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Fabio Della Seta. I silenzi di Joe. Portaparole edizioni

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, marzo 31, 2008


Fabio Della Seta



I silenzi di Joe


Fabio della Seta


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Chi è questo signore che Sam chiama, con triste affetto, Joe?
Un nome. Il Nome. O un infinito grido in forma di perché?
Sam s’interroga. Non può fare a meno d’interrogarsi. E’ un uomo, ha dei limiti, quelli d’ogni mortale: per quanto la sua coscienza gli dica, giorno dopo giorno, che durante la sua seppur breve vita, se paragonata a quella eterna di Dio, si è comportato nel miglior modo possibile, Sam ha dei dubbi, soprattutto su Dio, perché forse Dio un giorno sì e uno no ha giocato di sgambetto. Il dubbio – che è anche continuo interrogarsi – è che Dio abbia giocato con la sua vita e con quella dei suoi affetti, non intervenendo in suo favore quando sarebbe bastato davvero poco per evitare un dramma, spingendogli addirittura la faccia nel fango con la sua possente mano, giusto per vedere come Sam avrebbe reagito, se si sarebbe arreso soffocando o avrebbe tentato di rialzare il capo e maledirlo.

Sam parla con il suo Dio, anche se questi ricusa caparbiamente di portargli delle risposte intelligibili e a portata d’uomo soprattutto. Dio è nelle Scritture e tutte le volte che ha parlato l’ha fatto per mezzo di complicate metafore, la cui interpretazione non è mai facile o possibile. Ma quando sì, pare che Dio si sia divertito molto di più a creare disgrazie che non a creare il mondo in quei fatidici sette giorni del Genesi. Eppure, nonostante tutto, Joe è sempre il fratello maggiore, il complice, l’amico e in qualche caso il nemico: Joe c’è sempre anche quando non c’è, e Sam questo lo sa bene. Però non può non fargli notare che proprio lui, Joe, il fratello maggiore ideale – e idealizzato – non poche volte s’è sottratto alle voci che nel corso dei secoli l’hanno impetrato.
 
C’è una nutrita amara ironia à la Woody Allen ne “I silenzi di Joe” di Fabio Della Seta, ma non solo. Affrontare i silenzi che Fabio Della Seta mette nero su bianco è un’esperienza dell’animo e della mente, in verità una lettura molto umana ed edificante. Ci sono tante domande ne “I silenzi di Joe”, domande babiloniche che ognuno di noi si pone, anche il più ateo degli uomini: perché certe domande non sono solo di chi ha fede in un Aldilà, ma sono di tutti di fronte all’Immenso, al non-conosciuto. C’è la bellezza della vita e della poesia che essa è, c’è un po’ di affilata rabbiosa malinconia à la Leonard Cohen, e c’è la necessità di capire perché Joe non guarda mai negli occhi i suoi figli, togliendogli il bastone della vecchiaia, quasi per crudele dispetto. Ed ancora c’è la consapevolezza d’esser stati, in una certa misura, “belli e perdenti”, perché Joe c’è. Sicuramente c’è in foggia di perché.
 
 
Fabio Della Seta (Roma, 1924), ha esordito come giornalista nella stampa ebraica ricoprendo per circa dieci anni l’incarico di caporedattore del settimanale Israel. Ha iniziato la sua carriera in Rai con il radiodramma Josef impara a cantare, al quale sono seguiti numerosi altri radiodrammi e programmi di attualità culturale, fra cui Il ridotto, teatro di oggi e di domani (in coppia dapprima con R. La Capria e poi con W.Weaver); come dirigente ha ricoperto incarichi di responsabilità nella produzione e nella realizzazione di programmi culturali radiofonici e televisivi. Per molti anni ha diretto gli uffici Rai per l’America Latina. Ha pubblicato numerosi libri tra cui: Antico Nuovo Israele, saggio sulle origini dello Stato ebraico; Agnusdei, romanzo; Rivedere Petra, racconti; L’incendio del Tevere, storia della scuola ebraica di Roma; Roma in valigia, raccolta di sonetti romaneschi con cui è stato consacrato come il degno discendente di Giuseppe Gioacchino Belli). Come giornalista ha collaborato e collabora con riviste e quotidiani su argomenti di cultura.
 
 
I silenzi di Joe - Fabio della Seta – illustrazioni di Irio Ottavio Fantini - Portaparole edizioni – collana: i venticinque - 64 pagine – 9,50 Euro – ISBN: 978-88-89421-50-5
 
 
  
Intervista a

Fabio Della Seta
 

a cura di Giuseppe Iannozzi
 

 
 
1. “I silenzi di Joe”: perché dare proprio questo nome a D-o?
 
A fianco dei molti nomi - o non nomi - che gli ha attribuito la tradizione, un nome brevissimo, di carattere familiare. Come è chiaramente detto nel testo: “per rendere l’approccio più facile”.
 
 
2. Come sono maturate le riflessioni contenute ne “I silenzi di Joe”? In un tempo più o meno lungo, o diversamente? E, per quale necessità dell’anima?
 
Dal momento in cui le leggi razziali del 1938 mi hanno posto di fronte alla realtà del mio essere ebreo, in precedenza consistente quasi unicamente nel fatto di non frequentare nella scuola statale le lezioni di religione. La scuola ebraica che ho frequentato da allora, messa in piedi a prezzo di grandi sforzi, ma con un corpo di docenti di altissimo livello, fra cui il più amato, Enzo Monferini, allievo di Augusto Monti (con Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Massimo Mila e tanti altri) ha reso liberi e orgogliosamente consapevoli del nostro essere ebrei me e i miei coetanei. Alcuni di noi hanno scelto la realizzazione pionieristica israeliana (in chiave laica o religiosa), altri la lotta partigiana e la militanza politica, altri l’approfondimento delle proprie radici, sentite come parte integrante della propria personalità d’italiani ed ebrei ed europei.
 
 
3. Sam è una persona come tante, mortale e con tante domande nell’anima prima che nella testa. Sam ha vissuto la sua vita tra gioie e dolori, e anche se ormai anziano non si è rassegnato all’idea che D-o possa essere soprattutto di dolore. Che cos’è il dolore per Sam?
 
Sam si domanda: che senso ha il dolore? E la domanda che Israele si pone da millenni, in forma sempre più drammatica e perentoria. E’ la domanda, per rifarsi a testi relativamente più prossimi a noi, di Giobbe e di Koheleth (l’Ecclesiaste). Il dolore, come la gioia, è parte essenziale della vita, né il credente né l’ateo possono trovare una spiegazione. Perché sì, è la risposta che a Sam sembra di udire, senza dimenticare l’altra domanda che si pone Koheleth: chissà se il respiro dell’animale scende in basso e quello dell’uomo sale su in alto?
 
 
4. E’ scritto che D-o ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma l’uomo è (i) mortale e (ii) imperfetto. Dobbiamo forse dedurne che anche D-o ha gli stessi difetti di ciò che avrebbe creato?
 
Prima di Nietzsche già il filosofo greco aveva osservato: se i cavalli concepiscono un dio, lo pensano in forma di cavallo. Il racconto biblico della creazione fa parte di una tradizione mitica che, con varianti più o meno significative, si trova nel patrimonio tradizionale di tutti i popoli antichi. Così Israele, nel suo millenario itinerario spirituale, è passato da un malcelato politeismo – “in principio Elohim (plurale) creò il cielo e la terra” - al riconoscimento di un Dio che presiede unicamente ai suoi destini, per arrivare finalmente con i profeti, soprattutto con Isaia, alla concezione di un Dio universale, padre e signore di tutti i popoli, in nessun modo raffigurabile, e dallo stesso nome mantenuto rigorosamente segreto. Un percorso assai lungo, e non poche volte conflittuale, come attestato da quello che Martin Buber ebbe a definire il più orgoglioso dei miti: il patriarca Giacobbe che trasforma il proprio nome in Israele, che significa: colui che combatte con Dio.
 
 
5. Si dice che gli Ebrei possano raccontare barzellette su sé stessi, ma se un non-ebreo scherza sull’Ebraismo va incontro all’ira di D-o e non solo. C’è qualche cosa di vero in ciò, e se sì, per quale ragione?
 
Non mi risulta che esistano statistiche che quantifichino le storielle riguardanti gli ebrei specificandone l’origine ambientale, se ebraica o altrimenti. E’ ben nota la propensione ebraica per l’autocritica. Peraltro l’unico punto di spartiacque a mia conoscenza divide le barzellette spassose da quelle che divertenti non sono.
 
 
6. Ma Sam, Sam come lo interpreta l’amore di D-o? E soprattutto, D-o è in grado di provare amore o solo vive nella Fede degli uomini ma con divina indifferenza?
 
Sam ignora “il prodigio che schiude la divina indifferenza”. La sua disperazione nasce da una ricerca del tutto priva di risultati. Anche se s’impone d’interpretare come segni di approvazione i silenzi di Joe. Come Giobbe e come K. accetta di essere processato. Ma, a differenza dell’eroe kafkiano, si ostina a proclamare la propria innocenza.
 
 
7. In che misura è importante l’ironia per cercare di comprendere il piano di D-o? Qual è il limite che non si dovrebbe mai superare parlando di D-o?
 
Nessun limite all’uomo impegnato nella ricerca di Dio e nel tentativo di colloquiare con Lui. Tale è il significato della storiella talmudica posta in epigrafe a “I silenzi di Joe”. La Legge è ormai in terra, ad interpretarla non vale neppure una “kol”, vale a dire una voce proveniente dal cielo. E’ la riaffermazione del primato della ragione, così come orgogliosamente proclamato in campo cristiano da San Giovanni della Croce: “Un solo pensamiento del hombre vale màs que todo el mundo”.
 
 
8. In nome di Dio si sono fatte, e si continuano a fare – ahinoi! -, molteplici guerre in tutti gli angoli del mondo; si giustificano alcuni dei peggiori crimini dell’umanità. Ogni religione, seppur con le dovute sfumature, parla di un Dio d’amore: com’è dunque possibile che Dio permetta che l’uomo uccida i propri simili nel suo Nome?
 
Ogni popolo, ogni condottiero ha raffigurato in Dio la giustificazione delle proprie imprese guerriere. Soltanto Isaia, forse il più grande dei profeti, ha osato sognare un mondo davvero pacificato, in cui l’uomo farà vomeri e falci delle sue armi. Ed è giunto a dire parole che risuonano ancora oggi di sconcertante attualità:
 
“In quel giorno vi sarà una strada dall’Egitto in Assiria,
gli Assiri andranno in Egitto e gli Egiziani in Assiria,
e gli Egiziani serviranno l’Eterno con gli Assiri.
In quel giorno Israele sarà terzo con l’Egitto ella con l’Assiria,
e tutti e tre saranno una benedizione in mezzo alla terra.
L’Eterno degli eserciti li benedirà dicendo:
Benedetti siano l’Egitto, mio popolo,
l’Assiria, opera delle mie mani,
e Israele, mia eredità.”
                       (Isaia, X IX, 23 - 25).
 
Sono trascorsi all’incirca venticinque secoli da quando queste parole vennero pronunciate: Le sembra che sia prossimo il momento della loro attuazione?
 
 
9. E se Dio, alla fin dei conti, non fosse altro che un eterno perché gridato nell’Immenso?
 
E’ questa precisamente la conclusione del mio libro. Con una ineluttabile conseguenza: nel momento delle decisioni supreme l’uomo è solo con la propria coscienza: è la sua vittoria e la sua dannazione. E Lui non c’entra.
 
 
10. E se D-o fosse di sesso femminile? Magari è un ermafrodito!
 
Domanda del tutto pertinente, che porta a constatare quanto la nostra civiltà, religioni comprese, sia impregnata di maschilismo. E ancora oggi l’ebreo devoto è tenuto a benedire colui che l’ha creato maschio. Mentre la donna si limita ad esaltare chi l’ha creata secondo la sua volontà.
 
 
11. Domanda palesemente provocatoria: ma l’uomo non vivrebbe assai meglio se non dovesse fare i conti con l’idea che, da qualche parte, debba per forza di cose esistere un Demiurgo, un Essere Superiore?
 
Forse, ma nessuno è in grado di affermarlo con certezza assoluta. L’idea stessa d’eternità è nata con l’uomo, e ad essa, ateo o credente che sia, rimane attaccato. Quanto a Lui, come è stato acutamente affermato, che ci sia o non ci sia, costituisce sempre un problema. Anzi, il problema.
 
 
12. Non è da escludere che l’uomo sia apparso sulla Terra per puro caso. A suo avviso, perché ancora oggi si ha paura del darwinismo?
 
Le religioni in quanto cristallizzazioni di riti, nonché strumenti di potere e sovrastrutture, sono e saranno sempre nemiche della ricerca e del nuovo. La religiosità, lo slancio verso l’assoluto e verso l’ignoto, sono tutt’altra cosa, come chiarito da Martin Buber. Senza dimenticare che esiste anche una religiosità dell’ateismo: si pensi a Spinoza, a Leopardi, a Kafka, per fare solo tre nomi.
 
 
13. Lei, Fabio Della Seta, crede nel Paradiso? Perché?
 
Una premessa: non sono religioso, quanto meno nel senso tradizionale della parola. Ho riscoperto e apprezzato i valori storici e spirituali dell’ebraismo così come mi sono appassionato alle vicende della civiltà greco-romana.. In quella grande raccolta di testi risalenti a diverse epoche che chiamiamo Bibbia (vale a dire “libri”) non esiste nessun accenno a un mondo dell’aldilà, e meno ancora a luoghi di espiazioni e di ricompense (quanto al Purgatorio, è fantasia medioevale).
 
 
14. “I silenzi di Joe”: che cosa aggiunge a quanto nel corso dei secoli è stato scritto e detto su Dio?
 
“I silenzi di Joe” è un tentativo di riproporre in chiave contemporanea situazioni e interrogativi che firmano parte integrante della tradizione ebraica. Quanto al risultato, non spetta a me valutarlo. E’ compito dell’eventuale lettore.
 
 
Grazie infinite.
E’ stato davvero molto gentile e paziente.
Con ammirazione e stima, Le auguro ogni bene.


Questo pezzo è apparso sull'inserto culturale Scritture & Pensieri (n.18) a cura di Stefania Nardini, del quotidiano "Corriere nazionale", le cui 65 mila copie quotidiane sono presenti in Umbria, Siena, Arezzo, Grosseto, Viterbo.

Vi propongo il pezzo già apparso sul "Corriere Nazionale" anche su queste pagine virtuali, in una versione più lunga, con degli interessanti extra, giacché in Rete non esistono problemi di spazio. Buona lettura. (g.i.) 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:56 | segnalazioni, recensioni, letteratura, religione, cronaca, editoria, scrittura, autori, rassegna stampa, in libreria, pubblicità, scrittori, ultime notizie, novità in libreria, editoriale di g iannozzi | clicca per commentare commenti (15)



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