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d'amore - di Romantica Vany & King Lear

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parole in bocca a un collo spezzato

written by King Lear    - martedì, ottobre 31, 2006




- artwork di G. Iannozzi -



parole in bocca


a un collo spezzato
 



 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

1. La Letteratura è morta. Tutti ne parlano. La notizia è in prima pagina, tutti i quotidiani nazionali ne parlano. Gli scrittori ne scrivono senza posa da mane a sera: del fattaccio che la Letteratura, sì, è morta. 
 
 
2. La vita è una volgare puttana che parla sempre fino ad ammazzarti, senza mai usare con nessuno anche solo un profilattico da due lire.
 
 
3. Una vita di difetti e dispetti è una vita che val la pena d’esser scopata. Per tentare d’insegnarle un briciolo, uno solo d’amore.
 
 
4. La politica fa la democrazia? o è più giusto domandarsi il contrario? Non lo so. Ma la politica è poi solo a ben guardare un cesso otturato, il buco del culo d’un ubriaco perduto nel suo sogno di stuprare qualche giovinetto bello, di parvenza innocente.
 
 
5. Per me Vladimir Putin è, rimane un figlio del comunismo capitalista e non semplicemente del “capitalismo”: insomma un vero e proprio mostro. Come Stalin. Tra i due non saprei proprio dire chi peggiore. Due putrefazioni, due cancheri, due mostri per uguale morte.
 
 
6. Mi chiedono perché sono sempre nero in volto. E la risposta che gli suono da sempre negli orecchi, quasi gridando, quasi sottovoce, è una e una sola: perché diavolo continuate a ripetervi?
 
 
7. Meglio una donna bella a una che è bella e intelligente.
 
 
8. Dio è sicuramente un vecchio anarchico palloso, con gli occhi cisposi la sinusite e i denti tutti neri marci. E’ l’eterno perfetto ritratto del medio borghese.
 
 
9. In un mondo di buffoni dichiarati, mettersi a fare il serio sul serio conduce o al manicomio o all’obitorio.
 
 
10. Sono parole in bocca a colli spezzati. Ma la verità non gli appartiene e nemmeno la giustizia: gli impiccati infatti sono tutti uguali, sia quello che s’è pisciato addosso, sia quello che se n’è andato con il ghigno in faccia. E poi gli avvoltoi a strappargli occhi naso lingua, sempre insoddisfatti.
 
 
11. Hanno buttato pesci d’acqua dolce nel mare: e la chiamano scrittura creativa. Io, disperazione.
 
 
12. Scrivere (inventare) storie d’amore equivale ad amputarsi il cervello pezzo dopo pezzo con seghe di parole: una morte crudele molto in voga tra i cattocomunisti.
 
 
13. Lottare contro i mulini a vento è vana ingenuità. Lottare contro il solo vento è più pericoloso. Ma il risultato finale è sempre uguale, manicomio ospedale o una pietra tombale per sola verità.
 
 
14. Se oggi dici e domani ti trovi in contraddizione, sappi che non è tutta colpa tua: in fatto di revisionismi storici sociali politici c’è sempre qualcuno più avanti di te.
 
 
15. L’uomo politico è una brutta razza: si riproduce e mai che rischi l’estinzione.
 
 
16. Leggere dei libri è un’attività per pochi, per chi ha tanto tempo pazienza e cervello da buttare via.
 
 
17.Vivere o morire, questo è il dilemma! Ma oggi come oggi, per l’attuale momento storico che è di tirannia, siamo tutti morti viventi.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:35 | riflessioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (29)



La Realtà in Trasparenza, Le lettere di J.R.R. Tolkien

written by King Lear    - lunedì, ottobre 30, 2006





La Realtà in Trasparenza


Le lettere di J.R.R. Tolkien
 



 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
La realtà in trasparenza è una selezione di lettere dal 1914 al 1973 di J.R.R. Tolkien a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien. Il volume si contraddistingue per l’ampia scelta di lettere, molte volte personali, altre strettamente legate al lavoro di Tolkien come creatore di mondi fantastici. La realtà in trasparenza si lascia leggere come il migliore dei romanzi: anche nelle missive il professore oxfordiano Tolkien non lesina sullo stile e sulla chiarezza, e questa raccolta di lettere ne è la prova. Ben presto, leggendo il volume, ci si rende conto che è come se si stesse ascoltando la viva voce di Tolkien che racconta la propria vita investendola di una forte carica umana ma anche di una forte componente fantastica: John Ronald Reuel spiega con estrema delicatezza il suo rapporto con il mondo reale, con quello fantastico e lo fa senza assumere pose dottorali bensì con tutta umiltà, la stessa che caratterizza i suoi scritti sulla Terra di Mezzo.
La felice cernita delle lettere operata da H. Carpenter e C. Tolkien ci restituisce un uomo che giorno dopo giorno affronta la vita non senza interrogarsi su di essa: la fantasia e la vita per Tolkien sono fra di loro legate e non poche volte in risposta a colleghi, semplici ammiratori o contestatori del suo lavoro, J.R.R.T. risponde sempre con gentilezza spiegando i motivi che l’hanno portato a inventare la Terra di Mezzo e come essa funziona. Ma Tolkien non è soltanto il creatore del Signore degli Anelli, è anche un uomo con i piedi ben piantati a terra e quando si tratta di spiegare le ragioni del suo credo politico non esita a liquidare il nazismo come pura follia; è spesse volte critico nei confronti di quanti hanno ravvisato nelle sue opere una fede religiosa (o politica) reale, e avverte questi sprovveduti che la fantasia può essere tale solo quando è intesa come un mondo fantastico con delle sue precise regole che non sono, e non devono essere, necessariamente quelle del mondo reale.  
Francia, fronte della Somme, marzo 1916, le truppe britanniche sono acquartierate fra casematte e trincee fangose, è un triste pomeriggio piovigginoso ma un ventiquattrenne ufficiale dell’11° fucilieri del Lancashire stanco e annoiato di leggere pubblicazioni militari quasi si estranea dal mondo della guerra e ritocca e perfeziona un linguaggio di sua invenzione, la lingua delle fate.
La saggezza quotidiana di John Ronald Reuel Tolkien lo conduce sempre ad accantonare le argomentazioni puerili, goffe, la vita mondana, per ricercare realtà autentiche e perenni, ovvero gli elfi, le fate, gli alfabeti fantastici, i poemi d’amore. Tuttavia la guerra, lo sconvolgimento del mondo civile, ben presto lo vedrà costretto suo malgrado a schierarsi contro le pazzie politiche di Hitler: il mondo fantastico è quello che maggiormente interessa Tolkien anche quando la civiltà impazza per l’arianesimo, il suo atteggiamento nei confronti degli accadimenti politici è quasi apparentemente distaccato, un distaccamento apparente che in futuro gli avrebbe creato una fama postuma politica non proprio felice e assolutamente erronea. Quando nel 1970 il Signore degli Anelli venne pubblicato in Italia da Rusconi, editore prettamente interessato a opere culturalmente di destra, molti videro in Tolkien un uomo del proprio partito politico. Per anni si sono consumate diatribe intellettualmente noiose e futili per accertare con una certa arroganza che Tolkien poteva essere o solo di destra o di sinistra; tuttavia la verità è che il professore oxfordiano era semplicemente un uomo gentile, un gentleman un po’ bizzarro, un accademico colto, che condannava la guerra e l’arianesimo e leggendo La realtà in trasparenza questa verità emerge in tutta la sua inconfutabile chiarezza. In una lettera indirizzata a Christopher Tolkien del 1944, J.R.R. Tolkien fa il punto circa la politica di moda dei suoi giorni: “Non riesco a vedere differenze fra il nostro stile popolare e i decantati ‘idioti militari’. Sapevamo che Hitler, oltre ad altri difetti, era un piccolo furfante volgare e ignorante; ma sembra che ce ne siano molti altri che non parlano tedesco, e che, nelle stesse circostanze, mostrerebbero di avere molte delle altre caratteristiche di Hitler.” A dirla tutta, J.R.R. Tolkien era inorridito dall’eventuale utilizzo ideologizzato dei mondi fantastici da lui creati; Tolkien nutriva una profonda convinzione dell’Eternità, del confronto fra il Bene e il Male. Le favole, a suo avviso, avevano tre volti interpretativi: quello mistico che guarda al soprannaturale, quello magico dedicato alla natura e infine lo specchio di scorno e di pietà che offrono all’uomo.  
Chi pensa a J.R.R. Tolkien come personaggio della Terra di Mezzo è in errore: quello è il porto della fantasia e come ogni porto finisce per essere autonomo: “Io in realtà,” scrive Tolkien a Amy Ronald nel 1969, “non appartengo alla storia che ho inventato, e non voglio appartenervi.”
Chi era veramente J.R.R. Tolkien? Come viveva nella realtà di tutti giorni l’uomo capace di far parlare le fate, innamorare gli elfi e di perdersi negli intricati labirinti della Terra di Mezzo? In questo volume abbiamo finalmente la possibilità di scoprire Tolkien che parla di sé con assoluta onestà, e così Tolkien è un ragazzo entusiasta che durante la guerra, nel 1916, scrive alla fidanzata per comunicarle di aver inventato la lingua delle fate, ma è anche uno genio artistico che nel 1934, mentre in Inghilterra le discussioni sono tutte imperniate su Hitler, riesce a regalare al mondo Lo Hobbit, la quintessenza della capacità di sognare nonostante tutto, la poesia tradotta in immaginazione umana quanto fantastica. 
La realtà in trasparenza non è una semplice raccolta di lettere, è soprattutto la vita di un uomo e di un maestro che non ha paura di mostrare al pubblico la sua genuina umiltà e la serena ingenuità ma colta per le faccende della vita reale e per quella fantastica. Per quanti non hanno ancora compreso la levatura morale e artistica del grande scrittore, La realtà in trasparenza è uno strumento indispensabile per conoscere Tolkien da vicino, ma è anche, e soprattutto, un testo che dovrebbe essere letto da quanti oggi gridano a gran voce, con assoluta arroganza littoria, di conoscere vita morte e miracoli del professore che seppe regalare al mondo la più bella storia fantasy mai scritta, quella del Signore degli Anelli. Le parole di Tolkien in queste lettere non lasciano scampo e spazio a quelle cattive interpretazioni così tanto di moda oggi di chi lo vorrebbe ridurre a una semplice icona di partito. Tolkien è Tolkien, non appartiene a nessun partito, se non a quello dell’umiltà, questo è il messaggio più alto che emerge da La realtà in trasparenza
 
 
La realtà in trasparenza: lettere – J.R.R. Tolkien – a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien – Traduzione dall'inglese di Cristina De Grandis - Collana I libri di Tolkien – Bompiani – ISBN 88-452-9130-8 - 530 pagine - 17,50 Euro

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:28 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (18)



eccetera

written by King Lear    - domenica, ottobre 29, 2006






eccetera
 



di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
la destra fa le pulci alla sinistra
la sinistra fa le pulci alla destra
il centro cerca di far centro
o se non altro un altro buco nell’acqua
ma che sia permanente
intanto le signore fanno la coda
per fare quattro chiacchiere dal parrucchiere
e c’è invece chi muore davanti alla porta della toilette
tirando giù una bestemmia
mentre l’amico accanto
si sbizzarrisce in un gioco di equilibrio
con una scoreggia uno sbadiglio
e un sacrosanto sbaglio - come una scimmia
però in tv danno un programma interessante
la classifica aggiornata di chi ha venduto di più
quel libro sulla liberazione o quello su gesù?
 
quel tizio era uno promettente
non se la tirava mai e mai un grido
poteva, sì, diventare uno scrittore di grido
ma l’hanno preso alle spalle in stazione ieri sera
non ha nemmeno esaltato l’ultima preghiera
prima d’andarsene via da questo mondo di pazzi
però la sua ragazza è così carina
che di sicuro domani entrerà in redazione
per una tribuna politica o un calendario
 
ma la destra si gratta con la sinistra
e la sinistra si gratta con la destra
e un gattaccio nero intanto attraversa la strada
e non uno che lo metta sotto con una sgommata
tutti a toccarsi e a guardare quella lì tutta nuda
però in tv danno uno spogliarello interessante
la messa al bando di chi ha venduto di più
giuda con la liberazione o la morta vita di gesù?
 
una scoreggia uno sbadiglio uno sbaglio
destra sinistra centro, centro sinistra destra
eccetera eccetera eccetera  

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:39 | satira | BlogNews | clicca per commentare commenti (8)



Mai Rivoluzionari

written by King Lear    -



- artwork by G. Iannozzi -
 


Rivoluzionari
 


di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
MAI RIVOLUZIONARI
 
 
Ma i rivoluzionari si fanno i fari lungo i viali a tarda sera
C’è chi ti dice “Adesso scava, trova la verità, fatti la tomba”
E c’è quella che c’ha gl’agganci in politica e in televisione
poi porta il visone che le ha fatto quella talpa del suo kapò
E non manca il solito che ascolta Stalin e Lenin e Baglioni
e non manca Benito vestito di tutto punto di mussolina
che si gratta i coglioni
e un po’ per gioco e un po’ per finta grida ai quattro venti
che qualcuno era comunista perché stanco d’esser comunista
 
Però la televisione, che gran bella invenzione:
stasera si fanno due o tre piste di bianca, e la uno bianca
e la strage di Capaci, ma quanti mostri rapaci
tra Bulli e Pupe, però va avanti il buon costume
quello solito di non starsi a lamentare, di star a guardare
le star come diventano polli d’allevamento
 
Ma i rivoluzionari si strappano la parrucca, si danno alla nera
Li ritrovi poi al mattino nudi, mezzo ammazzati in un dirupo
All’assemblea di condominio poi ti dicono che il pogrom sì
è un gran casino per i giornali ma che s’ha da fare per il bene
della nazione, in memoria della Grande Madre Russia
 
Però la rivoluzione, che gran bella invenzione più della Luna
E poi che si scopre! che il primo allunato era uno allupato
che aveva stuprato la cognata e le figlie ma quattro anni ancora
prima della pensione; però la rivoluzione che gran matrioska
 
Se compri i giornali, guardati le spalle, c’è chi ti fa l’occhiolino
T’ammazza dentro al primo portone in nome della rivoluzione
Se rilasci una ricevuta fiscale, toccati le palle, c’è chi ti si vuol fare
perché gl’hanno detto che c’hai un gran bel culo e non sta bene
 
Ma i rivoluzionari che gran bel tradimento, una tradizione
che si porta avanti col fazzoletto rosso di padre in figlio
Ma i rivoluzionari che strana, che strana illusione, uguali
a un non mai stanco attacco di prolungato meteorismo
praticamente un fatto piccolo di nessuna importanza
Signore e Signori, la rivoluzione si sa, cattiva digestione
 
Ognuno pensa ai propri sogni di pietra, ognuno pena di non pensare
Mai per il tricolore, mai per la falce e martello, mai per il nero
Io non sto dalla vostra parte, non faccio le parti di nessuno, non sto
Tanto, qui tutti rivoluzionari sì, ladri pirati o spie e mai uno di spirito
Ognuno pensa ai propri sogni di pietra, ognuno pena di non pensare
 
Ognuno pensa ai propri sogni di pietra, ognuno pena di non pensare
Mai per il tricolore, mai per la falce e martello, mai per il nero
Io non sto alla vostra corte, non faccio le sniffate di nessuno, non sto
Tanto, qui tutti rivoluzionari sì, mangiapatate e mai uno di spirito
Ognuno pensa ai propri sogni di pietra, ognuno pena di non pensare
 
Ma i rivoluzionari si fanno i fari lungo i viali a tarda sera
C’è chi ti dice “Adesso scava, trova la verità, fatti la tomba”
Ma la rivoluzione, oddio oddio!, che pazza punizione
 
E ‘fanculo, questo non è un bordello non è quello che tu dici in tv
E ‘fanculo, questo non è un reality show per dannati e drogati
E ‘fanculo, questo non è la tua donna non è quella che tu chiavi
 
 
 
 
 
I’M A SINNER
 
 
I’m a man of the world
but you don’t protect me
from what I want
‘cos I’m a sinner
and I’ll bring you
all my flowers and tears,
never my fears
 
Look me,
look me in the eye
There’s a pale sun
and in my mind
you can find
all my fantasies
and the Moonshadow
 
Design me, imagine me
And brush my soul
an’ burn my face
And start to pray
for a new screaming day
 
For god’s sake!
Don’t, don’t protect me
from what I want
I’m a word 
in the night confusion
 
 
 
 
Serietà
 
 
Prendersi sempre troppo sul serio, per apparire in pubblico facendo finta che non si sta facendo un’apparizione pubblica ma solo diplomatica, è un atto stupido quanto inutile e vile.
 
 
 
 
BENE E MALE: L’ANIMA COME PENSIERO
 
 
Non credo nella felicità, in quella dell’anima: l’anima, quel poco che c’è, per me è una amalgama di elettricità cerebrale e di chimica un po’ tanto alla boia d’un giuda. L’anima è questa: una cosa che sta nella testa, il pensiero in definitiva. Non c’è altro, non ci sono 21 grammi di una non meglio identificata energia che farebbe l’uomo immortale perché dotato di anima, manco questa fosse una sorta di airbag (salvavita) compreso nel prezzo del corpo mortale che ce lo teniamo finché dura, poi sottoterra, i più fortunati sotto due metri di buon terriccio con un epitaffio, molti in fosse comuni o peggio ancora. Far del male o del bene è solo una sfumatura nell’educazione del pensiero umano: la cultura d’un popolo, d’un clan, d’una razza anche, hanno i loro propri concetti di Bene e di Male. Un tempo la prostituzione era considerata un privilegio sacro, un dovere, un avvicinamento agli Dèi, e non da ultimo un onore: quindi era un bene, rientrava nella sfera “far del bene al prossimo” prostituirsi. Ammazzare senza pietà i neonati deformi, gettarli, sacrificarli, era ritenuto un atto necessario: il bene era far in modo che la società non avesse degli storpi da sostenere. E il cannibalismo: alcune tribù non vedono affatto del male nel mangiare brani sanguinolenti dei propri simili. La felicità è una forma di libertà, un pensiero tanto evoluto da rendere invalidi quei tabù che le nostre culture ci hanno inculcato nel corso dei secoli? E’ una possibilità. In fondo la differenza fra un Charles Manson e un Gesù Cristo è infinitesimale: a loro modo entrambi, alla fine, sono stati felici delle loro proprie scelte.
 
Forse l’uomo ha dato una definizione di etica al di là d’ogni possibile antropologia culturale. Ma ne siamo realmente sicuri? Non è che ci stiamo ingannando? Forse vogliamo essere ingannati dal nostro intelletto nonché da quel nostro sentimento per ciò che diciamo essere reale. Che poi l’uomo sia riuscito a tradurla l’etica in atti concreti nella realtà quotidiana, be’, è a mio avviso ancora da provare. Vecchio cliché del constatare, non senza amarezza, che tra “il dire è il fare ci sta di mezzo il mare”. Eppure temo ancora che ciò che per me è un valore al di là del mio little garden non lo sia già più. Mi sa che l’erba del vicino è sempre più verde: forse solo un difetto visivo, che è nel mio occhio che guarda.
 
 

- artwork by G. Iannozzi -
 
 
 
SENZA FUTURO
 
 
 
Ieri, era soltanto ieri che dicevo a me stesso che forse un filo di speranza a un filo c’era stata restituita a noi che siamo nostro malgrado italiani. Ma con il Governo che abbiamo, che abbiamo voluto, che anch’io ho voluto, e che ha tradito tutte le promesse che in campagna elettorale, ebbene non vedo nessun futuro né adesso né per un domani.
Credo che lo spirito di solidarietà fra disperati e disperati, fra precari e precari, fra derelitti e derelitti, alla fine si risolva in un atto nobile, d’amicizia in certi casi, ma nella sostanza temo rimanga un “puff”... un sassolino buttato nel mare in tempesta, o forse solo un palloncino tutto bello e colorato, e bucato solo perché lo si è pensato un po’ neanche poi troppo intensamente.
Se qualcosa potrà cambiare per chi oggi “senza un futuro”, se qualcosa si potrà fare sarà perché finalmente matura l’idea nobile e civile d’una sollevazione popolare non violenta gandhiana ma che metta in ginocchio il Governo italiano.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:01 | poesia, riflessioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (9)



Jesus saves All of Us.

written by King Lear    - sabato, ottobre 28, 2006



Jesus saves All of Us.


outside collage


all of us
- collage by G. Iannozzi -



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:34 | riflessioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (6)



doveri di un critico (in forma di lettera e domande)

written by King Lear    -



Vulcano incatena Prometeo, 1623, by Dirck van Baburen
(Dutch,b. ca. 1590, Utrecht, d. 1624, Utrecht)
 


doveri di un critico


(in forma di lettera e domande)



 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
Come una Lettera a un amico
 
 
Sì, Amico, infatti, te lo sogni che il critico, io compreso, vada in libreria a comprare il libro e poi a recensirlo pure: non c’ho scritto sulla fronte “croce rossa, avanti, chi vuol esser il primo cecchino a spararmi addosso! Avanti, coraggio, è facile prendere la mira: sono qui per questo”. Per quanto mi riguarda, ringrazia a mani giunte il tuo dio, chiunque esso sia o non sia, se leggo e poi impegno il MIO tempo a farti una critica anche di sole due righe due. Tutti vogliono fare gli scrittori, tutti vogliono pubblicare, tutti vogliono essere recensiti e criticati: e se muovi una critica negativa, o un pelino negativa contro un autore italiano, per dio!, vien giù come minimo San Pietro e tutti gli amici suoi borgatari a prometterti in un orecchio, perché solo tu possa saperlo, “Che fai, hai deciso per le stampelle?”
E se non sono le stampelle, mettici le mani, entrambe, sul fuoco che è l’ostracismo più vile e bieco, e nei casi più fortunati indifferenza totale per quel critico che ha osato dire che quel libro lì è proprio una cagata pazzesca più de “La corazzata Potemkin”.
 
1. un libro che costa 15 euro, che viene dalla penna di un esordiente o meno, è caro, carissimo; quindi evviva i pocket e gli allegati ai giornali a prezzi popolari;
 
2. il critico non è “il pronto soccorso” degli scrittori né un buon samaritano né un santo né altro: non sperare che vada in libreria a comprarsi tutte le nuove uscite che in questo Paese e che le paghi di tasca sua, che non dia da mangiare al figlioletto e alla mogliettina, perché lui c’ha la testa non fra le nuvole ma fra i libri che poi recensisce perché è un Candido, cioè un emerito pezzo di cretino. Per fortuna nostra, i pezzi di cretini sono inflazionati da tempo e soprattutto estinti da tempo;
 
3. per me, quegli editori o autori che s’illudono che tutto gli sia dovuto, pure la recensione senza copie promozionali, per me possono far la fame, anzi possono proprio avviarsi per il fallimento: perché non hanno imparato a relazionarsi né coi giornalisti né coi critici;
 
4. vogliamo far fuori un mezzo tabù? Allora, ci sono innumerevoli “rivistine” che per farti solo una segnalazione – o meglio una mezza sega - sul loro bollettino, ti chiedono l’abbonamento sostenitore, cioè circa 100 Euri, che tu scuci, poi su tiratura 2.000 copie del bollettino, ecco segnalato che il tuo libro è uscito. Bene, questi qui sono dei ladri; ma sapessi quanti e quanti scrittori in erba pagano l’abbonamento sostenitore per una segnalazione, neanche per una critica. A questi del libro gliene frega niente, perché non se lo leggono né mo’ né mai;
 
5. io la lettura me la godo sì, è un piacere, ma quando decido io di investire 15 o 20 o 30 o 100 o 200 Euri in libri, per i libri che dico io, e non perché ci devo far su una recensione, fosse anche al mio più grande amico; quindi, se leggo un libro che mi arriva perché è stato l’editore o l’autore a spedirmelo, magari scopro che è bello, magari scopro che è una cagata, in entrambi i casi, come ben puoi leggere (e forse ben sai), non mi faccio proprio problemi a dire “bello, brutto, ‘na cagata pazzesca”. Se un editore pensa di non mandarmi copie promozionali, ne deduco che: uno, l’editore non ha fiducia in me, quindi perché io dovrei aver fiducia in lui, non sono il babbo natale di nessuno, ecco; due, se non manda copie promozionali a me però a XL (per esempio, soltanto per esempio, manco l’ho mai comprato un numero uno di XL) sì, che poi gli stampa la quarta di copertina sulle ultime pagine, evidentemente gli sta bene che il libro non venga letto ma solo segnalato su pagine che hanno altissime tirature;
 
6. se l’Editore X mi manda 5 cagate io le dico 5 cagate: chi mi legge non deve esser imbrogliato da me, non propongo recensioni diplomatiche, non ci tengo affatto ad aver su anche solo il sospetto di essere una mezza Vanna Marchi, quindi se c’ho 5 cagate in mano, tali le dico, sempre secondo il mio metro di giudizio che è umano quindi fallibile; ma non svendo la mia onestà né la mia deontologia; vorrà dire che il prossimo anno l’Editore X o Y o chiunque altro non mi invierà copie promozionali... A perderci è comunque l’editore che non glielo dico manco più che pubblica perlopiù cagate: meglio una recensione onesta negativa a un silenzio assoluto;
 
7. magari gli puoi anche chiedere una fettina di culo al povero critico in erba!
La nota spese ha un limite, quindi il critico preferisce per sé - e vai a dargli torto - far fuori i din din per autori rinomati e poi scrivere un elzeviro piuttosto che comprare l’esordiente e promuoverlo, che poi a lui non gli viene manco un ringraziamento ma al massimo uno sputo in un occhio. E per un free-lance è il giornale per cui in quel momento sta scrivendo l’articolo che gli propone una ristrettissima rosa di libri; o se li paga da sé e poi li propone al giornale, ma se il giornale dice che quel libro non gli interessa, l’articolo non gli viene pagato e nemmeno rimborso spese;
 
8. in biblioteca - e non tutte sono fornite delle novità - ci vado, ma per affari miei, come in libreria, t’è chiaro il concetto?
 
Direi che sì, chiarezza l’ho fatta.
Ma più per me che per tutti gli altri, chiunque essi siano.
 
 
 
 
Domande uguali a delle risposte
 
 
1. Perché uno scrittore dovrebbe pagare un abbonamento come sostenitore per vedere la quarta di copertina del suo libro su una “rivistina” che quando va bene tocca la tiratura di 2.000 copie e viene distribuita a muzzo, nei casi più fortunati abbandonata in biblioteca?
 
2. Non è forse meglio parlare di un libro, criticamente, anche portando un giudizio negativo piuttosto che farlo passare sotto silenzio? E’ il silenzio a uccidere la pubblicizzazione di un libro e non il giudizio più o meno positivo espresso da un critico o da un semplice lettore.
 
3. E ancora: meglio una recensione di grido, da parte di una penna affermata, o più recensioni, magari da parte di critici meno conosciuti ma che godono di una certa stima?
 
4. E’ sempre vero che il critico legge i libri che gli arrivano? Per mia esperienza, ho visto tanti critici, affermati e molto, recapitarsi libri che a loro dire “io non gliel’ho mai chiesti, ma questi continuano a mandarmeli... e io continuo a buttarli in cantina... ho i miei di libri, quelli degli altri non mi interessano...” Eppure sono in molti (editori e autori) a mandare libri a testate giornalistiche e scrittori affermati che di recensire libri proprio non gli passa per la testa, o solo se ne possono trarre una qualche convenienza.
 
5. Gli scrittori non leggono libri: è una generalizzazione e una provocazione nello stesso tempo, (te) lo dico sin da subito, onde evitare confusioni. Ti chiedo: è vero che gli scrittori non li leggono i libri, che solo sono impegnati a scriver di sé, a promuoversi, a non tener da conto il lavoro dei colleghi? Tu, Amico, in veste di scrittore, firmeresti mai la prefazione a un libro di un esordiente, e se sì perché? perché convinto del buon lavoro del collega scrittore o per altri motivi...?
 
6. Credi che una prefazione griffata a un romanzo, sia questo d’un autore più o meno affermato o di un esordiente, possa servire a far vendere il libro o perlomeno a far circolare (maggiormente) il libro tra critici giornalisti e addetti ai lavori (uffici stampa, editori, redazioni giornalistiche, ecc. ecc.)?
 
7. Come andrebbe scritta una recensione che sia anche un giudizio critico e non solo un invito a comprare il libro inteso come prodotto? Tu, Amico, perché una recensione ti soddisfi su di un piano critico e promozionale, quali qualità dovrebbe avere in sé?
 
8. A mio avviso, la grande editoria si sta affannando a dar voce ad autori inventati: mi spiego, se sei del mondo dello spettacolo ad esempio, anche se non sai scrivere il tuo nome però hai velleità artistiche, un editore ti offre un contratto perché tu scriva quel che ti passa per la testa, poi ci penserà l’editor a rendere grossomodo leggibili i tuoi pensieri gettati sulla carta alla rinfusa. Dopodichè gran battage pubblicitario e poi i giornali tutti affannati a dire che quell’uomo o quella donna di spettacolo sì, già, è pure artista, sicuramente.


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nel tuo giardino

written by King Lear    - venerdì, ottobre 27, 2006


dimmi di sì

- artwork by G. Iannozzi -



 
nel tuo giardino
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 



 
a Lady Cybilla
con affetto e stima
 



 
NEL TUO GIARDINO
 
 
Avremmo voluto
realizzato
forse il più segreto,
un giardino verde
dove pizzicar
del desio le corde
per nova speranza
- che però nei cori
già in silenzio avanza
 
Ma il tempo tempestoso
- che del vento sa la gioia
e d’ogni uomo la disgrazia -
il bruno dell’autunno
ha lasciato a noi in eredità
da spogliar foglia dopo foglia
per poi forse sradicar verità
che non un fiore è perfetto
e nemmeno la lieve pioggia
che erode il pensiero del Dotto
a mirar dell’intorno l’Incanto
da un niente infranto
 
Impaziente il sospiro
dal dì al tramonto a quella Luna
che alla fine alta sovrasta
dell’anima la vanità
nello specchio delle pozze
riflessa, tremolante pallida
come il nostro virginal volto
che sol attende un’amica carezza
 
 
 
 
 
TI CHIEDO GIOIA
 
 
Ti chiedo solo se vuoi starmi accanto
Farei un gran bella figura con gli amici
se tu fossi la mia Valentina
Così solo ti chiedo se vuoi esser mia
sotto questa luna, sotto questa luce d’argento
 
Ti chiedo solo se me lo daresti un bacio
Il cuore m’andrebbe alle stelle, alle stelle
Ti chiedo solo d’esser la mia Valentina
perché t’amo e sono stanco di cercar
felicità più grande di quella nei tuoi occhi
 
Ti chiedo solo di non lasciarmi le labbra così
ad aspettar il sapore del vento del sale del mare
Sono un po’ marinaio, non so di poesia
però so che ogni poeta racconta in vita
almeno almeno una bugia; io no, non so fare
rime, solo da solo vado per mare, è quel che so fare
Di me ti puoi fidare, ti chiedo solo d’esser mia
 
Ti prego, dammi la mano, mettila nella mia
prima che tu decida di fuggir per sempre via
nel tuo giardino, mia unica sola gioia
 
 
 
 
 
DEL GIALLO DEL ROSSO
 
 
Dài, non mollar la presa
Ogni forza è poi soltanto
un prolungato sfinimento
portato avanti nel tempo
 
No, Anima Mia,
non ti sei ancora arresa
al giallo del crisantemo
né al rosso della rosa
Non la morte non l’amore
ti hanno vinta
per scommessa
o sulla lunghezza
Sei ancora in corsa

Sì, Anima Mia,
in vita sei così pazza
E a me questo basta


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Tim Powers, Invito al palazzo del Deviante

written by King Lear    - giovedì, ottobre 26, 2006


Tim Powers



Invito al palazzo del deviante


Tim Powers

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 

 
 
Invito al palazzo del deviante di Tim Powers non è un romanzo esaltante: la trama e finale sono scontati. Il romanzo, pur avendo vinto il premio Philip K. Dick nel 1996, convince poco; scritto con stile preciso, la trama manca però di carattere. Questo lavoro di Tim Powers manca di veri e nuovi spunti di riflessione, sembra quasi che Powers si sia limitato a riciclare e a montare idee dickiane condendole con qualche effetto speciale stereotipato tipico della narrativa cyberpunk.
Le bombe hanno devastato Los Angeles e la Terra è stata ricondotta ad uno stato sociale barbarico. La civiltà — se di civiltà si può parlare — si adopera come può per sopravvivere giorno dopo giorno: la Terza Guerra ha distrutto quasi tutta la conoscenza umana, ma non è riuscita a debellare le classi sociali, difatti esistono ancora i ricchi che sempre troppo hanno e i poveri che solo possiedono la loro povertà, le malattie. La povertà ha trovato rifugio nelle droghe che invadono la società e nel fanatismo della religione professata da Norton Jaybush, un’entità aliena di cui si ignorano identità e natali. Il Palazzo del Deviante, club privato, ha la triste fama di esser ricovero di alienanti perversioni ideologiche e corporali; tuttavia molti si rivolgono al misterioso culto religioso fondato da Norton Jaybush, perché è l’unica speranza di continuare ad essere, e poco importa se il prezzo da pagare è la propria anima. Il Palazzo del Deviante è, per quella parte di umanità indigente sopravvissuta alla guerra, motivo di terrore e attrazione allo stesso tempo.
Greg Rivas, quando era ancora un diciottenne, si era unito ai seguaci di Norton Jaybush, ma dopo tre anni di militanza era riuscito ad abbandonare il gregge dei fanatici religiosi; dopo tredici anni viene assoldato per recuperare la figlia di un ricco possidente che si è unita a un gruppo di religiosi. Greg non può rifiutare l’incarico di recupero: la donna che deve strappare dalle grinfie di Norton Jaybush è stato il suo primo amore, un amore mai goduto, osteggiato, e che Greg non ha mai dimenticato. Nessuno crede che riuscirà nell’impresa di recuperare la giovane, ma Greg ha scoperto, provandola sulla sua pelle, che l’influenza del culto di Norton Jaybush può essere contrastata grazie alla musica e al dolore. Più volte catturato dai seguaci di Jaybush durante la ricerca della donna, Greg si procura danni fisici, dolore, per non cadere prigioniero del Sangue, la droga ufficiale che Jaybush distribuisce ai suoi accoliti, una droga che una volta assunta porta assuefazione e in molti casi la morte. Greg Rivas alla fine riesce a trovare la donna, la sua prima fiamma, ma una volta portatala in salvo si rende conto di non amarla veramente; in compenso è riuscito a sgozzare Norton Yaybush e a trovare un’altra donna da amare.
Greg Rivas non potrà liberarsi per il resto della sua vita dall’orrore che ha scoperto uccidendo l’alieno Norton Jaybush: una volta sgozzato il nemico, questi sputa una sorta di pietra, l’anima della sua malvagità che Greg raccoglie e porta con sé. La pietra non può essere distrutta, non può essere nascosta; l’anima di Norton Jaybush prigioniera della pietra invita Greg Rivas a congiungersi ad essa e solo la forza di volontà gli permette di non ingoiare la pietra per diventare un altro Norton Jaybush. La responsabilità che si è assunto custodendo l’anima/pietra dell’alieno costringe Rivas a un eterno esilio insieme alla donna che ama, o che crede di poter amare, donna che un tempo era una seguace di Jaybush.
Il Palazzo del Deviante di Tim Powers è un libro che nulla aggiunge e nulla toglie al panorama della SF moderna.


Invito al palazzo del Deviante – Tim Powers – Collana Nuova ET – Fanucci Editore – 272 p. - € 8,30 

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così tanto stupido

written by King Lear    - mercoledì, ottobre 25, 2006







così tanto stupido
 



 
di Giuseppe Iannozzi
 



 
 
 
ACERBE BELLEZZE
 
 
la scuola mi rubava la gioia
la vita l’amore che non sapevo
imparavo sui banchi
i primi rossori e le sconfitte
chiudendomi
in una rima baciata
o in una più libera senza senso
ma sempre osservando
le acerbe forme di quelle donne
che un giorno sarebbero state belle
di passionalità mature
 
e non una - già lo sapevo -
sarebbe stata per me l’ancella
né l’amante nascosta in un vicolo
sotto a un balcone con la pioggia
solamente le mie silenti lacrime
avrebbero dato anima
all’imago dell’amore
che giovane fioriva in me giovane
 
 
 
 
 
SORRISI AL MONDO
 
 
Spargi sorrisi a destra e a manca
ma sempre ti manca una forza in più
che ti lasci credere il mondo per quel che è,
non bello non brutto soltanto il frutto
di quel dio che dicono viva da sempre lassù,
forse solo il seme di noi che viviam quaggiù
fra guerre di religione e finte umiltà
spacciate al Governo per verità
 
Però tu continui a portare in giro i tuoi sorrisi
mentre chi t’incontra ti porta in giro col suo
uno uguale al tuo, per farsi forza:
chi poi abbia la colpa di più grande fragilità
nemmeno quel dio imparato sui libri lo sa
 
E la giostra gira e gira e gira
tra musiche e bambini che il domani
lo vedranno contraffatto dalle nostre mani
buone per gli schiaffi quanto per le carezze
ma sempre invalide di falsità
 
 
 
 
 
SORELLINA
 
 
Tu dormi, tu balla
Il mio cuore veglierà
troverà altro dolore
per andare avanti
senza te
 
Tu dormi, tu balla
La mia anima perderà
sangue goccia a goccia
si esaurirà per un’eternità
che non c’è
 
Tu, Sorellina, dormi
Tu balla, balla e balla
fino a dimenticarmi
fra le pieghe delle lenzuola
che t’accarezzano i sogni
 
Tu dormi, Sorellina
Di me
non ti preoccupare
Il mio dolore troverà
altro dolore
per una compagnia
che non ho cuore
di confessarti ora
così su due piedi 
 
 
 
 
 
A PARTE TUTTO
 
 
A parte tutto non possiamo non incontrarci
essere qui mano nella mano giorno dopo giorno
Le trombe suonano l’alzata le chiese la prima messa
Ma noi resistiamo, intorno ci guardiamo
con occhi svegli bagnati dalla prima rugiada
 
A parte tutto non possiamo essere così stupidi
da perderci tutto il bello tutto il brutto
che questo mondo a suo modo di ci dà
Essere qui occhi negl’occhi a sfidare il buio
che prima o poi sconfiggerà i magici tramonti
di romantici sogni – che ce li sogneremo stanotte
fra le lenzuola nervose come noi, come noi
 
A parte tutto non possiamo essere tanto stupidi
da non capire che la solitudine si combatte in due
A parte tutto non possiamo esser così ciechi
da non vivere per paura di vivere un momento
uno in più regalato alla nostra felicità
 
 
 
 
 
PER CIELI E MARI
 
 
i cieli alti
non li tocchi con un dito
ma a guardarli ti cavi gl’occhi
i mari profondi
così salati, ne basta un sorso
per farti vomitar l’anima
 
e tu, tu mi dici che è facile
che oggi o domani t’incontri
e poi dirti così su due piedi
piuma al vento
o bottiglia alle correnti affidata
ma il tempo tutto porta
in altro tempo
rovesciando e sconvolgendo
 
non v’è certezza se non una
che mette a tacer dell’alma la poesia
la pazzia
però forse perché vera tempesta
la sola per una vita intera desiderata
sospirata sognando immersi nella quiete
di secolari querce dalla primavera prese
 
 
 
 
 
TI HO DIMENTICATA
 
 
Ti ho dimenticata
per farti piangere
per farmi del male
Ti ho dimenticata
per immaginare le tue lacrime
leggere su di me
lontano un poco appena
eppur vicino, quasi un angelo
quasi un demone assetato
del battito del tuo cuore
 
Ti ho voltato le spalle
perché non sopportavo più l’idea
di sentirti giorno dopo giorno
un po’ più donna un po’ meno mia
Ti ho cercata in altre mille
tra tante stelle alte in cielo
 
Col fuoco della passione
mi sono dilaniato
Col dolore della tua assenza
mi sono sfamato
sino a perdere la ragione
e la stessa mia presenza
allo specchio dei tuoi occhi belli
 
Ti ho dimenticata sì, per il male
che mi covo dentro
per quel demone che divora il tempo
concesso all’alma mia
sempre invischiata in orge di sentimenti
e di vani pentimenti
 
Ti ho dimenticata perché le tue lacrime
non le ho mai viste coi miei occhi
 
Ti ho dimenticata ma sto mentendo
come sempre
 
 
 
 
 
MOSCA
 
 
povera la Mosca fatta di crack
volava libera su pesci e morti
fino a quando ha incontrato un crick
dritto sul brutto muso nero
di occhi alieni e bocca a ventosa
 
povera la Mosca ma chissà perché
non è che provi poi pena
né grande né piccina (non una lacrima)
eppur m’assicurano che ho fatto fuori
proprio un gran bel moscone
di quelli verdi che stanno ore e ore
attaccati agl’alluci dei cadaveri
un moscone di quelli che a schiacciarli
ti vien un’onda di ribrezzo lungo la schiena
per quel sangue per quella umana carne
che tengono putrefatta nella pancia
 
povera la Mosca, assomiglia sol più a un feto
all’aborto dell’idea che il mondo tutto un paradiso
ma io non ho smesso ancora il sano vizio
di cader in ginocchio in adorazione
davanti alla bellezza tonda d’un bel culo femminile
che ha sì fiati ogni tanto come tutti
ma che a posarci le labbra ti commuovi fino al pianto
 
la bellezza della rotondità grassa a cuore dabbasso
io quella decanto senza alcuna vergogna
e, per quant’è vero l’Iddio che m’ispira
se qualche nera o verde o ciarliera mosca
a ronzarmi accanto quando in meditazione
la faccio stecchita in meno d’un secondo



Dediche:

"Sorellina" e "A parte tutto" sono per Lady Cybilla
"Sorrisi al mondo" è per Vivendo le stelle
"Ti ho dimenticata" è per Stella Celeste
"Mosca" è per Nadia
"Per Cieli e Mari" è per il Marchese di Carabas


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La prima volta - di Iannozzi e Cybilla

written by King Lear    - lunedì, ottobre 23, 2006



- fotoritocco artistico by G. Iannozzi -



La prima volta
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi e Cybilla
 
 
 

 
Morire non è facile ma nemmeno difficile. Io sono morto dieci anni or sono. E da allora nessun fastidio. Però non è tutta la verità.
Mi sono suicidato che avevo passato la quarantina: senza un motivo preciso. Semplicemente un mattino mi sono svegliato con il piede sinistro, un pensiero mi ha trapanato il cervello e l’ho fatto, mi sono tolto la vita. Tutti dicevano che ero una persona tranquilla e ricca, di cultura, amabile e col sorriso sempre sulle labbra: nessuno ha mai capito il perché del mio gesto. E a dire il vero neppure io l’ho capito: ma a un certo punto ho sentito l’irrefrenabile desiderio di farla finita, come se fossi stato programmato per cessare la mia esistenza quel giorno di dieci anni fa.
Se fossi ancora vivo oggi avrei cinquant’anni, mezzo secolo. E invece ho sempre quarant’anni, solo che dove mi trovo non c’è niente: paradiso e inferno sono invenzioni della mente umana e quand’ero sulla terra ne ero consapevole anche se non potevo dimostrarlo coi fatti. Adesso ne ho la certezza: una volta che si muore, dopo non c’è che il niente assoluto, nessun dio nessun giudice nessun massacro inquisitorio. Solo il Nulla, un vuoto. I morti sono tutti uguali, non hanno identità: fanno parte del Nulla di cui è composta la Morte. Perché sì, la Morte è tangibile, è fatta di Nulla: un concetto questo che lo si comprende solo una volta trapassati, mentre all’orecchio di chi in vita suona più come un’oscenità proferita dalla bocca di un pazzo.
Bene, dicevo che sono morto da dieci anni e che faccio parte del Nulla, della Morte: non sono solo, non sono in compagnia. Adesso sto pensando io, in questo momento: più tardi, ci sono già miliardi di morti che attendono senza alcuna fretta di prendere loro la parola, pur sapendo come me che le loro parole non arriveranno all’orecchio di nessun essere umano. Da quando sono morto ho scoperto che gli alieni non esistono: sì, sulla Terra gli uomini sono veramente soli, per quanto scrutino l’universo non troveranno mai nulla. Ma hanno bisogno dell’illusione speranzosa che al di là dei confini imposti dai loro limiti percettivi esista qualcun altro. L’idea che possano esistere degli alieni è simile a quella di un Dio in cielo o di un Lucifero per l’inferno: stronzate, ma certe cose le capisci solo quando sei morto. Quando non esisti più e sei entrato a far parte del Nulla.
Dicevo che mi sono svegliato e ho preso la decisione. Non ho lasciato nessuno a piangermi, tranne pochi conoscenti che avranno strizzato un paio di lacrime di circostanza dagli occhi. I miei vecchi sono morti quando io ero ancora un bambino di dieci anni: mi hanno allevato i nonni, con i quali non sono mai andato d’accordo, poi a diciotto anni ho preso la mia strada. Ho avuto fortuna con le ragazze e poi con le donne: l’unico problema era il mattino dopo, riuscire a farle sloggiare dal mio letto per sempre. Una volta sola ho rischiato d’innamorarmi sul serio, ma poi Belinda si è presa una cotta per un arabo: Belinda, una creatura fantastica, lunghi capelli color mogano ma quando bagnati dalla luce del sole d’un bel rosso acceso, e occhi blu, fianchi polposi al punto giusto che la facevano un po’ mignotta, un seno né abbondante né ridicolo duro come il marmo di Carrara, una Venere, no, il trionfo della carne sullo spirito. Per una femmina così un uomo si sarebbe potuto dannare l’anima: io ci sono andato vicino. Poi lei si è presa per quell’arabo del cazzo, e io sono rimasto col becco asciutto: in un primo momento avevo pensato di farlo secco, poi un’altra donna, Rosy. Lei era al bar mentre io tentavo di anestetizzare la mia rabbia in un Four Roses: siamo subito andati a letto, lei sbronza e io pure, e al mattino l’ho cacciata dal letto al pari di tutte le altri amanti che ho avuto. Sbattendola via mi liberai anche di Belinda, del suo ricordo, del sapore della sua bocca e della sua pelle. Quella scopata fu la mia salvezza.
Non capita tutti i giorni di svegliarsi e decidere così su due piedi di darci un taglio: lo dico per esperienza. A me non era mai accaduto prima: mai un pensiero di morte. Odiavo persino l’idea della morte, ma non mi disgustava quella altrui sulla quale passavo a piè pari, cioè ostentando indifferenza. Avevo tutto quello che un uomo della mia età e nella mia posizione poteva desiderare: soldi e donne. Non c’era bisogno d’altro, non per me. Ricordo che una volta ero a cena con degli amici in un esclusivo ristorante di Torino, il Cam***: si discuteva animatamente, avvinazzati, e una accompagnatrice, che era del nostro gruppo, rivolgendosi a me mi chiese se non ero infelice a vivere come vivevo. Poco ci mancò che le scoppiassi a ridere in faccia: “No, guarda: le donne e i soldi fanno la felicità di chiunque. Chi dice il contrario dice il falso. Chi dice che donne e soldi non sono la felicità è un falso. Devi avere soldi in abbondanza e donne, una al giorno, se vuoi esser felice. E io lo sono. La felicità è un sentimento materiale, palpabile. Diversamente è solo una illusione.” L’accompagnatrice fece una smorfia: ma se l’era cercata. Lei era lì, al nostro tavolo, solo perché io pagavo il suo conto, altrimenti sarebbe stata a casa a farsi ripassare da un qualche camionista peloso e guercio. “La felicità dura poco, ne rimane il residuo in un profilattico alla fragola: tutto qui. Per questo bisogna rinnovarla day after day, Baby”, aggiunsi per mortificarla. I suoi occhi divennero lucidi di rabbia: me la sarei scopata a dovere dopo, con maggior gusto dopo averla umiliata così di fronte a tutti i miei amici.
 
* * *
 
Una volta, quand’ero vivo, me ne ricordo bene, ero giovane e ancora vergine ovvero disposto a concedermi l’ombra del dubbio, ma solo l’ombra. Avevo sempre da dire, un filosofo, una di quelle persone che con il senno di poi ho imparato a disprezzare. Comunque, per un breve tempo, lo fui anch’io.
Era autunno: le foglie cadevano oziose su di noi, un vento leggero le teneva sospese in aria ma non a lungo, e una acquerugiola veniva giù e si depositava sul volto. Mi teneva compagnia un’amica, che per me era come una sorella. Discutevamo del più e del meno, ci trascinavamo lungo le strade di Torino, senza una mèta precisa: solo provavamo piacere a passeggiare così. A un certo punto lei mi chiese se credevo in Dio. Io scossi la testa. E aggiunsi, recitando a memoria: “Cara Sorellina, devi sapere che in ‘Perché non sono cristiano’, il Nobel Bertrand Russell, spiega, […] non sono cristiano: in primo luogo perché non credo in Dio e nell’immortalità; e in secondo luogo, perché Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale […] In principio fu la paura: paura dell’occulto, paura dell’insuccesso, paura della morte. La paura conduce alla crudeltà, ed è per questa ragione che crudeltà e religione stanno bene insieme […] E’ palese che alla base della religione c’è la paura poiché - ogni qualvolta accade una disgrazia - si rivolge il pensiero a Dio: guerre, pestilenze, naufragî e cataclismi promuovono la religione. Ma la religione solletica anche la vanità, l’orgoglio, la presunzione.’ E io, mia cara, la penso alla stesso modo.”
Lei ci rimase male, potevo leggerglielo in viso: non era soltanto acqua piovana quella sulle gote, erano lagrime silenti, leggere. La fissai per un momento: mi dissi che era adorabile così, un poco addolorata. Fu un pensiero tenero e cattivo, fugace. Le passai un braccio intorno alle spalle e continuai, ma tenendo un tono di voce più basso, quasi confidenziale: “Poniamo l’ipotesi che il mondo sia stato creato in 24 ore: l’uomo apparirebbe sulla terra negli ultimi due secondi, prima delle ore 00:00. Nietzsche ebbe modo di dire che è l’uomo ad aver bisogno di Dio e non Dio dell’uomo. Lo credo anch’io. L’uomo cerca di far fronte alla sua solitudine nell’universo attraverso la favola che, in qualche recesso, debba esistere un Demiurgo, una entità superiore capace di Creare e di Distruggere. A guardare indietro nella Storia dell’Umanità, l’uomo ha mosso guerre contro i suoi simili sempre in nome di Dio: il risultato è di milioni e milioni di morti, impossibili da contare. Troppi davvero. Dio è una ipotesi, non una certezza: può essere detto reale solo da chi ha una profonda Fede. Per chi ha Fede Dio è non meno reale del tragico crollo delle Twin Towers o di un McDonald’s. Ogni cultura, tribale o tecnologica, ha il suo pantheon: ogni religione ci dice che lassù, intendendo il Cielo, risiederebbe Dio, il Creatore, Colui che Tutto Può anche il Niente. Perché in Cielo e non altrove? Qualcuno ha ipotizzato che in tempi assai remoti, quando l’uomo era ancora in un stato primitivo, siano arrivati sulla Terra degli esseri simili all’uomo ma molto più evoluti, esseri che avrebbero consegnato nelle mani dell’umanità i primi rudimenti perché si avviasse verso la sua evoluzione. Un’altra teoria, piuttosto bizzarra, dice invece che gli uomini sono loro gli alieni: sempre in tempi di cui più nessuno ha memoria, una o più navi celesti si sarebbero schiantate sulla Terra. I sopravvissuti avrebbero dato origine all’uomo, perché essi stessi uomini proveniente da chissà quale stella nell’Universo; poi col passare dei millenni, tutto quello che sapevano si sarebbe perso, o meglio inabissato insieme alle leggendarie civiltà di Atlantide e/o di Mu. Fantasie? Sì. Per quanto mi riguarda, l’uomo è nato per mero caso, così come sono nati sulla Terra altre migliaia di forme di vita: da un brodo primordiale, la vita, nel corso di tanti e tanti millenni, ha imparato ad esser viva e a sviluppare diverse forme di intelligenza, così ecco gli uomini, i mammiferi, i cetacei, gli insetti, i rettili, ecc. ecc. La religione, o meglio la necessità che l’uomo ha di trovare un Dio a sua immagine e somiglianza è vecchia, molto vecchia, risale a quegli albori dell’umanità che solo possiamo immaginare a grandi linee, a volte con un po’ di rigore storico supportato da tanti scavi e ricerche archeologiche. Sostanzialmente credo che Dio, un Dio con la d maiuscola, non esista: è solo una allucinazione collettiva, o una ipotesi. Ma io direi che è una allucinazione-necessità che si sviluppa nella mente della maggior parte dell’umanità…”
Lei tacque, per qualche istante, poi con voce ferma: “Mi chiedo fino a che punto Dio sia davvero solo un’esigenza, una creazione per sola necessità. L’intuito, anteposto alla ragione, ma che alla fine è interrelato ad essa, ha sempre suggerito di alzar gli occhi al cielo e andare oltre la realtà materiale. E’ questa solo una necessità? O non è anche invece un’istanza alla quale siamo programmati anche fisiologicamente come essere dotati di intuito e ragione. Forse per gli uomini primitivi la paura dell’ignoto, in un mondo non decifrato in nessun modo ancora dalla scienza, il bisogno di questa ricerca era la componente più importante. Oggi, l’istanza però resta e l’Uomo è andato sulla Luna e sconfitto malattie importanti. E’ necessità o qualcos’altro?”
Fece una pausa e mi guardò negli occhi, quasi volesse carpire una mio segno di nervosismo. Ma dalla delusione sul suo volto compresi che ero calmo come una roccia battuta dal vento: in quel momento non una emozione doveva far capolino sulla superficie della mia faccia. Ed allora lei proseguì, con uguale tono, ma più triste: “Anche se l’Atto di Fede in sé stesso non può essere innato, perché richiede in realtà una Rivelazione, un messaggio che la ragione in sé non potrebbe elaborare… Per la religione cristiano-cattolica si parla di soprannaturalità del messaggio… resta una fondamentale dialettica (irrisolta, ma questa sì, necessaria) fra fede e ragione. L’atto di fede, di Fede, che conduce ad una verità non dimostrabile in alcun modo e d’altra parte la ragione che comunque sceglie una fede piuttosto che un’altra. La ricerca di Dio è sicuramente personale, l’Atto di Fede qualcosa di sentito ed eventualmente abbracciato soggettivamente, ma la religione è qualcosa che poi va al di là di una semplice opzione personale e investe così tanti campi che non è possibile restare acritici di fronte ad essa.”
Le regalai un sorriso di circostanza, poi mi strinsi nelle spalle tenendo il silenzio. Continuammo a camminare fianco a fianco: lei si aspettava una replica, piuttosto focosa immagino, ma io davvero non avevo altro da aggiungere. O meglio, solo una cosa. Però a quel tempo ero restio, avevo purtroppo ancora un briciolo di senso del pudore. Non dico del vero pudore, solo il suo senso.
Ci eravamo trovati, non per magia o per effetto di chissà quale destino, nei pressi d’una vecchia chiesa, e sarebbe bastato poco perché toccassimo con mano il Cimitero Monumentale. A quel punto, la mia Sorellina – per me era la Sorellina, la compagna l’amica la confidente la sorella che non avevo mai avuto – si fece triste: se non le avessi parlato, ne ero certo, gli occhi le si sarebbero fatti lucidi di dolore. Al tempo non sopportavo di vedere il dolore dentro gli occhi di una giovane donna, tanto più se questa era la mia sorellina. Così precipitai fuori della strozza le parole che lei attendeva, anche se lo sapeva nel suo intimo che non sarebbero state confortanti: “Sai, ci ho pensato a lungo: alla fine, intendo una fine con la Fmaiuscola, ci saranno solo due metri di terreno, una fossa profonda due metri, un feretro, forse il pianto di qualche parente, il ricordo che rimane vivo per qualche tempo in chi ci ha conosciuto. Poi niente più. La fede è un atto irresponsabile che solo gli stolti possono permettersi. La verità quando non è dimostrabile come tale è poco ma sicuro che ha sembianze di Bugia. Se quanto racconta il Vangelo è minimamente vero, allora quel Gesù avrebbe fatto bene a farsi una famiglia e a sposare Maddalena. E se non poteva, meglio sarebbe stato per tutti noi che fosse fuggito con quella donna in un altro paese. Ma era Pazzo. Solo un Pazzo può scegliere la morte sulla Croce alla figa. Ti dirò di più, Sorellina: se quel Gesù è esistito veramente, se è morto sulla Croce come ci viene detto, era niente di più d’un invasato, un filosofo: già, uno filosofo che s’illudeva di riuscire a conquistare il mondo con la sua filosofia. E mezzo mondo, con quella morte sul Golgota, nel corso dei secoli l’ha conquistato: siamo sei miliardi su questo cazzo di pianetino perso nell’Universo e almeno due miliardi sono cristiani o cattolici. Non tutti praticanti, ma lo sono. Il Cristianesimo nel corso di duemila anni ha conquistato mezzo mondo: i missionari che oggi vanno nelle regioni del Terzo Mondo ci vanno con la precisa intenzione di portare dalla parte del Vaticano tutti quei milioni di morti di fame con le pance gonfie e gli occhi bianchi incastonati in un cranio talmente smagrito da sembrare quello della morte sul punto di morire di sé.”
La mia Sorellina continuava a restarmi accanto ma glielo leggevo sul volto che provava ribrezzo per quanto avevo detto, e forse anche un po’ per me.
 
* * *
 
Nessuna luce bianca.
Raccontavano che quando si muore si vede un tunnel e al fondo di esso una luce calda avvolgente divina.
Niente di tutto questo.
Quando si muore è come spegnere la luce.
Il mondo si fa buio. Cessa di esistere.
Il buio diventa totale.
Ma non c’è nessun santo o diavolo che possa darvi una luce guida o riportarvi alla luce del sole.
Il buio è buio ed è per sempre.
Immaginate di trovarvi da soli in una stanza ben illuminata senza finestre e solo una porta che però è stata chiusa a chiave: ad un certo punto la luce va via. Nessuna luce, nessun suono, niente di niente: e voi ne avete coscienza che siete lì, in quella stanza, che assomiglia alla morte. Togliete anche la coscienza e avrete quello stato di cui ogni mortale ha una sacrosanta paura, la morte definitiva.
Qualcuno dice di vederla la luce bianca.
Le esperienze di premorte dicono che c’è un tunnel e una luce.
Quella luce è solo un corto circuito del cervello avviato verso la morte: cellule che si consumano a una velocità pazzesca.
Immaginate una lampadina sul punto di fulminarsi: nel momento che si fulmina emette una luce più forte, ma poi rimane spenta per sempre, il filo di tungsteno è bruciato per sempre. Così sono le esperienze di premorte.
A volte accade che una lampadina sia lì lì, pronta a fulminarsi: ma non si fulmina, balbetta, ma non si fulmina e resiste ancora, ma arriverà anche per lei il giorno che non si accenderà più.
La premorte è simile a una lampadina che balbetta, come certi neon di certi locali equivoci che stanno aperti fino all’alba.
Ma se muori veramente per sempre, niente di niente: solo il buio e nessuna coscienza del buio.
La morte è così, spietata.
Io sono parte del Nulla, di quel Nulla che è Infinito e di cui gli uomini vivi possono comprenderne solo una parte infinitesimale. Perché sì, la Morte è tangibile, è fatta di Nulla.
 
* * *
 
“Quante volte durante la settimana?”
”Solitamente una… sempre il solito sogno.”
“Capisco.”
Lo psicologo fece finta di segnare degli appunti sul taccuino: quella farsa si trascinava avanti da anni. Era un gioco, non una terapia o un tentativo di capire la mente del paziente, e paziente e psicologo lo sapevano ed erano complici.
“E’ tutto così scontato. Così scontato. Eppure non capisco.”
Lo psicologo, che un po’ somigliava a Jung, gli mise una mano sulla spalla quasi a significare che sì, capiva la sua angoscia, la intuiva però non era in grado di spiegargliela nonostante fosse così tanto scontata.
Erano anni che aveva in cura quel paziente e l’unico risultato a cui erano giunti insieme, “E’ tutto così scontato!”

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Simone Battig - la prima e ultima confessione

written by King Lear    - domenica, ottobre 22, 2006


Neogenesis - Simone Battig



La Confessione


di Simone Battig
 


 
 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
L’autore, a lungo lontano dalla scena editoriale, Simone Battig torna in libreria con un romanzo, “Neogenesis” per Barbera Editore.
 
Questa confessione è la prima e l’ultima: non ce ne saranno altre. Nessuna intervista, nessun’altra confessione. Solo questa.
Gliel’ho estorta con le pinze anche se lui non l’ammetterà mai.
Quindi mettetevi l’animo in pace.
Per il momento, questa confessione, l’unica per oggi e per sempre.
 
 
Perché diavolo hai scritto “Neogenesis”?
Credi davvero che ci fosse bisogno del tuo ritorno sulla scena editoriale, manco non fossimo già abbastanza oppressi da scrittorucoli d’ogni genere:  non potevi spendere il tuo tempo in una associazione di volontariato o diventare l’ennesimo flippato, invece di romperci l’anima con i tuoi capricci artistici?
Perché l’hai fatto? perché, dannazione?
 
La risposta a questa domanda non mi è difficile dartela e te la posso dare, semplicemente perché non è una risposta particolare o che avvia una discussione su chissà quali cose. E’ la mia verità.
 
Ho scritto Neogenesis perché IO SONO UNO SCRITTORE, e non c’è altro da dire.
 
 
La scheda editoriale di Neogenesis
 
Simone Battig: il sito ufficiale

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