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Il mondo del lavoro sta cambiando

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, marzo 05, 2008





Storie di Masche


Il mondo del lavoro sta cambiando *

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Chi ancora pensa ingenuamente che oggi Torino sia la “capitale dell’automobile”, resterà deluso nell’apprendere che Torino è sol più un mito, una memoria d’altri tempi, memoria che morirà presto con gli ultimi grandi vecchi, quelli che videro i partigiani, l’esilio dei Savoia, coloro che diedero vita a figli per le catene di montaggio dell’industria automobilistica, figli oggi in pensione o già dimenticati in qualche loculo nostrano.
 
Torino ha preso lo stesso abbrivio caro a Milano e un po’ comune a tutte le città del Nord: l’impostazione lavorativa ricalca nettamente quella americana, impostazione che negli USA non ha trovato a suo tempo difficoltà ad attecchire, e, oggi, anche in Italia sembra esserci terreno ubertoso. La Fiat, ad esempio, che fino a vent’anni fa contava 115.000 unità lavorative (per la maggior parte operai), oggi ne conta più o meno 40.000; in un arco di tempo di 20 anni, il famoso marchio è stato capace di assumere licenziare e riciclare qualcosa come 220.000 unità lavorative. Torino città dell’automobile è ormai un mito relegato in un passato che si è fin troppo mitizzato quasi ad assurgerlo ad arcadia del lavoro, dell’occupazione.
 
Durante una visita in America, il dandy Oscar Wilde, in un articolo datato 1882 scriveva: “La prima cosa a colpirmi sbarcando in America fu che se gli americani non sono il popolo meglio vestito del mondo, sono quello vestito nel modo più adeguato. Anche laggiù si vedono degli uomini col terribile cappello a tubo di stufa, ma pochissimi sono gli uomini senza cappello; c’è chi porta l’orripilante giacca a coda di rondine, ma è raro vedere qualcuno privo di giacca. C’è insomma nell’aspetto delle persone un’aria di benessere in netto contrasto con quella che si vede in questo paese, dove troppo spesso si vedono persone in contatto ravvicinato con degli stracci.” Se un acuto osservatore come Wilde già sul finire del 1800 osservava ciò, ecco che l’America non è mai stato un mito reale, ma solo un mito costruito e confezionato per gli spiriti dei poveri, degli emigranti italiani dipinti con il cliché della valigia di spago e cartone in mano (e faccia scavata e ombrata da una barba di tre o quattro giorni), un mito comunque che non solo gli italiani hanno contribuito ad alimentare, bensì tutta l’Europa. Per rendersene conto basta appicciare la tv e guardare con attenzione un qualsiasi film made in USA: ogni pellicola hollywoodiana, o più modestamente di serie B punto e basta, non fa altro che mettere in scena gli stessi personaggi, ricchi e poveri, perbenismo e arrivismo, stereotipi tanto radicati nella società ormai da esser diventati una riserva di fantasia indispensabile all’uomo moderno per andare avanti giorno dopo giorno.

Sin dalla notte dei tempi l’uomo ha voluto marcare il contrasto fra ricchezza e povertà; e in tempi neanche poi troppo lontani, la povertà è stata associata al male: basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe, in Piemonte note con il nome di masche. Oggi che le masche fanno ridere o quasi, relegate come sono nell’immaginario di pochi, oggi che si parla addirittura di due Italie, una del Nord e una del Sud, oggi che si parla di Unione Europea, oggi che si punta tutto sull’industrializzazione, si ha la sfrontatezza di parlare anche di lavoro in affitto. Il problema del lavoro non è nuovo: Karl Marx nei “Manoscritti economici-filosofici” (1844) già evidenziava come il lavoro ha naturale tendenza ad alienare il lavoratore dal mondo razionale; nulla di nuovo se si pensa che già un poeta romantico qual era George Byron aveva evidenziato il problema e che per tale atto gran parte degli amici gli divennero acerrimi nemici. La Rivoluzione Francese ha fatto anch’essa la sua parte: l’errore più grande commesso dalla rivoluzione fu senz’altro quello di credere d’aver vinto e per questo atto d’ignorante presunzione fu tosto consegnata alla Storia, al mito, quello facile e falso che vede vincitori il proletariato e ghigliottinato Luigi XVI… La realtà è tutt’altra: l’aristocrazia fu la vera vincitrice pagando un tributo di sangue reale, un sacrificio che di tanto in tanto si deve lasciar a una comparsa storica perché qualcuno possa alzare le braccia al cielo ed impetrare i Numi e domandarsi con malcelata ipocrisia perché l’acerrimo Fato non è mai stanco di bere il sangue degl’animi nobili, delle vittime.
Quanto sta oggi accadendo non è poi tanto diverso: tutti sono pronti a prestarsi per il ruolo della vittima, dell’agnello di Dio, un ruolo che non deve essere poi tanto male se ambito da tanti nomi illustri del panorama industriale; prima degli anni Ottanta la figura della donna manager non esisteva, oggi invece l’industria è piena di tanti e tanti manager asessuati… l’alienazione ha toccato allo stesso modo il mondo operaio e quello manageriale. La vita è tutta dedicata alla produzione: è tristemente nota la figura dell’operaio che muore tritato catturato terminato dalle maglie d’uno strano marchingegno produttivo, così come è nota quella dell’operaio che lavora da mane a sera per protestare in un secondo momento in piazza per un aumento di salario, ma con tanto di cellulare manageriale da mantenere al pari d’un figlio in carne e ossa.

L’operaio moderno è quanto di più vecchio la storia abbia mai prodotto: egli invidia la proprietà del ricco e non potendo ottenerla per via testamentaria, si adopera a star sotto il ricco e a chiamarlo padrone con piena fede di necessario odio verso colui che gli dà al medesimo tempo e la vita e la morte, una morte che però si rinnova ogni ventisette del mese, giorno di paga. Se il lavoro in affitto (o interinale) è diventato ormai una prassi, la colpa non è di certo tutta dell’imprenditore, anzi! Purtroppo le nuove generazioni si sono lasciate subito inglobare nella catena di montaggio, quella che vede al lavoro giovani uomini inquadrati con contratti di collaborazione nel migliore dei casi, giovani schiavi del lavoro in nero, giovani che a fine settimana spendono i pochi danari in discoteche alcol donne e morte a duecento all’ora alle cinque di mattina d’un sabato sera. Questi giovani lavorano solo per il gusto di metter in mostra una posticcia virilità, quella di chi lavora e si può dunque permettere di fare la dolce vita preconfezionata acquistata nel reparto surgelati, ovvero nel più vicino obitorio di Stato. Il mondo del lavoro si è subito reso conto di questa situazione e ha preso a sfruttarla sicuro che tanto nessun giovane scenderà mai a in piazza a protestare; se la prima metà degli anni Novanta è stata quella dei contratti di collaborazione, oggi che si è nel Duemila l’imprenditore non assume più, e si permette il lusso del lavoro in affitto. In termini pratici, il lavoro in affitto significa: una figura lavorativa si ammala e si mette in mutua, allora l’industria per non perdere il suo profitto si rivolge a una agenzia specializzata nel fornire lavoratori disposti a tappare il buco per una settimana o due, il buco viene tappato e l’azienda fa la sua bella figura agl’occhi del mondo, il lavoratore si dice contento d’aver avuto l’occasione d’aver fatto una simile esperienza, e vissero tutti contenti e felici.
 
In un primo momento il lavoro in affitto doveva essere una situazione temporanea e per il lavoratore e per l’industria; nessuno ha detto una parola, allora anche la grande industria, al pari di quella media e piccola, ha cominciato ad attingere dalle agenzie di lavoro interinale. Oramai la più parte dei giovani ritiene che prestare la propria attività lavorativa sia una cosa normale, e non protesta: il giovane moderno non ha un futuro, non ha neanche la speranza di diventare una puleggia in stile “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin. Qualcuno s’industria, si rende conto che così le cose non possono continuare, tenta di metter su una sua propria attività lavorativa, ma subito la burocrazia gli taglia le gambe peggio della mafia: le strade pullulano di poveri che s’illudono di diventare ricchi, alcuni muoiono fatti di ecstasy, altri s’accasciano come burattini il sabato sera in autostrada, altri si sono ormai abituati all’idea che è meglio lasciare di sé un bel giovane cadavere che non lasciarne affatto.
 
Pensare Torino capitale dell’automobile oggi non è più possibile. Probabilmente non è mai stata capitale di niente. Le auto che si producono sono macchine umane destinate a durare pochi anni per la dura legge del mercato, che vuole un continuo ricambio, così le automobili sono prodotte all’estero ed assemblate a Torino grazie al lavoro in affitto, automobili pagate in comode rate mensili  che però diventano il sabato sera groviglio confuso di lamiere e sangue.

A ben pensarci le masche esistono davvero, non sono una allucinazione, non sono allucinazione quelle auto sfracellate a duecento all’ora lungo un’autostrada; ed è possibile che quella Torino che i nonni ci descrivono come centro del lavoro e delle auto non sia mai esistita se non nel mito, nella finzione che l’uomo s’ingegna a costruire per sfuggire a sé stesso e consegnarsi così alla storia, come un prodotto di magia, occulto e ambiguo, quindi assurdamente più vero del vero!


* Questo editoriale è stato scritto all'inizio del Duemila. E' datato, troppo datato per essere ancora attuale?
Non credo sia da buttar via. Ci sono ancora degli spunti purtroppo più che mai attuali, di qui il perché di proporlo ai lettori di oggi. (g.i.) 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:03 | riflessioni, lavoro, globalizzazione, controinformazione, giovani, giornalismo, costume, prima pagina, società, alienazione, villaggio globale, società e politica, gioventù bruciata, opinionismo, editoriale di g iannozzi | clicca per commentare commenti (2)



Paris Hilton e il bacio saffico

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, gennaio 07, 2008





Paris Hilton e il bacio saffico


Ma nessuno si è accorto


che è solo una ragazza ricca di solitudine




di Giuseppe Iannozzi




Paris Hilton ubriaca al night club. Non è una novità.
Oramai la Hilton è sempre brilla, anche quando è vagamente lucida.

Nonno Hilton l’ha diseredata. Lei si sfoga in un locale, a Las Vegas, improvvisandosi lapdancer, per uno spettacolino sexy che in realtà è solo imbarazzante, ma che ai ragazzetti piace, così tanto da darle dei soldi, proprio come si fa con le donnine allegre.
Un po’ di dollari li ha racimolati la Hilton, ma mai quanti ne avrebbe potuto ereditare da Barron Hilton.

La serata è una delle solite, cioè con la Hilton fuori di testa.
Ogni tanto fa vedere la lingerie che porta. Accenna qualche smorfia. Ride. Fuma. Mostra le gambe. Danza in maniera più o meno provocante, con la classe di una sciacquetta.

Accarezza i maschietti.
Insomma, questa è la vita di Paris Hilton. Anzi, questa è la vita per Paris Hilton!
Tra tante carezze donate agli sconosciuti presenti nel locale, ad un certo punto Paris decide che è ora di baciare in bocca una ragazza, una emerita sconosciuta. Lo fa senza pensarci su due volte.

E finalmente per tutti i fan della Hilton il bacio saffico: niente di eccezionale, null’altro che un bacio dato in un momento di esagerata ebrietà autodistruttiva.
Viene immortalata mentre dà il suo primo bacio saffico. Ma sarà veramente il primo?
In ogni caso è il primo bacio saffico della Hilton che viene fotografato e che sta già facendo il giro del mondo, per chissà quale misterioso motivo, giacché più che un invito alla trasgressione la foto ci mostra solamente una ragazza parecchio sola avviata ad una lenta autodistruzione.
Però il bacio piace, piace agli adolescenti pustolosi, piace ai vecchi che non gli tira più manco con una dose letale di Viagra.

La serata la Hilton l’ha proseguita cercando di divertirsi, di dimenticare, lanciando dollari in aria e raccogliendone.

Tutti a parlare di Paris Hilton, la ragazza miliardaria, la giovane americana più trasgressiva di tutte.

Nessuno che abbia visto in Paris Hilton una ragazza e basta, o meglio: una ragazza terribilmente sola e fragile, a dispetto di quel che vuole far credere dando spettacolo.





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Scambisti nel Salento: costringeva la moglie a prostituirsi

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, gennaio 05, 2008





Scambisti nel Salento

Costringeva la moglie a prostituirsi

E foto a luci rosse su Internet



di Giuseppe Iannozzi



Per chi pensava che gli scambi di coppia fossero una novità un po’ troppo arrugginita per questi nostri tempi moderni, oggi dovrà ricredersi, difatti nel Salento gli scambisti sono in prima pagina.

Per il momento, un giovane artigiano abitante in un paese dell’entroterra è indagato dal sostituto procuratore di Lecce Angela Rotondano, per sfruttamento della prostituzione. Il suo computer è stato messo subito sotto sequestro. Lo ha denunciato la moglie, giovane come lui e casalinga, dopo un violento litigio seguito alla paternale fatta dal parroco del paese circa sei mesi fa.

La donna ha riferito ai carabinieri che il marito la costringeva a rapporti sessuali con sconosciuti contattati via Internet per un generico scambio di coppie: lei era costretta a concedersi, mentre lui stava a guardare e a fotografare, salvo poi mettere le sue foto su Internet.

L’uomo ha invece denunciato la moglie per abbandono del tetto coniugale. Dopo il litigio, infatti, la moglie è andata via da casa. La donna ha raccontato di essere stata costretta a rapporti sessuali con un dentista ed il suo assistente, che avrebbero poi curato i denti a lei ed al marito gratuitamente, con un ingegnere salentino ed alcuni commercianti.

La notizia è stata data dall’emittente televisiva salentina Telerama e diffusa con una nota dalla stessa. Pare siano coinvolti nel giro di scambisti professionisti, dentisti, medici, avvocati, e ovviamente i soliti insospettabili, madri di famiglia, commercianti, commesse.

Il sito Internet è poco conosciuto e con accesso limitato. Contiene gli annunci, le foto, i numeri di telefono, le inserzioni di coppie che, a caccia di trasgressione, cercano altre coppie per incontri intimi, tutto dietro pagamento sull’unghia.

Gli incontri avvenivano nell’abitazione della coppia.

Più che uno scandalo, la vicenda sembra il canovaccio per un filmetto di serie B a luci rosse, di quelli che andavano tanto di moda negli anni Settanta con Lino Banfi ed Edwige Fenech, e che oggi la critica, chissà come mai, sta ampiamente rivalutando.






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Britney Spears in ambulanza dopo una violenta crisi isterica

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, gennaio 04, 2008





Britney Spears in ambulanza

dopo una violenta crisi isterica

Farewell, Baby One More Time
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
E’ uscito Blackout, nell’ottobre 2007, il disco che ha segnato il ritorno sulle scene di Britney Spears. Un disco in studio.

Appesantita, stanca, nervosa, oggi Britney Spears dimostra quaranta anni e non ventisei.
 
Era di pochi giorni or sono la notizia che Britney si sarebbe rivolta a un chirurgo plastico per farsi rifare i connotati, in toto: seno, pancia, liposuzione… Il corpo di Britney Spears sta cadendo letteralmente a pezzi, come il suo sistema nervoso – che in verità è già andato da un bel pezzo.
Blackout avrebbe dovuto segnare il ritorno, lasciando indietro tutto il passato, quello brutto perlomeno.
 
La popstar americana è stata portata via in ambulanza dalla sua villa di Los Angeles dopo una accesissima controversia sulla custodia dei figli. Lo riferisce il sito Tmz.
I medici dovranno adesso confermare se la cantante fosse sotto l’effetto di alcolici o altre droghe durante l’intervento della polizia in casa sua.
La cantante sarà inoltre sottoposta a una “valutazione psicologica”.
 
La polizia locale è stata costretta a dirimere una forte lite coniugale, per via della custodia dei figli: la cantante non voleva restituire i due bambini al padre, che ne ha l’affidamento temporaneo.
I bambini sono stati riconsegnati al padre, Kevin Federline,verso le 22.50 ora di Los Angeles.
 
Secondo la polizia, la Spears era sotto l’influenza di una “sostanza sconosciuta”. Oltre alle sei vetture degli agenti, anche un’ambulanza e un camion dei pompieri sono entrati nella maxi villa della star, ma nessuna con le sirene accese. L’intervento è scattato dopo una telefonata che, secondo un portavoce della polizia, “riguardava una disputa familiare sulla custodia che stiamo cercando di risolvere... pacificamente in base a un ordine della corte”.
 
Britney Spears, 26 anni, e l’ex marito Federline, 29 anni, sono in lotta per la custodia dei figli, Sean Preston di 2 anni e Jayden James di 1 anno. Kevin Federline ne ha ottenuto la custodia temporanea. Britney e Kevin si erano sposati nell’ottobre 2004. Hanno divorziato lo scorso luglio 2007.


Britney Spears in ambulance









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Riflessioni di Drella, Un patchwork

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, dicembre 18, 2007



Self-Portrait (Red, Yellow), 1966 – Andy Warhol


Riflessioni di Drella


Un patchwork




di Giuseppe Iannozzi




Vi avverto: questo scritto è pieno zeppo di imprecisioni e di errori grammaticali, con tutta probabilità. Non me n’è fregato niente di aggiustarlo. Ed è questo lo spirito con cui dovreste leggerlo, andando incontro a contraddizioni, errori e sbalzi spazio-temporali. Questi pezzi sono stati scritti in tempi diversi, su alcuni blog e altrove, ma sono riuniti qui per la prima volta, come se il tutto fosse stato scritto oggi. In questo preciso momento.

Drella




IL MIO STILE CHE E’ UN NON-STILE

Riguardo al mio stile: io non ho uno stile, nel senso che amo sperimentare tutti gli stili, anche i più estremi ed incomprensibili. Chi mi ha maggiormente influenzato nello stile sono stati Allen Ginsberg, Gregory Corso, Jack Kerouac, Ferlinghetti, William Burroughs, tutti poeti e romanzieri americani. Con la fantascienza, chiaramente, a parte W. Burroughs, gli altri citati autori non hanno nessun punto di contatto con la SF (o comunque pochi e tutti da cercarsi con occhio attento). Tuttavia, l'ambizione prima che io mi ripropongo è di arrivare ad una scrittura spontanea (automatica) come quella di Kerouac per inserirla in un costrutto fantascientifico. Ovviamente l’influenza maggiore, per quanto concerne le mie idee circa la fantascienza, me le ha regalate Philip K. Dick. La commistione tra la poetica della Beat Generation e quella visionaria di Dick è forse la chiave per comprendere quelli che sono i miei obiettivi letterari. Almeno alcuni.
Il mio stile è discontinuo, me ne rendo perfettamente conto, ma in questo momento voglio che sia così e non diversamente: la discontinuità, le contraddizioni, fanno parte del mio non-stile; in fondo sono un neodadaista, almeno credo, un po’ folle, ironico, malinconico, blasfemo, decadente. Nel momento in cui dovessi raggiungere uno stile pienamente comprensibile, temo che non avrei più niente da dire né a me stesso né agli altri. La discontinuità è la puleggia mentale che mette in moto la mia vena creativa. Sicuramente chi ha letto “On the Road” & “Visions of Cody” di Kerouac (i due romanzi più belli di Kerouac a mio giudizio), si sarà reso conto che in molti molti punti si perde il filo del discorso e poi, improvvisamente, quando sembra che non ci sia senso nelle parole di Kerouac, come per magia, all’improvviso i conti tornano ma rimangono in sospeso perché la strada è infinita, e all’infinito dev’essere percorsa con la fantasia, con il raziocinio poetico. Per questo la mia poesia, quando c’è nei miei scritti, ad un certo punto sembra morire: io non offro soluzioni ma solo indicazioni, indicazioni costruttive che possono condurre su strade diverse, magari fuori rotta, magari sbagliate. E’ proprio questo che voglio. Questa è la poesia per me.



TRA PELATI E PRELATI

Allora, volgo lo sguardo allo specchio: lametta o no, sul cranio? Al solito mi decido per un secco “sì”, perché di quattro capelli appiccicati con lo sputo non so che farmene, quindi, giù con la schiuma da barba e col rasoio. Ecco, la pelata è pronta. Scegliere il vestito: niente di più semplice, giacché il mio armadio contiene solo vestiti rigorosamente d’un bel nero. Vabbe’, c’è qualche capo dalle tonalità più vive, blu e grigio. Bassa ironia, lo so. Non ve ne lamentare, non troppo, tanto non cambia il mio armadio e neanche io.
Per fortuna non ho problemi coi tacchi a spillo. Solo quello degli orecchini è un problema: agganciarli tutti è un’impresa. E poi ci devo mettere pure il pendaglio, la croce, e sempre sbaglio e non trovo i buchi nei lobi degli orecchi e rischio così un piercing casalingo, il che non va molto bene. Ad ogni modo, risolti questi piccoli inconvenienti nel tempo di cinque minuti, posso dirmi già fuor di casa. Odio le serate che vedono protagonisti maschi e basta. Difatti cerco sempre di disertare serate così.
La Chiesa Cattolica m’ha sempre messo l’angoscia addosso. Come disse Nietzsche: “Dio mi salvi da Dio!” Ed io aggiungo: “Ma quand’è che la Chiesa inquisisce se stessa e si prende in una bella avvolgente fiammata infernale?” Sì, sono per le soluzioni radicali, come per i capelli che cadono, ed allora uno ci va giù di rasoio. Solo che tra prelati pelati e cardinali imporporati, nutro tema che se li contassi sarebbero ben più assai dei miei quattro capelli.
Ricordo, per esperienza diretta – ahimé – che solo una volta ebbi a che fare con un gruppo di suore, ed è un fatto piuttosto recente, di otto anni fa. Fatto sta che ebbi a che fare con questo gruppuscolo di suore che se sorridevano davanti, dietro la menavano dura. A quel tempo non avevo ancora completato gli studi, li stavo terminando, mi mancava davvero poco. Comunque, tra un’attività ed un’altra, decisi di frequentare un corso regionale, uno dei tanti: scelsi ad occhi chiusi, senza curarmene; quando poi appresi che era presso un istituto cattolico, non vi dico come sono sbiancato, io che sono anticlericale al massimo grado. Vabbe’, ormai era fatta, così m’addentrai nella tana del diavolo giusto per verificare l’effetto che m’avrebbe fatto: in fondo - non ricordo chi - qualcuno disse che solo il diavolo conosce il diavolo. Così entrai e appresi subito che quelle suore il diavolo lo erano in ogni senso e sapevano bene di essere di tal natura, ma davanti squadernavano sempre cachinni affettati, trentadue denti e dentiere bianche come l’avorio. Chiaramente, come si può intuire, non fu troppo difficile entrare subito in contrasto: cominciai a fargli notare alcune cose a mio giudizio sbagliate, portando esempi concreti, ma queste (le suore) subito mi bollarono come sobillatore o disturbatore, al punto che scomodarono la madre superiora. Si favoleggia che non accadeva da anni che la Madre Superiora chiamasse qualcuno, un allievo, nel suo Ufficio. Bene, l’incontro si fece: e furono tuoni e lampi, i lampi miei, i tuoni quelli della madre superiora, perché i lampi fulminano, i tuoni invece sono solo la loro eco. Però ebbi modo di comprendere che con quei diavoli di tuoni, la madre mi rompeva ben bene gli orecchi e qualcos’altro. Alla fine mi comminò espulsione se non avessi ritirato alcune mie dichiarazioni che avevo scritto in una relazione: disobbedii. La reazione fu che ci pensarono loro a censurarmi la relazione riscrivendola di loro pugno e firmandola con il mio nome. Non so neanche io quante bestemmie piantai in fase di esame, e alla fine me ne andai non sostenendo l’esame e piantando su un casino che solo vi lascio immaginare. Tutto questo per dire che la perfidia, il diavolo, è un “sorriso”, e le suore il sorriso del diavolo ce l’hanno e nel corpo e nell’anima. Nel frattempo ero diventato giornalista: fu solo questo il motivo per cui non fui segato e passai comunque l’esame pur non avendolo sostenuto. Non raccattai mai quel pezzo di carta che attestava che avevo seguito “non si sa bene cosa”.
Porca miseria! Maria De Filippi e Costanzo: devo solo riuscire a capire chi fra i due porta “realmente” i baffi e i pantaloni. Ma di una cosa sono sicuro: Costanzo usa calzare tacchi a spillo, anche se non si vede, altrimenti non mi spiego perché il Costanzo Show sia diventato covo e ritrovo per tutte le lucciole di quest’Italia sempre più fedele a se stessa, cioè “sfondata” e nulla affatto vergine, neanche nelle intenzioni.
Gli amici, strani esseri, devo dire in tutta sincerità. Mah, le poche volte che si è fra noi maschi, vi assicuro che sono insopportabili anche se poi cercano di rendersi simpatici muovendo imbarazzanti scene del tipo “io sono macho”, “io onanista”, “io scimmia”, “io latin non-si-sa-bene-chi-o-che-cosa”, e via di questo passo. Quando s’arriva a questo punto, volto le spalle – ed è pericoloso per ovvie ragioni che lascio a voi intuire – e me la batto via con una scusa del tipo: “Il babbo mi sta in ospedale e non si sa mai che… Facciamo gli scongiuri, ma voi capite che…” Insomma, non se la beve nessuno, ma se non altro io me la batto proprio via, e quelli ancora lì a menarsela, mentre cercano indarno di capire chi fra di loro ce l’ha più duro. Non voglio sapere come potrebbero fare! Scoprendoselo…
In quanto al mio matrimonio, mi sono sempre visto sposato ad una casinista, nel senso che non ci sono più le fanciulle d’un tempo che sapevano cucinare e pure rammendare i pedalini al maritino. Ragion per cui, sono rassegnato.



AMORE ET ODIO

A volte penso che amore et odio, alla fin dei conti, senza rovescio della medaglia, siano essenzialmente la stessa cosa, anche se il loro nome è diverso, anche se producono effetti diversi su chi li accusa e/o li sente. L’indifferenza - ecco! - un sentimento così che è “distacco”, questo è più forte dell’amore e dell’odio, in quanto non concede neanche se stesso, ma passa oltre ogni sentimento e sua sfumatura. Qualche volta ho amato, qualche volta ho odiato, ma credo di non aver mai provato l’indifferenza e il suo tristo negligere i sentimenti. Non mi sono sorpreso nell’amare persone odiate, e neanche per il contrario. Non credo d’odiare me stesso, per il semplice fatto che sono troppo io per concedermi un simile lusso; e neanche mi amo. Ma non mi sono neanche indifferente. Ho scoperto, col passare degli anni, con l’argento mischiato fra le tempie - perché sì, sto lasciandoli crescere i capelli e ho scoperto che sono molti di più di quanto sospettassi e ho anche scoperto che sono ormai quasi tutti bianchi - che chi mi ha odiato, e chi ancor mi odia, mi offre un sentimento genuino: odio e basta. Chi invece mi ha amato, oggi ha delle riserve e ogni tanto tenta una pugnalata alle spalle. I nemici sono capaci di darti un sentimento inestinguibile nel tempo, gli amici troppo amici, invece, no, sono mutevoli, abituati a seguire i disturbi del loro tempo, quindi esagitati nel mare delle umane passioni. Il mio cuore è lo stesso, anche se il volto non è più quello di vent’anni fa: batte allo stesso modo, ora calmo ora veloce, e solo raramente si concede un riposo che sia un po’ di pace. Non ho mai pensato di strapparmelo dal petto: qualcuno ne potrebbe abusare e metterci dentro sentimenti che non provo, che non sono i miei. Amo me stesso, quello che sono diventato internamente ed esternamente. Il mio volto allo specchio è rigido, severo, due rughe forse ma sottili, poi il contrasto con la barba che prima era nera ed adesso è invece rossa, d’un bel colore ramato con qualche pelo grigio: gli occhi, quelli, invece, sono rimasti gli stessi. Qualche volta inciampo e riparto da zero, e mai arrendo la mia identità ad una foto da passaporto. Mi fa male quasi niente: le defezioni di ieri, quelli di oggi, subite o inflitte, non mi portano disturbo, e passo oltre. Alla sera continuo a scrivere: quando ho un po’ di ispirazione, accendo una sigaretta, ma questa riposa nel portacenere e si consuma quasi del tutto da sola; mi piace però sentire l’odor di fumo di nicotina, spiare nelle spire del fumo il tempo che passa inesorabile. E’ una certezza non da poco sapere che il tempo passa per me così come per le cose che brucio, siano esse materiali o affetti (immateriali). Amore ne ho avuto: sono stato amato. Odio ne ho avuto: sono stato odiato. Perché dovrei lamentarmi? La civiltà, a suo modo, mi ha dimostrato che sono vivo, nonostante tutto. Metto gli occhiali sul naso, quasi sulla punta, quasi a voler mascherarlo, perché aquilino, quasi ebreo, poi prendo a compulsare libri o a grattarmi in cerca di un nuovo amore o d’un genuino odio che mi dimostri, per l’ennesima volta, che sono vivo. I sentimenti servono a confermarci che siamo vivi, poi gestirli è una faccenda complicata, ma non troppo: cogli anni s’impara che molto esperienze provate erano solo costume di vanità, e che nulla è restato. Allora, fatti due conti in tasca, quasi usando gioco di prestigio, lanciando in alto una monetina per scoprire se verrà fuori testa o croce, il risultato finale non è più importante, mentre è invece interessante e doveroso l’atto, il “lanciare”.



FRAMMENTI DI BONO VOX

Grande Brian Eno. Grande gli U2 quand’erano U2, entrati nella storia: ultimo album valido, completamente, il live “Rattle and Hum”. Poi, dopo, Bono Vox troppe concessioni al pop: e la voce, non si sa che fine gli abbia fatto fare. E anche The Edge, ma che fa? Vabbe’, insomma, non sono più gli U2 d’una volta. Poi, dopo che Bono c’ha avuto l’incontro con sua Santità, farebbe bene a farsi prete, almeno sarebbe più coerente con la sua linea di pensiero che è alquanto storta e bigotta. Pensare ch’era un contestatore che amava Joe Strummer! Adesso Joe Strummer se lo ricorda solo per dar voce alla sua voce stanca, insomma per raccogliere fama e far vedere che non è cambiato, che è il sempre il solito Bono Vox. Adesso che ha famiglia, il caro Bono, mica le disprezza più le armi! Ah, no. Che bell’esempio di coerenza. Puah! Disgustato, mi ritraggo. Che la storia se lo segni per il buono che ha fatto e lo dimentichi per tutto il resto.
Nelle parole di Bono Vox: “Sono cambiato, ma resto pacifista. E’ pure scorretto suggerire che io abbia in qualche modo cambiato idea riguardo alla ‘rappresaglia’ che seguì l’11 settembre… E’ vero che non sono un pacifista in senso letterale, così come ero negli anni Ottanta. Il mio cambiamento interiore si deve a un’incapacità personale di vivere la vita secondo le aspirazioni più alte e si deve anche, in verità, avendo oggi dei figli, alla responsabilità e alla volontà di proteggerli… Le mie energie trovano un impiego assai migliore in un altro tipo di guerra: la guerra contro la povertà e l’Aids. Dovremmo essere molto preoccupati di vivere in un mondo nel quale 2 milioni e mezzo d’africani moriranno l’anno prossimo, benché ci siano i farmaci che potrebbero salvarli… La guerra contro il terrore può dominare i mass media, sì, ma non potrà essere vinta senza vincere la guerra contro la povertà.” Pacifismo di convenienza e all’acqua di rose, sponsor “cause giuste” per tenere alta l’immagine sua, almeno per quanto mi riguarda, questo il mio giudizio su Bono Vox. Allora che si guardi la sua famiglia col fucile in mano, o faccia musica, ma non mi venga a militare per farsi pubblicità e la faccia bella.
“Actung Baby” è un disco che ancora tiene abbastanza bene, almeno secondo il mio modesto giudizio, anche se non riesce a raggiungere i vertici espressivi dei lavori precedenti degli U2. “POP” è un disco flop. Forse qualcuno ricorderà “Hot Space” dei Queen: al tempo si disse che era un disco “avanti nel tempo”, di almeno dieci anni. Dall’uscita di “Hot Space” sono passati 20 anni, nessuna rivalutazione, e dico per fortuna: tolti un paio di pezzi, rimane forse il più brutto album dei Queen. Aspetterò ancora dieci anni per “POP”, ma credo che non ci sarà una sua rivalutazione: è quel pop-rock che fanno altri gruppi, in sordina, ma che purtroppo non avendo nome U2 sono poco o nulla conosciuti ed ascoltati. Da rivalutare sarebbero invece i Garbage con i loro primi due album, almeno: lì si è davvero forti, musicalmente parlando. Sempre ottimi i Radiohead: mai commerciali, mai piegati alle regole del facile consumo, del disco che ascolti una stagione e poi butti via.
Bono Vox: è “profondamente” incoerente. Vent’anni fa era un Bono Vox, oggi è un altro. Quello che vedo io oggi è opportunista, un personaggio che sta dietro a tutte le campagne “di moda” in favore di questo e quello ma solo perché è Bono Vox degli U2. Quindi, se Bono si fa ricevere da Sua Santità e con lui si confonde, bene, che faccia pure: ma io non vedo bene né l’azione della Chiesa Cattolica né quella che si maschera con la faccia di Bono Vox. Vuol difendere la famiglia con il fucile in braccio? Bene. Vuole andare dal Papa e parlare di pace? Bene. Ma l’incoerenza c’è. Non sono orgoglioso di quello che fa Bono Vox, perché fa più male che bene: il problema è che è famoso, un problema nostro ovviamente, ed allora la gente gli sta dietro e gli stende tappeto rosso quasi fosse un cardinale. Ecco, Bono è una sorta di Cardinale. Lo vedo bene come Cardinale. Ma a me i Cardinali non piacciono, mutevoli come sono a darsi a tutti i punti cardinali! Bono vorrebbe forse essere il nuovo Frank Zappa? Impossibile. Ce n’è stato uno di Frank Zappa, geniale, dall’inizio alla fine: Bono è solo un ago nella bussola delle mode, delle campagne. Questa la mia opinione, discutibile. Ma è ciò che penso.
“Intendi dire che le iniziative sostenute, promosse, pagate da Bono Vox fanno più male che bene?”
La mia risposta è: Sì. Bono - mettiamo i puntini sulle “i” - non è che paghi di tasca sua, è invece vero che presta la sua faccia affinché qualcuno paghi per le iniziative umanitarie. Quanto umanitarie? Be’, sarebbe il caso di definirle tragicamente umanitarie.
Bono Vox ha fatto dichiarazioni assai pesanti in merito all’11 settembre, tanto da suscitare l’indignazione (inventata o reale) dello stesso The Edge, il quale, prontamente, allarmato, non ha mancato di rilasciare ai giornali di mezzo mondo che lui, The Edge, non era d’accordo con le dichiarazioni rilasciate dal leader Bono Vox. Precisava che lui fa musica, punto e basta. Ad ogni modo, anche lui, quando si tratta di Pavarotti o Ravioli o Live Aid, non manca di accompagnare il “compagno” (!) Bono Vox con la sua chitarra. Ognuno giudichi secondo il suo metro chi più incoerente, se Bono Vox o The Edge.

La Chiesa: cosa di più sporco e malvagio? Una Chiesa che ancora brucia sul rogo Giordano Bruno da Nola? Se questa è la Chiesa che dovrebbe portare speranza e migliorie e speranza nel Terzo Mondo, io ne ho profondo orrore. Bene, Sua Santità - ma poi bisognerebbe approfondire che cosa è o sia la santità - è una piaga per la società. Ma non è che sia l’attuale Papa la piaga: è la Chiesa un Potere non dissimile da Cosa Nostra, che nel corso dei secoli ha distrutto, bruciato, sodomizzato, annientato, umiliato, milioni e milioni di coscienze innocenti. Oggi non mi sembra che sia molto cambiata la Chiesa: è assolutamente incapace di usare un metro razionale, ma è eternamente buona, sempre, a pontificare e a dispensare beatificazioni a Destra e a Destra, tanto per cambiare. Ma l’orrore massimo è che con la sua opera di “aiutare” i Paesi Poveri, li colonizza con la Fede, altrimenti ciccia!, niente lattino liofilizzato. Bene, io le colonizzazioni le vedo male, molto male, anzi malissimo. Se la Chiesa volesse aiutare veramente il Terzo Mondo, allora che si adoperi a portare aiuti materiali, economici, e non la fede cristiana nei cucchiai. E Bono Vox perora tutto questo “schifo” con la sua immagine di “personaggio famoso e pubblico”. Spiacente. Un Bono Vox così mi fa un po’ inorridire, diciamo pure tanto.
Ritornando alla musica, “POP”, questione di gusti forse. Ma io penso che POP sia un disco da buttare, e tanto fa, almeno per me: altri hanno fatto dischi simili a “POP”, ma non avendo nome U2, sono passati inosservati (basti citare i Pet Shop Boys, che in Italia, dopo l’album “Actually”, non se li fila più nessuno, eppure fanno ottima musica elettronica commista a pop e rock, aggiungendo un sempre coerente impegno civile mai smentito nel corso di 20 e passa anni di onorata carriera).
Che Bono faccia pure il cowboy col fucile in braccio se è questo che vuole: ma che non mi venga a promuoversi come un “buono”, perché, almeno, io non gli credo.






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Sceriffo webbico per Prince, ed intanto Michael Jackson prepara il nuovo album

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, novembre 18, 2007





Sceriffo webbico per Prince


Ed intanto Michael Jackson

prepara il suo nuovo album
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Sceriffo webbico, o ranger che dir si voglia, è la nuova professione che sta prendendo piede: quella del futuro?
 
Se siete un VIP o una persona del mondo dello spettacolo, se credete che la vostra immagine venga infangata da giornalisti gossippari e portinaie webbiche, se provate una costante irritazione per tutti quelli che vi citano a ragione o a sproposito in Rete, insomma, se siete proprio stufi marci di accendere il PC al mattino, accedere in internet e scoprire che il vostro volto o nome è stato usato per dare una notizia su di voi, allora potete ricorrere alla figura dello sceriffo webbico.
 
Chi è lo Sceriffo Webbico?
E’ una persona, solitamente un ex hacker, che si preoccupa di monitorare la Rete per vostro conto e ogni qualvolta incontra una notizia che vi riguarda direttamente (o indirettamente), sia essa di parole o di immagini, bene, lo sceriffo vi viene a battere con l’indice sulla spalla destra e vi consiglierà di sporgere denuncia a quel fan, tutto felice, che ha osato mettere in rete una foto che vi ritrae mentre vi esibivate in pubblico, a un concerto o a teatro o allo stadio. 
 
Prince ha sporto denuncia contro i suoi fan ad esempio.
Il cantante ha minacciato i suoi fan. Già! Proprio loro, quelli che gli comprano i dischi e gli danno di che mangiare. Non ci ha pensato su due volte, ha assunto uno sceriffo webbico e gli ha ordinato di dare la caccia a tutti… in pratica ha sguinzagliato gli avvocati contro gli appassionati della sua musica. I legali della star hanno intimato alle tre maggiori web-zine di rimuovere immagini, fotografie e cover di album. Soprattutto, gli scatti con tatuaggi raffiguranti Prince o i suoi loghi, e foto delle auto con targhe ispirate al musicista. Per contro, i rappresentanti dei tre maggiori siti, Prince.org, Princefans.com e ousequake.com, uniti nella coalizione “Prince Fan United”, gridano alla censura e contesteranno l’azione legale come un tentativo di «stroncare ogni commento critico su Prince».
 
Prince ha recentemente rifiutato di condividere il palco con Michael Jackson, dicendogli pressappoco così: “La scaletta è tutta piena, per te non c’è proprio posto. Mi dispiace, ogni dettaglio è stato programmato da tempo, non posso metterti in scaletta.” Jacko ha fatto marcia indietro a capo chino. Ma ora che Prince attacca i suoi fan rischia di diventare ben più impopolare di Jacko.
 
Pensate anche voi di avere bisogno di uno sceriffo webbico?
 
Nell’intanto Michael Jackson sta lavorando al suo ritorno sulle scene musicali. “Non morirò sul palco come James Brown. Mi sarebbe piaciuto che lui avesse fatto come me: prendere questo lavoro con le pinze e godersi il successo con calma… Sono nel mirino di tanti personaggi, ma non ci faccio caso, si tratta di ignoranza. Su di me vengono raccontate tante storie, ma è solo mitologia. La gente è pazza.”
 
Il re del pop che ha iniziato la sua carriera a soli cinque anni, con i Jackson Five, ha all’attivo oltre 750milioni di album venduti in tutto il mondo; ma ora, confessa, il fisico ne risente ed è “stanco di fare tour estenuanti.” Tra l’altro oramai Jacko è padre, ha ben tre figli a cui star dietro.
“Sono felice per tutti questi record. Voglio fare musica che influenzi ogni generazione, diventare in qualche modo immortale, chi è che non lo desidererebbe? Butto tutto me stesso nelle mie creazioni perché viva.” Michael Jackson, dopo i guai giudiziari che ancora gli mordono le terga, non pare proprio intenzionato ad assumere uno sceriffo webbico. Si racconta invece in un’intervista al magazine americano Ebony, in occasione dei 25 anni dall’uscita di Thriller (1982), l’album più venduto di tutti i tempi, un record da 104 milioni di copie
 
Michael Jackson, in foto come un novello Fred Astaire, ha confessato anche di star preparando una collaborazione con Kanye West e Will.I.Am per il nuovo disco.
 
Così mentre Prince si scaglia contro i suoi fan, Michael Jackson non si tira indietro, si lascia fotografare per la prestigiosa rivista Ebony, prepara nuove collaborazioni. Che abbia messo la testa a posto?






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