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Animal farm - George Orwell

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Il sangue di un Rocker

written by King Lear    - sabato, maggio 31, 2008


Rocker by Chatterly

Rocker è Opera e Dono di Chatterly




Il sangue di un Rocker
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Il sangue di un rocker
 
 
Ho scritto una musica del diavolo, per Paganini!
I gatti neri rimangono morti stecchiti
al primo ascolto, le donne cadono ai miei piedi
e il mondo intero torna ad essere piatto piatto
I roghi esplodono nella notte accecando la luce delle stelle
E’ che ho composto una musica da brividi
Non lascia scampo a nessuno, a nessuno che sia vivo
Solo i morti hanno una speranza di venirne fuori
Sei sicura di non voler ascoltare il rock che ti culla?
 
Sei sicura di non voler prendere fuoco con me?
Giovanna d’Arco l’ha fatto e non se n’è pentita
Viviamo uno stato di regressione totale
La Baia dei Porci non è mai stata fatta
E i gatti tirano le cuoia sotto la sferza della musica
 
Ho comprato una chitarra dal diavolo
L’ho messa a punto su tutt’e sette le corde:
la notte è un negro sudario di corvi alla morte,
gli alberi scheletri radicati nel grembo dell’agonia
E tutto per colpa mia, per colpa mia, per colpa mia…
Ho suonato in maniera tale da far invidia a Segovia
 
Sono un rocker, sono soltanto un rocker del cazzo
Non mi puoi dare la colpa di tutto se il mondo è piatto
Sono un rocker, soltanto un rocker ma il migliore
Ho rubato la coda al Diavolo e il mondo è deragliato
 
Sono un rocker, un rocker del Diavolo
Un rocker del Diavolo, il più sanguinante
Prova a starmi dietro se hai coraggio
 
Sono un rocker, un rocker del Diavolo
Un rocker del Diavolo, il più offeso
Prova a starmi dietro se hai coraggio
 
Sono un rocker che gira per il mondo
Sono uno che va oltre la Fine del Conosciuto
Tu, se non mi credi prova a starmi attaccato al culo
Se non mi credi hai solo da trovare il coraggio
d’affrontarmi faccia a faccia, Caino contro Caino
 
Sangue per sangue, Caino contro Caino
perché sono un rocker e niente mi potrà cambiare
Niente mi potrà cambiare mai, mai, mai…
 
 
 
 
Per una lacrima
 
 
Le tue lacrime, bambina Gaja
sono ad alto contenuto alcolico;
Dio, vedendo la pena sul tuo viso
il dolore ti nettò con una carezza,
e un secondo dopo si leccò la mano
per cadere in ferale delirio tremens
trapassando coll’enorme corpo morto
tutt’e sette i cieli e le nuvole
fino a toccare del centro la terra
sorprendendo persino quel diavolo
annoiato che, a dispetto di tutto,
ancor si chiama Belzebù.
Per un gesto di pietà su una bambina
Dio è morto come chiunque muore:
per sempre dannato dall’Amore,
alla corruzione del tempo esposto.
 
 
 
 
L’Amante
 
 
Non fu abbastanza un amante
il suo cuore e tutta la sua povertà
Ne volesti a te accanto altri cento,
uno diverso per ogni santa notte
Ti donasti loro con pena e voluttà
Ma all’alba ognuno fuori dal letto,
di nuovo raminghi per chiese e città
in cerca d’un’altra suora di carità
 
 
 
 
Per una farfalla
 
 
Mi lasciò al mattino d’un giorno qualunque
Giù in paese sorridevano, già sapevano
Il parroco m’invitò a confessarmi, il barista
invece, più accorto, mi offrì un bicchiere forte
Sbronzo ma non allegro passai di fronte
alla bottega della sartina che mi segnò col dito:
“Ti disperi? Quella era stata con chiunque
tranne che con te… tranne che con te…”
Aveva ragione, ma la rabbia in me montava,
il veleno nelle viscere s’accumulava minuto
dopo minuto; fu così che presi la decisione
di darle una lezione come si conviene…
Ma prima che potessi trascinarla per i capelli
in piazza, una farfalla mi volò davanti agl’occhi::
bastò perché il piede mettessi in fallo
su una merda fresca di cane, sbattendo forte
il capo sul nero catrame, colorandolo per sempre
con l’inutilità del rosso mio sangue

 
 
 
Mia bella ciociara
 
 
Mia bella ciociara
più non mi chiedi
se vedo,
se vivo nudo
o in braccio a sorella Morte.
Ma che importa?
...che importa
se la farfalla di mia gioventù
è caduta giù
proprio quando alto il sole
spandeva luce
su quei prati in fiore
che un dì non lontano
mi graffiarono le terga
di ragazzo innamorato.
 
Core de Roma,
pure tu sei cambiato,
o son solo io
che non ti riconosco più.
Però il mio vecchio ancora
mi racconta di quand’eri
sotto la pressione del fascio,
e le donne eran qualcosa
per cui valeva la pena
di morire
tant’erano schiette e belle.
 
 
 
 
Forte forte
 
 
Ragazza mia, sei come una gatta
Egoista te ne stai al sole
Non vieni mai colla pioggia
a riscaldare i miei vuoti dì
Col bel tempo veloce scappi via
e con te, con te porti via
quel poco di gioia
che per un momento fu mia
 
Ti strinsi a me un secondo
per perderti subito per sempre
Ma non nel core che ancora
batte forte forte per te

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:35 | poesia, amore, dark, artedigitale, iannozzi and friends | clicca per commentare commenti (35)



Rachael Ray e la kaffiyeh per la Dunkin’ Donuts

written by King Lear    -


Rachael Ray



Rachael Ray


e la kaffiyeh per la Dunkin’ Donuts
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
ultime notizieRachael Ray, la pin up della cucina made in America, è stata censurata per via di uno spot che ha girato. No, non è apparsa nuda. Molto più banalmente indossava una kaffiyeh, la tradizionale sciarpa palestinese. Un putiferio: i neocon subito si sono scagliati contro Rachael Ray additandola pericolosa nemica. La sciarpa è stata indicata prima come simbolo dell’intifada contro Israele, poi della Jihad, ovvero della guerra santa islamica contro l’America.
 
Lo spot reclamizzava le ciambelle della Dunkin’ Donuts. Inutili le spiegazioni della Dunkin Donuts che ha puntualizzato ai neocon che era solo una banale sciarpa studiata apposta per lo spot. I neocon hanno tuonato peggio di Zeus ed Era dall’alto del loro personalissimo Olimpo: “Questa è propaganda per il terrorismo”. Tempo quattordici giorni e la Dunkin’ Donuts è stata costretta a presentare pubbliche scuse per violazione della “political correctness”: ha ammesso che la pubblicità “poteva essere equivocata”.
 
Michelle Malkin, una neocon, ha sparato senza mezzi termini contro la Ray: “La kaffiyeh celebra i terroristi che nei video tagliano le teste degli ostaggi, è inaccettabile che venga indossata dalle icone liberal”. La Ray, conduttrice del celebre programma Un piatto in 30 minuti, si è difesa definendosi apolitica. Tuttavia la Malkin ha continuato la sua filippica con parole ancora più dure: “L’ignoranza non giustificata questa provocazione, via la kaffiyeh”. Le ha risposto l’antropologo Amahl Bishara, spiegando che la kaffiyeh non può essere ridotta a mero simbolo dell’estremismo islamico, pur ammettendo che a renderla popolare fu il defunto leader palestinese Yasser Arafat; ma subito puntualizza che la sciarpa è indossata da tutti in Medio oriente, da giovani e vecchi, sia a scuola sia sul posto di lavoro, dunque farla apparire in uno spot pubblicitario non è apologia di reato. I neocon, come tutta risposta, hanno tuonato che non permetteranno nessuna altra pubblicità “filo musulmana”.
 
Il neoconservatorismo, per l’ennesima volta, l’ha avuta vinta, mentre i liberali sono stati stretti in un angolo.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:26 | politica, polemiche, personaggi famosi, controinformazione, primo piano, censorship, censura, prima pagina, attualità, libertà, potere, intolleranza, ingiustizia, ultime notizie, fondamentalismi, allarmi, società e politica, notizieflash, libertà di informazione, showgirls, last news | clicca per commentare commenti (5)



sto raggiungendo il mio nirvana, si prega di disturbare con pensieri felici

written by King Lear    - venerdì, maggio 30, 2008



sto raggiungendo il mio nirvana




si prega di disturbare con pensieri felici



  • Chi non ha ferite sulla mano può, con quella mano, toccare il veleno: il veleno non penetra dove non esiste ferita; né esiste peccato per chi non lo compie.
  • Come la rupe massiccia non si scuote per il vento, così pure non vacillano i saggi in mezzo a biasimi e lodi.
  • È necessario che l'uomo si avvicini sempre più al bene e si adoperi per preservare la propria mente dalla malvagità. La mente di colui che compie buone azioni di malavoglia, infatti, si diletta nel male.
  • È più importante impedire a un animale di soffrire, piuttosto che restare seduti a contemplare i mali dell'Universo pregando in compagnia dei sacerdoti
  • È preferibile non fare un'azione che non va fatta, perché dopo ci si pente. Ciò che va fatto e meglio farlo bene, perché non ci si penta.
  • Il profumo dei fiori non va contro vento, non quello del sandalo, del tagara e del gelsomino; il profumo dei buoni va contro vento: un uomo retto pervade tutte le regioni.
  • La vita è un ponte, perciò non costruirci sopra una casa.
  • L'odio non cessa grazie all'odio ma all'amore: questa è la regola generale.
  • Non c'è fuoco ch'eguagli la passione, o squalo l'odio, né trappola la follia, o torrente l'avidità.
  • Non c'è strada che porti alla felicità: la felicità è la strada.
  • Non credete subito a ciò che dico. Non prendete nessun mio detto come infallibile.
  • Non è ammissibile mangiare carne di animali uccisi da qualcun altro o uccisi per altri motivi. Il consumo di carne, in qualsiasi forma, è proibito una volta per tutte, senza eccezioni. Non ho permesso a nessuno di mangiare carne, non lo permetto ora e non lo permetterò mai.
  • Non rivolgerti con tono sferzante ad alcuno. Coloro ai quali ti rivolgerai in questo modo ti potrebbero rispondere nello stesso modo: le ingiurie sono dolorose; colpo su colpo, esse ricadranno sopra di te.
  • Pochi sono fra gli uomini quegli esseri che toccano l'altra sponda: tutta questa altra gente, invece, corre su e giù per la spiaggia.
  • Questo cammino ariano ad otto vie, cioè: giusta visione, giusto scopo, giusto eloquio, giusta azione, giusta vita, giusto sforzo, giusta attenzione, giusta contemplazione.
  • Riflessivo fra gli irriflessivi, ben desto tra coloro che dormono, l'uomo saggio procede al pari di un cavallo da corsa, staccando gli altri come fossero brocchi.
  • Rispetto all'esistenza di un uomo che viva cento anni senza prendere in considerazione la legge suprema, è preferibile un solo giorno di vita di colui che invece la rispetta.
  • Se tiri troppo la corda si spezza, se la tiri troppo poco non suonerà.
  • Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato.
  • Fra chi vince in battaglia mille volte mille nemici e chi soltanto vince sé stesso, costui è il migliore dei vincitori di ogni battaglia.
  • Chi parli oppure operi con mente serena, lui segue la felicità come l'ombra che non si diparte.
  • Nemmeno con una pioggia di monete d'oro si consegue la sazietà dei desideri: chi conosce che la soddisfazione dei desideri ha breve sapore e porta dolore, costui è un saggio.
  • Non credete alle mie parole solo perché ve le ha dette un Buddha, ma esaminatele con cura. Siate luce e guida a voi stessi.
  • Non credere a nulla, non importa dove l'hai letta o chi l'ha detto, neppure se l'ho detto io, a meno che non sia affine alla tua ragione e al tuo buon senso.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:21 | citazioni, aforismi, bacheca, nirvana, buddha, ot | clicca per commentare commenti (31)



La Santanché tira su un bordello, ma solo per i cattolici convinti

written by King Lear    -


Daniela Santanché - collage


La Santanché tira su un bordello

Ma solo per i cattolici convinti, tutti gli altri frigidi
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
ultime notizieDaniela Santanché forse vuole solo attirare l’attenzione su di sé, dopo che i famosi quindici minuti di celebrità si sono spenti nel nulla, così tira fuori una provocazione, o forse no. La sua idea è semplice, e ahinoi simpatica come il mestiere più vecchio del mondo: ieri, in mattinata, la Santanché ha depositato una richiesta referendaria, insieme a un comitato promotore tutto al femminile, per l’abolizione della legge Merlin. D’accordo che l’Italia, or come ora, è proprio un casino, un bordello in lungo e in largo, tanto a destra quanto a sinistra, ma l’abolizione della legge Merlin non credo sia l’urgenza per questa povera patria che, day after day, rischia di diventare un nuovo terzo mondo. Tuttavia il diavolo veste Prada, ragion per cui la povera Santanché – povera, in una eccezione puramente metaforica – dichiara senza mezzi termini che “A cinquant’anni dalla sua nascita la legge Merlin non può essere considerata un tabù. E’ necessario cambiarla profondamente garantendo strade sicure ai cittadini e libertà dalla schiavitù alle prostitute”. La Santanché, complice la griffe Prada, ha portato il suo guanto di sfida sino in Vaticano: “Non so come si comporterà la Chiesa, è chiaro che avrà una posizione diversa, ma noi andremo avanti lo stesso. […] Se dovessi sempre tener conto della Chiesa non farei nulla, io per esempio non sono d’accordo con la posizione del Vaticano sugli anticoncezionali”. Ora è tutto molto più chiaro: un condom – ovvero quel palloncino che i maschi si dovrebbero mettere sul pipino onde evitare malattie sessualmente trasmissibili e provocare gravidanze indesiderate, anche alle donnine allegre – però rimane un condom, persino per il più gonfiato dei maschietti, mentre riaprire i bordelli è tutto un altro paio di maniche, innanzitutto perché qui adesso bisogna capire se ci saranno bordelli a cinque, a quattro tre due e a una stella come per gli hotel, o se ci sarà un bordello uguale per tutti, cioè per chi c’ha i danè e per chi ne ha pochi o niente. Poi bisogna anche capire se le prostitute per professione dovranno fare la dichiarazione dei redditi e in che misura, ed eventualmente anche prevedere a chi destineranno il loro 5 per mille. Sembrano particolari senza importanza, ed invece sono molto ma molto importanti, perché qui il serio rischio è che pure andare a puttane rischia di finire nel gran pentolone della globalizzazione.
 
Comunque la Santanché ha già immaginato che si formeranno cooperative di donne che gestiranno controlli medici e fiscali. Ha immaginato, è questo il punto: di certo non c’è niente, men che meno la cicogna e i bambini sotto i cavolfiori – che comunque sarebbero tutti coltivati in terreni innaffiati di fertilizzanti. Però il punto per Daniela Santanché è “liberare le schiave del sesso dai capi maschi che rubano loro anche i guadagni fatti vendendo il proprio corpo”. Quella della Santanché è una vera e propria battaglia, per quanto uno ci possa far su dell’ironia spicciola, difatti spera d’incontrare il consenso di Roberto Maroni e “soprattutto le donne, di ogni schieramento politico, a partire dalle ministre del governo Berlusconi”.
Ottimo. Dov’è che si firma per dire di “sì” ai bordelli?
Ma non chiedetemi un solo centesimo per finanziare ‘sta battaglia, perché sono al verde e oramai non ricordo manco più com’è fatta una donna. L’altro giorno ho scambiato Robert De Niro per Kim Basinger: forse per colpa della fame, dello stomaco e del pene, meglio precisare, maremma maiala!
 
Ladies and Gentlemen, inutile che ridiate in maniera sì sguaiata. Qui la questione è dura, cioè moscia, in molti casi frigida. Solo i cattolici sembra abbiano preso sul serio la Santanché. “Se si aprissero le case chiuse - commenta il sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi - si aggiungerebbe semplicemente un altro segmento al variegato mondo dello sfruttamento”. E questa volta il Vaticano c’ha ragione, da vendere! Se tornassimo ad avere dei bordelli, bene!, chi sarebbe il patrono, il santo protettore, delle donnine allegre? Questo è un punto che non può essere sottovalutato, non dalla Chiesa. E che diavolo! Don Andrea Gallo insorge e fa tremare tutti i sonnacchiosi santi in paradiso, che riposavano tanto bene prima che le urla gli forassero i timpani: “Sono esterrefatto. Si tratta di una proposta che è contro i diritti delle persone. Altro che quote rosa, questa Santanché è più maschilista di qualunque maschilista”.
Isabella Bertolini invece dice, non troppo convinta però, che l’iniziativa della Santanché è “valido stimolo”: ma tosto torna frigida e spiega che spetta al Parlamento “l’approvazione di una nuova legge sulla prostituzione”.
Livia Turco parla di “referendum polverone” – e noi italiani paghiamo! -, l’ex ministro Barbara Pollastrini puntualizza invece che “la vera urgenza è combattere la prostituzione coatta, al limite “punendo i clienti”. I radicali – non si sa quanto liberi, non ci è dato di saperlo – si pronunciano con un “ni”: “Per quanto ci riguarda - afferma Rita Bernardini - abbiamo una nostra proposta di legge in merito, che sono tre legislature che ripresentiamo”. Insomma i radicali ce l’avevano già da una lunga pezza la loro bella proposta, quindi non capiscono proprio perché dovrebbero perorare quella della Santanché. E mica gli si può dare torto, e che diamine!
 
Bisogna inoltre sapere se verranno approntati dei corsi regionali di formazione professionale: non è che una la prendi e la sbatti in un bordello così. Ci vuole preparazione e tanta, mica poca. Poniamo il caso che una ragazza, per sua volontà, voglia fare il mestiere ma che sia ancora vergine, che non l’abbia mai fatto: come regolarsi? Mi pare ovvio che è più che mai urgente sapere se le ragazze intenzionate a fare il mestiere potranno usufruire di corsi di formazione. E chi li terrà questi corsi? Inutile che ridiate. Non si può pensare di mandare in un bordello ogni ragazza che esprime il desiderio di vendere il proprio corpo: ci vuole professionalità, maremma maiala! Immaginate che danno una ragazzetta ancora vergine in un bordello alla sua prima esperienza… c’è il serio rischio che rimanga incinta. Ecco, lo sapevo, adesso non ridete più. L’aborto costa, deve essere fatto da personale qualificato, e per di più la Chiesa non lo ammette.
 
Chissà se a tutte queste cose la Santanché ci ha pensato. Mi sa di no.
 
“La mia candidatura è stato un doloroso ma necessario momento di crescita... altrimenti sarei rimasta per sempre quella dei tacchi a spillo”, dichiara in ultimo la bella Daniela Santanché.
Indubbiamente il dolore fa crescere, sia sotto il profilo umano sia sotto quello politico.


new female epic

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Martin Kippenberger e la Rana Crocifissa per la New International Epic

written by King Lear    - giovedì, maggio 29, 2008



Martin Kippenberger

la Rana Crocifissa per la New International Epic






new international epic

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Fabrizio Corselli. Amor di Ninfa: intervista al Poeta di Eros e Psiche

written by King Lear    -


Fabrizio Corselli - Amor di Ninfa


Intervista a


Fabrizio Corselli


Amor di Ninfa

 
 
a cura Giuseppe Iannozzi
 
 


 
1. Personaggi abbondantemente sfruttati, Eros e Psiche, sia in narrativa sia in poesia. Dunque, come mai la scelta di rivisitare il loro mito, per quale esigenza?
 
Fabrizio Corselli     Il mito di Eros e Psiche rappresenta, nell’ottica dell’ispirazione, un topos come tanti altri, ma non per questo il suo uso o abuso sottende ai diritti di prelazione di altri che vi hanno scritto prima. Così come l’archetipo Amore si presta a molte interpretazioni, e ciò che rende unica questa situazione è proprio la multiformità del punto di vista: l’oggetto è lì che aspetta una luce sempre nuova e diversa che ne metta in evidenza sfumature mai percepite prima. Così anche nell’idealizzazione del bello, l’occhio sarà abituato a vedere in quell’oggetto sempre qualcosa di diverso, rendendolo eterno e imperituro.
     Il fulcro di Amor di Ninfa non risiede soltanto nei suoi protagonisti, pur sempre mediatori del tema “amoroso”, quanto nella sua strutturazione globale, in cui essi sono incastonati, nella sua progettualità e storia, soprattutto nella sua tematica, ostica ma allo stesso tempo avvincente. Il tema si incentra sul delirio ninfale e finanche sul ribaltamento delle posizioni assunte dai due protagonisti, Eros e Psiche, demandando al primo la dimensione del dolore e della sofferenza. Eros è qui un poeta, il quale indossa una maschera d’avorio, perché la sua beltà non si mostri alle ninfe, e una piuma di uccello la cui punta è d’oro: è fin troppo chiaro il parallelismo. Per rimanere in linea col mio stile, anche qui la divinità o il semidio viene posto su un piedistallo di tenera mortalità; egli incarna un umano sentire, e il “lieto fine” che caratterizza il mito classico, qui viene arbitrariamente modificato, per porre i due amanti in un sospeso stato di tragicità amorosa.
     È anche il modo di consegnare al lettore una versione inedita del mito che rende l’opera unica, anche ai più esigenti, sia per forma sia per contenuti. 
     In una email privata, ha scritto Matteo Veronesi nei confronti di Amor di Ninfa “Mi sembra che tu abbia riletto Apuleio attraverso il Mallarmé del Pomeriggio di un fauno, riuscendo dunque a fondere mirabilmente classicità e modernità”.
 
 
2. Per “Amor di Ninfa” hai scelto il bosco di Nonacride: come mai? Come ben saprai nel Satyros, la vicenda di Chelide inizia proprio in Nonacride; ma il “bosco” è anche un simbolo che nel corso dei millenni non si è scomposto, rimanendo oscuro. Figurativamente indica un groviglio di cose, un luogo magico, fatato, diabolico, dionisiaco. L’origine stessa della parola “bosco”, ancor oggi, è incerta. Puoi spiegare?
 
     Il bosco è il luogo della primitività, dove la Natura si manifesta nell’immediatezza della sua forza, dove l’uomo ancora non è giunto, demandando allo sgomento, all’inquietudine e al timore la primissima forma di reazione nel mortale. Il bosco è la sede della divinità, dove essa si rivela e dove l’uomo, in virtù di ciò, ricerca oracoli e risposte nei suoi elementi, sia esso un fiore o animale, dedicandone quasi un culto: è la dimensione della fascinazione nei confronti di un regno in cui vige altresì il rimpianto per la perdita di un’età d’oro, come lo si ravvisa nel bosco arcadico. I confini stessi del bosco, così labili e ombrosi da dividere il mortale dall’immortale, causa terrore negli animi più deboli, collocandovi finanche la porta per gli Inferi; da ciò, nel tempo è stato fin troppo semplice legare all’ombra di tali selve la scenografia ideale ove ambientare miti cupi, densi di mistero e dal tragico epilogo. Il bosco ha accolto molti dei paradigmi mitici greci ma anche il senso di divino lo ritroviamo per esempio nell’Altis, il bosco sacro di Olimpia; e ancora la tragedia di Narciso, nella diretta figura della “fonte” anch’esso magico elemento del bosco, il cui riflesso genera una sorta di apathe, ovvero illusione. Anche le sue creature, sono dotate della stessa tensione, della medesima energia divina e primitiva allo stesso tempo nell’unitaria sintesi dell’apollineo e del dionisiaco: troviamo fra esse il Centauro, Pan, il Satiro, o l’indomito Pegaso legato alla fonte Ippocrene, e così via.
     Il bosco è il luogo della solitudine, dove l’uomo ritrova se stesso in un tacito quanto complice silenzio.
     Il bosco è anch’esso uno scrigno, come quello testuale, celante asperità e incontri pericolosi nel percorrerlo (nel testo lo si osserva con difficoltà interpretative che farebbero la felicità del filologo), esso è quindi il tempio della Natura, e per questo luogo di origine, luogo della Lympha, di quel flusso cosmico generativo da cui tutto nasce e che caratterizza perfino le Ninfe. Quando l’acqua scorre o il vento spira, anche semplicemente in un sospiro (pneuma), il bosco si vivifica, si rigenera; due elementi, quelli dell’acqua e dell’aria che divengono principi creativi.  
     Fedele al contesto nel quale si sviluppa il genere della poesia lirica, il bosco assurge a monumento e a tomba di questa mitica vicenda che coinvolge Eros e Psiche. La Nonacride, in quanto sita presso Arcadia, diviene sì un Paradeisos ma nello stesso tempo un Paradoxos, poiché proprio quel bomos-taphos appena accennato, oltre a fungere da scenario ideale per il genere poetico, diviene anche il luogo ove impera l’Oblio nella diretta spontaneità dei frutti a concedersi dal ramo, laddove il lavoro e la fatica sono estranei al mortale per definizione, riaffermando nuovamente quel senso di “silenzio sublime”, in cui tutto si riduce alla contemplazione della bellezza del luogo, delle sue parti e delle sue creature. Non basta mordere alcun frutto o attendere la seduzione operata da un potente incantamento perché Eros, nel momento in cui varca i confini di quel bosco, e scosta le prime fronde di alcuni cespugli (diretto accesso al divino), entri in una dimensione dell’Oblio, abbandonando ogni sorta di lucidità mentale; salvo viene fatto soltanto il suo istinto primordiale. Per tale motivo la prima parte dell’opera comincia con la caratterizzazione di un particolare aspetto quasi bacchico che domina il protagonista. Anche nell’opera del Satyros, Himeros sorprende Pan mentre dorme, all’interno di una caverna presso la Nonacride. Da ciò si può dedurre che la catena montuosa ha anche un suo valore affettivo, e non solo progettuale, perché essa è la patria della ninfa Callisto. La sede dove si consuma una delle più straordinarie tragedie d’amore e che soprattutto coinvolge la divina Artemide.
     Parlando proprio della “casta” dea, il bosco diviene per il poeta luogo di caccia, in cui egli può disporre, quasi con malizia e preordinata ispirazione, trappole e giochi illusori, disseminati lungo il sentiero d’una lettura apparentemente semplice, in modo da “catturare” l’attenzione del lettore stesso. Lo accompagna in questo viaggio arcadico, all’interno del proprio sentire, all’interno di uno scrigno unico di sentimenti e forti sensazioni. Il lettore condividerà fino alla fine dell’opera lo stesso sgomento, la stessa tensione per quell’inafferrabilità interpretativa che caratterizza l’Amore, nel volerne trovare un’ostinata risposta (e che è causa della dissolvenza di Eros, a opera della sprovveduta azione di Psiche).
 
 
3. L’opera “Amor di Ninfa” è così strutturata: Nymphaeum, Un muto sospiro nel Bosco di Nonacride, Canti nel Bosco di Nonacride, Cuore di Ninfa e Nympholeptos. Che cosa accoglie ogni sezione, quali sentimenti, quali vicissitudini, quali legami?
 
     Amor di Ninfa, Nympholeptos rappresenta forse la mia opera più matura in termini di rapporto con la modernità. È un’opera che, sì, spezza la continuità del mio stile epico-mitologico ma non per questo risulta meno valida, approdando a un prodotto di più ampio respiro, e questo lo si ravvisa proprio nella sua divisione in sezioni tematiche, come hai ben evidenziato. Procederò in maniera sintetica, per non rivelare troppo, soffermandomi ampiamente solo sulla seconda sezione.
     In Nymphaeum, inizia la vicenda con Eros che scosta alcune fronde di un albero, e tra di esse scorge quel mondo ninfale dove abitano le creature per le quali egli ha intrapreso il viaggio avventuroso. La prima parte assume un ruolo prettamente propedeutico al prosieguo della storia. L’attenzione di Eros cade sul resto delle ninfe, e il sentimento è quello del delirio estatico, di desiderio. Questa parte rappresenta una delle sezioni più delicate per la concatenazione con quelle successive.
     Un muto sospiro nel Bosco di Nonacride, in assoluto, la sezione che più amo e che diviene quasi un vessillo poetico, a rimarcare il concetto di silenzio sublime; qui è contenuto il testo La morte del Cigno ovvero Fuggitiva Bellezza. Un vero e proprio omaggio al Laocoonte. La poesia ha il pregio di sintetizzare i due concetti fondamentali dell’acqua e del silenzio, tutti raggruppati in così pochi versi, densi di sottili sfumature. La morte si carica di grande lirismo celebrativo, acquistando più i toni di una trenodia, di una lamentazione funebre. Il bello si mostra nel momento più alto e tragico della propria vita, laddove, prendendo in considerazione l’affermazione di Edmund Burke, la Morte diviene “fremito per una prossimità”. Ma ne nasce ulteriormente una contrapposizione, poiché mentre il cigno va spegnendosi in un tono che ha più i contorni di una accettazione, nell’altra sponda si consuma invece il dramma di Eco, infelice per l’amor non corrisposto del proprio Narciso (Dolore di Ninfa). Non voglio davvero rivelare troppo, però posso dire che come in una sorta di hysteron proteron, proprio in questo canto, viene anticipato l’oggetto del desiderio di Eros. Scoprirlo tocca al lettore. Ribadisco, questa selva boscosa va scoperta poco a poco, celante molte sottigliezze. Del resto, lo stesso Winckelmann equipara lo stupore nel cogliere un particolare della bellezza al pari d’un frutto che si scopre inaspettatamente attraverso i rami. Importante puntare la propria attenzione sul passaggio dalla prima sezione alla seconda.
    In Canti nel Bosco di Nonacride, l’animo di Eros, è adesso acquietato e tale da forgiare canti serafici e traboccanti di nuda sensibilità. La terza sezione è il prodotto di un avvenuto catharmos (rito purificatorio).
    In Cuore di Ninfa, l’animo di Psiche si strugge per l’incomprensione di quell’inafferabilità del senso dell’Amore che ritrova il suo acme nel silenzio sotteso alla maggior parte degli amori impossibili che ella va elencando come in una sorta di invocazioni, attraverso crude parole e citazioni di altri poeti; l’esempio è dato dai versi del satiro Chelide, un capripede che partì dalla propria patria arcadica alla ricerca del senso dell’esistenza mortale e del principio cosmico dell’Amore.
     In Nympholeptos, si “chiude” quest’avventura all’interno del bosco, con Eros che diviene “preso dalle Ninfe”; egli però mantiene ancora quelle tracce di lucidità che gli permettono, una volta per tutte, di poter sentenziare la condotta di queste avvenenti quanto crudeli creature, dedite a una notturna caccia che fin oltre cela misteri e oscuri segreti.
     L’epilogo poetico, suggella e consegna al lettore la chiave di risoluzione dell’intera opera ma il resto del lavoro spetta sempre a quest’ultimo. Un lettore, sì, ma attento, perché mettere il piede in fallo lungo il cammino tracciato dal libro è cosa ben facile, liquidando la maggior parte dei testi come facenti parte di una silloge. Amor di Ninfa è un Concept Work, e per questo va letto dall’inizio fino alla fine, senza saltare da un testo a un altro; l’ordine di lettura è fondamentale.
 
 
4. In “Amor di Ninfa” – correggimi se sbaglio – fortissimo è il desio di possedere la Ninfa; tuttavia il desio rimane tale, carnale e spirituale quanto vogliamo, ma pur sempre una mera espressione dello spirito che non si traduce in coito. E’ più forte la carnalità o la spiritualità in questa tua opera? Puoi spiegare i motivi per cui è più forte in un senso o nell’altro?
 
     Intanto fughiamo ogni indugio. L’individuo che si appresta alla lettura di Amor di Ninfa, forse per sua delusione, non si troverà fra le mani un’opera di tipo settecentesco, dal gusto de sadiano, con ninfette dalla morale distorta, affette da ninfomania e possibilmente una proiezione della donna del tempo, o una sorta di Canti Priapei che purtroppo disattenderanno la speranza di qualsiasi lettrice nel ritrovare membri zampillanti o prone creature in una sorta d’atto di devozione alla propria divinità maschile. 
     L’opera inizia con un tono insolito, sì, perché al semplice scostare quelle fronde che, invero, rappresentano l’accesso alla sfera divina, Eros fa esperienza al contrario, sin dall’inizio dello stato di Nympholeptos, mantenendo del proprio essere solo l’istinto primordiale (natura dell’essere); egli si rivela alla Natura e con essa entra in sintonia. L’opera sviluppa profondamente la Ninfolessia, una possessione che agisce attraverso e nell’acqua, e che proviene da un corpo che ne emerge (il termine nymphe significa “fonte”, “acqua sorgiva”) provocando il delirio per il quale tali “simulacri” sono così tanto famosi. Una possessione che lega l'estasi sacra al lato estetico della perdita del sé. L’equivalente sostantivo latino lympha, e soprattutto l’aggettivo lymphaticus («folle») rivelano l’autentica natura del liquido ninfale, legandosi al principio cosmico generativo, secondo il quale «le Ninfe sono preposte alla generazione, giacché tutto ciò che è generato è in flusso» (Sallustio). Così, i nympholeptoi, ovvero coloro che dimoravano nelle vicinanze degli antri delle Ninfe, e che avevano visto in volto, erano «ebbri per ispirazione di un essere divino», ci tramanda Aristotele. Con la possessione, la Ninfa li metteva in rapporto con un sapere di superiore provenienza, in virtù del quale diventavano parte integrante della dimensione celeste.
     Per ciò che riguarda la carnalità, essa rimane allo stato di anelito senza ricevere una possibilità di manifestarsi fisicamente, una mediazione trascendentale che sottrae la “voluptas” (intesa proprio come “piacere”) all’imperio della carne e che non permette a essa di realizzarsi ancora attraverso l’unione dei corpi (Edoné è figlia di Psiche e di Eros, incarnazione del piacere). Dico “ancora” perché l’opera cela molti segreti al pari del bosco. La carnalità c’è ma non raggiunge la dimensione fisica, fino ad esaurirsi nella prima sezione (il passaggio alla sezione successiva è focale). Eros è come se scaricasse anticipatamente l’eccesso di sessualità inespressa (nella sintesi di ferinità e primitività) per porsi in uno stato di ritualità purificatoria (catharmos), pronto ad accogliere il completamento di Psiche (così come nel satiro e nelle ninfe si ritrova il connubio tra queste due componenti). La stessa sconfitta di una di queste creature del corteo di Dioniso così come quella dei Centauri, per i greci significava la vittoria della razionalità, dell’intelligenza sulla ferinità. Così il seme maschile o il membro, o addirittura lo stesso coito fa parte del ciclo del liquido ninfale, atavico segno di fertilità e nascita, come è possibile ritrovare lo stesso riferimento con i miti egizi sulla fertilità del Nilo, divenuto tale poiché di Osiride, fatto a pezzi da Seth, venne gettato il membro nel fiume. L’opera si basa su dirette allegorie aderenti a molte delle tesi estetologiche che riguardano le ninfe, per questo propendendo più per un assetto di percezione del bello che trascende il corpo e che ritrova nell’idealità del bello stesso la sua chiave di lettura (lambendo perfino alcune teorie scultoree). Il Pathos si piega all’Ethos del proprio osservatore che applica nella lettura dell’anima quella seraficità che tanto ha caratterizzato la visione dell’anima del Laocoonte, secondo Winckelmann.
     Per concludere, riporto un estratto del mio saggio, pubblicato su Atelier, dal titolo Sublimis, Apologia dell’Estasi: «il corpo è materia viva, linfatica, preposta all’accrescimento e allo sviluppo di una struttura adulta in rapporto alle proprie passioni… uno stimolo alla creazione, poiché la parola è ormone della crescita e la poesia ne rappresenta l’intimo processo metabolico col quale si trasforma una fanciulla in donna, e una donna in adultera… Così, anche il “mestruo” come del resto il “sangue purpureo” ed altri ancora sono termini che gridano, per diritto di nascita, la loro libertà semantica in rapporto al valore di «soffio vitale», di forza vivificatrice dell’essere e non meramente declassati a forme inespressive, quale può risultare la semplice denotazione di liquido fisiologico o altro che esuli dalla dirompente magniloquenza poetica».
 
 
5. “Condanna funesta v’è nel guardar degli dèi la più bella… degli dèi la creatura più perfida”: gli dèi sarebbero tanto belli quanto perfidi, soprattutto se di genere femminile? Le tragedie greche, tutte, hanno delle donne belle quanto fatali che portano scompiglio fra i mortali e gli dèi. Da sempre la figura femminile è stata associata all’origine di guerre e tragedie di sangue. Le grandi storie epiche abbondano di donne che portano alla rovina singoli uomini, popoli e paesi. Bisogna attendere Dante perché la donna venga considerata (anche) angelicata. La tua poesia sposa l’idea che la donna, soprattutto se è la più bella fra gli dèi, non può che essere fatale. Vorrei che ampliassi questo discorso…
 
     Il concetto del fatale qui ha un senso molto più alto (tralascio volontariamente la tesi che vede le ninfe come tessitrici del destino dell’uomo al pari delle Parche o Fatuae).
     Eros e Thanatos si ritrovano nuovamente, come nelle altre mie opere, per esempio nel poema All’Ombra di una Guerra. La morte qui è intesa come positivo vuoto e come perdita di sé, ricollegandoci nuovamente alla ninfolessia; come in una sorta di legge enantiodromica, quel delirio che tanto ha contraddistinto il nympholeptos, adesso si trasforma nella forma del silenzio, ovvero del “muto tacere” sotteso alla contemplazione dell’aura di una Ninfa, e che prende il significato di serafica percezione del bello. Ho avuto modo di leggere di recente un intervento di Alessandro Starvu, che ben riprende finanche alcune parti dello scritto di Roberto Calasso in La follia che viene dalle Ninfe, e che si esprime così: “Come scrive Walter F. Otto, la bellezza fa parte dell’essenza delle Ninfe poiché «è frutto del silenzio in quanto perfezione... all’occhio devoto il silenzio si palesa proprio attraverso la bellezza». Si tratta di un silenzio sublime, di un «tacere primordiale» che paradossalmente si esprime attraverso la musica. Di qui i canti e le danze che accompagnano le Ninfe in ogni momento della loro esistenza”. Possiamo dire, lo stesso muto tacere caro ai simbolisti, i quali sostenevano che “tacendo, la privazione che ne deriva si veste di una forte carica metaforica”. Ed è qui che l’armonia stessa, intesa come categoria del bello, si palesa in maniera sostitutiva a quella del canto e della musica ninfale con il ritmos e la musicalità del verso; quest’ultimo gioca il ruolo della dimensione completiva dell’affermato tacere primordiale. Dopo la “morte”… il “silenzio”.
 
 
6. Oggigiorno che ruolo, che importanza ha la poesia per la cultura? E’ luogo comune dire che gli italiani sono “un popolo di poeti” e forse c’è un seme di verità, non a caso tutti scrivono e pensano di essere poeti e con questa illusoria convinzione pretendono d’essere portati in palmo di mano. Ti chiedo dunque, a tuo avviso, chi si può definire Poeta e perché? Ed ancora: tu, Fabrizio Corselli, che tipo di Poeta sei?
 
     La poesia può avere diverse funzioni, dal riscatto sociale e portavoce di ideali comuni che professa un popolo alla funzione catartica della propria persona e degli altri, o ancora un manifesto per la diffusione della cultura stessa insieme alle altre arti e alla sinergia fra di esse, per finire con la semplice soddisfazione emotiva che ne deriva dalla lettura o dall’ascolto di un testo.
     Ormai il comportamento scorretto di molti imprenditori editoriali, e non di case editrici (su queste vi sarebbe anche da dire molto), ha portato a una consuetudine e cioè quella del principio “basta pubblicare per essere uno scrittore”. Di conseguenza, l’irresponsabilità della gente, e diciamo anche, per certi versi, la pochezza della loro persona, ha fatto sì che si vedesse nell’arte” una forma di facile riscatto, pur pagando profumatamente, come se poi fosse assicurata la propria dignitas al pari del paradiso. Ciò che manca è un effettivo e onesto confronto; non infrequente è dialogare con queste persone e scoprire che nemmeno sanno cosa sia un verso. Così come ormai i media hanno insegnato che per “sfondare” (per di più termine ancora da definire) si deve ricorrere al reality o al gioco del quiz; il tutto attiene a una ricerca infertile di un’ipotetica fama o gloria ben lontana dal concetto del kleos greco. Questo modo di agire ha portato immancabilmente a una dequalificazione dell’Arte stessa; nessuno in questa maniera, sarà più capace di distinguere un’opera buona da quella cattiva, perché la pubblicazione avvenuta, salverà dalla morte il sedicente “scrittore”. Viviamo purtroppo in una società dell’immagine, che peraltro si sottrae alla più nobile e positiva relazione con la materia Estetica. 
     Fatta salva la considerazione che si scrive per esigenze espressive dettate dall’animo, altre fucine distorcenti questo principio sono, nella maggior parte dei casi, i multiblog, non tutti s’intende, che hanno solo la finalità di fare iscritti, seducendo il povero illuso scrittore, che la mattina si sveglia col titolo di “sommo poeta” o “maestro”. Sono veri e propri campi di concentramento per l’anima.
     Alla fine, poeta, pittore, musicista sono solo guaine semantiche per rendere chiara una situazione o un campo in cui si opera ma l’individuo imprime a quella guaina un particolare valore per le sue scelte, per le sue azioni. Sono queste che determinano la qualità di un artista. Non basta un titolo, così come fra i laureati dilaga un inquietante numero d’ignoranti. 
     Io normalmente vengo nomenclato, negli ambienti specifici, come scrittore di Epica moderna, poi anche questo serve per definire il campo d’interesse, ma soprattutto definisce un genere poetico ben preciso e diverso dal “contemporaneo”.
     Come giustamente ha evidenziato il professore Veronesi nella Prefazione, da lui curata, al poema sulla Battaglia delle Termopili: “Certo una poesia dotta, raffinata, alta, ardua come quella di Corselli faticherà a trovare – direbbe Nietzsche – «il suo lettore» in un panorama letterario dominato dalle poetiche minimaliste dell'”autenticità”, del “quotidiano”, del “corpo”, del “vissuto”. Ma – per citare ancora Leopardi – la «speranza», facoltà ancor superiore e più elevata rispetto alla gloria medesima, «passata al di là della stessa morte, si ferma nella posterità», o meglio si sublima e si scorpora nella sfera dell'eterno, nell'assoluto della storia e del mito, nella luce della Parola pura e necessaria”.
 
 
7. “Amor di Ninfa” è stampato da Lulu.com: una scelta d’avanguardia per scavalcare gli editori, o una necessità?
 
Il blog di Fabrizio Corselli     No, non rappresenta una scelta d’avanguardia, ma solo una scelta diversa dal solito. Io ho sempre pubblicato e-book, alla fine il mio intento è quello di diffondere, in maniera sincera e con piena onestà intellettuale, la cultura classica e l’amore per il mito; lo si può fare benissimo attraverso la rete. Da questo punto di vista, la mia costante condotta l’ha sempre dimostrato.
     I miei propositi sono sempre genuini, e quando dico che non mi interesso molto alla pubblicazione, è vero. Poi vi sono le malelingue e i tendenziosi che vogliono vedere in questa mia strafottenza alla pubblicazione solo una mera scusa di chi non riesce a pubblicare o di chi non è stato pubblicato, secondo la falsa affermazione “se non pubblichi non sei uno scrittore”; è anche vero però che se pubblichi non è detto che tu sia uno scrittore, ormai è solo una questione di moda e di termine.
     Ultimamente sono stato oggetto di un attacco anonimo, nel quale l’utente, senza un’identità, ha detto “ma se sei così osannato come scrittore perché allora l’Einaudi, la Mondadori… non ti hanno pubblicato?”. Questo la dice lunga sul lavaggio del cervello che l’imprenditoria editoriale ha fatto sui propri utenti. Anche perché a queste case non ho presentato niente. Alcune persone che conosco hanno speso rispettivamente seimila euro l’uno e cinquemila euro l’altra per farsi pubblicare. Peraltro bisogna pensare che hanno pubblicato anche Gattuso, Totti, Costantino di Uomini e Donne, e così via. Che dire? L’avranno perfino scritto loro?
     Ho scelto Lulu per cambiare un po’ il supporto, dall’e-book sono passato al cartaceo per rendere l’opera anche più presentabile. Il libro è anche più di facile lettura… la magia della carta!
     Comunque dal punto di vista di diffusione non ho grossi problemi; il tipo di poesia veicola tranquillamente in ambienti della Facoltà di Lettere, presso le comunità elleniche e così via. Come si direbbe nei confronti della poesia greca, i miei testi hanno il loro “pubblico addestrato”. Le diverse affermazioni dei detrattori, alla fine, sono sempre e solamente riconduzioni alla propria volontà di piegare quella data situazione al senso comune. Chi, in questa società ha il coraggio di mantenere la propria identità? Fatto sta che le utenze anonime nei commenti dei siti o blog, per lo più insulti, dilagano.
     Comunque, per concludere, Amor di Ninfa rappresenta forse il libro di più facile accesso al mio stile, senza troppi traumi, adatto a qualsiasi lettore nel suo pieno equilibrio tra classico e moderno.
 
 
Grazie Fabrizio: come sempre sei stato molto disponibile. Ma “attento al lupo” che nel bosco si nasconde!
 
     Lo so, infatti devi sapere che il lupo è una figura spesso legata ad Apollo, chiamato per l’appunto Apollo Liceo (dal greco lýkos: lupo), magari un’altra attestazione del divino che transita in questo magico luogo che è il bosco.
 
Grazie a te per questa salutare intervista.
 
 


I blog di Fabrizio Corselli: http://fcorselli.splinder.com

                                                         http://www.achilleion.splinder.com



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Eliselle presenta... Fidanzato in affitto

written by King Lear    - mercoledì, maggio 28, 2008



Eliselle presenta...


Sabato 31 maggio – ore  18,30

In occasione della manifestazione
I Libri illuminano
Un progetto di promozione della lettura promosso
dal Comune di Biella con il patrocinio dell’ANCI
 

Presentazione del libro

FIDANZATO IN AFFITTO






Eliselle


Cristal è una ragazza come tante: iscritta a tempo perso a Giurisprudenza (più per volere dei genitori che suo), lavora saltuariamente come copywriter ed è devotamente fidanzata da due anni con Max, nei confronti del quale si dimostra sempre ubbidiente e sottomessa. Già questo basterebbe a far sentire Cristal una fallita, ma la situazione precipita quando Max la porta a cena nel ristorante più chic della città per dirle che… vuole lasciarla. La reazione della ragazza alla notizia è spropositata: sotto i fumi dell’alcol prima aggredisce un cameriere e poi dà fuoco al locale causando novantamila euro di danni che lei non potrà mai risarcire. Proprio quando sembra che la vita di Cristal sia andata definitivamente a rotoli, Morgana, una vecchia amica lesbica che frequenta ambienti sadomaso, le suggerisce una soluzione: Cristal ha bisogno di uno schiavo, una persona che goda nell’essere maltrattata e nel ricevere ordini senza pretendere nulla in cambio. Dopo un’iniziale titubanza, Cristal decide di tentare il tutto per tutto e risponde a un annuncio che sembra fare al caso suo:
«Cerco disperatamente una padrona per servirla come suo schiavo…


Eliselle, nata a Modena nel 1978, è laureata in Storia medievale e lavora come copywriter.
Autrice prolifica, ha all’attivo quattro romanzi e una raccolta di racconti.
Ha pubblicato inoltre numerosi racconti su antologie, riviste e siti web.
I suoi siti internet sono www.eliselle.com e www.delirio.net


Sarà presente l’Autrice

ArtCafè - Piazza Lamarmora 1
13900 Biella - tel. 015. 30432



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Almirante: ancora polemiche. Ma Fini: “Da lui frasi razziste vergognose”

written by King Lear    -


Almirante, manifesto - foto archivio


Almirante: ancora polemiche

Fini: “Da lui frasi razziste vergognose”

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
ultime notiziePolemiche, ancora polemiche. Dopo che il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, aveva annunciato l’idea di voler intitolare alcune strade ai leader della destra, si è scatenato un mezzo putiferio, difatti tra questi c’era anche Giorgio Almirante. Alemanno ha spiegato le sue personalissime ragioni: “Ha suscitato scalpore il fatto che si parlasse di dedicare una strada a Giorgio Almirante. A Roma c’è una via dedicata a Lenin e, doverosamente, c’è una via Palmiro Togliatti. Dico che non bisogna seguire schemi da prima Repubblica e propongo di intitolare una strada a Berlinguer, una a Craxi e una a Fanfani”. La proposta è stata applaudita dalla destra. L’opposizione ha invece gridato: “Buffoni, Buffoni…” E’ stata subito indetta una conferenza stampa, nella quale il capogruoppo del Pd, Umberto Maroni, ha parlato a nome della minoranza: “Quella di oggi è una pagina molto negativa per il Consiglio comunale di Roma, al di là delle dichiarazioni fatte dal sindaco Alemanno sulla disponibilità al dialogo, è stato impedito all’opposizione di parlare, cosa che non è mai avvenuta”. Maroni ha anche precisato: “Il presidente Pomarici ha commesso una grave irregolarità e scorrettezza, perché aveva messo al voto il prolungamento del dibattito, come peraltro concordato con il capogruppo del Pdl. Invece è stato chiuso in maniera del tutto autoritaria, facendo parlare solo il sindaco e non l’opposizione. Verificheremo la legalità dell’applicazione del regolamento”.
Tutto ciò accadeva il 26 maggio 2008.
 
Oggi, 28 maggio 2006, Gianfranco Fini si allontana dalle prese di posizioni del sindaco di Roma: “Quelle che abbiamo ascoltato posso dire senza esitazioni che sono frasi vergognose che esprimono un sentimento razzista che, in quegli anni dopo la guerra, albergava in tanti, troppi esponenti che si collocavano a destra e, in altri casi, in altre formazioni politiche”.  Sembrerebbe proprio che Gianfranco Fini non voglia avere più niente a che fare con Almirante e respinge dunque la proposta di riabilitazione del leader fascista.
Il Presidente dalla Camera, in maniera netta ed inequivocabile, rispondendo al deputato del Pd, Emanuele Fiano, ha preso le distanze dalle posizioni espresse nel 1942 dal futuro leader del MSI. Negli anni Novanta, Fini fu il successore alla segreteria del MSI. Il parlamentare del Pd Emanuele Fiano, dopo aver letto in aula a Montecitorio uno stralcio di un articolo firmato da Almirante sulla “Difesa della razza”, giornale di cui Almirante era vicedirettore, ha chiesto a Fini delle spiegazioni: “Ho visto dei manifesti a Milano, la mia città - aveva esordito Fiano parlando a Montecitorio - secondo cui noi italiani dovremmo essere orgogliosi di Giorgio Almirante, di cui dovremmo ricordare la figura. Voglio farlo anch’io leggendo un suo testo autografo pubblicato il 5 maggio 1942 sul periodico 'La difesa della razza', di cui l’ex leader del Msi era vicedirettore”. Fiano ha così concluso il suo intervento: “Ringrazio chi ha avuto l’idea di dedicare una strada a Giorgio Almirante per non dimenticare. In effetti noi non lo dimenticheremo mai...”. Fini ha ascoltato Fiano, e oggi è arrivata la sua risposta.
Applausi a Fini da parte dell’Assemblea.

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