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ANIME SALVE, ROMANZO IN PROGRESS - CAP. VI

written by King Lear    - lunedì, agosto 22, 2005


Anime Salve, un romanzo in progress di Giuseppe Iannozzi


 

ANIME SALVE
 



CAP. VI


 
di GIUSEPPE IANNOZZI
 
  
 




______________________________________________
 

Avvertenza:

 

Questo è un romanzo in progress, una bozza. Lo pubblicherò a puntate su questo blog, ovviamente solo se qualche lettore si dimostrerà interessato, altrimenti tornerà nel nulla, che è poi il luogo che più gli conviene.


Info essenziali

indice di affidabilità: 6 (forse sono stato troppo generoso con me stesso)

stato: bozza passibile di drastiche modifiche

 

Giuseppe Iannozzi


CREDITS:


>>>
Un grazie particolare, di tutto cuore, all'Amico TRESPOLO (LA TESTA DELL'ACQUA)
, che ha individuato con pazienza certosina alcuni refusi nei capitoli sino a oggi qui postati.
I refusi sono stati oggi corretti su tutti e cinque i capitoli.
(Torino, 22 agosto 2005)

Come segnalato nell'Avvertenza, il romanzo è in fase di bozza e qualche refuso può scappare al mio vigile occhio, ma è anche grazie ad Amici come TRESPOLO che il romanzo in progress, "ANIME SALVE", diventa, giorno dopo giorno, se non perfetto, almeno pienamente leggibile, forse godibile. 

Giuseppe Iannozzi <<<



LEGGI ANCHE

IL PROLOGO
IL PRIMO CAPITOLO
IL SECONDO CAPITOLO

IL TERZO CAPITOLO
IL QUARTO CAPITOLO
IL QUINTO CAPITOLO



______________________________________________

 



6. LA PRIGIONE DELL’IRREALTA’
 
 
Sognai che ero immerso in un buio oleoso, in una prigione che non mi lasciava respirare ma che non mi permetteva neanche di morire: dovunque posassi lo sguardo c’era solo del nero; eppure in me c’era la consapevolezza che tutto quel mare di nero da qualche parte doveva pur venire, e se veniva da un qualsiasi dove, allora io avrei fatto bene a escogitare un modo per raggiungere quel dove.
Fu un sogno strano, non dico brutto, ma strano di sicuro: era come se venissi sodomizzato. Be’, qualcosa di molto simile. E attraverso la sodomia mi venivano trasmesse informazioni estranee alla mia personalità e soprattutto estranee alla mia nulla formazione culturale. Era come se qualcuno o qualcosa mi stesse istruendo: io sapevo che non era realtà quella che vivevo nel sogno, piuttosto era irrealtà che subivo come
una realtà parallela che si può immaginare che esista; ma provare che sia reale anche solo per sé stessi è tutt’altro affare.
 
Absu Imaily Swandy sentiva che quel giorno il suo desiderio non sarebbe stato perfetto così come lui l’aveva immaginato. Vestito del suo grezzo abito alla moda dei francescani, la barba lunga e incolta, i capelli lunghi e brizzolati lasciati al vento, percorreva pacificamente le strade di Torino. Nessuno faceva troppo caso a lui: i più lo consideravano un barbone, uno dei tanti drogati per le strade di Torino. Non era la prima volta che si trovava a Torino per affari: la città la conosceva come le sue tasche; la sua veneranda età gli permetteva di capire subito da uno sguardo cose che gli umani mortali non osano neanche immaginare. Quel giorno vagolava lungo via Roma, osservava le lustre vetrine, i gagà: tutto era rimasto profondamente immutato, almeno per gli aspetti che a lui interessavano. Lui sentiva, sentiva, mentre tutti gli altri erano sordi all’eterna Eco che l’Universo dilata nell’Infinito.
“Ciao Matteo”
“Ciao Absu Imaily Swandy…”
 
Incontrai Absu Imaily Swandy in una giornata come tante altre: il cielo era gravido di nere nubi che s’allungavano in un’orgia temporalesca. Be’, non era una giornata tipica, almeno secondo l’opinione comune che non è la mia comunque: l’aria profumava di apocalisse. Absu Imaily Swandy, per quel che posso dire, a me è parso del tutto normale, tanto normale da rasentare il ridicolo: sembrava un Cristo redivivo ma ben pasciuto, cioè stava propria bene in carne e in quanto a patimenti non mi pareva proprio che il suo fisico li mettesse a nudo. Il figuro, insomma, era normale così come potrei essere normale io. Sì, è vero il cielo era da paura, ma che cambia! La giornata era una di quelle tipiche, di temporale, il che non dovrebbe sorprendere nessuno. Però puzzava anche di apocalisse, non in senso religioso, almeno non credo: insomma, nell’aria si respirava qualcosa, come un sentimento di rivolta. Però per il resto era normale, e per me lo era più di molte altre: semplicemente, un cumulo di nubi non m’hanno mai dato disturbo più di tanto. Swandy godeva come un porcello quando lo incontrai io, nel senso che rideva come un matto, cioè era matto, e tanto fa. Ma i matti, entro un certo limite, mi sono sempre piaciuti: se non altro hanno una loro identità o anche più di una e questo li rende originali, degni d’esser ascoltati anche se sparano cazzate a raffica. Del sogno che avevo fatto in me non restava che un debole fastidio, come se mi avesse punto una zanzara. La sensazione di sodomia se n’era andata nel momento in cui avevo riaperto gli occhi.
Quanto sto per raccontare a molti apparirà risibile, e non metto in dubbio che lo sia: io per primo ammetto che quanto ho visto e fatto è veramente ridicolo. Absu l’ho incontrato che mangiava una porcheria targata McDonald’s, una cosa che sembrava un panino con dentro un hamburger innaffiato di pomodoro così rosso e innaturale da sembrare sangue. Aveva la barba tutta sporca di questo sugo anomalo e se ne stava seduto su una panchina dei Giardini Reali a fissare il vuoto mentre mangiava. L’ho subito amato e odiato: ma era destino che dovessi incontrarlo sulla mia strada, me l’ero sognato quindi non potevo sfuggire. Io ai sogni non c’ho mai creduto, ma la vita è strana e… Lasciamo perdere. Absu non m’ha dedicato manco uno sguardo. Ha finito il suo panino, poi, con tutta calma s’è accorto di me che lo fissavo e m’ha detto qualcosa in una lingua strana che non sapevo. Ad un pazzo, certi comportamenti, se non c’ho proprio la luna storta, li lascio passare, e quella volta ad Absu è andata bene.
“Hai la barba sporca…”
Absu ha sgranato gli occhi al cielo. Ma non se l’è pulita.
“Be’, io t’ho avvertito.”
Absu continuò a rimanere ostinato nel suo silenzio, un silenzio molto significativo che valeva più di mille parole.
Disse di nuovo qualcosa nella stessa lingua che non sapevo, poi più niente.
E poi un grugnito.
“Sai, amo le persone di poche parole!”
Ancora niente. Continuò a studiarmi, almeno così m’è sembrato.
“Che sai dirmi di Torino?”, buttai lì senza aspettarmi che mi rispondesse. E invece Absu sgranò gli occhi come se gli avessi chiesto di parlarmi della sua stessa vita: sembrava lusingato.
“Torino. Torino. Torino. Città misteriosa… Anche per un alieno”, disse come invaso da un orgasmo impossibile da contenere dentro il corpo mortale. “Torino è una città con un suo spirito proprio, ma alieno.”
Dunque parlava pure la mia lingua!
“Impressionante!”, commentai non troppo convinto, cioè per nulla. “Ma non potresti esser un po’ più preciso?”
Non se lo fece ripetere due volte. Cominciò a parlare di Torino come se fosse una cosa viva. Sì, era fuori di testa, ma per il momento mi poteva stare bene la sua pazzia. Dai pazzi c’è sempre da imparare qualcosa di più sulla pazzia umana, anche quando si dice aliena.
Con gli occhi sgranati, Absu cominciò a raccontare come nacque Torino. “E’ misteriosa la città. E’ stata eretta per volere di Augusto l’Augusta Taurinorum, nel primo secolo a.C., sulle macerie di antichi insediamenti dei galli taurini; la città diventò presto il primo centro di contatto con le potenze superiori. Nel sesto secolo, secondo il vostro calendario cristiano, Torino finì sotto il dominio di quelli che voi avete chiamato Longobardi. I Franchi di Carlo Magno, un nostro uomo, ha fatto molto per questa città, ma è inutile che ti spieghi… Adelaide, ultima erede degli Arduino… lei fu l’ultima a metterci i bastoni fra le ruote. Poi, quando divenne un comune nel millecentosettantasei, sempre secondo il vostro calendario, si consolidò l’alleanza fra i vostri vescovi, nostri infiltrati, e i nobili del tempo e la città entrò a far parte della sfera sabauda… I francesi hanno tentato d’imporre la loro egemonia sulla città tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, ma dopo la vittoria di Eugenio e Vittorio Amedeo II nel settembre del millesettecentosei durante la Guerra di Successione Spagnola, Torino rimase sotto i Savoia. I Savoia: una grande Famiglia di Alleati! Ma tutto questo è poco interessante, uomo!”
“Poco interessante, è vero.” Non avevo capito un cazzo della storia di Torino, ma ero più che mai sicuro che Absu era fuori di cranio. 
“Seguimi!”, buttò lì da un momento all’altro.
Perché no? L’ho seguito: non era pericoloso, non lo è mai stato. Gli uomini sono tutti uguali, pericolosi solo quando si ha paura di loro.
Non ha camminato a lungo: m’ha trascinato davanti al Duomo e s’è seduto sulla scalinata invitandomi a mettermi accanto a lui.
Siamo rimasti in silenzio per cinque minuti buoni.
“Tu lo sai cosa c’è qui?”
Feci il finto tonto: “No.”
“La Sindone.”
Una pausa di silenzio. Avrei dovuto dire qualcosa forse, ma non sapevo che dire.
“La Sindone, capisci?” Absu voleva che io fossi pienamente cosciente che lui non stava facendo una semplice affermazione; Absu intendeva dire che stava dicendo una verità assoluta.
“Sì, credo di capire, come dici tu. E con ciò?”
“Con ciò?” Era incazzato. “Con ciò? E’ detto tutto. Ma tu non puoi capire e non te ne faccio una colpa. Non sai le cose che so io, non sai chi sono io, non hai idea.”
Sì, era pazzo. “Spiegami tu… E poi come dovrei chiamarti?”
“Lo conosci già il mio nome!”
Be’, in effetti questa affermazione, lì per lì, mi lasciò un po’ sbigottito. Ma avrei potuto chiamarlo in qualsiasi modo, e lui si sarebbe fatto chiamare col nome da me inventato per lui lì sul momento, tutto per non smentire che io già sapevo! La pazzia ha molte personalità e non ha sesso: questo so. Che poi possa essere anche poesia, a me interessa poco o niente: che ci pensi qualcun altro a queste menate.
“Come vuoi tu.”
Absu parve soddisfatto. E prese a straparlare a ruota libera.
“Io non sono un essere umano. Io vengo da molto lontano. Dalle stelle. Non è la prima volta che vengo qui, su Terra: nel corso dei secoli ho visto molti uomini come te. Non mi piace la tua razza. Ho cercato di farvi capire, ma non mi avete mai creduto. Mi avete ritenuto un pazzo. Però qualcuno m’ha prestato ascolto in tempi recenti. Potevano cambiare molte cose. Poi, non è stato quel che doveva essere…”
Dovevo interromperlo quel bastardo, ma non me la sono sentita, cioè lui era così preso, sembrava davvero che ci credesse alle sue storie.
“Io vengo da un mondo che tu non osi neanche immaginare, perché la tua mente è ristretta per certe cose. Io sono un essere superiore. Potrei istruire voi umani se solo me lo permetteste. Ma voi non riuscite a credere, non credete per natura neanche quando il fatto è compiuto: le cose vi vengono messe sotto il naso e voi le rifiutate perché sono fuori dai vostri stereotipati schemi mentali. Siete profondamente insicuri, profondamente ignoranti e incoscienti. Questa volta poteva essere quella buona, ed invece è stato un altro misero fallimento.”
“Ti capisco!” Non potevo essere più falso: non avevo capito un emerito cazzo del suo delirio. Lasciai che continuasse, tanto a me da un orecchio m’entrava e dall’altro mi usciva ogni cosa che diceva.
“Adesso voglio che tu venga con me!”
Cazzo! Ordini, ordini non ne ho mai presi da nessuno da quando sono diventato uno spirito libero, cioè da sempre, perché è cosa scritta nella mia natura. Quando me ne stavo con lo zio che zio non mi era in realtà, immagino che già allora fossi uno spirito libero nel più ampio significato che si può attribuire a un simile modo di essere… era solo che dovevo capire di esserlo. E quando l’ho capito, non c’ho pensato su due volte a lasciarmi tutto e tutti alle spalle, come immondizia. Cinico? Può darsi che lo sia, ma non ritengo che sia una qualità negativa nel mio caso. Fatto sta che io da Absu non mi sarei fatto comandare come uno stupido robot. Ero già sul piede di guerra e un miracolo - un vero miracolo - l’ha salvato quella volta, perché io già avevo intenzione di cacciargli i denti in bocca per farglieli ingoiare tutti d’un colpo. Ma prima che potessi sparargli in faccia un cazzotto così come si sarebbe meritato, Absu se ne venne fuori con una battuta, una battuta capace di lasciar annichilito persino un fottuto miscredente come me.
“Adesso io vado a prendere la Sindone… E tu verrai con me! Altrimenti sarà il fuoco: lo dicono le stelle!”
Era fuori, fuori di cranio.
‘Se vuole quello straccio, che se lo vada a prendere da solo’, pensai.
“Absu, tu sei fuori!”, gli gridai addosso. Ma Absu non fece una piega.
“Sto parlando con te, stupido figlio di puttana!”
Absu si voltò verso di me: gli occhi fuori dalle orbite, la bocca aperta in un grido muto di rabbia, i pugni stretti lungo i fianchi. Ma non mi attaccò: rimase così un paio di istanti, poi il volto gli si distese in una smorfia di disgusto. “Fai come vuoi. Gli umani non capiscono.”
“Non c’è niente da capire”, replicai. “Molto semplicemente tu vuoi qualcosa che non ti appartiene e a me non sta bene aiutarti. Aiutati da solo che il ciel t’aiuta. Non è forse così che si dice?”
“Non m’appartiene! Questo lo dici tu. Sei sicuro che non m’appartenga?”
Be’, al diavolo! E lui con lo stesso tono continuò: “Tu mi sei più simile di quanto osi immaginare. Quello che ti serve te lo prendi e dici che t’appartiene. Solo così facendo, oggi sei ancora qui a parlare con me.”
Diavolaccio! Aveva ragione.
Ma la cosa non m’andava giù lo stesso: un conto è rubare le elemosine ai preti, tutt’altra è rubare il sudario di Cristo.
“Sì, hai ragione. Ma io non posso rubare quello che tu mi chiedi.”
Absu non parve turbato o infastidito: “E chi ha mai detto che tu devi rubare il sudario? Io ti ho chiesto d’accompagnarmi, punto e basta. Probabilmente mi sono sbagliato e non sei quello che vuoi far credere di essere. Gli uomini sono maestri nel nascondere la loro vera identità dietro mille maschere, anche quando non ne hanno nessuna da difendere, da mostrare al mondo.”
M’aveva stretto alle corde: non so come, ma quel pazzo era come se riuscisse a leggermi dentro, così a fondo che neanche io sapevo d’esser tanto profondo. E più mi fissava, più mi rendevo conto che scavava nella mia patetica profondità mettendo a nudo la mia intimità, quella che mai avrei voluto che il mondo conoscesse, e che io non volevo conoscere. Fu per salvarmi da quegli occhi indagatori contro cui nulla potevo che acconsentii ad aiutarlo. Oggi tutta la faccenda mi pare ridicola: io non ho una profondità umana, sono piatto come un cadavere sotto due metri di terra. Ed ero già piatto quando Absu mi scavava dentro, questa è la verità: il fatto è che la profondità o ce l’hai o non ce l’hai, e io non ce l’ho mai avuta. Absu in realtà scavava dentro di sé, e, non so come, m’ha fregato facendomi credere che stesse scavando nel mio io. Doveva essere una specie di mago, o comunque doveva esserlo stato quando ancora non era il pazzo che conobbi io. Comunque, lì per lì, non mi resi conto di tutto ciò e quindi m’apprestai a seguirlo, come un bravo discepolo.
Entrammo nel Duomo: subito fummo frenati da una tonaca viola agghindata di croci, puzzolente d’incenso. Il tipo doveva essere uno molto importante, perché aveva dei modi tutti effeminati: camminava come se stesse calpestando un tappeto di vermi e parlava con una vocetta debolmente rauca. Dava l’impressione di uno che si trovi in bilico tra l’inferno e il paradiso ma che non riesca a credere che né l’uno né l’altro siano possibili, quindi costretto ad arrangiarsi e di conseguenza a far finta d’esser vittima d’una volontà superiore. Non so se sono stato chiaro. Insomma, era come una vergine che vuole farsi scopare ma ha paura di perdere la verginità. Absu si lasciò il tizio alle spalle continuando a incedere fino a quando qualcuno lo immobilizzò: due energumeni neri come la morte lo placcarono e lui neanche se ne accorse. I due tipacci erano usciti dal buio che li aveva tenuti nascosti fino a quel momento: sembravano – lo giuro! – due kapò con un manico di scopa cacciato su per il culo: teste rasate, pallidi, occhi iniettati di sangue. Absu tentò di divincolarsi dalla loro presa, ma nonostante fosse un uomo delle stelle, rimase a terra come uno foglia pestata dal piede d’un gigante.
Ci sbatterono fuori e la cosa sembrava fosse finita lì.
Absu per quella notte venne a dormire nel mio tugurio e se ne stette zitto tutto il tempo fino a quando finalmente s’addormentò sul pavimento, come un cane. Quando il mattino dopo mi risvegliai, lui non c’era più. Quel mattino avevo un’emicrania della madonna: avevo dormito davvero male e non c’era parte del corpo che non mi dolesse; era come se fossi stato pestato a dovere da una banda di pazzi e poi sodomizzato. E io sapevo perché mi sentivo così: non avevo reagito contro quegli stronzi simili a kapò e la cosa mi bruciava. Mi brucia ancora oggi.
Decisi di rimanere in casa. Nel pomeriggio venne a trovarmi Ferruccio, ma lo scacciai via, come un cane pidocchioso: volevo starmene da solo. Mi misi a dormire e sognai.
 
Il fuoco divampava e non c’era modo di fermarlo. Tutto prendeva vita di morte sotto l’alito caldo delle lingue infiammate. Una donna spettrale piangeva un mare di bagnate lagrime in un mare di fuoco rosso, ma non rimaneva inviolata dalle fiamme: era nel bel mezzo dell’incendio ma niente, pareva una torcia di focoso ghiaccio, o non so che altro. Io arrancavo come un matto nel vano tentativo di trovare una qualsiasi via d’uscita, ma sembrava che non ce ne fossero: il fumo mi faceva lacrimare gli occhi e m’era quasi impossibile respirare. Il mio petto era piombo, il cuore una pompa spinta al limite. Sapevo che in quel sogno sarei morto come un cane. Ma la morte non mi faceva paura. Quando fossi morto, avrei sparato un calcio nei coglioni a tutto l’inferno e avrei continuato a vivere la mia vita. Ma non sopportavo l’idea che il fuoco avesse ragione di me. Poi, dal nulla, una forma si compose da quell’orgia di fiamme tutte intorno a me: e la forma ero io, un mio gemello che scherniva la mia debolezza. Non so neanche io come, ma riuscii a buttarmi addosso al mio gemello, riuscii a buttarlo a terra: ero io che lottavo contro me stesso, o almeno contro quella cosa che si faceva passare per me. Le mie mani stringevano il collo del gemello, ma per quanto mi sforzassi m’era impossibile strangolare quella cosa a me gemella. Il gemello mi sorrideva e fu lui, alla fine, ad avere il sopravvento su di me: adesso era lui a soffocarmi colle mie mani! Opporgli resistenza mi fu impossibile. In ultimo vidi le lingue delle fiamme lambirmi come mani di donne libidinose, poi le fiamme diventarono baci di fuoco e il mio corpo diventò una torcia di dolore. E prima di morire vidi che il mio gemello era quella donna di ghiaccio che avevo intravisto e la riconobbi come la Madonna. Gridai il suo nome e morii per svegliarmi in un dove a me sconosciuto. Ero inchiodato a una croce, a testa in giù, e gli occhi, i miei, piangevano sangue di fuoco.
 
Non ricordo altro perché mi svegliai madido di sudore con il corpo avvolto in una fiamma di dolore: dovevo avere la febbre.
Rimasi nel mio loculo per un paio di giorni, poi la febbre diminuì e mi decisi a uscire di casa. Mi sentivo terribilmente debole. Qualcuno mi disse che qualcuno che io conoscevo negli ultimi giorni m’aveva cercato.
“E allora?”
“Gli abbiamo indicato dove vivi.”
Non dissi niente: parlavo con un ignoto che manco m’ero sforzato di focalizzare nel raggio della mia appannata vista.
“Ti assomigliava molto… Ho pensato che fosse tuo fratello o un parente…”
Era la voce di Ferruccio, o almeno mi parve la sua.
Non ne potevo più di Torino: mi stava stretta, ma non potevo lasciare la città almeno per il momento. Prima avrei dovuto ricuperare un po’ di danari, rimettermi in forze e… Avevo le idee confuse e la stanchezza si faceva sentire più marcata a ogni passo che facevo. Era un incubo quello che vivevo, ma tradotto dentro la realtà e dalla realtà non potevo proprio fuggire. Non avevo la benché minima idea di cosa mi stesse accadendo, ma io sospettavo d’aver una qualche malattia venerea, che so!, la sifilide e magari pure lo scolo e chi sa quanti herpes. Non avevo mai sofferto di stanchezza. Di andare da un dottore non ci pensavo nemmeno: un cerusico che mi dicesse che ero fottuto non mi serviva e non me lo potevo permettere. E poi, anche se avessi fatto ricorso al dottore, questi mi avrebbe chiesto minimo minimo un documento di identità che non potevo fornirgli. I dottori, a quelli come me, prima di toccarli coi guanti di amianto, chiedono un documento di identificazione: queste cose le so bene. Uno come me ce l’ha scritto in faccia che è un povero bastardo stronzo figlio di puttana, e tanto fa.
Guarii, non so come, ma quel diavolo che s’era insinuato nella mia carne, la mia stessa carne alla fine l’ha mortificato e l’ha vomitato dentro il suo inferno, in un inferno fatto di nulla. Un inferno fatto di nulla, sì, è l’unico oltretomba che accetto.
Mi sono dovuto arrangiare: per un po’ di mesi ho percosso le negre strade di Torino a raccattare cartone che poi vendevo; non tiravo su mai molti soldi e più mi sforzavo di risparmiare, più mi rendevo conto che di questo passo non sarei mai fuggito dalla città. Ero prigioniero. Torino negli ultimi tempi m’andava davvero stretta: dovunque porgessi lo sguardo vedevo solo un vuoto fatto di nulla, di diavoli e di fantasmi di ere passate che mai ho conosciuto se non con la fantasia! A forza di attraversare la città in lungo e in largo, dalle chiacchiere della gente appresi qualcosa su Torino. Una cosa la ricordo bene: la follia di un certo filosofo Nietzsche che sognai e che invase il mio spirito libero.
Lo sognai e mi vidi dentro la sua testa.
 
“In previsione del fatto che fra breve dovrò affrontare l’umanità con l’esigenza più grave che le sia mai stata posta, mi sembra necessario dire chi sono. In fondo è possibile che lo si sappia già: poiché non ho mai mancato di ‘dare testimonianza di me’. Ma la discrepanza tra la grandezza del mio compito e la piccolezza dei miei contemporanei si manifesta nel fatto che non mi hanno udito o anche soltanto visto. Vivo a mio proprio credito, forse è solo un pregiudizio, che io viva?… Mi basta solo parlare con un qualche ‘dotto’ che venga d’estate in Alta Engadina per convincermi che non vivo… In queste circostanze c’è un dovere contro il quale, in fondo, la mia abitudine e ancor più l’orgoglio dei miei istinti si rivolta, cioè:  Ascoltatemi! Poiché io sono questo e quest’altro. E soprattutto non confondetemi con altri!… Conosco il mio destino. Un giorno il mio nome sarà associato al ricordo di qualcosa di prodigioso, - a una crisi, come non ve ne furono mai sulla terra, alla più profonda collisione della coscienza, a un verdetto evocato contro tutto ciò che è stato finora creduto, preteso, santificato… Io sono il primo ad aver scoperto la verità, per il fatto che io per primo ho sentito – ho fiutato la menzogna come menzogna…”
Poi le lacrime, le lacrime, le lacrime… Io sono Nietzsche, un uomo inchiodato alla sua croce, a testa in giù, sul Golgota. Sul mio volto corrono veloci rivoli di fuoco e i miei occhi sono crateri di lava. Un mostro mi caccia in bocca una spugna imbevuta di aceto e io sputo l’anima e rinnego l’immortalità. E la scena cambia: sono sempre inchiodato alla croce, ma il cielo è un pannello di piombo e anche tutte le altre inconoscibili pareti sono di piombo. La mia croce è prigioniera dentro una scatola di piombo.
Entra un aguzzino informe attraversando una porta invisibile: lo riconosco. Quello sono io.
“Non sei un duro come sembri!”
Gli sputo in faccia.
Ma lui ripete: “Non sei un duro.”
“Che diavolo vuoi?”
“Niente.”
Cade un silenzio cocente.
Parlo ma è come se non parlassi: le nostre anime parlano fra di loro, ma il mio corpo più non mi ubbidisce. Ho la consapevolezza che la mia bocca dev’esser un buco afono scavato nel mio cranio.
“Allora, fottiti!”
“Fratello!!!”
Sputo. Ma il volto di quel simulacro rimane impassibile e pulito.
“Non serve a nulla agitarsi.”
“Già… tanto è un sogno.”
“Non ti ho mai detto il contrario. E’ un sogno.”
“Allora finirà.”
“Certo che finirà. Tutte le cose reali e irreali sono destinate a concludersi, in un modo o nell’altro!”
Non capisco. “Che intendi dire?”
“Niente. Solo che è un sogno.”
“Quindi sono libero.”
“Nessuno ti trattiene tranne te stesso!”
M’incazzo di brutto: “Nessuno mi trattiene? Ma sei cieco o cosa? Guarda dove cazzo mi trovo?”
Non faccio in tempo a…
Non sono più crocifisso.
Sono il simulacro che s’era presentato a me come me stesso, come mio fratello gemello. E sto a fissare il fuoco che brucia nella notte: sono di nuovo un bambino e lo zio mi sta accanto e mi parla, e io non lo ascolto, e le roulotte alle mie spalle sono un cimitero sconfinato.
 
[continua]
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:06 | racconti | clicca per commentare commenti (33)



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