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MY BEST OFF III - AUTOANTOLOGIA, E QUATTRO INEDITI

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, agosto 29, 2005


My Best Off III - by Iannozzi

 

MY BEST OFF III
 


 
- autoantologia, e quattro inediti -

 

 

 
di Giuseppe Iannozzi


 
 
 



 
UN DIO
(previously unreleased)
 
 
La prossima tappa del mio destino
non sarà una toppa in cielo o in mare
e nemmeno tra gli avanzi d’un festino
Ma un tirannico dio sul piede di guerra
 
 
 
 
 
SOLO CENERE
(previously unreleased)
 
 
Festa
si gridava
in piazza
e la cinigia
a spandersi
voluttuosa.
 
La ragazza
volto in fiamme
rideva
e la ciniglia
al capo legava.
 
Poi, solo cenere
data in pasto
a terribile vento.
 
 
 
 
 
La Fontana delle Lacrime
(canto per Federico Garcia Lorca)



a Chatterly,
a Federico Garcia Lorca,
all’Arte che si oppone alla prepotenza fascista
di ogni tempo e di ogni dove




Ora devi sorridermi,
perché sto per amarti,
perché sto per accecarti
Ora devi darmi un po’ di luce,
perché i miei occhi sono ciechi
E lo sai che la colpa è solo tua

Guarda! Guarda! Guarda!
Sono in ginocchio, sono nudo
Non puoi ignorare quest’uomo
Non puoi fingere che,
che ama solo se stesso
O l’acqua morta
della Fontana delle Lacrime

Le mie dita suonano il tuo corpo
Ma tu rispondi, dolore!
E io solo grido, amore!
La rima è facile,
più difficile legare noi
nel volo delle bianche colombe
che piangono poesie:
in Spagna, un morto
è più vivo
come morto
che in qualsiasi altro dove:
il suo profilo ferisce
come il filo d’un rasoio

Guarda! Guarda! Guarda, ora!
Ho i polsi tagliati
e suono ancora la tua canzone,
quella che ci ha innamorati
Guarda! Guarda! Guarda, ora!
Ho il cuore a pezzi
e batto ancora il petto
e il tempo perché non ho che te,
perché non ho altro che bianchi gigli,
la purezza e il tuo biondo capriccio
Guarda! Guarda! Guarda, ora!
No, non dire che non si può fare,
che non si può amare e soffrire
suonando uguali note sul piano
dei nostri corpi di luce

No, non lasciamo morire la Luna
e il suo splendore: questa fontana,
questa fontana ha pianto abbastanza
Sì, sono cieco, ma vedo che mi ami,
che mi piangi ancora con occhi di colomba

Ti perdono la colpa, ogni bianco giglio
Ti perdono il fiore di sangue
disegnato dalla tua inespressa poesia
sul mio cuore che batte, che batte ancora
per te, per i tuoi occhi spalancati su di me

Ti prendo, prendo te e il tuo biondo capriccio
perché sto per amarti nelle tue lacrime,
perché sto per accecarti nella luce della Luna

Sei sempre un colpo al cuore,
una poesia che uccide e non sa uccidere
Ma sei sempre un colpo al cuore
No, non lo puoi negare, Amore!
 
 
 
 
 
MANIFESTO
 

rumore forte questa sera, il bombo schianta gli orecchi
 
sono stato alla manifestazione, dimostrazione di violenza
pogrom, milizie accavallate, fitte schiere
manganelli e molotov rimbalzavano, fiere
di esiliarsi nel danno fuori – violenza!
violenza genera violenza
uccide bandiere, rende tutti uguali nell’inesistenza
 
mio padre urlava dalla barricata
gli rispondevo, bastonata ricevuta
gli gridavo che l’avevo presa
mi rinfacciava nel fumo generale che non era l’arresa
ideologie raccontate a suon di confusioni, repressioni
religioni sbandierate tutte uguali nel fracasso, nel fracasso
la forza, la violenza riceveva adeguata ricompensa, duro incasso
terra mancava sotto a chi in piedi, si spaccava il cielo in due
in due, in due, in due
ma il diritto, dove? dove ammazzare l’uguaglianza
fa paura l’uguale quando troppo uguale all’uguaglianza d’ammazzare
fascisti, comunisti, pacifisti, anarchici, corpi stesi impastati nel sangue
qualcuno vola dalla finestra, qualcuno mangia la solita minestra
qualcuno langue, qualcuno spergiura, qualcuno prega Nerone
è fattoria degli animali, facili crocifissioni, sprone contro sprone
 
così funziona male – fa male, male, male
atti di violenza gratuita, quale il prezzo?
atti di morte inflitta, quale il disprezzo?
 
manifesto cade, lo raccoglie un altro uguale a un altro
manifesto cade, lo prende addosso un altro ma cadendo
ma candendo, ma cadendo, ma cadendo
così funziona male – fa male, male, male
è fattoria degli animali – occhio per occhio
è fattoria per facili conversioni – dente per dente
facili crocifissioni, terribili confusioni
l’uno sull’altro, l’uno sull’altro, l’uno sull’altro
errori, abominio della pace gridata in strada mai voluta,
veramente
 
mio padre urlava dalla barricata
gli rispondevo, bastonata ricevuta
ma l’inferno esiste
e in un qualche dove anche il paradiso – per forza!
mio padre urlava dalla barricata
gli rispondevo, bastonata ricevuta
rumore forte questa sera, il bombo schianta gli uomini,
veramente





RECTO E VERSO
 
 
Ecco,
non c’è
un miracolo:
gli occhi belli
offerti
ai macelli
ridono dolore
nel doppio sogno
che è riflesso
nello specchio.
 
Si fa sabbia
la rabbia
spruzzata
tra le correnti
del vento?
Non sei cambiata,
riposi
ancora
la stanchezza
nell’indifferenza,
bruci
ancora
la fermezza
nel sangue
d’un giglio di neve,
mi fai
ancora
dono
d’una croce
e d’un cappio
tradendomi in Gesù,
sacrificandomi in Giuda,
per dar senso
al volto
che ti maschera
l’anonimato.
Si fa
ancora
il gioco
del Recto
e del Verso.
 
Ma meglio è
cominciare
l’Inizio
foss’anche inventato
come il fato
che ognuno dice
pronosticato,
diagnosticato
nella storia di sé
che
ancora
ha da venire:
gli Ebrei presero
la strada della Diaspora
scavando nelle sanie
dell’Iniziato
e lo elevarono
a Golem
confortandolo
con un trono d’argilla.
Ma non bastò
perché l’Alba Dorata
quasi tutti se li è presi
in una tormenta infinita di lager,
di cadaveri,
conservati nella figa
di Eva Braun.
E tu,
tu mi parli
d’amore?
Mi sussurri
che Giuda pagò
perché tutto fosse deciso
come l’amore di Gesù aveva inciso
nella sua carne macellata.
E tu,
tu mi fai becco
con un sorriso,
perché
carnefice e vittima
dovrebbero condividere
stessa carne
e separati letti.
 
No, Amore,
non funziona così.
Il pondo della vita
è delle Anime Morte
che si danno via
in un sospiro
che vanta
una pietra scagliata
nello spazio
di un Amen infinito.
E nessuna Redenzione.
 
No, amore,
non funziona così.
Gli specchi cadono
in frantumi
e il filo dei loro rasoi
taglia i legami,
ma resta la ferita a marcire
nell’infezione del passato
mai dimenticato.
 
Ieri c’era un uomo
che moltiplicava
pani e pesci.
Ieri c’era un figlio
che scriveva
poesie sull’acqua.
Ieri c’era uno spirito
che predicava
alla sua ombra.
Ieri c’era
un domani.
E tu,
tu lo buttasti via
abortendo
la perfezione
che recava al Sinedrio
col capo già coronato di spine.
 
Ieri c’era un uomo
che fuggiva
nel fondo
del tuo cuore.
Ieri c’era un bambino
che dannava
l’alma
in un tuo sguardo.
Ieri c’era un fantasma
che credeva
nell’onestà
della tua ombra.
Ieri c’era un domani
che hai dilaniato
nella forma di te
per crocifiggere
la sostanza
in un vetro,
in una lama di cielo
              tagliente come rasoio.
 
Questo mondo di insidie,
questo specchio di rivolte,
questo affanno di diavoli,
questo inganno di angeli…
tutto questo
non lo puoi dimenticare
su due piedi,
lasciando il Sepolcro
all’invasione
del Can Malfusso.
 
Ieri c’era qualcuno
che,
in silenzio,
raccoglieva pietre
per darle addosso
alle spalle
di quell’uomo
e alla sua ombra.
 
La pietra di fiume
che fu dono di ieri,
oggi,
è scagliata
nel letto d’un’altra foce:
alle correnti appartiene.
 
Ho un mare di rabbia
che cerca di sfociare
in lagrime,
ma il tempo
ha bisogno
d’un dolore
più grande
del mio universo.
 
Sì, si fa sabbia
la rabbia.
E sgretola
ogni pietra
che scagliasti.
 
 
 
 
 
DOMANI SARO’ MORTO


Domani, domani sarò morto,
così penso che è proprio il caso
che abbia indietro un sogno o un incubo:
le scarpe e il rossetto rosso per lucidarle,
il cappello e il saggio su Erasmo da Rotterdam,
e se hai cuore, un po’ di quella tua zuppa di piselli
Ma sarei più felice se volessi darmi indietro
solo la mafia di Frank Sinatra e il diavolo dei Rolling Stones
 
Domani, domani sarò uguale a tanti altri,
così penso che è proprio il caso
di darci un taglio, adesso:
la molotov inesplosa è accanto alla culla del bambino,
il mazzo di rose, che ti ho regalato, ce l’ha tua madre,
i profilattici, quelli, li ha presi tuo padre per sbaglio
E’ tutto a posto, come sempre
Solo non so dove Sinatra e gli Stones
 
Tutto qui, domani sarò morto
Ma era giusto che lo sapessi dalla mia bocca,
perché fuori c’è Morte e io ne sono parte:
si salveranno solo i più sfortunati
 
E il jingle è uno strillone e giornali invenduti
che ripetono “Dove Sinatra e gli Stones?”
 
E il jingle è uno strillone e giornali invenduti
che ripetono “Dove Sinatra e gli Stones?”
 
 
 
 
 
URLA
SOTTOVOCE
SOTTOTERRA
 
 
in memoria di Allen Ginsberg
 
 
 
I.
 
 
Ci hanno detto di sputare il cielo in una pozzanghera di nubi:
danzavi portandoti a spasso le mie lagrime negli occhi,
ma la strada da percorrere era un segreto che non sapevi,
e ti prendeva tutta, senza che tu potessi darti pace.
 
Sapevo che stavi soffrendo,
perché una puttana vergine
non ha che se stessa al suo fianco
& mille fantasmi cannibali
a dimostrarle difesa di fronte
alle frotte degli angeli indemoniati
agli angoli dei semafori
sempre pronti a santificare le feste
nel loro nome
e ad accompagnarsi a scorte di manganelli.
Quelle immobili visioni,
che avevi,
rispondevano a comando:
ti immaginavi in un urlo,
o in una risata folle,
per darti via
con una moneta in tasca
e un tacco a spillo piantato nel cuore.
Eppure non avresti proprio voluto soffrire a quel modo,
farti simile a tua madre,
che buttava la sua rabbia addosso a te
per passarla a tuo padre,
che affilava la coramella sulla tua schiena.
Eppure è successo
& ancora non sai spiegartene il motivo.
La forza, la gloria,
che trovasti,
fu un perdersi in un cielo
che ti dava a spingerti sulla strada.
Incontrasti la vastità degli uomini
e la loro pontificata pazienza
nel rigurgito animale
degli orgasmi:
e le pozzanghere
che ti invasero
si fecero profonde
come i segni sulla schiena
che non osavi mostrare allo specchio,
che ti capovolgeva
mentre esibivi una rosa di sangue
fra le gambe
a quel solito sconosciuto che,
ad ogni notte,
cambiava nome
ma mai il volto.
 
 
 
II.
 
 
Fuori ho visto l’Atomica esplodere
in un arcobaleno di passioni
& le menti si sono fuse
in un coito di geniale carnalità
compressa nello strazio
di mille e mille morti,
finalmente,
in una sola Morte.
Ma le ombre
che furono loro
si accartocciarono sui muri
gridando:
“Identità!”.
Gesù scese dalla croce
trascinandosi sulle spalle
l’utero spezzato:
guardò con gli occhi ciechi
le ombre
e provò a baciarle
un’ultima volta,
& Giuda gli cacciò in culo
una benedizione
presa in pegno al Banco dei Trenta Denari
e una carezza strappata dal bosco dei Getzemani.
Mio figlio non sta proprio bene:
ha un cancro trapiantato nell’Anima
e un serio problema di compostezza sociale.
Non insegue l’Eternità
e la Dorata lontananza del Giorno e della Notte.
Si caccia in casini
che non ti dico,
poi dà la colpa a se stesso,
ma non fa niente
per cambiare la pena
che si porta in mezzo alle gambe:
taglia l’inutile proboscide scadendo in rota,
ma finito l’effetto
si fa un’altra scimmia
e cerca una preghiera
in una piaga di violino
per sentire l’ebbrezza d’un’aritmia mortale.
E mai che accada.
L’altro giorno è venuto in me
con un sogno
ma era spento
& prova e prova e prova,
alla fine s’è dovuto arrendere
nell’Occhio di Ciclope
& alla fine ha confessato
che ama troppo sua madre
e che avrebbe proprio tanto bisogno di possederla
senza dover andare in strada a cercarla
con uno schiaffo di banconote.
 
 
 
III.
 
 
Ho un proiettile nell’occhio
che ogni tanto mi fa piangere,
ma non c’è un motivo apparente
che spieghi,
& allora mi tocca stringere la croce
e forgiarla in un’aneurisma
che mi ridia una vertigine perfetta e solidale con le emozioni
che mi stuprano il dolore
che si crede migliore di me.
Non è facile spiegare
quando ci si trova spiazzati
nell’immobilità
& l’occhio esploso non m’aiuta affatto,
anche se mi fa molto carino
agli sguardi delle donne.
Ma non è questo il punto
a cui dovrei mirare,
perché ciò che cerco
è una chiarezza inconfondibile.
E’ tutto un fottio qui,
Vecchio Stronzo,
 che ieri mi desti un soldo per dirti bello
a quella donna
che hai ammazzato in un incidente
di lisergica memoria.
 
 
 
IV.
 
 
La casa è crollata nel tradimento
di farci due a due,
l’uno nascosto all’altro.
E’ bello, è bello, è bello, è bello, è bello.
Chi? Cosa? Dove? Come? Quando? Perché?
Ma perché son io
a dovertelo domandare?
Solo questo conta,
anche se l’uomo,
che se ne va a spasso
con l’utero sulle spalle
come fosse una croce,
dice che non dovrei preoccuparmi
perché lui ci restituirà
la bellezza di crederci,
di nuovo,
tutti peccatori.
& blatera
che Uno e Trino è stata una scopata
venuta nella Passione
delle trombe dell’Infinito,
quando avremmo dovuto solo aspirare
alla Normalità.
Già, dev’essere come dice quel pazzo:
“La frusta batte sempre sul dente cariato!”
Ma io mica l’ho capito,
ma ho presentimento
che sia giusto per noi
& che certe certezze siano possibili solo ai Dioscuri.
Ah, i gemelli Dioscuri! Castore e Polluce, la leggenda:
Zeus che s’invaghì di Leda, moglie di Tindaro, re di Lacedemone,
e si unì a lei sotto forma di cigno,
facendole generare due uova.
& da uno nacquero,
nelle vicinanze di Sparta,
i gemelli Polluce ed Elena.
& dall'altro Castore e Clitennestra.
Ma quest’ultimi erano figli di Tindaro,
che si unì a Leda
dopo gli amori di questa con Zeus.
& quindi Polluce,
figlio del dio,
si dice fosse immortale
a differenza del fratello umano.
Spartani,
uno pugilatore,
l’altro guerriero,
combatterono contro l’ateniese Teseo,
poi,
non contenti,
aiutarono pure quella mezzasega di Giasone,
e si  fecero Argonauti.
Placarono la Tempesta
che avrebbe affondato tutti gli Argonauti,
& da allora
si dice siano le preghiere promesse dei marinai.
Cazzo, che storia intricata!
E’ questo che volevi, è questo: un mondo puttana vampirizzata
& una casa crollata & dirti ancora innocente.
E’ questo che volevi, la rovina della casa.
E’ questo che volevi, un Cigno, una sgommata e via.
E’ questo che volevi, un utero spezzato,
una croce che fosse il nostro nome.
No, non sei mai stata chiara,
voli perfetti nel cerchio dell’imperfezione,
buco di culo depilato,
croce uterina.
 
 
 
V.
 
 
Sfoderi Il Richiamo di Cthulhu,
lui ascolta,
lui sa,
sa ogni cosa,
ogni dove,
 ogni infinità,
ogni perfezione perfetta ed imperfetta.
Si muore ai semafori in buffi incidenti:
non c’è lavoro per i becchini
del rosso del giallo del verde,
 non c’è lavoro,
non c’è,
non c’è da pulire
un vetro rotto o un tagliarsi i polsi.
No, non c’è,
ma c’è che qualcuno fa,
fa scattare,
fa scattare meccanismi compulsivi di massa,
& s’espande sempre,
tocca le radici del Male,
del Bene,
tocca e passa via a trecento Km/h.
Ci sono delle strafighe in giro
che proprio non sai
da dove siano nate,
se da un uovo
o dalla passione di Zeus
o dal ventre di Elena.
Ci sono
& frettolose prendono taxi allucinanti,
mentre sfilano lunghe gambe
in trasparenze di calze e sete d’orchidea.
Le vedi,
le puoi solo vedere,
ma non toccare.
Hanno il male
che le segue
& le spinge verso Cthulhu.
Si fanno la Morte
in modo buffo,
ai semafori,
incrociando lo sguardo di Dio
in un pompino staccato
con fretta
calcolata.
Sfoderi Il Richiamo di Cthulhu,
lui ascolta,
lui sa,
sa ogni cosa,
ogni dove,
ogni infinità,
ogni perfezione perfetta ed imperfetta.
Sa dove inizia il passo
e dove finisce.
Lui sa farti fuori
con una visione di Dio:
importa solo che Lui creda in Te
anche se Tu e Lui non esistete,
veramente.
Lui sa farti fuori così,
con uno sguardo calibrato
nella pazzia dei semafori.
 
 
 
VI.
 
 
Ci hanno detto di sputare una pozzanghera in un cielo di nubi:
danzavi portandoti a spasso le tue lagrime negli occhi,
ma la strada da percorrere era la solita che sapevi,
e ti prendeva tutta, senza che tu potessi darti pace!
 
 
 
VII.
 
 
Sottovoce. La voce.
Sottoterra. La terra.
 
Sottovoce. Sottovoce.
Sottoterra. Sottoterra
 
Sottovoce.
Sottoterra.
 
Sottovoce. Sotto.
Sottoterra. Sotto.
 
La Voce. Sottovoce.
La Terra. Sottoterra.
 
Sottoterra.
Sottovoce.
 
Sottovoce & Sottoterra.
Sottoterra & Sottovoce.
 
 
 
 
 
LA PAROLA
(previously unreleased)
 
 
Non dire l'Amore,
non dire che c’è amore
Amore!, amore
è una parola,
una voluta di fumo,
un’insidia e una monotonia,
una disperazione
che via via ci porta alla guerra,
o sulle strade a romperci le ossa
- o nei colori che si stemperano
in tutti quei tramonti mai visti
da occhio umano
No, non dirlo che è amore
l’Amore, non ce l’ho
una parola migliore
che sia credibilmente giusta
per dirlo più di così
Ho solo una parola ingiusta
che è lama di sgomento
- un tagliarsi le vene dei polsi
prima che sia l’alba a sposarsi
in un altro tramonto che non so
 
 
 
 
 
QUANDO I SANTI, GLI UOMINI
(previously unreleased)
 
 
alla bella scrittura
di Isabella Santacroce
 
 
Quando venimmo al mondo
i santi aureolati fecero fagotto,
lasciando inusate tombe dietro di sé
perché gli uomini potessero riempirle
d’amore e di melanconia mortale - vitale
 
Quando il primo uomo cadde, cadde
Quando per mano d’un suo fratello
quel primo fu sepolto profondamente,
altri mille lo seguirono per uguale sorte
se non più crudele, senza né una croce
né una benedizione terrigena o dall’alto
 
Quando, per distrazione, i santi in fitta schiera
tornarono quaggiù, allarmarono bronzee campane;
seppellirono così nel grembo della madre morente
l’ultimo uomo che tentava di scalfire col suo grido
il mondo destinato a un eterno silenzio di niente
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 16:48 | poesia | clicca per commentare commenti (25)



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