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JONATHAN AMES - IO E HENRY

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, febbraio 23, 2005

 

THE EXTRA MAN
 
 
 
JONATHAN AMES
 
 
 
E’ MEGLIO DI JEFFREY EUGENIDES

 

 

di Giuseppe Iannozzi
 

 

 
 
 
«Una voce autentica della sofferenza giovanile. Il giovane eroe antisociale di Ames è un incrocio tra Jean Genet e Holden Caulfield nell'era dell'Aids. Lo stile è la reale conquista: solido, pulito, e impassibile». (Philip Roth)
 
«Cinematografico nelle sue rapide, essenziali riprese, stupefacente per la sua autorevolezza, questo romanzo è un ritratto spiazzante e divertente di un uomo senza illusioni. Un debutto sorprendente». (Joyce Carol Oates)
 
«Era dai tempi di Harold e Maude che non si vedeva una coppia tanto bizzarra e divertente come Louis Ives e Henry Harrison». (Jeffrey Eugenides)
 
 
 
 
Dobbiamo fare i conti con “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides, ma prima ancora con “Middlesex”, per poter parlare di “The Extra Man” di Jonathan Ames. E poi, con occhio colto, guardare a Scott Fitzgerald, al suo capolavoro “Il grande Gatsby”, al decadentismo signorile che Fitzgerald diceva della middle class prima di dire di “The Extra Man”. Perché “Io e Henry” - questo purtroppo il titolo italiano del romanzo di Ames - è la ricostruzione fedele e ironica della middle class moderna, di una società ormai avviata ad estinguersi nel fuoco delle sue vanità. “The Extra Man” risale al 1998, quindi prima di “Middlesex” di Eugenides, ma senza il lavoro di Ames probabile è che Eugenides non avrebbe mai dato alle stampe il suo Middlesex.
Ames ed Eugenides, pur essendo lontani l’uno dall’altro, sono più vicini nelle speculazioni intorno alla società di quanto la critica possa credere; infatti entrambi evidenziano il decadimento, forse precoce, della società americana, quella indaffarata a correre dietro ai suoi istinti nel vano tentativo di riconoscerli e consegnarli alla storia. Anche J.T. Leroy ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Ames: se Leroy ha scritto romanzetti come “Sarah” ed “Ingannevole è il cuore…” è perché Ames aveva già detto, con consumata maestria, quanto Leroy mette nero su bianco senza grazia alcuna nei suoi romanzetti - falsamente descrittivi d’una sessualità disperata. La grandezza di Jonathan Ames sta nel disegnare un ironico Holden Caulfield che veste il reggiseno, per scherzo quasi, in cerca, sempre, di una riconciliazione con sé stesso, con una identità smarrita che mai ha avuto né nello spirito né sul passaporto: Louis Ives, personaggio principale di “Io e Henry”, è un po’ come Holden Caulfield, come lui è un ribelle, ma è soprattutto un disperato ironico che all’arte del facile travestimento preferisce opporre sé stesso. Con pulizia chirurgica, Ames rifiuta la violenza del sentimentalismo e del vittimismo, o la volgarità falsamente controcorrente di Leroy, per riallacciare un dialogo ideale con la grande tradizione letteraria americana, quella di Salinger.
Jonathan Ames mette in scena una sorta di attore, Louis Ives, uno che non ha né arte né parte, ma che sa che la vita, indipendentemente da cosa possa significare, dev’essere comunque vissuta e provata così come tutte le cose belle e brutte che essa sa riservare all’uomo, anche quando è semplice animale - segno antropologico - incapace di declinare sé stesso nel costume della società imperante. Ives non è un rivoluzionario, o un accorto miglioratore del mondo: probabilmente è “nessuno”, ma non nega il “nessuno” che c’è in lui per dirsi appartenente a una qualsiasi classe sociale solo per essere accettato dall’umanità imbelle, che scorrazza tranquilla lungo le strade di una America furbescamente pulita nell’abito da sera, ma intimamente sporca nelle mutande imbollettate. Ives è anche un po’ una specie di Orlando, un gentiluomo demodè, ma senza il pessimismo speculativo tipico di Virginia Woolf: Jonathan Ames oppone alla speculazione nichilista il virtuosismo leggero di un falso gentiluomo à la Oscar Wilde riuscendo bene a fotografare l’importanza di chiamarsi (ed essere) Ernesto e Onesto.  
La storia messa in piedi da Jonathan Ames è la sfrenata, eroicomica (dis)educazione sentimentale del giovane Louis sedotto da una Manhattan invasa da transessuali, fintamente libera nei peep show; Louis, ammiratore sfegatato di Scott Fitzgerald, è, soprattutto, un gentiluomo in ogni occasione, anche quando, goffamente, prova l’ebbrezza di indossare un reggiseno. E’ sempre onesto con sé stesso: si guarda allo specchio e comprende che è ridicolo tentare di essere una donna a tutti i costi. Ma questa sua onestà allo specchio non è completa quando è inserito nella società, in quella porzione di microcosmo che lo ospita, trattandolo da parassita; infatti è incapace di ammettere che ha dei problemi, o meglio, che la società ha dei problemi nel riconoscere la sua vera identità che neanche lui sa.
Louis Ives è un giovane professore di provincia romantico, colto, quasi fascinoso: suo unico peccato vizioso è quello di una naturale fissazione per il look e i vestiti da donna. La sua vita sarebbe stata tranquilla se non si fosse fatto sorprendere in sala professori con addosso un reggiseno sottratto a una collega. E’ costretto a lasciare la città, ad andare altrove, per tentare di disintossicarsi da sé stesso, dal suo peccato. E sulla sua strada è Henry Harrison, un ex attore, un commediografo fallito che fa da accompagnatore a miliardarie ottuagenarie newyorkesi cui scrocca inviti e favori di ogni tipo. Henry Harrison nasconde la sua età, si tinge i capelli col mascara, anche se Louis non sa come faccia, e se la spassa con decrepite squarquoie mezzo avvelenate dalla poca vita che gli resta prima di calare entrambi i piedi nella fossa. Da queste signore, Henry riceve da mangiare, qualche volta gli riesce pure di farsi vedere a teatro frequentando così l’alta società, ma nulla di più. Non chiede di più: solo accompagnare le squarquoie a cena, in ristoranti di lusso, e satollarsi pure lui. Si vende per poco, e di tentare l’azzardo d’innamorare una vecchia vedova inconsolabile non ci pensa affatto: non vuole i soldi delle vedove, perché il sacrificio sarebbe troppo grosso, sarebbe impegnare la libertà con una donna più vecchia di lui, che creperà sì, ma che non sarà immediatamente. Henry è per “meglio un uovo oggi che una gallina domani”, e le galline spelacchiate le accompagna dove loro vogliono, raccoglie le uova senza troppi inchini, e fa ritorno alla sua povertà di sempre, quella di tutti i giorni che lo vede costretto a dividere l’appartamento con Louis per riuscire a sbarcare il lunario. E Louis è una vergine suicida al contrario che Henry non sospetta, una vergine che non si dice tale e che non ci pensa affatto a tirarsi il collo per… per chi? O che cosa? No, Louis non ci pensa a far la parte del suicida, al massimo quella della vergine, ma di nascosto da Henry, perché Henry è uomo tutto d’un pezzo, un tipo vecchia maniera che non sopporta neanche Scott Fitzgerald e la sua arroganza di gentiluomo troppo perbene per esser tale.
Louis si adegua, o almeno ci prova, alla puzzolente dimora, conquistato dalla bizzarra personalità del proprietario: Henry si tiene in forma ballando pezzi di Cole Porter, lava le camicie pestandole sotto la doccia mentre si lava pure lui, adora la famiglia reale inglese e scrive opere teatrali che continua a smarrire nel caos della sua casa. A Louis piacciono le donne, ma gli piace vestirsi anche da donna, il che è un problema.
A loro modo, Louis e Henry sono due personaggi donchisciotteschi, irresistibili, perfettamente disegnati dall’autore delle “Notti newyorchesi”, Jonathan Ames, che, a mio avviso, ha superato in abilità descrittiva le nevrosi sessuali che Eugenides ha evidenziato in “Middlesex”. Eugenides ha scritto un ottimo romanzo, ma le emozioni-sensazioni da lui descritte, alla fine, hanno preso il sopravvento tracimando, abbozzando un secondo romanzo all’interno di Middlesex, un romanzo che è rimasto incompiuto e che è perfettamente inutile. Jonathan Ames è invece riuscito a concentrare in un corpo narrativo unico il corpo stesso dell’ossessione sessuale americana e dei problemi ad essa correlata.
“The Extra Man” (Io e Henry) di Jonathan Ames è il Romanzo che meglio disegna le ossessioni sessuali dell’America, il decadimento sociale ed economico dell’America, la paura di vivere ed essere sé stessi. Con ironia. Con cattiveria.
Un romanzo, per una volta tanto, politicamente (s)corretto. Da leggere, assolutamente, perché Jonathan Ames è meglio di Jeffrey Eugenides. Credetemi!
 
 
Jonathan Ames - Io e Henry - Traduzione di Gioia Guerzoni - Einaudi - Collana: Stile libero n. 976 - Pagine 357 - ISBN 8806161504 - € 15.00

 

 
IL PRIMO CAPITOLO ON LINE sul sito Einaudi
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 23:44 | recensioni | clicca per commentare commenti (14)



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