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una candela per il Tibet
Andrea Pazienza - omaggio all'artista
written by
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giovedì, dicembre 29, 2005

- dettaglio copertina "Hollywood, Hollywood" realizzata da Andrea Pazienza -
Omaggio
ad Andrea Pazienza
Ultimo immortale del fumetto italiano
Interprete in/consapevole di una generazione
di Giuseppe Iannozzi
[ Questo articolo apparve su uno dei primi numeri di CartaigienicaWeb.
Ve lo ripropongo perché ancora attuale, utile spunto per ulteriori riflessioni. (g.i.) ]
Dialogo tra padre e figlio.
“Papà, gli elefanti volano”.
“Dove l’hai letta ’sta cazzata?”.
“Sull’Unità!”.
“Oh, ehm, sì, cioè... Ma niente de che, 30, 40 cent...”
(una battuta da Satira 1978-1988, Andrea Pazienza, edizioni Baldini & Castoldi)
Andrea Pazienza non è mai stato un violento, non nel senso stretto del termine, ma indignato sì, eccome, e i nemici di ieri - come di oggi - erano lo Stato, Kossiga, un Papa balengo & borioso (ovviamente il solito che da anni inquisisce i nostri costumi, Giovanni Paolo II), un “buono”, il presidente della Repubblica Sandro Pertini (che, invece, è morto... almeno lui si è tolto dalle scatole, mentre per Paolo II si dovrà attendere lo stato di mummificazione naturale, così temo!).
Paz diceva: “Del liceo artistico di Pescara mi vengono in mente mille cose: venni sospeso il primo giorno di scuola; verso il terzo anno quando ero ormai come un pulcino nel nido, provai una sensazione di potere tremenda. Dato che ero molto bravo, potevo fare quello che volevo, scherzi soprattutto; per il resto avevo pessimi rapporti con le donne. Poi ho passato un periodo tra i 16 e 18 anni a rissare stupidamente, prendendole e dandole, specie d’estate. Erano estati bellissime, lunghissime, passate con la fila degli ombrelloni, lo strombazzo delle cose pubblicitarie e i baracconi messi in fila con i juke-box… Quando ero a Pescara le mie letture preferite erano i dadaisti: sapevo a memoria il manifesto di Tristan Tzara e conoscevo i movimenti di rottura d’inizio del secolo a livello Rischiatutto… Il mio primo disegnino riconoscibile l’ho fatto a 18 mesi, era un orso, questo testimonia quanto era forte in me il bisogno di disegnare... Pentothal nacque da un rapporto epistolare avuto con una ragazza di Napoli. Queste mie lettere rappresentavano per me un esercizio e il mio scrivere era una sorta di rincorrere, era giocato sul tema di corro con il cerchio, spingo il cerchio, il cerchio traballa sta per cadere e io gli dò un’altra spinta e va avanti, è un modo di vedere le cose senza alcun nesso logico... La musica ha una grande funzione per me. In questo momento vorrei essere la corda tesa di una chitarra rock, essere la corda che vibra in un grande concerto...”
Presto nelle sale cinematografiche un film, Paz, per la regia di Renato De Maria, un film coprodotto da Rai Cinema e Stream, girato tutto a Bologna: gli interpreti, attori giovanissimi alle prime armi. La vicenda narrata trae spunto – solo spunto, badate bene - dai più famosi personaggi creati da Andrea Pazienza, che sono stati, ovviamente, adatti alle esigenze del regista, e le loro battute sono un canovaccio davvero poco riuscito. E io non dubito che il povero, grandissimo, Paz sarebbe indignato quanto me, non tanto per il canovaccio, piuttosto per il fatto che i suoi fumetti servano a una (co)produzione cinematografica, indipendentemente dal fatto che possa essere buona o cattiva.
Ma chi era Paz in realtà? Andrea Pazienza nacque a San Benedetto del Tronto nel 1956 passando l’infanzia a San Severo, un paese dell’altopiano pugliese; poi a tredici anni si trasferì a Pescara, in Abruzzo, dove frequentò il Liceo artistico. Una volta conclusi gli studi, decise di iscriversi al DAMS di Bologna: nel 1977 - anno che Paz visse combattuto sia sul piano politico, sia su quello artistico e personale (i maligni dicono che in questo periodo iniziò a bucarsi) -, sulla rivista Alter Alter apparve la sua prima storia a fumetti, Le straordinarie avventure di Penthotal, ripubblicato da Baldini & Castoldi nel 1997 con prefazione di Oreste del Buono. Sempre durante il ’77 Paz partecipò al progetto della rivista underground, Cannibale; l’esperienza lo segnò positivamente e in futuro non mancò di collaborare a Male e a Frigidaire. Ma cominciò anche a collaborare con importanti testate giornalistiche della Sinistra italiana come La Repubblica e L’Unità; e la sua arte la troviamo anche in giornali satirici diretti da Michele Serra. Alcuni scritti di Paz furono per il quindicinale indipendente Zut; molte sue storie iniziarono ad apparire su belle e importanti riviste a fumetti come Corto Maltese e Comic Art. Ma Paz si provò anche nel disegnare manifesti e copertine per il cinema felliniano, manifesti per il teatro, e poi scenografie e persino cartoni animati, e copertine di dischi (tre le copertine realizzate per i dischi di Roberto Vecchioni: “Hollywood, Hollywood”, “Robinson” e “La vita è sogno” sono opera di Andrea Pazienza).
Poi nel 1984 Paz si trasferì a Montepulciano, in Toscana: in pieni anni Ottanta, Paz realizzò alcune delle sue opere più importanti; ricordiamo almeno Pompeo e Pertini, e un capolavoro cult, Zanardi. Zanardi fu disegnato quando Paz aveva solo ventisei anni: diventò subito una figura di spicco, un grandissimo interprete della società tanto da attirare l’attenzione, la simpatia e l’amicizia di un intellettuale come Pier Vittorio Tondelli; ma anche il rocker Vasco Rossi non riuscì a non ammirarlo.
Si è detto troppe volte che Paz ha rappresentato la “generazione bruciata degli anni Ottanta”, ma io sono del parere che Paz ha solo, molto più umilmente, disegnato senza ombra di ipocrisia la società, senza etichettarla come bruciata, sbandata o viziata. Pier Vittorio Tondelli morì di Aids, ma Paz era già morto; e oggi sono in molti a credere che il suo improvviso decesso sia da attribuirsi al fatto che si faceva di ogni genere di roba, soprattutto eroina. Andrea Pazienza morì nel giugno del 1998 a Montepulciano.
Paz fu un personaggio vitale, troppo vitale, per una società dedita al culto del capitalismo, e il capitalismo ha ammazzato Paz; poi il fatto che si facesse o meno, che avesse amicizie più o meno ambigue, sono tutte stronzate per intellettuali mancati che sentono l’insano bisogno di sparlare. Ma quali amicizie ambigue del cazzo! Uno spirito libero non ha pregiudizi ed è libero di frequentare chi gli pare e piace… E Paz non aveva pregiudizi, solo un grande amore da distribuire gratuitamente alla frigida umanità degli anni Ottanta, anni che hanno saputo lodarlo in misura ristretta riconoscendo in Paz solo la sua arte e mai la sua profondità comunicativa; infatti solo pochi come Michele Serra e P. Vittorio Tondelli e Roberto Vecchioni l’hanno veramente capito… forse!
Oggi sono tutti amici di Paz, persino - incredibile a dirsi! -, Vincenzo Mollica: sì, Mollica si è detto grande ammiratore di Pazienza tanto da aver tutta la sua opera artistica a casa, e recentemente ha curato e abborracciato una antologia per la casa editrice Einaudi, che nella presunzione di Mollica, dovrebbe essere l’antologia che se Paz fosse stato ancora in vita avrebbe dato alle stampe. E ciliegina sulla torta, conclude il volume un racconto di Stefano Benni su Paz: roba da non crederci! Il volume in questione è: Andrea Pazienza; Paz - scritti, disegni, fumetti; collana stile libero; a cura di V. Mollica; pp. 207; 7,80 Euro
Ma sentiamo almeno una voce nuova (!), un nuovo amico di Andrea Pazienza, sentiamo cosa dice di lui: “Oggi la prismatica grandezza di Andrea è qualcosa su cui non si può più discutere. D’altro canto già nel 1985 Pier Vittorio Tondelli (un altro ragazzo che, da una prospettiva molto diversa, visse la Bologna di fine '70) riconosceva a Pazienza il titolo di ‘James Joyce del fumetto italiano’… Ci ha spinti col cuore in gola in via Emilia Ponente, a decifrare la casa all’angolo con via del Cardo. Così, per misurare passi intorno alla casa in cui viveva Pompeo. Zanardi poi, salta sempre fuori, specie quando a Bologna il sabato notte incurva verso la domenica, e sai con certezza l’unica disciplina che ti salverà nel generale confondersi, esitare e gettare spugne. In questo periodo c’è chi si affanna a celebrare la memoria di Andrea, e chi fa di tutto per non evocarne la scomoda presenza. Il mondo del fumetto italiano ha perso dieci anni fa il suo Pelè e il suo Sid Vicious, che per molti resta solo una pietra di paragone innominabile, troppo scomoda…. La vita e l’opera di Andrea Pazienza costituiscono, a livelli differenti, qualcosa di ancora indigesto. La sua sincerità non ne ha offesi pochi, a quanto pare. La sua esistenza resta un oltraggio per chi preferisce chiudere gli occhi, fingere che certe turbe collettive, certi scazzi, certa roba non sia mai esistita… D’altronde, arrivisti e posatori hanno già detto la loro, dimostrato infatti la loro pochezza costitutiva. Squali e sciacalli parlano impunemente di Andrea. Ne profittano solo perché vecchio Paz non può più levare il suo primordiale e definitivo Alamm'echite'mmurt! Poi c’è chi vuole onorare la memoria di un amico, come Vincenzo Mollica… (Enrico Brizzi – da un ‘Breve ricordo di Andrea Pazienza’). Un commento, quello di Enrico Brizzi, che è un po’ superficiale, diciamo le cose come stanno: che sia un intellettuale mancato, che comunque piazza prodotti commerciali nel mondo dell’editoria, e qualche volta deve far finta di sembrare intelligente per vendere un paio di copie in più del suo ultimo romanzo?! Non è da escludersi, anche se quanto ha detto su Paz è quasi intelligente, solo quasi.
Molto più interessante il commosso ricordo di Enrico Fraccacreta, un ricordo affidato alle pagine di uno smilzo ma profondo libro edito da Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, collana Margini, dal titolo “Il giovane Pazienza – il disincanto degli anni inediti”: in questo libro uscito verso la fine del 2001, finalmente, dopo che tanti (cazzo! troppi, troppi davvero!) hanno speso lodi sperticate su/e contro Paz, si leva una voce sincera che ci ricorda Paz com’era realmente, un personaggio estremamente giovane, amico ma amico veramente, disinteressato, azzardato con le femmine ma anche timido e romantico, giocherellone, malinconico. Fraccacreta dipinge a distanza di anni dalla morte di Andrea Pazienza un ricordo che non ha l’assurda pretesa di essere un saggio mollichiano (diciamo pure che si guarda bene dall’essere un clone Mollica): Fraccacreta, amico di Paz, lo ricorda in tutti i suoi aspetti, da quello artistico a quello umano. E’ un ritratto commosso, sincero, e soprattutto scevro di ipocrisia.
Andrea Pazienza fu collegamento con la realtà quotidiana: il disegno di Pazienza è quasi una prosecuzione naturale della sua vita, e questa continuità trova conferma nelle storie dove spesso capita di vederlo attore e interlocutore delle sue creature, utilizzando il fumetto come diario personale, almeno in alcuni casi. Serbando memoria del suo periodo di formazione, il passaggio dal paese a quello scompaginato e frenetico (giovanile) pregno di un’ansia rivoluzionaria bolognese - la cosiddetta svolta dei vent’anni -, Bologna è per Paz il momento di rottura con la famiglia e con le convenzioni sociali. E il vero Paz è dunque questo e molto di più, il Paz con la matita in mano, quello che ha disegnato la società raccontandola attraverso immagini di indubbio valore artistico sociale. L’unico modo per comprendere appieno Paz è investigare dentro le sue tavole, lasciarsi sprofondare nei caratteri dei suoi personaggi; e Paz emergerà come per incanto nella sua vera natura, dolce e teneramente violento. E’ questo un approccio da affrontare con la coscienza pulita, senza pregiudizi di sorta: si deve essere disposti a lasciar da parte gli intellettualismi e le filologie, convertirsi con il cuore alle storie di Paz; così, solo così, Paz sarà l’ultimo grande immortale del fumetto, interprete lucido degli anni Ottanta.
Come ci ricorda Michele Serra, Andrea Pazienza non fu (solo) un folle lunatico, un tossicodipendente, un assatanato di sesso e alcool, perché Andrea fu soprattutto legato in modo quasi viscerale al movimento del ’77 e alla Democrazia Proletaria: in una sua vignetta mefistofelica che ritrae Giulio Andreotti, Paz gli fa dire che “la verità è sempre nuda. Basta questo per capire che razza di zoccola è”. Quale più vera verità?
Questo fu Paz, Andrea Pazienza. Questo è, e tanto fa. E non me ne frega un cazzo se non vi sta bene, perché… ma quale perché? Cercatevelo da soli il perché, io quello che dovevo dire l’ho detto.
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