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happy new year, my friends
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domenica, dicembre 31, 2006
happy new year, my friends!

fondamentalmente - 1a parte
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fondamentalmente
1a parte
di Giuseppe Iannozzi
Fondamentalmente
ad Angela,
l’angelo mio
che è donna ormai
Che strano questo dio
Ieri ero insieme a uno
che poteva essere mio figlio
E oggi non ho che sabbia fra le mani
e nella gola un nudo grido strozzato
che non ne vuol che sapere
di venir fuori o d’uccidermi
Se guardo al domani
non la vedo una via né una gioia
che possa dire tutta mia
Se guardo avanti
vorrei solo mandare a fare in culo:
sembra che tutti ce l’abbiano fatta
Che abbiano messo il culo a mollo
Che adesso non abbiano più problemi di cervello
Io invece sogno e mi rifaccio il trucco
E poi dico che ho un cuore grande
ma grande sul serio, cazzo:
può dar vita a una setta di diavoli o di angeli
secondo il mio cinico capriccio
In fondo, in fondo se tutto butta male
io continuo comunque a sorridere
In fondo, sono una donna fortunata
Fondamentalmente
Fondamentalmente
sono forte e debole
Fondamentalmente
sono una bella donna
Ma non ti lasciare ingannare
Fondamentalmente
se il caso lo richiede
un bel calcio nei coglioni
Fondamentalmente
la via non l’ho ancora trovata
e l’urlo è ancora impiccato alla gola
Ma prima o poi lo vomiterò fuori,
lo metterò a sedere prima
che possa scendere nel cuore
per mandarmi a quel paese
senza tanti complimenti
Fondamentalmente
Fondamentalmente
ho una gran voglia di vivere
stando attenta sempre
a non deludere quel mio capriccio
che non mi dà al di là degl’anni mai
Fondamentalmente
io continuo a sorridere,
a mostrar bene il dito alto
perché devo andare, non lo so dove
ma devo andare, devo andare
Per il mio bene devo andare avanti
Di tutto l’amor
a Tittyna,
che ha labbra
a fiocchetto
Di tutto l’amor sofferto
sol più rimane un’ombra appesa
al filo dei pensieri
come una cosa sconcia,
un burattino decapitato
che non ha né mani né piedi
Di tutto l’amor offerto
rimane poco nulla, un barbaglio:
le tue labbra sono già su altre
a respirare desiderio in scioltezza;
a me resta la confusione in testa,
la povertà meschina di saperti
lontana via, non più mia
Ti ho desiderata
che mi fa arrossire
di malinconia
Ti ho desiderata per un rossore,
per capire la bellezza tremenda
d’una donna in amore
che piano dischiude le gambe
e intorno ai fianchi dell’amante
poi le stringe
Ti ho desiderata per sentire
quanto affamata l’innocenza
e quanto invece sol immaginata
Amando
a Pralina,
che mi offre champagne
Seguendo fumetti
di respiri contratti
dispersi nell’aria
ti sono venuta a cercare
avvolto in una sciarpa
imbattendomi nel falso io
che strozza ogni uomo
che amando si crede un dio
Ai miei detrattori
Ebbene sì, lo so
che non mi mancano
i detrattori, buffi, un po’ comici
ma poi alla fine tutti gran coglioni
Forse criminali fuggiti di galera
Forse pazzi in libertà vigilata
Hanno ghigni di pirite
per chiostre e ponti artificiali
che non sfiorano mai i trentadue,
e una verità tutta da ridere
nemmeno buona per un pozzo nero
Così brutti e cenciosi usciti dal gabbio,
di coraggio mancano; sempre anonimi
non meritano una virgola o una puleggia
per quelle loro facce di maschere
prese per sempre in ostaggio dalla pula
e dalla merda che a palate
il pubblico plaudente gli getta addosso
- quasi simulando nel lancio il tracciato
d’un abbraccio
d’un abbraccio
Ebbene sì, lo so
che voi sì, siete brutti ceffi, da schiaffi:
scendete giù dalle montagne,
da quelle olimpiche di dèi dimenticati
- epici solamente per un fatto d’onanismo -,
o da quelle che Maometto promise un dì
di raggiungere o di portare, non ricordo bene
a chi e come e perché
Ebbene sì, lo so
Sempre uguali e sempre diversi
Però la sostanza mai cambia
Di pulire le cavità degl’occhi del naso
e degl’orecchi brutti - da bestiario -
di merda colmi oltremisura
par proprio che non siano mai stanchi:
si credono stinchi di santo, i più coglioni poi
non disdegnano affatto di mettersi in croce
come un ridicolo abbacchio
A questi somari qui
più che un calcione nei coglioni
- piccoli uguali a uva passa andata a male -,
molto meglio uno bello forte dritto in culo;
e che non ci si pensi più
Deus Irae, P. K. Dick e Roger Zelazny
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sabato, dicembre 30, 2006

Deus Irae
P. K. Dick e Roger Zelazny
di Giuseppe Iannozzi
Deus Irae nasce dalla collaborazione di P. K. Dick con Roger Zelazny: non è lo scritto migliore di Dick, ma si offre comunque come documento importante per comprendere l’ultimo P. K. Dick, uno scrittore ormai minato nella salute e nelle convinzioni sociali e teologiche. Deus Irae preannuncia i temi della Trilogia di Valis, anche se lo spunto del romanzo ha radici in un racconto di Dick, che lo scrittore compose negli anni Cinquanta; nel 1975 insieme a Roger Zelazny, Philip K. Dick dà corpo a Deus Irae, uno scritto che non è possibile inquadrare a pieno titolo nella letteratura fantascientifica.
Il tema sviluppato in Deus Irae si svolge su di un terreno postbellico: la Terza Guerra Mondiale è ormai stata consumata e la Terra conta solo pochi milioni di sopravvissuti, che vivono in villaggi a stretto contatto con superstizioni religiose e razzismo nei confronti dei mutanti prodotti dalle radiazioni atomiche. La Terra è un terreno arido e i pochi sopravvissuti non hanno ragione di credere che la condizione umana potrà tornare agli antichi fasti; la religione è l’unica certezza che tiene in vita gli uomini. Ma anche questa non può esser considerata una certezza assoluta: dopo lo sgancio delle bombe atomiche, la Chiesa Cristiana si trova a dover fare i conti con la Chiesa e i dogmi del Deus Irae. Ma chi è in realtà il Deus Irae? Qualcuno dice che esso sia un uomo, un vecchio, lo scienziato che ha dato l’ordine di lanciare le bombe; tuttavia se gli viene riconosciuta una natura umana, gliene viene riconosciuta anche una sovrannaturale e divina, che si manifesterà una volta che l’uomo sarà morto.
Molti sono i seguaci del culto del Deus Irae: loro ferma convinzione è che un vero Dio non può che essere sostanzialmente malevolo e ferale, perché solo mortificando l’umanità questa avrà la possibilità di migliorarsi. Tuttavia questo dio, per quanto simbolo di potere, è anche un dio capace di operare miracoli: se correttamente invocato, il Deus Irae sarebbe capace di operare miracoli al pari di Gesù. In questo romanzo, Dick indica nel Deus Irae una natura mortale e una spirituale: scritto con un tono sufficientemente ironico, il Deus Irae è trattato grammaticalmente come una brutta copia dell’Ecce Homo Cristiano. Impetrare il Deus Irae significa credere profondamente che il mondo è soprattutto dominato dal male: riconoscere il male che il mondo cova nel suo seno significa saper accettarlo e tradurlo in bene. La Chiesa Cristiana, i pochi seguaci rimasti in vita si limitano a predicare quanto l’Antico Testamento e i Vangeli nel corso dei secoli hanno sempre asserito; la Chiesa del Deus Irae e quella Cristiana sono in lotta fra di loro, entrambe le parti mirano ad attrarre quanti più discepoli dalla loro parte.
La Terra conta pochi milioni di individui: molti sono dei mutanti o degli incompleti con gravi malformazioni fisiche, altri, pochissimi, hanno visto la Terza Mondiale e si aggirano tra un villaggio ed un altro come barboni ormai spogliati di ogni fede e speranza. La Chiesa del Deus Irae vuole avere la sua icona da venerare, l’immagine del Potere, del Deus Irae: l’incarico di trovare l’uomo che incarna il Deus Irae viene affidata ad un Inc. (un incompleto senza né braccia né gambe che si muove su di un carretto trainato da una mucca e le cui braccia sono rudimentali tentacoli meccanici). L’Incompleto, dopo non poche perplessità, spaventato all’idea del Pellegrinaggio che lo attende, sulle prime pensa di prendere la Comunione Cristiana, ma la Chiesa Cristiana non lo accetta tra le sue file. All’Inc. viene spiegato che prima deve assolvere l’impegno che ha contratto con la Chiesa antagonista: deve trovare il Deus Irae, scattargli una foto e farne il ritratto, poi magari potrà entrare a far parte della comunità Cristiana. L’Inc inizia il suo Pelleg.: nel corso della sua cerca incontrerà non poche difficoltà, e più di una volta la sua blanda fede nel Deus Irae gli insinuerà il dubbio che forse meglio sarebbe stato se mai avesse accettato di ritrarre il Deus Irae.
Il destino vuole che incontri il Deus Irae e che l’Inc. lo uccida senza riconoscerlo: l’Inc., profondamente turbato dal fatto che il suo cane è stato ucciso dall’uomo vestito in tenuta militare, non ci pensa su due volte accecato com’è dall’Ira ad usare i suoi tentacoli meccanici per fracassargli il cranio. Una volta che l’uomo, l’essenza mortale del Deus Irae, è stata fatta definitivamente fuori dall’Inc. inconsapevole della vera identità del militare, l’Inc. avverte che qualcosa è cambiato dentro di sé pur non riuscendo a spiegarsene il motivo; continua la sua ricerca, una cerca che s’interrompe quando un ubriacone dichiara di esser l’autentico Deus Irae. L’Inc. soddisfatto scatta la foto e torna nella sua comunità. Fino alla sua morte mai saprà la verità anche se qualche sospetto in età ormai senile si affaccerà alla sua coscienza; tuttavia la Chiesa del Deus Irae ritirerà i carteggi privati dell’Inc. e li distruggerà, lasciando credere al mondo che il volto ritratto nella loro Chiesa è il vero volto del Deus Irae.
Il barbone ubriaco ritratto come Deus Irae ha sostenuto la parte perché obbligato da un seguace cristiano, in/volontario compagno di viaggio dell’Inc.: quando il Deus Irae è morto come uomo, il bravo cristiano incontrando un barbone lo paga affinché si dichiari all’Inc. come quel Deus Irae che tanti anni prima ha dato l’ordine di sganciare le atomiche sulla Terra. L’Inc. non nutre alcun dubbio in merito all’identità del barbone: per lui quello è il vero Dio tanto temuto, venerato, ricercato. Il novello Leonardo nella Chiesa del Deus Irae dà vita ad una icona che mezzo mondo comincia a venerare; la Chiesa Cristiana conosce la verità dell’incidente, ma non è suo intento dichiararla a nessuno. Il motivo? Ogni religione che si rispetti, per essere veramente grande, non può non saper accettare le scissioni al suo interno, quindi mettersi alla prova, giorno dopo giorno, con il fanatismo delle religioni avversarie: solo così la religione si può considerare veramente tale, forse marginalmente veritiera.
Deus Irae anticipa molti temi che P.K. Dick amplierà nella trilogia di Valis; il romanzo non è sicuramente il migliore né di Dick né di Roger Zelazny: al massimo può essere considerato una degna introduzione a tutti quei temi filosofici e religiosi che P. K. Dick analizza in Valis, Divina invasione, La Trasmigrazione di Timothy Archer, ma nulla di più.
Deus Irae - Philip K. Dick & Roger Zelazny - Introduzione e cura di Carlo Pagetti - Postfazione di Nicoletta Vallorani - Fanucci - Collana: Collezione Dick – 250 pp. - ISBN 883470830X - € 12.91
impiccato saddam hussein

la fine di un dittatore
ma non è ancora democrazia

Ingiustizia by Chatterly
Ingiustizia e Giustizia
Le vostre opinioni dopo l’impiccagione di Saddam
a cura di Giuseppe Iannozzi
George Bush ha dichiarato: “L’esecuzione è stato l’atto di giustizia che lo stesso Saddam Hussein aveva negato alle vittime del suo regime brutale. E’ stato un anno difficile in Iraq per gli iracheni e aver portato Saddam Hussein davanti alla giustizia non fermerà le violenze in Iraq, ma è una tappa importante nel percorso che porta l’Iraq ad essere uno stato democratico che è in grado di governarsi, mantenersi e difendersi da sé. Molte scelte difficili e ulteriori sacrifici ci attendono.”
L’Unione europea, tramite la portavoce dell’Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza, Javier Solana: “L’Ue condanna i crimini commessi da Saddam, ma anche la pena di morte.”
Il Vaticano commenta l’impiccagione di Saddam così: “E’ una notizia tragica…c’è il rischio che alimenti lo spirito di vendetta e semini nuova violenza.” A parlare è padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana attraverso i microfoni di Radio Vaticana. E prosegue: “E’ motivo di tristezza anche quando si tratta di una persona che si è resa colpevole di gravi delitti. La posizione della Chiesa cattolica, contraria alla pena di morte è stata più volte ribadita. L’uccisione del colpevole non è la via per ricostruire la giustizia e riconciliare la società.”
In Gran Bretagna prevale invece il buongusto di non lasciare spazio all’ipocrisia. A parlare è il ministro degli Esteri di Londra, Margaret Beckett: “Accolgo con favore il fatto che Saddam Hussein sia stato processato da un tribunale iracheno almeno per alcuni dei suoi orrendi crimini commessi contro il popolo iracheno. Ora ha pagato il suo debito.”
Il ministro britannico auspica anche l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo “indipendentemente dalle persone implicate o dal crimine commesso.”
“Con l’impiccagione di Saddam è impossibile il ritorno della dittatura e del partito unico”, spiega sommariamente il ministro iracheno Al Maliki per mezzo di un comunicato. “Si tratta di una lezione per tutti i despoti che compiono crimini contro il proprio popolo. Come abbiamo già detto noi rifiutiamo di considerare Saddam come il rappresentante di una religione o di una comunità del popolo iracheno. In nome del popolo iracheno, chiedo a tutti coloro che sono stati ingannati dall’ex regime di rivedere la propria posizione. La porta per coloro che non hanno le mani sporche di sangue è ancora aperta. Il nuovo Iraq non sarà diretto da un solo partito o da una sola religione.”
Ce lo auguriamo noi tutti che queste parole si concretizzino quanto prima in una realtà tangibile e non ambigua.
Hamid Reza Assefi, viceministro iraniano degli esteri, molto semplicemente ha detto che è “una vittoria degli iracheni”.
Essam El-Aryan, leader dell’ufficio politico dei Fratelli Musulmani in Egitto, movimento bandito ma tollerato dalle autorità del Cairo: “Hanno scelto il giorno sbagliato per l’esecuzione di Saddam. E’ un giorno di festa nel mondo islamico… Saddam Hussein era un dittatore, di sicuro non un martire e in quanto tale i Fratelli Musulmani hanno sempre chiesto che fosse fatta giustizia. Ma certamente non sotto un regime di occupazione.”
“Le autorità italiane che criticano l’impiccagione di Saddam, non ricordano cosa accadde a Piazzale Loreto?”: così replica Yassim Majid, uno dei consiglieri del premier iracheno Nuri Al Maliki. L’intervista telefonica concessa all’emittente Al Iraqiya non lascia adito a dubbi né ambiguità: lo “sgomento” espresso da Romano Prodi per l’impiccagione dell’ex Raìs è rimandato al mittente. Majid si riferisce alla morte di Benito Mussolini, e in particolare a come è stato ammazzato. “Coloro che ci criticano hanno forse dimenticato i crimini commessi dal regime di Saddam Hussein contro gli iracheni e contro l’umanità? […] alla fine della seconda guerra mondiale, Mussolini è stato processato per un solo minuto. Il giudice gli ha chiesto il suo nome e alla risposta ‘Benito Mussolini’ gli ha detto: ‘il tribunale vi condanna a morte’ e la sentenza è stata eseguita immediatamente. I Paesi europei che condannano l’esecuzione dovrebbero ricordare che non hanno il diritto di interferire negli affari degli altri paesi, che hanno le loro proprie leggi.”
“Pur senza voler sminuire i crimini di cui si è macchiato Saddam Hussein e la ferocia con cui ha gestito il potere durante il regime e pur nel rispetto dell’autonomia e della legittimità delle istituzioni irachene, non posso non esprimere la ferma contrarietà del governo italiano e mia personale alla condanna a morte dell’ex rais”, aveva così commentato Romano Prodi, pochi giorni prima dell’impiccagione di Saddam.
Ancora una volta le forze in carica al governo italiano fanno finta di ignorare la Storia del nostro Paese, per una mera questione di convenienza; o forse non gli è mai stata insegnata punto per punto la Storia.
1. Non è ancora la democrazia!
Forse è vero che Saddam Hussein rimane pur sempre un pesce piccolo. Credo che la sua morte per impiccagione - assassinio secondo i cattolici più fondamentalisti -, dopo aver comunque subito un processo ed esser stato dichiarato colpevole, non migliorerà le condizioni sociali in Iraq, tanto meno quelle politiche - che sono, ahinoi, in mano agli americani e a quei pochi iracheni al soldo degli USA. Su questi presupposti è impensabile, anche solo lontanamente, di erigere una democrazia, una vera democrazia, dall’oggi al domani.
Storicamente la morte per impiccagione di Saddam la si può interpretare come un monito contro gli altri tiranni che, purtroppo, vessano popoli e nazioni intere. Un monito che ha un suo valore pesante e nulla affatto mascherato anche solo da una parvenza etica e/o morale. Ma rimane pur sempre un monito.
Dicendo che non ho lacrime per Saddam Hussein: è stato un dittatore, un tiranno, a tutti gli effetti. Era una patata bollente per gli Americani e non solo: subito dopo il verdetto, con la massima fretta si è arrivati all’impiccagione. C’erano trenta giorni per eseguire la sentenza: ma già oggi, 30 dicembre 2006, alle 4 di mattina (ora italiana), il raìs è stato fatto fuori senza troppi convenevoli. Ciò ci dovrebbe far riflettere: gli Americani, gli Iracheni, dopo aver emesso la sentenza, se la facevano nelle mutande, l’ex raìs era un pericolo per loro, dovevano farlo fuori al più presto. E così hanno fatto, con la coda fra le gambe.
Non mi illudo: l’Iraq è in mano agli Americani, e lo sarà ancora per una lunga pezza, almeno sino a quando potranno sfruttarne le risorse petrolifere. Ne hanno fatto una colonia dell’Iraq, e ovviamente non potevano mancare i McDonald’s e la CocaCola.
Non assolvo affatto Bush Jr.: ha le mani nel sangue, ogni minuto che passa una testa cade nel nome della finta democrazia propagandata da Bush Jr. e dai suoi accoliti.
Un giorno forse la storia dirà di questo Presidente che è stato il peggiore nemico della democrazia e degli Stati Uniti. Un giorno, quando l’umanità sarà forse un po’ migliore rispetto a oggi.
Rimane il fatto che Saddam Hussein non era proprio per niente uno stinco di santo.
Firmato Giuseppe Iannozzi
2. Ingiustizia è stata fatta!
Ingiustizia è stata fatta!
Il Raìs come figura è il risultato dell’intervento americano in una realtà scottante e dualista come l’Iraq, che ha però giacimenti petroliferi che fanno gola agli US. Prima lo hanno armato, poi volevano togliergli le armi. Lui non le voleva dare perché non le aveva... allora Little Bush gli ha fatto guerra... per poi dover ammettere, dopo tutto il sangue e il dolore versato da entrambe le parti, che quelle armi non esistevano!!!
Come se non bastasse Little Bush ha scelto il governo da mettere a capo dell’Iraq...ovvio che la gente non ci sta... così ha perpetrato il vecchio detto latino: Divide et Impera!
Spero che, alla faccia degli US, il popolo iracheno ascolti le ultime parole del Raìs: RESTATE UNITI, soltanto così potranno avere un briciolo di speranza di liberarsi dell’invasore occidentale, ammazzandosi tra di loro arriveranno soltanto alla distruzione facilitando così le cose agli occidentali vampiri petroliferi.
Sono triste ed arrabbiata, perché con lo spauracchio dei crimini di Saddam come al solito hanno coperto tutti i veri orrori che ci sono dietro. E se anche Saddam ha contribuito all’uccisione di un villaggio di Curdi iracheni, non scordiamoci che quegli stessi Curdi, una volta saliti al potere, hanno imprigionato, torturato e condannato a morte altrettante persone, in nome di una giustizia che era soltanto una vendetta. E perché io dovrei difendere un regime molto più sanguinario ed anti-democratico di quello precedente?
Io credo all’autodeterminazione dei popoli e soltanto uno come Saddam poteva tenere testa ai suoi connazionali, lui li conosceva bene e conosceva bene anche l’Occidente. Per questo è stato fatto fuori alla svelta. Ora ne hanno fatto un martire ed hanno acceso una polveriera!
Staremo a vedere... ma tutto ciò che verrà, noi occidentali, tenendo banco a quegli assassini, ce lo saremo meritato!!!
Firmato Chatterly
Il bacio più lungo (a capodanno)
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venerdì, dicembre 29, 2006

Il bacio più lungo
(a capodanno)
di Giuseppe Iannozzi
sperando
che quest’anno
non mi mandi in bianco
A casa tutta sola
Oggi che è capodanno
brindo al mio sorriso
e a quel paradiso
che dicono sia lassù
da qualche parte
Ma io che ho fatto sempre
la mia parte adesso,
adesso un pugno di mosche
un brindisi e un lettino
dove fare la Bella Addormentata
A casa tutta sola
Sono stata tanto brava
Una brava bimba davvero
tutto il santo anno a pregare
Solo di tanto in tanto un po’ brilla
guardando in cielo una stella
cadente e uguale al mio desiderio
Anche quest’anno tutta sola
Niente si è avverato
Eppure sono stata brava
Una brava bimba davvero
E’ questo che non capisco
Gli amici continuano a ripetermi
che il mondo è tondo
Che è fatto per un bel girotondo
Che prima o poi la fortuna gira
Però a me non è mai successo
di prendere la carta vincente:
solo a tarda notte tutta sola una stella
cadente uguale alla mia speranza
E gli amici continuano a sopportarmi
Ma io non sopporto più il mio sguardo
allo specchio che mi piange in silenzio
Sono stata una brava bimba davvero
Lo giuro, lo giuro, lo giuro
Non ho mai fatto niente di male
Non ho strappato le ali alle farfalle
Mi sono presa cura d’un bastardino
raccolto in strada, più solo di me:
gli ho dato tutta la mia tenerezza,
l’ho tenuto stretto a me accarezzandolo
Sono stata tanto ma tanto brava
Sul serio, non ho di che vergognarmi
E allora perché sono così tanto sola?
A casa tutta sola
Anche quest’anno a contare i tarocchi
cercando di non accecarmi gli occhi
A casa, a casa a togliermi le pulci
e poi a far finta che ho un bel sorriso
Gesù, perché mi hai fatto questo?
Non ho mai pestato i piedi a nessuno
Non ho mai dato a qualcuno l’altra guancia,
ma non ho nemmeno mai dato uno schiaffo
Non ho fatto mai un torto, lo giuro
Lo giuro, lo giuro, lo giuro tre volte
Lo giuro su di te, Gesù bello
Sono stata tanto ma tanto brava davvero
A casa non ci voglio restare quest’anno
Ho voglia di baciare un amore d’un minuto
A capodanno non me lo puoi negare
Sono stata una brava bimba
Sempre timorata di Dio, o quasi
Sono stata sempre rispettosa,
quasi mai dispettosa o una scimmia
Ho sempre dato un sorriso e gioia
a mamma, a papà e anche al fratello
E allora, quest’anno non mi puoi castigare
Quest’anno voglio dare un bacio
Merito un bacio per un minuto infinito
A capodanno mi sarà permesso
che tu lo voglia o no, che tu lo voglia o no
Brindo al mio sorriso
e a quel paradiso
che dicono sia lassù
da qualche parte…
Ma non ci sto tutta sola nel lettino
a fare la Bella Addormentata
Mi spoglio della parte
che mi hai cucito addosso
e di tutto il resto me ne frego
A capodanno voglio un bacio lungo
A capodanno darò il più bel bacio
che ho sempre sognato
facendo la parte della brava bimba
Questa volta non mi lascerò andare
Non mi farò mettere da parte
A capodanno farò la pazzia d’un bacio
Un bacio lungo un minuto intero
Un bacio lungo quanto tutto l’infinito
Me lo merito, me lo merito, me lo merito
Sono stata brava sempre, brava sempre
Lo giuro, lo giuro, lo giuro tre volte
Lo giuro su di te, Gesù bello
Così a capodanno non starò in un angolo
Lo giuro su di te, Gesù bello
Non starò a cuccia in un angolo
Non mi farò sbattere alle corde sconfitta
Sono stata sempre una brava bimba
Merito qualcosa di più, qualcosa di più
della solita minestrina riscaldata
A capodanno, a capodanno, a capodanno
finalmente farò di testa mia
Alla fortuna le faccio girare la testa
Gliela stacco di netto, perché il trentuno
ho un appuntamento con l’amore
E nemmeno lei potrà mettermi i bastoni
fra le gambe, questa volta no
Finalmente amerò a modo mio
Finalmente amerò a modo mio
Finalmente amerò a modo mio

Friedrich Durrenmatt, "La promessa - La panne"
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La promessa
di Giuseppe Iannozzi
“Nella primavera del 1957 il produttore Lazar Wechseler mi commissionò un soggetto cinematografico. Tema: delitti sessuali sui bambini. Scopo: mettere in guardia la gente contro un pericolo che, purtroppo, si presenta sempre più spesso. Consegnai un racconto, una prima stesura del romanzo. In collaborazione col regista del film, Ladislao Vajda, lo elaborai poi in una sceneggiatura. Finita la sceneggiatura, mi rimisi al lavoro, ripresi la storia, rifacendola da capo e sviluppandola al di là d’ogni intenzione pedagogica. Da un caso particolare sono arrivato al caso del detective in genere, alla critica di uno dei più tipici personaggi ottocenteschi.”
La Promessa, un magistrale giallo di Friedrich Dürrenmatt; il romanzo, nel suo genere, è un piccolo gioiello narrativo; la scrittura asciutta di Dürrenmatt disegna con perfezione chirurgica il dramma che ogni giallo che si rispetti cova nel proprio alieno seno. La promessa, già soggetto cinematografico nel 1958 con il titolo Il mostro di Magendorf per la regia di Ladislao Vajda (1958), recentementeè stato tradotto per il grande schermo con il titolo La prova (2001), un film diretto da Sean Penn e interpretato da Jack Nicholson, attore che in questa pellicola ha dato il meglio di sé, tornando quasi ad essere il grande Nicholson di Shining e Qualcuno volò sul nido del cuculo.
Friedrich Dürrenmatt, nato a Konolfingen nel 1921, morto a Neuchâtel nel 1990, è uno dei più grandi romanzieri e drammaturghi tedeschi, purtroppo ancora troppo poco conosciuto e apprezzato in Italia. Tra le sue molte opere, sia per il teatro, sia per la narrativa (poliziesca), vanno ricordati almeno alcuni titoli: per il teatro, Romolo il grande (1949), Un angelo va a Babilonia (1954), Il sosia (1960), I fisici (1962), La meteora (1966), mentre per la narrativa, Greco cerca greco (1955), La panne (1956), La visita della vecchia signora (1959), Il giudice e il suo boia (1960), Il sospetto (1960), Giuochi patibolari.
Se Il giudice e il suo boia, romanzo maggiormente conosciuto dal pubblico italiano, ha affascinato e stupito la critica anche più difficile, La promessa è un lavoro che nulla ha da invidiare alle migliori prove narrative e teatrali del grande scrittore di lingua tedesca. La promessa è un antiromanzo giallo: Dürrenmatt sconvolge gli stereotipi del giallo e lo riconduce a una dimensione reale dove il colpo di scena non c’è, dove il grande mistero è in realtà una presa per i fondelli del destino. Abituati come siamo a leggere gialli che sembrano avere spiegazioni per tutti gli accadimenti e tutte le psicosi dei personaggi trattati, ne “La promessa”non ci sono risposte, non esistono sottigliezze psicologiche: il commissario è un uomo, un bravo investigatore ma comunque e sempre un uomo e mai un eroe - piuttosto incarna la figura dell’antieroe che vestendosi come tale riesce a essere eroe di tutti i giorni se il destino lo vorrà.
Saul Bellow a proposito di Dürrenmatt ha avuto modo di dire: “Scrive con eleganza, scrive per tutti, sa essere divertente, ma non tradisce mai il taglio alto della sua penna.” Niente di più vero: il taglio della penna di Dürrenmatt è sempre alto, mai abbozzato.
Siamo di fronte a un romanzo pienamente razionale a dispetto di quello che si potrebbe pensare dati i presupposti esposti; per Dürrenmatt la razionalità è la realtà di tutti i giorni, il duro scontro con gli imprevisti, il fatto di avere prove, indizi del crimine commesso e non poter comunque assemblarli in una ‘traccia’ sicura: in breve, questo è quanto accade in realtà in un commissariato. Per Dürrenmatt il giallo non si può e non si deve risolvere incastrando alla perfezione tutti i pezzi del puzzle: la realtà produce imperfezioni e le imperfezioni sono i membri di un puzzle, che pur non incastrandosi tutti alla perfezione, producono la ‘razionalità’, il vivere quotidiano, sia esso inserito in un contesto felice o in uno criminoso. Ne “La promessa” gli elementi del genere ci sono tutti: un investigatore freddo e infallibile, il commissario Matthäi, colleghi ottusi e altezzosi che si rifiutano di prestare fede alle intuizioni del commissario, ma soprattutto c’è un delitto raccapricciante, una bambina di sette anni è stata barbaramente uccisa. In un primo momento si pensa a un delitto a sfondo sessuale, un qualche pazzo pedofilo, ma questa ipotesi subito naufraga. Matthäi, freddo commissario di provincia, di fronte al dolore dei genitori della vittima sente che la sua anima è stata scongelata: si impegna a trovare l’assassino della giovane vittima, una promessa che cambierà radicalmente la vita del commissario.
Per quanto si adoperi nella ricerca del bruto criminale, Matthäi non riesce a trovare niente, solo indizi, coincidenze, frammenti di una verità che non può essere né ricostruita sommariamente né ipotizzata. Matthäi abbandona il suo posto al commissariato: spinto da una intuizione geniale quanto irrazionale, per Matthäi l’unico modo di acciuffare l’assassino è quello di fargli la posta, attenderlo, indirizzarlo verso un altro crimine. Compra un pompa di benzina, un vecchio casolare, va a vivere con un prostituta che ha una figlia, una ragazzina per molti aspetti simile alla piccola vittima: l’esca è stata gettata. Matthäi non conosce il volto dell’assassino, ma è sicuro che lo riconoscerà nel momento in cui abboccherà all’esca; diventa un benzinaio, i giorni passano, i mesi trascorrono, ma l’esca non funziona. Tuttavia l’ostinazione di Matthäi è grande, non si arrende, è sicuro che l’unico modo per prendere in castagna il criminale è quello di continuare ad aspettare, di continuare a fare il benzinaio. Un giorno la bambina viene avvicinata da uno straniero: Matthäi riesce a far parlare la bambina, ma alla fine la reticenza di lei è tanto forte che l’insistenza di Matthäi deve cedere e ancora una volta fra le mani si ritrova un pugno di mosche. Segue quella che è ormai diventata la figliastra: si apposta, la spia in attesa che il malintenzionato faccia la sua comparsa in scena, è sicuro che l’assassino verrà, così sicuro che coinvolge il suo ex corpo di polizia negli appostamenti. I giorni passano e la bambina non viene avvicinata più da nessuno. Matthäi è diventato per tutti un matto: gli anni passano, inesorabili, tutti uguali. La promessa non è stata mantenuta.
A distanza di anni, per puro caso, il principale di Matthäi viene chiamato a raccogliere le confessioni di una anziana sul suo letto di morte: questa spiega con dovizia di inutili particolari personali il suo rapporto con la famiglia, con la sorella, con il mondo e con il marito. E’ chiaro per il vecchio superiore di Matthäi che l’anziana lady ha solo voglia di parlare a vanvera prima di esalare l’ultimo respiro, prima di annunciare che un lascito sarà devoluto alla polizia: una tortura star lì a sentirla, ma all’improvviso ecco la verità… La donna rivela che suo marito, morto da tempo a seguito di un incidente, soffriva di alcune turbe psichiche che lo portavano a commettere efferati delitti contro innocenti bambine; lei sapeva di questa sua morbosità, ma ogni volta che l’anima violenta e assassina si manifestava con brutalità, lei la copriva, nascondeva le prove. Per lei era facile tenerlo a bada: il marito era una persona malata psichicamente ma era anche un bambino per certi versi, facilmente influenzabile; era come se la sua efferatezza nascesse da un istinto ‘bambinesco’ e proprio in virtù di ciò, lei, la moglie l’aveva sempre perdonato e coperto. Poi, lui era morto accidentalmente in un incidente automobilistico. Il vecchio poliziotto si reca subito da Matthäi, gli racconta punto per punto la verità, ma ormai Matthäi è diventato apatico, non gli interessa più nulla tranne la buona conduzione della sua pompa di benzina.
Con questo romanzo Friedrich Dürrenmatt mette in gioco tutti gli elementi classici del giallo, elementi parodisticamente distorti, deformati come in uno specchio convesso. La promessa, un grande romanzo, epico, che metaforicamente annuncia la morte del giallo come genere: Dürrenmatt sostituisce alla morale pratica di ogni poliziotto una morale metafisica: il razionale non prevale sul caos, o almeno non fatalmente. Eppure, paradossalmente, proprio il fatto di analizzare la morale poliziesca in un contesto metafisico rende il mondo irrazionale razionale, un caos ordinato secondo le leggi del fatalismo, o meglio della quotidianità, quella che è allo stesso tempo prevedibile ed imprevedibile. La vita è come giocare a poker con il morto: ti può andare bene ma anche male, puoi prevedere le mosse degli avversari in alcuni casi e uscirne vincitore, ma più spesso ne esci sconfitto. Anche questo è ordine, ordine caotico.
Friedrich Dürrenmatt è un maestro del giallo e La promessa è un romanzo che fa scuola, uno scritto che fa meditare sulla vita e sulla psiche umana sia essa criminosa, sia essa normale, da cliché: il quotidiano è comunque, è sempre il quotidiano antropologico vivere crescere, amare odiare e infine morire.
La promessa (La panne) - Friedrich Durrenmatt - Traduzione di Silvano Daniele, Eugenio Bernardi e Italo Alighiero Chiusano - Einaudi - Collana: ET Scrittori – 242 pp. - ISBN 8806172735 - € 9.50









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