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Avril Lavigne, dark da infarto su Maxim

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, luglio 17, 2008


Avril Lavigne



Avril Lavigne, dark


da infarto su Maxim


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Numero da infarto: Maxim ospita la giovane Avril Lavigne, dark più sexy che mai. La giovane bimba, regina del punk anarchico al femminile, è più bella che mai: il nuovo Maxim è già diventato un numero da collezione introvabile, o quasi. Affrettatevi se non volete restare senza la vostra copia. Ne vale davvero la pena, parola di intenditore.
 
“Basta con il look da ragazzina, ora preferisco le gonne”, dichiara su Maxim la dark Avril. “I media mi hanno descritta come una ragazza perennemente arrabbiata. Delle tante etichette che mi hanno dato, nessuna è adeguata. Non colgono chi sono veramente, come sono fatta. Ma ho superato tutto”.
Ma Avril Lavigne, seppur con le gonne, non esita a picchiare duro se la stuzzicano: “L’ultima volta? In un bar, con una ragazza che mi ha urlato qualcosa. L’ho fatta star zitta. Non amo litigare, ma se mi provocano...”. La sventurata le ha gridato: “Tu non sei una vera punk”. La risposta di Avril Lavigne non si è fatta attendere.
 
Per quanto mi riguarda, cara Avril, puoi riempirmi di botte come e quando vuoi, con indosso un bel completino dark o la sola tua stupenda nudità.
 
“Non sono una punk, anche se mi piace. Sono una persona forte e con un’opinione sua. Amo le band punk, come Pennywise, i Distillers e i Green Day, ma preferisco gruppi rock come Radiohead e Linkin Park”. E ancora: “Nessuno mi dice cosa indossare. Da ragazzina mi vestivo da skater con pantaloni larghi e t-shits, ora frequento i ragazzi e amo le gonne. Sto crescendo, mi sento più donna. Accade a tutte le ragazze!”.
 
Il drink preferito di Avril? Un doppio Grey Goose con ghiaccio. Avril Lavigne confessa di amare i rockettari, ma il monito è chiaro e duro per tutti i maschi all'ascolto: “Uomini, trattateci con rispetto, come principesse”.
 
Una fan le ha chiesto un autografo e Avril gliel’ha fatto sul décolleté.
La cantante, che Billboard Magazine ha inserito nella Top Ten degli artisti che hanno venduto più dischi nel mondo, svela i prossimi impegni: in agosto uscirà il dvd del suo ultimo tour, “The Best Damn”, che ha toccato anche l’Italia, mentre a settembre sarà impegnata in Giappone.
 
Avril, carissima Avril, io sono più che disposto a trattarti come una Regina, meglio di Cleopatra, se solo mi concedessi l’onore d’essere il tuo Cesare.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:21 | segnalazioni, musica, riflessioni, donne, dark, spettacoli, foto, eros, fotografia, speciali, primo piano, sexy, cantanti, erotico, al femminile, bellezza, women, prima pagina, artisti, femminilitĂ , curiositĂ , girls, edicola, stupenda, ultime notizie, bionde, sei un mito, bellezza femminile, in edicola, notizieflash, opinionismo, last news, bimbissima, punkmania, stupendissima, cleopatra e cesare | clicca per commentare commenti (25)



Marisa Miller posa per GQ Usa

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, luglio 14, 2008



Marisa Miller posa per GQ Usa


Marisa Miller


Marisa Miller, la modella di Victoria's Secret, festeggerà trent'anni il prossimo 6 agosto.

In attesa di festeggiare in maniera più intima, uno dei volti-copertina più noti e amati della rivista Sport Illustrated un regalo se lo è già fatto. Marisa Millar ha posato per GQ Usa. James Kaminsky, direttore di Maxim, spiega che questi scatti che la ritraggono sono "uno dei regali" dedicato ai suoi ammiratori.

La Miller deve gran parte del suo successo al fotografo Mario Testino, che qualche anno fa la notò su una spiaggia.



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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:31 | segnalazioni, donne, foto, fotografia, primo piano, al femminile, bellezza, women, modelle, ultime notizie, bionde, top model, bellezza femminile, notizieflash, blogtime | clicca per commentare



Fidanzato in affitto. Da Mistress Eliselle un brano per tutti voi slaves curiosi

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, luglio 12, 2008





Fidanzato in affitto



di Eliselle




Non è stato facile, sono stato costretto a ricorrere a tutte le mie conoscenze di efferato spintria per estorcere questo brano a Eliselle, autrice di "Fidanzato in affitto" per i tipi Newton & Compton Editore. Ma alla fine anche Mistress Eliselle ha dovuto capitolare e concedermi quello che le ho chiesto, quindi adesso per tutti voi slaves - e lo so che siete in tanti - ecco l'eccitante scrittura di Mistress Eliselle. Non state dunque come dei baccalà con le mani in mano e leggete, divertitevi ed eccitatevi a dovere. Dopo questo assaggio non potrete far a meno di recarvi in libreria e acquistare in tutta fretta la vostra copia di "Fidanzato in affitto".

Per chi si fosse eventualmente distratto, l'intervista a Mistress Eliselle la trovate on line cliccando qui o in alternativa su bel microfono d'annata, robusto e duro come non se ne fanno più, che trovate dabbasso a questa mia breve introduzione. 

Non mi resta che augurarvi d'essere ben sottomessi ai vostri incofessabili desideri.

Buon divertimento! (g.i.)



Intervista a Mistress Eliselle



«Ciao bellezza, ti vedo triste, vuoi che ti sculacci un po’?».
Guardo l’energumeno con la maschera in pelle da boia che gli copre tutta la faccia e accenno un no senza esitazioni. Chissà perché è venuto da me, avrà visto la mia espressione da cane bastonato e si sarà sentito in dovere di darmi un po’ di attenzione: per quanto mi riguarda, di sculacciate ne ho prese già troppe da piccola e mi sono bastate.
«Grazie lo stesso, sarà per la prossima!».
«Come vuoi tu, bellezza, buona serata».
Nonostante la mole, l’uomo scompare nel nulla così com’è apparso.
Sarà il buio del locale, sarà l’atmosfera, sarà che sono a pezzi ma io non ci sto davvero capendo niente, stasera. Col mio bicchiere in mano vago qua e là un po’ impacciata senza sapere che fare. Spettacoli con le corde, con la cera, coi piedi, coi frustini, io che faccio lo slalom nel mio abito nero di maglia stretto con una cordicella di raso tono su tono in vita, un elemento che quando sono partita da casa stasera mi sembrava così fetish. Certo, come no: mi ero completamente dimenticata delle feste che organizza Morgana.
Qui sono tutti in latex, pelle, pvc, portano corsetti, stringhe, stringivita, completi intimi a vista, gonnelline di tulle a balze, reggicalze e calze a rete, sandali o stivali con quindici centimetri di tacco, e le ragazze sono tutte così trementamente sexyche io, a confronto, con questa roba addosso sembro suor Maria dell’Ordine delle Disperse che ha perduto la bussola per il convento e s’è trovata qui per caso. E sempre per caso l’hanno lasciata entrare.
Morgana, il mio lasciapassare, è scomparsa con la sua ragazza. Eva, una sventola bionda alta un metro e ottanta dai tratti nordici, bellissima. Certo che quelle due sono assortite davvero bene.
«Ehi!».
Mi giro. Accanto a me è comparso misteriosamente un ragazzetto che avrà su per giù diciotto anni. Che diavolo ci fa qua, e soprattutto com’è riuscito ad avvicinarsi senza che io me ne accorgessi, mi risulta ostico da capire. Possibile che non riesco a vedere come si muove la gente in questo posto?
«Ehi», rispondo incerta.
«Sei una slave?».
Ma dico, do l’aria di essere una slave io? Sarà stato appena svezzato, che diamine ne vorrà sapere lui di queste cose? Voglio dire, ho venticinque anni, tra noi c’è un abisso, gli anni che ci dividono dovrebbero fare la differenza, no?
«No».
«Allora sei una domina?».
Uffa che stress! Ci mancava pure il rompicoglioni, stasera!
«No».
«Né l’una né l’altra?»
«Esatto».
«E cosa sei allora?»
«Non sono niente! Fila via!».
Col terrore negli occhi, il ragazzetto gira i tacchi e se ne va più veloce della luce.
Slave, mistress, master, domine, padroni, padrone, tutti termini di cui so giusto il significato, quel tanto che mi serve per capire che non fanno parte della mia filosofia di vita. Ma dove cazzo è finita Morgana?! Annego nella mia coca cola. Ho sentito dire che se ne bevi un bicchiere al giorno, ingrassi nove chili l’anno, e forse dovrei lasciare stare visto che non sono in gran forma.
«Cristal!».
«Eva! Dov’è la tua ragazza?»
«Non lo so… speravo me lo dicessi tu».
Morgana ha piantato da sola pure Eva. Andiamo bene.
«Non so dove sia, mi spiace».
«Arriverà».
Sembra così serena. Come ci riesca, solo il cielo lo sa. C’è una bella differenza tra lei e me, che non mi ricordo nemmeno quando ho iniziato a ciondolare e a perdere di vista la mia vita. Se ripercorro con la memoria gli ultimi anni, mi pare tutto un groviglio senza senso. Soprattutto dopo gli ultimi accadimenti.
«Ti stai divertendo Cristal?»
«Be’, a parte un quasi minorenne che voleva conoscere i miei gusti sadomaso, un orco che mi ha chiesto se volevo essere sculacciata, una dominatrice che cercava una schiava per leccarle gli stivali e il sosia di Marilyn Manson che mi ha implorato di fargli un’ispezione anale, sì, mi sto divertendo».
Eva si mette a ridere.
«Non ti preoccupare, sono tutti tranquilli, lo sai».
«Certo, sì, ma fidati: questo è l’ultimo dei miei problemi. Devo recuperare 9.683,50 euro entro sessanta giorni o dovrò fuggire dall’Italia e rifugiarmi su di un’isola sperduta dove nessuno possa rintracciarmi, e starci per il resto della mia vita. Senza contare poi che sono stata mollata senza appello, e questo ha dato il colpo di grazia alla mia già traballante autostima».
Eva mi guarda senza capire.
«Non ti ha detto niente Morgana?»
«No, niente».
Chissà di che parlano quando stanno insieme, queste due. Se non spettegolano nemmeno sulle rispettive amiche, che si diranno mai? Le spiego in breve tutto quanto, con lei che mi guarda inorridita, senza sapere che dire.
«E adesso?», riesce a dire alla fine.
«Adesso spero di vincere la lotteria oppure cerco un modo alternativo per risolvere questa situazione. Considerando che alla lotteria non gioco mai, sono costretta a trovare un’altra soluzione…».
Cambio di guardia alla consolle con un nuovo dj, e la musica goth diventa sempre più alta. Non ci si sta, meglio chiedere a Eva se possiamo spostarci in un luogo più tranquillo mentre aspettiamo Morgana.
Eva è così seria e pensierosa che mi preoccupa.
«Ho detto qualcosa che non va?»
«Assolutamente no».
Eppure sembra strana.
«Sicura?»
«Sì, è che forse… forse ho una soluzione da proporti».
«Dici sul serio?!».
Oddio, non sarà mica qualcosa legato alle performance fetish, eh? Non voglio ritrovarmi legata e sanguinante, appesa alle corde, nelle mani di qualche sadico torturatore. Nemmeno per diecimilaeuro a evento.
«Sì, mi pare fatta apposta per te».
«Non è una cosa, come dire, fuori dalla mia portata vero?»
«Assolutamente no. Prima però devo chiedere un parere alla mia lady. Vieni con me, forse so dove si trova adesso».
Mi prende per mano e mi trascina in mezzo alle persone fendendo la folla con naturalezza, facendosi largo come Mosè con le acque del Mar Rosso. Li vedo ipnotizzati, uomini e donne, che si spostano e la guardano passare rimanendo a bocca aperta, ammirati davanti alle sue forme perfette, strizzate in un corsetto rosso fuoco con le stringhe nere e un paio di mutandine quasi invisibili che non lasciano davvero niente all’immaginazione. Se io fossi stata così, Max mi avrebbe lasciato lo stesso? Mentre me lo chiedo, Eva scompare ingoiata da una porta scura, e mi tira dentro con sé.




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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 14:59 | amore, libri, eros, editoria, scrittura, autori, narrativa, narrativa italiana, erotico, in libreria, al femminile, scrittori, novitĂ  in libreria, blogtime, pillole letterarie | clicca per commentare commenti (8)



Mistress Eliselle. Fidanzato in affitto. Newton Compton Editori

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, luglio 11, 2008


mistress Eliselle



Mistress Eliselle


Fidanzato in affitto


 
intervista a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Eliselle - Fidanzato in affitto1. Tu, Eliselle, timida e sottomessa, uguale a Cristal?
Nel tuo ultimo romanzo “Fidanzato in affitto”, edito da Newton & Compton, la protagonista appare, per lo meno all’inizio, più come una totale imbranata che non come una possibile femme fatale.
Quale necessità ti ha spinta ad affrontare il mondo fetish, tra dominatori, mistress, slaves e quant’altro?
 
Timida sì, sottomessa no. Cristal è un personaggio dedicato alle ragazze “che amano troppo”, quelle che sono disposte a tutto pur di compiacere il proprio uomo, anche a scapito di se stesse. E per questo motivo perdono di vista i propri bisogni. L’ho calata in un mondo, quello del fetish e dei rapporti tra dominatrici e schiavi, per far nascere il contrasto e le contraddizioni che ha dentro di sé, e poi diciamocelo: è un mondo molto affascinante.
 
 
 
2. Ho trovato che il mondo da te descritto nel romanzo sia quasi tutto basato su dei cliché, per altro abbastanza edulcorati, quando è invece risaputo che le pratiche sadomaso sono piuttosto crudeli ed estreme, e in alcuni casi pericolose se non addirittura letali. Cristal invece, nonostante i consigli delle amiche, non diventa crudele fino in fondo: rimane fedele a sé stessa, solo un po’ più dispettosa, come una bambina che ha scoperto che giocare a tagliare le code alle lucertole può essere divertente.
 
È un mondo edulcorato quello che ho descritto, ma è stata una scelta voluta e ponderata: ho voluto dare una chiave di lettura ironica e molto personale che si discostasse da altri libri che ho letto sull’argomento e che ho trovato addirittura più “omologati” del mio, in cui abbondavano veramente i luoghi comuni. Cristal si cala in questo mondo da scettica e non abbandona mai la propria titubanza, ma durante il suo percorso personale scopre che è cresciuta interiormente, ha trovato dei punti di forza caratteriali che credeva di non avere: non è necessario diventare crudeli per maturare, quel che è necessario è fare i conti con se stessi.
 
 
 
3. Cristal viene mollata dal fidanzato in un ristorante di lusso. In meno di un minuto solleva un disastro, per cui le vengono richiesti quasi 10.000 € di danni. Ovviamente Cristal è una eterna precaria, senza il becco di un quattrino; ma c’è che deve pagare i danni, o per lei saranno guai ben peggiori. Ha tre mesi di tempo per far fronte al debito contratto. Non sa come fare per rimediare i soldi necessari. Ma poi incontra una vecchia amicizia che le suggerisce di prendersi uno “schiavo”.
Tu, Eliselle, sei mai stata schiava di qualcuno? Ed ancora: hai mai pensato di prenderti uno “schiavo” che ti lecchi le scarpe, ad esempio?
 
Schiava in senso stretto o in senso lato? Perché anche io, come credo il 90% delle donne, ho vissuto un amore che mi ha fatto soffrire e col senno di poi ho capito che ero schiava (mentalmente) di quel rapporto e di quella persona. Schiava come gioco erotico o come esplorazione della mia sessualità no, se mi chiedessero di scegliere un ruolo, sceglierei quello della padrona, mi si addice di più. E sì, ho pensato di prendermi uno schiavo che mi regali tante scarpe! Ma quale donna non lo vorrebbe?!
 
 
 
4. Cristal è lo stereotipo della tipica ragazza imbranata, incapace di stare con un uomo, per il semplice fatto che la relazione con Max, suo ex fidanzato, era di pura sottomissione. Ha 25 anni e una paura boia di guardare il mondo per quel che è realmente: spietato. Lei non vorrebbe essere spietata – e con tutta probabilità non ce l’ha in seno la cattiveria per farsi strada in una società sempre più maschilista -, ma alla fine accetta di prendere con sé uno schiavo, Dorian. Dorian è apparentemente sottomesso, un perfetto adone, il sogno di tutto le ragazze o quasi. E’ bello, è alto, è biondo, ha gli occhi azzurri, è obbediente: non fosse per il fatto che ama essere sotto Padrona, lo si potrebbe disegnare come la controfigura del vizioso Dorian Gray. Chi è il Dorian di “Fidanzato in affitto”? Come è nato? E’ solo il frutto della tua immaginazione?
 
Il “mio” Dorian è lo schiavo ideale, ed è nato attraverso tre fasi principali: grazie a contatti virtuali con schiavi che mi hanno raccontato le proprie esperienze, grazie a letture specifiche sull’argomento che contenevano testimonianze dirette e, infine, grazie alla visione di vere e proprie performance fetish in cui sul palcoscenico si esibivano padrone e schiavi. Questo ha creato una base su cui lavorare. L’immaginazione ha fatto il resto.
 
 
 
5. Oggi, molto più di ieri, gli uomini sono degli insicuri, in particolar modo con le donne. Ciò è dovuto in parte alle mutate condizioni sociali, difatti viviamo in una società divisa in due: ricchi da una parte e poveri dall’altra. La middle class non esiste più, di conseguenza non esiste più neanche la modesta ambizione di sposare il classico operaio Fiat, che se non altro avrebbe un posto fisso che gli durerà a vita. Una indagine sociologica ha evidenziato che le coppie scoppiano proprio perché o lui o lei è senza un lavoro fisso. Per i precari, per i disoccupati, non c’è possibilità alcuna, nemmeno quella di una relazione di coppia. Nel mondo edulcorato di “Fidanzato in affitto” si legge anche questa verità fra le righe. Vuoi approfondire?
 
È una realtà abbastanza triste che non permette di avere un minimo di certezze in una vita già precaria di suo. Io ne faccio parte perché il lavoro di copywriter freelance non è certo un mestiere che ti può dare stabilità, ma d’altro canto anche coi miei tentativi di cercare lavori che oggigiorno vengono considerati “più sicuri” non sono stata più fortunata, anzi: sono stata vittima delle solite trappole dei contratti a tempo determinato, a progetto, mensili, bimestrali e via dicendo, che in realtà servono solo alle aziende per avere un ricambio continuo di persone “usa e getta” e tagliare sulle spese. E sì, le relazioni di coppia in questo clima possono farsi ancora più difficili: non ho mai creduto al proverbio “due cuori e una capanna”, ma adesso come adesso non ci si può permettere nemmeno la capanna...
 
 
 
6. Ultimamente scambi di coppie (sul filo del rasoio), festini a base di cocktail di droghe e di sesso estremo, ma soprattutto orge in stile fetish con tanto di armamentari nazifascisti sembrano essere diventati l’ultima moda, così tanto che quasi nessuno si sconvolge più del necessario. Sicuramente avrai letto di Mistress Abi: nello scandalo troviamo coinvolti dei vip e non di certo dei morti di fame. Nel tuo romanzo accenni che sono proprio le persone che meno te lo crederesti che invece sono dei sadomaso incalliti. Tu, come te lo spieghi? “Fidanzato in affitto” vuol essere semplicemente una storia o anche una riflessione, per quanto delicata, intorno al mondo del latex e del pvc?
 
Credo sia una questione di ruoli a cui bisogna sottostare: chi tutti i giorni ha in mano il potere (sotto diverse forme), è più probabile che decida di concedersi una pausa dalla propria vita, in cui è abituato a decidere per gli altri, e scelga un ruolo che non interpreta mai, lasciandosi dominare. È una sorta di catarsi. “Fidanzato in affitto” è una storia ironica, ma al suo interno ci sono riflessioni sul mondo della dominazione che mettono in relazione questo sottobosco (che comunque crea ancora qualche scandalo) con la vita di tutti i giorni, quella che spesso viene considerata “normale”, ma che poi (a ben guardare) tanto normale non è. È una mia interpretazione della schiavitù intesa in senso lato: alla fine tutti siamo schiavi di qualcosa o di qualcuno, e il più delle volte lo vogliamo noi.
 
 
 
7. La protagonista è circondata da amiche che sono delle vere oche. Come mai? Si dice, “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei!” Dobbiamo forse pensare a Cristal (anche) come a una potenziale oca?
 
Di ochette autentiche in realtà nel romanzo ce ne sono due, Amanda e la sua compagna di merende. La migliore amica di Cristal infatti la definirei più che altro una “svampita”. Morgana invece è forte ma fragile. Cristal è solo molto, molto ingenua e insicura, ma questo non significa che sia un’oca: infatti dimostra di saper tirare fuori il carattere proprio grazie al suo “percorso iniziatico”.
 
 
 
8. Nonostante tutte le sue imperfezioni caratteriali, nonostante tutti i guai in cui si trova impelagata di punto in bianco, Cristal esiste sempre dentro a un’ironia da situation comedy: com’è possibile?
 
Perché questo è lo spirito del romanzo, che vuole essere di puro intrattenimento ed evasione. Da sempre sostengo che esiste una letteratura di “compressione” e una di “decompressione”: la prima ti costringe a fermarti a riflettere e a volte è così potente che ti porta persino a rivedere la tua vita, la seconda invece ti permette di staccare il cervello e di goderti un po’ di ore in relax, senza pensare a nulla. Per me hanno entrambe importanza, io stessa alterno questo tipo di letture. Con “Fidanzato in affitto” volevo scrivere e far leggere qualcosa che fosse ironico e “distensivo”.
 
 
 
9. A tuo avviso che limite non si dovrebbe superare nella moralità e nel pudore, che ogni individuo si è segnato nella mente o nell’anima? Dove inizia la perversione sessuale, dove inizia l’asservimento a qualcuno o qualcosa?
 
La perversione inizia quando non c’è più condivisione d’intenti, quando inizia la violenza di una parte sull’altra. Per come la vedo io, la perversione è prevaricazione. L'asservimento inizia quando perdi di vista te stesso e le tue esigenze e metti davanti quelle di un'altra persona.
 
 
 
10. “Fidanzato in affitto”, che cos’è, l’ennesimo romanzo rosa? Mi sembra che gli scaffali delle librerie siano stracarichi da tempo di letteratura rosa (o al femminile): c’era davvero bisogno di un altro harmony leggermente più osé? Vorrei che mi spiegassi le ragioni per cui hai scritto questo romanzo, che in definitiva, stringi stringi, è una storia d’amore, o se preferisci la storia di una ragazza che viene sedotta e abbandonata.
 
Il bello è che il mio romanzo non è per nulla osé, anzi, è molto più casto di quei romanzi definiti “rosa” in cui c’è puntualmente la scena di sesso bollente alla pagina x del determinato capitolo. Una noia mortale. Ho volutamente evitato situazioni erotiche, visto l’argomento, perché avrei rischiato di cadere nelle banali trappole del sesso-estremo-per-vendere e ho preferito privilegiare gli aspetti psicologici e sentimentali, ma senza abusare dei cliché di genere. La ragione per cui ho scritto “Fidanzato in affitto”? In realtà è molto semplice: perché amo scrivere le storie che mi piacciono, e questa faceva parte della categoria.
 
 
 
11. Se dovessi attribuire un’etichetta al tuo ultimo lavoro, quale sceglieresti? Perché?
 
Le etichette non sono il mio forte e non le sopporto, però lo definirei una commedia: non utilizzerei il termine “femminile” perché, per assurdo, fin’ora ho ricevuto ottime critiche e pareri positivi, molto più dagli uomini che dalle donne, quindi è un libro abbastanza trasversale, che fa ridere tutti. La cosa mi fa piacere.
 
 
 
12. Credi nelle etichette letterarie, o sei piuttosto dell’avviso che queste siano solamente un inutile vizio della critica per parlare di un testo e magari relegarlo nell’oblio o tra i romanzetti d’appendice?
 
Come ti dicevo, non amo molto le etichette. Credo sviliscano i testi, soprattutto quei testi di “compressione” di cui parlavo qualche domanda fa. Forse servono più a chi vende i libri, piuttosto che alla critica letteraria: incasellare e presentare i libri in una determinata zona della libreria facilmente identificabile rende più immediato il percorso e più semplice l’acquisto. In tempi di crisi, “semplificare” la vita ai lettori è d’obbligo, no?
 
 
 
13. Si è fatta una gran cagnara intorno al New Italian Epic. Una domanda così, mi spiace per te, ma dovevi prevederla. Anzi, non mi dispiace, quindi mi auguro tu voglia rispondere con piena sincerità. Che cos’è il New Italian Epic per te, Eliselle? Esiste o non esiste? E’ utile o è una “baggianata” come ha decretato Carla Benedetti («È una baggianata. È solo autopropaganda» - Carla Benedetti)?
E “Fidanzato in affitto” potrebbe in qualche modo entrare a far parte del non poco arzigogolato manifesto del New Italian Epic?
 
Ho letto poco sull’argomento e non ho seguito il dibattito e le polemiche scaturite attorno al saggio sul New Italian Epic, ma mi pare forse eccessivo inserire il mio romanzo nella serie di titoli che sono stati citati come facenti parte di questa corrente letteraria, considerate soprattutto le finalità di “Fidanzato in affitto” (intrattenere, intrattenere, intrattenere). Poi, sinceramente, questi sono mestieri da critici letterari, cosa che io non sono.
 
 
 
14. Chi ti ha spinta, o aiutata, a pubblicare per i tipi Newton Compton Editore? O sei arrivata così in alto grazie alle tue capacità di seduzione?
 
Capacità di seduzione io? Non prendermi in giro, dai! Ho fatto quello che qualsiasi scrittore-banzai senza un agente letterario avrebbe fatto: ho preso il telefono, ho chiamato la Newton Compton e ho esclamato “ho una proposta editoriale per voi”. Loro mi hanno passato l’ufficio competente, lì mi hanno fatto qualche domanda sul testo e infine mi hanno detto “ok, lo leggiamo, spediscilo”. È piaciuto ed eccolo lì, un anno dopo, nella collana Anagramma. Una collana che ho sempre seguito. Non mi pareva vero quando mi hanno detto sì.
 
 
 
15. La famosa torre: tu e tre rinomati critici. Ne devi necessariamente buttare uno di sotto. Non ci sono altre strade percorribili, tranne nel caso tu voglia salvare tutt’e tre e sacrificarti buttandoti tu nel vuoto, ma così finirebbe la tua vita e anche la tua carriera di scrittrice. Tre critici dicevo: Filippo La Porta, Carla Benedetti, Antonio D’Orrico. Chi butterai giù? Per quali motivi? No, niente risposte diplomatiche, Rubina. Non questa volta. Un nome e perché.
 
D’Orrico. Perché dopo Faletti è stata tutta una discesa.
 
 
 
16. In “Fidanzato in affitto” offri una immagine non proprio esaltante del mondo maschile: o sono dei sottomessi come Dorian o sono degli arroganti come Max. Gli uomini che sono in questo tuo lavoro non godono di alcuna attenuante, quasi che l’universo femminile non sia in grado di capirli o molto più semplicemente di accettarli. Ad un certo punto la protagonista viene indicata come un’“amazzone”. Quello che ti voglio chiedere, Eliselle è: pensi che i maschi italiani siano dei mammoni, dei pavidi, degli incapaci, degli arroganti, punto e basta? Forse le donne sono anche loro colpevoli, colpevoli di aver voluto dei mammoni o degli arroganti al loro fianco: lo stereotipo della coppia moderna è quello di chi si accompagna a un arrogante o a un mammone. Non ci sono quasi mai vie di mezzo. Forse è vero che alle donne l’uomo piace soprattutto se è stronzo: non a caso, Cristal si era innamorata di uno così, e anche dopo che l’ha lasciata lei ha continuato a pensarlo, a pedinarlo addirittura.
 
Ennò, e Robby dove me lo metti? Lui è un cazzone ok, però è un personaggio molto positivo. E guarda un po’, è pure maschio. Le attenuanti ci sono eccome. E il termine “amazzone” è impropriamente affibbiato a Cristal dai giornalisti di cronaca (altra categoria abbastanza tartassata nel romanzo, descritta come approssimativa e a dir poco fantasiosa quando si tratta di riportare le notizie). L’amore può far fare cose stupide, come pedinare un ex che si credeva di amare o tenersi accanto un uomo che ti tratta male, ma si può guarire da queste aberrazioni: basta ritrovare il rispetto per se stesse. E poi non è vero che l’uomo piace se è stronzo: ti assicuro che conosco parecchie donne che gli stronzi li mandano a quel paese, senza passare dal via.
 
 
 
17. Hai mai reso qualcuno schiavo di te, deviandone inconsapevolmente il carattere?
Le donne fanno sia le pentole sia i coperchi, e dopo il Sessantotto le pentole sono diventate tutte o quasi d’acciaio inox e antiaderenti, capaci di cuocere i polli più impossibili, anche quelli di plastica e geneticamente modificati. Ad esempio tu credi che io mi sia divertito nel vedere il povero Dorian sottomesso, ridotto a mero zerbino? Credi che me la sia bevuta che il suo più grande desiderio era quello di essere adoperato proprio come uno zerbino umano? Forse hai offerto del maschio italiano una immagine un po’ – come dire…? – avvilente, che qualcuno potrebbe non perdonarti. Difenditi se ne sei capace.
 
Ma guarda, nemmeno io credevo che esistessero uomini come Dorian fino a quando... non ne ho conosciuto qualcuno in carne e ossa. E dovevi vedere che sguardi adoranti lanciavano alle loro legittime padrone. Gli schiavi o aspiranti tali sono una piccola parte della popolazione maschile, non certo la maggioranza, ed è impossibile che gli uomini possano sentirsi offesi dal mio romanzo o dal modo in cui ho dipinto Dorian. È una realtà minima, ma molto curiosa e interessante. E io non ho mai reso schiavo nessuno, anzi, preferisco vivere relazioni tranquille in cui non vi siano prevaricazioni né dall’una né dall’altra parte.
 
 
 
18. Sei una femminista?
 
No. In barba a chi lo pensa.
 
 
 
19. A chi consiglieresti di leggere “Fidanzato in affitto”? Solo alle ragazze “che amano troppo” e alle casalinghe, o è un libro adatto a tutti, anche ai tanto vituperati maschi?
 
È adatto a tutti e sono convinta che gli uomini si potrebbero divertire anche più delle donne, a leggerlo.
 
 
 
20. Quale sarebbe la colonna sonora adatta per “Fidanzato in affitto”? Che brani musicali legheresti al tuo lavoro e perché?
 
Sembrerà banale, ma... Madonna, da Human Nature in poi. È lei l’icona fetish per eccellenza. Ed è l’unica cinquantenne a potersi permettere di indossare gli stivali in latex fino a metà coscia senza apparire ridicola (guardare il video di Give it 2 me per credere). La odio e la ammiro per questo!
 
 
 
21. Sogni nel cassetto? Progetti futuri?
 
Sogni nel cassetto, poter continuare a scrivere. Progetti futuri, trovare un lavoro con la L maiuscola.
 
 
 
22. Scordatelo. Non sarò mai il tuo zerbino. Però ti auguro tanta fortuna con questo romanzo, sperando che il prossimo dia un po’ di voce in capitolo in più al maschio italiano.
 
E pensare che ti avrei messo volentieri davanti all’uscio di casa mia! Grazie Giuseppe per le tue domande da vero... padrone!
 
  
Fidanzato in affittoEliselle – Collana Anagramma – Newton Compton Editori – 320 pp – ISBN 978-88-541-1127-1 - Euro 9,90


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Francesca Boari. Il prezzo del riscatto. Cicorivolta edizioni

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, giugno 17, 2008



Francesca Boari

Il prezzo del riscatto

collana i quaderni di Cico
Cicorivolta Edizioni
ISBN 978-88-95106-14-4
© giugno 2008 - euro 10,00 - pp. 107

in copertina, illustrazione originale di Simone Pieralli
elaborazione di Phab Postini




Francesca Boari nasce il 16 ottobre del 1966 a Ferrara, piccola e meravigliosa città di provincia. Divoratrice di romanzi e di film sin da Bambina, coltiva in maniera del tutto solitaria questa sua passione e incomincia per gioco ad inventarsi storie. Laureata in lettere moderne, si occupa a tempo perso di arte e di scrittura, per un certo periodo collaborando con la pagina locale del "Il Resto del Carlino". Nel 1991 inizia a insegnare filosofia e arte al liceo linguistico della sua città, con la quale non è mai riuscita a rompere il cordone ombelicale. Lo studio della filosofia diventa insieme alla scrittura e all'interesse per l'arte il leitmotiv della sua vita. Ha la fortuna di conoscere Eugenio Borgna, dopo avere letto e amato quella scrittura così profonda e intimista, e di ricevere dopo alcuni mesi dal loro incontro alcune righe a prefazione del suo "Il prezzo del riscatto". Da questo momento il desiderio di pubblicare.


dalla Prefazione di Eugenio Borgna
(psichiatra fenomenologo e saggista Feltrinelli)

(...)

Nel primo dei due romanzi, così diversi e nondimeno così legati l'un all'altro da correnti carsiche luminose anche nei momenti di più dolorosa oscurità, gli orizzonti tematici si dischiudono alla luce della speranza; e la grazia inarrivabile dello stile riscatta anche le ombre possibili e fatali dell'esistenza: facendone rinascere illuminazioni stregate e stupefatte nella magia della scrittura di un'aerea leggerezza e di una acuta originalità.
Nel secondo dei due romanzi si vengono delineando i molteplici (indicibili) volti della sofferenza umana: il mistero dell'angoscia che è sempre angoscia della morte, il mistero della solitudine che regna invisibile nei cuori delle persone senza che esse ne abbiano la lacerante coscienza, il mistero (gli enigmi insanabili) che stanno a fondamento di azioni ferocemente distruttive solo apparentemente libere e in realtà condizionate da avvenimenti crudelmente segnati nella loro tragica evoluzione.
Anche dinanzi ad azioni, che oltrepassano ogni possibile comprensione umana, l'autrice non si arena nel deserto così arido e così improblematico della condanna radicale, e assoluta, ma cerca disperatamente di cogliere in esse, e di rivelare a ciascuno di noi, una qualche scheggia di straziata contemplazione e di impossibile decifrazione: nel vortice di una tensione emozionale umbratile e creativa, palpitante e viva.
Sono due romanzi di una struggente bellezza che la scrittura femminile rende ancora più preziosa e incancellabile.
 


Se la scelta è un luogo d'impurità, e la non-scelta è un luogo di purezza, non indulgenza o comprensione ricercano gli attori delle vicende narrate in questo libro. Essi rappresentano, attraverso la singolarità dei propri conflitti e legami, simbolo e approfondimento della teoria per la quale ogni conflitto umano (tra scelta e non-scelta) è riconducibile alla sessualità, che funge da ponte fra il centro dell'uomo e il principio del mondo. Alcuni degli individui rappresentati in queste storie vivono sul filo della nevrosi, ovvero “coscienza della perdita”, che concede a essi, rispetto agli altri, una lucidità salutare, inaccessibile all'uomo di massa, ovvero “collettivo”. E' dunque un libro sul bene e sul male di vivere, e sulla ineluttabilità del tempo. Se il male consuma e stimola l'intelligenza e apre le porte dell'inconscio all'attrazione del baratro, il bene riflette la salute della follia. Tutto questo permetterà di accedere, ognuno con i propri limiti, ad alcune delle leggi universali nelle quali si inscrive la più alta comprensione dell'esistenza. (Paolo West)



(Brani tratti da "E continuo a parlare con te" - Il prezzo del riscatto -)

(...)

7.
Da lontano ti ho guardata camminare. Lo sguardo perso nel vuoto, accostata ad una sconosciuta.
Ad un certo punto hai girato il viso. E ho rivisto il tuo sguardo cattivo. Perché, vedi, quando si è davanti alla perdita di qualcuno che amiamo, la memoria ci gioca un brutto scherzo. Sembra volere restituire al presente soltanto la versione buona di chi abbiamo amato, nascondendo la verità che potrebbe farci sentire in colpa.
Di quale verità parlo?
Non nasciamo buoni, no, siamo da sempre anche cattivi, capaci di mentire, di tradire, di odiare, di offendere. E allora ho incominciato a sfogliare anche quelle pagine che la tua malattia sta strappando giorno dopo giorno, sto cercando di attaccare i pezzi, soprattutto quelli che rischiano di andare perduti se non li afferro subito e li ripongo dove è giusto che stiano. Voglio riuscire ad amarti completamente senza il bisogno di nascondere quello che di te non mi è piaciuto, ciò che mi ha ferito, che di te non ho condiviso.
Si ama veramente solo quando si è capaci di perdonare senza che sia l’altro a chiedere.
Stasera viene tuo nonno a cena. Non ne posso più di quel vecchio che sbava mentre mangia.
Ma mamma il nonno ci ha sempre aiutato. Non pensi a quante volte il papà ha avuto bisogno di lui e poi non ti ricordi i pomeriggi da Marus a comperare i vestiti per noi, e la casa dove abitiamo ce l’ha regalata lui. E poi, mamma, ci ha voluto bene. Ludovica ed io eravamo felici, la domenica, quando ci portava al cinema e a mangiare la pizza da Gastone. Adesso è vecchio, come dici tu, ma è ancora presente nella nostra vita.
E questi pranzi e queste cene tutti insieme io li vorrei per mio figlio. La vorrei la famiglia che voi ci avete dato. Nonostante tutto, la vorrei.
La sera, quando mi siedo davanti a Marcello, soli, ripenso alle sere del mercoledì, alle patate con il rosmarino, al salame e ai bomboloni con la crema e la marmellata. E poi torna alla mente la tua cattiveria, quando più di una volta gridavi la tua stanchezza davanti a quel vecchio che per me era così importante. Dicevi al papà che eri stanca. Ma stanca di cosa, mamma, di fare i solitari, di andare alle tue riunioni a pretesto religioso, di andare a fare spese, alle nostre riunioni a scuola? Oppure stanca di non essere altro che una moglie, una madre?
Desiderosa di essere solo una donna, a prescindere da noi, corteggiata, amata solo perché sei tu.
Ma le nostre scelte hanno sempre un prezzo, un prezzo alto. Nessuna è senza dolore. Il problema esiste quando ci sembra di non essere state noi a farle, quelle scelte. Che qualcosa è uscito dal nostro controllo in un momento in cui eravamo distratte da un’idea, lontane dalla realtà. E così anziché entrare in una dimensione precipitiamo in un’altra, che da un giorno all’altro si rivela nella sua distanza dalle nostre attese, speranze. Ed eccoci improvvisamente estranei dentro una vita che smettiamo di affermare, lentamente, senza consapevolezza. Incomincia la rabbia contro chi ci sta intorno, a cui tentiamo di addossare ogni responsabilità. Poi quando comunicare non ci interessa più, ci mettiamo in disparte. E così il tempo passa sopra noi. Realizziamo un senso di inutilità sia verso noi sia verso chi pensiamo di amare. E niente odora più, niente si muove più, solo il tempo sopra noi segna i passaggi inevitabili. Ma a quel punto neppure il tempo è più nostro. Depressione, angoscia, disperazione, malinconia, comunque la si voglia clinicamente definire, tutto dipende da questo.

8.
Sono tornata. Ho indossato come gli altri la maschera dell’abbronzatura, ho messo due gocce di Chanel N.5 e sono venuta da te. Sei dimagrita ancora, mentre l’estranea che ti sta accanto è ingrassata. Ho sofferto lontana da te e adesso scopro che soffro ancora di più davanti a te. Dico all’estranea che può andarsene. Lontana lei e la sua avidità, vicine per qualche istante noi. Sole. Non dici più niente. Il tuo corpo mi sembra ancora più rigido. Sei vestita senza cura, sudata, pallida. Hai le gambe ricoperte di peli lunghi e neri. Perché non ti radono? Perché non ti mettono lo smalto? Non ti truccano e ti vestono come una signora? Tu sei la mia signora e loro perché ti trascinano lungo le strade della nostra città così ridotta a cosa, a fare parlare di come eri e di cosa sei, di una malattia che può conoscere solo chi vive indirettamente. Perché continuo ad essere arrabbiata? E soprattutto perché non faccio io quello che gli altri non fanno?
Mi sento in colpa. Ho trascorso due mesi al mare, lontana da te. Ho subito giudizi tra i più terribili da tutti su come educo non educo mio figlio. Non ho incontrato amore. E non sono riuscita a difendermi. Ho subito come un panno steso su un filo di ruggine immobile. In silenzio. Ho guardato da lontano gli altri. Non ho invidiato nemmeno per un secondo la loro realtà. Club, circoli, carte, Dolce e Gabbana, Gucci, Berlusconi, Prodi, il mutuo per la terza casa. Non mi interessa. Sono contro. Tutto mi sembra falso, convenzionale fino alla nausea. Non reggo. Sprofondo nel colore grigio del mare d’estate.
Antonio è tornato a casa. Per lui non è successo niente. Mi rinfaccia la mia incapacità di adattarmi, non mi difende abbastanza di fronte ai giudizi degli altri. Per loro non valgo niente, sono anomala, socialmente poco adatta. Mi dice di non pensare al passato, di guardare oltre. Di amarlo senza paura. Ma io sono congelata dentro. Vorrei stendermi nuda davanti ai suoi occhi e succhiare il sesso di uno sconosciuto che dice di amarmi. Vorrei rotolare tra le sue braccia e godere senza rimorso solo perché lo desidero. Vorrei tornare ad amare il mio corpo e smettere di mostrare una pelle grigiastra inodore. Vorrei…
E non riesco più a dire voglio. Non riesco ad alzarmi dal letto ed essere felice di aspettare.
Non c’è nei miei occhi, nel mio sguardo, quella luce contagiosa di un tempo. Mi hanno rubato i sogni, mi hanno tolto i veli e sono rimasta nuda, disarmata davanti al silenzio dei miei morti. Non riesco più ad amare neppure loro. Non mi rispondono, hanno altro da ascoltare. E tu? Perché continui a fissarmi senza voce? Ti domando di urlare e continui a non dire niente. E se smettessi anche di parlare con te? Cosa ne sarebbe di quello che resta di noi? Io questa solitudine non l’ho scelta.
E tu?
Dimmi, come fa a passarti sopra la pelle tutto, perché non ti accorgi che ti stai bruciando le mani a forza di fumare, che ti crescono lunghi e orribili peli neri sulle gambe. Come puoi essere tanto indifferente e non sentire questa voce che ti implora in silenzio, senza invadenza, di dire una parola. Una sola. Buona notte, mamma. Dormi bene. E che tra il sonno e la veglia non ci sia che una pausa. Se così vuoi, così sia.

(...)


(Brani tratti da "La casa dei silenzi" - Il prezzo del riscatto -)

Seduto mi domando se ho saputo amarti abbastanza e quanto di ciò che ho provato per te hai potuto capire. Non vedo ormai più niente e tutto ciò che arriva è solo una grande risata dal fondo della camera.
Nel buio intenso di questa soffitta, osservo le lancette dell’orologio e so bene che si fermeranno prima che faccia luce.
Aspetto e ti vedo nuda di fronte a me.
Mi guardi e sorridi.
Sono sicuro che ti stai facendo le solite domande. Infastidito dalla prevedibilità dei tuoi gesti, a volte ho voluto lasciarti. Per ritornare.
Era autunno quando ti incontrai di nuovo, sotto i portici dei grandi magazzini.
La luce era confusa, tra il bianco e il grigio. E anche il tuo viso era grigio. Ti ho invitato a prendere un caffè in una nuvola di fumo dove, nelle prime ore del mattino, fanno colazione i tranvieri.
“Hai il viso magro” e tu non dicevi niente e sorridevi.
Quella mattina abbiamo parlato anche di Calvino. Lezioni americane. Tu tremavi e continuavi a guardarti intorno. Tenevi in mano almeno dieci giornali: viaggio negli Stati Uniti. Non eri felice.
Hai mai creduto vero quello scenario dentro il quale questa dichiarazione d’amore per te si è mossa a passi lenti, a circuire la tua attenzione, ad ingoiare la tua giovinezza, a sorpassare gli entusiasmi e a mutarli troppo in fretta in cadute verso il basso?
La prima volta che appoggiai le labbra sul tuo seno giovane e bianco di luce, avvertii una strana sensazione, regressione involontaria all’infanzia, il profumo del latte, il basilico in estate, il rosso intenso dei pomodori. Quando le stagioni erano ancora stagioni.
Un voluttuoso mescolarsi di sensazioni olfattive e visive che mi portava lontano nell’armonia ospitale della riconciliazione con me stesso.
Adesso, intendo proprio ora, in questi minuti che precedono la fine, ho come la sensazione che il tempo danzi come quando i bambini si stringono in un cerchio e si muovono sul suolo cercando un equilibrio.
Un invito al pentimento, al rimorso, al rimpianto... dovrei in questi istanti amare la vita come allora, sull’erba verde d’estate assieme a te e al profumo delle fragole sciolte al sole... forse dovrei ritornare, ma che dico...
Mi tolgo i pantaloni e li appoggio sul pavimento. C’è cattivo odore. Una forza distruttiva incontrollabile mi ronza intorno insieme con un inequivocabile senso di morte, di lacerazione, di un vano dolersi alla ricerca di una terra senza male e alla guarigione di un’anima straniera. Ostinato restare, stupido ed inaccettabile attaccamento alle cose del mondo che amo, amo, amo!
Mi passa davanti un’esistenza intera vissuta all’ombra di me stesso, per essere sempre il protagonista di una scena dalle cornici erose dai vizi simili a quelli di un’attrice di Hollywood, del cui successo però si legge solamente sui rotocalchi stropicciati sopra il tavolino del barbiere.
Abbiamo fatto l’amore alcuni giorni fa e ti ho lasciato un forte odore di sesso tra le lenzuola.
Non c’è luce, ora al di fuori di questo ricordo, dentro il quale tu respiri sul mio ventre sudato di piacere di una polvere che profuma d’infanzia.
Il nostro è stato sempre un gioco d’incastri in cui è mancato il tassello centrale.
Sottile mancamento, abbandono leggero nel vuoto (un ragno d’enormi dimensioni sta salendo sulla mia gamba e decido di non fermarlo perché mi fa compagnia). Fluire rapido d’istanti in cui niente si distingue più.
Cercare, cercare, cercare.
Follia.
Sentirsi vivere
Mentre tu ti senti sola, continui ad avere voglia di vomitare, di piangere e urlare con rabbia contro gli ostacoli appoggiati a caso sulla tua strada, opporre un’inutile resistenza all’inevitabile procedere del tempo, come se nulla mai debba accadere oltre a noi. Eppure sei anche certa che tra non molto ti alzerai la mattina e tornerai a sorridere.
Perciò ti dico di accelerare questo momento in cui la disperazione dovrà lasciare il posto alla nostalgia e alla malinconia, alle chiacchiere sulla vita e alla tristezza delle sere trascorse davanti alla televisione nell’attesa del sonno. Ecco cosa diventeranno le tue lacrime tra poco. E’ inevitabile.
Per adesso non ti rimane che annegare la mia assenza nelle lenzuola inumidite del nostro ultimo amplesso, quel saluto così informale, nella bottiglia di cerasuolo rimasta alla polvere, sopra la credenza dove accumuli ricordi.
E se a volte il dolore dovesse diventare insopportabile tu balla e canta forte.

(...)



ordinalo direttamente qui:

http://www.cicorivoltaedizioni.com/ordini

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Mara Venuto, intervista all'autrice di "Leggimi nei pensieri", Cicorivolta edizioni

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, giugno 09, 2008


Mara Venuto - Leggimi nei pensieri
in copertina, “City (china e collage su carta) di Claudia Venuto,
elaborazione di Phab Postini



Intervista a


Mara Venuto




a cura di Giuseppe Iannozzi




speciale1. Di te si sa poco o niente: chi è Mara Venuto, forse solo l’autrice di “Leggimi nei pensieri” edito da Cicorivolta edizioni? Racconta qualche cosa di te.
 
La premessa è che non amo molto parlare di me. Infatti, nella vita, essenzialmente ascolto. Ho fatto studi sociali e mi occupo di counseling: la mia è stata una scelta naturale, compiuta, tuttavia, dopo un percorso di auto-esplorazione durato qualche anno. Ho sempre amato ascoltare, le persone mi interessano profondamente, mi nutro di storie. Solo di recente mi sono avvicinata anche al mondo dell’informazione, a seguito della mia partecipazione, via webcam, al format di Maurizio Costanzo “Stella”,  in onda sul satellite e in streaming: un’esperienza voluta, che mi ha messa alla prova sotto molteplici aspetti, facendomi crescere molto. Nella vita privata sono una persona serena, vivo un amore molto forte da alcuni anni, ho una sorella gemella artista e una famiglia presente.


 
Mara Venuto - (c)
Mara Venuto - foto per gentile concessione - [ c ] tutti i diritti riservati


 
2. So che ami la letteratura, soprattutto quella giapponese: chi sono i tuoi autori di riferimento e perché?
 
Le mie preferenze letterarie seguono un andamento fasico e, attualmente, mi sento vicina alla narrativa giapponese. Si tratta di una scoperta recente, tuttavia, posso dire che hanno colpito molto la mia immaginazione e il mio mondo emotivo, scrittori come Haruki Murakami, Inoue Yasushi e anche la Banana Yoshimoto dei primi tempi. Pur essendo autori diversi per epoca, storie, temi cari, hanno in comune un senso del tragico ineluttabile e i silenzi, muti ma non vuoti, colmati con solitarie e intense meditazioni. Andando a ritroso, ho amato moltissimo la letteratura sudamericana: Jorge Amado in particolare -“Mar Morto”, ad esempio, è stato una suggestione molto forte nella mia adolescenza-, ma anche Gabriel Garcia Marquez, Isabel Alliende, Luis Sepulveda. Di tutti, mi hanno attratta il legame onirico con la realtà e la passionalità della carne. Nel mezzo, mi sono accostata ad Albert Camus e a George Simenon che considero senza dubbio fra i più grandi scrittori del Novecento. Di Simenon ammiro anche la straordinaria prolificità, senza che mai il lettore possa chiedersi: << perchè quest’altro romanzo? >>; le creazioni linguistiche pulite, lineari; le atmosfere nere degli abissi intimi umani. Potrei elencare tanti altri autori che amo e da cui ho tratto emozioni e stimoli, ma mi rendo conto di essermi dilungata già troppo...
 
 
 
3. Leggendo i tuoi racconti, non ho potuto fare a meno di pensare a due autori, Haruki Murakami e Douglas Coupland, ma anche a molti esponenti dell’avantpop. Questo libro “Leggimi nei pensieri” – che è un vero brainstorming – accoglie fotografie perfette operate su quindici persone, normali o quasi: ci sono disperati, borderlines, drogati, massaie, non-amati, sognatori, sconfitti, amanti rifiutati, schiavi, poeti e persino un frate. Come hai maturato l’idea di dare voce a quindici personaggi diversi eppure fra loro legati da un comune, sottile ma resistente, fil rouge?
 
Mi sono piaciute molto le immagini che hai creato parlando dei miei personaggi, in particolar modo laddove li hai pensati come “non amati”, e questo perché in effetti hai colto il senso principale di “Leggimi nei pensieri”: le mie istantanee sulle vite di questi quindici personaggi vogliono essere proprio delle carezze. Carezze a volti spesso sfigurati da vite sofferte, soffocanti, ingrate e senza misericordia. Questi racconti sono voce di chi non ha mai trovato il coraggio di parlare, di chiedere, di chiamare; luce su esistenze anonime, quali quelle della maggior parte di noi, che nascondono anche nelle cadute, le tracce della possibilità di risollevarsi. I miei protagonisti sono, come ha ben scritto il mio editore nella quarta di copertina, semplicemente persone: vive, autentiche, finalmente senza maschere, poiché qui, nelle mie pagine, non ne hanno bisogno; non devono difendersi da nessuno, io li amo tutti e quello che mi auguro è che, al termine del libro, i lettori provino tenerezza per loro come per sé stessi. Per tornare poi alla tua domanda, l’ispirazione mi è venuta all’improvviso, senza un perché apparente: ero al cinema, a vedere un fantasy e, come sfilando l’uno dopo l’altro, mi sono apparsi i miei futuri protagonisti, portando ognuno con sé la traccia della propria storia. Nel buio, ho preso appunti sul biglietto e l’indomani, mentre studiavo per un esame, ho lasciato tutto e ho scritto di getto il primo – “Sandra”- . Poi sono venuti, via via, tutti gli altri. L’ordine con cui i racconti sono presenti nel libro, è quello di scrittura.
 
 
 
4. Ti pongo ora una domanda difficile, ma per quanto ti è possibile, ti sarei assai grato se rispondessi.
Dunque, questi sono nel dettaglio i personaggi inseriti in “Leggimi nei pensieri”:

- Sandra, una mamma giovane che desidererebbe non esserlo mai stata.
- Fra’ Giorgio, un frate semplice che vive nella pace.
- Franco, poeta finito in strada.
- Djionis, adolescente albanese nella sua nuova patria.
- Santiago, violinista estatico ribattezzato ad una nuova fede.
- Tati, un lungo, doloroso silenzio con il suo fratello gemello.
- Ramòn, “furbetto del quartierino” in fuga nel circo.
- Arianna, diciottenne già grande, pronta a iniziare lontano una nuova vita.
- Matilde, una donna ormai anziana che ha avuto il suo riscatto.
- Piero, studente fuori corso coca-dipendente.
- Tommaso, adolescente impazzito per l’hip-hop.
- Raina, badante bulgara senza più illusioni.
- Carlotta, una bambina con un segreto.
- Eugenio, un maturo omosessuale, nato senza coraggio.
- Nina, la fine della vita con un amore nel cuore.
 
Le fotografie che hai fatto di loro, spesse volte in poco più d’un paio di pagine, a mio avviso, sono perfette: con grande sintesi, non scevra di umanità però, hai saputo ritrarre l’esistenza intera di ben quindici persone. Ti chiedo: le persone di cui hai parlato le hai in qualche modo conosciute o sono solamente il frutto della tua fantasia? In ogni caso, complimenti, perché hai del talento e non poco. Quello che hai fatto è un’impresa che risulterebbe ardua al più navigato degli scrittori…
 
In solo quattro, dei racconti contenuti in “Leggimi nei pensieri”, esistono delle tracce di realtà. Parlo di tracce, perché in nessuno di essi vi è più che un accenno ad un episodio di vita, in qualche modo vissuta da me o altri. L’eticità della mia scrittura prevede che io crei, senza trasformarmi in predatrice di esistenze altrui. Per scelta morale, in virtù del fatto che  nella vita mi occupo di raccogliere storie, mi sono imposta di non utilizzare mai quanto ascolto per nessuna delle mie opere, proprio al fine di evitare che venga ad essere inficiato il vincolo di fiducia con i miei utenti. Dunque, no, non posso dire che “Leggimi nei pensieri” sia altro che un lavoro di fantasia. Scrivere i miei racconti è stato come vivere un’esperienza teatrale; mi sono calata completamente, anche se per poche pagine, nelle vicende umane ed intime dei miei personaggi, sfruttando una mia dote innata che è l’empatia. Nella vita di ogni giorno, spesso, da uno sguardo, mi capita di sentire profondamente la pena, come la gioia, la rabbia o l’innocenza di chi incrocio, anche fuggevolmente. “Leggimi nei pensieri” nasce da ciò che la mia affamata immaginazione disegna su quelle brevi “contaminazioni” emotive e, in generale, dall’amore per le persone.
 
 
 
5. Se dovessi imprigionare il tuo lavoro in una categoria, quale sceglieresti? quella della fiction, ad esempio?
 
Sebbene uno scrittore dovrebbe essere il più profondo conoscitore della propria opera, al punto da non incontrare difficoltà nelle definizioni, in realtà, per me, non è semplice inquadrare “Leggimi nei pensieri” in un genere codificato. Non l’ho scritto pensando a nessuna categoria letteraria, ma ho sempre saputo con certezza che si trattava di racconti e non di un romanzo, o un saggio, o una raccolta di poesia! Scherzi a parte (non sono particolarmente dotata di vis comica!), so bene che il genere fiction o, anche, più precisamente, docu-fiction, è molto di moda oggi per identificare opere rappresentative di spaccati di realtà, capaci di raccontare in modo convincente la contemporaneità, leggendone gli aneliti inespressi e le esigenze ineluse, denunciando storture e aberrazioni, tuttavia, non credo sia mio il compito di incasellare la mia opera in questo o altri generi letterari. Io ho solo scritto; il mio fine era di dar voce all’uomo comune, rendendolo meno impotente, offrendogli dignità attraverso la parola e il racconto di sè.
 
 
 
6. Sei dell’opinione che siano necessari i generi letterari? A tuo avviso è conveniente o no operare un distinguo fra la cultura alta (di Dante Alighieri e Alessandro Manzoni, ad esempio) e quella invece più popolare (di Emilio Salgari e Collodi, giusto per citare due nomi molto conosciuti)? Motiva le risposte, per cortesia.
 
E’ mia opinione che i generi letterari esistano, sebbene più ibridi e sicuramente meno imprigionati dai canoni del passato, tuttavia, credo anche che, oggi, contino forse più per i lettori che non per gli scrittori, molti dei quali vi aderiscono di impulso al momento dell’ispirazione. Tuttora, infatti, l’identificazione del genere, penso sia un importante orientamento, al momento della scelta di un libro. Quanto poi alla distinzione fra generi di seria A e generi di serie B, istintivamente non mi piace. Ognuno di essi ha la propria dignità e gode dei favori di un pubblico di lettori, inoltre, spesso, vi è una trasversalità: chi ha letto, o studiato, Manzoni -che io, ad esempio, amo molto- o Dante, non è detto che non apprezzi anche Salgari o Collodi! Personalmente non sono per un unico genere, amo leggere e scrivere cose diverse: auliche o popolari o di intrattenimento, a seconda degli stati d’ animo e dei momenti di vita.
 
 
 
7. Recentemente alcuni scrittori hanno costituito una sorta di manifesto, quello della New Italian Epic (vedi collettivo Wu Ming). Le idee avanzate dai Wu Ming, almeno sino ad ora, hanno convinto ben poche persone: più che altro la tesi esposta dal collettivo ha suscitato un po’ di ilarità nell’ambiente critico, e null’altro. Soltanto i promotori della New Italian Epic sembrerebbe che ci credano in maniera piuttosto ostinata. A molti questo manifesto è sembrato un modo furbesco di autoincensarsi e dichiarare così che il postmoderno è morto per dar spazio al neo-epico. La domanda è di quelle cattive, ti avverto, ma l’avrai già capito da te: tu credi nel neo-epico, e se sì, perché? Ed ancora: ritieni che la tua scrittura possa entrare a far parte della New Italian Epic?
 
Questa è una domanda difficile... Presuppone una profonda conoscenza del fenomeno, tale da aver maturato un punto di vista preciso, anche se personale, attraverso cui interpretarne portata e sviluppi. Di fatto, non posso dire di aver raggiunto, rispetto al Neo-Epico Italiano, un livello di approfondimento tale che mi permetta di prendere una netta posizione; inoltre, non trovo appropriate rigide definizioni per gli esordienti. Posso solo dire che, leggendo il manifesto dei Wu Ming, vi ho trovato enucleati diversi tratti distintivi comuni a “Leggimi nei pensieri”. Per citarne alcuni: l’idea di fondo che la letteratura debba avere una funzione maieutica e il potere di unire, creando legami, pure nella profonda distanza; la commossa partecipazione alle vicende umane dei miei protagonisti e, di conseguenza, l’assenza di qualsiasi distacco o freddezza nello sguardo; la presenza di numerosi personaggi rappresentativi di diversi spaccati di umanità; lo spostamento costante dei punti di vista, il più delle volte inconsueti; la compresenza di complessità e popolarità, soprattutto a livello stilistico e del linguaggio; la narrazione di temi seri resi, tuttavia, in modo non serioso; l’attenzione a suscitare nel lettore il sentimento che tutto possa accadere e che la fine sia ancora da scrivere, nonostante premesse amare; l’amore per il discorso diretto ai fini di un efficace role-play, che faciliti nel lettore l’immedesimazione e l’empatia nei confronti di realtà altre da sé; l’ibridazione dei generi, e qui, penso in particolare, alla letteratura e al teatro. A tal proposito, mi piace definire “Leggimi nei pensieri” una raccolta di racconti/monologhi, in quanto si tratta di testi che si prestano bene alla rappresentazione, uscendo così da un unico genere per approdare ad un altro. Infine, se non ho avuto l’ambizione di  produrre un’allegoria del presente, di certo, il fine insito nella mia opera, è di aiutare tutti coloro che la leggeranno, ad uscire anche solo per il tempo della lettura, da sé stessi per incontrare punti di vista magari sconosciuti o molto distanti dalla propria esperienza di vita, aprendosi all’incontro, ad una maggiore comprensione dell’altro, abbattendo i muri del rigetto prodotto, spesso, dalla non conoscenza.
 
 
 
8. A chi è indirizzato “Leggimi nei pensieri”? Mi spiego meglio: a tuo avviso c’è una potenziale fascia di lettori che potrebbe meglio recepire il contenuto del tuo libro?

Come lo stesso sottotitolo preannuncia ai lettori, la mia raccolta ha per protagonisti donne, uomini, ragazzi, anziani e persino una bambina. Non credo, dunque, sia individuabile un unico target di pubblico; io stessa non ho scritto “Leggimi nei pensieri” pensando ad una fascia potenziale di fruitori. Ho immaginato delle storie che attraversassero le generazioni e questi nostri anni e che, in fede a quanto detto prima, permettessero l’ incontro in un non-luogo, quello creato dalla scrittura, fra persone anche molto diverse per età, ambienti di vita e di provenienza, vicende personali, condizioni esistenziali, stili di pensiero, motivazioni e ricordi.

 

9. In un modo o nell’altro, i tuoi personaggi sono tutti dei borderlines, o degli avanzi della società adoprando un po’ di cinismo: qual è la morale del tuo lavoro?
 
Non li considero come “avanzi della società”, per me sono semplici esseri umani, come tanti, oggi, mai privi, anche quando commettono errori e feriscono altri o sè stessi, della dignità che appartiene a qualunque persona, indipendentemente dalle condizioni di vita, passate o attuali. La definizione di “avanzi” mostra un punto di vista che non è il