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La Moratti dice addio a Sgarbi: non eravamo la coppia più bella del mondo!

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, maggio 09, 2008





La Moratti dice addio a Sgarbi

Non eravamo la coppia più bella del mondo!

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
Era nell’aria. Impossibile credere che il sodalizio, mai idilliaco, fra Vittorio Sgarbi e il sindaco di Milano Letizia Moratti potesse durare più di tanto. Ieri il sindaco di Milano ha ritirato le deleghe dell’assessorato alla Cultura al critico d’arte Vittorio Sgarbi e lo ha escluso dalla Giunta comunale. La Moratti si è così giustificata: “Rilevato che l’assessore Vittorio Sgarbi ha assunto in varie occasioni, anche pubbliche, un atteggiamento non consono ai doveri di pubblico amministratore e considerato inoltre che lo stesso assessore ha tenuto comportamenti contrari alla lealtà nei confronti del sindaco e della giunta incidendo negativamente sull’operato ed immagine di tali organi e creando un clima di tensione interno alla maggioranza politica; ritenuto che per i sopra esposti motivi è venuta meno la fiducia del sindaco nei confronti di Vittorio Sgarbi il sindaco dispone la revoca della nomina di Vittorio Sgarbi quale componente della giunta comunale e della connessa delega alla firma degli atti di competenza del Sindaco per le attività in materia di Cultura”.
Le deleghe alla Cultura sono state assunte ad interim dalla stessa Moratti.
 
Vittorio Sgarbi ha così commentato la nota del sindaco di Milano: “Considero irricevibili le ragioni che hanno spinto il sindaco al ritiro delle mie deleghe, oltre che profondamente lesive della mia dignità”. Per il critico le non-ragioni che hanno portato al suo licenziamento dipendono dalle sue esternazioni durante la puntata di Anno Zero condotta da Michele Santoro. “Non si può rimproverare a me quello che Berlusconi, Bossi, Maroni e Castelli avrebbero detto al mio posto. Dopo tutto, ho anche difeso un illustre cittadino milanese come Veronesi che veniva insultato. Mi sarei piuttosto aspettato un ringraziamento. Se il sindaco di Milano non capisce lo spirito del Popolo delle Libertà, allora si pone un problema politico. Per questo, trovo le ragioni della Moratti irricevibili anche sul piano politico, perché non ho fatto altro che esprimere le opinioni della mia parte politica”.
Secondo il critico d’arte i motivi per cui il sindaco lo ha licenziato sono anche legati alla polemica intervenuta con i colleghi di Giunta sulla delibera “camuffata” per il patrocinio di una rassegna teatrale omosessuale: “Ho presentato in quel modo la delibera sulla rassegna di teatro gay, proprio per eliminare le polemiche e per evitare che si affermasse l’orgoglio gay. Mi sarei aspettato piuttosto le critiche dell’arcigay invece che quelle del Sindaco e della Giunta”.
 
Il centrosinistra si interroga per voce di Marilena Adamo e Pierfrancesco Majorino: “Non vorremmo che l’assessore Sgarbi, con la sua gestione discutibile, abbia comunque offerto al sindaco l’opportunità di iniziare un piccolo valzer di poltrone, il tutto sulla testa dell’arte, della creatività, dello spettacolo. Insomma: al momento ci sembra un gesto privo di un’idea di governo della cultura. Ci auguriamo di non essere costretti in futuro a rimpiangere Vittorio Sgarbi”. La Lega Nord, per voce di Matteo Salvini, interviene scherzando ma non troppo: “Visto che ascrivevano Sgarbi alla Lega e che nell’ultimo periodo Sgarbi si è molto leghistizzato prima con Calderoli e ieri a cantare Viva la Padania accanto a Bossi, crediamo di poter dire la nostra sul prossimo assessore ». Ma Forza Italia frena subito il giocoso entusiasmo della Lega: “Alla Cultura c’era un uomo indicato dal sindaco Moratti e noi rispettiamo la sua volontà. Così come abbiamo condiviso con il sindaco la decisione del licenziamento, così condivideremo i profili e i criteri del prossimo candidato assessore”.
 
Letizia Moratti e Vittorio Sgarbi non erano forse la coppia più bella del mondo?
Oggi la Moratti sembra ammettere che loro due non erano davvero la coppia perfetta.
Però adesso noi tutti si spera che non comincino a litigare tirandosi addosso le opere d’arte…

The Day After: "Impossibile". Il sindaco di Milano Letizia Moratti non ha nessun dubbio: con Vittorio Sgarbi è tutto finito. La freddissima replica arriva così al critico d'arte Sgarbi, il quale aveva espresso il desiderio di non dimettersi dall'incarico, restando "assessore al Nulla". Il sindaco Letizia Moratti, stuzzicata dai giornalisti, ha ribadito le ragioni che l'hanno spinta a licenziare l'assessore. "E' venuta meno la fiducia per mancanza di rispetto nei confronti della giunta".

Vittorio Sgarbi propugna le sue ragioni con pugno di ferro e, senza farsi pregare, rivela di averne già parlato giovedì sera con Silvio Berlusconi: "Ho ricevuto il consenso di Maroni, Castelli e Berlusconi". Il critico d'arte parla della "insensatezza delle offese ricevute": "Io ho fatto solo bene per la città, ho difeso Berlusconi da chi lo insultava e gli dava del fascista come l'architetto Daniel Libeskind. Sui grattacieli di Milano la penso come Berlusconi, difendo la città contro una intollerabile speculazione A questo punto, eliminare uno scomodo mi sembra una forma di grossolana ingenuità da parte del sindaco". E sottolinea: "E' la Moratti che è fuori dalla linea, è lei che manca di rispetto verso i cittadini non avendo la capacità di opporsi alla speculazione". Vittorio Sgarbi spiega anche i motivi per cui non c'è dialogo: "Non lo posso accettare, quando invece di essere ringraziato vengo cacciato. Non voglio favori, ma giustizia". Quanto alla possibilità di essere chiamato a fare il sottosegretario ai Beni Culturali, ruolo per il quale Sgarbi si è in più di un'occasione candidato: "Ne ho parlato con Berlusconi. Lui mi ha detto che ne parlerà con Bondi. E' un'ipotesi politica rispettabile, ma non decido io, decide Berlusconi".

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 09:53 | cultura, politica, riflessioni, polemiche, arte, spettacoli, cronaca, prima pagina, potere, sgarbi, ultime notizie, società e politica, notizieflash, last news, editoriale di g iannozzi | clicca per commentare commenti (7)



Scherzo da prete - con un'illustrazione di Chatterly,

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 05, 2008


Revealed by Chatterly

Revealed è Opera originale di Chatterly *



Scherzo da prete
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 




 
Fernando gettò una fredda occhiata all’intorno soffocato nel buio più pesto.
Non s’udiva alcun umano suono, solo il pesante respiro del compagno di cella, di quel grasso giovane seminarista, e quello lì era tutto fuorché un essere umano. Mangiava e s’abbeverava come un porco, il piatto lo spazzolava più e più volte con la lingua porcina, poi ruttava e rideva, e solo alla fine sputava un “grazie a Dio!” Era un porco, consapevole di far ribrezzo e per questo ancor più portato a mostrare senza reticenze la sua natura, scusandosi appena quando una scoreggia troppo fracassona o un rutto mefitico gl’uscivano con veloce fretta dai pertugi: “Perdonatemi, ma tutto quello che viene dal corpo umano, meraviglia da Dio creata, è divina, o no?” Nessuno osava controbattere: in teoria il seminarista aveva una porca santa ragione, cosicché non uno metteva in discussione che vomito e merda fossero agl’occhi di Dio inequivocabili segni della grandezza che Egli aveva donato ai suoi figli. Imbarazzati anche i porporati più anziani chinavano il capo impotenti, tossendo con la mano scheletrica davanti alla bocca, ma di più non potevano fare davvero.
Il seminarista dormiva profondo. Fernando aveva più d’un motivo per odiarlo, ma bastava il solo fatto che in quel giovane grosso e grasso, pasciuto e scostumato, vedesse il simbolo della corruzione. Poi non era per niente casto: lui lo sapeva che andava per postriboli, l’aveva visto coi suoi occhi ridere insieme a una vecchia maitresse contrattando lo spicciolo, l’aveva visto entrare dentro il rosso fiammingo delle pesanti tende a mascherare le Prostitute di Babilonia, aveva udito le risate delle femmine. Un essere così non era degno di servire l’Altissimo. L’invidia, più della rabbia, gli rodeva il fegato. Fernando doveva fargliela a tutti i costi. Ad un certo punto il seminarista cominciò a biasciare nel sonno, e fu allora che gli venne l’idea. Era un piano semplice, seppur disgustoso, ma l’avrebbe attuato per amore dell’Altissimo: così si giustificava di fronte alla sua coscienza, che nuda già gli si mostrava puntandogli l’indice contro, chiedendogli come aveva potuto arrivare sino a tanto. Per amore dell’Altissimo, solo per amore…
 
In punta di piedi, scalzo, si avvicinò al letto dove ronfava il seminarista.
Ce l’aveva davanti.
Continuava a parlare nel sonno.
Era oscena quella bocca, aveva qualcosa di maligno, rossa e grassa pareva una vagina di femmina sfondata.
Se Dio gl’aveva dato la voce, quel giorno non doveva esser stato troppo in sé, pensò Fernando subito scacciando il pensiero, quasi offeso per averlo pensato perché quel porco nel letto poteva essere solo il figlio del Demonio.
Vincendo il disgusto per sé stesso soprattutto, lentamente gli calò giù i calzoni quel tanto che bastava affinché glielo potesse prendere bene in bocca.
Non sarebbe stato difficile farlo eiaculare. L’aveva letto da qualche parte che le polluzioni notturne vengono facili.
Il buio era fitto ma il pene non era difficile da trovare: era simile a una grossa salsiccia rosa.
Lo toccò con le punta delle dita: non era flaccido come credeva di trovarlo, era invece quasi in erezione. Il lavoretto che s’apprestava a fargli si sarebbe rivelato più veloce ed economico. Doveva solo vincere la ripulsa e prendere il glande in bocca fino a farlo sborrare.
Si fece il segno della croce. Ma non ebbe cuore d’invocare Dio o Gesù perché l’aiutassero, nonostante di secondo in secondo si convincesse sempre di più ch’era per servire l’Altissimo e non per vizio. Lui era il soldato di Dio che nel buio combatteva perché il Demonio fosse sconfitto. Poco importava che nessuno avrebbe saputo del suo sacrificio: i Santi sono tali perché agiscono senza mai pensare al plauso che il popolo gli potrebbe tributare se solo venisse a conoscenza dei loro immani sacrifici. Forse un giorno qualcuno avrebbe saputo e l’avrebbe detto santo. Ma non ora. Non ora. Era troppo presto. Contava solo d’agire al buio, senza il conforto di alcuno, nemmeno della speranza che un domani il suo sacrificio potesse esser svelato e così ricompensato dalla caritatevole mano della Chiesa. Doveva agire e in fretta, perché non c’era altro da fare e il grassone avrebbe potuto svegliarsi da un momento all’altro se il Diavolo l’avesse voluto. Doveva farlo e basta, senza indugi.
Vincendo la riluttanza, serrando gl’occhi fino a farseli lacrimare, finalmente il pene gli fu in bocca. Pur non avendo alcuna esperienza prese a lavorarglielo di gran lena: gli veniva istintivo, come godere d’una patata bollente in bocca, cercando di non scottarsi la lingua, arrivando però al suo cuore butirroso con la punta per scavarlo e infine inghiottirlo.
Ebbe l’impressione netta che il seminarista gl’avesse sorriso. Non poteva essere! Se l’era sicuramente immaginato. Eppure sentì uno sguardo addosso. Inghiottì ancora, a vuoto. Non gli riusciva di staccare la bocca da quel pene: con orrore e sorpresa gli ci volle un momento per capire che gli piaceva prenderlo in bocca. L’orrore durò pochi secondi, subito sostituito da quanto piacere avrebbe potuto raccogliere negli anni a venire ora che conosceva la sua natura. Pregò che quel pene da cui non riusciva a scollare la bocca gli regalasse ancora del seme. Ma niente. L’aveva esaurito.
 
Tornò nel suo letto, sempre inseguito dall’impressione d’esser stato osservato.
Che cosa aveva creduto di fare? Gl’aveva staccato un pompino per ricattarlo? E come? Dicendogli forse che lui, Fernando, mentre dormiva gl’aveva fatto un bel lavoretto? La verità era che lui Fernando aveva agito perché mosso dalla fregola, perché lui desiderava il pene di quel giovane nella sua bocca, perché desiderava il corpo, la carne del giovane, perché avrebbe voluto quel porcello grasso tutto per sé. Ora gl’era chiaro: se solo avesse potuto tappare tutti i carnali pertugi di quel giovane grasso seminarista con il suo uccello! L’erezione era così intensa che gli faceva male il pisello.  
 
Per Fernando fu una notte d’inferno.
 
Al mattino fu svegliato da un urlo bestiale.
Dapprima non capì. Poi tutto gli fu chiaro… la trappola era scattata e non c’era modo di salvare la pellaccia. Oramai era finito, tutto era finito per lui, meglio sarebbe stato se le fiamme dell’Inferno l’avessero consumato durante il sonno.
L’urlo echeggiò nel dormitorio.
Era il seminarista. Gridava come un tenore, tirando certe note di petto da far venire giù Babele.
Fernando crollò il capo, sconfitto, pronto a dichiararsi colpevole e a pagare per quel che aveva fatto.
 
* * *

Gl’anni passarono come per tutti e anche Fernando invecchiò ma non il suo vizio: non aveva mai messo radici in una curia, ma in Vaticano tutti sapevano che tra i chierichetti sceglieva sempre i più butirrosi e innocenti. Non appena qualche voce cominciava a diffondersi nel circondario, la Chiesa pensava bene di spostare Fernando in un’altra parrocchia. Non aveva fatto carriera. Troppe maldicenze, molte vere, giravano sul suo conto e prima che potesse rendersene conto era invecchiato, un peso che la Chiesa si teneva in seno per chissà quale strana naturale perversione. Fernando non voleva conoscere il motivo per cui in tanti anni non era mai stato formalmente accusato né minacciato: si limitavano a trasferirlo, e morta lì. Cogl’anni s’era convinto che un angelo, on un démone, gli tenesse bordone preoccupandosi di far sì che lui potesse continuare ad esercitare in veste di parroco e che avesse per giunta sempre a disposizione una nutrita fila di giovinetti d’avviare lungo la strada del vizio.
Ne era passato del tempo da quando era un semplice seminarista bilioso. Ricordava perfettamente quando aveva scoperto i truschini di Giovanni P., di come amava ficcarsi fra le tette delle donnine allegre. Aveva ancora il sapore del suo seme in bocca, un sapore che cogl’anni non s’era affatto stemperato e che s’era invece acuito. Giovanni P. aveva fatto un’eccellente carriera, mentre lui era rimasto ai margini ma forse divertendosi di più. Però una volta morto nessuno si sarebbe più ricordato di lui, neanche per esser stato una spina nel fianco, un ciucciacazzi; ed invece Giovanni P. era ormai chiaro che poteva aspirare a diventare il prossimo Pontefice. Il tempo gl’aveva ammorbidito i tratti del viso un tempo volgari: il volto grassoccio ma un po’ scavato sulle gote, le rughe intorno agl’occhi, i capelli bianchi e radi sulle tempie, gli conferivano un’aura angelicata. Pareva fosse intervenuta la mano stessa del Signore a modellare quel corpo un tempo tanto sgraziato: non era più grasso come da giovane, era invece quasi longilineo. Teneva poi un passo lento ma sicuro, e tutti dicevano che c’era della santità in Giovanni P. Il suo ex compagno di studi era stato baciato in fronte dal Signore, non c’era dubbio alcuno, o dal Démonio in carne e ossa, poca differenza faceva agl’occhi di Fernando perché P. un giorno avrebbe occupato lo scranno papale mentre lui si sarebbe spento in qualche chiesetta di campagna pregando un giovinetto qualsiasi d’accendergli l’antica fiamma del vigore.
 
* * *
 
Accadde un giorno che in gran stile una delegazione di porporati venisse a trovare Fernando, oramai vecchio e sconsolato, ma mai troppo solo nell’intimità. I porporati si fecero annunciare e Fernando li ricevette subito, immaginando che avevano da dirgli che avevano scoperto il suo vizio, che sarebbe stato portato alla gogna, che era la vergogna del Vaticano, e giù di questo passo. In fondo era riuscito a farla franca per un tempo ben più che modesto: era dunque giunto il momento di pagare per i giorni felici goduti sull’innocenza altrui! Già s’immaginava la faccia del Pontefice, di quel Giovanni nel portarlo alla gogna, accusandolo di pedofilia, di essere il canchero della Chiesa, la vergogna di tutti i preti. Suo malgrado una risata isterica eruttò dalla sua vecchia gola, proprio mentre la delegazione entrava e gli si poneva di fronte.
 
Rimasero a colloquio con Fernando per un’ora buona, dopodiché scivolarono via dalla sagrestia in completo silenzio. In fila indiana i porporati scesero i pochi scalini della chiesa; ad attenderli c’era una macchina nera, una limousine tirata a lucido che sia Dio sia il Diavolo avrebbero potuto usare per specchiarsi.
Fernando una volta rimasto solo si avviò verso l’altare, con passo strascicato e il fiato grosso.
Chi l’avrebbe mai detto? Tutti quegl’anni a servire Dio, o il Diavolo, e nessuno che l’avesse mai accusato di niente. Eppure tutti sapevano, sin dall’inizio. Gliel’avevano detto chiaro e tondo ch’era un ciucciacazzi, che la Chiesa sapeva con esattezza quanti bigoli gl’erano finiti in bocca. Si erano limitati a cambiarlo di curia quando le voci si facevano troppo pressanti, e la Chiesa aveva cucito poi le bocche di tutti pagando in moneta forte tutte le vittime. E adesso il Pontefice gl’assicurava che alla sua morte non sarebbe stato condannato all’Oblio, perché in tutta segretezza già era stata avviata la pratica per la sua canonizzazione, di Fernando. Porca puttana! L’avrebbero fatto Santo. Non gli restava che attendere e tirare le cuoia. Sulle prime, quando i porporati gl’avevano spiattellato la cosa in faccia così, senza mezzi termini, Fernando era scoppiato a ridere più che mai convinto che si trattasse di uno scherzo da prete. Ma i porporati di fronte a lui rimasero glaciali, e dopo un minuto buono Fernando si ricompose e capì che nessuno lo stava prendendo per i fondelli: il Vaticano, o meglio ancora il caro e buon vecchio Giovanni P., il Papa stesso, voleva con tutto sé stesso che Fernando diventasse Santo, perché Giovanni P. era certo che alla sua morte sarebbe stato canonizzato e accanto sé voleva Fernando.

Gettò uno sguardo vuoto alla navata vuota. Non c’era un cane, nemmeno un mendicante.
Lasciò schioccare la lingua contro il palato, mentre con la mente tornava a quando lo prese in bocca per la prima volta a quel giovane seminarista ora diventato Papa. Il sapore del seme di Giovanni ce l’aveva ancora in bocca, ma anche le urla belluine che lui Fernando aveva creduto segnassero per sempre la sua fine. Ricordava tutto alla perfezione. Giovanni aveva urlato come un ossesso, a Fernando gli s’era fermato il cuore in petto per almeno un secondo, ne era certo. Era accorsi tutti. Giovanni non si dava pace, gridava, gridava, gridava: qualcuno gl’aveva rubato i soldi, ma cosa più grave un’immagine sacra cui lui teneva più della sua stessa vita, essendo un regalo della madre morente che la donna gl’aveva donato affinché lo proteggesse sempre dopo la sua dipartita. Chiaramente aveva mentito: nessuno aveva rubato i suoi averi, men che meno l’immagine sacra, che con tutta probabilità non era mai esistita. L’allora giovane seminarista Giovanni aveva fatto tutta quella scena per far prendere un colpo a Fernando. E c’era riuscito! Se l’era fatta letteralmente sotto, il magro materasso era tutto bagnato di calda gialla urina. Gli ci vollero giorni e settimane perché la strizza gli passasse almeno un pochetto.
Quanti anni erano trascorsi da allora, quanti, per Dio! E adesso la promessa che alla morte non sarebbe stato dimenticato. Il suo nome, il suo volto, le sue reliquie sarebbero rimaste eterne. Sarebbe diventato Santo, sì, un Santo come tanti altri, perché così aveva comandato il Papa Giovanni P.
Fernando gettò una fugace occhiata al crocifisso e gli sorrise pensando fra sé e sé: “Gesù Cristo, non sei stato capace di rimanere al passo coi tempi: oggi il Diavolo fa sia le pentole che i coperchi!”


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kate moss posa senza veli per Hedi Slimane

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, marzo 11, 2008



kate moss posa senza veli


in bianco e nero






per il talentuoso fotografo Hedi Slimane
e Libération Next fa il tutto esaurito in poche ore


http://www.hedislimane.com/


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Cristina Bove, Fiori e fulmini, intervista all'autrice

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, febbraio 11, 2008



Fiori e fulmini, Cristina Bove


Intervista a


Cristina Bove


Fiori e Fulmini

 
 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Cristina Bove1. Parliamo di te, prima di entrare nel cuore della tua poesia, quella di “Fiori e fulmini”.
Chi è dunque Cristina Bove? Una breve autobiografia, possibilmente evidenziando gli aspetti più artistici e culturali che hanno fatto di te una poetessa ma anche una pittrice, e non solo.
 
Sono nata a Napoli, nel settembre del 1942, mi sono trasferita a Roma quando mi sono sposata e ancora vi risiedo. Molte esperienze dolorose mi hanno segnata, ma anche meravigliose come la nascita dei miei quattro figli, l’amore, le amicizie, la lettura, la pittura, la scultura, la poesia. Ed ora questo mezzo magico che mi permette incontri di pensiero che mai avrei potuto immaginare, e questa intervista che mi stai facendo.
 
 
2. Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo modo di sentire il mondo e quindi la società che lo abita/vive? Per quali motivi?
 
Le mie letture sono state e sono tuttora quelle di un’autodidatta onnivora e vorace, che non potendo acquistare libri si iscriveva a tutte le biblioteche delle città in cui risiedeva Perfino a Tunisi, dove ho vissuto circa tre anni, mi iscrissi alla biblioteca dell’Istituto Culturale Italiano, e dove venni ospitata anche con una mia personale di pittura.
Ho letto talmente tanto, che la mia memoria è un sedimento di tracce lasciate dai più svariati autori ed argomenti, Shakespeare, Hugo, Goethe, Dowstoevskij, Tolstoj, Hemingway, Bulgakov, i classici latini e greci, Pavese, Calvino, Campana, Primo Levi, trattati di medicina, di astrofisica, amo Hawking, Eco…Tagore, potrei continuare la lista, nel più completo disordine di acquisizione. Se dovessi dire quali autori hanno lasciato un segno dovrei dire tutti. Ma non chiedermi citazioni, la mia labile memoria non me le consente.
 
 
Giuseppe Iannozzi raccomanda3. “Fiori e fulmini” è un libro particolare, non ci sono difatti delle sezioni spazio-temporali, è invece un corpo unico di liriche che si possono leggere singolarmente ma anche partendo dalla prima per arrivare fino all’ultima. Se di decide di leggere da “A me” fino a “Web”, allora si ha l’impressione d’aver letto la lunga felice dura vita d’una donna, la tua, Cristina. Una vita fatta di ricchezze semplici e di dolori, senza mai cedere ai facili sentimentalismi e all’ipocrisia, ma sempre affrontando la vita a muso duro, anche quando la vita ti segna con il marchio del dolore.
Come hai scelto le poesie che avrebbero fatto parte di “Fiori e fulmini”?
 
Intanto ti ringrazio di aver colto così bene il senso delle mio libro e della mia vita, le poesie sono state mantenute in ordine alfabetico e non cronologico, perché ho sempre pensato che la poesia è più che altro una suggestione, che nasce sì dalla percezione di un momento, dall’emozione di un sentimento intensamente vissuto, ma che permea ogni respiro, ogni attimo della vita di chi ne è “affetto”.
 
 
4. Il tuo poetare è ricco di dolore, d’un dolore a volte tragico, ma non per questo versato all’autocompiacimento. C’è pietas, ma una pietas che solo l’uomo può dare a un suo fratello. C’è una religiosità che è radicata al tempo storico che si vive e che non si genuflette per pregare un dio che si dice abiti nei cieli. Puoi approfondire?
 
Il dolore mi ha insegnato che ogni essere umano vive con la più alta probabilità di provarlo, che nessuno è escluso dall’ineluttabilità della morte, che gli uomini sono coraggiosi a vivere sapendo che dovranno morire, che se gli dei esistono, sono loro che devono imparare dagli uomini, loro che devono amarli, ammirarli, ricompensarli di questo spettacolo cui assistono e dove ogni recita costa sangue e vita di un essere umano.
 
 
5. Renzo Montagnoli, parlando della tua poesia, ha scritto: “…la vita è una sola, con aspetti negativi e altri positivi, ma merita in ogni caso di essere condotta fino in fondo, di amarla con tutte le proprie forze, il che non è un atto di egoismo, poiché ciò a cui si deve effettivamente aspirare sono gli autentici valori a fondamento di ogni civiltà, perché in essa innati e che l’umanità si è portata appresso nei secoli, ogni tanto dimenticandosene, nella rincorsa vana di feticci della felicità. […]”
A tuo avviso, che cosa sono oggi i feticci della felicità, quali sono quegli egoismi che dovremmo tenere per la nostra felicità e quali dovremmo invece rigettare in parte o on in toto? Quali sono gli autentici valori della civiltà, e soprattutto, oggi come oggi, ci sono ancora dei valori in cui poter credere a occhi chiusi?
 
I feticci della felicità sono i valori creati ad hoc dal consumismo bieco che ci vede intenti a riempirci la pancia e a circondarci di orpelli mentre la maggior parte dell’umanità muore di stenti. L’ipocrisia dei sistemi religiosi che si proclamano detentori assoluti della Verità rivelata (sic) e nel nome di dio scatenano inferni. La perdita dei sogni e degli ideali a favore di immediate soddisfazioni di appetiti istintuali, a volte brutali, che conducono l’uomo ad abusare dell’uomo. Bisognerebbe sollecitare nei giovani risorse di pensiero, offrire loro apprezzamento e considerazione per ogni conquista intellettuale, facendo diventare marginali quelle semplicemente esteriori.
Si può ancora credere all’amore, ai sogni di Prometeo di ciascuno, alla poesia…
 
 
6. In che misura la poesia può aiutare l’umanità ad essere migliore? E, perché?
 
Perché sposta l’attenzione dagli istinti all’intuito, dalla quotidianità che appiattisce alla originalità di un pensiero che eleva. Perché fa trovare in sé stessi il proprio aspetto alato, quello che non è soggetto alle leggi di gravità e che non ha bisogno di mezzi materiali per esprimersi, è pensiero alla ricerca di un cuore.
 
 
7. Il tuo poetare è molto diretto, a volte molto vicino alla prosa poetica: la musicalità è data più che altro da assonanze e allitterazioni. Vorrei che mi spiegassi qual è il tuo stile, e soprattutto quanto esso è importante affinché la poesia penetri nell’animo del lettore.
 
Mi è difficile rispondere a questa domanda, perché non mi sono mai soffermata ad analizzare questo aspetto della mia poesia. Non vi sono ricerche tecniche, perfino le scelte lessicali sono inaspettate a me stessa, se dovessi cercare di spiegare direi che è la poesia che viene a cercare me, che spesso mi sento soltanto una cassa di risonanza in cui può esprimersi ed echeggiare.
 
 
8. La tua poesia è evocazione intimista o anche messaggio sociale per una civiltà migliore?
 
Della prima indubbiamente, del secondo non so, se diventa messaggio è soltanto perché è la proiezione dell’idea che ho io di un mondo migliore.
 
 
9. In “Ho visto la città” scrivi: “Ho sentito il mio cuore/ svegliarsi nel silenzio/ del diamante/ cercare le parole/ che i poeti/ lasciarono leggére/ come felci sfiorate dalla luna/ arcobaleni allodole e cristalli/ fiori di mare suoni di colori/ i colori dell’amore/ in un respiro./ Sono viva/ perché nella mia notte/ qualcuno accese un sogno/ di poesia.” La poesia è dunque uno spirito salvifico tanto per il poeta quanto per il lettore? E se sì, perché? Da chi o da che cosa ci salva la poesia, quali ferite dell’animo riesce a lenire?
 
Forse mi ripeto, ma credo fermamente che la poesia aiuti a spostare l’attenzione dall’immanente verso il trascendente, dal gravame del quotidiano al mistero in cui siamo immersi. Non dà risposte, ma forse fa nascere domande.
 
 
10. Il titolo del tuo libro: “Fiori e fulmini”. Più fiori o più fulmini?
 
Credo più fiori, anche perché per contrastare un solo fulmine occorrono parecchi fiori.
 
 
11. Probabilmente mi sono dimenticato di farti una domanda importante, ragion per cui ti lascio libera di formularla da te e di dare una risposta.
 
Probabilmente non saprei come rispondermi.
 
 
12. Grazie, Cristina. Sei stata molto disponibile e coraggiosa a sottoporti alle mie non facili domande. Ti auguro ogni bene per la tua poesia e la tua vita privata.
 
Grazie a te, Beppe, non sei stato cattivo, e per me è stato un piacere ed un onore risponderti. Ti ricambio gli auguri di ogni bene .
 
Cristina Bove
 
 
 
 
La prefazione a “Fiori e fulmini”

firmata da Renzo Montagnoli
 
 
Il poeta riesce a guardare il mondo che lo circonda, trascendendo ciò che gli occhi vedono, e in questo Cristina Bove non si smentisce, perché in lei è presente questa straordinaria virtù ed è coeva con la capacità di trasmettere in modo chiaro, direi limpido, le sensazioni del suo animo.
Questa raccolta comprende un centinaio di poesie, solo una parte delle numerose che nel corso della sua vita ha saputo creare, senza mai essere ripetitiva.
In “Fiori e fulmini”, pur nelle molteplici tematiche affrontate, riluce la mano sensibile che riesce a trasferire nel verso, con ammirevole semplicità, le più svariate emozioni, dal tormento di un ricordo allo sdegno per la sorte riservata ai più deboli.
L’animo di Cristina è uno specchio in cui si riflettono visioni che rimbalzano sulla carta pregne di intime considerazioni, una presa di coscienza che solo il confronto fra la realtà e il sentimento trasfigura in messaggi, ora soffusi, spesso silenziosi, e quasi mai in urla liberatorie.
C’è una visione dell’esistenza, anche nei suoi aspetti più tragici, che lascia alla speranza dell’amore, inteso nella sua accezione più ampia, quel dare spontaneo che gratifica anche senza risposta e che fa sentire più vivi, come in Amo le voci “ Amo le voci che parlano sommesse che sanno dire senza farti male che scelgono il silenzio quando è bene tacere “, oppure in Brulicava di luci , una lirica di ispirazione quasi bucolica, dove il richiamo alla morte va a sottolineare l’amore per la vita, una sorta di antitesi che ne esalta il valore.
Ci sono liriche intimiste, dove il volgere gli occhi dentro di sé è il cercare di conoscere la risposta a tanti perché e al riguardo ritengo opportuno sottolineare il particolare spirito religioso presente in tanti versi, una visione della vita che esula dai dogmi delle religioni per sfociare nella dubbiosa consapevolezza che qualche entità a noi ignota presieda ai destini del mondo, ai passi che percorriamo ogni giorno, a fatti ed eventi a cui partecipiamo secondo un copione che non conosciamo, ma che qualcuno ha ben definito.
Domande logiche che tutti ci poniamo, ma che la sensibilità dell’autore sa volgere in possibili risposte che alla luce della ragione hanno un senso senza essere certe, perché l’unica realtà tangibile è la vita, è quel fluire del tempo che ci accompagna dalla nascita fino al distacco, un distacco che può anche essere mediato, come quando qualcuno a noi caro ci lascia senza che possiamo far nulla, un’improvvisa consapevolezza della nostra impotenza di uomini che crediamo di saper tutto, ma che ignoriamo il perché esistiamo.
Al riguardo struggente è A mia madre, laddove Cristina scrive “Mentre la vita che donasti a me non consentiva di donarla a te “, una traslazione di pensiero che porta dal pathos individuale a quello universale, una drammatica consapevolezza che il ciclo vitale non può essere modificato.
Più fiori che fulmini, perché anche nell’uso sapiente e mai ridondante delle metafore il verso, fluido, cristallino è al servizio della filosofia dell’autore, un concetto semplice, ma dalla grande portata per il bene del mondo: la vita è una sola, con aspetti negativi e altri positivi, ma merita in ogni caso di essere condotta fino in fondo, di amarla con tutte le proprie forze, il che non è un atto di egoismo, poiché ciò a cui si deve effettivamente aspirare sono gli autentici valori a fondamento di ogni civiltà, perché in essa innati e che l’umanità si è portata appresso nei secoli, ogni tanto dimenticandosene, nella rincorsa vana di feticci della felicità.
Un’ultima, doverosa annotazione: leggere le poesie di Cristina Bove è come entrare in un’altra dimensione, in un’atmosfera dolcemente sospesa che infonde una grande serenità.
 
 
Fiori e fulminiCristina BoveEdizioni Il Foglio - Collana Autori Contemporanei Poesia – ISBN 9788876061639 - € 15,00


 
 
A ME


A me
che da lontano mare di terra
magma
approdo a calcinate banchine
ossari e nebulosi fantasmi di velieri
portandomi indicibili lutti
e squarci mai richiusi
si chiede ancora un gemito
ma io non piango più né voglio più gridare
ho fatto un nido
sull’albero spezzato di maestra
ultimo assedio all’acqua d’un morto galeone
e volo
oltre i rimbombi e i laceranti numi
ali sparute
residue remiganti
piume ne ho perse tante
e guardo in faccia il sole
a costo di morire.




WEB


Dai balconi del web
panoramica vista di orizzonti
remoti come galassie
o prossimi alle dita
come tasti
anime scritte
a caratteri mobili
in alfabeti singoli
occhi smarriti in sogni
retroilluminati
ammaliati da mille incantatori
nella fantasmagoria di mille scene
cui la mente si abitua
e poi
della luce dell’alba
che le sembra sbiadita
non si accontenta più.


[ c ] Le poesie "A me" e "Web" di Cristina Bove sono riprodotte su questo blog per gentile concessione dell'Autrice.


 
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Il blog di Cristina Bove: http://cristinabove.splinder.com

Il blog dedicato a “Fiori e fulmini”: http://fioriefulmini.blogspot.com

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Paola Lauterano, professoressa al primo click!

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, febbraio 03, 2008





Paola Lauterano


Professoressa al primo click!

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 


 
Se a scuola avessi avuto Paola Lauterano come professoressa, poco ma sicuro, che non avrei fatto sega una sola volta, sarei sempre stato presente alle lezioni, sarei stato un lecchino e un secchione Di Origine Controllata, ovviamente seduto al primo banco. Sì, non lo nego, mi sarei ammazzato anche di seghe, e molto probabilmente un vecchio bidello mi avrebbe ritrovato mezzo morto nel bagno dei maschi, privo di sensi. Non mi sarei risparmiato. Avrei dato tutto il meglio di me, ma proprio tutto. Ed invece ho avuto la sfortuna d’avere un corpo insegnante di professoresse che cadevano a pezzi, solo qualche raro dente in bocca e pochi capelli stopposi in testa. Quando si dice la sfiga!

Dopo questa premessa, giusto è che vi parli di Paola Lauterano, professoressa: attualmente insegna economia all’Alberghiero “Rossi Doria” di Monitoro Inferiore. Paola ha ben due lauree, un dottorato di ricerca, un passato da modella, nonché volto tv. Intelligenza e bellezza all’ennesimo grado, formula perfetta per far perdere la testa a qualsiasi uomo.
 
La rivista “Ubi Maior” propone il calendario di Paola Lauterano: si è già alla terza ristampa.
Alla professoressa di Montoro è stato chiesto di posare per un calendario patinato da un editore emergente, Marco Carbone. Un successo strepitoso. Ma non poteva essere altrimenti. Il calendario di Paola Lauterano non è per niente volgare, è invece molto raffinato, patinato sì, però con infallibile gusto che mette bene in risalto la femminilità della bella Paola.
 
Paola dice di sé: “Mi sento più bella e femminile ora, a 40 anni, di quando ne avevo venti. Ai miei alunni il calendario è piaciuto. Mi hanno sommerso di complimenti”.
Il calendario di Paola parla chiaro: Paola è decisamente molto seducente, d’una bellezza suprema che mette a tappeto quella acerba e scontrosa di tante e tante ventenni. Impossibile non sommergerla di complimenti.
 
Ma: ammirare e non toccare. Paola è sposata con Sergio Barile, docente alla Sapienza di Roma.






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Riflessioni di Drella, Un patchwork

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, dicembre 18, 2007



Self-Portrait (Red, Yellow), 1966 – Andy Warhol


Riflessioni di Drella


Un patchwork




di Giuseppe Iannozzi




Vi avverto: questo scritto è pieno zeppo di imprecisioni e di errori grammaticali, con tutta probabilità. Non me n’è fregato niente di aggiustarlo. Ed è questo lo spirito con cui dovreste leggerlo, andando incontro a contraddizioni, errori e sbalzi spazio-temporali. Questi pezzi sono stati scritti in tempi diversi, su alcuni blog e altrove, ma sono riuniti qui per la prima volta, come se il tutto fosse stato scritto oggi. In questo preciso momento.

Drella




IL MIO STILE CHE E’ UN NON-STILE

Riguardo al mio stile: io non ho uno stile, nel senso che amo sperimentare tutti gli stili, anche i più estremi ed incomprensibili. Chi mi ha maggiormente influenzato nello stile sono stati Allen Ginsberg, Gregory Corso, Jack Kerouac, Ferlinghetti, William Burroughs, tutti poeti e romanzieri americani. Con la fantascienza, chiaramente, a parte W. Burroughs, gli altri citati autori non hanno nessun punto di contatto con la SF (o comunque pochi e tutti da cercarsi con occhio attento). Tuttavia, l'ambizione prima che io mi ripropongo è di arrivare ad una scrittura spontanea (automatica) come quella di Kerouac per inserirla in un costrutto fantascientifico. Ovviamente l’influenza maggiore, per quanto concerne le mie idee circa la fantascienza, me le ha regalate Philip K. Dick. La commistione tra la poetica della Beat Generation e quella visionaria di Dick è forse la chiave per comprendere quelli che sono i miei obiettivi letterari. Almeno alcuni.
Il mio stile è discontinuo, me ne rendo perfettamente conto, ma in questo momento voglio che sia così e non diversamente: la discontinuità, le contraddizioni, fanno parte del mio non-stile; in fondo sono un neodadaista, almeno credo, un po’ folle, ironico, malinconico, blasfemo, decadente. Nel momento in cui dovessi raggiungere uno stile pienamente comprensibile, temo che non avrei più niente da dire né a me stesso né agli altri. La discontinuità è la puleggia mentale che mette in moto la mia vena creativa. Sicuramente chi ha letto “On the Road” & “Visions of Cody” di Kerouac (i due romanzi più belli di Kerouac a mio giudizio), si sarà reso conto che in molti molti punti si perde il filo del discorso e poi, improvvisamente, quando sembra che non ci sia senso nelle parole di Kerouac, come per magia, all’improvviso i conti tornano ma rimangono in sospeso perché la strada è infinita, e all’infinito dev’essere percorsa con la fantasia, con il raziocinio poetico. Per questo la mia poesia, quando c’è nei miei scritti, ad un certo punto sembra morire: io non offro soluzioni ma solo indicazioni, indicazioni costruttive che possono condurre su strade diverse, magari fuori rotta, magari sbagliate. E’ proprio questo che voglio. Questa è la poesia per me.



TRA PELATI E PRELATI

Allora, volgo lo sguardo allo specchio: lametta o no, sul cranio? Al solito mi decido per un secco “sì”, perché di quattro capelli appiccicati con lo sputo non so che farmene, quindi, giù con la schiuma da barba e col rasoio. Ecco, la pelata è pronta. Scegliere il vestito: niente di più semplice, giacché il mio armadio contiene solo vestiti rigorosamente d’un bel nero. Vabbe’, c’è qualche capo dalle tonalità più vive, blu e grigio. Bassa ironia, lo so. Non ve ne lamentare, non troppo, tanto non cambia il mio armadio e neanche io.
Per fortuna non ho problemi coi tacchi a spillo. Solo quello degli orecchini è un problema: agganciarli tutti è un’impresa. E poi ci devo mettere pure il pendaglio, la croce, e sempre sbaglio e non trovo i buchi nei lobi degli orecchi e rischio così un piercing casalingo, il che non va molto bene. Ad ogni modo, risolti questi piccoli inconvenienti nel tempo di cinque minuti, posso dirmi già fuor di casa. Odio le serate che vedono protagonisti maschi e basta. Difatti cerco sempre di disertare serate così.
La Chiesa Cattolica m’ha sempre messo l’angoscia addosso. Come disse Nietzsche: “Dio mi salvi da Dio!” Ed io aggiungo: “Ma quand’è che la Chiesa inquisisce se stessa e si prende in una bella avvolgente fiammata infernale?” Sì, sono per le soluzioni radicali, come per i capelli che cadono, ed allora uno ci va giù di rasoio. Solo che tra prelati pelati e cardinali imporporati, nutro tema che se li contassi sarebbero ben più assai dei miei quattro capelli.
Ricordo, per esperienza diretta – ahimé – che solo una volta ebbi a che fare con un gruppo di suore, ed è un fatto piuttosto recente, di otto anni fa. Fatto sta che ebbi a che fare con questo gruppuscolo di suore che se sorridevano davanti, dietro la menavano dura. A quel tempo non avevo ancora completato gli studi, li stavo terminando, mi mancava davvero poco. Comunque, tra un’attività ed un’altra, decisi di frequentare un corso regionale, uno dei tanti: scelsi ad occhi chiusi, senza curarmene; quando poi appresi che era presso un istituto cattolico, non vi dico come sono sbiancato, io che sono anticlericale al massimo grado. Vabbe’, ormai era fatta, così m’addentrai nella tana del diavolo giusto per verificare l’effetto che m’avrebbe fatto: in fondo - non ricordo chi - qualcuno disse che solo il diavolo conosce il diavolo. Così entrai e appresi subito che quelle suore il diavolo lo erano in ogni senso e sapevano bene di essere di tal natura, ma davanti squadernavano sempre cachinni affettati, trentadue denti e dentiere bianche come l’avorio. Chiaramente, come si può intuire, non fu troppo difficile entrare subito in contrasto: cominciai a fargli notare alcune cose a mio giudizio sbagliate, portando esempi concreti, ma queste (le suore) subito mi bollarono come sobillatore o disturbatore, al punto che scomodarono la madre superiora. Si favoleggia che non accadeva da anni che la Madre Superiora chiamasse qualcuno, un allievo, nel suo Ufficio. Bene, l’incontro si fece: e furono tuoni e lampi, i lampi miei, i tuoni quelli della madre superiora, perché i lampi fulminano, i tuoni invece sono solo la loro eco. Però ebbi modo di comprendere che con quei diavoli di tuoni, la madre mi rompeva ben bene gli orecchi e qualcos’altro. Alla fine mi comminò espulsione se non avessi ritirato alcune mie dichiarazioni che avevo scritto in una relazione: disobbedii. La reazione fu che ci pensarono loro a censurarmi la relazione riscrivendola di loro pugno e firmandola con il mio nome. Non so neanche io quante bestemmie piantai in fase di esame, e alla fine me ne andai non sostenendo l’esame e piantando su un casino che solo vi lascio immaginare. Tutto questo per dire che la perfidia, il diavolo, è un “sorriso”, e le suore il sorriso del diavolo ce l’hanno e nel corpo e nell’anima. Nel frattempo ero diventato giornalista: fu solo questo il motivo per cui non fui segato e passai comunque l’esame pur non avendolo sostenuto. Non raccattai mai quel pezzo di carta che attestava che avevo seguito “non si sa bene cosa”.
Porca miseria! Maria De Filippi e Costanzo: devo solo riuscire a capire chi fra i due porta “realmente” i baffi e i pantaloni. Ma di una cosa sono sicuro: Costanzo usa calzare tacchi a spillo, anche se non si vede, altrimenti non mi spiego perché il Costanzo Show sia diventato covo e ritrovo per tutte le lucciole di quest’Italia sempre più fedele a se stessa, cioè “sfondata” e nulla affatto vergine, neanche nelle intenzioni.
Gli amici, strani esseri, devo dire in tutta sincerità. Mah, le poche volte che si è fra noi maschi, vi assicuro che sono insopportabili anche se poi cercano di rendersi simpatici muovendo imbarazzanti scene del tipo “io sono macho”, “io onanista”, “io scimmia”, “io latin non-si-sa-bene-chi-o-che-cosa”, e via di questo passo. Quando s’arriva a questo punto, volto le spalle – ed è pericoloso per ovvie ragioni che lascio a voi intuire – e me la batto via con una scusa del tipo: “Il babbo mi sta in ospedale e non si sa mai che… Facciamo gli scongiuri, ma voi capite che…” Insomma, non se la beve nessuno, ma se non altro io me la batto proprio via, e quelli ancora lì a menarsela, mentre cercano indarno di capire chi fra di loro ce l’ha più duro. Non voglio sapere come potrebbero fare! Scoprendoselo…
In quanto al mio matrimonio, mi sono sempre visto sposato ad una casinista, nel senso che non ci sono più le fanciulle d’un tempo che sapevano cucinare e pure rammendare i pedalini al maritino. Ragion per cui, sono rassegnato.



AMORE ET ODIO

A volte penso che amore et odio, alla fin dei conti, senza rovescio della medaglia, siano essenzialmente la stessa cosa, anche se il loro nome è diverso, anche se producono effetti diversi su chi li accusa e/o li sente. L’indifferenza - ecco! - un sentimento così che è “distacco”, questo è più forte dell’amore e dell’odio, in quanto non concede neanche se stesso, ma passa oltre ogni sentimento e sua sfumatura. Qualche volta ho amato, qualche volta ho odiato, ma credo di non aver mai provato l’indifferenza e il suo tristo negligere i sentimenti. Non mi sono sorpreso nell’amare persone odiate, e neanche per il contrario. Non credo d’odiare me stesso, per il semplice fatto che sono troppo io per concedermi un simile lusso; e neanche mi amo. Ma non mi sono neanche indifferente. Ho scoperto, col passare degli anni, con l’argento mischiato fra le tempie - perché sì, sto lasciandoli crescere i capelli e ho scoperto che sono molti di più di quanto sospettassi e ho anche scoperto che sono ormai quasi tutti bianchi - che chi mi ha odiato, e chi ancor mi odia, mi offre un sentimento genuino: odio e basta. Chi invece mi ha amato, oggi ha delle riserve e ogni tanto tenta una pugnalata alle spalle. I nemici sono capaci di darti un sentimento inestinguibile nel tempo, gli amici troppo amici, invece, no, sono mutevoli, abituati a seguire i disturbi del loro tempo, quindi esagitati nel mare delle umane passioni. Il mio cuore è lo stesso, anche se il volto non è più quello di vent’anni fa: batte allo stesso modo, ora calmo ora veloce, e solo raramente si concede un riposo che sia un po’ di pace. Non ho mai pensato di strapparmelo dal petto: qualcuno ne potrebbe abusare e metterci dentro sentimenti che non provo, che non sono i miei. Amo me stesso, quello che sono diventato internamente ed esternamente. Il mio volto allo specchio è rigido, severo, due rughe forse ma sottili, poi il contrasto con la barba che prima era nera ed adesso è invece rossa, d’un bel colore ramato con qualche pelo grigio: gli occhi, quelli, invece, sono rimasti gli stessi. Qualche volta inciampo e riparto da zero, e mai arrendo la mia identità ad una foto da passaporto. Mi fa male quasi niente: le defezioni di ieri, quelli di oggi, subite o inflitte, non mi portano disturbo, e passo oltre. Alla sera continuo a scrivere: quando ho un po’ di ispirazione, accendo una sigaretta, ma questa riposa nel portacenere e si consuma quasi del tutto da sola; mi piace però sentire l’odor di fumo di nicotina, spiare nelle spire del fumo il tempo che passa inesorabile. E’ una certezza non da poco sapere che il tempo passa per me così come per le cose che brucio, siano esse materiali o affetti (immateriali). Amore ne ho avuto: sono stato amato. Odio ne ho avuto: sono stato odiato. Perché dovrei lamentarmi? La civiltà, a suo modo, mi ha dimostrato che sono vivo, nonostante tutto. Metto gli occhiali sul naso, quasi sulla punta, quasi a voler mascherarlo, perché aquilino, quasi ebreo, poi prendo a compulsare libri o a grattarmi in cerca di un nuovo amore o d’un genuino odio che mi dimostri, per l’ennesima volta, che sono vivo. I sentimenti servono a confermarci che siamo vivi, poi gestirli è una faccenda complicata, ma non troppo: cogli anni s’impara che molto esperienze provate erano solo costume di vanità, e che nulla è restato. Allora, fatti due conti in tasca, quasi usando gioco di prestigio, lanciando in alto una monetina per scoprire se verrà fuori testa o croce, il risultato finale non è più importante, mentre è invece interessante e doveroso l’atto, il “lanciare”.



FRAMMENTI DI BONO VOX

Grande Brian Eno. Grande gli U2 quand’erano U2, entrati nella storia: ultimo album valido, completamente, il live “Rattle and Hum”. Poi, dopo, Bono Vox troppe concessioni al pop: e la voce, non si sa che fine gli abbia fatto fare. E anche The Edge, ma che fa? Vabbe’, insomma, non sono più gli U2 d’una volta. Poi, dopo che Bono c’ha avuto l’incontro con sua Santità, farebbe bene a farsi prete, almeno sarebbe più coerente con la sua linea di pensiero che è alquanto storta e bigotta. Pensare ch’era un contestatore che amava Joe Strummer! Adesso Joe Strummer se lo ricorda solo per dar voce alla sua voce stanca, insomma per raccogliere fama e far vedere che non è cambiato, che è il sempre il solito Bono Vox. Adesso che ha famiglia, il caro Bono, mica le disprezza più le armi! Ah, no. Che bell’esempio di coerenza. Puah! Disgustato, mi ritraggo. Che la storia se lo segni per il buono che ha fatto e lo dimentichi per tutto il resto.
Nelle parole di Bono Vox: “Sono cambiato, ma resto pacifista. E’ pure scorretto suggerire che io abbia in qualche modo cambiato idea riguardo alla ‘rappresaglia’ che seguì l’11 settembre… E’ vero che non sono un pacifista in senso letterale, così come ero negli anni Ottanta. Il mio cambiamento interiore si deve a un’incapacità personale di vivere la vita secondo le aspirazioni più alte e si deve anche, in verità, avendo oggi dei figli, alla responsabilità e alla volontà di proteggerli… Le mie energie trovano un impiego assai migliore in un altro tipo di guerra: la guerra contro la povertà e l’Aids. Dovremmo essere molto preoccupati di vivere in un mondo nel quale 2 milioni e mezzo d’africani moriranno l’anno prossimo, benché ci siano i farmaci che potrebbero salvarli… La guerra contro il terrore può dominare i mass media, sì, ma non potrà essere vinta senza vincere la guerra contro la povertà.” Pacifismo di convenienza e all’acqua di rose, sponsor “cause giuste” per tenere alta l’immagine sua, almeno per quanto mi riguarda, questo il mio giudizio su Bono Vox. Allora che si guardi la sua famiglia col fucile in mano, o faccia musica, ma non mi venga a militare per farsi pubblicità e la faccia bella.
“Actung Baby” è un disco che ancora tiene abbastanza bene, almeno secondo il mio modesto giudizio, anche se non riesce a raggiungere i vertici espressivi dei lavori precedenti degli U2. “POP” è un disco flop. Forse qualcuno ricorderà “Hot Space” dei Queen: al tempo si disse che era un disco “avanti nel tempo”, di almeno dieci anni. Dall’uscita di “Hot Space” sono passati 20 anni, nessuna rivalutazione, e dico per fortuna: tolti un paio di pezzi, rimane forse il più brutto album dei Queen. Aspetterò ancora dieci anni per “POP”, ma credo che non ci sarà una sua rivalutazione: è quel pop-rock che fanno altri gruppi, in sordina, ma che purtroppo non avendo nome U2 sono poco o nulla conosciuti ed ascoltati. Da rivalutare sarebbero invece i Garbage con i loro primi due album, almeno: lì si è davvero forti, musicalmente parlando. Sempre ottimi i Radiohead: mai commerciali, mai piegati alle regole del facile consumo, del disco che ascolti una stagione e poi butti via.
Bono Vox: è “profondamente” incoerente. Vent’anni fa era un Bono Vox, oggi è un altro. Quello che vedo io oggi è opportunista, un personaggio che sta dietro a tutte le campagne “di moda” in favore di questo e quello ma solo perché è Bono Vox degli U2. Quindi, se Bono si fa ricevere da Sua Santità e con lui si confonde, bene, che faccia pure: ma io non vedo bene né l’azione della Chiesa Cattolica né quella che si maschera con la faccia di Bono Vox. Vuol difendere la famiglia con il fucile in braccio? Bene. Vuole andare dal Papa e parlare di pace? Bene. Ma l’incoerenza c’è. Non sono orgoglioso di quello che fa Bono Vox, perché fa più male che bene: il problema è che è famoso, un problema nostro ovviamente, ed allora la gente gli sta dietro e gli stende tappeto rosso quasi fosse un cardinale. Ecco, Bono è una sorta di Cardinale. Lo vedo bene come Cardinale. Ma a me i Cardinali non piacciono, mutevoli come sono a darsi a tutti i punti cardinali! Bono vorrebbe forse essere il nuovo Frank Zappa? Impossibile. Ce n’è stato uno di Frank Zappa, geniale, dall’inizio alla fine: Bono è solo un ago nella bussola delle mode, delle campagne. Questa la mia opinione, discutibile. Ma è ciò che penso.
“Intendi dire che le iniziative sostenute, promosse, pagate da Bono Vox fanno più male che bene?”
La mia risposta è: Sì. Bono - mettiamo i puntini sulle “i” - non è che paghi di tasca sua, è invece vero che presta la sua faccia affinché qualcuno paghi per le iniziative umanitarie. Quanto umanitarie? Be’, sarebbe il caso di definirle tragicamente umanitarie.
Bono Vox ha fatto dichiarazioni assai pesanti in merito all’11 settembre, tanto da suscitare l’indignazione (inventata o reale) dello stesso The Edge, il quale, prontamente, allarmato, non ha mancato di rilasciare ai giornali di mezzo mondo che lui, The Edge, non era d’accordo con le dichiarazioni rilasciate dal leader Bono Vox. Precisava che lui fa musica, punto e basta. Ad ogni modo, anche lui, quando si tratta di Pavarotti o Ravioli o Live Aid, non manca di accompagnare il “compagno” (!) Bono Vox con la sua chitarra. Ognuno giudichi secondo il suo metro chi più incoerente, se Bono Vox o The Edge.

La Chiesa: cosa di più sporco e malvagio? Una Chiesa che ancora brucia sul rogo Giordano Bruno da Nola? Se questa è la Chiesa che dovrebbe portare speranza e migliorie e speranza nel Terzo Mondo, io ne ho profondo orrore. Bene, Sua Santità - ma poi bisognerebbe approfondire che cosa è o sia la santità - è una piaga per la società. Ma non è che sia l’attuale Papa la piaga: è la Chiesa un Potere non dissimile da Cosa Nostra, che nel corso dei secoli ha distrutto, bruciato, sodomizzato, annientato, umiliato, milioni e milioni di coscienze innocenti. Oggi non mi sembra che sia molto cambiata la Chiesa: è assolutamente incapace di usare un metro razionale, ma è eternamente buona, sempre, a pontificare e a dispensare beatificazioni a Destra e a Destra, tanto per cambiare. Ma l’orrore massimo è che con la sua opera di “aiutare” i Paesi Poveri, li colonizza con la Fede, altrimenti ciccia!, niente lattino liofilizzato. Bene, io le colonizzazioni le vedo male, molto male, anzi malissimo. Se la Chiesa volesse aiutare veramente il Terzo Mondo, allora che si adoperi a portare aiuti materiali, economici, e non la fede cristiana nei cucchiai. E Bono Vox perora tutto questo “schifo” con la sua immagine di “personaggio famoso e pubblico”. Spiacente. Un Bono Vox così mi fa un po’ inorridire, diciamo pure tanto.
Ritornando alla musica, “POP”, questione di gusti forse. Ma io penso che POP sia un disco da buttare, e tanto fa, almeno per me: altri hanno fatto dischi simili a “POP”, ma non avendo nome U2, sono passati inosservati (basti citare i Pet Shop Boys, che in Italia, dopo l’album “Actually”, non se li fila più nessuno, eppure fanno ottima musica elettronica commista a pop e rock, aggiungendo un sempre coerente impegno civile mai smentito nel corso di 20 e passa anni di onorata carriera).
Che Bono faccia pure il cowboy col fucile in braccio se è questo che vuole: ma che non mi venga a promuoversi come un “buono”, perché, almeno, io non gli credo.






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