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recensioni diaboliche


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d'amore - di Romantica Vany & King Lear

d'Amore di Vany & king Lear


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manituana, wu ming: in esclusiva fronte e retro della copertina censurata

written by King Lear    - sabato, marzo 31, 2007



in esclusiva la copertina censurata


manituana
- wu ming



manituana per fumati al fronte!

manituana per fumati in trincea!


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:10 | satira | BlogNews | clicca per commentare commenti (9)



Tanti Auguri a Me & blablà di Rito

written by King Lear    - venerdì, marzo 30, 2007





Tanti Auguri a Me



& blablà di Rito




by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:32 | diario | BlogNews | clicca per commentare



Cherry Lips

written by King Lear    -


Madonna, like a prayer - elab. grafica by. G. Iannozzi
Madonna: elaborazione grafica by G. Iannozzi
 



cherry lips
 



di Giuseppe Iannozzi
 
 




Cherry Lips
 
 
a quella ciliegina
di Dolce Follia (Semra)
 
 
L’hanno cantato
Lo spettacolo deve andare avanti
Ma io no, io non m’arrendo all’idea
e metto le pallottole in canna
Oh Cherry Lips, ho già pronta la pistola
e in testa un lungo lungo tunnel nero
 
Non mi pensare sentimentale
Ho già visto tutto questo
- Le Porte della Percezione
e il vecchio Dulouz piangere -
Niente oramai mi può portare
a farmi il fegato di dolcezza o fiele
Certo è stata una sorpresa
scoprire una mosca nel whisky
proprio nel momento
che credevo d’aver vinto tutto
Però non ci farò su una malattia
La pistola ha voce tonante
più forte cento volte della mia
 
Oh Cherry Lips, tu ami tante cose:
lo sciroppo d’acero e quello di ciliegie,
il caffè caldo per svegliarti al mattino, il sole
e le stampe giapponesi di fiori samurai e geishe
e petali, petali di ciliegio nel vento
Tu sì, ami molte cose
E forse hai ragione,
non avrei il coraggio di metterti in ginocchio
con un colpo: nonostante tutto il dolore
rimani pur sempre la bimba che ama,
che troppo ama vivere e tradire i miei sogni
Così non ti preoccupare: ho già scritto a ma’
perché quando non mi vedrà più
mi riservi un posto accanto a pa’
 
Sono al di là dell’amore
Sono nell’aldilà dell’amore
Sono nel dolore ma uomo d’onore
perché l’amore non compra amore,
ma i danari sì, basta averne tanti
Così sono oltre l’amore
forte abbastanza per aprirmi un tunnel
nero e cieco da tempia a tempia,
ma debole abbastanza per perdonare
quelle tue labbra rosse, di ciliegia
 
Ti perdono ogni cosa di oggi di domani
Non disperare per me, il caffè l’avrai domattina
come sempre: solo saranno altre mani a farlo
e saranno altre labbra a incontrare il tuo sorriso
 
Lo spettacolo deve andare avanti
Ma io no, io non m’arrendo all’idea
e metto le pallottole in canna
 
Oh Cherry Lips, temo che...
che c’è una furtiva lagrima sul viso
 
 
 
 
 
Vieni come sei
 
 
a quella ciliegina
di Dolce Follia (Semra)
 
 
La felicità
è come l’incesto:
tutti la vogliono,
tutti ne hanno paura
Siamo poi
in fondo
vittime del futuro
che ci attende
oltre l’orizzonte
che i nostri stessi occhi
hanno segnato
 
Se avessi danari in abbondanza
ti comprerei la felicità
e tu saresti felice
coccolata
dai fumi della vodka
e dall’odor di tabacco,
dalla stanchezza d’un uomo
che ama
e non può avere amore
E quando la violenza
avrebbe ragione
del tuo bel corpo bianco,
puro come un petalo
dal vento strapazzato
per qui e altrove,
quell’uomo capirebbe
finalmente
che ci ha provato pure lui
al pari di tanti altri
a vendere il mondo
al primo alieno di passaggio
 
Capirebbe d’essere
caduto in errore,
di non avere ancora abbastanza
per poter comprarti l’anima in blocco
e sciogliersi di dosso la stanchezza
 
Come
As you are
As you were
As I want you to be
As a friend
As a friend
As a known memory *
 
 
 
 
 
Piangi per me
 
 
ad Acquetta Salata
che piange sempre
 
 
Piangi
Piangi quanto ti pare
Non sei la mia storia d’amore
Non sei tu la spina nel fianco
 
Piangi
Piangi perché mi piace saperti nel dolore
Piangi più forte
Non risparmiare gli occhi
Piangi finché non avrai più lacrime
Piangi
& piangi ancora, con occhi aridi
svuotati d’ogni umore
Piangi, non voglio sentire storie
 
Non ho bisogno di baci
né delle tue mani nelle mie
Non sei il mio amore
Non sei altro che acqua e sale
che poi vien la pioggia e porta via
Non sei la canzone del mio jukebox
né la beffa e la sberla del dolore
Sei solamente una fra tante
Così puoi solo fare una cosa per me,
continuare a piangere senza sosta
 
Puoi solo continuare a piangere
Non c’è altro
che m’interessi in questo momento
 
Immagina il tuo funerale e il mio
Immagina due casse da morto
che vengono ricoperte di terra;
e immagina tutti a ridere di noi,
di come l’abbiamo buttata via la vita
Non ti sembra abbastanza?
 
Avanti, non farti pregare
Non ho bisogno d’un’altra croce da portare
 
Piangi
& piangi ancora, con occhi aridi o no
L’importante per me è vederti piangere
fino a che sarai esausta
di morire ogni giorno un po’
 
 
 
 
 
Preghiera per il Padre
 
 
Mi sveglio ancora
Ancora
nel cuore della notte
con il petto tremante
e la voce strozzata
che dalla gola
non se ne vuole dipartire
Mi sveglio ancora
come presa sotto
da zoccoli di cavalli in corsa
 
Mi sveglio ancora,
Padre
Non te l’avevo detto,
ma io sì, mi tormento
e il tuo volto estraneo
m’appare, lo posso toccare
- sentire sotto il calore
della mia pelle ch’era d’agnello
e che tu hai offeso
fino a farti odiare
 
Mi sveglio ancora
Ti ho davanti, Padre
E le vedo quelle tue mani
grandi come badili mulinare
E lo sento il dolore
di Lei che vola
più leggera d’una farfalla
per baciare infine il duro
pavimento
E le sento ancora vive
e vive più di ieri
le carezze della mamma
a calmarmi i singhiozzi,
e lo sento quel suo pianto muto
sul volto devastato preoccupato
di non vedermi piangere per lei
 
Padre,
non chiedermi di perdonarti ora
Posso solamente fare quel che sento,
restarti accanto fino all’ultimo istante
E poi continuare per la mia strada
cercando di giorno in giorno
d’allontanare il tuo spettro
uguale a interminabile attacco di panico
 
Padre,
sono stata tua figlia:
ho visto
e non ho dimenticato
che c’eri solamente
per far del male
a me e alla mamma
Ma tu, Padre,
tutto questo
tu non l’hai mai capito
Così questo tuo non capire
ti auguro sia il rimorso ultimo
che seppellirà per sempre
l’ignoranza del corpo
e dell’anima che non hai
 
Così sia
 
 
 
* Versi da “Come As You Are”, Nirvana  

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:40 | poesia | BlogNews | clicca per commentare commenti (28)



Il Rifugio dei Moai: articoli da leggere

written by King Lear    - giovedì, marzo 29, 2007


Il Rifugio dei Moai


Casi Fantascientifici (R. F. Jones, I. Watson, M. Bishop)

Le Foibe: una tragedia negata

La poesia del cantapensiero Francesco Guccini

Neil Gaiman: un ritratto



Tutti questi pezzi che portano la mia firma sono gentilmente ospitati su

Il Rifugio dei Moai

E' sufficiente che clicchiate sui titoli degli articoli per leggerli.


Ma soprattutto ricordate che non ci sono solamente i miei articoli.
C'è molto altro da scoprire
, quindi Vi invito a navigarlo bene questo sito


Il Rifugio dei Moai


perché sono tantissimi gli interventi interessanti.


Sono certo che seguirete il mio consiglio. E sin d'ora Vi ringrazio (g.i.)





by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:02 | generico | BlogNews | clicca per commentare



Giulio Mozzi fuma

written by King Lear    -


Giulio Mozzi, 2006


Giulio Mozzi fuma
 

di Giuseppe Iannozzi
 


 
con amicizia
a Giulio Mozzi
 


 
Giulio fuma.
Eccome se fuma.
Un gran fumatore.
Fuma tantissimo.
Sempre nervoso.
Una ciminiera
praticamente.
Gliel’ho detto,
“fuma meno.”
Ma lui duro,
mai una light,
solo le Nazionali
quelle puzzolenti
e maledettamente pesanti.
 
Insomma
Giulio Mozzi fuma.
Ma fuma di brutto,
mica scherzi!
Non una e nemmeno due:
un pacchetto intero almeno.
 
Ricordo un giorno
non lontano:
si era a parlare
faccia a faccia,
e il Mozzi
a un certo punto mi fa
“vado per sigarette.”
 
Sono
ancora qui
col mio Ego
che lo aspetto.
Mai più tornato.
Quando esce
per le sigarette
- mai una volta
che vada a donne -
è capace di muoversi
su un altro pianeta.
Terribile, già:
il vizio del fumo.
 
Giulio Mozzi fuma.
Tantissimo.
Una tira l’altra.
Non smette mai.
Fuma:
tutti i libri
ce li ha ricoperti
di cenere puzzolente.
Per forza!
Sempre le Nazionali,
e mai una light.
Giulio fuma
più di tutti quanti:
ascolta tutti,
però c’ha ‘sto vizio.
Sì, fuma.
Quanto?
Tantissimo.
Compra più sigarette
che libretti.
E’ il vizio,
non è Giulio
ad esser malato!

Giulio, perché?
Perché lo fai?
Puoi rinascere
quando vuoi…
lo cantava
anche Marco:
non Candida,
Marco Masini.
Giulio, perché?

Ma la verità è una
e una sola: Giulio
non torna più.
Oramai
ha un solo pensiero:
fumarsi la testa
fino a trovare
il Nirvana
o un suo surrogato.
 
Coraggio!
Puoi farcela,
abbandona il mozzicone:
schiaccialo sotto il tacco.
Dàgli tutto il peso
della tua statura:
senza paura
prendi il timone
della tua vita,
come un Napoleone,
scuoti le vibrisse
come un gatto
e butta la sigaretta
accesa
che ti spegne
le parole in bocca.
 
Coraggio!
Puoi farcela
se solo lo vuoi,
Giulio.


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 14:31 | poesia, riflessioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (10)



R. F. Jones, I. Watson, M. Bishop: casi fantascientifici

written by King Lear    -





R. F. Jones, I. Watson, M. Bishop


Casi Fantascientifici
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 

 
 
Raymond F. Jones con Man of two worlds (Renaissance) ha scritto la bibbia della science fiction classica e moderna: l’opera di questo grande autore è un vero miracolo di sapienza narrativa, in esso ci sono così tante idee che se oggi venissero degnamente sviluppate dai moderni scrittori di fantascienza americana e non, forse si riuscirebbe a produrre qualcosa di interessante per il pubblico e la critica. Tuttavia la science fiction riconosce a Raymond F. Jones il suo genio, ma ho il serio dubbio che non l’abbia ancora compreso, comunque non del tutto, quindi si limita a esaltarne la grandezza ma non si preoccupa di andare oltre. Il genio di Raymond F. Jones, non esito a dirlo ad alta voce, è nettamente superiore per forza stilistica, poetica e letteraria a quella di mostri sacri della fantascienza moderna e non come P. K. Dick, K. W. Jeter, Ursula Le Guin, Greg Bear, Ian Watson, Gregory Benford, ecc. Se questi autori sono (o sono stati) dei grandi lo devono a Raymond F. Jones che con L’uomo dei due mondi ha praticamente scritto tutti i grandi temi cari alla fantascienza.
R.F. Jones ha scritto un romanzo che è un autentica bibbia di idee, un romanzo di geniale fantasia non scevra di forti implicazioni morali, religiose, filosofiche e politiche: se P. K. Dick ha scritto allucinanti storie sui simulacri lo deve a F. Jones, se Jeter ha scritto ottimi romanzi sulla scia di Dick deve moltissimo a F. Jones, se Ursula Le Guin ha condotto la fantascienza nel territorio tabù della politica e dell’indagine sociale deve ringraziare sempre F. Jones, se Gregory Benford ha scritto fantascienza umanistica deve ancora una volta ringraziare F. Jones… Potrei continuare così all’infinito e non mi sembra il caso. La realtà incontrovertibile è che Raymond F. Jones ha creato quasi dal nulla la fantascienza moderna con una singola opera immortale, L’uomo dei due mondi: in questo romanzo l’intelligenza è così alta, divertente, blasfema, provocatoria, profetica, che ben difficilmente oggi un autore moderno di SF riuscirà anche solo a eguagliare. Insomma Man of two worlds di Raymond F. Jones sta alla fantascienza come la Divina Commedia di Dante sta alla nascita della cultura italiana. E non è poco davvero. 
Un accenno alla trama, solo questo mi posso permettere, e anche così mi sembra di commettere un crimine nei confronti della genialità di F. Jones: nella terra di Kronweld, nessuno, prima del leggendario Igon, aveva osato sfidare la Landa dei Mille Fuochi, al di là della quale si ergeva l’inaccessibile Pinnacolo, che rappresentava la salvezza dell’umanità. Dopo mille tara la civiltà dei Ricercatori di Kronweld stava morendo: nessuno, dopo il leggendario Igon, aveva osato sfidare i misteri della Landa dei Mille Fuochi che tingeva di fiamme violette il cielo notturno della Città, né aveva cercato di penetrare il mistero della vita nella selvaggia Landa Oscura. Ma Ketan, un ricercatore, forse una sorta di reincarnazione di Igon, sfidando ogni falsità della Karildex, la perfetta macchina che integra la volontà di tutti i cittadini di Kronweld, si è opposto con ferma volontà al Consiglio dei Ricercatori. Ketan vuole scoprire il motivo per cui le nascite sul pianeta sono calate drasticamente: Ketan sa solo che tutte le nuove creature umane uscivano già mature dall’inaccessibile Tempio della Nascita situato sull’orlo del Confine che si erge come una muraglia di tenebre, e che è regno esclusivo delle Signore, sin dai tempi della Prima Donna. E Ketan nutre il serio sospetto che gli esseri non possono nascere da un tempio ed essere consegnati al mondo già maturi biologicamente e intellettualmente; Ketan, grazie alla sua perspicacia, intuisce che la nascita è tutt’altra cosa, non è una cosa divina, piuttosto è l’incontro di due esseri, l’unione del maschio alla femmina. Ma quando Ketan rende partecipe il Consiglio dei Ricercatori di questa sua intuizione (scoperta), subito viene tacciato di eresia e condannato. Per Ketan inizia un viaggio dantesco attraverso mille verità e mille falsità tutte intercambiabili. Ketan ha una visione ricorrente che è come un innesto nella sua memoria, nella sua coscienza di essere umano: l’immagine di un deserto pieno di onde di sabbia bianca e scarlatta, in mezzo al quale c’è un maestoso solitario edificio
dal quale una Voce chiama, e Ketan segue la Voce per scoprire la verità, o meglio le verità sulla nascita, sull’origine del mondo, sulla religione, sulla politica, sulle credenze, su il Tutto che è l’Universo.
L’uomo dei due mondi di Raymond F. Jones è un capolavoro assoluto al quale è impossibile dare un giudizio sereno senza peccare di presunzione critica: un lavoro come questo non meriterebbe un giudizio, una critica, molto più semplicemente andrebbe accettato come capolavoro, punto e basta. Grandissimo e superlativo, ed è sempre troppo poco. E’ il miglior romanzo di fantascienza che abbia mai letto, credetemi.
 
“Ho iniziato a scrivere sf come una specie di meccanismo psicologico di sopravvivenza per far fronte al future shock indotto dal vivere a Tokyo verso la fine degli anni ’60…” estratto di una intervista a Ian Watson per Ic.Spec.Uno
Ian Watson, autore inglese, negli anni 80 ha dato vita ad una vasta produzione fantascientifica: nel corso degli anni ha saputo crearsi un proprio stile narrativo perfettamente riconoscibile, poetico, romantico, quasi estremo.
Ian Watson incanta il lettore con storie che spaziano in vari generi: fantasy, hard sf, sf classica. Nato nel 1943 nel Nord dell’Inghilterra si iscrive ad Oxford e si sposa durante il secondo anno dei suoi corsi di studio; maturata la tesi nel 1965, dopo un lungo viaggio in Europa, si trasferisce in Tanzania ma dopo poco più di due anni decide di spostarsi a Tokyo, un paese che gli appare come la descrizione post apocalittica di molti romanzi di fantascienza, come ebbe a scrivere Ernesto Vegetti. Nel 1970 pubblica su New Worlds, una rivista giapponese, un importante articolo che getta le basi per definire alcune linee stilistiche e di contenuto di quello che sarà poi negli anni Ottanta il cyberpunk. Ritornato in Europa si è abbandonato alla vita provinciale del Northamptonshire entrando nel partito Laburista; oggi è una delle figure locali di maggiore spicco del laburismo provinciale. Le opere più importanti di Ian Watson sono: The Embedding (1973 – apparso in Italia nel 1979 con il titolo Il grande Anello), Cronomacchina molto lenta (pubblicato in Italia nel 1979), Il libro del fiume (1983), Il libro delle stelle (1984 – pubblicato in Italia nel 1988), L’ultima domanda (1996 – pubblicato in Italia nel 1997). Recentemente ha scritto il soggetto cinematografico di A.I. di Steven Spielberg, film assai discusso e criticato.
Michael Bishop, nato nel 1945, è uno dei maggiori scrittori inglesi di SF: fra i suoi romanzi di maggior successo è giusto ricordare almeno Il segreto degli Asadi (1979), Il tempo è il solo nemico (1982), L’alternativa (1992), Fragili stagioni (1994).
Il mistero dei Kyber, scritto a quattro mani, è la storia dell’equipaggio dell’astronave Heavensbridge che orbita intorno al pianeta Onogoro, un pianeta aspro, apparentemente inadatto alla vita, un mondo di una stella doppia. Una spedizione internazionale capitanata da HSI ha il compito di indagare sul pianeta: Andrik Norn, xenologo e Keiko, linguista, sono i principali personaggi del romanzo. Una volta giunti su Onogoro la spedizione incontra i Kyber, una strana forma di vita, per metà biologica, per metà cyborg. Né lo xenologo né gli altri componenti della spedizione sono sicuri di cosa siano in realtà i Kyber: sicuramente esistono, ma è per loro difficilissimo dire se sono degli ‘esseri viventi’ a tutti gli effetti. Ben presto nascono i dissidi: Sixkiller, pilota dell’astronave, è pronto a giurare che i Kyber non sono una forma di vita, ma non è dello stesso parere lo xenologo; fra i due inizia una violenta diatriba che a stento gli altri membri dell’equipaggio riescono a contenere nei limiti del civismo. Dopo vari esperimenti di contatto, Keiko riesce ad insegnare ad un cyborg la lingua umana. Il cyborg si rivela subito un ottimo studente: apprende tutto con una facilità straordinaria e nel giro di pochi mesi è in grado di comunicare correttamente con gli esseri umani. Tuttavia quando gli si rivolgono domande circa il suo ‘popolo’, il Kyber si rifiuta di rispondere. All’improvviso, un giorno, il cyborg non si presenta più volontariamente alle lezioni di Lady Keiko; presto viene approntata una spedizione per rintracciare sul pianeta alieno il cyborg. Onogoro è inospitale sotto tutti i punti di vista: dopo una faticosa cerca, finalmente il cyborg viene rintracciato ma sembra esser morto o meglio è sprofondato in una sorta di coma volontario, la Kybertrance. Solo la voce di Lady Keiko riporta in vita alcuni Kyber: tutti conosco la lingua che la linguista aveva insegnato ad uno solo di loro, questo fatto lascia un po’ tutti sconcertati. I Kyber è ormai chiaro che sono in grado di trasmettersi le informazioni. Viene loro spiegato che il pianeta è in procinto di morire, ma i Kyber si dimostrano refrattari ad ascoltare qualsiasi argomentazione: abbandonare il pianeta per loro è una cosa inaudita. Un cyborg strappa un pezzo del suo tessuto biologico e ne fa dono, per così dire, a Sixkiller che disgustato lo getta a terra; Keiko lo raccoglie e come suggeritole dal Kyber prova ad assaggiarlo; il sapore è disgustoso, ma nessun effetto allucinogeno produce nella sua mente e nello spirito. Intanto Andrik Norn è rimasto totalmente rapito dalla cultura dei Kyber e quando si tratta di abbandonare il pianeta Onogoro, dopo aver malamente dato l’addio alla sua amante Keiko, decide di rimanere sul pianeta alieno e condividere il destino dei Kyber. Una volta che il capitano HSI si rende conto che lo xenologo ha abbandonato la Heavenbridge monta su tutte le furie; subito una spedizione parte alla ricerca di Andrik, ma quando lo trovano è ormai un uomo perso. I Kyber stanno officiando il loro rito ‘sacro’: milioni di informazioni vengono trasmesse da un cervello all’altro compreso quello dello xenologo che non regge all’intensità dell’afflusso di dati. A stento Keiko, il capitano HSI e Sixkiller riescono a mettersi in salvo. I Kyber sono convinti di riuscire a controllare la metamorfosi in nova di Dextro, uno dei due soli Onogoro e far si che il loro secondo sole assicuri nuova vita per il pianeta. Non ne sono convinti, ne sono sicuri. Ormai Andrik è perso. La Heavenbridge è pronta ad abbandonare per sempre l’orbita di Onogoro, ma un gruppo di Kyber chiede asilo: dopo molte resistenze, il capitano HSI accorda che alcuni Kyber salgano a bordo, ascolta le loro motivazioni e decide di portarli sulla Terra. L’astronave torna sulla Terra con il suo carico. Durante tutto il viaggio di ritorno i Kyber cadono in un coma tanto profondo che sembra esser proprio la falce oscura della morte. Sulla Terra un Kyber viene sottoposto ad accurati esperimenti scientifici, gli altri vengono esposti come prodotti alieni morti. Gli anni passano e Keiko ha ormai raggiunto una veneranda età e quasi si è dimenticata dei Kyber, ma un giorno un Kyber viene esposto nella sua città: lei va a trovarlo e non può fare a meno di percepire negli occhi dell’alieno della vita. A questo punto le è chiaro che i Kyber non le avevano mentito; in un qualche modo erano riusciti a rimetter in sesto il loro pianeta di origine, quindi la razza Kyber era più che mai viva: “Keiko guardò il Kyber, ma l’alieno non si mosse. Eppure, mentre lei veniva trascinata oltre, le parve che una delle pupille laterali si fosse per un attimo dilatata, e avesse cominciato a brillare, riflettendo le stratificazioni d’oro delle statue del Padiglione. Keiko sarebbe tornata. La promessa, sì, c’era.”
 
Solo fantascienza dunque?
Sì.
Ma in alcuni casi questi libri di fantascienza offrono alcuni utili spunti per riflettere sulla scienza, sulla politica e la religione e la teogonia, sull’eugenetica. E qualche volta le teorie avanzate dagli scrittori di fantascienza hanno anticipato il futuro, l’oggi che noi viviamo e che cinquant’anni fa pensavamo fosse roba buona solamente per un romanzetto di sci-fi.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:45 | recensioni, riflessioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (9)



Thomas M. Disch, "Il prete" (The Priest): ovvero, il fallimento della fiction

written by King Lear    - mercoledì, marzo 28, 2007


T.M. Disch, The Priest



I l   p r e t e



Thomas M. Disch

 
ovvero, il fallimento della fiction
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
“Il terrore è il luogo in cui la contraddizione si salda, si compone in figura”, scrisse Giorgio Manganelli parlando di “Melmoth, L’uomo errante” di Charles Robert Maturin. Maturin nacque a Dublino nel 1782 e presto si dedicò alla carriera ecclesiastica; “Melmoth” è l’esempio più alto di romanzo gotico che ho in mente, una storia di forte impatto emotivo e spirituale: il Diavolo interpreta sé stesso al di fuori dei cliché faustiani, è difatti un “povero diavolo malvagio quanto romantico” dove le contraddizioni che C. R. Maturin sciorina lungo tutta la narrazione sono un altissimo esempio di inquisizione dello spirito, a livello sia antropologico che primitivo della coscienza umana. Il Melmoth di Maturin non si concede a un facile deus ex machina, anzi mette continuamente in gioco le sorti dei personaggi che ruotano intorno al Diavolo, lasciando davvero poco spazio a facili interpretazioni: “ci voleva proprio un ecclesiastico per parlare del Male puro senza peli sulla lingua!”
“Il Prete” di Thomas M. Disch uscito per Fanucci qualche anno fa - e oggi di difficile reperibilità essendo che non si è più avuto il coraggio di ristamparlo - è un romanzo difficilmente catalogabile: è un po’ dark e un po’ gotico, è qualcosa di nuovo? Per il momento è difficile dirlo con tutta sicurezza: potrebbe essere un nuovo “nuovo” oppure, semplicemente, un “vecchio” nuovo; se fosse vera la seconda ipotesi, allora “Il Prete” è un romanzo che non ha nulla da dire. Quando Thomas M. Disch iniziò a scrivere agli inizi degli anni Sessanta molto ci si aspettava da lui; ed in effetti, per quanto concerne il filone fantascientifico, ha consegnato alla storia esempi mirabili di SF; più tardi si è concesso una pausa e si è destreggiato nel mondo della fantasy uscendone onorevolmente…
Oggi ci propone “Il Prete”: il romanzo è sicuramente di forte impatto, ma dopo i primi due capitoli diventa un polpettone pulp; i personaggi inseriti in un contesto storico, quello della persecuzione contro le presunte eresie dei Valdesi, si muovono in uno scenario a dir poco anacronistico dove è difficile, se non impossibile, seguire il filo del discorso. Gli inserti pseudo-filosofici reggono e non reggono anche se considerati su di un piano ampiamente immaginativo; detti inserti appesantiscono la narrazione e sviluppano un corpus narrativo arzigogolato, per cui alla fine è impossibile comprendere appieno quelle idee sociali che Disch cerca di portare all’attenzione: una cosa è però certa, Disch è un anticattolico sfegatato. 
Molto intelligente la postfazione di Valerio Evagenlisti che ha accompagnato l’uscita di questo romanzo in Italia: Evangelisti non può fare a meno di notare gli anacronismi e i blandi espedienti narrativi adottati da Disch per render coerente la sua storia, ma precisa che T.M. Disch è uno “scrittore da combattimento, satanico quel tanto che occorre… Il vero peccato è leggere Susanna Tamaro. Lì sì che non c’è remissione possibile.” Thomas M. Disch con questo romanzo esce mezzo sconfitto: ha proposto molti punti di riflessione, ma li ha sviluppati poco o nulla e in non pochi casi li ha lasciati languire nel corpo narrativo. Il romanzo si conclude con una agnizione a dir poco infantile: Disch tenta indarno di spiegare tutti quei punti oscuri che ha lasciato in sospeso durante la narrazione, ci riesce, ma il lettore deve essere disposto a far non pochi voli di fantasia forzati, davvero troppo forzati.
“Il Prete” ha non pochi spunti interessanti che possono stuzzicare i lettori amanti della letteratura dark, ma si deve essere anche disposti a leggere quattrocento e passa pagine con lo spirito di non attendersi un capolavoro, al massimo facili emozioni, di quelle che si possono assumere quotidianamente bevendo direttamente da un brick di latte parzialmente scremato. Dispiace veramente che questa prova letteraria di T.M. Disch non sia all’altezza delle sue reali capacità. Tuttavia va detto, ad onor di onestà, che Disch si è inoltrato in un sentiero a lui nuovo e forse ha gettato le basi per un nuovo filone letterario al di fuori degli stilemi dark e gotici. Per farla breve non è nulla affatto detto che “Il Prete”,con il passare degli anni, non possa essere rivalutato in maniera maggiormente positiva rispetto a oggi: in fondo, questo romanzo impossibile da inquadrare in un filone letterario preciso, soffre dell’incomprensione che viene tributata a tutto quanto è nuovo, e il “nuovo”, se di qualcosa di nuovo si tratta davvero, deve aver tempo di poter maturare nella coscienza di lettori e critici.
 
Il Prete (The Priest) - Thomas M. Disch - Fanucci – collana Dark – pp. 408 - €16.53

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:32 | recensioni | BlogNews | clicca per commentare commenti (35)



My Heartbeat

written by King Lear    - martedì, marzo 27, 2007


Jack Kerouac - elaborazione by G. Iannozzi><br><strong>elaborazione grafica by G. Iannozzi</strong></div><div align=

elaborazione grafica by G. Iannozzi


 
My Heartbeat
 


di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
I.
 
Ho solamente voglia
di buttarmi giù dal balcone
per dimostrare
che non si son poi sbagliati
a dirmi pazzo
Quando a pezzi sarò sul sagrato
non datemi benedizioni
o lacrime da ingoiare
Piuttosto mettete su
il vestito più bello
e datevi a un ballo
sensuale e violento come dio
 
Vorrei che ci fosse allegria
Tu chiama quel pagliaccio
che dopo le nozze ci fece ridere
tanto fino a morire
ammazzati nel letto
E toglimi la curiosità
di sapere quale il gusto della verginità:
mettimela in bocca
come fosse un’ostia
Non riprenderò coscienza
in questo mondo;
però sarò felice come a Pasqua
 
Mi raccomando:
annaffia i fiori, piscio e vino
in gran quantità
quando è il vespro
e le ombre s’allungano
per disegnare sulle pareti d’ellera
forme sconce e orge di sogni interrotti
 
Non tradirmi col primo venuto
Non ti chiedo poi molto
per tutto quello che abbiamo passato
 
Vedi, fumo tranquillo
Domani sarò lungo disteso
sul sagrato, ma non lasciare
che il prete mi possa prendere
per mano, nudo come un verme
con la faccia affondata
nella pozza di sangue
 
Ci ho provato ad essere:
uno che ti sarebbe piaciuto
anche dopo gli anni tutti uguali
Ci ho provato
Ringraziami almeno per questo
e facciamola finita
senza tentar più la strada di Damasco
 
 
 
II.
 
Cerchi sempre
la mia mano amputata
Gente va
Gente viene
Regge buste di plastica
& dorme in scatole di cartone
Basta un terremoto,
il ghigno d’una puttana
per devastargli l’appendice
- anima in cancrena
permanente
 
 
 
III.
 
Ti resto addosso::
un spettro
leggero
ma seduto
sul tuo petto
 
 
 
IV.
 
E
che volete?
Il sole è a Ovest
 
 
 
V.
 
Sono solamente
la colomba bianca
abbattuta
dal suono
del bronzo
delle campane
della chiesa
sulla collina
solitaria
 
 
 
VI.
 
Se ti lascio
andare
& domani
la luce
filtrerà
attraverso
le commessure
delle serrande
trafiggendo
il tuo volto
fotografato
nella cornice
allora
avrò perso
la vita
insieme a te
 
 
 
VII.
 
Le ballerine
sono andate
Il becchino ubriaco
ride e scava
Una nuvola di gente
scorta una piccola
piccola bara bianca
La fossa
puzza di gesso
 
& quando la calano
la bara dentro
s’alza
come una nebbia
Resiste
qualche istante
nell’aria
Poi più niente
 
 
 
VIII.
 
Il dolore
inflitto
provato
non conosce
la stanchezza
Per questo
è più forte
d’ogni vanto
ed eterno amore
 
che alla fine
si consuma
in secchezza
 
 
 
IX.
 
La pioggia
non è mai stata
così tanto bella
Ha il tuo volto,
il tuo sapore
prima di morire
 
 
 
X.
 
Ho raccolto
Tutto
& mi sento
Vuoto
 
un cadavere
riesumato
 
 
 
XI.
 
La città piove
I cani abbaiano
in cortile
Così futile alzarsi,
andare a pisciare
& accendere la tele
 
 
 
XII.
 
Se esistiamo
non è merito nostro
Giorni d’assenza
& bestie putrescenti
 
 
 
XIII.
 
Infine
andremo
senza più
cercare
un Dove
o un Perché
 
Andremo
Lontano
& Vicino

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Fausto Bertinotti fischiato a "La Sapienza" di Roma

written by King Lear    - lunedì, marzo 26, 2007


Fausto Bertinotti fischiato


all'Università "La Sapienza" di Roma



Fausto Bertinotti guerrafondaio


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:36 | riflessioni, di voce e di rabbia | BlogNews | clicca per commentare commenti (8)



La Via del Buddha

written by King Lear    -


Buddha - elaborazione by G. Iannozzi



La via del Buddha
 


di Giuseppe Iannozzi
 
 



 
I Love You
 
 
a Semra (Dolce Follia),
perché di lei non so fare a meno
 
 
Non ho mai detto
che non posso fare a meno di te
Non ho mai osato dirtelo
che se non c’è il sole non fa niente
ma che di te ho bisogno più d’ogni amore
 
Che cosa ti sei messa in testa?
Ti conosco
Hai la tua giovinezza a cui pensare
la chiesa e i tarocchi, per me non hai occhi
 
Ti conosco
Non è vero
che senza di te io non posso vivere
anche se mi prende un nodo alla gola
e tutti i dì sono di orizzonti di nuvole
 
Le tue labbra le conosco
Me le sogno ogni notte
Poi mi sveglio madido di sudore,
impaurito, uguale a un bambino
che ha perso il grembo materno
Le tue ciliegie rosse di peccato
la mia fantasia le scopre col buio
Ma non ti ho mai detto
che ti amo, che sei la sabbia della clessidra
Che senza di te sono un uomo a tempo perso
 
Non ho bisogno di chi non c’è
Non ho bisogno di fantasticare ancora
Fa male, fa male saperti bella e lontana
Fa male averti nella testa, un chiodo fisso
E al mattino scoprire che non mi sei accanto,
che solo ho sognato, che ho fatto all’amore
con la fantasia – più terribile d’un fantasma
 
Non te l’ho detto
che senza i tuoi occhi su me non vedo futuro
Eppure nutro il sospetto che tu abbia capito
Nutro la speranza che tu sappia da prima di me
Però questo non basta se poi abbraccio il vento
e di me rimango scontento, amputato alla radice
 
Ti conosco
Non è vero
che senza di te non oso vivere con un’altra
Ho mille amanti che si tagliano i capelli per me
Ed allora perché, perché penso soltanto a te?
 
E’ che t’amo più di me, della mia vanità
Sol questa è la verità
E’ che t’amo più di me, più di ogni turbolenza
più di ogni speranza, più del sole e della luna
E’ che in fondo sono un tipo romantico
Di te non posso fare a meno nemmeno se faccio il duro
E’ che sono così innamorato che non capisco altro
Rinuncio a tutta l’eternità ma non a te, ma non a te  
 
 
 
 
 
Just a Freak
 
 
a Semra (Dolce Follia),
perché di lei non so fare a meno
 
 
Oh, l’illusione.
Mi sono nutrito
d’illusioni
e di notti a perdere
sognando
di santi e sandali,
di scarpe col tacco
sopra tutto
 
Una Dolce Follia
non mente mai:
ma lascia
su chi la prova
solamente l’amaro
che sempre l’amore
cova in seno
per gli amori di domani
 
Vedi, Dolce Follia,
solamente un Freak
rimango
indegno di riposar
sul tuo grembo
col capo ignudo
sognante
 
 
 
 
 
La via del Buddha
 
 
Non ho niente d’importante da dire
per questo motivo ho scelto di seguire
la via del Buddha
 
Per tutta l’esistenza mi sono dannato
ora per una donna ora per un quattro spighe
A ogni minuto pensavo di far buon sangue
Ma ero solo un vampiro, uguale in mezzo a tanti
Per tutta la vita ho falciato sotto il sole
Ho affilato la lama e Dio ha taciuto
Ho perso più di quanto sospettassi
Di anno in anno il raccolto, e la lama
finché ho finito con l’accarezzarla
su volpi e lupi, su ogni creatura della notte
Dio ha taciuto ma io l’ho visto il sorriso
ch’era d’approvazione, che mi suggeriva buono
Però la verità una sola, uno sporco assassino
Così ho mollato tutto al diavolo
E ho deciso di decidere io per me
 
Non ho niente d’importante da dire
Seguo la via del Buddha, ingrasso
Qualche volta faccio finta di capire
che il mondo è al collasso;
ma non me ne curo né provo pena
Ho scelto di seguire una via, la mia
 
Non ho niente d’importante da scoprire
Perciò mi sono dato alla scrittura automatica
Chiudo baracca, metto i burattini sottochiave
Seguo la via dell’illuminazione
Mi metto in cerca d’una clessidra
su cui mettermi a sedere per l’Eternità
 
Non faccio la faccia grassa a chi mi conviene
Non tiro fuori la lingua per commuovere
Tutto quello che mi serve è di star seduto
Con o senza di voi, io ho la mia via, il Tutto
 
I passerotti non mi fanno sentire in pace
Non penso che questo cielo è sempre più blu
La predica alla domenica m’annoia il morale
Ho un debole per le donne, solo per loro
Tutto il resto per me può andare alla malora
Ho solamente un debole per le donne:
così forti e belle meritano ogni attenzione,
anche quella d’uno che non ha niente da dire
 
come me
 
 
 
 
 
Sulla strada
 
 
Ti sarei riconoscente
se mi dessi un’altra sigaretta
e spegnessi la tua sotto il tacco
La strada da fare è lunga
Non sei la compagnia
che m’ero immaginato;
ma non ti ho scelto,
così mi tocca d’averti accanto
 
C’è l’ombra di Kerouac
che ci fa segno
Hai le spalle forti, più delle mie
Io ho scarpe buone ma lacci così così
Non so se capisci
quello che sto cercando di spiegare
 
Non era così
che l’avevo pensato
questo viaggio
Da vicino mi assomigli forte
perché non m’annoi a morte
Accendimi una sigaretta
e passamela prima
che ci tocchi il tramonto
con le sue ombre

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 07:24 | poesia | BlogNews | clicca per commentare commenti (15)



Melissa Theuriau; la più cliccata, la più amata

written by King Lear    - domenica, marzo 25, 2007


Melissa Theuriau



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Melissa Theuriau


Cesare Battisti: "La magistratura francese sostiene quella italiana"

L'ex premier: "Il Ppe chiede quando caccio Prodi"


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 14:07 | riflessioni, satira | BlogNews | clicca per commentare



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