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OGNI AMORE UNO NUOVO

written by King Lear    - lunedì, marzo 28, 2005

 
 
 
Ogni Amore Uno Nuovo
 

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 

 



 
 
 
PARLANDO D’AMORE
 
a Chatterly
 
 
Parlando d’amore
ho incontrato una pietra
e la sua difesa in una piuma
 
Parlando d’amore
son caduto
e mi sono rialzato
cercando - provando -
sulle mie ginocchia stanche
quanto grande la sua pesantezza
e la sua infinita bellezza
 
Parlando d’amore
sono andato incontro a una catastrofe
 
Dovrei sentirmi pentito
E forse un po’ lo sono
Dovrei dire che è stato invano
amare e soffrire
Eppure, oggi, con le spalle al muro
so di non avere scampo alcuno
e che ancora inciamperò nei passi
d’ogni ombra che a me si dirà “amore”
Così credo, fermamente,
che farò del mio meglio per avere
e dare
Così credo, fermamente,
che l’amore è dare e non ricevere
anche se fa male
E anche se fa male
non ci posso proprio rinunciare
ad amare e a soffrire
portando la mano al cuore
e alla sfida che m’impone
 
 
 
 
 
IL SUO ADDIO
(giorno di Pasqua)
 
a Pixeleen
 
 
Presto me ne sono reso conto: i grandi mali dell’uomo derivano tutti dall’amore. Vi sembra strano? A me no. Sono invecchiato e ho consumato tanti anni e tante donne: ormai non m’attendo più nulla dalla vita, solo che la vita ponga termine a sé stessa. D’altronde un uomo come me, ormai vecchio, con la memoria labile, che cosa potrebbe ancora dare all’amore? Niente. Ottant’anni non sono pochi. Dunque, dicevo che l’uomo rovina sé stesso nel ricordo del primo amore, in quell’amore che l’ha contagiato quand’era giovane: quando si è ventenni o giù di lì; dopo la prima scopata, capita a tutti d’incontrare un amore folle, una ragazza che è ben più d’una scopata e via. E’ stato così anche per me: ho incontrato anch’io una femmina che m’ha fatto impazzire. E anch’io sono stato lasciato da lei ma non dalla sua pazzia… dalla mia pazzia. E per vendicarmi, tutte le donne che dopo di lei ho avuto le ho trattate con i guanti bianchi, ma solo per schiaffeggiarle senza che loro se ne rendessero conto. Però non è del tutto vero: ad un certo punto, alla fine, i nodi vengono al pettine, tutti - quando stai insieme a una donna, quando la tratti fintamente bene. Non avete capito? Perdonate la demenza di questo vecchio, ma è il meglio che so fare e poco mi curo dello stile; e se questi pensieri vi sembrano il vaneggiamento incoerente d’un pazzo annoiato, forse non avete tutti i torti. Però, lo stesso io vi invito, con insistenza, a non lasciare vagare altrove i vostri occhi: continuate a leggere, poi, forse, anche voi comprenderete il significato estremo che le mie parole racchiudono oltre le parole, oltre quello che ora voi dite vaneggiamento.
 
Ero giovane e arrogante, sicuro di me stesso. Lei era bella e non mi fu difficile amarla per la sua bellezza; ma poi la sua pazzia rapì la mia - la mia pazzia - e in lei essa diventò necessità di tenerezza. Ero in trappola, ma troppo innamorato e tenero perché potessi rendermene conto. I giorni trascorrevano veloci e ogni dì era una primavera anche se fuori era la tempesta ad imperversare. Tra gli alti pioppi c’incontravamo, fra quelle fronde ci nascondevamo al mondo e mentre lo stormire del vento cantava per noi tra le foglie una melodia di magia, noi consumavamo ogni nostro ardore e lo mischiavamo subito all’eco delle foglie a tremolare sui rami. Si stava bene insieme ed erano tutti invidiosi di noi, proprio tutti, anche chi non ci conosceva e nulla sapeva di noi.
E poi tutto finì. Venne il giorno di Pasqua, e lei mi lasciò: solo come un cane rimasi a sedere sui gradini della Chiesa e bestemmiavo e piangevo e ridevo. Ero il più disgraziato degli uomini, almeno così mi pensavo a quel tempo. Ero giovane e l’abbandono non l’avevo proprio contemplato. Non ci fu una vera ragione per cui mi lasciò, lo ammise lei stessa quando mi diede l’ultimo bacio. Solamente mi disse che ero un ragazzo dolcissimo, e addio; poi, quasi pentita d’avermi detto così poco, in un sussurro specificò che non m’avrebbe dimenticato mai e che ero stato il suo amore, quello più grande. I fatti, non molto più tardi, tradirono quelle poche parole che mi lasciò in eredità nell’addio, perché la vidi abbracciata ad un altro e nel giro di tre mesi sposata con l’abito bianco. La mia Cristina non era più mia, neanche nel sogno o nella fantasia, o nella tortura dei miei pensieri di pensarla ancora mia nonostante tutto. Mi lasciò e cadeva proprio il giorno di Pasqua: osservai uomini e donne felici uscire dalla chiesa passandomi accanto, senza degnarmi d’un solo sguardo. Le mie lagrime non commuovevano proprio nessuno, e neppure le mie bestemmie: era come se a tutti fossi invisibile, per tutti non avevo neanche la consistenza d’un’ombra. Rimasi seduto sui gradini della Chiesa. Poi scese il crepuscolo, e a quel punto ogni mia residua - vana - speranza s’era completamente dissanguata; non avevo neanche più la forza di piangere o bestemmiare contro la crudeltà di Dio che per me aveva preparato un così triste giorno.
Per distrarmi da me stesso mi gettai in politica: fui anarchico, socialista, comunista, nazionalista, e poi fui di nuovo anarchico e comunista, e con ogni partito ebbi a menar le mani. Fece presto il mio furore politico a stemperarsi e, alla fine, la mia bandiera fu la più totale indifferenza per ogni cosa che m’invitava a stare a destra o a sinistra o al centro o nel niente. Tornai a guardarmi intorno per un nuovo amore. E lo trovai e lo modellai su Cristina: la mia nuova compagna era forse la più bella del Paese, però io sempre avevo in testa lei e solo lei, Cristina. La trattai coi guanti bianchi Maddalena, e dopo un anno che restammo insieme, Maddalena m’allungò un ceffone con le lagrime agli occhi. Ci lasciammo, ma non provai alcun dolore. Ero tremendamente felice d’averla fatta soffrire. Seguirono molte altre ragazze nel mio letto, e una divenne mia moglie: due anni insieme e divenne la mia ex. E anche questa volta non provai alcun dolore. Mi risposai subito, con un bionda mozzafiato che non parlava affatto la nostra lingua: la incontrai e l’amai per la sua bellezza e solo per quella la volli tutta per me. Mi amò profondamente, visceralmente, mentre tentava d’imparare l’italiano, una lingua assurda per lei che era norvegese. Quando m’accorsi che di me non poteva più fare a meno, così, su due piedi, crudelmente, le dissi che non l’amavo più. E lei capì. Si tagliò le vene. Andai al suo funerale e nei miei occhi neanche l’ombra d’una lagrima.
Gli anni Sessanta furono assai turbolenti ed ebbi solamente donne o profondamente ricche o squattrinate, ma per una notte o due, non una di più. Durante gli anni Settanta incontrai Cristina: era più vecchia di quando mi disse addio, ma io vedevo ancora in lei sempre la mia Cristina, per me era bellissima e di più. Non m’accorsi che sul suo volto c’era già l’ombra della grande falciatrice. A metà degli anni Settanta, un amico mi comunicò, non senza un certo imbarazzo, che Cristina era morta e aveva lasciato due figlie e un marito disperato. Non piansi. Ringraziai l’amico, gli strinsi la mano, e tornai ai miei affari: raccolsi da terra una cartella con delle carte e in quel preciso momento compresi che ero morto, che io ero morto completamente, più di Cristina che ormai giaceva in decomposizione nel ventre della fredda terra. E piansi, cadendo in ginocchio. Piansi fino a consumarmi. Fu terribile. Lasciai morire ogni mio affare, e per mesi non uscii di casa. Tornai a vivere, ma non ero più io. E tornai anche a incontrare donne e ad andarci a letto. Mi sposai un’altra volta: due giorni dopo le nozze eravamo già ai ferri corti, e passata che fu una settimana, ecco il divorzio.
 
E la incontro: camminavo ed eccola di fronte a me. Era lei. Non avevo alcun dubbio in merito. Era Cristina, quella mia. Ed era giovane, giovane proprio come in quel lontano giorno che mi disse addio. Il cuore, tanta fu l’emozione, mi si fermò in petto per almeno due battiti. L’avvicinai. Non c’era dubbio alcuno che fosse la mia Cristina. Le sorrisi, levandomi il cappello, lasciando libera la folta brizzolata zazzera di spettinarsi al vento. E lei scoppiò a ridermi in faccia. Rideva di me. Non ebbi il coraggio di dirle niente: rimasi semplicemente imbambolato davanti a lei che rideva e rideva. Ma ero felice: la sua risata, anche se in segno di profondo scherno, mi fece comunque felice, folle, folle come quand’ero giovane. Poi si allontanò ed io rimasi a guardarla in lontananza.
M’informai sul suo conto e scoprii che era la figlia, la prima e la più grande, della mia Cristina. E pure lei si chiamava Cristina. La volevo. Avrei dannato l’anima all’inferno pur di averla. Cominciai a frequentare tutti quei posti dove lei amava recarsi, e dopo due anni di inutile corteggiamento, finalmente s’accorse di me e mi rivolse la parola: “Io so chi è Lei. So tutto di Lei. Se ne vada via per sempre, per sempre dalla mia vita. Addio.” Morii un’altra volta.
 
Oggi sono qui: Cristina, la figlia della mia Cristina, ha una sua famiglia, è felice e in buona salute. E io sono vecchio e solo. La domestica mi disprezza profondamente, ma non può fare a meno dei miei soldi e non può permettersi un lavoro diverso non avendo né istruzione né intelligenza dalla sua.
Oggi è Pasqua e spero solamente che Dio abbia un minimo di misericordia, spero che mi sbatta all’inferno o in paradiso: per me non farà alcuna differenza. Dovunque andrò a finire, per me non ci sarà mai pace. Anche se so che paradiso e inferno non esistono, dovunque andrò, io non avrò mai pace. Finirò sotto due metri di terra e basta? Sarò senza più né un’anima né un cuore in petto né un cervello pensante? Bene, io non avrò pace, non ce l’avrò mai, perché sono già morto… sono morto nel suo addio. Questo lo potete capire anche voi, adesso. Sono il più disgraziato degli uomini, così mi penso ancora oggi; e almeno in questo sono stato onesto con me stesso.
 
 
 
 
 
LATITANTE COME ME
 
a Giada Preziosa Perlina
 
 
Convertito io?
No, solo mi sono pervertito
Ed è un po’ diverso
Il mio dio non sta in cielo
E’ umano e latitante come me
Spara cazzate ad ogni ora
Poi si fa la barba con un rasoio di ruggine
e rutta e scoreggia un giorno senza fine
 
No, non mi sono convertito
Sempre mi prendo il mio
e non busso alle porte
per un soldino o un santino
Solo mi guardo d’attorno
Qualcuno cerca scampo alla morte
Qualcun altro alla vita
E non so dire davvero chi più saggio
e chi invece semplicemente coglione
 
Prendi le mie grosse mani nelle tue,
scoprirai che sono sporche d’antracite
Bacia la mia grande allegra bocca,
scoprirai che ho l’alito pesante di barbera
Guardami dritto negli occhi neri,
scoprirai che gridano ancora
‘Hasta Siempre Comandante Che Guevara’
E poi guardami nelle tasche fino in fondo,
scoprirai che non ho due tessere
per mangiare alla mensa
ma solo quella del partito mai tradito
Semplicemente scoprirai che sono rosso
Semplicemente scoprirai quel che già sai
 
Mi sono solo pervertito alla verità
E’ umana, è di terra e di morte
E’ fallibile e fuma un sigaro cubano
 
 
 
 
 
SIMONE E MARIANNA SIRCA
 
a Mara
 
 
Amore mio,
ci siamo cascati dentro all’amore
E’ stato il nostro primo e ultimo errore
e ci ha legati l’uno all’altra per sempre
 
Difenderai come allora il mio pugno di sabbia
o lo porterai sul tuo cuore perché sia cenere
alla cenere?
 
Amore mio,
quante stagioni hanno accolto i nostri pianti
e quante le nostre risate? Non oso confessartelo
Ma le tue lagrime di stelle, ma le tue risate di cielo
io non le ho dimenticate e ancora aspetto
che la tunga si apra a noi per una nuova verginità
 
Amore mio,
il sole muore e la luna si fa sua compagna
Io vagolo e di nascosto vengo a bussare alla tua porta
Ho cacciato un cinghialetto, mi sono fatto colpevole per te
Ma ora che muoio con una pallottola in corpo
capisco che ti fu impossibile amare i miei occhi
e la povertà che riposava dentro alle mie tasche
 
Se solo difendessi il mio pugno come allora!
 
Un tempo ci credevi
che avremmo avuto il coraggio d’amarci
Ed invece ora solo stringi la mia mano che si spenge
in magrezza nella tua che è di vita calda e colma
Ed invece ora solo mi vedi qui disteso in questo tuo letto
a tirare fuori dal petto l’ultimo respiro che s’arrende
sotto la benedizione d’un miserrimo prete tanto stanco
 
Amarci fu il nostro amore, fu la nostra morte
E domani sposerai un altro che avrà i miei occhi
E forse sarai felice, di più che non se fossimo restati
legati l’uno all’altra nella vita
 
Ma io ancora aspetto nel freddo balsamo della tunga
che una nuova verginità si apra a noi e ci porti a noi,  
perché l’amore è stato il nostro primo e ultimo errore
e ci ha legati l’uno all’altra per sempre, nella morte
 
 
 
 
 
SINISTRO COMMESSO VIAGGIATORE
 
a VoglioTuttoENiente
 
 
Sono solo un commesso viaggiatore, uno dei tanti. Mi porto il mondo addosso e qualche volta mi riesce pure di nasconderlo dentro alla valigetta che sempre tengo legata al mio polso sinistro. Qualcuno, sfiorandomi con lo sguardo, dice che sono alquanto sinistro e che non ispiro molta fiducia. Eppure nessuno può fare a meno di riconoscere che quando prendo a parlare ci so davvero fare: lascio sempre tutti i miei clienti a bocca aperta. Sono un commesso viaggiatore, vado a trovare tante persone nei punti più disparati di questo mondo. Una casa non ce l’ho e neppure una donna. Non ho legami. La mia carta d’identità ha solo una fotografia consumata, indecifrabile. Non mi lamento mai ad alta voce: con il mestiere che faccio non mi posso permettere confidenze urlate o confessioni. Ho imparato che nella vita è importante come e quanto sai vendere: se non c’è niente da dar via, io lo dò via comunque e sempre.
 
Ho comprato l’anima del Diavolo: alla fine s’è arreso alla mia insistenza, alla mia lingua biforcuta, e ha preso la strada della pensione o quella del paradiso - ma, sinceramente, non m’interessa granché sapere che fine abbia fatto adesso che un’anima non ce l’ha più. La prima volta che lo incontrai era uguale spiccicato a me. Voleva la mia anima. Parlava tantissimo e ad ogni sentenza, che sputava dalla bocca sulfurea, non mancava di ricordarmi che ormai da tempo s’era adeguato ai tempi moderni: “Adesso faccio sia le pentole che i coperchi.” Così sentenziava con amore - con amore infernale -, poi il suo miglior sorriso; tuttavia non sapeva ancora con chi aveva a che fare. Gli tirai fuori il mio sorriso, quello migliore, e poi, subito, ho aperto sotto ai suoi occhi la mia valigetta; lui ci ha guardato dentro, ha raccolto una copia sgualcita de “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, l’ha soppesata e l’ha tenuta fra le mani e l’ha sfogliata. Impallidì, divenne bianco come un cencio.
Raccolsi la sua anima, e lo lasciai a piangere in silenzio. Prima di lasciarci, definitivamente, mi ha solo guardato con i suoi occhi spenti. Ho ricambiato il suo sguardo, ma gridandogli addosso che il Paradiso può attendere. Lui ha scosso la testa, semplicemente. Era già in pensione nel momento in cui gli davo le spalle per non incontrarlo mai più sulla mia strada.
 
Il mio aereo vola al di sopra delle nuvole: ho un posto accanto al finestrino, ma non c’è nessuno a tenermi compagnia sul posto vuoto di fianco al mio. Non m’interessa. L’aereo è pieno di possibili clienti. E’ solo che in questo momento non ho troppa voglia né di sorridere né di parlare. Ma poi un’hostess mi scuote: la fisso con occhi di fiamma, e lei non fa una piega. Ed allora parlo, perché lei mi si offre spontaneamente, o quasi. Le dico, a bruciapelo, che mi sento tanto tanto solo. E lei è l’unica che può sentire la mia voce. Mi alzo e seguo il suo bel culetto tondo. Sarà difficile farlo con la valigetta legata al mio polso. La seguo e lei lo sa che sta per darmi quello che ogni uomo vuole per sé: l’anima. E lo sa che dopo la venderò al migliore offerente, perché il mondo è assai scarso d’amore e ne vuole sempre di più. Sono solo un commesso viaggiatore, uno dei tanti; però posso offrire al mondo intero tutto l’amore di cui ha bisogno, anche se lo vendo solamente al migliore offerente. In pratica, è questo il mio diabolico segreto. Ma molto più spesso vendo il niente al migliore offerente. E’ questo il mio simbolico segreto. E lascio sempre tutti - proprio tutti - a bocca aperta. Sono semplicemente un commesso viaggiatore e mi porto il mondo addosso; e quando mi sento in vena di dispetti mi riesce pure di nasconderlo dentro alla valigetta che sempre tengo legata al mio sinìstro polso.
 
 
 
 
 
FRAGILI SIAMO
 
a BB2004
 
 
Fragili siamo, sempre, quando la carezza
d’una vagabonda piuma la raccogliamo in grembo
o la prima pietra dalla mano lontano la scagliamo
al di là delle umane ingiustizie
 
Sì, tu ricordi gli orti e com’erano verdi al sole
Sì, tu ricordi com’era bello perdersi fra i filari
e poi restare affannati e nascosti a fare all’amore
perché la vita fosse almeno parvenza d’eternità
 
Cristo è morto, Cristo è risorto: ma dove?
Tra le mani solo stringiamo un vento di parole;
e davanti al fuoco, per confortarci, restiamo
a raccontarci fole, scherzandoci su
perché noi mortali siamo e siamo quaggiù
 
Fragili siamo, sempre - adesso
Però l’amore lo tentiamo a nostra somiglianza
con la forza dei nostri lombi, dei nostri cuori
che batteranno all’infinito finché vita ci sarà
da donare alla solitudine che ci portiamo appresso
 
 
 
 
 
NELL’OMBRA
 
 
Nell’ombra nuove gioie cospirai,
ma di cuore mai m’ammalai.

 


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:23 | poesia, racconti | clicca per commentare commenti (44)



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