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ULTIME STRENNE & UN DOLORE

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, dicembre 29, 2004

 

 
U L T I M E   S T R E N N E
 

 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
(con una Poesia di Errosa)
 
 
 
 
 
 

 

SPLENDIDA FEMMINA
OSCENAMENTE SCONVOLGENTE
 
a Missy,
che è Splendida Femmina
 
 
 
Perché sei femmina
come il giudizio universale, sconvolgente
Perché sei oscena
come il sole sui limoni, un colpo al cuore,
un vizio e una commozione
in un versamento di giallo nel bicchiere
 
No, non c’è uomo
che per te non perda la ragione,
Splendida Femmina
oscenamente sconvolgente
 
No, non c’è cuore
che per te non perda un battito almeno
E tu lo sai che dico il vero
quando m’ubriaco del tuo sapore,
bevendolo tutto da quel bicchiere
da te baciato e da me bevuto in sogno
 
Li vedrai,
sì, i miei occhi tu li vedrai:
saranno il paradiso
e poi un chiaroscuro cacciato
dentro ai mille baci che ho dato
incontrando il sole solamente;  
e tu un coltello siciliano
sul mio cuore appuntato
come un incanto osceno
 
Perché sei femmina
come il giudizio universale,
Splendida Femmina
oscenamente sconvolgente
 
Perché sei anarchia
come il dolceamaro, sconvolgente
Perché sei amore insolente
e giudizio universale
Perché sei come la prima
e l’ultima donna che ho non ho avuto
in ginocchio da me, in preghiera per me
 
Perché sei oscena, perché sei femmina
come un coltello siciliano, una fettina di cuore,
un vizio e una commozione, devozione
in un versamento di giallo, di rosso nel bicchiere
 
Sì, i miei occhi tu li vedrai piangere,
e pure quelli di tutti gli amanti
che mai a te si sono dichiarati
Sì, io conosco i loro occhi incollati
ai tuoi fianchi; e di profonda gelosia
io morirò in ginocchio, ma in un momento
che tu non potrai vedere quanto
e quanto t’ho desiderata oscenamente
 
In un momento quanto
e quanto t’ho desiderata oscenamente,
Splendida Femmina
oscenamente sconvolgente
 
Ma tu resti femmina, tu sei oscena
come il giudizio universale e il sole,
Splendida Femmina, anarchia sconvolgente
in un versamento di giallo, di rosso nel bicchiere
 
 
 
 
 
ERROSA LA BELLA
 
ad Errosa,
che è Sublime Poeta e Donna
 
 
 
In mezzo alle spine
di mille pallide rose
consumate dai sospiri
di cento e più amanti,
ma tutti antichi
e in compagnia di altre dame
che a stento osa immaginare insieme,
un vecchio Satiro sposa l’ingenuità
tingendosi di rossa vergogna,
mentr’offre la brutta sua imago
allo specchio del lago,
che solo gli mostra la verità
del volto suo sconvolto.
Ma sempre sogna lei e colla mente
la disegna bella e più bella ancora
sotto un cielo di splendenti stelle.
 
In mezzo alla solitudine
rimane a sognare se prima
di lui un altro simile a lui
soffrì così tanto per amore,
solo per amore,
senza mai cercare un’altra lei.
 
 
 
 
 
A GIUSEPPE IL CANTORE
(di Errosa)
 
 
 
Col flauto suona la Sua poesia, l’amabile cantore.
Con un sonetto tra mente e labbra
dondola la Sua arte sulla Sua magica altalena
che s’incatena e si libera tra le capriole
della delicatezza e rudezza pregiate di sensibilità.
 
M’affascino tra le Sue righe che compone e scompone,
tra tramonti e albe che si distendono nel lago del cielo.
Intimidita da tal bellezza, rubo aria fresca nel Suo dire
Ristorando la mia arida anima secondaria
che s’affaccia, sfacciata, ai prati spinati
dell’amabile cantore.
 
Se m’inciampo nel saltello d’un verso,
io m’appiglio nel suo grido forte e chiaro
e m’approprio della lontana e piccola certezza morbida,
come una fanciulla rassicurata dal canto soffice della forza.
 
E’ forte, il suo grido.
E’ forte il suo canto.
E’ forte…
 
E mentre mi soffermo al Suo timbro urlato e sussurrato,
raccolgo l’accordo che perse e riprese
per dare al Suo fil di lino un semplice bacio di brezza.
 
 
 
 
 
LEI MATTA, LEI DOLCE
 
a Fabyana,
che è Fragile Amica ma Dolce
 
 
 
Lei era matta,
lei era dolce,
glielo dicevano tutti,
e tutti continuavano a ribadirle
che non avrebbe combinato nulla,
ma proprio nulla di buono nella vita
Ma lei era testarda; e se Gesù
fu capace d’incedere sulle acque,
pure lei, un giorno, ci sarebbe riuscita
o sarebbe affondata
 
Lei era matta,
lei era dolce, troppo fragile
per stare al mondo
Ma lei aveva un sogno
e un amore nel cassetto
e un sospiro
che non avrebbe svelato mai
a nessuno;
e quando ci pensava,
si sentiva un po’ più forte
della debolezza
che la prendeva alle spalle;
e quando sorrideva
era come se sfidasse lo scherno
di chi la voleva vedere sconfitta,
in un buio angolo annullata
 
Un giorno chiese agli angeli
d’aiutarla con una preghiera,
ma quelli si dimenticarono
d’ascoltare il suo cuore,
e lei pensò d’esser stata abbandonata
al suo destino
 
Un giorno dimenticò il sogno,
l’amore e il sospiro e Dio,
e solo andò al mercato
per comprare una mela o due
E lì incontrò l’Ebreo Errante,
che aveva abbandonato
il suo errare per farsi Ambulante:
lui la raccolse fra le sue braccia,
e lei gli si donò teneramente
in un lungo pianto
tra singhiozzi e salse lagrime
 
Lei era troppo dolce,
lei era troppo matta
perché non ci si potesse innamorare di lei
 
Lei è così, semplicemente
Lei è così, dolcemente matta,
capace di credere alle favole
anche quando morte e sepolte
o inventate di sana pianta
dalla sua fantasia, come quella al mercato
 
Sospirò e l’amore tornò
Sospirò un’altra volta e il sogno tornò
Sospirò ancora e il sospiro tornò
Non era cambiato nulla o forse sì,
ma la voglia era quella che sapeva,
quella di camminare sulle acque
anche se non ci sarebbe riuscita,
anche se sarebbe affondata
solo per riemergere
 
Lei è così, lei è dolce e matta
Ha incontrato l’Ebreo Ambulante
e la sua bancarella al vento
e la sua strana generosità,
quella d’un abbraccio
 
Lei è così, lei è dolce e matta
Lei è testarda e ride e piange,
urlando sempre un po’ confusa
Lei è viva perché è così,
e tutti potranno pure continuare
a ribadirle che non combinerà nulla,
ma proprio nulla di buono nella vita,
però lei ora sa che un abbraccio sempre
e, per sempre, lo troverà in un amico
sconosciuto o in un altro Ebreo Ambulante
 
Lei è troppo dolce e matta
perché non ci si possa innamorare di lei
 
 
 
 
 
DOVE LE RAGAZZE…
(riedita – nuova versione)
 
Questa è a Tutti/e dedicata
 
 
 
Dove le ragazze che sapevano ridere,
dire non so, ma il terrore genera terrore,
e le strade s’invadono della solita malinconia
cacciata dentro ai motori fermi vicino a semafori spenti:
le strade ruggiscono noia,
mentre la portinaia sciorina l’ennesimo pettegolezzo,
e lontano, alle spalle della caserma militare,
passa veloce un’ambulanza persa a salvare la vita,
a chi?, non saprei dire; ma un ragazzo ubriaco se la ride grossa
chiedendo al vento se “è questo il piccolo paradiso
prima che sia l’inferno!”
Marlon Brando è ingrassato,
lo vedo io, lo vede la maschera
ammosciata dietro alla macchina da presa;
e Superga vive luce e non dimentica i morti,
un pallone che sfrecciava speranza in un aereo.
 
Così stanca è la Piccola Parigi
che s’allunga tra le nebbie della pianura padana,
poi televisori accesi e persone:
e tutti ballano un vecchio walzer Au Roi de Lingerie,
qui, in questa Casablanca in affitto.
 
Un uomo s’è gettato a Po,
affidando l’ultima speranza al dolore,
ma il Poeta firma ancora bigliettini agli amici
 citando Edgar Allan Poe:
le imposte sono quasi tutte chiuse,
e gli ultimi avventori si rifugiano nei ritardi
di quelle birrerie stanche che sanno di coltelli, uomini e donne;
qualcuno invece discute in strada all’ombra d’un lampione,
cercando l’agnizione
o almeno una marchetta che sia passpartout
per il giorno appresso,
o una rapida fine come mai conviene alla gente dabbene.
 
Il tempo, per alcuni matti, è la quarta dimensione;
ma noi che si è tutti mortali
viviamo coi paraocchi e preferiamo darci al vino,
a un barbera dolce e a un toscano,
poi, altro non accade quasi mai;
sono queste le tragedie
che Torino sa scavare.
 
Una barchetta di carta scivola sulle onde
del fiume mezzo limaccioso:
c’è cagiara e la Posse stona un’altra ingiustizia
in un Centro Sociale dove canne e fumo si consumano,
e le pance s’ingrassano di birra a fiumi.
Qualcuno s’improvvisa Marlon Brando
tentando un Ultimo Tango,
e questa Piccola Parigi riconosce
che è bimba capricciosa
seppur di duro carattere
stampato sovra le cime delle Alpi.
Non è buono, La luna e i falò,
non sono più di queste parti:
le colline che amavi, Leucò,
sono state invase da collinari
che bruciano incensi che tu non oseresti immaginare.
E’ un mestiere di vivere diverso, tanto diverso,
e noi non l’abbiamo ancora capito.
 
Si fa presto a cantare
che “Marlon Brando è sempre lui”,
ma le canzoni non ci risolvono l’esistenza,
e un Ultimo Tango non è mai l’ultimo dolore
che si è costretti a sopportare,
chiedendosi dove quelle ragazze,
quelle ragazze
che sapevano ridere e profumavano di fieno
e di morbida primavera…
un piacere tutto da mordere, da baciare.
 
Qui,
i bambini vanno a scuola accompagnati dalle mamme,
ma hanno una lingua, una lingua di quelle!
- mettono spavento addosso a quelli della nostra generazione
e a quella prima ancora. La pargoletta mano
che tendono non è innocente
e neanche malvagia: è solo una mano tesa,
e questa realtà spaventa i nonni
a macinar tabacco fra i denti.
 
Il prevosto è tutto azzimato,
costretto nel nero dell’abito:
ha un sorriso bianco
che s’intona col colletto
e un crocefisso splendente appeso al collo,
ma, se gli domandi di Dio o del futuro,
alza le spalle, poi si chiude in un “come?!”
quasi a testimoniare che pure lui non sa. Gli puoi dire
che Nietzsche, a Torino, ha preso sintomo di pazzia
e che ha difeso un cavallo maltrattato,
e anche gli puoi raccontare
di quando il diavolo rideva sulle colline,
ma lui rimarrà sempre rigido
nel terrore d’una indefinita assenza,
o in una proposta di fede.
 
S’incontrano tanti vagabondi in stazione,
per strada pure, e tutti in cerca
d’una destinazione che sia orgasmo:
è solo che sono invisibili ai più
raccolti come sono nelle loro case
di cartoni e stracci ed elemosine.
Si scivola loro accanto come barchette di carta,
ma guardando dentro ai loro occhi,
capisci che,
in un passato non troppo lontano,
sapevano
dove usavano nascondersi le ragazze
che sapevano ridere.
 
 
 

 

 

E UN DOLORE
 
 
 
ONDE SU ONDE *
 
Tragedia, 26 dicembre 2004, Sri Lanka
 
 
 
Amore, Amore è un dizionario di amori,
ognuno sceglie il suo [come] da un mazzo di carte truccato
 
Abbiamo visto quel ragazzo che suonava la viola in piazza
e abbiamo ascoltato la sua piaga così umana;
poi, anche noi, come tutti gli altri, ci siamo squagliati
e in uno zero ci siamo condotti per consumarci di baci e schiaffi
Però tu non riuscivi a dimenticare né il suo collo né il suo mento
 
Amore, Amore è un insieme di note a margine,
ognuno appunta e accorda la sua a caso
pescandola da un pentagramma fantasma
 
Te l’avevo detto che queste onde su onde avrebbero portato morte,
e non è servito a niente rimanere impietriti e poi gridare l’infinito:
l’Uomo Elefante ha recitato il suo barrito
e in un niente è sparito insieme a tutti i titoli di coda
Però tu non riuscivi a staccare lo sguardo dal nevischio sullo schermo
                                                                  [e dal suo tormento
 
Amore, Amore è un dizionario di amori
Amore, Amore è un insieme di note a margine
E quell’angelo di sopravvivenza in cui tu credi
è troppo impegnato a rifarsi il trucco per pensare a noi,
o anche solo al battito d’ali d’una ballerina sul Lago dei Cigni
 
Amore, Amore è la punta della mia sigaretta appena accesa
quando mi chiedi se puoi staccare una nota tutta per te
Amore, Amore è il calendario che perde i giorni
quando mi inviti a ballare l’ultimo lento per fingerci romantici
 
Te l’avevo detto che non ti sarebbe bastato
appoggiare la testa sulla mia spalla e poi piangere
 
Abbiamo visto quanto può essere crudele vivere insieme e da soli
Solo abbiamo scelto la vita da un mazzo di carte truccato
Solo abbiamo scelto la nostra nota da un pentagramma fantasma
Su questo siamo d’accordo entrambi, in questo almeno vorrei credere
 
Amore, Amore, ogni uomo ha il suo panico da sopportare e scaricare
Amore, Amore, ogni uomo è un po’ elefante e un po’ Nerone,
perciò solo ti chiedo di non domandarmi dove va a naufragare l’amore
 
Amore, Amore, ogni uomo è solo sé stesso
e non cambia perché Hiroshima o Tsunami
Ma ti prego lo stesso di non lasciarmi di te il vuoto
d’una gamba amputata
Ma ti prego lo stesso di non dire ai nostri amici
che continuo a scrivere poesie,
perché lo sai bene anche tu che non sono mai stato poeta
 
 
* (aggiunta in data 30 dicembre 2004)

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:43 | poesia | clicca per commentare commenti (42)



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