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ANIME SALVE, ROMANZO IN PROGRESS - CAP. VII

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, settembre 30, 2005


Anime Salve, un romanzo in progress di Giuseppe Iannozzi


 

ANIME SALVE
 



CAP. VII


 
di GIUSEPPE IANNOZZI
 
  
 




______________________________________________
 

Avvertenza:

 

Questo è un romanzo in progress, una bozza. Lo pubblicherò a puntate su questo blog, ovviamente solo se qualche lettore si dimostrerà interessato, altrimenti tornerà nel nulla, che è poi il luogo che più gli conviene.


Info essenziali

indice di affidabilità: 6 (forse sono stato troppo generoso con me stesso)

stato: bozza passibile di drastiche modifiche

 

Giuseppe Iannozzi


CREDITS:


>>>
Un grazie particolare, di tutto cuore, all'Amico TRESPOLO (LA TESTA DELL'ACQUA)
, che ha individuato con pazienza certosina alcuni refusi nei capitoli sino a oggi qui postati.
I refusi sono stati oggi corretti su tutti e cinque i capitoli.
(Torino, 22 agosto 2005)

Come segnalato nell'Avvertenza, il romanzo è in fase di bozza e qualche refuso può scappare al mio vigile occhio, ma è anche grazie ad Amici come TRESPOLO che il romanzo in progress, "ANIME SALVE", diventa, giorno dopo giorno, se non perfetto, almeno pienamente leggibile, forse godibile. 

Giuseppe Iannozzi <<<



LEGGI ANCHE

IL PROLOGO
IL PRIMO CAPITOLO
IL SECONDO CAPITOLO
IL TERZO CAPITOLO
IL QUARTO CAPITOLO
IL QUINTO CAPITOLO
IL SESTO CAPITOLO



______________________________________________

 

 





7. ANCORA E’ INCUBO
 
 
Mi svegliai. Temetti d’aver di nuovo la febbre, ma non mi sentivo bruciare. Ero invece fresco e riposato. Ma la fantasia è da sempre la peggiore malattia degli uomini, e io, neanche io ne sono immune, purtroppo.
Mi dico che devo fare qualcosa per fuggire da Torino: con la raccolta del cartone non sarei mai riuscito a trovare un altro dove dove ripararmi. Non sono mai stato un marchettaro, ma dopo tutte quelle innaturali fantasie che lo spirito torinese aveva insufflato nel mio io, avevo preso in seria considerazione di dare via il culo nei cessi di Porta Nuova. Mi sarei dato una sistemata, avrei fatto un bagno, aggiustato i capelli ormai lunghi e scomposti, e tutti i finocchi di Torino di passaggio alla stazione sarebbero stati miei. Ma di dare via il culo non ci avevo proprio voglia. A dire il vero, ci ho tentato, ma poi le cose sono andate diversamente.
M’ero pulito e profumato - si fa per dire! – e la sera mi recai davanti alla stazione di Porta Nuova. Saranno state le 23:00, un orario ottimo per chi ha bisogno di soddisfare certi vizi. Non ero convinto che le marchette fossero l’unica via per raggranellare del danaro, ma ormai ero lì e tanto valeva che provassi a fare la puttana. I cessi erano a portata di mano: entrai nella stazione, girovagai per un po’, poi mi cacciai dentro una toilette: il puzzo del piscio subito m’assalì il naso, ma non ci feci caso più di tanto. Tirai fuori una sigaretta che avevo trovato in terra e me la cacciai in bocca, ma non la accesi subito. Feci finta di fumare per un paio di minuti senza pensare a nulla di particolare. Poi l’accesi con l’unico cerino che m’era rimasto e aspirai avidamente il fumo. La consumai nel giro d’un minuto. Entrò qualcuno, mi vide e se ne andò. Passò un altro minuto e un altro fece il suo ingresso: un prete.
“Salve.” La sua voce non aveva nessuna sfumatura particolare. E subito capii che non aveva il vizio e che da lui non avrei avuto una lira.
“Che fa qui, padre? E’ un’ora tarda…”, e nella mia voce c’era nascosta tutta la malizia di cui ero capace.
“Affari, fratello.”
“Ahhh…”
“E tu?”
“Io… Io lavoro qui.”
Il prete non disse nulla, ma si sfilò il colletto bianco. Quello che credevo essere un prete si sedette sulla tazza del cesso senza calarsi i pantaloni e subito prese a fissarmi con occhi sospettosi. Poi, in ultimo, disse con piena naturalezza: “Tu sei un Caino come me. Nessuno ti amerà mai. Ma penso che questo tu già lo sappia. E suppongo che te l’abbiano già detto, magari una donna. Sbaglio!”
Ero sorpreso. Feci cenno affermativo con il capo.
“Allora non stiamo a raccontarci frottole. E passiamo al sodo.”
La mia sorpresa aumentò sensibilmente: quello non mi si voleva inculare, era chiaro, glielo leggevo in faccia. Aveva in mente qualcosa… E non mi sbagliavo.
“Io non sono un prete, non in senso canonico, comunque.”
Studiai quel prete non prete: sul rubicondo, il volto severo ma neanche poi tanto - ma gli occhi gli brillavano d’una luce animale -, la bocca sottile, e il naso un becco foruncoloso, e i capelli neri come il petrolio e pettinati con il gel. Un tipo da galera, ecco l’impressione che ne ebbi.
“Tu non sei un marchettaro come io non sono un prete. Ed entrambi siamo come Caino: la società ci odia e non ci può sopportare”, esordì il tizio. “Il mio nome non ha importanza. Chiamami come diavolo vuoi. Lo stesso farò io con te. L’importante è che siamo della stessa razza.”
“Va bene”, dissi io. “Ma ora passiamo al sodo. Che vuoi da me?”
“Forse sei tu che vuoi qualcosa da me.”
Silenzio.
“Non capisci. Mi spiego subito. Quando avevo più o meno la tua età entrai in una specie di setta. Gli Azraeliani mi hanno tenuto con loro per molto, molto tempo. Al tempo non sapevo chi fossero e neanche oggi ti saprei dire chi o cosa siano veramente. Degli invasati che aspettano un essere superiore che si manifesti qui sulla Terra! Tutte cazzate, ovviamente, ma pericolose. Ho fatto parte della loro setta per molti anni, ho fatto quello che mi hanno ordinato. Poi li ho traditi e oggi sono qui a raccontartelo. Ti stai chiedendo perché, non è vero? Perché siamo simili. Sono entrato nella setta perché ero uno senza nerbo e la vita di strada non mi sembrava tanto attraente. Avevo bisogno d’una casa, una qualsiasi, così scelsi di unirmi agli Azraeliani. Lì non mi odiavano perché… Beh, non è importante. Insomma con gli Azraeliani i rapporti furono amichevoli, diciamo così. Il fatto è che la setta pubblicizzava l’idea che dovesse venire un messia da un altro pianeta. Ma la verità è che lì si era tutti viziosi, pedofili. Ecco cosa. A ogni modo, quegli stronzi hanno un sacco di soldi che neanche ti puoi immaginare: ogni adepto, per poter entrare nella setta, deve rinunciare ai suoi beni materiali e consegnarli nelle loro mani. Io stesso diedi tutto quello che avevo agli Azraeliani. Forse per questo facevano finta di non odiarmi. Comunque. Non è che avresti una sigaretta?”
Scossi la testa.
“Lo immaginavo. Peccato! Con un po’ di nicotina nei polmoni la storia te l’avrei raccontata meglio. Ho avuto culo io con gli Azraeliani.”
Ero seccato: perché cazzo non si decideva ad arrivare al punto?
“Senti, non me ne frega niente di questi azra e qualcosa. Arriva al punto!” Ero minaccioso, ormai non ero più nello spirito di fare la puttana smorfiosa per rimediarmi un patetico cliente.
“Ti capisco. Questa situazione è assurda. E poi, da un momento all’altro potrebbe entrare qualcuno, uno sconosciuto. Bene arrivo al sodo, anche perché ti devo confessare che ho poco tempo. Gli Azraeliani, dopo il tiro che gl’ho giocato, saranno sicuramente sulle mie tracce e se m’acchiappano è finita. Quindi le cose stanno così: ho fregato un bel gruzzolo a quei figli di puttana e…”
Entrò qualcuno ma se ne pentì subito, perché mi gettai addosso all’uomo con un impeto animale tale che questi se la fece sotto e scappò via come se avesse visto il demonio in faccia. “Quello l’ho sistemato, ma col prossimo te la vedrai tu, quindi vedi d’arrivare al punto e basta con le cazzate.” Era un ultimatum.
“Il punto… Che ne diresti di prenderti una parte del gruzzolo?”
La cosa mi puzzava.
“Perché dovresti darmi dei soldi?”
“Perché ho bisogno di qualcuno che mi protegga le spalle. E che non si prenda troppo cura delle mie palle!”
La cosa diventava di battuta in battuta più sporca.
Caino non ama un altro Caino, così vanno le cose al mondo.
“Cosa dovrei fare per te?”
“Spogliarti dei tuoi vestiti e passarmeli. Io ti darò i miei e se qualcuno è sulle mie tracce le perderà perché tu li porterai lontano da me.”
Mi sorrise.
“Non funzionerà mai: siamo troppo diversi.”
“Diversi? Puzziamo allo stesso modo. Siamo Caino entrambi. E’ abbastanza per quei finocchi di Azraeliani. Servirà a confonderli.”
“Anche ammesso che funzioni, io rischio molto di più del culo se le cose stanno effettivamente come mi dici.”
“Avrai la tua parte.”
“Quando?”
Il finto prete ex azraeliano ignorò la domanda: “Non ce l’hai proprio una sigaretta che ti avanza?”
“Quando?”
Silenzio. Caino s’illudeva di poter tirare un colpo gobbo a Caino: illuso.
“Quando ci saremo scambiati i vestiti, ti darò la tua parte. Ti sta bene?”
“Come faccio a sapere che ce li hai davvero i soldi di cui vai blaterando?”
Qualcuno stava entrando nel cesso, ma io fui più veloce e bloccai la porta prima che questa potesse essere aperta. Il tipo provò a spingere ma senza risultato alcuno. Desistette ben presto. Probabilmente avrà pensato che qualcuno stava facendo le sue cose.
L’ex azraeliano mi mostrò una valigetta ammanettata al polso. Non ci avevo fatto caso. L’aprì per un breve istante sotto i miei occhi: un mucchio di soldi, sufficienti a sistemare un uomo per il resto della vita
“Sei convinto ora?”
No, non ero convinto: i soldi ce li aveva, ma io non avrei mai visto la mia parte. Caino non aiuta Caino, neanche quando ha bisogno d’un complice che gli copra le spalle.
“Va’ bene. Scambiamoci i vestiti. Ma ci spogliamo insieme. Non voglio scherzi, capito?”
“Ok, amico!”
Cominciammo a spogliarci, lentamente. L’ex azraeliano aveva un po’ di difficoltà a sfilarsi i panni di dosso: non s’era staccata la valigetta ammanettata al polso. Anche lui non si fidava di me. Avrebbe fatto bene a staccarsela quella maledetta valigetta… Stava lottando con i pantaloni: la testa gli si era quasi incastrata in mezzo alle gambe, quando gli saltai addosso mezzo nudo. Gli tappai la bocca con una mano, poi un colpo secco contro il bordo della tazza, del cesso. Un copioso rivolo di sangue gli mascherò il volto mentre perdeva i sensi: i suoi occhi rabbiosi mi fissarono un attimo prima di spegnersi. L’avevo fregato. Non mi restava che strappargli la valigetta, rivestirmi e squagliarmi. Non potevo stare a guardare troppo per il sottile: gl’afferrai il polso e cominciai a tempestarglielo di calci. Niente da fare. Il polso a pezzi, ma la valigetta non si scuciva: la mano grassoccia impediva che la manetta si sfilasse. Per un momento mi dissi che stavo facendo una cazzata. Poi ebbi l’illuminazione divina! In fretta e furia calzai le mie scarpacce. Un rantolo. Si stava riprendendo.
‘Niente da fare amico!’, dissi fra i denti, e gli assestai un calcio in piena faccia e lo spedii di nuovo nel mondo dei sogni. Gli stritolai la mano sotto il peso di ripetuti colpi di tacco. Ma anche così la valigetta rimaneva attaccata all’ex azraeliano. Provai a strappargliela, ma di staccarsi dalla mano ormai ridotta a una poltiglia non ne voleva proprio che sapere. Maledette manette! A quel punto o gli staccavo la mano all’altezza del polso o lasciavo perdere. Ormai dovevo giocare il gioco fino in fondo. La situazione era assurda ma sono cose che accadono, per quanto incredibili. Ma anche a volergli segare il polso, non avevo i mezzi necessari. Continuai a tempestargli la mano a forza di colpi di tacco. Tirai la valigetta… il sangue fuggiva copioso dal polso brutalmente fratturato: alcuni frammenti di osso avevano aperto la viva carne e il sangue oliò le manette, per così dire. La valigetta se ne venne fra le mie mani. Non avevo tempo per interrogarmi su quello che avevo fatto. Finii di rivestirmi e nascosi la valigetta coi soldi degli Azraeliani sotto l’impermeabile e mi squagliai non prima però d’aver bloccato la porta del cesso con un pezzo di legno che incastrai nella serratura. Non avevo fatto un lavoro pulito, ma non potevo permettermi d’esser un professionista. Non lo sono mai stato. Dopo un minuto un urlo belluino echeggiò nella stazione. Ma io ero già lontano.
Una volta a casa, nascosi la valigetta nell’unico posto sicuro che mi potevo permettere, ovvero sotto il letto. Ero su di giri. Tirai fuori un paio di centoni dal gruzzolo e uscii in strada, di notte con l’adrenalina a mille nelle vene. Avevo intenzione di farmi una gran scopata, altro che dar via il culo. E l’indomani avrei lasciato la città.
E a puttane andai senza rimorso alcuno e con una slava m’addormentai usando il suo bel culetto bianco e sodo come cuscino. Dormii come una pasqua e al mattino accompagnai la puttana che non capiva una sola parola di italiano a fare colazione in un bar, poi la liquidai e me ne tornai a casa per prendere i soldi e lasciare Torino. Finalmente.
Aprii la valigetta e cominciai a tirar fuori le banconote, ma c’era la sorpresa: circa tre milioni di lire in banconote di piccolo taglio nascondevano un pacco di titoli di credito.
“Diavolo!”, gridai come una scimmia impazzita. “Tre fottuti milioni e obbligazioni. Che cazzo ci faccio io co’ ‘sti pezzi di carta? Che cazzo ci faccio?”
Non potevo più rimanere: presi il malloppo di cartaccia e lo cacciai dentro a quello che doveva essere un lavandino, poi gli diedi fuoco. Raccolsi i tre milioni, me li cacciai in tasca e mi squagliai da lì. Ormai non potevo più rimanere. Troppo pericoloso. Me la svignai da Torino a piedi e solo a notte fonda mi concessi un’ora di riposo. Sentivo una stanchezza incredibile addosso e sognai. Sognai cose che non avrei mai dovuto sapere.
 
Il mondo era grigio e io ero completamente nudo, ma nel futuro che sognai sembrava che la norma fosse vestire la propria nudità. La città era scavata nel cuore della Terra e il cielo era una sorta di proiezione su un enorme schermo. Non esistevano appartamenti o costruzioni in questo futuro: si viveva tutti immersi in una natura creata artificialmente e si dormiva e si mangiava e si facevano i propri bisogni dove capitava. La temperatura era mite e tutti vivevano in perfetta armonia, come se il male non fosse mai esistito nel mondo.
Una giovane bionda mi avvicinò baciandomi la bocca e carezzandomi il sesso, senza malizia.
“Questo non è il futuro che tu credi di sognare. Questo è il passato del futuro!”
Io non sapevo che rispondere e soprattutto non ero sicuro che sarei stato in grado di parlare lo strano idioma di quella creatura. Ma parlai…
“Che significa?”
Lei non disse nulla. Mi prese per mano e mi fece capire che dovevo seguirla. Non mi feci pregare due volte. Mi condusse da un vecchio incartapecorito completamente nudo, calvo, cieco, e con una lunga lunghissima barba bianca che gli toccava i piedi e che gli copriva il sesso. Era seduto nella posizione del Loto: non so come facevo a saperlo, ma lo sapevo. Il vecchio mi fece segno di accomodarmi nella sua stessa posizione. Ubbidii.
La fanciulla era scomparsa come risucchiata nel nulla.
“Tu vuoi sapere?” Non era una domanda, era una affermazione.
Feci un cenno con il capo.
“Questo è il passato del futuro. Ne sei già stato informato.” La sua voce aveva un che di falsamente angelico, però non dispiaceva all’orecchio, almeno nel sogno. Nel sogno non avevo nessuna tentazione rabbiosa o violenta: ero come il più mite degli agnelli. Il mio ‘io’ era in pace, o almeno quello che io credevo fosse il mio vero ‘io’. Ma era dentro di me un altro ‘io’, un ‘io’ prepotente che mi suggeriva che il mio vero ‘io’ doveva ribellarsi. Ma il mio vero ‘io’ era pacifico come un agnello. Eppure… Eppure… Eppure forse dentro di me non un solo ‘io’ gemello si ribellava: un coro di ‘io’ gridava “IO SONO IO!”… Il coro di ‘io’ faceva ressa dentro il mio ‘io’. Eppure ero lucido. Lucido. Lucido. Eppure io ero io. Ne sono sicuro.
Ero ‘io’.
Io ero…
Non lo so chi ero io.
Io ero…
“Ora ti racconterò una storia. Ascoltami!”
E l’ascoltai.
 
[continua]

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 10:21 | racconti | clicca per commentare commenti (23)



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