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3 volte tre - racconti di iniziazione per un erotismo spicciolo

written by King Lear    - giovedì, maggio 25, 2006


My Magic World - by Chatterly


 
 
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3 volte tre





- racconti di iniziazione per un erotismo spicciolo -
 


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 

 
LE DONNINE NUDE
 
 
Ti racconto una storia: quando avevo ancora i capelli - ero un bimbetto di nove anni - andavo dal barbiere, uno di quei barbieri per nonni, che ti passano le forbici sulla testa come dovessero potare un albero. Quando il barbiere - un tipo con la faccia da prete, calvo e il sorriso semplice dell’ignorante - mi diceva, “Ecco, il giovanotto è servito!”, io mi guardavo allo specchio. E mi vedevo rovinato: dentro di me bestemmiavo, Sembro un moccioso con questo taglio del cazzo, porco dio. Il barbiere lo vedeva che non m’aggradava affatto il lavoro che aveva fatto, però taceva e intanto allungava la mano per prendere le cinquemila lire. A quei tempi tagliarsi i capelli costava poco: poi, dal barbitonsore dove mi spingevano i miei vetusti costava quanto una messa per un caro defunto, cioè troppo poco! Ad ogni modo, quello intascava i soldi - mai una volta che mi facesse uno sconto e mi lasciasse una mille lire così io mi ci sarei comprato cinque o sei pacchetti di figurine -, e poi mi squadernava il suo sorriso migliore, cioè a trentadue denti, da prete che ha appena ricevuto la confessione di un peccatore innocente. Notando la mia insoddisfazione, apriva il cassetto che aveva dietro il banco dove metteva i soldi e tirava fuori un calendarietto profumato con le donnine nude, e me lo allungava. Io lo prendevo in mano, e a quell’età subito mi veniva duro, perché sapevo bene di che si trattava: dimenticavo così il taglio che non mi piaceva e anche le figurine Panini, e non vedevo l’ora di tornare a casa per masturbarmi. Avevo in mano dodici donnine, belle, una più bella dell’altra: bionde rosse brune, una per ogni mese dell’anno, e io avevo soltanto nove anni. Ed ero eccitato come un riccio che scopre che il colore più bello del mondo è il bianco del seme.
La prima volta che mi sono masturbato è stato grazie a una donnina di quei calendarietti che il barbiere mi regalava: pensai di morire, di aver sputato via l’anima dal pene. Stavo bene, mi sentivo in paradiso; però sentivo anche una paura micidiale dentro. Fu poi quando mi feci la seconda sega che il piacere fu totale, senza paura.
Il barbiere mi raccomandava sempre, in un orecchio, con un filo di voce: “Non lo dire ai tuoi però. Tieni, prendi: queste cose sono per i giovani.” Ne ho raccolti un bel po’ di quei calendarietti tascabili, che nascondevo ben dentro al portafogli e che portavo con me anche a scuola, e nei bagni ovviamente. A volte chiedevo alla professoressa di uscire solo perché mi tirava nelle mutande e mi faceva un male cane: insomma dovevo allentare la tensione o sarei scoppiato. Poi la sfiga volle che per professoressa avessimo una cavallona che metteva sempre la minigonna e le calze nere: era una bruna da infarto, capelli neri a caschetto e occhiali molto da intellettuale, e labbra rosse come ciliege ma per niente volgari. Aveva il vizio di accavallare le gambe, con grazia di cigno: in una situazione così, era impossibile che un giovane maschio riuscisse a starsene calmo.
Poi il barbiere diventò troppo vecchio per tagliare i capelli: era buono sol più per tagliare le orecchie agli asini, e manco quelle. Chiuse bottega, e io non trovai un altro barbiere che regalava calendarietti profumati con le donnine nude. Per me fu un vero colpo al cuore: compresi che se volevo ancora andarci di mano, dovevo trovare altro materiale. Così iniziai a scrivere poesie.
 
 
 
 
 
PRIMO AMORE
 
 
La persi ben prima che potessi rendermene conto e farmene una ragione. Ero ancora uno sbarbatello, uno di quelli che le donne non le guardava se non con la coda dell’occhio ma arrossendo sempre. Guardavo le loro gambe, eleganti; tutte mi sembravano promessa e paradiso. A quei tempi avevo la testa tre metri sopra le nuvole, ero preso solo per la filosofia, e del femmineo capivo proprio niente. Però, in strada non potevo fare a meno di guardare l’incanto delle gambe: spesse volte distraevo la coda dell’occhio, per timidezza che una ragazza scorgesse sulle mie guance rossore di vergogna.
Una volta una ragazza, che io avevo fissato per un istante soltanto, si era voltata verso di me, senza sorriso ma adombrata manco le avessi trapanato il cuore con un paletto di frassino. Io rimasi impietrito, con le gambe molli: ero sul punto di svenire, infatti una vampa di calore immondo m’aveva assalito e le orecchie mi bruciavano come due tizzoni ardenti. Lei incedeva verso di me, con sicurezza, pronta all’assalto: indarno cercai di biasciare una parola, una qualsiasi, che mi levasse almeno un poco da quella situazione infernale. Ma dalla mia strozza non uscì nemmeno un sottile sibilo. Aprii la bocca solo per farle vedere le tonsille, come un imbecille. Lei lo capì subito che ero uno di quelli, un vergine, che non aveva ancora provata l’effimera ebbrezza d’una sega. Mi si piantò proprio davanti e mi mollò un ceffone a cinque dita… cinque candele accese che mi si stamparono sul volto ancora glabro. Io le rimasi di fronte innocente, sputando una lacrima dall’occhio, non per dolore ma perché ferito dentro. Quello schiaffo così improvviso mi aveva innamorato: e però la prima cotta inizia e finisce nello stesso momento.
Ero un filosofo a quel tempo, pensavo ed esistevo solo se facevo filosofia sulle cose della vita e della morte che, mio malgrado, mi gravitavano attorno. Lei girò sui tacchi, mi diede le spalle, e sculettando si portò via tutta la bellezza e il mio cuore - che in petto non cessava di battere, quasi volesse spaccarmi le costole, compresa quella che Dio m’aveva estirpato alla nascita perché maschio. A quel punto non mi rimase che soffrire, vedere il suo culetto allontanarsi per sempre insieme all’amore che sopra ci avevo disegnato. Ce l’aveva succoso come un cuore: dolci delicate curve, quelle che mettono il diavolo in corpo agli umori di chi giovane e senza esperienza di donne e letti.
Me ne tornai a casa con il cuore spezzato: capivo soltanto che l’amore nasce per morirsene in sé subito, nel tempo d’uno schiaffo e di una lacrima.
Quella notte non riuscii a dormire: lo schiaffo mi bruciava sulla pelle, mi penetrava nell’anima fin nelle più recondite viscere della carne. La campana bronzea aveva lanciato la sua eco più e più volte: dovevano essere le due passate, l’ora dei vampiri e delle donnine allegre. Almeno immaginavo dovesse esser così, perché dalle mie letture non riuscivo ad immaginare quali altre creature a quell’ora si potessero aggirare nel buio della notte. Mi coprii la testa con il lenzuolo bianco arrossendo: e presi a toccarmi. Non fu difficile: bagnai il materasso di me e fui assorbito in esso. Quella notte qualcosa dentro di me morì. Mi addormentai, caddi in un sonno profondo: e quando mi svegliai era già mezzogiorno, e il letto era asciutto, profumava solo di dolciastro, del mio seme che oramai era stato assorbito dalle lenzuola, dal materasso, per lasciare di sé solo una debole traccia dolce, come quella che lascia il sangue versato in combattimento. Era un pugno sui denti quel profumo dolciastro: quando fai a botte, quando il sangue che assapori per la prima è il tuo, è dolce, è così tanto dolce che saresti tentato di lasciarti assestare un altro pugno sui denti solo per bere altra sanguigna dolcezza.
Mangiai con appetito vorace, fin troppo: e poi, abbandonando i libri di filosofia e i quaderni aperti sulla scrivania, scesi in strada a guardare le gambe delle donne nella speranza che un’altra ragazza mi tirasse un ceffone per la mia impudenza.
Sì, aspettavo un altro schiaffo per innamorarmi di nuovo per la prima volta, ma con occhi ben aperti, colmi di giovane lussuria, e non timorosi e prigionieri della loro coda.   
 
 
 
 
 
MIETTA
 
 
Mietta mi aveva rapito il cuore. Era d’una bellezza arrogante: ogni ricciolo, come si dice, un capriccio, e lei ne aveva parecchi. E girava la voce che fosse un po’ puttanella: per farla breve, era la pupa che ogni diciottenne avrebbe voluto esibire al proprio fianco come un trofeo. Una bella bambola davvero, con la testa piena di fantasie, di no appena sussurrati, che per magia diventavano un forse e un altro forse e un altro all’infinito, una catena così, speranze che s’insinuavano in quanti se la baccagliavano.
Quel giorno c’era sciopero, o meglio gli studenti lo avevano indetto per protestare contro una guerra che doveva essere da qualche parte, nel mondo sicuramente, anche se in verità non uno avrebbe saputo dire che tipo di guerra, per che cosa e dove soprattutto. Erano particolari di nessun conto per chi voleva fare sega a scuola, e pure io ce l’avevo questa voglia, tanto più che Mietta urlava slogan di pace e s’accalorava mentre il sole le baciava la fronte. Di lei ero cotto: avrei fatto qualsiasi guerra per un suo bacio, e come tutti gli illusi m’illudevo che lei ammirasse il fatto che in quel frangente stessi accanto a lei per ripetere gli slogan che lei urlava. Io ero il suo pappagallino, genuino e felice: il sole era lì, e noi non ne volevamo che sapere di entrare a scuola. Quando apparve la Preside alla finestra, qualcuno la apostrofò puttana capitalista, e tutti presero a ridere, anche Mietta. E io ripetei la sua risata.
Perdemmo un po’ tanto tempo, alla fine formammo dei gruppetti più o meno omogenei: io non ero in nessuno, e Mietta era indecisa quanto me. O meglio: lei avrebbe potuto intrufolarsi in qualsiasi gruppo, io no. Mi portavo sulle spalle la reputazione d’essere una gran rogna.
Però alla fine Mietta rimase con me, soltanto con me: “Andiamocene, qui non c’è più niente da fare”.
Ci allontanammo con i nostri zaini sulle spalle e tirammo il passo lungo per evitare d’incontrare lungo la strada qualche professore in ritardo o genitore indispettito, magari chiamato al telefono da qualche crumiro che era entrato a far lezione.
Arrivammo a un giardinetto: e lì ci mettemmo a sedere su delle squallide panchine d’un verde slavato.
“Ce l’hai una cicca?”
Le allungai il mio pacchetto, delle Camel: ne sfilò una e se la mise fra le labbra. Subito gliel’accesi.
“Perché non sei andata con gli altri?”
Mietta sbuffò per un istante, ritraendosi in una smorfia buffa e maliziosa: “Perché non ne avevo voglia.”
“Però gli altri…”
“Vanno sempre alla Rinascente: non fanno altro.”
“E stare con me a fumare e chiacchierare del più e del meno è meglio?”
“Sei una rogna”. Ma sorrideva. “Tu sei di destra o di sinistra?”
Sospirai. E mi accesi pure io una sigaretta prima di rispondere: “Non lo so. Sinceramente la politica non mi ha mai interessato granché, come il calcio.”
“Infatti non ti sento mai parlare di derby e campionati… sei uno dei pochi… l’unico…”
“Non lo posso soffrire il calcio: degli imbecilli che si infartano per stare dietro a un pallone.”
“Come in politica…”
”Sì, direi che calza. Mi sa che mi fanno schifo sia la destra che la sinistra...”
“E allora perché hai scioperato?”
”Perché l’hanno fatto tutti…”
”Non è vero: molti sono entrati.”
“I crumiri.”
“E quelli, da che parte stanno secondo te?”
”Boh! Ma diventeranno o avvocati o ginecologi di grido.”
Mietta scoppiò a ridere di gusto: “Avvocati o ginecologici! Tu sei tutto matto…”
Rideva proprio bene, così solare. Era così tanta, da mangiare di baci. Ma la boccuccia di rosa non me la porgeva.
Si alzò un leggero vento che prese a commuoverle i riccioli. Era perfetta, una visione tizianesca: tutti quei riccioli presi dal sole e dal vento, d’un bel rosso mogano, e poche delicate efelidi sulle gote fin sul nasino alla francese.
“Ma tu, tu da che parte stai”?
Quant’era maliziosa e bella!
Non sapevo che risponderle. Nicchiai, poi lanciai lontano il mozzicone, mi concessi una pausa di qualche secondo a fissarla negl’occhi, e glielo dissi.
 
Si sa, tutte le cose hanno una fine che spesso coincide con l’inizio: il giorno dopo eravamo di nuovo sui banchi di scuola.
Nei giorni che seguirono Mietta mi guardava poco o niente, non mi sorrideva né mi parlava se non durante l’intervallo per scroccarmi una sigaretta.
La stoppai che stava andando in bagno: “Perché?”
“Perché cosa? Sei un pezzente, è abbastanza mi pare!” E così dicendo, tutta piccata, scomparve dietro la porta della toilette.
Nessuno mi aveva offeso così prima d’allora. Ma girai i tacchi e feci finta di nulla.
Però Mietta non l’ho mai dimenticata nonostante le mie pezze al culo.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:59 | racconti, erotico | clicca per commentare commenti (34)



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