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BREAVMAN - L'UOMO BREVE

written by King Lear    - sabato, aprile 30, 2005

Breavman - Copertina dall'Album "The Future" di Leonard Cohen

 
L’UOMO BREVE



(BREAVMAN)
 
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 




 
 
A Cristina, 1973 - 2002
 
 
 
 
 
 
“I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è quello che succede quando la parola si fa carne.
E’ facile esibire una ferita, le orgogliose ferite di battaglia. E’ difficile mostrare un foruncolo.”*
 
 
 
 

 
 
In una bara di sperma riposa la tua anima.
Capisco. Le donne sono rose, ma la notte è lunga e le sconfigge nel corpo quando amano un uomo.
Tornare indietro non è possibile.
Un cigno nero, tanto umano, grida il nome di Rimbaud, angelo caduto.
Qui si soffoca: il letto disfatto e la forma della tua assenza, cosa significano?
Le onde del destino hanno fotografato la loro immobilità nel presente.
Non cambia niente mai, ma tutto cambia sempre. Ma non mi chiedete perché.
…perché faccio questo tormento mio.
Il crocifisso d’oro è ruggine fra le mie mani, un fantasma tradotto in ricordo.
La luce muore. Il buio muore. Tutto muore. Tranne il ricordo di te.
Capisco. Le donne sono donne. Non c’è niente da capire.
Ma la porta aperta rimane come ieri e l’altro ieri.
Tornare indietro non è una porta aperta. Non solo.
Questa violenza che m’assale e si mortifica nell’assenza di passione, questa violenza è una cicatrice ridicola.
Dicesti: “Vado via.”
E io: “Un momento. Resta!”
Arrestate battute per un amore che spaventa la mente ma non il cuore.
Amore cerebrale fu. Forse solo questo. O forse, ancor meno.
Cannibali a letto, romantici a passeggiare mano nella mano immaginando Parigi, nostra città sotto la pioggia. Non era vero.
Violentati, stuprati, sodomizzati, sbranati in reciproche carezze. Un film che ho già visto questo, il nostro amore. O il nostro odio.
 
Piangesti quel giorno di primavera: fuori nasceva la vita, mentre io accendevo un’altra sigaretta. Nudo alla finestra spiavo il mondo di fuori, mentre tu respiravi il sudore del consumato accoppiamento.
Che musica triste! Sul piatto, un disco graffiato dalle nostre unghie, suona Janis Joplin. E’ tanto triste saper che la morte è improvvisa proprio quando hai deciso di darci un taglio.
‘Amami come una illusione!’ - pensavo. ‘Amami quando non sarai più!’
 
Una pioggia di foglie scivola via. L’autunno.
Non c’è redenzione. Non c’è comunione. Non c’è l’esistere. E tanto fa.
Penso sempre alla primavera, alla nostra ultima stagione.
Le gengive sanguinano il mio fantasma mentre mi guardo allo specchio.
E tu ritorni come una danza macabra, come un simulacro dentro al mio annientato “Io”.
E tu ridi. E tu piangi. E tu sei ancora primavera in autunno.
E tu corri le scale. Le garrule risa appartengono a un tempo indeterminato.
Non so più se il passato è l’oggi, non so più se passato e presente si sono accoppiati tanto tempo fa.
Dicesti, dicesti parole su parole, tutte vomitate con panica gioia.
Ti stringesti a me perché non c’era altro a cui aggrapparti. Ti stringesti col calore del tuo corpo al mio, ma io tremavo il freddo intero di questo mondo. Slegasti il tuo corpo dal mio. Tremasti come me, poi accendesti una sigaretta rubata dal mio pacchetto dimenticato accanto ai preservativi.
Avevi paura di me o per me?
Avevi paura di te per me?
Oh, non fa differenza a questo punto.
La morte è sempre improvvisa quando hai deciso che sarebbe stato l’ultimo buco.
 
Hanno sganciato un’altra bomba qui, qui ad Utopia. E si muore come si nasce in qualsiasi altro dove.
Ci siam detti immortali.
Ma era una bugia alimentata dai nostri baci come morsi.
Troppo affamati, troppo coglioni, troppo noi stessi, noi guardavamo alla forma e mai alla sostanza.
Hanno sganciato un’altra atomica mentre masturbo la realtà del mio sesso. Chiuso in questo cesso di merda, che non vale una pera senza di te, leggo le cicatrici del corpo dall’inguine in giù.
Ma il conto non torna mai.
Te lo dicevo spesso che non cambia mai niente. Ma un’altra vita se n’è andata.
Amore, mio tenero rimbaud caduto, non è servito stringerci forte la notte per mischiare i nostri fiati.
E’ stata una pena perderci fianco a fianco, dormire e non dormire, giocare a fare la vita.
Larmes et sanglots, mio tenero angelo drogato.
La cascata di miele dei tuoi capelli a coprire la maschera di panico della mia faccia, l’acidità della tua bionda figa sulle mie fameliche labbra, il seno in fiore succhiato dalla mia infantile voracità, il velluto delle tue gambe a stringere l’assenza della mia anima capovolta nella tua, il calore del tuo ventre affamato tanto simile al mio, la curva dolce della tua schiena graffiata dalla mia rabbia, la tenerezza del tuo collo di cigno scosso dall’imminente orgasmo, e la paura nei tuoi occhi neri come la notte affogata nel buio eterno dell’inconoscibile. Tutto questo, tutto questo, tutto questo, sì, è parte di me. Ma allora non capivo il significato dell’innocenza sconfitta dalla maturità, che tutta si spiega per mezzo del NIENTE.
Larmes et sanglots, mio infido angelo di vendetta.
Le tue spalle d’alabastro singhiozzano ancora i miei baci, i miei morsi.
I tuoi occhi, la tua bocca, il tuo naso, i tuoi orecchi, erano la maschera che usavo metter sulla mia.
Alle volte nutro il sospetto che la tua assenza sia stata progetto d’un tuo progettato dispetto!
 
E’ di nuovo quello scocciatore che conoscevi bene anche tu. E’ alla porta. Bussa con insistenza.
Vuol vendermi la felicità. La grida da fuori perché i pochi ancora vivi possano sentire la mia vergogna e scaricarla addosso a te. Grida forte per i pochi di fuori, ma io non apro, perché quei pochi, una volta aperta la porta, si moltiplicherebbero in molti, e tutti si riverserebbero nel nostro nido di morte.
Vorrei che sempre e per sempre le onde del destino fotografassero la loro immobilità nel passato, perché solo così ancora potrei stringere la morta freddezza del tuo corpo fra le mie braccia, dentro di me in eterno.
 
Arrivammo qui con le nostre speranze. Un cartello di sangue ci dava il benvenuto ad Utopia.
Qui eravamo sicuri di ottenere la nostra libertà.
Qui eravamo certi di vivere a modo nostro senza mortificarci sotto il peso del pregiudizio che abbiam conosciuto come “io perso, tu persa, che cazzo ci fate a questo mondo?”
Ma un posto vale l’altro. Solo ora riesco ad ammettere questa verità.
La guerra è anche qui. Ma noi l’abbiam accecata con le nostre illusioni e abbiamo costruito ‘sta cosa orrenda che doveva essere la nostra casa.
 
“Aspetta!” Era un ordine della volontà, della mente e non del cuore.
Ma tu andasti via fra le mie braccia e io succhiai l’ultima lagrima di sangue sul tuo braccio mortificato a morte dall’ago fatale.
E’ l’eco della mia mente di ieri a farmi male. Non il cuore.
Solo un milione di baci fa, tutto questo accadeva.
Solo un milione di morsi fa, tutto questo si consumava.
 
Continua a bussare contro la porta. E’ un fottuto stronzo! Non ho cambiato opinione: lo dicevo sempre anche a te che quel pezzo di merda ci avrebbe messi l’uno contro l’altra.
Già allora voleva vendermi la felicità.
Una volta sola ho commesso l’errore di aprirgli la porta.
E s’è cacciato nella nostra vita.
Ha cominciato a dire che tu eri morta e che io non lo sapevo.
Ha detto che ero stato io a non accorgermi dell’infelicità che nell’intimo covavi.
Ha detto che era solo colpa mia se non volevo essere felice.
Ha detto che era una questione di realismo.
Ha barato, ha usato il realismo che non ho mai capito per mettermi fuori gioco. E fuori gioco io, fuori gioco anche tu.
Ha detto quel che ha detto.
E tu mi sorridesti come sapevi fare.
E tu accettasti, perché per una volta non poteva esser male.
E tu ti bucasti.
E io ti ho vista viaggiare. E io non ero con te occupato com’ero a farmi il mio di viaggio.
Ma tutto era già cominciato prima che ci incontrassimo. Di questo ne sono sicuro.
Eri già fatta prima che i nostri sessi si congiungessero per partorire orgasmi di morte, ma tanto, tanto dolci.
 
Adesso guardo la finestra e il quadro della realtà che racchiude dentro di sé.
E’ diventato il mio gioco preferito. Guardare.
 
Adesso guardo lo specchio e i miei denti precipitati nel riflesso.
E’ diventata la mia perversione preferita. Studiarmi.
 
E’ ruggine il crocifisso d’oro che portavi al collo e che tanto amavi.
No, G-D** non ti ha salvata.
 
E’ ruggine persino l’illusione che un tempo nutrimmo, credendo che insieme ce l’avremmo fatta.
E’ ruggine il mio fantasma inchiodato alla croce, la croce che baciavi per amor d’un’insana fede in non-so-che-cosa.
Ma ci siamo solo fatti, qui ad Utopia.
 
E’ ruggine la mente.
E’ ruggine il tempo.
E’ ruggine il passato.
E’ ruggine il presente.
E’ ruggine la ruggine.
E’ uno stupro riconoscere tutto questo.
 
Amore, fragile rimbaud caduto, angelo fottuto dal mio amore, devi sapere che oggi il tempo ha ripreso a scorrere. Mi sono immaginato tutto. E’ cambiato tutto quando mi sono svegliato.
E’ stato sufficiente smettere per una volta sola, e tutto è cambiato.
Il tempo scorre via e lo spazio è quello che il mio corpo invade fuori dalla finestra.
Le onde del destino fotografano il futuro. E il passato non è mai stato così passato.
Sarà perché oggi guardo alla sostanza e non più alla forma.
Sarà perché per una volta sono un po’ più lucido del solito, ma ho ancora dimenticato di chiudere la porta che tu sai.
Sarà perché tutto intorno a me è un giardino di pietre ordinate con i loro epitaffi.
Sarà perché il sentore di marcito dei fiori sfioriti a riposar sulle tombe invadono come tempesta tutti i sensi.
Sarà perché nelle vene circola il puzzo della morte che respiro a pieni polmoni.
Sarà questa pioggia che non spazza via il marciume depositato sulla tua tomba.
Sarà questo vento che rincorre se stesso - mi avvolge come freddissimo sudario invisibile.
Sarà perché ho smesso di giocare il mio gioco preferito.
Ma adesso piango in ginocchio abbracciando la tua tomba.
Sarà perché sto venendo mentre lascio che le lagrime piovute dagli occhi si mescolino alla pioggia.
Sarà perché ormai capisco di non poter più fare niente per te.
Sarà perché ormai posso solo continuare ad esistere nella sostanza della tua assenza.
Sarà perché sei più viva da morta che non da viva.
Sarà perché non c’è un perché.
Sarà!
 
Sto fuggendo da Utopia.
Ho lasciato la porta aperta, perché non si sa mai.
Ho schizzato il cesso con il mio seme, ancora una volta: adesso è più bianco di quanto ce lo siamo immaginato ieri.
La tua anima riposa in una bara di sperma, questa è la sostanza.
Il letto non conserva più la tua impronta, perché era solo forma.
Ma la porta è aperta, aperta perché non si sa mai.
Le luci corrono veloci nella notte e sono la mia compagnia.
L’eco della Joplin si sente ancora. Ma è lontana, e io vado via.
Vado via da Utopia. Mi porta via una cazzo di macchina del futuro.
Sai, angelo caduto, amore mio, fragile rimbaud, non ti ho mai dato abbastanza.
L’amore cinico mi fa dire cose che non vorrei pensare, eppure sto meglio adesso che non ieri.
E’ una cicatrice ridicola che ho gonfiato fino all’inverosimile.
E’ ancora buio. La notte continua a morire nel buio vizio di se stessa.
Ma, prima o poi, si sgonfierà.
Un abile artista muterà la cicatrice in un NIENTE, o forse ne farà materia artistica.
Mio infido angelo di vendetta, tu, tu vivrai ma solo come fantasma lontano dalla mente e dal cuore.
Ed è come dire che più non vivrai.
Sì, più non vivrai in me.
L’ultimo buco non è mai l’ultimo fino a quando il cigno non morirà, questo l’ho imparato.
E tu non avresti smesso per me, con me.
Il destino, o il caso, ha deciso chi doveva restare. E ha deciso. Questo lo sai bene, anche se la morte t’ha privata della coscienza. Io so che tu lo sai.
Sì, più non vivrai in me.
Lascio libero il tuo simulacro inciso nella mia mente, lo lascio libero di andarsi a scopare qualcun altro.
 
Più non vivi in me.
Più non sei parte di me.
Più non sei.
 
E io sono.
Accendo la prima sigaretta. La fiamma dell’accendino apre la strada che si perde nella luce di questo infinito orizzonte che non so.
Io sono la primavera che viene… che viene… che viene… a spargere dentro a Gea il seme.
Già, è proprio così. Io sono il poco che sono, l’uomo breve.
Solo Breavman…*** tutto il resto è un gioco.
E’ stato un gioco perverso per accedere al futuro.
Che il futuro sia breve, poco importa, perché una vita è sempre troppo lunga anche quando è destinata ad esser breve.
Il Verbo è la Carne. E la Carne sarà l’ostia che domani ancora proverò lontano da Utopia.
 
L’uomo ha creato D-O per dar concretezza a se stesso, alla fragilità della Carne.
Altro non so.
 
Addio amore!
Addio odio!
Addio all’Addio!
 
 
 
 
* My Favourite Game - Leonard Cohen
 
** G-D: non è un refuso: sottolinea che Dio è solo una invenzione, un fantasma che gli uomini gridano, bestemmiano, invocano, pregano.
 
*** Breavman è il personaggio principale del romanzo di L. Cohen, “Il gioco preferito”: si legge così come si leggerebbe brief man (uomo breve).
 

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