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ANIME SALVE, ROMANZO IN PROGRESS - CAP. IV

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, luglio 29, 2005


Anime Salve, un romanzo in progress di Giuseppe Iannozzi


 

ANIME SALVE
 



CAP. IV


 
di GIUSEPPE IANNOZZI
 
 
 
 




______________________________________________
 

Avvertenza:

 

Questo è un romanzo in progress, una bozza. Lo pubblicherò a puntate su questo blog, ovviamente solo se qualche lettore si dimostrerà interessato, altrimenti tornerà nel nulla, che è poi il luogo che più gli conviene.


Info essenziali

indice di affidabilità: 6 (forse sono stato troppo generoso con me stesso)

stato: bozza passibile di drastiche modifiche

 

Giuseppe Iannozzi


CREDITS:


>>>
Un grazie particolare, di tutto cuore, all'Amico TRESPOLO (LA TESTA DELL'ACQUA)
, che ha individuato con pazienza certosina alcuni refusi nei capitoli sino a oggi qui postati.
I refusi sono stati oggi corretti su tutti e quattro i capitoli.
(Torino, 30 luglio 2005)

Come segnalato nell'Avvertenza, il romanzo è in fase di bozza e qualche refuso può scappare al mio vigile occhio, ma è anche grazie ad Amici come TRESPOLO che il romanzo in progress, "ANIME SALVE", diventa, giorno dopo giorno, se non perfetto, almeno pienamente leggibile, forse godibile. 

Giuseppe Iannozzi <<<



LEGGI ANCHE

IL PROLOGO
IL PRIMO CAPITOLO
IL SECONDO CAPITOLO

IL TERZO CAPITOLO



______________________________________________

 

 
 
4. STORIE DI ORDINARIA FOLLIA
 
 
Dopo la storiaccia con Faccia di Tolla, non ho fatto molta strada, nel senso che mi sono sempre trovato a dover fare i conti con gentaglia simile, almeno per buona parte della mia vita. Gli anni Ottanta, culi e tette in TV a parte, sono stati un disastro non solo per me, ma per tutti. Sentivo parlare della crisi del settore automobilistico e che i cassintegrati erano ai ferri corti coi padroni e che i sindacati non sapevano più che pesci prendere, perché se continuava l’insoddisfazione l’Italia sarebbe insorta di brutto. Di fatto non accadde: la guerra civile non c’è stata, gli italiani sono stati rabboniti con altri culi e tette virtuali e la disoccupazione ha continuato a crescere in modo esponenziale al numero di reggiseno delle maggiorate sempre più puttane in TV.
Nell’Ottantacinque avevo più o meno vent’anni, perché la mia data di nascita non l’ho mai saputa con precisione; comunque non è poi molto importante, può darsi che fossi più giovane o più vecchio, però io mi sentivo come un vecchio stanco d’esser vecchio. Anch’io, come tanti altri, ho cercato di trovarmi un posto in fabbrica, foss’anche per un paio di mesi soltanto, giusto il tempo di raggranellare un po’ di spicci, ma di fare l’operaio manco a parlarne. Dovunque mi proponessi non mi chiedevano neanche il nome, il che ha tolto molti dall’imbarazzo di scoprire che io non ho avuto mai una identità anagrafica ma solo una biologica e forse neanche quella perché un bastardo è un bastardo e non gode di una identità, men che meno di una fittizia. Comunque, per natura, non sarei mai stato capace di stare sotto padrone: se mai avessi trovato un’occupazione in fabbrica, sarebbe andata a finire male o per me o per i miei aguzzini. Così, alla fine, per racimolare un po’ di grana prima che la vita mi desse il giro di vite, mi sono risolto a continuare portando avanti la sana abitudine d’esser ladro dove potevo e anche dove no. Ma anche l’arte del ladro negli anni Ottanta era poco redditizia per quelli come me: la crisi aveva investito un po’ tutti e non c’era davvero di che stare allegri. Una volta ho strappato con tocco di velluto un portamonete ad un tizio che dall’aspetto pareva proprio un signorotto; e la mia sorpresa è stata non poca cosa quando l’ho aperto e dentro c’ho trovato un paio di monete da cinquanta lire, la foto della famiglia e un assegno di disoccupazione che ovviamente non potevo riscuotere. Mi sono sentito di merda e un merda. E’ proprio vero che l’abito non fa il monaco. Si può dire che per buona parte degli anni Ottanta la mia attività di ladro per sopravvivere si ridusse al minimo se non a niente. Volente o nolente, sono stato costretto ad accettare un posto come lavapiatti in un ristorante cinese dove il puzzo di pesce era infernale e dove i musi gialli mi davano addosso con risi di scherno indecifrabili. La notte dormivo dove capitava, il più delle volte alla stazione: mi sfilavo le scarpe e le usavo come cuscino, perché se non avessi fatto così, mentre dormivo con un occhio aperto e l’altro chiuso, avrei corso il rischio che un morto di fame come o peggio di me mi spogliasse di tutto, pure della vita. Per coperta avevo tutti i giornali che volevo e la stazione non era avara di mozziconi di sigaretta di tutte le marche, il problema era solo accenderli. E a me di chiedere il fuoco a qualcuno proprio non andava giù. Comunque dormire all’aperto non m’ha mai disturbato, anzi è sempre stato il meglio per me. Ricordo che quand’ero nella comunità degli anarchici dormire nel camper mi dava fastidio non poco, perché mi sembrava proprio d’esser stato cacciato dentro a una prigione.
M’ero stabilito nella periferia genovese e il mare si sentiva lontano un miglio che c’era insieme a grida e pestaggi vari. Coi musi gialli non c’era giorno che non si litigasse: o erano loro ad attaccare briga o ero io che m’ero alzato colla luna storta. Per fortuna, o sfortuna, le nostre differenti lingue non ci davano modo di capire con sicurezza cosa pensassimo e cosa ci si diceva alle spalle o in piena faccia. Ma non per questo non siamo venuti alle mani, anzi. Però i cinesi avevano un loro codice d’onore anche quando ti prendevano per il culo: con loro non ho mai provato il desiderio, o meglio la necessità, di suonargliele di santa ragione, perché una volta che ci si batteva corpo a corpo, il giorno dopo l’avversario era un altro muso giallo. Una volta che li pestavi tutti e tutti avevano pestato o tentato di, allora i conti si potevano dire pari e si riusciva persino a convivere in pace. Solo in un’occasione che mi sono rifiutato di fare lo straordinario, un cinese mezzo pazzo m’ha minacciato col coltello: non avrebbe mai dovuto farlo, perché poco c’è mancato che glielo piantassi nella gola. Il muso giallo m’è diventato bianco come un cencio e non c’ha mai più riprovato a chiedermi di fare gli straordinari. Ho tenuto il posto di lavapiatti per poco più d’un mese, di più non ce l’ho fatta: lavare i piatti degli altri è già umiliante, figurarsi per uno spirito libero come me. Ho preso il magro stipendio in nero e non mi sono mai fatto più rivedere da quelle parti.
Decisi che era il caso che me ne andassi a fare un po’ di turismo sessuale, ma prima volevo togliermi uno sfizio. Con Francesco, a Bologna, avevo avuto la mia prima lezione di storia e di Genova non sapevo un cazzo. Quindi decisi che forse era il caso di prendere delle informazioni. In biblioteca non ci potevo andare: uno come me non si è mai potuto permettere una tessera per prendere dei libri in prestito dalle biblioteche comunali. Decisi che la cosa migliore da fare era trovare una libreria, entrare, trovare un libro su Genova e piluccare qualche notiziola giusto per, nulla di più. E così feci. Mi cacciai in una libreria, in una di quelle grosse e mi nascosi dietro a uno scaffale con in mano una guida del Touring Club. Il libro mi pesava fra le mani, sapeva di roba patinata, comunque presi a leggere velocemente saltando parecchie pagine. “…chiusa tra la fascia costiera e le colline retrostanti, si incunea nelle valli del Polcevera e del Bisagno. Genova è il principale porto italiano, uno dei maggiori del Mediterraneo; Centro industriale… settori siderurgico, cantieristico, meccanico, chimico, petrolchimico, alimentare; attività terziarie di tipo amministrativo, finanziario, assicurativo, amatoriale…. Genova fu distrutta nel 205 a.C. da Magone, fratello di Annibale, perché alleata di Roma e poi ricostruita come città federata al tempo di Cesare, per diventare il principale porto della Gallia Cisalpina… Subì il dominio bizantino, quello longobardo e franco… Durante il regno di Berengario II (958), le vennero concesse importanti privilegi… fu inglobata nella marca Obertenga e come porto commerciale conobbe il massimo splendore. Si adoperò in favore delle truppe normanne e durante la 1ª crociata del 1099, ottenne possessi e concessioni ad Antiochia, Giaffa, Cesarea, Gerusalemme e San Giovanni d’Acri… contrasti con Pisa e Venezia… Alleata della chiesa contro Federico II (1238), fu sconvolta dalle lotte tra guelfi e ghibellini fino alla conquista da parte di Carlo VI di Francia (1401). Sottoposta alle dominazioni dei marchesi di Monferrato (1409-13), dei Visconti (1421) e di Francesco Sforza (1463), tornò alla Francia nel 1507 sotto Luigi XII. Interessata nella guerra franco-spagnola (1463), venne saccheggiata dalle truppe di Carlo V (1522)… Conquistata (1528) da Andrea Doria al servizio della Spagna, divenne indipendente grazie alla convenzione di Madrid (1528). Fino al 1630 fu centro dei traffici della Spagna verso l’area lombarda e l’Europa centrale; tuttavia la decadenza spagnola spinse Genova a chiedere l’aiuto francese contro le mire espansionistiche asburgiche e sabaude. Genova fece anche parte dell’impero napoleonico, con il congresso di Vienna, nel 1815 fu assegnata al regno di Savoia.” Una vera noia: non era la storia della città, era la sua carta di identità. “Città ricca di edifici medievali… Cattedrale di S. Lorenzo (1118-1522), chiese romaniche dei S. Cosma e Damiano, S. Maria di Castello, S. Stefano, S. Donato, S. Bartolomeo della Costa, S. Salvatore (tutte sec. X-XII); complesso romanico-gotico di S. Giovanni di Pré (sec. XII-XIV); chiese di S. Maria Assunta in Carignano (1552), del Gesù (1589-1606) della SS. Annunziata (1591-162°)….” Basta, non volevo saperne di più: quello che avevo memorizzato malamente mi bastava e m’avanzava pure. Sgattaiolai via dalla libreria, mentre una commessa, ne sono sicuro, ha continuato a guardarmi in tralice finché non sono scomparso dalla sua vista. Ero incazzato marcio. Troppe nozioni: forse ha fatto bene lo zio a non mandarmi mai a scuola. Una curiosità è una curiosità, è legittima quando ti trovi a vivere una città che non conosci, ma le guide sono così mortalmente noiose che tolgono qualsiasi voglia di sprecare il tempo a farti una cultura. Comunque non ci pensai più a Genova e pensai alle sue puttane. E via Pré, da quello che avevo sentito in giro, era il posto adatto per scopare una bocca di rosa.
In tasca qualcosa come duecento sacchi, ma forse erano di meno, non ricordo con precisione. Insomma non ero ricco, non ero povero in canna, a dirla tutta non ero niente e tanto fa. Mi sputtanai cinquanta sacchi a puttane e non li rimpiansi affatto: le genovesi sono calde e per natura affabili anche cogli spiantati. Le migliori scopate me le sono fatte a Genova, un porto per uomini di mare e di terra. Quando uno c’ha i coglioni gonfi, li deve pur scaricare o rischia d’impazzire. Le puttane genovesi erano tutte Bocca di Rosa, persino i ridicoli travestiti avevano la loro dignità e se avessi avuto il vizio, probabilmente, mi sarei trovato bene a letto anche con loro.
Continuai a dormire alla stazione e non uno che m’abbia sfiorato. Mi lasciai crescere la zazzera e la barba: sono sempre stato orgoglioso della mia chioma corvina dai riflessi metallici ed è stato un brutto colpo davvero scoprire oggi che sono quasi grigio. La chioma è stata la mia sola vanità giovanile.
Una notte, in stazione mi sono fatto una delle più belle scopate della mia vita: saranno state circa le due e dall’ultimo treno in arrivo da non-so-dove smonta una gran tocco di femmina tutta impellicciata. La notte m’è stata complice: gli occhi verdi di lei cercavano qualcuno che evidentemente non c’era e lei era piccata e sul punto di mettersi a piangere. E’ venuta a sedersi proprio accanto a me, così, senza pensarci. Ci siamo guardati e ci siamo capiti: due estrazioni sociali diverse, opposte, impossibili da far convivere, eppure in quell’occasione ci siamo incontrati. Eravamo entrambi soli e smaniosi così come possono esserlo solo i senzapatria. S’è infilata nella toilette delle Signore lasciando la porta aperta: non mi sono fatto pregare, l’ho seguita dopo neanche un minuto e me la sono fatta in piedi senza dire una parola e senza che lei dicesse un ma. L’abbiamo fatto come due animali e come due animali ci siamo allontanati entrambi disgustati per quello che avevamo consumato in un momento di complicità antropologica. Di Occhi Verdi ho conservato per un giorno intero le mutandine, poi le ho affidate alle onde del mare perché era giusto che così fosse. Ho sperato che un marinaio perso nel mare del mondo le raccogliesse per leggerle come una poesia di fratellanza. Oggi una cosa del genere non mi capiterebbe più, ma è stato bello che almeno una volta sia accaduto sul serio. Dopo quella gran femmina, ho avuto solo battone di terza classe e locandiere chiatte per quasi tutti i rimanenti anni Ottanta.
I magri fondi di cui disponevo fecero presto ad esaurirsi e senza il becco d’un quattrino Genova sapeva essere davvero dura. Avrei potuto darmi allo spaccio, fare il pusher o il magnaccia, le occasioni non mi sono mancate, ma non ho fatto niente di tutto questo perché io ho la mia legge.
Via Pré è la strada che dà il nome a uno dei quartieri più noti e caratteristici della città antica di Genova, ma è anche la zona a più stretto contatto col porto, un ritrovo di umanità selvaggia, tribale, delinquente, eppure tanto tanto vitale. Via Pré si snoda fra vicoli stretti e fatiscenti sui quali si aprono boudoir all’aperto e portoncini che danno accesso a scale ripidissime che raggiungono o appartamenti di  magnaccia o di puttane o di vecchie massaie un tempo puttane. E’ una via che vede un’edilizia essenziale: piccoli negozi e bancarelle per il commercio popolare, loschi individui nascosti negli angoli, odor di sangue che sta  per essere versato e un puzzo di figa andata a male caratterizzano la strada.  
In un localaccio di via Pré m’è capitato d’incontrare un tizio pelato come una zucca e un occhio solo che senza manco sincerarsi della mia identità subito m’ha proposto d’entrare a far parte dei suoi ragazzi. Aveva una faccia da vero figlio di puttana, insomma era uno di quelli che ti cacciano il coltello nella panza al minimo sgarro, ma ho rifiutato: l’unico occhio gl’è schizzato fuori dall’orbita e poco c’è mancato che mi passasse da parte a parte con il coltellaccio che teneva legato alla vita e che non si preoccupava di mascherare. Quella volta me la sono vista davvero brutta: se avesse sfoderato l’arma, oggi o sarei storpio o non starei qui a raccontarvelo. Il fatto è che con quel bravo io ne sarei uscito malmesso: certe cose uno le sa. E’ stato puro culo uscirne intatto e a testa alta. Non so perché, ma ho l’impressione che quel tizio un po’ paura di me ce l’avesse, non molta, davvero poca cosa, ma doveva aver capito con che razza di elemento s’era messo a trattare. Se ci fosse scappata la rissa, io avrei perso, ma forse lui si sarebbe portato a casa un’altra cicatrice; e quel tizio doveva essere stufo di cicatrici dentro e fuori, quasi nessuna rimarginata e quasi tutte suppuranti, simili a stigmate maledette, quelle che solo la strada sa produrre in un uomo o animale che sia.
Ho attraversato giorni di merda, non saprei definirli altrimenti. Genova è un circolo vizioso di strade o in su o in giù, e tu non sai mai dove cazzo ti sei cacciato. Poi, io non c’ho mai avuto memoria per le strade, per le città: non m’ha mai interessato l’urbanistica, perché ho sempre dato più importanza agli uomini che abitano le strade, poco o nulla ai loro nomi. Le strade sono uguali da tutte le parti: in alcuni dove sono meno incasinate di Genova, in altri dove sono così così, e poi le città moderne sono un labirinto di strade che rincorrono altre strade. Figuratevi che bello vivere per ricordare i nomi delle strade! Tempo buttato via. Fatto sta che non avendo il becco d’un quattrino, ho speso giorni e giorni a mordermi le unghie e a dormire in stazione. La stazione mi piaceva, il porto non lo potevo soffrire. Ma la stazione, ragazzi! Volete mettere il fascino d’un treno con quello che ti può dare una nave che attracca? No, è impossibile. Un treno è un cavallo di ferro, schietto nel suo cuore di binari e incroci, insomma è ferro che cammina grazie alle sue cazzo di ruote, non so se mi sono spiegato. Comunque la stazione m’ha dato più di quanto m’abbia mai dato un singolo uomo o donna; una volta ho trovato un quaderno mezzo usato e l’ho usato per scriverci sopra delle mie cose, penso che fossero poesie, o almeno qualcosa che ci andava molto vicino. Le ho tenute con me giusto il tempo di scriverle per poi dimenticarle chissà dove, forse in qualche sala d’attesa, forse le ho regalate a qualche puttana nella speranza di far colpo. Ricordo solo un paio di versi di quel tempo:
 
Cinico, sbagliato!
Grezzo, di carne fatto
di me vado matto.
Mai tenero, in agguato:
uomo, donna, le strade e io,
e io, altro non conta, Dio!
 
Mi sembra che i versi fossero più o meno così: è passato tanto di quel tempo! Ogni tanto prendevo la Bibbia: l’avevo ridotta male, una vera porcheria, e per questo mi piaceva. Non ho mai pensato a Mira, tranne per il fatto che m’avrebbe fatto comodo averla accanto per calmare almeno i morsi della carne. Non sono un sentimentale su queste cose: se uno si caccia la testa nel romanticismo rischia d’affogarci e un uomo merita di più d’un ricordo o stronzate simili. A quel tempo pensavo ancora che qualcosa per me il futuro… Non ha fatto niente per me il futuro: ha solo dato sfogo a se stesso e m’ha preso dentro fino a farmi disegnare croci dentro ai lividi dei miei sogni, quelli in cui un tempo credevo.
Leggevo tutta la pubblicità che mi capitava a tiro e poi la strappavo dai luoghi di affissione: la usavo per imbottirmi la camicia e ripararmi dal freddo. Una notte ho avuto la fortuna di trovare un pastrano nero, da donna: l’ho raccattato, ho strappato via i bottoni, l’ho sporcato un po’ tanto e ne ho fatto un capo che mi calzava a pennello. Avevo ancora lo stomaco vuoto, ma se non altro non sentivo poi troppo freddo. Ho fatto fuori gli spiccioli elemosinati nelle chiese, ma non ne potevo mai raggranellare abbastanza per abbandonare la città, questo lo sapevo bene. Le giornate e le notti passavano e io rimanevo a dormire in stazione: un paio di volte c’hanno tentato a cacciarmi via, ma dopo un paio di parole quel vecchio coglione del capostazione ha desistito e manco ha detto nulla alla polizia ferroviaria.
Poi la botta di culo, così all’improvviso: un cinquantenne né pappa né ciccia m’avvicina e mi squadra da capo a piedi. Gli stavo già per rifilare un cazzotto in faccia, quando questi mi dice: “Avrei un lavoro per te!”
“Io non sto sotto padrone.”
“Nessun padrone. Il padrone sarai tu. Ti interessa?”
Avevo bisogno di soldi e se le cose stavano veramente come quello lì mi stava dicendo a me poteva stare bene, così stetti ad ascoltarlo.
“Si tratterebbe di fare il voyeur”, biascicò lo sconosciuto come se mi stesse dicendo la cosa più normale del mondo. “Sì, lo spione. Hai capito bene, amico. Io e mia moglie vorremmo che uno sconosciuto ci spiasse mentre scopiamo. Ci eccita, o almeno fa bene a lei, perché se no non riesce a venire. Capisci?”
Stavo per mettermi a ridere, ma non l’ho fatto.
“Allora?” Il tipo era ansioso.
“Come ti chiami. Il nome, intendo, solo quello, niente di più.”
“Jacob.”
“Uhm, Jacob. Ebreo?”
“Ha importanza?”
“No, non ne ha.”
“Prendi questo.” Era il suo biglietto da visita, c’era pure il cognome, ma non lo ricordo, forse perché non mi sono mai preoccupato di leggerlo per intero. A me bastava l’indirizzo e il nome: l’affare per me andava fatto così.
“Allora l’affare è fatto.” Fece per stringermi la mano, ma raccolse solo un mio sputo catarroso. Jacob non ha fatto storie, s’è stropicciato il palmo della mano sul tessuto del pantalone e per lui era tutto a posto. “Domani sera, alle 21:00” Non ha aggiunto altro.
Gli ho gridato dietro: “Mi devi pagare bene!”
Non ha fatto una piega: era chiaro che avrebbe sganciato tutto quello che gli avrei chiesto.
Mi son presentato a casa S********* alle 21:00 in punto: alla porta è venuto Jacob, mi ha fatto cenno di seguirlo, e m’ha sistemato all’interno d’una camera apparentemente scura.
“Stai qui dentro…”
“Matteo, mi chiamo Matteo.”
“Sì, giusto, Matteo. Lì c’è un buco, alla parete, un occhio, chiamalo come cazzo vuoi… Metti l’occhio lì e guardaci.” Era chiaro come l’olio.
Jacob ha chiuso la porta e se n’è andato: due minuti dopo era nella camera da letto nudo come un verme sopra la moglie, una mezza damigiana ossigenata che mugolava come una tigre in calore. Lo spettacolo era disgustoso: erano due vecchi che per eccitarsi avevano bisogno di qualcuno che li spiasse. Ho avuto la tentazione d’addormentarmi per poi dire che li avevo spiati per tutto il tempo, ma non l’ho fatto: sono rimasto con l’occhio incollato all’occhio e dopo un paio d’ore Jacob è tornato da me.
“E’ stato magnifico.” M’ha sganciato un centone e m’ha detto di tornare la sera appresso, alla stessa ora. Sono andato a casa di Jacob per sette sere di fila senza problemi e ogni volta per me era un centone. Alla faccia della crisi industriale! L’ottava volta che sono stato a casa sua, Jacob pretendeva che si facesse una cosa un po’ particolare: ho guardato la moglie, poi lui, e mi sono domandato chi dei due mi dovevo fare. Jacob deve aver intuito il mio imbarazzo: “No, non me. Linda. Io starò semplicemente a guardarvi mentre lo fate.” Ho scosso la testa, poi mi son detto: ‘Che cazzo! Un buco vale l’altro!’ Così mi sono fatto Linda mentre Jacob si masturbava come un ossesso. Filava tutto liscio, ma ad un certo punto Jacob ha cominciato ad ansimare troppo affannosamente: stava per avere un infarto. Ormai il danno era fatto. Ho lasciato Linda sul letto tutta bagnata di me, di sé e di lagrime e mi sono infilato i pantaloni. Per Jacob non c’era nulla che potessi fare. Se n’è andato col sorriso sulla bocca: forse era questa la morte che voleva. Quella sera non ho preso soldi, me ne sono andato punto e basta. In casa S********* dev’esser arrivata un’ambulanza, ma la signora non ha chiamato la polizia, questo lo so perché ho spiato la casa per una mezz’ora buona. Tutto liscio. In tasca settecento sacchi, più che sufficienti per sgommare e lasciare la città.
Alla stazione mi sono stipato nel primo vagone postale e lì sono stato per tutto la durata del viaggio: non mi sono preoccupato di conoscere la destinazione, per me non aveva importanza. Una volta nascosto fra i sacchi della posta mi sono sentito felice come una pasqua e mi sono addormentato come da tempo non m’accadeva: il rollio del treno e lo sferragliare delle ruote sui binari m’hanno cantato la ninnananna.
 
[continua]
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 02:18 | racconti | clicca per commentare commenti (18)



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