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niccolò ammaniti, il nuovo romanzo leggilo on line!
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mercoledì, gennaio 31, 2007
come jack comanda

con tutta l'ira di dio
leggilo on line, clicca qui
ironiche un po'
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ironiche un po’
Fantastica Monica Bellucci
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martedì, gennaio 30, 2007

Ti si può solo amare, e non è abbastanza.
Ti si può solo adorare: sì, proprio come una Dea.
Tu, femmina di passione di sesso d'amore.

Perché? E' così evidente...!
la 2a immagine è un'ennesima provocazione dell'Angelika Karamella
Neil Gaiman
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Neil Gaiman, inglese, 46 anni (ma non li dimostra affatto), è il creatore di una serie a fumetti di culto negli Stati Uniti e in Inghilterra, Sandman. Indiscutibilmente Neil Gaiman è una delle figure chiave dell’evoluzione del fumetto anglosassone, protagonista indiscusso insieme ad Alan Moore del Rinascimento Inglese: durante gli anni Ottanta, Gaiman ha saputo rinverdire la produzione culturale fumettistica d’oltreoceano, operazione riuscita proponendo al pubblico personaggi già collaudati ma creandone nel frattempo di nuovi soprattutto per conto della DC Comics. Sandman è il personaggio maggiormente conosciuto di Gaiman: il protagonista Morfeo e i suoi fratelli (gli Endless, o Eterni) sono figure classiche del mondo fantasy, che felicemente si sposano con la mitologia classica e la cultura dark (o gotica).
Oggi Neil Gaiman rappresenta per la cultura fantasy un moderno Oscar Wilde, in tutti i sensi decadente, raffinato, colto ma soprattutto divertente. Dopo il grande successo della serie dedicata al Signore dei Sogni, altro colpo da maestro è quello del ’93 con L’alto costo della vita, la prima serie dedicata a Death, la sorellina di Sandman: anche questa fatica di Gaiman diventa subito un bestseller tra i mature readers. Il successo di Death è tale che qualche anno dopo Gaiman dà vita a The time of your life, un proseguo di Death che agli ammiratori di Gaiman non è dispiaciuto affatto. Il segreto del successo di questa storia è forse da ricercarsi nella sua delicatezza, ma i fenomenali disegni di Chris Bachalo, già realizzatore di una serie di sketch per la serie psichedelica Shade the changing man, hanno contribuito non poco al successo di Death. E’ il caso di dire che il merito commerciale/di pubblico è da divedersi fra Gaiman e Bachalo, indubbiamente.
Neverwhere è la prima esperienza con la televisione per Gaiman: l’autore scrive la sceneggiatura di una serie televisiva ambientata nei sotterranei di Londra, successivamente diventa anche il suo primo vero romanzo, un fantasy che è un piccolo capolavoro, e oggi si può sicuramente asserire che è uno dei migliori romanzi fantasy mai apparsi. Portato a termine Neverwhere, Gaiman scrive The day of the dead, un episodio della serie televisiva americana di fantascienza Babylon 5.
Il cacciatori di sogni è un’avventura un po’ piatta, ma Gaiman l’ha resa appetibile grazie alle superbe illustrazioni di Amano. Sandman è quasi un intruso all’interno della trama… sì, è proprio un intruso! Tuttavia le bellissime illustrazioni di Yoshitaka Amano conferiscono alla storia un alone onirico di tutto rispetto; la mano di Amano ha creato disegni di rara raffinatezza che si rifanno sapientemente alla cultura giapponese, un po’ erotici, un po’ perversi, un po’ romantici e cupi. Se la storia è semplicemente una storia come tante altre, le tavole illustrate sono artisticamente valide: questa avventura di Sandman senza il contributo di Yoshitaka Amano sarebbe stata una autentica delusione e per il pubblico e per la critica.
Neil Gaiman con il romanzo Nessun Dove ha dato prova d’esser un grande romanziere. Lo stile asciutto del costrutto narrativo assicura al lettore una piacevolissima lettura; è un romanzo che si legge come un fumetto pur mantenendo tutte le caratteristiche classiche della narrazione fantastica. Qualche critico ha detto a proposito di Neil Gaiman “che Nessun Dove è uno scritto che piace e avvince perché privo di stile”: a parere di molti il merito maggiore di Gaiman è quello di saper scrivere senza dover ricorrere necessariamente ai cliché narrativi in voga, quindi il fatto di non aver uno stile definito (ma sarà poi vero?), paradossalmente, si traduce nell’averne uno astratto, personale, a tratti decadentista, brillante e poetico come quello di Oscar Wilde.
La storia si svolge perlopiù nella Londra di Sotto dove c’è un mondo invisibile agli occhi, all’anima dei comuni borghesi e arrivati della Londra nevralgica di affaristi preoccupati solo di guadagnare e accumulare denaro. La Londra di Sotto è una città sinistra abitata da mostri e santi, da assassini e angeli e cavalieri in armatura, da principesse e streghe, da caste puttane e illibate fanciulle capaci di tirar fuori gli artigli nel momento del pericolo. Richard Mayhew, giovane uomo d’affari, un giorno incontra sulla sua strada la giovane Porta, una ragazza della Londra di Sotto: Porta è inseguita da due loschi bravi che vogliono farle la pelle, e nel tentativo di sfuggire alle loro grinfie ha trovato momentaneo rifugio nella Londra di Sopra. Richard, accorgendosi che Porta è ferita, decide su due piedi di portarle soccorso; purtroppo per lui questo atto di generosità lo catapulta fuori dalla sua tranquilla e prevedibile esistenza. Aiutando un abitante della Londra di Sotto, Richard, per capriccio di un bizzarro meccanismo magico, non può più essere un uomo della Londra di Sopra; costretto ad abbandonare la Londra conosciuta, costretto a combattere in una Londra medievale, Richard matura una nuova coscienza sociale e civile diventando, finalmente, un uomo capace di distinguere fra il bene e il male.
Porta si è attirata le antipatie di un sinistro quanto bizzarro angelo di nome Islington, che vive in una prigione illuminata esclusivamente da pallide candele; in un primo momento, l’angelo non si rivela come nemico, ma alla fine la sua vera natura viene messa a nudo. Solo le forze congiunte di Richard e Porta faranno precipitare per sempre l’angelo Islington in una zona morta, un luogo che è un non-luogo. Dopo notevoli peripezie, dopo aver fatto conoscenza con i sapienti ratti della Londra di Sotto, dopo aver incontrato il signor Parla-coi-Ratti, dopo aver attraversato il Knightsbridge, dove aver smascherato i traditori, dopo aver sfidato e sconfitto la Bestia del labirinto, Richard Mayhew è un uomo nuovo pronto a sacrificare anche sé stesso per il bene della Londra di Sotto. Richard sconfigge tutto quello che c’è da sconfiggere, anche se l’aver sconfitto l’angelo caduto Islington e sventato il suo piano di conquista del Paradiso non è ancora abbastanza, infatti si rende conto che tanti nemici ancora si nascondono nelle latebre di quella Londra che fino a qualche giorno prima non conosceva. Il resto, ragazzi, dovrete scoprirlo da soli. Io non vi racconto più niente.
Nessun Dove. in Inghilterra, ha riscosso un notevole successo, così grande che l’uscita del romanzo è stata accompagnata dall’uscita di una serie televisiva ispirata ai personaggi creati da Neil Gaiman, che in un primo momento aveva concepito Nessun Dove come soggetto televisivo.
Nessun Dove è uno dei migliori lavori fantastici apparsi in questi ultimi anni: ricco di spunti teologici, sociologici, fantastici, potrebbe indirizzare la letteratura fantasy verso nuovi terreni di sperimentazione narrativa… anzi l’ha già fatto. Neil Gaiman non avrebbe uno stile definito? Oscar Wilde vi risponderebbe così: “Coloro che scorgono cattive intenzioni nelle belle cose, sono corrotti, senza essere interessanti. Questo è un difetto. Quanti scorgono buone intenzioni nelle belle cose, sono spiriti raffinati. Per essi c’è speranza.”
Stardust è una novella piacevole: scritta da Neil Gaiman, i disegni sono di un grande illustratore, Charles Vess, che in questa occasione non ha saputo esprimersi al meglio. Pur non essendo nulla di eccezionale, Stardust ha un suo fascino dignitoso: la trama non è all’altezza di un romanzo come Neverwhere, ma è comunque una prova felice che non manca di entusiasmare gli estimatori di Gaiman e quanti amano i mondi fantastici.
La storia ha tinte debolmente gotiche: è forse la prova letteraria meno cupa dell’autore anglosassone, che ci regala una storia adatta ad un pubblico assai eterogeneo, ottima per gli adolescenti, intrigante quanto basta per chi ha già masticato tanto e tanto fantasy. Pur non conservando la grandezza lirica di Neverwhere, Stardust ha il pregio di introdurre il lettore in un ambiente popolato dalla magia e da un folklore zingaresco.
Gaiman ci parla dell’amore e lo fa per mezzo di Stardust: per chi è abituato ai toni dark di Sandman, Stardust è sicuramente una sorpresa, infatti il primo sembra non concedere troppo spazio all’amore e quando lo fa è per asserire che questo è impossibile se non come astrazione onirica, quindi appartenente al mondo dei mortali e non a quello degli dèi, mentre in Stardust, forse per la prima volta, Gaiman ci regala un finale felice, completamente felice. O meglio, quasi completamente! In Neverwhere per amore di sé stesso, per amore nei confronti della vita, il protagonista accettava di tornare nella Londra Sotterranea, scegliendo la via di un esilio volontario con nuances arturiane; in Sandman, l’amore è un po’ la maledizione di chi lo vive, e sembra che Gaiman ribadisca questo concetto con Il cacciatore di sogni, avventura scritta per celebrare i dieci anni di Sandman. In Stardust l’esilio è solo fittizio, difatti il protagonista, che ha vissuto da sempre tra gli uomini, pur appartenendo al mondo delle fate, fa ritorno (meglio sarebbe dire che fa conoscenza delle sue radici) nel suo mondo per vivere felicemente, per regnare con giustizia su i suoi territori ed amare la sua bella. Unica punta di blanda amarezza per il protagonista di Stardust è che l’amore non potrà partorire figli…
Una storia tutta da leggere, i colpi di scena non mancano e Gaiman si diverte a depistare l’attenzione del lettore conducendolo fra i sentieri di possibili conclusioni ‘irreali’; solo alla fine Stardust svelerà la sua verità, il sentiero giusto di una “irreale realtà” perfettamente credibile perché appartenente al regno della fantasia. La novella è stata premiata tra l’altro col prestigioso Mythopoeic Award
I disegni di Charles Vess, per quanto accurati, purtroppo non sono all’altezza della novella di Gaiman: in molti punti le situazioni descritte da Gaiman non collimano con le illustrazioni, e non poche volte i personaggi di Charles Vess hanno caratteristiche fisiche che Gaiman non ha assolutamente evidenziato nel suo scritto. Il grande Charles Vess non ha dato il meglio di sé in questa prova: purtroppo le immagini non coincidono con la storia e non c’è niente da fare, tutti possono rendersene conto con i loro propri occhi. Un vero peccato perché Stardust poteva essere un capolavoro lirico illustrato, così non è stato. Sarà per la prossima, speriamo.
Neil Gaiman ha vinto praticamente tutto il possibile e l’impossibile. E’ il caso anche dei BSFA Awards, i premi assegnati dalla British Science Fiction Association definiti il 20 aprile nell’ambito della Seacon 2003, la 54a U.K. National Easter Science Fiction Convention, che si è tenuta a Hinckley (Leicestershire): a Gaiman è stato riconosciuto il premio per il miglior racconto, Coraline.
“II tema del mondo parallelo raramente e stato trattato in maniera tanto poetica, intelligente e inquietante. Gaiman si conferma un genio, capace di stupire e affascinare a ogni pagina. Da bambino avrei voluto essere spaventato da storie cosi.”
(Valerio Evangelisti)
Coraline - e non Caroline -, la protagonista della favola nera di Gaiman, vive in casa dei genitori: ci sono tredici porte, ma la quattordicesima, apparentemente murata, dà su un muro di mattoni fintamente impenetrabili. Oltre quel muro dovrebbe esserci un appartamento vuoto. Questo è quanto le dice la madre, donna affettuosa, madre perfetta! Ma un giorno Coraline, esplorando la casa perché annoiata, perché fuori piove e non può uscire, scopre che dietro la porta si apre un corridoio abitato dalle tenebre. E in fondo, alla fine del corridoio c’è una casa identica alla sua, e ci sono un “altro padre” e un’”altra madre”, che al posto degli occhi hanno dei bottoni neri cuciti sul volto pallido. Le loro mani sono lunghe, sottili, unghie lunge anch’esse, ma sanno cucinare pranzetti come piacciono a Coraline, senza salse strane. Pranzetti ruspanti che rendono Coraline momentaneamente felice. Coraline non sa, ma avverte che non è normale. Gli “altri genitori” vorrebbero trattenerla con loro, cucire sui suoi occhi bottoni neri, ma Coraline si rifiuta perché è sicura che le farebbero male, perché i grandi quando dicono che una cosa non fa male è invece vero il contrario. Per sua fortuna un gatto, dal comportamento arrogante come tutti i gatti magici e non, l’avverte del pericolo con poche parole. E poi, Coraline ha un talismano, che gli è stato regalato da due vecchie attrici amiche dei suoi genitori veri ma anche di lei. Fugge via, fugge. Torna a casa, ma i veri genitori non ci sono più. Si arrangia, cerca di essere donna prima del tempo, ma la notte solitaria le butta addosso lo scoramento e comincia a piangere. Inutile cercare di farsi intendere dalla polizia: il commissario le dice di farsi fare una cioccolata calda dalla madre e tornare a dormire. Ma intanto i suoi veri genitori sono prigionieri dello specchio, cacciati a forza in un altro mondo, e lei sola può liberarli, ma non sa come fare. Loro sono dall’altra parte e si tratta della sua famiglia. Un gatto parlante, vecchie attrici che tornano ad essere giovani e belle, spettri bambini, musicisti strampalati, questo è l’”altro mondo”. E Coraline deve sconfiggere da sola il buio per riavere indietro i suoi veri genitori, le sue inequivocabili certezze.
William Gibsonha detto a proposito di Gaiman: "Gaiman è uno scrittore di rara sensibilità e di immaginazione infinita.” Nonostante Gibson sia personaggio spocchioso, che negli ultimi anni non ha saputo rinnovarsi come artista, dobbiamo convenire con il suo giudizio. Dovere di onestà. Cercate di capire, gentile pubblico. La sensibilità di Neil è tale da riuscire a tradurre la più banale emozione in pura adrenalina, che si sposa con un universo immaginifico che ha lo squisito equilibrio decadentista del miglior Oscar Wilde. Ma se ci limitassimo a dire di Neil Gaiman che è un po’ Wilde, un po’ Tolkien, sarebbe critica davvero riduttiva. L’autore ha una forza istintiva che produce sulla pagina per dar corpo ad un universo spettacolare di stelle comete, personaggi a volte vagamente beat, come quelli di American Gods. In questo romanzo spettacolare, facciamo la conoscenza di Shadow, un derelitto che si è fatto tre anni di prigione. Adesso è finalmente giunto il giorno di uscire di prigione, ma viene informato, senza mezze misure, che sua moglie e il suo migliore amico sono morti, coinvolti in un incidente assurdo, rabbioso agli occhi di Shadow. Shadow, personaggio che sembra essere uscito da un romanzo di William S. Burroughs, incontra Mister Wednesday: si trovano entrambi in aria, prigionieri della claustrofobia di una prigione di metallo volante, l’aeroplano, e Shadow sta per tornare a casa, una casa vuota e abitata solo dagli spettri dei suoi ricordi. Che diavolo! Perché tornare a casa? Mister Wednesday gli offre di lavorare per lui, e Shadow, dopo qualche tentennamento, decide di accettare l’offerta, perché, in fondo, per un ex carcerato, una simile fortuna non capita sempre. Ma l’affare fra Shadow e Mister Wednesday puzza di quel Jack Daniel’s che l’enigmatico sconosciuto scola a litri senza sosta. Un patto faustiano, e Shadow ha tutto da perderci, forse - solo forse, è bene sottolinearlo. I compagni di Shadow, quelli con cui dovrà confrontarsi e guardarsi le spalle, sono tutt’altro che amichevoli; il boss e i suoi compagni in affari e i suoi concorrenti, il vecchio baro corpulento, l’improbabile seduttore di lolite, il gran mangiatore e bevitore, l’uomo dall’eloquio torrenziale e dalla risata tonitruante è Odino, Votan, Grimnir, il Padre di ogni cosa, la somma divinità del pantheon nordico, arrivato in America secoli e secoli or sono con una nave di Vichinghi. C’è anche Chernobog, ridotto a vivere della pensione maturata negli anni di lavoro al macello di Chicago, e poi l’africano Anansi, la celtica Easter e la mediterranea Bilqis che batte i marciapiedi di Hollywood, tutte divinità maggiori e minori, ma tutte inevitabilmente sull’orlo del disastro sociale, mitico, finanziario e pure umano, per così dire. Odino tira a campare e fa vita grama senza adoratori: è stato dimenticato perché i nuovi dèi americani sono i mass-media, Internet, le carte di credito. Questi nuovi dèi sono terribili e senza pietà: miliardi di uomini, ricchi e poveri, li adorano. Non hanno anima i nuovi dèi, eppure riescono a tenere in catene l’intera umanità, quella americana e non solo. Wednesday ha preso con sé Shadow, e lo sbatte sulla strada, perché è giunto il tempo di incontrare altri compagni di lotta, colleghi da arruolare, da scovare on the road in America, la stessa America che la Beat Generation camminò a piedi e con mezzi di fortuna. Metafora, viaggio alla fine del mondo, America ubriaca di dèi a piangere miseria e a combattere contro la ricchezza moderna senz’anima: American Gods è solo questo? No. Non solo. C’è dentro la lisergica prepotenza di William S. Burroughs, la visionarietà di Lovecraft e Philip K. Dick, la poesia e la sensibilità di Oscar Wilde, la tristezza fintamente romantica di Virginia Woolf, la passione contro le ingiustizie di T. Coraghessan Boyle, la sapienza alcolica di William Faulkner, ed ancora tutta la memoria del Vecchio Mondo, ed ancora tutta la memoria del Nuovo Mondo. E anche se è poca, forse nulla, Neil Gaiman la ricostruisce frase dopo frase, parola dopo parola perché la guerra non si può evitare. Ed ecco finalmente la battaglia finale, quella per la riconquista dell’America, quando l’America esisteva ancora e le sue pianure erano verdi e abitate da migliaia di bisonti e Indiani. Gaiman ricorda, anche se tutti gli altri sembrano aver dimenticato, ricorda che un tempo l’America era l’America, che c’era un Faulkner e un Ginsberg nascosti da qualche parte, e anche un più vecchio e classico Walt Whitman, e anche Jack London e Jack Kerouac che scelse di essere Kerouac on the road leggendo London.
American Gods, un romanzo epico che Locus OnLine, il San Francisco Chronicle, il Washington Post e Amazon.com sono concordi nel definirlo il miglior libro di narrativa fantastica e fantascientifica del 2001. Ma perché narrativa esclusivamente fantastica? No, non è solo un universo fantastico quello descritto in American Gods, è qualcosa di più, è la grande narrativa, è la Narrativa.
Ad ogni buon conto, ad onor di cronaca, American Gods ha vinto il premio Nebula e un’altra infinità di premi. Inutile dire che questo romanzo, oggi reperibile anche nella piccola biblioteca Oscar Mondadori, è un Capolavoro che è impossibile non leggere: la metafora sociale, religiosa, politica, economica, è il fulcro di American Gods, un romanzo che inchioda il lettore alle sue pagine e lo spinge in mondi lisergici, fantastici, ma non per questo esenti dal rappresentare la realtà che viviamo.
che diavolo vuole una donna?
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lunedì, gennaio 29, 2007
vuole una donna
o una mano amica se proprio uno non ce la fa
che ti comandano a bacchetta
fino a farti morire d’infarto e disperazione
che si credono seducenti
solo perché hanno l’equilibrio
di reggersi su dei tacchi più alti delle Twin Towers
che invece ti chiudono il naso mentre dormi,
E ci sono quelle
che stanno sempre zitte e mute
e che sono proprio delle schiave
Ma ci stanno pure quelle
che non si fanno mai i cazzi loro,
e tutto un sottobosco di sfigate allucinanti

Tittyna, la Blogger piĂą amata della Rete, tutta nuda solo per voi...
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domenica, gennaio 28, 2007









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