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Cinzia Pierangelini, "Eraclito e il muro"

written by King Lear    - martedì, novembre 28, 2006


Cinzia Pierangelini, "Eraclito e il muro"


Intervista a

 
Cinzia Pierangelini



“Eraclito e il muro”
 


 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
Cinzia Pierangelini, messinese, violinista, insegnante, scrittrice agli esordi. Ho pubblicato la raccolta di racconti “Dall'ultimo leggio” ed. traccediverse, sono nelle antologie: “Il mio mare” ed. La Mandragora, “Libera uscita” ed. Delosbooks,“Quindici passi nel buio”ed. Traccediverse. Il suo primo romanzo“Eraclito e il muro”, ed. Gbm.; e in uscita il racconto “La signora Rosa” per i tipi Delosbooks e la poesia “Quando jasmine sciolse la sua treccia”, per Aletti editore. La rivista Writersmagazine nr. 6 ospita il racconto “Non c’è musica”.
 
 
 
 
1. Una domanda semplice, ma difficile per alcuni: chi è Cinzia Pierangelini?
 
Ecco, è una domanda difficile, ho già riscritto tre volte la risposta... in realtà non mi sento ancora definita, credo; però, se penso a me, immagino una bambina.
 
 
 
2. Quali gli autori che maggiormente ti hanno aiutata a maturare un tuo proprio stile linguistico, e, soprattutto, perché?
 
Questa è una domanda semplice, invece: non lo so. Ho molto letto e continuo a farlo nel tempo che mi rimane libero dalla scuola, la scrittura, la famiglia, i concerti e le faccende domestiche; ma ho anche dimenticato tutto e non sto scherzando. Quello che posso dire è che gli scrittori siciliani continuano ad avere un enorme fascino su di me: Pirandello, Sciascia, Brancati, Camilleri (soprattutto il primo) e anche gli attuali: Alajmo, Silvana Grasso e Russello, appena scoperto. Però io ho cominciato a pensare alla scrittura appena due anni fa e l’ho affrontata senza alcuno studio, direi senza impegno; la mia vocina, il mio stile (se vogliamo un termine altisonante) era lì, pronto, definito. Non ho dovuto far altro che scrivere, nessuna ricerca, insomma; né muse ispiratrici.
 
 
 
3. So che ami visceralmente la musica, non a caso sei anche una violinista, e da quel che mi è stato riferito sei piuttosto brava: ne approfitto dunque per farti una domanda un po’ particolare, che rapporto c’è fra la musica e la scrittura? E se ce n’è uno, tu come lo vivi questo rapporto, in maniera conflittuale, simbiotica e/o sensuale?
 
Non sono brava, lo metto subito in chiaro: sono una violinista affidabile, non una solista. Sono anche una musicista sui generis, non ho scelto liberamente questo mestiere ma spinta dai sogni di mio padre e ho vissuto questa carriera con amore e odio. Certo la musica è bella e suonare è sì un’esperienza sensuale, fisica, piacevole. Ho sempre molto curato la bellezza del suono, e amo il mio strumento antico, dolcissimo;  suono e insegno  col cuore e con generosità, questo sì. La scrittura è sempre stato il mio vero sogno però, e credo di aver imparato, in trent’anni di musica, a imprimere un ritmo molto “musicale” ai miei scritti. Inoltre il primo racconto che ho messo giù, l’ho scritto mentre ero in tournee con Nicola Piovani e il primo complimento per la scrittura mi è venuto dal maestro Annibale Rebaudengo (famoso didatta e pianista). Insomma alla musica devo tanto e da quando scrivo ho i sensi di colpa perché, per forza di cose, mi esercito di meno.
 
 
 
4. Inutile che cerchi di negarlo: so che sei anche una discreta, anzi ben più che discreta, fotografa. No, non mi dire che sei una dilettante… Però voglio sapere, come per la precedente domanda, quale rapporto c’è fra la fotografia, dunque fra le immagini - che il tuo occhio vede perché ne rimane particolarmente colpito -, e la scrittura. Il tuo occhio fotografico, per così dire, quanto e come ti ha aiutata a ritrarre l’ambiente, le atmosfere che sono nei tuoi racconti, nel tuo romanzo “Eraclito e il muro”?
 
Questa domanda è inaspettata! Mi cogli favorevolmente alla sprovvista, nel senso che mi dai spunto per una riflessione mai fatta. La fotografia mi ha molto appassionato da giovane, quando giravo per la città con una Yashika manuale in cerca di angoli poetici. Con l’avvento delle macchine elettroniche e delle incombenze da donnina responsabile ho perso un po’ di smalto tecnico, ma amo ancora le foto di angoli e particolari apparentemente insignificanti, proprio come nella scrittura amo dipingere il miracolo della gente semplice. Stesso occhio dunque.
 
 
 
5. Matteo Micciché, un critico musicale solitario e non poco inviso, recensisce per il Gazzettino gli spettacoli lirici del teatro locale. La sua penna è tagliente, troppo perché passi inosservata e soprattutto perché in paese venga da tutti tollerata. Chi è Matteo, Matteo il Critico?
 
Non è retto Miccichè, è invidioso del talento altrui e non è onesto nelle sue recensioni.
 
 
 
6. Il personaggio Micciché è un folle come la gente in paese lo descrive, o piuttosto è il piccolo paese, borghese e bigotto, a essere da tempo immemore a bagno in una pazzia velenosa (ma connaturata) che non sa riconoscere né accettare?
 
Miccichè è un personaggio grigio, nel senso che non è bianco o nero, come tutti noi d’altronde. Non è folle ma si ammala di panico e ammalato è nell’orgoglio anche, dal giorno in cui ha capito di essere un musicista fallito. Però il male non è tutto di qua o di là, il paese ha le sue gravi colpe, la sua piccola anima dannata.
 
 
 
7. Matteo Micciché, dopo una serie di eventi (programmati ai suoi danni), diciamo pure che perde il lume della ragione. Insomma, impazzisce. E’ più una specie di oscuro Eraclito, o potrebbe anche essere una sorta di Orlando Furioso?
 
Il personaggio di Eraclito non è in funzione di Miccichè, non nelle mie intenzioni almeno. Eraclito e il “Tutto scorre” si trova in opposizione a certa Sicilia che invece non cambia, che rimane statica nei ruoli di potere, nelle forme e spesso anche nei significati.
 
 
 
8. “A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove. Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento, si disperde e si raccoglie, viene e va. Negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo. (DK 22 B 49 a)” Quando finalmente rinchiuso in manicomio, Matteo scopre l’amore: si può dire che rinasce, che abbandona la sua vecchia esistenza per abbracciarne una nuova… che per pochi momenti riesce ad essere uomo tra gli uomini senza dover vestire l’oscura maschera del misantropo del critico, di un Eraclito?
 
Fatta salva la figura di Eraclito come sopra, direi che sì: l’amore è la catarsi di Miccichè, ciò che avrebbe potuto salvarlo; perso quello torna il meschino che era e senza neanche più sogni di vendetta.
 
 
 
9. Matteo incontra l’amore, lo trova nella persona che in manicomio lo cura. Però anche chi cura è vittima, del sistema sociale-politico si potrebbe azzardar di dire… La domanda è questa: quanto è importante l’amore per Matteo, per la sua malattia, e perché proprio l’amore lo conduce, seppur per poco, in una dimensione dove la felicità è possibile?
 
Dove non arriva l’amore arriva la psicanalisi? O magari il contrario?
 
 
 
10. La pazzia sfocia in Micciché per una banalità: anziché il suo panama si ritrova fra le mani una coppola, tipicamente siciliana. Quale il ruolo delle coppole nel destino di Matteo, anzi dei personaggi che come satelliti gli ruotano intorno?
 
Be’ il gioco dei cappelli, come tutto il libro d’altronde, è nato da solo, in maniera divertente. D’altronde quale simbolo migliore, per mettere paura a uno come Miccichè “Che nordico, straniero si sentiva, in quella terra d mafiosi”.
 
 
 
11. E quale il ruolo del muro? Matteo Micciché sta in un paese siciliano, senza nome: vive per scrivere articoli al vetriolo; e sul muro del teatro, dove fanno bella mostra di sé le pubblicità della stagione lirica, il malaffare paesano viene riassunto con brevi frasi - che in un certo qual modo ricordano la mordacità delle pasquinate.
 
Il muro è un altro teatro, quello dove si recita la vita vera, quella che non si può dire a voce alta, quella che però si vuol fare conoscere. Il muro è davvero l’anima del paese, la sua storia, la sua voce.
 
 
 
12. Come hai sviluppato l’idea di “Eraclito e il muro”? Ti sei ispirata al quotidiano, a delle esperienze tue personali, o quanto raccontato nel romanzo è tutto frutto della tua fantasia?
 
Tutta fantasia, ma l’input all’inizio l’ha dato un articolo di giornale in cui un critico faceva a pezzi (persino in retrospettiva) un solista di fama che aveva avuto la sventura di una cattiva esecuzione. Questa cosa mi aveva mandata in bestia, c’era una tale mancanza di generosità, una tale dose di fiele che ho sentito l’esigenza di sedermi al pc e ho scritto “Il critico”, che era il nome originale del mio romanzo. Ma l’influenza è finita lì, il resto è fantasia.
 
 
 
13. Oggi come oggi, a tuo avviso, ha ancora senso leggere gli autori contemporanei, che perlopiù sono tutti presi a inventare (a immaginare) thriller gialli noir insipidi, dove la lingua e la reinvenzione linguistica non esistono, dove il contenuto finale è poi sempre lo stesso, tanto sangue e nessun messaggio che si possa dire, anche solo alla lontana, sociale morale politico?
 
Mi pare che abbiano molto seguito, io non leggo letteratura di genere, però; eccettuato Camilleri ché mi diverte, e che ha uno stile personalissimo intriso di ironia tutta sicula. Io penso che ci siano grandi autori anche oggi e spero di scoprirli tutti, un po’ per volta, tempo permettendo. Credo che molti esordienti si buttino sulla letteratura di genere perché vende e perché sempre più case editrici le danno spazio. Per me lo stile è quasi fondamentale in ogni caso, mi piace la bella scrittura, raffinata; non amo invece gli sperimentalismi. Diciamo che amo qualche gradino più in giù di Consolo, ecco.
 
 
 
14. Chi o che cosa leggi oltre ai classici della Letteratura (da Dante a Verga a Pirandello, da Cervantes a Hemingway…)? Perché, e che cosa ti danno in termini emozionali, di arricchimento interiore?
 
Be’ intanto non sono mai riuscita a leggere Hemingway (mea culpa... che dire?) perché mi annoia; scrittori come De Luca, Bassini, Grasso, Alajmo mi fanno pensare che c’è ancora un mondo di valori a cui aggrapparsi, che c’è ancora qualcuno che non si è perduto, che crede e spera e lotta... e che mantiene uno sguardo vigile, critico. Ne ricavo sollievo a essere sincera...
 
 
 
15. Conia uno slogan per promuovere “Eraclito e il muro”. In pratica: perché il lettore moderno dovrebbe leggere il tuo romanzo?
 
“Avvocati e critici popolano i tuoi incubi? La vita passa e niente si trasforma? Fatti almeno due risate!”
 
 
 
16. Quali i tuoi progetti nell’immediato o anche più in là? Un altro romanzo? Io spero proprio di sì, perché “Eraclito e il muro” è un gran romanzo, nutrimento per la psiche e l’anima.
 
Il secondo romanzo è già pronto ed ha avuto il benestare della casa editrice, attualmente si chiama La jatta, ma so già che il titolo sarà diverso in uscita. Credo che vedrà la luce il prossimo inverno, l’ho scritto davvero col cuore cercando d’interpretare i desideri, i sogni di una minoranza di persone che... ma basta, non posso dirti altro. Il terzo ho già iniziato a scriverlo ma l’argomento è così strano che forse non me lo pubblicherà nessuno... pazienza, tanto scrivere e creare nuovi mondi è già abbastanza divertente di per sé.
 
 
 
Grazie infinite, Cinzia Pierangelini. Sei stata molto gentile: non nutrivo alcun dubbio in merito. Ti auguro ogni bene.
 
Con amicizia e stima,
 
 
Cinzia Pierangelini - Eraclito e il muro - Ed. GBM , Messina, 2006 -  Pp. 155 - ISBN 88-7560- 010-4 -  € 12



Stefania Mola

leggi anche su Squilibri la bella recensione di Stefania Mola

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 07:13 | interviste, speciali | clicca per commentare commenti (29)



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