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una candela per il Tibet
Il mangiapatate del Valhalla
written by
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giovedì, luglio 03, 2008

Il mangiapatate del Valhalla
di Giuseppe Iannozzi
”Non lo so.”
”Il famoso non lo so. E’ capitato pure a me. Ed eccomi qui.”
”Il paese è tranquillo.”
”Solo in apparenza. E’ un covo di vizi. Omosessuali, scambisti, puttane e comunisti. Un tempo tutta questi sarebbero finiti altrove…”
”Forse solo perché volevo raccontarla a un giovane come te.”
”Non ho niente di speciale.”
”Non sono un giornalista.”
”Chi cazzo se ne frega! Però vuoi il mio culo. Ce l’hai scritto in fronte.”
”Che intendi?”
”Non credere che mi stia sbottonando.”
Mi sorrise, come un diavolo di fronte a un angelo nudo e spennato, quasi con divertita pietà: “Lo vedi anche tu questo paese. Sono anni che ci sono dentro e non è cambiato. Gli anni sono passati, gli uomini con loro, ma niente di niente è cambiato veramente. La stessa mentalità di quando sono arrivato resiste ancora oggi. Come vedi sono colpevole di non essere riuscito a cambiare una virgola qui.”
”Te l’ho già detto, qui tutti scambisti e comunisti. Un vizio non diverso da quello delle città.”
”Non spetta a te giudicare.”
Scossi il capo.
”Te lo dico io come mi chiamano: Giuda. E sai perché?”
Imbarazzato ma non troppo, scossi di nuovo il capo.
”Certo. Tu sei stato nei lager.”
”Infatti.” E non aggiunse altro: speravo davvero che gli sfuggisse un accenno ai lager, al suo passato di kapò e soprattutto se lo era stato e con quale ruolo. Ma i suoi settant’anni resistettero alla mia astuzia, che a lui doveva sembrare davvero tanto ingenua, divertente.
”Non capisco.”
”Sei un furbetto.” Mi sorrise malevolo: “E patetico.” Sospirò. “L’hai vista questa gentaglia? Sono neri, come se fossero stati gettati nel carbone sin dalla nascita. Non c’è un solo centimetro di bellezza in loro, sono sporchi dentro e fuori. E sono comunisti.”
”I suoi figli sono i condannati. Tutta questa marmaglia finirà all’inferno prima o poi.”
”Allora non dovresti preoccuparti.”
”Non dai questa impressione. Perdona la franchezza, ma non sei quello che vorresti lasciare a intendere”; lo stuzzicai. “Sei una mammoletta. Come loro. Si vede che gli anni ti hanno rammollito.”
Tacque. Poi mi sorrise, un sorriso che mi fece arricciare l’anima: “Fai il furbetto, ancora. E’ un gioco che ti diverte. Peccato tu stia dalla parte sbagliata.”
”E quale sarebbe la parte giusta?”
”Il Valhalla è Giusto.”
”Hai fretta, Frankobert?”
”Per incontrarti.”
”Finalmente un po’ di sincerità.”
”Si dice che in questi anni non ti sei risparmiato: una porcata dietro l’altra.”
”Non dico che non ci credo.”
”Nessuna delle due cose.”
”So benissimo quante volte hai fatto a pugni coi socialisti…”
”Se è per questo se le danno anche fra di loro…”
”Ti sbagli: un nazionalista, un tedesco. Io affronto la vita con coraggioso pessimismo, mentre tutti gli altri no: comunisti e cattolici al tempo stesso. Ciò che viene pensato è quella cosa al di fuori della vita terrena, quindi è priva di significato.”
”Le catene di Platone e di Kant.”
”Se all’umano si contrappone l’inumano, allo spirito saggio si contrappone quello malvagio e alla veracità si contrappone la menzogna, il mondo è essenzialmente diviso fra coppie di antagonisti.”
“Abbiamo tempo.”
“Mi stai suggerendo che…”
“Ci hai preso. E’ stato la loro fortuna più grande. Quella cazzo di isoletta forse se la caverà, ma non per merito del comunismo. Solo perché è stata una cellula isolata dal mondo, sino a ora. Il comunismo è poi solo una parola masticata, che passa di bocca in bocca, come un chewingum, null’altro. Una parola.” E così dicendo scoppiò a ridermi in faccia mentre il bruciore al petto andava intensificandosi.
“Certo che sì.”
“L’aria serotina è fredda. Il tramonto sta scavando le montagne. Uno spettacolo. Per te niente Valhalla… Uno spettacolo davvero.”
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio.
"- Non è un romanzo giallo - disse Paul - Si tratta invece di una strana forma di narrativa, che probabilmente rientra nella fantascienza.
- Oh, no - dissentì Betty. - Non c’è scienza e non è ambientato nel futuro. La fantascienza si occupa del futuro. In particolare di un futuro in cui la scienza è più progredita di oggi. Il libro non soddisfa queste premesse.”
Philip K.Dick, La svastica sul sole.
La fantasia sociale introspettiva collocata in un probabile futuro, o fantapolitica, può essere affrontata da parecchie angolazioni, privilegiando di volta in volta il suo carattere fabulatorio o profetico, catartico o cognitivo, oppure osservandola come scheggia d'avanguardia o prodotto di consumo, ma l'aspetto che qui interessa, credo, è quello di un "filo" che produce possibilità o la possibilità terrificante che un incubo divenga soltanto un sogno e che il sogno possa essere non più espressione onirica ma realtà. C'è un’ulteriore possibilità: il risveglio. Questo racconto opera, infatti, con maggiore specificità e autonomia rispetto a qualsiasi altra finzione letteraria, cioè si sforza di dare consistenza "strutturale" (sia essa cosmologica, biologica, sociale, storica) al proprio mondo, che significa anche coerenza, credibilità, verosimiglianza. Tutto questo l'ha spiegato, molto bene, Umberto Eco, nei suoi studi sulla semiotica narrativa. Tuttavia, se non è questa la sede per esplorare le convergenze fra logica, semiotica e narratività, è indispensabile sottolineare la sua funzione.
Già, perché quando pensiamo agli universi della "Fantasia antropologico/politico/letteraria", in genere l'immaginazione corre agli spazi sconfinati dell'ego e della storia più o meno sconfinati, verso un futuro più o meno lontano, trasfigurato da nuove e sensibili emozioni, più o meno oniriche; verso mondi e situazioni perdute o ad un passato fantastico, leggendario o storicamente documentato (magari in questo caso facendo attenzione a schivare le trappole disseminate nella giungla dei generi), dove ai piaceri dell'estrapolazione spesso si sostituiscono meccanismi più sfumati dell'immaginario.
In questo racconto i sentieri legati all'emozione, ego, realtà e possibilità, sono assai più sottili e imprevedibili; spesso legati a un filo, a un'esitazione più o meno consapevole non tanto di natura ermeneutica, cioè del tipo "Che cos'è, ovvero, qual è la natura del mondo o dell'oggetto che mi trovo davanti e come posso integrarlo nel sistema di conoscenze della mia vita per comprenderlo, ma ipotetica, cioè del tipo: "E se ...?", o meglio ancora, "che cosa sarebbe successo se ... ?".
Ma attenzione, perché il racconto sia attraente, le regole devono essere precise e rigorose ed è risaputo che non troppa emozione suscitano le facili generalizzazioni. Quindi, nel Tuo impianto e messaggio, la dimensione storica è irrinunciabile, verificando e approfondendo - con intelligenza - le conseguenze di un autentico mutamento del corso della storia umana, così come noi la conosciamo.
Il racconto, che serba la sobrietà tra equivoci e impurità nel momento della lettura avvincente ed emozionale, rimane tuttavia intrecciato a tutto ciò che è proiettato nell'asse della storia. Da qui si dipartono varie direttrici fabulatorie che testimoniano come Te, caro Giuseppe, abbia individuato nella storia un campo da gioco privilegiato, scrivendo insieme ad essa un capitolo decisivo dei nostri mondi emozionali e delle nostre paure.
Ti sei avventurato in lungo e in largo, attraverso l'asse del tempo, in spostamenti, viaggi e paradossi temporali creando una storia alternativa o meglio ancora un'alternatività storica che inquieta e stupisce agghiacciandoci.
Dolce musica e soddisfazione per chi legge e soprattutto, comprende quanto prezioso sia il lavoro che gli occhi divorano.
Questo è il trionfo della scrittura, caro Beppe.
Il trionfo dell’omogeinicità in questa vita che, piatta, può nascondere quelle provocatorie alternative che con garbo ed introspezione hai saputo scrivere e descrivere.
Veramente un bel brano!
Congratulazioni.
Con la migliore stima e riconoscimento, un abbraccio e un saluto cordiali.
Ninni Raimondi
Bologna, 5 Luglio, 2008
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