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d'Amore di Vany & king Lear


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Marco Candida, La mania per il sospensorio

written by King Lear    - venerdì, agosto 31, 2007


Marco Candida

La mania per il sospensorio


Marco Candida, La mania per il sospensorio


introduzione di Giulio Mozzi


"Marco Candida è il più grande scrittore italiano vivente..."
G. Iannozzi, Il corriere dei gay



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:59 | satira, goliardia | BlogNews | clicca per commentare commenti (15)



il Padrino

written by King Lear    - giovedì, agosto 30, 2007


il Padrino



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 17:19 | satira | BlogNews | clicca per commentare



intervista a Laura Costantini

written by King Lear    -


Laura Costantini



Intervista a



Laura Costantini
 

 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 




 
1. Laura Costantini: chi è realmente Laura? Tic, manie, pulsioni, sogni e incubi, virtù e vizi.
Descriviti facendo finta d’essere comodamente adagiata sul lettino di Sigmund Freud.
 
E che psicanalisi sia, allora. Mi stendo, mi metto comoda, le mani incrociate sull’ombelico, lo sguardo verso l’alto. Vediamo: Tic? Nervosi non ne ho… oddio, a parte arricciare compulsivamente una ciocca di capelli mentre sono intenta a riflettere, oppure dondolare un piede. Non sono mai completamente ferma, probabilmente perché non sono mai completamente rilassata. Da un po’ di anni a questa parte, facendo meditazione, ho acquisito la capacità di “fermarmi”, nel senso più ampio del termine. Perché una mania è sicuramente quella di impegnarmi a fare qualcosa, a creare, scrivere, leggere, disegnare, ascoltare musica, come se il semplice esistere fosse una colpa. Una pulsione a giustificare la mia presenza del mondo, come se il mondo me ne chiedesse conto. Lo so che non è così, ma ci ho messo anni a capirlo. Il sogno è quello di lasciare un segno, di contare per qualcuno, di assicurarmi una memoria. L’incubo… quello ricorrente è un’onda. Un’onda enorme che monta piano piano e mi sorprende su una spiaggia dove appare tutto tranquillo, normale, fino a quando una parete d’acqua trasparente come cristallo oscura il cielo e mi si para davanti. Mi sveglio sempre prima che crolli, invece sarei curiosa di vedere cosa succede dopo. Virtù? Quante pagine ho? Scherzo, ovviamente. Sono una persona che persegue la tolleranza, la convivenza pacifica con il resto della specie umana. Sono sempre pronta a riconoscere le ragioni degli altri, anche quando gli altri mi hanno attaccata. Direi che la mia virtù principale, a pensarci bene, è proprio questa: credere che i miei simili siano sempre in buona fede. Vizi? Non bevo, non fumo, non mi drogo. Il mio vero vizio è nel cercare la perfezione: niente refusi nella pagina scritta, massimo ordine nel lavoro, farsi carico, sempre, delle proprie responsabilità. Non è un vizio? Altroché se lo è, fidati.
 
 
 
2. Chi è stato per te Dankan? Un semplice amore giovanile?
 
Ma pensa un po’ chi sei andato a ripescare… Vogliamo spiegare agli eventuali lettori? Dovete sapere che nella mia prima adolescenza, mi dedicai alla stesura di una serie di romanzi brevi che vedevano protagonista il suddetto Dankan, un alieno capitato, per sua somma sfortuna, sul pianeta Terra. Dunque, chi era costui? No, non un amore giovanile. Avevo solo 13 anni, forse anche 12 quando lo creai. Dankan era, ed è, l’amore per come lo immaginavo e per come non l’ho mai trovato: un uomo bellissimo, enigmatico, reso sensibile da un vissuto misterioso ma sicuramente intenso, un uomo che aveva moltissime caratteristiche femminili, che univa la forza alla fragilità, che sapeva piangere, se ce n’era il motivo. Direi, soprattutto, che Dankan è stato il motivo per cui la mia successiva vita sentimentale non fu, e non è, particolarmente brillante. Dove lo trovo un alieno così?
 
 
 
3. So che hai iniziato a scrivere in tenera età: non sarebbe stato più bello – e conveniente – giocare coi tuoi coetanei, costruire castelli di sabbia e poi correre sulla tua piccola veloce Ferrari a pedali, dimenticando penna e calamaio?
 
No, non sarebbe stato più bello. Non sono stata una bambina di quelle palliducce e malatine, chiusa in casa. Ho corso, ho giocato a palla, ho saltato a corda, ho avuto una nutrita collezione di Barbie. Ma il mio gioco preferito è sempre stato scatenare la fantasia. Prima leggendo con furia e senza pregiudizi, da Piccole donne a tutta la serie di Tarzan di E.R.Burroghs, da Salgari a Asimov, poi cominciando a riversare le suggestioni della lettura su carta. Ero l’unica a farlo nella cerchia dei miei amici d’infanzia. Loro neanche lo sapevano e io mi chiedevo, guardandoli, se fossero consapevoli di tutto quello che perdevano, di quali e quanti mondi fantastici non avrebbero mai incontrato.
 
 
 
4. Nel 1994 hai firmato il tuo primo articolo su Il Secolo XIX. Hanno fatto seguito diverse collaborazioni, Chi, Gente, Novella 2000, Stop, Visto, Oggi, La Nazione… ma hai anche fatto parte della Redazione del TG5 nel 1995. Com’è stato lavorare per la carta stampata? E per una redazione giornalistica televisiva?
 
La carta stampata è stata il primo amore. Ricordo ancora l’emozione enorme, indescrivibile, del mio primo articolo firmato, in seconda pagina, sul Secolo XIX. Era il 1994, presi la copia del giornale e corsi da mio padre che era ricoverato in ospedale in fase ormai terminale. Lui lo lesse e sorrise perché sapeva quanto e con quale tenacia avessi perseguito quel sogno. Sono felice che, prima di andarsene, abbia avuto la possibilità di vedere che ce l’avevo fatta.
Una redazione di tg è un mondo a parte. Io vi entrai in punta di piedi, sentendomi un’intrusa, una che aveva usurpato quel ruolo, inadatta. Era esattamente ciò che pensavano i miei colleghi di allora, tra l’altro. Per ricredersi dovettero aspettare il mio primo servizio. Il capo della redazione, il giornalista Sandro Provvisionato, lo visionò e poi mi chiese: “Hai già fatto televisione?”. Fu il complimento più bello che potessi ricevere.
 
 
 
5. Che differenza c’è fra carta stampata e tivù?
 
La stessa differenza che esiste tra la geometria piana e quella a tre dimensioni. Nella carta stampata l’unico tramite per la trasmissione della notizia, dell’ambiente, delle suggestioni sei tu, la tua capacità di scrivere e descrivere. Ricrei ciò che hai visto, senza altri vincoli che la tua professionalità e deontologia. In televisione la stesura di un testo per un servizio viaggia in parallelo alle immagini. Vige la regola del “cane-cane, cavallo-cavallo”, ovvero se parli di un cane, si deve vedere un cane, se citi un cavallo, devi avere le immagini di un cavallo. Se le immagini non le hai, non puoi far finta di niente e parlare di omicidi mostrando un placido giardino. E’ un vincolo forte che ti costringe, in sede di scrittura e di montaggio, a immaginare una griglia a tre dimensioni, con delle proporzioni ben precise. E con il giusto accompagnamento musicale. Se stai parlando della morte del Papa, non metti a commento l’ultima dei Maroon5 (una mia collega, per inciso, l’ha fatto).
 
 
 
6. Parlami di Beatrice Tiberi. Che tipo di rapporto ha avuto con te, Laura?
 
Amore/odio. Beatrice Tiberi è stato il mio pseudonimo per anni e, per amore di verità, va detto che il capostruttura della Vita in Diretta cercò proprio lei, Beatrice, non Laura. La mia firma vera era diventata appannaggio del settimanale Oggi e l’allora direttore, Paolo Occhipinti, pretendeva che la usassi in esclusiva per loro (ma non per questo mi pagava di più, va detto). Ma io scrivevo per molti altri settimanali e fu il direttore di Stop, Alberto Tagliati, a crearmi questo alter-ego. Laura ama Petrarca? Beatrice ama Dante. Costantino era un imperatore? Allora anche Tiberio. Beatrice Tiberi nacque così e devo a lei se oggi lavoro per la Rai, come precaria, d’accordo, ma sempre meglio che come free-lance non tutelata per la carta stampata.
 
 
 
7. Che rapporto hai con la Rete, con la pubblicazione on line? Ti senti più una blogger, una giornalista, o una scrittrice - come è logico aspettarsi?
 
Sono approdata in Rete tardi ma mi sto rifacendo. Adoro Internet per le sue enormi potenzialità e mi sforzo di portare avanti le mie scarse conoscenze informatiche, rubacchiando qua e là, cercando di districarmi tra html, tags e template. La pubblicazione online di Le colpe dei padri è stata una ribellione alle assurde pastoie editoriali che esistono in questo paese. Io so che quello che scriviamo ha un valore, so che piace ai lettori e ho voluto, anzi, abbiamo voluto, che questo romanzo inedito aprisse la strada perché la scrittura è comunicazione e va fatta circolare il più possibile. In quanto alle categorie…Sono Laura, sono una blogger, una giornalista e una scrittrice e non trovo alcuna contraddizione tra questi ruoli, anzi, li trovo assolutamente complementari.
 
 
 
8. Quand’è che hai incontrato Loredana Falcone?
 
Sui banchi del liceo, il primo giorno, appena arrivata. E’ stato un segno del destino perché le nostre strade si sono incrociate così strettamente che è difficile, ormai, capire dove finisce lei e inizio io.
 
 
 
9. Giornalista. Ma il tuo sogno, o meglio il tuo e di Loredana, è quello di scrivere romanzi: ne avete già scritti alcuni, “Eibhlin non lo sa…”, “La guerra dei sordi”, “NEW YORK 1920 - Il primo attentato a Wall Street”.
Laura, quanto c’è di tuo in questi tre romanzi, quali ossessioni si possono dire tutte tue?
 
La mia ossessione è il coraggio di affrontare l’ignoto e, facendo una facile psicologia, si può dire che si deve alla mia paura dei cambiamenti. C’è voluto molto coraggio per abbandonare la carta stampata, dove avevo un nome e un ruolo, e passare in Rai, in una redazione di sconosciuti come ultima ruota del carro. Ho pianto quel primo giorno, nascosta in bagno. C’è voluto coraggio ad abbandonare un matrimonio che mi stava stretto, pur con tutto l’affetto per il mio ex-marito. Ci vuole coraggio ad affrontare il ruolo di donna single, giorno dopo giorno. Ecco, questo coraggio che io spremo con difficoltà da me stessa, lo trovi a piene mani nei personaggi dei nostri romanzi: in Eibhlin c’è Tara che abbandona Chicago per ritrovarsi in uno sperduto paesino dell’Irlanda; nella Guerra dei sordi c’è Juliette, che lascia Parigi per affrontare la propria eredità ebraica direttamente nel confronto con l’Intifada; in New York 1920 ci sono Eugenio e Cecilia che partono per l’Ammerica ricchi solo di speranza.
 
 
 
10. Come scrittrice sei molto attirata dai mondi fantastici: dì di questo amore per le “dimensioni parallele”, e soprattutto spiega il motivo per cui sei attratta dalle “streghe” e dai “poeti”.
 
Colleziono fate e sfere di cristallo oltre a piramidi in pietre semipreziose. Mi attira la possibilità che ci siano piani diversi della realtà, dove possano entrare in gioco facoltà che tutti noi possediamo ma che non sappiamo più esercitare. Da bambina, dovevo avere tra i tre e i quattro anni, ebbi una sorta di allucinazione, un sogno da sveglia, procurato da un fortissimo attacco di pertosse. Vidi degli esseri minuscoli dagli occhi scintillanti, folletti, gnomi, forse fate. Non so. Li cancellai, per lo spavento. Ma sono tornati in un sogno in età adulta, in un momento in cui forse avevo bisogno di allargare l’orizzonte e di sapermi più vicina allo spirito delle cose. L’amore per le streghe, le fate, le sfere di cristallo viene da questa necessità.
 
 
 
11. I tuoi autori preferiti, quali sono? Che cosa ti hanno dato o insegnato?
 
Non ho autori preferiti. Ho amato molto Stephen King (fino all’Acchiappasogni, poi l’ho abbandonato, delusa). Amo Marion Zimmer Bradley, Frank Herbert, J.R. Tolkien per la loro capacità di creare interi mondi “altri”, credibili, quasi necessari nella loro complessità, vivi. Credo che il vero lavoro dello scrittore sia quello di “rubare” il mestiere a Dio e creare la vita. Io e Lory amiamo i nostri personaggi e soffriamo fino alle lacrime quando siamo costrette a dare loro un destino avverso.
 
 
 
12. Su “Le storie di Laura et Lory” (http://lestoriedilauraetlory.splinder.com) stai pubblicando, insieme alla tua collega Lory, un romanzo a puntate, “Le colpe dei padri”: parla di questa esperienza di pubblicazione on line, a puntate. E Laura che cosa si aspetta da questa avventura?
 
Mi aspetto esattamente quello che sto ricevendo: la gioia della conferma. Noi sapevamo che i personaggi di questo romanzo hanno la forza per entrare nell’immaginario della gente ed acquisire una propria dignità. Adesso sta succedendo. I lettori parlano di Ramsey, Jamie Lee, Babe, Zed, Russell come se li conoscessero, come se fossero vivi. Non esiste riconoscimento più grande di questo.
 
 
Grazie Laura. Sei stata particolarmente gentile e affabile.
In bocca al lupo.
 
 
 
 
Laura Costantini: “Mi chiamo Laura. Ho iniziato a scrivere favole a otto anni. A undici ho capito che volevo essere una giornalista. A tredici ho creato una serie di romanzi brevi accomunati dal personaggio di un alieno, Dankan, capitato sulla Terra.
A quattordici ho cominciato a scrivere insieme a Loredana Falcone.
Nel 1994 ho frequentato un corso di giornalismo ed ho firmato il mio primo articolo sul quotidiano nazionale Il Secolo XIX.
Nel 1995 ho fatto parte della redazione del TG5, poi sono passata alla stampa periodica. Le parole hanno accompagnato ogni passo della mia vita, ed ogni passo ha puntato a realizzare il sogno di pubblicare i romanzi miei e di Loredana.
Nel 2003 è stato pubblicato “Eibhlin non lo sa…”.
Nel settembre dello stesso anno la Maprosti&Lisanti ha pubblicato “New York 1920 – il primo attentato a Wall Street”, primo romanzo di una trilogia storica dedicata al XX secolo. Ma la strada è ancora lunga e i sogni da materializzare in parole ancora moltissimi.”





Il blog di Laura et Lory


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 06:57 | interviste, esordienti | BlogNews | clicca per commentare commenti (20)



Valter Binaghi, "I tre giorni all'inferno di Valter Binaghi cattolico padano"

written by King Lear    - mercoledì, agosto 29, 2007


I tre giorni all'inferno

di Valter Binaghi


cattolico padano



I tre giorni all'inferno di Valter Binaghi cattolico padano

Un thriller consigliato da Umberto Bossi
e benedetto dall'Osservatore Romano

collana: questo e altri mondi


   I tre giorni all'inferno

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:34 | satira, goliardia | BlogNews | clicca per commentare commenti (9)



no ai brigatisti: esprimi anche tu il tuo disaccordo sul tuo blog

written by King Lear    -


io non amo i brigatisti

questo blog non ama i brigatisti

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Promuovi liberamente sul tuo blog (o sito) l'idea che gli ex brigatisi (o brigatisti, che dir si voglia) hanno un solo diritto: quello di essere giudicati secondo la Legge italiana.

Non lasciare che la facciano franca, che si godano la vita dopo aver ammazzato e gambizzato vigliaccamente alle spalle tante persone innocenti.

Non lasciare che il delitto Aldo Moro e centinaia altri delitti simili vengano dimenticati dal Governo italiano.

Esprimi il tuo essere in disaccordo con quanti vorrebbero oggi lasciare a piede libero questi criminali.

Chiedi anche tu che vengano giudicati ed estradati in Italia, affinché sia la Legge italiana a condannarli per i loro crimini.


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L’Inganno e l’Affanno

written by King Lear    -





L’Inganno e l’Affanno



di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
Passano
 
 
Passano gli anni, passano
E tu non te ne far meraviglia
La gioia è rimandata al prossimo anno
La vita è delegata al nuovo inganno
 
 
 
 
Sciocchezze
 
 
Perché scrivo sciocchezze?
Solo per prendere distanza da me
O dalla gibbosità dell’infinito leopardiano
 
 
 
 
Orizzonti
 
 
Il vecchio masticava tabacco
Io sputavo sentenze e rivoluzioni
 
Chi più in là, non so dire
Ma ad ognuno un orizzonte
E un affronto di fumi e fiumi
Da affrontare
 
 
 
 
La più bella
 
 
La donna più bella ho amato
La solitudine più bella ho dato via
Senza pietà
 
 
 
 
Sul tuo seno
 
 
Sul tuo seno addormentato
Ora io giaccio in eterno
Un po’ vivo, un po’ morto
Come una lagrima di latte
 
Sul tuo seno il mio letto
E l’epitaffio della tua dolcezza
 
 
 
 
Morte annunciata
 
 
Per l’apertura alare del tuo abbraccio
Il respiro s’è fatto ghiaccio nel petto
 
Fu morte annunciata
Ma non desiderata
 
 
 
 
Si dice che
 
 
Si dice che senza donne non si possa vivere. Io penso che non si possa fare a meno delle loro gonne. Ed è un po’ diverso.
 
 
 
 
Appendice
 
 
L’uomo non è supremo né erotico: forse solo una “appendice”. E’ mortale. Disegnarci sopra un vestito che sia la sua Anima è un gioco un po’ stupido: s’ingigantisce semplicemente il suo orgoglio. Ed è male.
 
 
 
 
All’erta
 
 
Presi l’érta
Che conduceva al tuo amore
Stando sempre bene all’erta
Solo per precipitare
Nell’
        Attenzione
                            Del
                                  Dolore
 
 
 
 
Pessoa
 
 
Gli occhiali di Pessoa caddero:
non c’era Ophelia* a raccoglierli…
solo una crisi epatica
e il Quinto Stato sognato
E non si può neanche dire
se d’importazione o d’esportazione
 
Venti inutili eteronimi presero parte al funerale:
ombra o luce, siamo sempre la stessa notte **
 
 
 
 
* Ophelia Queiroz, l’unica donna (o avventura amorosa) del Poeta. Ophelia era impiegata in una  delle ditte di importazione ed esportazione per le quali lavorava anche Pessoa. Il loro rapporto dura dal 1920 al 1929 ma con prolungati silenzi.
 
** Citazione, Campos-Pessoa
 
 
 
 
Di te
 
 
M’inebriò l’affanno dell’orgasmo
Poi nulla più, poi nient’altro di te
 
 
 
 
Erik
 
 
Quel tuo bacio francese
Io, il tuo Fantasma dell’Opera
 
Morivi e mi dicesti, “Basta!”
E diventasti Angelo di Musica
 
 
 
 
40
 
 
Con una quarantenne andato
 
Nella sua esperienza incantato
 
Subito lasciato
 
 
 
 
Poetessa
 
 
La poetessa amò me
Ma per la sua poesia
 
Meglio di niente!
Ma quando è troppo
                      è troppo
 
 
 
 
Ciao dolcezza!
 
 
Ciao Dolcezza!
Sì, adesso parto.
Non tornerò mai più.
Sì, adesso ti lascio libera
di vivere la crudeltà
dei tuoi occhi
che non sanno piangere gioia.
 
Ciao Dolcezza!
Sì, adesso sono lontano.
Adesso sono l’uomo perfetto
che tu vorresti.
Ma io non so piangere dolore.
 
 
 
 
FEDELTA’
 
 
Le uniche donne fedeli (a sé stesse) sono le puttane: tradiscono sempre. Non gli bastano mai i lampioni da accecare, né i marciapiedi o gli angoli bui per una scopata e via.
 
 
 
 
Non scherziamo!
 
 
Non scherziamo!
Avanti! Andiamo,
andiamo dove la via:
ci aspetta un altro inganno
e nel petto il solito affanno.
 
Amar è così:
tutti incapaci
di fronte al Nulla.
 
 
 
 
Al vento
 
 
Amore!
Sì, ti perdonerò
ogni tradimento:
le mie bugie a letto
non erano da meno
delle tue tette al vento
 
 
 
 
Francifrà
 
 
Francifrà a Francifrà
che è tornata coi bacibà
 
 
Tu sei sempre felice
tra uno sguardo 
al cielo lanciato
e un bacio profumato
di luna in germoglio
 
Tu sei sempre bella
La felicità ti denuda
in un bagno di curve
e capricci;
l’altrui occhio
ti segue invidioso
ma felice di saperti
giovane e forte
con tutto il mondo
davanti da costruire
 
Tu sei sempre felice
di far gli altri felici
con un rosso bacio
sulla bianca guancia,
e un sorriso lungo e caldo
che fugge, che fugge via


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:20 | poesia, amore | BlogNews | clicca per commentare commenti (24)



Giulio Mozzi: menzogne e fondamentalismi

written by King Lear    - martedì, agosto 28, 2007


menzogne e fondamentalismi mozziani

Mozzi cattolico fondamentalista

Interessante, Iannozzi. Ogniqualvolta ti si fanno delle domande che richiedono il possesso di un'informazione vero, o l'impegno di un neurone o due, vuoi chiudere la conversazione.

28/08/2007 - Giulio Mozzi


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Man in black

written by King Lear    -





Johnny Cash - Man In Black


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I Tre dell'Ave Maria: Mozzi, Angelini, Evangelisti incontrano Grazia Verasani

written by King Lear    -


I Tre dell'Ave Maria





Mozzi, Angelini, Evangelisti

incontrano Grazia Verasani





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pipernismi e dorrichismi di oggi

written by King Lear    - lunedì, agosto 27, 2007





pipernismi e dorrichismi di oggi
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
Chi ha mai urlato “scandalo”!
Ho solo detto a chiare lettere che l’editoria oramai è molto vicina a un reality show. Fabrizio Corona ha scritto un libro, e pure Gianluca Vialli, ecc. ecc. Se a qualcuno piacciono i reality, e non lo metto in dubbio perché nonostante la paventata crisi adesso ci va Alessandro Cecchi Paone sull’Isola dei Famosi per salvarlo, il reality. Peccato che all’ultimo momento l’abbiano interdetto per paura che i minori in ascolto, lobotomizzati dalla pianta dei piedi alla radice dei capelli, venissero a contatto con le parolacce di Alessandro: parolacce che, sicuro come cristo, gli avrebbero fatto aprire la bocca se non gli occhi. Così è stato costretto a promettere di comportarsi bene con tanto di giuramento sulla croce di Gesù; e come tutto risultato il reality avrà il suo Salvatore nella mortale persona di Cecchi Paone.
Quindi, caro Lettore che non leggi mai un rigo, chi ti impedirebbe mai di sorbirti tutti i booktrailers che trovi in giro per la Rete, di spendere il tuo tempo coi siti a dedalo e a vaso di Pandora, con o senza minotauri?
 
Oddio, Antonio D’Orrico ha dichiarato già al tempo di “Io uccido” Giorgio Faletti il più grandeee…
Ohhh... chi se l’aspettava.
Era passata sicuramente inosservata questa sì tanto sagace dichiarazione dorrichiana!
Quindi adesso Piperno e Colombati e tutti gli altri passano ad essere secondi, terzi, quarti ecc. ecc. più grandi ecc. ecc. Però questa volta sono tentato di dare ragione a D’Orrico: Giorgio Faletti è il più grande. Anzi, non è che sono tentato, sono d’accordo: è il più grande. Mi spiace per tutti gli altri che adesso hanno perso la prima posizione, ma la pole position è uno sport bastardo di natura, bisogna essere cattivi e Faletti ha la grinta del cattivo e del duro, di quello che ti conquista il mercato non solo italiano ma anche straniero. E non disprezziamo Vito Catozzo, un personaggio che ha disegnato gli anni Ottanta e le sue manie perfettamente, per non dire delle ottime prove pasoliniane come paroliere-poeta, “Minchia Signor Tenente”, brano che ancor oggi a sentirlo ti si accappona la pelle, e poi le bellissime liriche scritte insieme ad Angelo Branduardi, il menestrello italiano della musica d’autore. Si aggiunga a tutto questo che Giorgio Faletti è anche un egregio attore, che riesce bene nei ruoli, soprattutto in quelli a cui deve dar voce e credibilità a delle macchiette, come ad esempio ne “La notte prima degli esami”. Faletti per ogni thriller ti vende minimo 1.000.000 di copie: credo sia l’unico scrittore italiano capace di scrivere storie come un Michael Connelly o un Jeffery Deaver, senza scadere nell’obsoleto cliché dei thrilleristi italiani infognati tra le mura di Milano o al limite di Bologna e dintorni, questo perché Faletti riesce ad avere visione molto ampia dell’orizzonte narrativo, ne consegue quindi che infonde credibilità a ogni sua storia sia essa ambientata dietro l’angolo di casa mia, a Nizza o negli USA. Non è uno Scerbanenko che non sa scrivere, che scrive di fretta per sbarcare il lunario e il libro come viene viene e chi se ne fotte: no, Giorgio Faletti lavora di bulino, i personaggi così come le ambientazioni sono del mondo e ad esso appartengono.
 
Lo scrittore se non è anche il Personaggio non acquista né ha in sé latente la esse maiuscola. Faletti è Personaggio, è Scrittore, arriva e ti uccide dentro.
 
E’ più Personaggio Giorgio Faletti, tutti gli altri promossi da D’Orrico sono diventati, per naturale conseguenza, delle comparse, stando alla logica di promozione dorrichiana.
 
In fondo se uno accetta di stare e di farsi, anzi di saper farsi amare da un critico come Antonio D’Orrico deve mettere in conto che oggi c’è e domani potrebbe lasciarti a piedi in mezzo al deserto senza neanche una mezza borraccia d’acqua per tentare di sopravvivere per qualche ora appena.
 
Antonio D’Orrico ha lanciato anche Roberto Saviano e Tullio Avoledo, tra gli altri. Poi, dopo un po’, ci ha provato con Leonardo Colombati, ma facendo un buco nell’acqua così pazzesco che i due poli si sono sciolti, alla faccia del “Rio”, uno tsunami che ha spazzato via ogni cosa, Londra compresa. Con Alessandro Piperno gli è andata bene: ma era il suo primo libro. Il secondo, se mai lo scriverà, non credo proprio che avrà lo stesso successo di “Con le peggiori intenzioni”. D’altro canto è impossibile enumerare quante volte D’Orrico ha detto che Tizio e Caio i più grandi scrittori viventi italiani: li mette sulla scacchiera, ci gioca un po’, poi ne rimane in piedi uno solo, o meglio un solo pezzo, il Re o la Regina! Con Giorgio Faletti gli è andata proprio di lusso, ma andava a colpo quasi sicuro: in fondo Giorgio Faletti era reduce da un passato come cabarettista non indifferente (vedi il Drive In ideato da Antonio Ricci, e Faletti coi suoi personaggi Vito Catozzo, Carlino, Suor Daliso, il testimone di Bagnacavallo), poi conduttore anche di “Striscia la notizia” - che se oggi non conduci almeno una volta la notizia strisciante non sei nessuno men che meno un comico -, e ancora paroliere e cantante in prima persona, attore; e in tutte queste prove Giorgio Faletti non aveva sbagliato mai, riuscendo sempre a prendere su di sé il plauso del pubblico, come minimo. E chicca che qualcuno ama non ricordare, perché forse gli fa scomodo, anno 1995: l’album “L’assurdo mestiere” vince - sturatevi gli orecchi - il Premio Rino Gaetanoper i testi, quindi per la parte “più” letteraria delle canzoni. Forte del successo sanremese e non solo, scrive canzoni per Mina (Traditore), Fiordaliso (Mascalzone), nonché i testi degli album “Camminando camminando” (1996) e “Il dito e la luna” (1998) di Angelo Branduardi, rilanciando il menestrello della canzone italiana. Arriviamo al 2002, “Io uccido”, 3 milioni e mezzo di copie: e quando mai un autore italiano, per giunta di thriller, ha fatto tanto? Il 2005 è metà e metà per Giorgio Faletti: riceve dal Presidente della Repubblica il Premio De Sica per la Letteratura. Tuttavia è anche testimonial per la campagna a favore della tutela del diritto d’autore, che fa inalberare qualcuno. Ma il terzo romanzo, “Fuori da un evidente destino” lascia alle spalle quella che qualcuno considera una macchia, mentre così non è, perché il diritto d’autore è sacrosanto e troppa teppaglia oggi crede di potersi fare la legge da sé e applicarla a destra e a sinistra a proprio modo e piacimento. E nel 2007 scrive per Milva: la coppia Milva-Faletti riesce bene, nonostante Milva abbia oramai un po’ di anni e non sia più seguitissima come un tempo.
E’ chiaro che se oggi D’Orrico deve puntare su qualcuno, punterà su Faletti o su “un” Faletti. Non penso che punterà ancora su Roberto Saviano: mi sembra che oramai dopo “Gomorra” non abbia più nient’altro da dire. Che farà Saviano? Scriverà ancora di Mafia? O si darà alla fiction, o al saggio totale? Interrogativo troppo “grande e grasso” perché si possano fare scommesse su un suo futuro successo. E’ invece più probabile ipotizzare che scriverà articoli, come già sta facendo, e che poi finiranno per diventare il suo secondo libro: una raccolta di articoli, i quali poi non fanno altro che ribadire la cronaca di questi ultimi due anni e le cui idee sono state in buona parte già state dette in “Gomorra”.
 
Gianluca Di Feo incontra Roberto Saviano, dopo le rinnovate minacce da parte del clan dei casalesi. Ecco alcuni passi dell’intervista:
 
“Paura non ne ho. Fin quando c’è la parola, la possibilità di trasmettere le proprie idee, quella è la vera difesa. Certo, con il mio lavoro ho esposto anche i miei familiari. L’unico motivo per cui ho maledetto il mio libro è per le pressioni che hanno subito i miei cari e di cui non mi perdonerò.
Scoprire quanto potesse essere potente la scrittura è stato uno choc. Non solo per lo sconvolgimento totale della mia esistenza. In genere, un libro non riesce a influire sulla vita dell'autore. Invece intorno a 'Gomorra' si è creato subito un passaparola, una catena di persone che attraverso il libro si sentivano a me vicine e io ho sentito questo contatto con loro. Non avrei mai immaginato tanto. Due siti Web di solidarietà, la vicinanza di amici nuovissimi che hanno protetto le mie parole. E quella di alcuni colleghi”.
Saviano si dice stupito “dall’accusa di aver infangato la mia terra. Di aver speculato sul suo dolore. C’è stata prima diffidenza e poi ostilità per il modo con cui ho raccontato la criminalità. Da molta intellighenzia napoletana e dal mondo puritano delle lettere che si è sentito invaso da nuovi codici, nuove visioni e soprattutto nuovi lettori.
Gomorra sancisce l’ascesa del lettore e dimostra la grande possibilità della scrittura. Rivoluzionaria. Perché non è la scrittura che apre la testa, non è lo scrittore che rende liberi i lettori. No: è il lettore che rende libero lo scrittore, che cancella la censura”.
Peccato che coi libri non si facciano rivoluzioni. L’idea che il mondo possa cambiare in meglio per mezzo di un libro è un’idea fin troppo romantica. I lettori possono anche prendere coscienza dei problemi, possono scendere in piazza a manifestare, ma se poi manca lo Stato, se poi mancano le Forze dello Stato che si oppongono a Cosa Nostra, la piazza rimane lì dov’è, sgomenta perché nonostante la mobilitazione niente è cambiato.
 
“I romanzi di Andrea Vitali, sono una rarità, rappresentano campioni dell’antica arte del racconto italiano.” (Antonio D’Orrico, «Sette») Bei tempi quelli in cui il Corriere Magazine si chiamava ancora Sette: forse c’era un po’ di spirito critico in più rispetto ad oggi. E per “Olive comprese”: “Andrea Vitali è il medico scrittore che onoro da tempo come uno dei migliori narratori italiani.” (Antonio D’Orrico) Ma anche per “La Signoria Tecla Manzi”, D’Orrico ebbe almeno almeno una buona parola: “E’ tempo che il grande pubblico scopra l’estrema e godibilissima bravura di Andrea Vitali.” (Antonio D’Orrico, «Sette») E per “Il procuratore”: “Andrea Vitali è ogni volta più bravo. Lavora come un orologiaio su meccanismi infinitesimali. Con mano fermissima.” (Antonio D’Orrico, Sette - Corriere della Sera)
Si può dire che Andrea Vitali e Antonio D’Orrico viaggino mano nella mano: se non c’è il calcio d’avvio del critico D’Orrico, Vitali non parte da sé. 
Per “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno è invece possibile godere di questa chicca: “Sul tappeto verde della letteratura, Alessandro Piperno ha giocato la sua vita. E ha sbancato.” (Antonio D’Orrico, “Corriere della Sera”) Mentre per Alberto Ongaro: “Ongaro ha qualcosa dei re di una volta, è munifico, ricchissimo, nobile di sentimenti, nel suo inchiostro scorre sangue blu.” (Antonio D’Orrico, “Corriere della Sera”) E ancora sempre per Ongaro: “I romanzi di Ongaro sono fatti della stessa materia dei sogni.” (Antonio D’Orrico, “Corriere della Sera”) Per arrivare alfine a questa dichiarazione che è da imparare a memoria per donarla ai posteri come perla di saggezza: “Ongaro è per me il più grande narratore italiano vivente.” (Antonio D’Orrico, “Corriere della Sera”) Ma poi, parlando di un presunto post-pipernismo, D’orrico recensendo “Rio” di Leonardo Colombati, scrive: “...Alessandro Piperno e Roberto Saviano e propongo un brindisi a tutti e tre: i salvatori della letteratura italiana.”
 
Antonio D’Orrico, nel bene e nel male, ha sempre il suo peso: può farti vendere all’inizio, il cosiddetto calcio d’avvio, lo start, ma dopo devi saper correre con le tue gambe, insomma la classe ce la devi avere altrimenti rimani fermo pure col calcio di D’Orrico fra le chiappe, e non è bello. Come è accaduto a Leonardo Colombati con “Rio”: D’Orrico il calcio gliel’ha dato, bello forte, ma Leonardo non s’è mosso proprio, o meglio per via del calcio è caduto pesantemente al suolo per rimanerci inchiodato.
Per alcuni scrittori, se non c’è D’Orrico che gli dà il calcio d’avvio a ogni nuovo uscita in libreria, forse da soli combinerebbero ben poco o non così tanto. Tullio Avoledo funziona, gli basta un calcetto di Loredana Lipperini e uno di Sergio Pent, ma potrebbe farne a meno: oramai il suo pubblico ce l’ha consolidato.
 
Che D’Orrico domani incoroni un altro Nessuno il più grande scrittore italiano vivente è fuor di dubbio, come è fuor di dubbio che oramai Giorgio Faletti non ha più bisogno di D’Orrico, in quanto viaggia benissimo da solo. Purtroppo c’è da dire, considerata la fama di cui gode bene o male D’Orrico, che se stronca un autore o se lo incensa e non gli riesce di portarlo su, quello scrittore farà probabilmente una fatica del diavolo per rimettersi in piedi, sempre che ci riesca. Il che non è affatto detto.
 
In ogni modo, è inquietante che un critico possa decidere della sorte di un autore. Del suo futuro, per i posteri anche. O per meglio dire: che un solo critico sia tanto influente, soprattutto sulle persone comuni - che ogni tanto si fanno prendere l’uzzolo di leggere un libro -, non dico tanto sugli addetti ai lavori che, se non sono proprio rincoglioniti di loro, ogni tanto si spremono pure le meningi col rischio però d’andare incontro a un coccolone abituati come sono a non pensare!
Poi, a ben guardare, D’Orrico è diventato famoso lanciando Giorgio Faletti: io direi, senza osare neanche troppo, che è stato Faletti a lanciare definitivamente Antonio D’Orrico. E oggi D’Orrico, bellamente, a chi gli chiede se ripeterebbe l’esperienza di portare Giorgio Faletti in copertina: “Tre volte di fila. Perché è servita moltissimo. Ha svelato il trucchetto, vale a dire che quella conventicola di diciotto persone che si crede Dio in terra invece non conta nulla. Questa è una trasformazione epica da sottolineare. Così come accadde con Camilleri peraltro. Se il libro di uno scrittorello di quel salotto avesse avuto il successo di “Io uccido” ora avremmo uno stronzetto mafiosetto che pontifica ovunque. Cosa che non è avvenuta con Faletti. La cui opera seconda è certo inferiore, ma questa è solo la prova che Faletti non ha una casa editrice alle spalle. Però non si cancella il fatto che sia bastato un comico a spazzarli via tutti.” (fonte: D’Orrico il flâneur - da una intervista di Corrado Ori Tanzi)
 

Giulio Mozzi



>>> Della “sorte di un autore” decidono, oltre all’autore stesso (che ha molte libertà d’azione): l’editore (la sua direzione editoriale, il suo ufficio marketing, la sua redazione, il suo ufficio stampa), l’agenzia di promozione, l’agenzia di distribuzione (queste due spesso coincidono), i librai, eccetera. E, ultimi ma non ultimi, i lettori. (Giulio Mozzi)
 
Poco ma sicuro che è come Giulio Mozzi spiega. Giusto sì, ma entro un certo limite.
 
Ecco perché:
 
- se un D’Orrico stronca un autore, e i lettori credono in quel che D’Orrico ha detto, c’è ben poco da fare per l’autore: potrà sbracciarsi quanto vuole, ma se gli spettava un successo pari a 100, dopo D’Orrico se lo troverà buttato all’ortiche: il caso Leonardo Colombati, troppo incensato da D’Orrico, dovrebbe far riflettere, difatti si è riso abbastanza, abbastanza perché alla fine sono (forse) più coloro che hanno letto la recensione di Antonio D’Orrico che non quelli che hanno comperato e apprezzato “Rio”;
 
- l’editore può decidere una strategia di pubblicità, oltre a una di pubblicizzazione; ma la pubblicità non è gratis, costa e non poco, quindi l’editore deve avere capitali da investire per fare pubblicità al libro e quindi all’autore. Diversi canali per la pubblicità, internet con un semplice banner, ma soprattutto giornali, radio e televisione: e qui la pubblicità è molto costosa, quasi mai sicura per un prodotto che è “il libro”;
 
- la distribuzione poi è importante, soprattutto per un piccolo o medio editore; non è un problema per il gruppo RCS o Mondadori, ma se il libro è quel che è, anche se portato negli autogrill lì resta, poi finisce, con un po’ di fortuna, nei remainders; e poi, i librai spesse volte sono dei lettori, non dico di libri solamente, di recensioni soprattutto, perché in fondo il loro mestiere è indicare al lettore sprovveduto e poco “lettore” il libro più conveniente ai suoi gusti;
 
- i lettori si fanno conquistare molto dalle recensioni, siano esse in Rete, siano esse su canali più tradizionali; il lettore “debole”, quello che legge sì e no un paio di libri durante l’anno, praticamente dipende dalle recensioni positive, possibilmente griffate; ma anche il lettore meno navigato di fronte a una recensione che dice troppo bene di un libro, alla fine, comincia con l’interrogarsi e a far raffronti con altre critiche, spesse volte chiedendo al libraio se è proprio così, che quel libro vale tanto o si è un po’ tanto esagerato.
 
Io dico che Antonio D’Orrico ha lanciato Giorgio Faletti, ma è forse più vero che Giorgio Faletti ha lanciato Antonio D’Orrico nell’Olimpo: Faletti non era già al tempo di “Io uccido” il primo che capita, vantava già un curriculum non da poco, per Antonio D’Orrico è stato facile farne anche un personaggio buono alla letteratura. Quindi se D’Orrico non l’avesse detto il più grande scrittore italiano, l’avrebbe fatto qualcun altro, poco ma sicuro, magari un Vincenzo Mollica con le debite conseguenze per tutto quel “dopo il lancio di Giorgio Faletti, ecco che Vincenzo Mollica indica un altro grande scrittore...”
 
In chiusura, oramai, Harry Potter, in quanto libro-prodotto che va via come il pane e di più, non ha bisogno di un forte battage pubblicitario, anche se poi viene fatto e alla grande. Se domani uscisse, per assurdo, un nono capitolo di Harry Potter questo andrebbe a ruba con o senza pubblicità. Perché il lancio promozionale è stato fatto ab imis, con il primo capitolo del maghetto, un battage pubblicitario che si è installato nella memoria di chi oggi segue il maghetto. Il primo capitolo di Harry Potter era un buon prodotto, l’editore ci ha investito su e ha fatto bene, ha fatto la fortuna della Rowling nonché la sua: forse la Rowling, in quanto a fama tra il popolo, oggi è seconda solo a Dan Brown. Se anche oggi D’Orrico dicesse che Harry Potter è una cagata pazzesca, che Dan Brown è un azzeccagarbugli delle lettere, le sue recensioni negative nei confronti di autori così tanto amati dal pubblico non sortirebbero alcun effetto, riuscirebbe solo ad attirare su di sé un po' di sano odio del pubblico. Ci sono poi libri che vanno avanti solo grazie alle recensioni, solitamente ipertese, o meglio ancora oltremodo pompate e inverosimili: è il caso della recensione che D’Orrico ha affibbiato a “Rio” di Leonardo Colombati, ma ottenendo come tutto risultato di affossarlo invece di far emergere autore e libro. Leonardo Colombati forse era sicuro che D’Orrico l’avrebbe portato in alto, eleggendolo a novello Proust, come già gli era riuscito con Piperno: così non è stato, il post-pipernismo millantato dal critico D’Orrico ha fatto ridere a crepapelle critici e pubblico. Quella che doveva essere una critica per far di Colombati un novello grande scrittore italiano alla fine si è rivelata un macigno legato al collo del povero Colombati, che non ha potuto far proprio niente per non annegare nel suo “Rio”. Colombati ci ha provato, voleva forse “arrivare”, entrare in quella schiera di grandi scrittori dorrichiani: non ce l’ha fatta. Perché? Il romanzo non è quel che D’Orrico ci ha raccontato. L'idea del post-pipernismo è diventata una barzelletta sulla bocca di pubblico e critica non di stampo dorrichiano. Non è più tempo per il radical chic, moda che non interessa più il lettore: sono questi, a mio avviso, i precipui motivi per cui Colombati è affondato. Non D’orrico: difatti siamo ancora qui che ne parliamo nel bene e nel male; D’Orrico continua ad essere seguito, forse anche in virtù del fatto che ci fa sorridere di tanto in tanto. “Rio” era un libro che avrebbe potuto funzionare discretamente a forza di recensioni oneste, equilibrate. Ma in verità è solo un romanzetto, o il canovaccio per una soap-opera scarsa di mezzi e di idee originali; tuttavia se ci fossero state dall’inizio critiche oneste “Rio” avrebbe trovato maggiori consensi, perché in fondo in fondo le soap-opera sono seguite. Essendo che è stato spacciato per qualcosa di più di una soap-opera, la conseguenza è stata che l’interesse per “Rio” si è quasi totalmente limitato alla non veritiera critica di D’Orrico.

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