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Meat Loaf - bacheca
written by King Lear
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sabato, febbraio 28, 2009
Meat Loaf
Is Nothing Sacred

Is Nothing Sacred
Rock´N´Roll Dreams Come Through
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commenti (7)E' meglio lei dell'ereditiera Hilton
di Iannozzi Giuseppe
La sosia italiana di Paris Hilton è molto più ben carrozzata dell'ereditiera americana. Basta vederla per rendersene subito conto. Sarà perché Paris Wilton fa la pornostar di professione che è così eccitante, più dell'originale. La Wilton a differenza della Hilton ha scelto le luci rosse, mentre Paris Hilton il porno lo vive in maniera esibizionista senza averne però fatto una carriera dalla quale poter spremere qualche dollaro. Ma in fondo alla Hilton, seppur diseredata dal nonno Hilton, i petroldollari non le mancano né gli sponsor che fanno a botte per contendersela. La Hilton è la gallina dalle uova d'oro: metti lei come testimonial d'un prodotto, uno qualsiasi, e quello tira punto e basta. La nostrana Paris Wilton ha forse il volto un po' meno fintamente angelicato rispetto alla Hilton, ma attizza assai di più dell'ereditiera.
Auguri Paris Wilton. Che il porno ti possa consacrare star fra le star.

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Nere. Gli anni delle innocenze di Giuseppe Iannozzi ![]() Editore: edizione a cura dell'autore Copyright: © 2008 Giuseppe Iannozzi Lingua: Italiano Paese: Italia Edizione: 1a edizione Pagine: 209 Dimensioni: 20.99 cm x 29.7 cm Prezzo: € 13.76 Descrizione: Una nutrita raccolta di poesie di Giuseppe Iannozzi scritte tra il 2004 e il 2005, che l'autore ha ripreso in mano smussandole là dove era possibile per alcune loro asperità, ma sempre rimanendo fedele all'originale spirito d'ingenuità di quel particolare tormentato periodo. Una silloge che conta più di cento poesie scelte tra le tantissime scritte nell'arco di un anno e mezzo circa. Canti d'amore, pensieri di rabbia, ballate nere (o di morte), illusioni giovanili, prose poetiche, pasquinate, il tutto condito con cinica disperazione e romantico idealismo. Acquista la tua copia di Nere. Gli anni delle innocenze |
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Morte all'alba di Giuseppe Iannozzi Acquista la tua copia di Morte all'alba ![]() http://www.lulu.com/content/4135701 ![]() Interviste all'autore Leggi l'intervista a cura di Chiara Perseghin Leggi l'intervista a cura di Mara Venuto |
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Berlusconi offende le donne lo denunciamo
written by King Lear
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venerdì, febbraio 27, 2009
Io ti ho dato la tua donnaE il Pd perde tempo denunciando Berlusconi
di Iannozzi Giuseppe
"Denunciamo Silvio Berlusconi, in qualità di presidente del Consiglio dei ministri italiano, alla Corte europea di Strasburgo per violazione degli art. 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo a causa delle continue e ripetute dichiarazioni di disprezzo sulla vita e la dignità delle donne". Così Anna Paola Concia deputata del Pd e Donata Gottardi, parlamentare europea del Pd-Pse, sottolineando che "in Italia, a causa del Lodo Alfano, non è possibile denunciare il presidente del Consiglio alla magistratura".
Il motivo? Ad esempio: "14 marzo 2008, campagna elettorale: Berlusconi consiglia ad una giovane precaria di sposare un miliardario per risolvere i suoi problemi economici.
25 gennaio 2009, comizio elettorale a Sassari: Berlusconi teorizza che 'per evitare gli stupri servirebbe un militare per ogni bella donna'. 6 febbraio 2009, l'inquietante dichiarazione su Eluana Englaro. 26 febbraio 2009, incontro internazionale con Sarkozy: Berlusconi, rivolgendosi al Presidente francese, lo avverte: 'Io ti ho dato la tua donna'".
Con tanti problemi che l'Italia ha, la politica italiana pensa bene di perdere tempo dietro a una battuta del premier. Una battuta di cattivo gusto quanto si vuole, ma che non giustifica affatto il grande dispendio di energie da parte del Pd. Forse è questo uno dei tanti motivi per cui il Partito Democratico è agonizzante, più in coma d'una mummia avvolta nelle sue bende sfilacciate dal tempo.
Nere. Gli anni delle innocenze di Giuseppe Iannozzi ![]() Editore: edizione a cura dell'autore Copyright: © 2008 Giuseppe Iannozzi Lingua: Italiano Paese: Italia Edizione: 1a edizione Pagine: 209 Dimensioni: 20.99 cm x 29.7 cm Prezzo: € 13.76 Descrizione: Una nutrita raccolta di poesie di Giuseppe Iannozzi scritte tra il 2004 e il 2005, che l'autore ha ripreso in mano smussandole là dove era possibile per alcune loro asperità, ma sempre rimanendo fedele all'originale spirito d'ingenuità di quel particolare tormentato periodo. Una silloge che conta più di cento poesie scelte tra le tantissime scritte nell'arco di un anno e mezzo circa. Canti d'amore, pensieri di rabbia, ballate nere (o di morte), illusioni giovanili, prose poetiche, pasquinate, il tutto condito con cinica disperazione e romantico idealismo. Acquista la tua copia di Nere. Gli anni delle innocenze |
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commenti (4)
Vampiri e pagliacci
written by King Lear
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Vampiri e pagliacci
di Iannozzi Giuseppe
Vampirella
Vampirella,
te l’han già detto
quanto sei bella?
Vampirella,
scommetto
che hai un amore nascosto
sotto il letto
che però col favore delle tenebre
stringi al petto
Un amore profondo e nero,
un cuore di tempesta
che il collo ti morde
sotto il pallore lunare
Vampirella,
mi ci gioco la testa
che è così;
che più importante di me
è il sangue
che dal suo maschio petto bevi
perché lui è il Signore
d’ogni giorno bello e brutto
Perché lui è caduto per colpa di Dio
e ora ha bisogno di tutto il meglio
che solamente tu gli puoi dare
senza peccare
Vampirella, Vampirella, Vampirella
Vorrei con te fare una promenade,
sulla spiaggia io e te a piedi nudi
Vorrei con te fare all’amore fino all’alba
e con te bruciare accarezzato dal sole
mentre disseti la tua anima su di me
Vampirella,
vorrei tutto questo,
perché più importante di me
è il sangue che m’infiamma
e che ogni notte un po’ più forte mi fa
La tua Parigi
Mi hai lasciato da solo
finalmente
come in una fiaba dell’orrore
Per Dio, non sia mai!
Lasciami
sprofondato nella mia oscurità!
Mica pretendo niente
Perditi pure tra le bancarelle
del Mercato delle Pulci a Parigi
e di me non ti curar un instante
Lasciami al mio destino
Ma quando tornerai
io non lo so…
Ma quando da me tu volerai
per un abbraccio e un bacio,
mia bella colombella,
scoprirai che ho pianto così tanto
che in me ogni anelito di vita
s’è involato
Mi cercherai
Sì, tu mi cercherai
in una lacrima della fontana di Trevi,
nel riflesso d’una pozzanghera
dimenticata nel fine estate...
nel crudele gioco di due gocce di dolore
per un arcobaleno
Il mio pagliaccio!
di Romantica Vany e King Lear
Ehi mascherina, chi sei mascherina?
Mascherina somigliante
e straniera anche.
Il tuo dire m’attrae
e un po’ a te mi lega;
mi piace il tuo modo
di condurre il gioco,
così continuo a misurare
i passi che mi separano
dal metterti a fuoco.
A te mi nego, poi torno
intensamente. Mi espongo
porgendoti con sottomissione
le mani e faccio un poco confusione.
Col faccino sporco di stelle brillanti
strillo a pieni polmoni una canzone
e tu stecchito dal liquore
t’infili nella musica inscenando
il Ballo degli Spaventapasseri.
Crepe crepe hai la faccia
e tra una gobba e l’altra
ridi facendo decollare
al mio cospetto
un suono di grand’effetto.
Poi t’aggiusti la parrucca
e a squarciagola te ne vieni fuori
con un “E la madonna!”,
benché la voglia più ovvia in te
sia di ridere e cantare.
Pagliaccio, ecco che cosa sei.
Sei il mio pagliaccio brontolone,
il tenero pagliaccetto
che a notte fonda
al petto stringo forte forte.
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commenti (4)
Mentana difende i suoi giornalisti, e Santoro:
written by King Lear
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Mentana difende i suoi giornalistiSantoro: "Che cosa è cambiato in Mediaset?"
di Iannozzi Giuseppe
Enrico Mentana, ieri sera era da Michele Santoro, nella sua sempre più discussa trasmissione Annozero. "Chicco" Mentana ha preso le difese dei due giornalisti di Matrix, Silvia Brasca e Roberto Pavone: Mediaset ha inviato ai due una contestazione disciplinare per alcune dichiarazioni in cui mostravano di non condividere l'allontanamento di Mentana da parte dell'azienda. "Sono due giornalisti bravi che per delle opinioni liberamente espresse, rilasciate peraltro a Tv Sorrisi e Canzoni, diretto da Signorini che è pure bravo ma non è certo Che Guevara, ricevono una lettera di contestazione che può essere il preludio del licenziamento. Non parlo per me, non voglio fare il licenziato di professione, ma lasciate stare chi lavora da 20 anni a Mediaset. Sembra fatto per dire: la lezione-punizione di Mentana sia chiara a tutti". E Santoro: "Cosa è cambiato a Mediaset?". E Mentana: "Credo si sia persa la necessità della centralità dell'informazione. Gli appuntamenti con l'informazione sono sempre più radi, più spostati".
Su La7, nel corso della trasmissione L'Infedele di Gad Lerner, Mentana dà un'altra possibile motivazione circa il licenziamento da Mediaset: "Su Berlusconi non so dire, mi piacerebbe saperlo da loro. Sicuramente la mia concezione del giornalismo applicata a Matrix era uno spazio aperto, forse alcuni ospiti piacevano meno e questo può provocare dei mal di pancia. Quello che è successo non ha senso: se c’è un Parlamento convocato in seduta straordinaria per approvare una legge 'salva-Eluana' e poi Eluana muore dopo le 20, se la notizia viene data alle 20:25 e alle 20:30 il tg costretto a chiudere, non ha senso che non se ne parli più fino a mezzanotte inoltrata. E' un errore di programmazione, non è stato nel Dna di Canale 5 sin da quando ho preso redini dell’informazione nel 1992. La linea di condotta nei grandi eventi era stata diversa, se è cambiata in corso d’opera non c’è stata una teorizzazione. Non voglio fare il martire né dire che quando sono seduto al mio posto c’è la libertà e quando mi alzo è invece in pericolo. Ma se analizzo freddamente cosa è successo è evidente un discorso: quando la tua parte governa meno informazione c’è meglio è, meno fastidi ci sono meglio è. Chi si alterna al governo vorrebbe che guai e critiche ci fossero il meno possibile. Quando tutto questo si abbina a una fidelizzazione in Mediaset con l’avventura politica di Berlusconi è ovvio che si crea una situazione: un'informazione tranquilla, canali istituzionalizzati di rapporto con Palazzo Chigi, con l'informazione che è meglio scivoli verso la mezzanotte. Quando passi per rompicoglioni te ne accorgi".
Sempre ieri sera ad Annozero, Mentana risponde a chi lo accusa di non conoscere le esigenze di una tv commerciale: "Non accetto questa lezioncina. Questa è una tendenza nuova, in 17 anni non era mai successo".
Nell'intanto Matrix è tornato in onda con Alessio Vinci: un mezzo disastro. La trasmissione ha raccolto poco più di un milione di telespettatori, contro i due milioni e mezzo di Porta a Porta condotto da Bruno Vespa. Adesso in Mediaset si pensa di affiancare il giovane Alessio Vinci: forse Cristina Parodi.
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commenti
Beppino Englaro indagato: il vergognoso isterico fanatismo delle associazioni pro vita
written by King Lear
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Beppino Englaro indagatoIl vergognoso fanatismo delle associazioni pro vita
a cura di Iannozzi Giuseppe
Beppino Englaro indagato. Il perché? La denuncia arriva dall'associazione Scienza e vita. E' stata presentata alla Procura della Repubblica di Udine una relazione - non si sa su quali basi - dove si espone l'idea quantomeno assurda che Eluana Englaro, deceduta il 9 febbraio presso la casa di riposo La Quiete del capoluogo friulano dopo 17 anni in stato vegetativo, sarebbe stata in realtà uccisa.
In seguito alla denuncia il Procuratore della Repubblica di Udine, Antonio Biancardi, quale atto dovuto indaga nei riguardi di 14 persone, fra le quali il papà di Eluana, Beppino Englaro, l'anestesista Amato De Monte che ha guidato l'équipe medica che ha attuato il protocollo per il distacco del sondino della donna, e 12 componenti dell'associazione Per Eluana. L'associazione aveva preso in carico la donna dalla clinica privata di Lecco, la notte del 2 febbraio scorso, per portarla alla casa di riposto La Quiete di Udine dove, sulla base del decreto della Corte d'appello di Milano, è stato attuato il protocollo per l'interruzione dell'alimentazione e dell'idratazione.
Vittorio Angiolini, il legale milanese degli Englaro, stupefatto: "Nessuno ci ha avvisato dell'apertura di questo fascicolo per omicidio, sembra un fatto incredibile che si voglia indagare per qualcosa avvenuta alla luce del sole, e peraltro motivata da alcune sentenze. Stiamo a vedere quello che succede, secondo me diventerà sempre più urgente denunciare per calunnia chi ha diffuso false notizie sul conto della famiglia Englaro".
Ogni commento è superfluo, eccetto uno: la famiglia Englaro farebbe bene a denunciare quanti nel nome d'un vergognoso isterico fanatismo osano mettere in circolazione gravi e pesanti calunnie.
"Se Beppino Englaro ha ucciso la figlia Eluana, è un assassino perché ha violato il quinto comandamento che dice di non uccidere": così il cardinale Javier Lozano Barragan, ministro Vaticano della Salute, commentando l’accusa rivolta a Beppino Englaro. E ci si domanda: che diavolo ne sa il cardinale Javier Lozano Barragan di Eluana, della famiglia Englaro, per uscirsene bello bello con simili spaventevoli dichiarazioni, che solo mettono in nuce il peggiore fondamentalismo cattolico? Il cardinale non sa tacere, al pari di tanti altri fondamentalisti isterici: "Abbiamo un comandamento, il quinto, che dice di non uccidere chi uccide un innocente commette un omicidio e questo è chiaro. Se Beppino Englaro ha ammazzato la figlia allora è un omicida, se non l’ha ammazzata allora non è un omicida. Questo mi sembra totalmente chiaro". Così si è espresso Barragan a margine del convegno su Malattie rare e disabilità promosso dall'Associazione Giuseppe Dossetti.
E Dio, il Dio dei Cattolici fondamentalisti, come punisce chi infanga la reputazione altrui vestendo di sua spontanea volontà, quindi con piena consapevolezza, le vesti delle malelingue? Io penso, forte solo della mia modesta arroganza di uomo libero, che se un Dio c'è, allora le malelingue hanno già l'inferno bell'e pronto per l'eternità sotto i piedi.
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Gary Moore - The Prophet
written by King Lear
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giovedì, febbraio 26, 2009
Gary Moore - The Prophet

Vito Benicio Zingales, Il truccatore dei morti - intervista all'autore a cura di G. Iannozzi
written by King Lear
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In viaggio nella follia dell’uomo-diavolo
di Iannozzi Giuseppe
E’ questo un romanzo che è un Capolavoro. Non temo smentita alcuna. Non un semplice noir, né un dozzinale giallo o thriller. Siamo di fronte a una elaborazione scrittoria che merita d’essere iscritta in una nobile categoria, quella letteraria. La scrittura di Vito Benicio Zingales è per molti versi rimbaudiana, profondamente lirica, distaccata dagli stereotipi della narrativa di genere. La prosa di Zingales, sempre aggiustata su pericolose e invidiabili peripezie linguistiche, è di poetica fattura: l’autore ha il dono di riuscire a trasporre immagini e situazioni in una prosa poetica di rara raffinatezza, che è in parte bulgakoviana e in parte rimbaudiana. Parafrasando Simpathy for the Devil scritta da un giovane Mick Jagger, è per noi d’obbligo ricordarci che il Diavolo, si presenti esso con volto angelicato o meno, sempre pretende da noi qualche cosa: cerchiamo dunque di azzeccare il suo nome, di usargli un po’ di umanità e di cortesia, e anche di buon gusto, perché altrimenti il serio rischio è che Lucifero ci trascini via con sé, mentre noi rimaniamo imbambolati con gl’occhi fissi su di lui, affascinati da come sa condurre bene il gioco. Forse non tutti sanno che Simpathy for the Devil fu scritta da Jagger, che rimase letteralmente folgorato da Il Maestro e Margherita di Michael Bulgakov – ed è questo un pilastro della Letteratura mondiale che Eugenio Montale non esitò a definire «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione». Se con Bulgakov siamo messi nella privilegiata condizione d’entrare a contatto della materia viva e magmatica del Miracolo, con Zingales entriamo di prepotenza in una vena faustiana, una delle tante che Bulgakov ha aperto ne Il Maestro e Margherita. Citando a memoria Umberto Eco, è vero che i libri alla fin dei conti non fanno altro che parlare di altri libri; però c’è modo e modo di assimilare il loro quid e di tradurlo poi nel corpo della propria scrittura. Ecco dunque che Zingales si riappropria dello spirito faustiano di Goethe, di Bulgakov, di Golding, conferendo così spessore e vita a Silvio Mezzogiorno, protagonista assoluto de Il truccatore dei morti. Nel suo piccolo, Silvio Mezzogiorno, anonimo imbalsamatore, è una sorta di Charles Manson, più o meno lo stesso che ritroviamo nella poesia coheniana, The Future: “There’ll be the breaking of the ancient/ western code/ Your private life will suddenly explode/ There’ll be phantoms/ There’ll be fires on the road/ and the white man dancing/ You’ll see a woman/ hanging upside down/ her features covered by her fallen gown/ and all the lousy little poets/ coming round/ tryin’ to sound like Charlie Manson/ and the white man dancin’”. Vito Benicio Zingales ci accompagna dentro alla lucida follia del futuro e lo fa raccontandoci filo e per segno l’evoluzione – o involuzione – del giovane Silvio, una sorta di freak in embrione che negli anni dell’adolescenza accusa il ludibrio dei suoi coetanei non disgiunto da quello del padre-cadavere e della madre, quest’ultima troppo coinvolta nel suo dolore coniugale per potersi interessare alla dolorosa realtà che il figlio vive sulla sua nuda pelle. Ed è così che giorno dopo giorno Silvio Mezzogiorno impara a contare soltanto su sé stesso e a disprezzare l’umanità e la sua egoistica fragilità.
L’unico peccato è quello di perdersi la lettura d’un romanzo che restituisce dignità all’affabulazione italiana, oggi sempre più sottomessa a volgari criteri modaioli seriali e commerciali. Ne Il truccatore dei morti di Vito Benicio Zingales c’è chiara la presa di coscienza che il concetto morale di morte è un duro parto che tende all’approssimazione prima che alla Luce. La filosofia che è di Silvio Mezzogiorno è “di volontà di potenza”, o meglio ancora nicciana: come Nietzsche il protagonista del romanzo di Zingales intende smontare qualsiasi valore, sia esso valore puro sia esso spirituale. Riprendendo la teoria nietzschiana l’autore fa ammettere al suo personaggio Silvio che l’uomo non può allontanarsi dalla natura né dalla materia, ne consegue dunque che solamente la negazione della materia conduce a una consapevole volontà di potenza, seppur entro dei limiti terrigeni.
Vito Benicio Zingales, palermitano, nato nel 1963, svolge attività di criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia (Zingales è anche collaboratore del Professore Gianvittorio Pisapia). Dopo “Là, oltre i campi di Sfaax” (2002) e “Cosa di noi” (2003), l’autore torna a far parlare di sé con Il truccatore dei morti, primo capitolo d’un’ideale trilogia in corso di pubblicazione per Armando Siciliano editore. A Il truccatore dei morti faranno seguito Glass City e Inservibili resti.
Oggi, grazie alla generosità dell’autore, posso anticiparvi ben tre brani, uno tratto da Il truccatore dei morti, gli altri due dai romanzi che vedranno la luce nel corso della prossima primavera.
Godeteveli.
E non commettete il peccato mortale di non lasciarvi sedurre da Il truccatore dei morti: il lavoro di Vito Benicio Zingales merita più di quanto voi osiate immaginare.
Se doveste per qualche motivo rimanere delusi da Zingales, sono pronto a risarcirvi io personalmente: potete metterci sin da ora entrambe le mani sul fuoco.
Vito Benicio Zingales
Il Truccatore dei morti
a cura di Iannozzi Giuseppe
Autore: Vito Benicio Zingales
Titolo: Il truccatore dei morti
144 pp.
1ma ediz. novembre 2008
collana narrativa
Armando Siciliano Editore
prezzo: 10 €

su IBS - dall'editore Armando Siciliano
1. Prima di parlare di “Il truccatore dei morti”, tuo secondo romanzo, vorrei che ti presentassi spiegando, se non proprio nel dettaglio, chi sei e come sei approdato al mondo delle lettere. In pratica: chi è Vito Benicio Zingales? Un uomo semplice, ma inquieto, fatto di vita e di sogni che se non sono bambini parlano di miracoli di seconda mano. nella "tempesta delle lettere" mi hanno sbattuto, col tacito assenso di papà giornalista, Giacomo Giardina, Rosa Balistreri, Nino Muccioli e i maestri Cutino e Giambecchina, giganti della cultura siciliana e miei “zii d’infanzia”.
2. I tuoi precedenti romanzi sono stati “Là, oltre i campi di Sfaax” (2002) e “Cosa di Noi. I ragazzi di Sala Paradiso (2003)”: in merito a “Cosa di Noi”, a suo tempo ebbi modo di dire che “non è romanzo che metta in campo vinti o vincitori, eroi per caso o miti inventati, è piuttosto un sapiente coacervo di identità umane che fanno orgia negli abusati significati che si potrebbero attribuire ai concetti di ‘bene’ e ‘male’. Questi finiscono col perdere valore, perché i confini dei loro significati si intrecciano, si superano, si inghiottono nella loro stessa quiddità.” Il ritmo incalzante del romanzo, lo stile funambolico del linguaggio sospeso fra italiano e gergo di strada, mi conquistarono. Oggi con “Il Truccatore dei morti” rimango di nuovo conquistato. Com’è nato questo tuo nuovo lavoro, per quale impellente necessità umana letteraria sociale?
“Cosa di Noi” è uno scatto veloce, in bianco e nero, che cattura l’immagine perversamente vivida e a colori della “Cosa Nostra” a Palermo. Il truccatore nasce dall’essenza di un sospetto, forse dall’ipotesi da un mio multiplo che ormai da tempo, fra terre inesplorate, governa dinamiche ignote e tenacemente ambivalenti.
3. Il linguaggio adoprato in “Il truccatore dei morti” è molto poetico: difficile per me, ma credo per chiunque, definirlo a pieno titolo semplicemente un romanzo: mettiamo i puntini sulle “i”, è un romanzo ma è soprattutto, a mio avviso, una lunga prosa poetica dove la pazzia del protagonista viene tradotta in una miriade di frammenti. E in ognuno di essi c’è la vita le aspirazioni la rabbia la solitudine di un ragazzino che si scopre uomo, che capisce d’essere unico e per questo destinato alla solitudine più completa, nonché all’incomprensione.
Con la forma tutta tesa a legittimare l’essenzialità dei paradossi, tra frammenti di presunta follia, ho voluto minare il terreno su cui solitamente scorrono concetti come potenza ed onnipotenza, logica ed estetica. Ho voluto creare una sorta di itinerario del dubbio fra la fisicità delle parole e il trascendente dell’idea per cercare di spingere “l’occhio” del lettore aldilà di ciò che resta alla mera parvenza dei sensi. Il sentimento di rivalsa che prova Silvio Bambino si sovrappone al senso di colpa che il mondo prova dopo aver giustiziato il preferito tra i “fondamentali”: l’innocenza.
4. Silvio, Silviuccio, Pigliastrano: che rapporto ha con i suoi genitori?
E con i suoi compagni?
Come le narici di uno sciacallo sui resti del proprio padre: non l’artefice, ma l’individuo Alfa.
5. Silviuccio viene mostrato al lettore come una sorta di moderno freak: non si capisce mai se sia un idiota completo o l’espressione ultima del Male, della pazzia à la Charles Manson. Grazie al tuo linguaggio altamente poetico, Silvio ci viene mostrato tanto per le sue fragilità quanto per la sua crudeltà, per una crudeltà che ha in sé nuances lovecraftiane, ancestrali, cosmiche. E’ d’obbligo a questo punto da parte mia chiederti quali sono stati gli autori che ti hanno maggiormente influenzato e per quali motivi.
Non ci crederai, Turgenev, Lermontov, Bulgakov e “naturalmente” Dostoijevski mi hanno severamente formato. L’esistenza narrata da ciò che ha “sentito” la vita fra alchemici tragitti e poli opposti, ha indotto il mio sguardo a vibrare oltre la presunta soglia del male e al di là d’ogni accadimento perfettamente calibrato da quello che per opinione diffusa viene definito “bene”. Ho il convincimento che aldilà della “pendola a piombo” resti inesplorato un “pozzo parallelo”. Silvio, probabilmente, vive fra queste pareti emergendone quando sente d’essere tempo cosmico, mimetizzandosi in “quella” penombra quando sente di dover precedere il cosmo ed insieme le superiori dinamiche del tempo.
6. Leggendo “Il truccatore dei morti” non ho potuto fare a meno di pensare a “Il signore delle mosche” di William Golding. Forse sbagliando ma sono del parere che entrambi descriviate la fine dell’innocenza: il giovane Silvio, seppur vessato dai suoi coetanei, non ci appare mai come un innocente, o come un figlio di Dio. Silvio è un angelo caduto ed è felice della sua condizione, non intende riconquistare alcun paradiso perduto. Per Silvio Buonanotte l’importante è essere il Dio della sua armata di mosche. Che mi puoi dire a tal riguardo?
Silvio impara dalle “muscidae”, ma allo stesso tempo ne è l’artefice. Che sia convinto d’essere una divinità poco importa, l’essenziale per lui è vivere da Dio, lontano dal quel regno di ombre prive di affanno e di vita,lontano da tutto quel genere umano che per oblio indotto ha da tempo smarrito il senso del proprio evento. Per le mosche, Silvio è l’Augusto che vibra di vita a partire da quella che è insieme crasi deistica e rimedio all’angoscia del divenire: la morte…
7. Silvio, come in un sogno abbondante di allucinazioni, vive per vendicarsi di chi lo deride, di chi gli nega un po’ d’amore. Alla fine ricusa ogni gesto d’affetto, ma è lui a decidere che l’amore non è cosa che fa per lui e così riversa tutte le sue attenzioni sulle mosche. Che cosa rappresentano, nella cultura popolare e non, questi insetti appartenenti all’ordine dei Ditteri, sottordine Brachycera?
E: nel tuo romanzo, che valore hanno?
Più di quanto possano argomentare il più sapiente fra gli etologi e il più erudito fra gli etnologi, seccamente: loro, le mosche, sanno!
8. Dicendo un luogo comune, “Il truccatore dei morti” è un romanzo nero (un noir) esplicito che non fa concessioni al pietismo né a una pietas umana o cristiana. Quale profonda necessità ti ha spinto a usare un linguaggio esplicito, sempre poetico, sempre allucinato, un po’ à la Arthur Rimbaud?
La necessità è esplosa per “colpa” di un incubo. Addormentandomi con Nietzsche e la sua “genealogia della morale” fra le braccia della mente, chissà chi ha agitato “me” nel sonno, per riuscire forse ad afferrare la tesi più controversa ed universalmente più dibattuta, l’autoinganno della morte e l’inganno di ciò che la vita specula solo con i sensi. “Il truccatore” è da lì che giunge, da quelle ragioni spirituali oltre la metafisica del dubbio.
9. “Il truccatore dei morti” so che fa parte di un progetto più ampio. E’ così?
Il truccatore dei morti è la prima pare di una trilogia. “Glass City” e “Inservibili resti” sono rispettivamente la seconda e la parte conclusiva del viaggio. Ed è solo alle ultime battute che Silvio svelerà al lettore la sue vera identità. Si spera pubblicare gli “atti” successivi entro la primavera del prossimo anno.
10. Il tuo lavoro ha degli intenti pedagogici sociali politici?
Per carità, fra le pagine esalta soltanto la riflessione sull’idea imperfettamente elaborata della morte e ragionevolmente accettata del “voler vivere a tutti i costi”. Forse in dissolvenza tra narrato e cifre, è un verticale teleologico. Forse…
11. So che ci sono altri progetti in corso, a livello cinematografico anche. Puoi accennarcene, svelarci qualche particolare?
Dopo “Protocollo Narcon” e “Il rigattiere del cielo” (romanzi ancora inediti), “Nerodentrozero” è la mia ultima fatica inedita… e tanto per non smentirmi è anch’essa una trilogia. “Nerodentrozero” è storia di sbirri demoni e violenza, di notti nerissime, di “38” special, di mafia, puttane e cazzotti. Sia della prima parte, “Da mezzanotte a zero” che della seconda “sangue nero petrolio”, sono stati stesi trattamento, soggetto e sceneggiatura, a cui, divertendomi, ho collaborato. Se gira bene “Sangue nero petrolio” dovrebbe andare in “sala” entro quest’anno. Mi piace dirti che sulla mia strada il Karma ha messo tre talenti straordinari: Hella Wenders, Luca Lucchesi e Irma Vecchio. Per il Truccatore dei morti è di questi giorni il “Sì” di Armando Siciliano per la realizzazione di un “Book Trailer”, un Dvd da allegare al libro e da presentare in anteprima assoluta alla Fiera Internazionale del Libro di Torino. Il Book Trailer avrà il taglio filmico del cortometraggio e il libro potrà essere spogliato anche attraverso le immagini.
12. Promuovi liberamente “Il truccatore dei morti”. Invita il pubblico a leggerti. Spiegagli perché devono leggere Vito Benicio Zingales. Dì loro senza mezze misure cosa hai da offrire.
Perdendovi la lettura de “Il truccatore dei morti” non so cosa effettivamente potreste perdervi, ma (e scuserete la presunzione) so cosa ci guadagnerete nel leggerlo: la parte laconicamente amara, ma più vera di un sorriso…
Grazie infinite, caro Vito.
E’ stato un vero onore avere la possibilità di intervistarti.
Sono più che mai certo che “Il truccatore dei morti” non mancherà di entusiasmare quanti avranno il coraggio di guardare in faccia la nevrotica realtà in cui noi tutti ci troviamo immersi, volenti o nolenti.
Da “Il Truccatore dei morti”
Io non sono bravo con gli uomini vivi. All’obitorio trucco i “cadaveri morti”. A casa mia non parlavo ai miei “vegeti defunti”. Tra le strade al quartiere mi confondevo con entrambe le categorie.
L’unica cosa che possedevo erano il mio corpo, Dio colle mosche e la mia stanza.
Fingevo di guardarmi. Allungavo lo spazio fra tetto e pavimento ed in uno scarto di cielo, posto al centro di quella menzogna, mettevo il mio corpo.
E non mi parlavo. Quando mio padre esplorava mamma, io facevo finta di me. Non so quanto durasse la cosa. Né da quale Dio o altro fantastico convincimento venissi risucchiato. Mi dimenticavo di me.
Non ricordo in che giorno accadde il miracolo, ma da quando incominciai ad essere incline all’uso della vita, dopo aver dichiarato ufficialmente morto mio padre, presi a riconsiderare la vita stessa che, proprio da quel giorno, credevo abbondare più che mai nel mio corpo. Ne ripresi la vigoria e, incoraggiandomi, invitai Dio ad eseguire il Suo lavoro, se mai ne avesse avuto voglia, intorno le più “qualificate” spoglie di mio padre, ma lontano dal mio corpo.
Abito nella vita di questa casa da quarant’anni. Scendo e salgo 66 scalini al giorno. Do la luce alle sue rampe quattro volte al giorno. Penetro le sclerotiche serrature due volte al dì. La osservo sbiadire alle spalle una volta a notte. Per quarant’anni… escluso le domeniche. La strada su cui sorge l’edificio ha larghi marciapiedi, otto lampioni in un senso e sette nell’altro, una linea sbiadita sulla pece escoriata fra dondolanti mezzerie, sei contenitori in ferro tre per lato, una cabina ENEL sul lato est dell’unico crocevia, quattro tombini fognari e un sottile palo che alla fine della strada, per chi la percorre in direzione mare, indica STOP. La strada appartiene a tutti. Chi ne detiene il diritto assoluto, però sono i cani. Agli uomini è vietato defecare sul marciapiedi. Gli uomini, indifferentemente maschi e femmine, invece, sono autorizzati a farsi di “38”. Il lardoso assaggia il catrame col suo cane, lo storpio esce dal suo buco col bastone, la puttana smontante rientra a casa e lo sbirro montante schizza via con il revolver affibbiato alle palle.
Gli sbirri delle volanti, come sempre a quell’ora, fanno il giro del medesimo isolato, come se non avessero altro cazzo da fare. Dall’altra parte, invece, e alla solita ora, indisturbato mano lesta fotte prossimo ed autoradio, come se da tutti fosse invitato a farlo.
Lo spaccio di eroina e marijuana incomincia due ore dopo il buio. I lampioni illuminano la strada già nel tardo pomeriggio. La prima canna viene fumata dopo cena dal primo degli stronzi della banda all’angolo. La luna incomincia a rincoglionirsi non appena Dio sbraita che di quello scempio in strada non sarebbe lui l’artefice.
Dalla mattina a mezzanotte guardo il mondo colle orecchie. Abito questo mondo da lontano. Dal terzo piano. Conosco ciò che basta per sopravvivere. Mi piace sapere che ci sono. Il giornalaio, ad esempio, mi saluta. Ne è evidente la sua discreta indifferenza.
Talvolta, esagerando, comunica più parole.
“’ngiorno, Buonanotte. Come va?”
“Vado a piedi!”
Mi stupisce l’idea che ho di me…
Non ho colleghi. Non ho un capo settore. Io dipendo dalla morte. Il mio turno è di 24 ore. Non ho nemici morti, né amici vivi e neppure in punto di morte. Indosso sempre i guanti e guardo ancora il mondo con le orecchie. Mio padre è ancora là, due stanze dopo in fondo alle tenebre del corridoio. Il suo catarro abita sempre casa. Abitualmente si porta a spasso con corpo e pelurie al seguito. E’ morto già da tempo, ma nessuno tra le mie conoscenze è andato lì a riscuoterne il dovuto.
Io l’ho lasciato fare. Avevo altro a cui pensare.
Da GLASS CITY
La scatola spalanca verso nord. Confina con la camera dello storpio e degenera in una sconfinata raucedine d’ombra. E’ quadrata con un bel blu alle pareti. Una lampada sostenuta da un filo inerme, cade a piombo dal tetto grigio. Ad eccezione di una cella frigo, 400 litri, e di un recipiente in ferro e zinco, la scatola non contiene nulla. E’fredda ed illimitata. Qua e là erompe un brusio di vita ed un qualche scorzame di luce.
Io e Silvio ne condividiamo i segreti ed il tempo. Il pavimento è liscio, di marmo bianco carrara, con sparute bucce nere. Dilaga nella sua medesima prospettiva a fronte di una solitudine perfettamente insulare. Si legittima nell’azione infaticabile dell’ombra, con parsimonia. Non trasuda, né rilascia echi. Da vent’anni ne uso spazi e splendidi livori. A Silvio ne ho concesso il maggiore degli arbitrii. A quello non gli è concesso d’immaginarne neppure la forma.
La scatola gli è proibita.
Non si mischia alle passioni od alle circostanze della storia, non ha alcunché da raccontare, perché nel suo utero non si manifesta quell’incerta eternità. La sua natura vive quando è la morte a farle visita.
“Cosa fai qui tutto solo?”
Era come sospeso. Appeso ad un’invisibile verticale. Si mosse piano verso quella bolla di ferro come se avesse una qualche capacità di giudizio.
“Ne osservo il senso. Mi sfugge la natura. Chi la regola? E chi la domina? E del dominio, chi ne è il controllore? E’ figlia di una norma? E a quale precetto si uniforma? E i suoi vincoli? E a quali restrizioni e a quali sanzioni si assoggetta?
Ma soprattutto: io sono vivo?”
Non mi scomposi. La scelleratezza della vita, talvolta, impone una qualche severità di giudizio anche a costo d’apparire crudele. Il genere umano quando perde di vista uno di quegli orizzonti che ne affrancano le tempra per i sogni che contiene, risulta incline a misurarsi con la profondità delle proprie tracce. E tra la vita e la morte nasce quell’insanabile conflitto che genera, tra i più stupidi, la modestia della rivolta: non a caso si ha paura di morire.
“Ciò che vedi è, esiste e resta. Dalla circostanza nasce e si evolve la dottrina. La legge ne è una conseguenza. Ma cos’è dunque la legge? E’ il più solido dei rimpianti, perché, credimi, è questa ad aver indotto l’innocenza a misurarsi con la colpa. Chi ne controlla il dominio è la morte che nella legge si sostanzia. Le sanzioni come i vincoli, adulterandone la natura, ne recuperano soltanto l’origine. Ciò posto, figlio mio, ne discende che nel tuo obitorio la legge si dissolve già dal suo inizio: nella nostra scatola non v’è legge alcuna che possa alterarne l’intima sostanza.
Lei come te… è. Viva… come te, bambino mio.”
So che comprese perché si allontanò dalla bolla preferendo alla modestia del conflitto, l’illusione, anche se convulsa, della propria esistenza.
Me ne compiacqui. Ero sua madre.
Da Inservibili Resti
Dacché è partito ho preso il suo posto. La vita e gli affari di Lui. Dalle otto di sera lavoro per i morti. Restauro cadaveri. Da vent’anni riappiccico pezzi mortali. Ho a che fare con resti. Da lì, solitamente mi giungono uno alla volta… smembrati, edulcorati. Mi tocca assemblarli. Altrimenti risulterebbero inservibili. Perfino alla morte. Gli lenisco lo scempio e ne vivifico le parti avariate. Li cucio e ne pompo le pupille, li tonifico o li detergo a seconda dei livori. Li svuoto, ove si rendesse necessario. Ne riempio i visceri, all’occorrenza. Comunque la si volesse discutere, la mia materia gli risulterà sempre conveniente. Una passata di rimmel ed uno strato di cerone ne allontana tanfi e rinunce. Per la ricomposizione dell’istinto risultano sufficienti una foto recente ed alcune sommarie notizie prima del commiato. Il resto è affar mio. Tocca alle mie mani… e li faccio che sognano. Mi piace renderli… vivi. Li scarto e li riordino poggiandone delicatamente i pezzi sul piatto della lastra. Li lavo e li sciacquo depurandone i guasti. Quando m’arrivano, zampillano ancora… di rabbia e di tutte quelle cose che per una banale o maledetta circostanza non sono riusciti ad afferrare. E’ questa la parte che compete alle mie mani. La mia non è un’arte di poco conto. Dalle zero sette esercito lo Stato, alla sera sono più di Dio.
Non è stato difficile. Per certe cose basta organizzarsi. Lui ora è da me. Abitiamo nel medesimo segreto. Siamo la perfezione del doppio contenuta nell’alito di una morale unica. E ci bastiamo. Ulteriori faccende che non siano legate alle nostre semplici necessità non godono del nostro interesse. Dio e colpa e altre simili magre vicende sono solo annotazioni irrilevanti. A margine. Traiettorie poco probanti, paradigmi indiziari che sollecitano solo lusinghevoli, ma illusorie e manchevoli eternità.
Mi chiese di confessarne il motivo. E io gli risposi che era venuto il tempo del comando. La questione avrebbe dovuto sbrigarla solo uno. Uno dei due. Non ricordo se a quel tempo ne avesse colto la necessità. Ma la fede, talvolta, si propaga piano. Chiese se mi era concesso farlo. Si convinse che era più giusto di quanto non avesse mai ragionato, ma ciò che intese gli derivò forse dal terrore. Si procurò il convincimento per placare la sua antica indole e la furia di Dio. Volle che della cosa gli chiarissi le differenze. Ammise d’aver paura e che il fatto di dover rendere ciò che risultava necessario al nostro futuro compimento gli procurava quel certo sgomento. Della questione forse non ne capì a fondo la logica. Chiese se fosse possibile speculare altre vie alternative alla perfezione e semmai al mondo vi fosse certezza morale più grande di quel delitto. In ultimo chiese da chi gli venisse accordato il permesso di piangere.
Venni in mio possesso del mio perfetto inverso alla fine di quel terzo giorno. Ero me. Più del doppio. Più di quanta morale avrebbe potuto contenere la vita di un uomo giusto. Mia madre ebbe coscienza di me. Finalmente dritto. In piedi, sbilanciato verso il sole. Di lato alle manopole della carrozzina.
L’indomani sarebbe stato il suo primo giorno di lavoro, suo di Lui: di Silvio Buonanotte, Il truccatore dei Morti. Io… ormai, ero Me.
Io e Lui governiamo un regno. Siamo fratelli. Imprescindibili. Parti di un corpo e metà di un tutto.
Attraverso l’interzona non appena il buio comincia ad annerire l’accadere tra vicoli, comparse e passanti. Mi piace andare a piedi. Fare due passi prima che incontri la morte mi riempie di pace. Il tragitto è il sempre solito di sempre. Sono un tipo abitudinario io. Mi piace che le cose stiano sempre al loro posto. Non amo le novità. Talvolta recano svantaggi e poco igienici contrattempi. Sono uno preciso a cui piace fare le cose per bene. Scelgo da me il tiro, la logica e gli effetti che ne derivano. Le conseguenze mi piace addomesticarle anziché ferinamente subirle. La mia natura è complessa; semplice invece è il mio orientarmi tra le cose. Mi eccita tutto ciò che è miserabile; siffatta materia si lascia meglio argomentare dal ricatto. Mi piace convincere e non obbligare. Ci sono cose che s’intendono dopo la morte, ma se ci si ricrede solo dopo essere stesi e silenti non mi riguarda affatto. La pietà deriva da un fallo: la morte ne esalta il proprio apodittico fallimento. A chi resta compete la colpa, ma non il giudizio.
Una volta chiesi ad un abitante dell’interzona perché avesse così tanto desiderato la morte. Fu lesto a rispondermi. Di quello, ricordo, mi giunse prima il torso. Dopo 36 ore, impacchettati arrivarono gli altri resti.
“Non fa più male… sbaglio?”
Mi lasciò intendere che in morte può essere afferrato ciò che in vita può essere solo supposto. Cercai d’indovinarne il fallo. Ma quello disputò su bellezza e perfezione. Argomentò che non esiste forma più perfetta della morte e che gli accadimenti della vita mostrano meno di quanto non possa la morte con un solo atto. Ho creduto che volesse dirmi che nonostante la vita, l’idea della bellezza in ogni uomo svanisce non appena perisce quel tenue impulso che della bellezza ne è il fondamentale alimento: l’innocenza.
Lui voleva dire, invece, la bellezza della vita in quell’accadere che è prima dell’esistenza: nel virulento espellersi della nascita e nel perfetto accogliersi della morte. Non si può capire la vita inseguendone solo il riflesso. Commisurata al suo succedere è la morte che in quel processo si determina.
Ecco di cos’altro vive la morte.
Mi alzai, lasciando alla carrozzina la sua gelida coscienza. Abbandonai le emozioni del momento al primo rapido inseguirsi della brezza. Avvertivo la disfatta più di quell’alba illune. Andai alla balaustra. Cominciai ad osservare l’interzona. Sterminata e disseminata da fluorescenze pallide e da taglienti guglie di ruderi. Dal mio osservatorio il mare era ancora troppo lontano per percepirne il senso dell’acqua.
Tra noi era quel poco di fetida luce sgocciolante dalla lampada, ma la distanza che si opponeva era pari al doppio della potenza del fallimento vissuto. Sentivo di dover agire. Avrebbe potuto essere la colpa, invece venne dalla coscienza. Immaginavo il suo affanno. Era come se tendesse la vita e ne spalancasse lo sfintere dentro. Accadeva da piccoli quando la violenza del vecchio detonava sulla pelle di uno, ma per la collera che a quello causava l’altro. Identici… anche nel preferire il dolore all’orgoglio. Talvolta il terrore dilagava senza logica, ma a scatenarsi in noi non era la paura. Suppongo che fosse fede. Invece la vita avrebbe voluto schiantarci dentro il suo seme migliore. Così a generarsi non era conflitto. “Chi” mediava per noi sapeva ben temperare tra ragionevole disperazione ed eccepibile speranza.
Così alla fine l’uno venne attratto dalle debolezze dell’altro. Se la perfezione mostrava un certo interesse per la brutalità, l’immoralità della questione si legava alla coscienza dei due per attribuirgliene all’uno il peso della colpa e all’altro il senso predatorio del potere. Forse avrebbero dovuto dimostrare alla coscienza e alla brutalità insieme di essere solo casualmente parte di quella combinazione assurda. Eludersi a vicenda per la paura di immaginarsi mostri e legarsi morbosamente per celare alla coscienza il danno della colpa risultò… mortale.
Lui adesso era alle mie spalle. Sentii le molle della carrozzina afflosciarsi sul suo peso.
“Ci sono giorni… in cui mi sento sprofondare… Mi perdo tra le vertigini di un abisso senza fondo. Risalire verso la luce è la maggiore tra le incertezze. Mi cattura l’oblio… e l’ignoto afferra dalla mia pelle la mia identità. Fratello: Io ho paura. Cos’è che mi agisce? A quale vincolo soggiace la mia esistenza? E chi è il tiranno che regola il mio affanno? Ma soprattutto: di chi è la voce che “poi” mi tiene a galla”?
“Ascoltami: fratello mio, tu possiedi già la grazia. Devi soltanto avere fede: una si rammenterà dell’altra. Da lì riformulerà l’immensità!”.

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Muore la sorella del premier Maria Antonietta Berlusconi Berettaa cura di Iannozzi Giuseppe
Maria Antonietta Berlusconi, 65 anni, sorella del premier Silvio Berlusconi, è morta all'improvviso. Nella notte di oggi 26 febbraio, intorno alle ore 01.19, è stato allertato il 118 di Milano per un "evento medico acuto" in via san Giminiano 12. "Sono state inviate ambulanza e automedica, ma purtroppo non c'era più nulla da fare per la paziente".
Al momento non si conoscono i dettagli che hanno portato a repentina morte la sorella del premier Berlusconi.
Nel referto redatto dal 118 di Milano si legge: "Allertato questa notte alle ore 1,19 per un evento medico acuto in via San Gimigniano 12 a Milano. Sono state inviate ambulanza e automedica, ma purtroppo non c'era più nulla da fare per la paziente, una donna di anni 65, che è risultata essere la sorella del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi".
La famiglia Berlusconi non ha rilasciato ai media alcuna dichiarazione in merito al ferale evento.
Maria Antonietta Berlusconi Beretta aveva tre figli, Paolo, Silvio e Sabrina, ed era imprenditrice.
Maria Antonietta Berlusconi, sposata Beretta, seconda figlia di Luigi Berlusconi e Rosa Bossi, nata nel 1943, era di sette anni più giovane di Silvio mentre Paolo, il terzo fratello, è del 1949. L'ultima apparizione pubblica Maria Antonietta, meglio conosciuta come Etta, risale al 20 gennaio scorso, in occasione dell'inaugurazione di un reparto al Pio Albergo Trivulzio intitolato alla mamma Rosa, alla quale era intervenuto anche il premier. Grande passione di Maria Antonietta Berlusconi, la danza: a Milano aveva fondato anche una sua propria scuola di danza. Ogni anno al Teatro Manzoni si teneva il saggio della sua scuola; il 7 giugno era intervenuto anche Silvio Berlusconi, nonostante il malore che lo aveva colpito a Santa Margherita Ligure. In quell'ultima occasione, Antonietta Berlusconi si espresse così: "Sono contenta che Silvio sia qui. E' una bella serata ma siamo tristi perché quest'anno non c'è la nostra mamma". La scuola di danza Principessa nacque nove anni or sono per iniziativa di Etta Berlusconi, che ha trasmesso la sua passione anche alla figlia Sabrina. L'amore per la danza di Etta Berlusconi è messo nero su bianco nella brochure di presentazione di quella serata: "Mai avrei pensato quando ancora ragazzina studiavo ballo sotto l'amorevole guida della mia insegnante Luciana Bianchi Cottini, che la mia passione per la danza un giorno si sarebbe trasformata in questo meraviglioso sogno che si chiama Principessa". Per le esequie d mamma Rosa, Etta Berlusconi ebbe a dire: "L'amore che provo per la mia creatura è immenso, così immenso da avermi aiutata a superare un anno difficile come quello che ho appena vissuto per motivi familiari".
leggi "Il mio pagliaccio" sul blog di Romantica Vany
written by King Lear
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mercoledì, febbraio 25, 2009
leggi "Il mio pagliaccio" sul blog di Romantica Vany
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Segnalazione del Notiziario Animalista - info@animalitalia.it
Martedi' 24 febbraio si terra' come al solito a Villanueva, in Spagna, la Fiesta del Pero Palo, nel quale un asinello viene pesantemente bistrattato da uomini ubriachi.In passato "la festa finiva quando finiva l'asino" e all'asinello venivano spezzate le ossa, oggi riesce a sopravvivere alla terribile "processione", ma la caduta di attenzione internazionale rischia di far precipitare nuovamente le cose; la legge regionale di protezione animali dovrebbe impedire i maltrattamenti, ma dato che viene fatta applicare dalle forze di polizia locali, serve a ben poco.
Tutti gli approfondimenti li trovate sul sito
http://www.peropalo.tk
E qui un video:
DENUNCIA MALTRATTAMENTO ANIMALI
Ulteriori approfondimenti:
Report of Pero Palo 2008
Firma la petizione online contro le crudeltà sugli animalitratto da: Il saluto degli occhi di Monica
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