nonnetto e, perché no, anche qualche psicopompo. Lauren Weisberger invece è troppo acqua e sapone – una diavoletta in jeans ma tanto tanto bellina – perché le si possa sparare contro senza provare almeno un po’ di rimorso, tanto più che da “Devil wears Prada” è stato tratto un film presentato fuori concorso alla 63ma Mostra di Venezia, film che ha il merito d’aver rilanciato nel grande pentolone cinematografico hollywoodiano una non più giovane Meryl Streep.
 
E questo è tutto o quasi.
Fate l’amore e non la guerra.
Fate l’amore e non predicate alcuna fede religiosa e/o politica.
Fate l’amore e vestite Prada se vi va; però evitate la Jong se avete un minimo di buongusto.
Fate l’amore e leggete Saramago, Grass, Hemingway.
Di tutto questo c’è bisogno. Solo di questo.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:55 | riflessioni, satira | clicca per commentare commenti (8)



Silvio Muccino Carla Vangelista, 404 pagine da riciclare

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, settembre 29, 2006


Silvio Muccino/Carla Vangelista


parlami d’amore


Muccino - Vangelista

 
404 pagine tutte da riciclare


 
di Giueppe Iannozzi
 
 
 
 

Questo libro è stato terminato la sera in cui l'Italia ha vinto i Mondiali di calcio.
 
Al loro primo incontro, i due autori hanno stabilito un’immediata sintonia perché avevano lo stesso orologio
 
 
“Parlami d’amore” della coppia improvvisata Muccino Vangelista: illeggibile.
 
404 pagine scritte, stampate con inchiostro nero più del nero su carta bianchissima.
404 pagine da destinare al macero.
 
Sprecare la carta è un peccato imperdonabile.
Imparare a riciclare la carta, insegnare alle nuove generazioni che la carta è un bene importante, prezioso.
Insegnare alle nuove generazioni, far capire a quelle vecchie possibilmente, che il disboscamento è una crudeltà che solo il genere umano usa, con l’arroganza poi di dirsi essere superiore e civile.
 
 
Note: Copertina plastificata.
Banali persino i risvolti di copertina che, solitamente, sono ben scritti ma non per questo libello qui.
 
 
Parlami d’amore - Silvio Muccino/Carla Vangelista - Rizzoli - Collana: 24sette - Pagine 404 - Anno 2006 - ISBN 8817012998 - € 16.00
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:48 | recensioni | clicca per commentare commenti (18)



La Taverna & Altre Storie

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, settembre 28, 2006


vampiresnight_bt_chatterly

La notte del vampiro è Opera di Chatterly



 
La Taverna



& altre storie
 
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
LA TAVERNA
(alla fine del mondo)
 
 
a Chatterly,
My Immortal Muse
 
 
Regalerò profumi eterni di morte
ai passanti, ai giovani ignari che qui
oggi posano il piede in questa taverna
da dio dimenticata dove soltanto la luna
pigra, di tra le commessure, fa capolino
con pallidi raggi a rischiar
per un momento appena
volti spigolosi, altri barbuti di denti marci
cui nemmeno la più sporca chellerina
oserebbe dar loro una timida carezza
Abominio del mondo, genti che vengono
di là dal mare o da deserti sconosciuti
qui si raccolgono a confabulare di delitti e lemuri:
straparlano bestemmiano gridano cavernose parole
che un senso non ce l’hanno
se non per pochi iniziati e chi a loro uguale
Ah, giovani, sempre troppo, che fate qui?
La morte andate corteggiando
come fosse la più ambita delle cortigiane:
qui, qui sol si mesce rosso vino
che soltanto gole ardite e vecchie di tumori
possono ingollare senza perire
Che fate, che cercate? La luna non v’è complice
né felice sarà la notte che avete scelto
perché vi faccia da ultimo letto
Non li sentite forse addosso gli sguardi,
non le vedete tutte quelle bocche spalancate
che gli basta un momento per cacciarvi
dal petto il cuore l’anima e la religione?
Ingenui che siete, nella fortuna confidate
come i ciechi di lunga data
che nella vita mari e monti hanno imbrogliato
senza incontrare pericoli più grandi
delle loro unghie incarnite negli alti stivali:
ma che poi un giorno si svegliano
e capiscono che il cappio gl’ha soffocato la parola
prima che ebbero modo di capire il perché
e il percome
 
Così questa notte, voi che entrate portando ingenuità
dipinta sui volti ancora glabri, di labbra mai baciate,
scoprirete dando al mondo il vostro sangue la verità,
la più elementare: che ogni uomo
da Caino ad Abele è un tagliagola incallito
che nella strozza non un rimorso o un nodo sente
Vengo da voi, col sorriso rosso e il generoso petto
bene in vista nella scollatura; vengo con le gonne
quasi alzate, perché almeno vediate per un secondo
tutta la lussuria che v’è nelle vene. E che mai,
che mai e poi mai consumerete
 
 
 
 
 
DURI A MORIRE
 
 
a Gail,
che s’è fatta lontana
funambola
 
 
Ti sento così distante
Così distante
che mi fa paura il vento
che porta il tuo profumo
 
Ti sento così lontana
che basta un mio sospiro
per lasciarti morire
 
Dov’è la ragazza pazza
che con me un poco giocava
nelle giornate d’inverno?
Dov’è quell’amore
che mi usavi reggendomi
il capo sulla dolcezza
del tuo bianco seno?
 
Niente più è rimasto
Sparito ogni ardore
nessuna eco né rumore
per questo stanco cuore
che ostinato in petto
resta come una malattia
- che mai può guarire
 
Eppur mi reggo in piedi
 
Affronto la vuota orma
dei tuoi dolci fianchi
un tempo addormentati
su queste seriche lenzuola
di vergini orgasmi duri,
duri a morire negl’istanti
proiettati verso l’ultimo
orizzonte
 
 
 
 
 
TRASPARENZA
 
 
a Barbra (B.B.),
che è Zingarella
 
 
Così bianca, così silente
nelle assenze portate
dimostrate
con quel sentimento
sospeso
nelle lacrime alla loro alba
e la voce che dalla gola
non sa d’uscire in leggero rantolo
 
E già è il tempo di dormire
con occhi
che il mondo l’han visto
prima vicino
uguale a graffi sulla pelle
poi sol più lontano, velato
di forme e movimenti
in trasparenza quasi
 
Però i pugni stretti
bianchi tanta la forza
che è del dolore, mio Amore
 
 
 
 
 
ZAR
(di tutte le Russie)
 
 
Come osi, Stella del Nord
che nel mio vasto regno
hai sconfinato,
portando i tuoi piedi piccini
infangati d’amor e tacchi alti,
dir allo Zar di tutte le Russie
“Non sei tu il Re che io cerco!”
 
Nella neve alta hai camminato
sfidando lo schianto della bufera
e il gelo profondo della via:
potevi perire in un batter di ciglia
E sarebbe stato forse meglio!
 
Se tu Stella del Nord non mi vuoi
nessun altro potrà mai e poi mai
averti al suo fianco per sempre
o anche solo per un’unica notte:
perché io, innamorato come sono,
non ci penso mica su due volte
a farti sbattere nel più freddo
dei recessi di questa grande regione
Lì rimpiangerai, rimpiangerai
di non avermi amato
almeno un momento
per il tempo d’una menzogna,
per l’attimo che ti sarebbe bastato
a portare avanti quel tuo sogno
che io nel tuo cuore ho scorto
e che ora rivelato è ai quattro venti
perché nessun valore abbia
all’orecchio di chi la eco ne raccoglierà
 
Stella del Nord, Stella del Nord,
mia unica gioia e grande pena,
oramai già giaci fredda, senza vita
più del mio gelido cuore
che in petto resiste in dolore
 
 
 
 
 
SONNAMBULI
 
 
a Lady Cybilla,
che sa delle albe
dei tramonti
 
Di tutte le gioie cantate all’alba
che rimane? Questa pallida luna
aspettando un altro tramonto
rosso, uguale a umana eternità
che sin troppo bene conosco
e che non m’affida libertà
né voglia di spendere o spiare
sulle lancette il batter lento
monotono del tempo – del sogno
 
 
 
 
 
NESSUN RIMPIANTO - AFORISMI
 
 
1. Nessun rimpianto, nessun rimorso: dolore sì, ne ho sperperato e ne ho ricevuto. Ma non cambierei una virgola del mio passato; forse solo metterei qua e là qualche puntino di sospensione per dar vita alla possibilità d’una pioggia improvvisa nell’oggi, nel futuro che, bene o male, mi aspetta. Disordine e disordine, in fondo, hanno un uguale Padrone o Padre che dir si voglia: di nome fa Caos. E’ il Caos da ben prima che l’uomo rovinasse tutto, la sua stessa vita compresa, con la smania di voler correggere questo e quello, con la pazzia di voler trovare a ogni cosa animata e inanimata una collocazione.
 
 
2. L’amore è un coltello alla schiena.
Si soffre nella misura che si sa amare e quindi sopportare.
 
 
3. Il diavolo non fa i coperchi, così almeno si dice. Ma le donne fanno le pentole e i coperchi, in taluni casi le corna. Gli uomini si toccano soltanto i coglioni per scongiurare la possibilità d’un tradimento.
 
 
4. Non credo che esistano le streghe e possano farmi o del bene o del male. Credo però nelle donne. Spesse volte credo anche alle minacce che le donne...
 
 
5. Oh! Ladies and Gentlemen, ma io credo d’esser ben oltre l’esser Sommo, probabile che oramai sia l’Onnisciente. No, di più, troppo divino per potermi lasciar dire divino da chi mi ama e da chi odia. Nel mio nome nessuno si può permettere di muoversi guerra..
 
 
6. Non facciamola così catastrofica. I fantasmi sono poi la parte migliore degli uomini e di chi li gestisce, ovvero altri uomini. Niente di nuovo sotto la cenere che s’accende e si spenge più volte al giorno, come una lampadina malata di sé.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:03 | poesia, riflessioni | clicca per commentare commenti (25)



Silvia Baraldini è finalmente una donna libera

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, settembre 27, 2006



Libera.




Silvia Baraldini è finalmente

una donna libera.

 
__________________
 
 
Signore/i,
 
sì, non è una illusione, finalmente, dopo anni di sofferenze, di ingiustizie che noi solo possiamo immaginare ma alla lontana, Silvia Baraldini è una donna libera.
 
Lasciate qui impressioni, considerazioni, atti d’amore: li raccoglierò poi in un post in segno d’omaggio a Silvia Baraldini, alla Libertà che per troppo, troppissimo tempo le è stata ingiustamente negata.
 
Una sola raccomandazione: i commenti che a mio avviso dovessero risultare in qualsiasi forma e modo lesivi, offensivi, razzisti, inutilmente provocatori, verranno cancellati dal sottoscritto, Giuseppe Iannozzi. Tutti gli eventuali commenti ingiuriosi dicevo verranno cancellati, e gli eventuali provocatori non riceveranno alcuna risposta né qui né in privato né altrove.
 
Buonsenso e libertà.
 
Giuseppe Iannozzi


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 09:05 | diario, generico | clicca per commentare commenti (7)



Nicola Tassoni - Prospettive. quasi una storia d'amore

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, settembre 26, 2006


Tassoni Nicola - Prospettive


Prospettive



“quasi una storia d’amore”


Nicola Tassoni
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
“Il tutto, lo so, è di una normalità spaventosa. Quello che non so è come mai, a questo punto del racconto, comincio ad incazzarmi.”
 
 
Questo è un Romanzo. Esordire così, per un giudizio che è di valore, colpa di Nicola Tassoni, poeta-ferroviere, che ha dato alle stampe “Prospettive”, una quasi storia d’amore. Nicola Tassoni è nato nel 1962 nella grassa, saggia, dotta, godereccia e un po’ busona Bologna; ha vinto per due volte il Premio Nazionale di Poesia Elios del DLF Messina, il Premio Letterario Alessandro Fantazzini di Anzola Emilia (racconti brevi).
No, niente smanie di capolavorismo: ma c’è che in un mercato editoriale sempre più inflazionato da novità sostanzialmente vuote e inutili, “Prospettive” di Nicola Tassoni si aggiudica, per meriti conquistati sul campo (di battaglia), l’elezione a Romanzo, perché brillante d’una trama solida sempre proiettata verso squarci di poesia, perché in una lingua che è semplice ma mai banale. 
C’è Bologna, c’è anche lei busona, in “Prospettive”: ma non è quella Bologna fintamente rossa e rivoluzionaria a cui ci ha abituato Enrico Brizzi, è piuttosto una città fetale, quella che ha cantato Francesco Guccini e che ha superbamente ritratto in romanzi quali “Croniche epafániche”, “Vacca d’un cane”, “Cittanova blues”. E’ la Bologna fra la Via Emilia e il West, è un trionfo di chimere e di incazzature a muso duro, di amori che corrono veloci; e per nostra fortuna lontani dagli stereotipi ridanciani e scontati che possiamo – ahinoi! – trovare in quei film da botteghino di Leonardo Pieraccioni, in quel “suo West” da cui dovremmo tenerci ben distanti, da quel West che è peggio di una sciagura in celluloide firmata dai fratelli Vanzina. Scrive Francesca Mazuccato sul suo blog, “Books and Other Sorrows” recensendo “Prospettive. Quasi una storia d’amore” di Nicola Tassoni: “Un protagonista diviso fra vari amori, con una famiglia affettuosa e perennemente presente, una scrittura ironica, sapiente, coinvolgente e che tiene, dalla prima all'ultima pagina, senza cadute, con personaggi plausibili che, sarà perchè il romanzo è ambientato a Bologna o perchè Tassoni è davvero bravo a tracciare figure che sono ‘manichini riconoscibili’ , caratteri che combaciano con altri, rintracciabili nelle nostre vite, personaggi che mi sembra di conoscere da sempre, di poter incontrare proprio adesso,scendendo di casa a percorrere le stesse strade. E’ un libro sull'amore e sulla sua ricerca, sui piaceri, sul branco, sul femminile e sul maschile( e, devo dire, l’autore ha un occhio e una penna delicatissima e raffinata che indulge con maestria soprattutto sulle donne che ci racconta.)” (leggi tutta la bella recensione di F. Mazuccato)
Nicola Tassoni ha davvero una gran bella penna, nettamente superiore a tanti scrittorucoli blasonati per mere questioni diplomatiche e quasi mai per meriti: di primo acchito si potrebbe pensare alla scrittura di Tassoni come a della narrativa rosa, lad lit, à la Nick Hornby. In verità, se proprio dobbiamo provare ad accostare la scrittura di Nicola per dirla anche lad lit, molto meglio guardare al più completo e raffinato Jonathan Ames, autore di almeno un romanzo memorabile “Io e Henry”, che non scrive letteratura rosa per maschietti né per omosessuali, ma che invece ci dà a una dimensione letteraria, commedia umana à la Honoré de Balzac. In verità la lad lit è iniziata, perlomeno in Italia, con altri autori: basti citare Andrea De Carlo, ossessivamente ripetitivo, fino ad arrivare a Federico Moccia che era forse il più giovane rappresentante di una letteratura piuttosto spicciola. La palma del più giovane gli è stata strappata da Silvio Muccino. Per fortuna, Nicola Tassoni non ha niente di questi autori, se non molto marginalmente: la differenza fra Tassoni e un Muccino è di sostanza, difatti il secondo è solo un’idea commerciale, Nicola Tassoni è invece in una naturale vocazione di qualità a fare anche della lad lit.
Una doverosa digressione: il novanta per cento della narrativa contemporanea fa letteralmente schifo: un buon motivo per non leggerla. Forse di più: il novantacinque per cento. Ma i Classici, quelli li dovrebbero leggere tutti: perlomeno quei “tutti” che non ci tengono ad essere degli ignoranti cafoni, camalli d’Abissinia tra Babele e la Grande Mela. Se oggi non si legge l’autore contemporaneo, colpa del sistema scolastico, della famiglia, dell’ambiente che si frequenta: una serie di congiunture che portano l’individuo a non leggere niente, a parte le istruzioni per la carta igienica e il solito giornaletto porno. Il critico è, il più delle volte, nel novantanove per cento dei casi, una persona poco pulita che promuove un libro solo perché non deve dispiacere né all’editore né all’autore, altrimenti il critico non mangia più manco uno spaghetto uno. Però: se uno non vuol leggere, che non legga. Tutto di guadagnato, alla fin dei conti... Ci sono intere collane promosse da grandi editori che vanno bene solo per i roghi, o meglio per le industrie della carta riciclata. Però i roghi fanno più effetto in pubblico, ma non aiutano contro il disboscamento selvaggio di cui noi tutti siamo colpevoli vittime. E mettendo i puntini sulle “i”: il novantanove per cento dei libri su carta riciclata andrebbero riciclati di nuovo, usando lo sbiancante per la carta almeno questa volta.
“Prospettive” di Nicola Tassoni è un Romanzo che parla d’amore, con raffinatezza, passando da una dolcezza a una incazzatura, da un innamoramento a uno scioglimento dell’anima: è l’amore, una falena che consuma le ali su una colonna sonora ideale, la “Canzone quasi d’amore” di Francesco Guccini, “Tutto questo lo sai e sai dove comincia/ la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia/ perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni/ e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,/ saggi, falsi, sinceri... coglioni!/ Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata? […]” Una farfalla che cerca la luce, sia essa lontana vicina possibile o diversamente: l’importante è che la cerca per tutta la sua breve esistenza consumandosi le ali, lasciando dietro di sé una scia di magia che è impalpabile sentimento chimerico di rimpianti, di rimorsi anche.
“Prospettive”, questo è un Romanzo, di Nicola Tassoni, che si fa leggere con naturalezza, la stessa che il poeta, che l’autore, che l’umile poeta-ferroviere ha tradotto in ogni pagina, in ogni situazione. Non c’è peccato né spreco alcuno di sentimenti o sentimentalismo: l’unico peccato sarebbe quello di lasciarsi sfuggire l’occasione di leggere un Romanzo leggero sì ma raffinato, che parla d’amore, che parla di noi, del vivere in provincia, e del sentirsi un po’ coglioni alla fine di una storia.
 
 
Prospettive. Quasi una storia d’amore – Nicola Tassoni – Collana: Immagina - Eumeswil Edizioni – 304 pagine - Euro 14.50
 
 
Disponibile anche su:
 
http://www.editoriaindipendente.it
 
 
 
Andrea Nobili  introduce  Nicola Tassoni

La prefazione al volume “Prospettive”
 

 
Un diario delle piccole cose: ecco che cos’è questo romanzo. Non nel senso banale del termine ovviamente, ma anzi, nel senso più raffinato, alto, pieno e tenero. Ci si ritrova tutto ciò che è una vita in queste pagine di Nicola Tassoni. Vita che è amori, crisi, sprofondamenti e rinascite, apnee, incazzature, rabbie, felicità varie e uniche… prospettive. Già: ci si volta a guardarla questa commedia della vita, da punti diversi, in tempi diversi, ed ecco che subito acquista nuove luci, o forse ombre. Prospettive che danno e che prendono, che disegnano confini a volte labili, a volte spigolosi e ruvidi. Il cristallo che plasma la realtà, il miracolo che colora le cose, che le scalda e le raffredda, che le fa belle o brutte, che abbatte ogni barriera e libera lo sguardo facendolo volare oltre, dove prima si era fermato, è l’amore. Una chimera un po’ busona che «scappa da tutte le parti e che sembra spesso una grande, colossale illusione. Amore: «cinque piccole lettere, quattro in inglese». Amore: Jé t’aime.
 
Amorecemento, amorecretino, amorecieco, amorefurbesco, amoresordo e un po’ balordo. Ci si annusa. Ci si accompagna. Per un po’, ci si illude. E poi, quando la prospettiva cambia… ci si perde. «Peccato!» avevamo solo preso una cantonata. E ci si lascia così, magari avvolti in una sciarpa di lana anche se si è allergici alla lana, nel freddo di un inverno che di colpo sembra ridere di noi. Per arrivarci a quel momento, al momento delle certezze che crollano, quanta fatica, quante notti, quante domande. Lo si era costruito a lungo o lo si era trascinato a forza fin lì quel momento sospeso tra il tempo che passa e il cuore che stride: si erano attraversate le piccole cose, le cose che nei film non vorresti mai vedere perché troppo banali, troppo ordinarie, troppo appunto, piccole. Cose che non si raccontano, che non fanno notizia. E in mezzo agli altri che sembrano tutti avere le risposte, tutti essere felici, in mezzo alle sfighe quotidiane e alle mille domande più grosse di noi, enigmi e/o scioglilingua senza senso, ci si tormenta e un po’ ci si perde. Vorremmo essere tutti eroi, tutti protagonisti. Ma in quel casino di gente che c’è al mondo siamo granelli di sabbia in balia di quei bei giorni che vanno via in sordina. Poi, senza dire niente, proprio in uno di quei bei giorni del cazzo appunto, in mezzo alla felicità degli altri che avevamo giurato di invidiare, c’è anche la nostra di felicità, solo che eravamo talmente occupati a inseguire falene che l’avevamo persa di vista: avevamo sposato un’altra prospettiva. Quell’amore-falena che sembrava irraggiungibile era lì, a due passi da casa, richiuso nell’altro cancello. Aveva labbra e mani conosciute, parole già dette, occhi già visti. C’era sempre stato: solo che eravamo troppo impegnati a scrutare l’orizzonte. Dovevamo forse restringerla, la nostra prospettiva, e allora l’avremmo trovato l’amore: era lì a pochi metri, sepolto da tutte quelle piccole cose. Le nostre domande poco a poco trovano una risposta perchè «forse non ci stiamo perdendo, ci stiamo solo ritrovando». Prospettive appunto. Prospettive e campi di calcio. Prospettive e serate cubane e colli bolognesi e funghi e fiumi di birra e litigate con Giulia e incazzature con Silvia, e computer che si rompono, e e-mail interrogative e lettere su carta pergamenata… Prospettive e cani corsi, e gemelli e sere di luglio profumate di lavanda e Madonne di S.Luca, e imberiaghi sopiti dalla calura agostana. Prospettive e poi Guccini e Santana, e film, e sceneggiature da scrivere, e serate macrobiotiche, e sigari, e canederli, e rifugi, e grappe di Müller Thürgau. Prospettive e cielo di dolomiti: un po’ come la vita, questione di cieli sereni e di giorni del cazzo.
 
 
 
 
TASSONI – FRATELLI DI PENNA
 
Due fratelli che condividono la stessa passione per la scrittura. Fratelli di penna. Nicola Tassoni, che si è guadagnato il soprannome di "poeta-ferroviere", ha esordito con Prospettive, una "quasi storia d'amore" un po' tragicomica, carica di speranza e di tenerezze, di luci e di ombre, la storia di un trentenne che matura grazie all'amore. Roberto Tassoni ha debuttato con Quando c'erano i Qdisk, che racconta di un ragazzo che dalla vita ha avuto tutto, e che improvvisamente vede la sua esistenza rivoluzionata da un incontro inaspettato e alquanto particolare con una splendida, misteriosa ragazza. I due autori si raccontano in un’intervista doppia in esclusiva per Delirio.NET.

Delirio.NET : Chi ha iniziato per primo ad appassionarsi di letteratura, chi ha iniziato a scrivere, chi ha trainato l’altro?

Nicola: Mi prendo l’onere di essere stato il primo a mettere su carta le idee che mi passavano per la testa, anche per una questione anagrafica, ma ho sempre scritto racconti brevi e poesie, poi quando, devo ammettere con sorpresa e gioia, Robby mi ha detto che aveva scritto un romanzo e aveva trovato un editore che lo pubblicava, ho tirato fuori dal cassetto il mio romanzo, quello che avevo iniziato e mai finito. Eumeswil Edizioni ci ha creduto è ed nato.
Credo proprio che senza la spinta di Robby Prospettive, quasi una storia d’amore sarebbe rimasto dentro quel cassetto tanto tempo, forse sempre.

Roberto: La passione per la letteratura credo sia congenita, Nicola ha iniziato per primo a scrivere, io penso di avere spinto in qualche modo Nicola a cimentarsi con qualcosa che fosse più "corposo" di poesie o racconti brevi, ma in fondo credo che ognuno di noi abbia percorso la sua strada.



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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:03 | recensioni | clicca per commentare commenti (36)



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