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La Palma di Merda ai peggiori scrittori italiani del 2009
written by King Lear
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venerdì, dicembre 25, 2009
La Top 10 dei peggiori scrittori italiani del 2009
La Palma di Merda
a cura di Iannozzi Giuseppe
E’ tempo di classifiche. Di bilanci. Un anno di uscite editoriali, tra inutilità e vergogna.
Al primo posto Tiziano Scarpa si aggiudica la palma di peggior scrittore italiano.
Al secondo posto, il collettivo Wu Ming, mentre al terzo Giulio Mozzi.
Ai primi tre classificati va l'ambita PALMA DI MERDA che possono copiare ed incollare sul proprio blog/sito personale.
1. Tiziano Scarpa – Stabat Mater, Einaudi2. Giulio Mozzi - Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili, Mondadori
3. Wu Ming – Altai, Einaudi
4. Giuseppe Culicchia – Brucia la città, Mondadori
5. Walter Veltroni – Noi, Rizzoli
6. Alessandro Baricco – Emmaus, Feltrinelli
7. Giuseppe Genna – Le teste, Mondadori
8. Antonio Scurati – Il bambino che sognava la fine del mondo, Rizzoli
9. Lorenza Ghinelli – Il divoratore, Il Foglio Letterario
10. Simona Vinci – Nel bianco, Rizzoli
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C’è un’altra Julia nella tomba dell’amore per Cinzia Pierangelini
written by King Lear
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martedì, dicembre 08, 2009
C’è un’altra Julia
nella tomba dell’amore per Cinzia Pierangelini
di Iannozzi Giuseppe
“Un’altra Julia”: questo libro di Cinzia Pierangelini, scritto con il rigore linguistico che abbiamo imparato a conoscere e ad amare grazie a lavori quali “Il muro di Eraclito” e “‘A Jatta”, è romanzo breve, saga di due famiglie, ma è soprattutto il ritratto di Julia Pastrana, dapprima creatura angelicata poi freak, donna volpe per uno strano scherzo del destino. I freaks, questi scherzi della natura, sono stati per lungo tempo al centro dell’attenzione d’una esagerata narrativa popolare, che li ha dipinti ora con vesti nemiche ora eroiche.
Freaks, o mutanti che dir si voglia, negli ultimi anni sono tornati alla ribalta grazie a fumetti e film: dall’Universo Marvel, Wolverine - parto di tre menti (Len Wein, Herb Trimpe e John Romita Sr.) - ama ripetere “Sono il migliore in quello che faccio. Ma quello che faccio non è piacevole”; e il pubblico ha subito imparato che i mutanti sono il futuro dell’umanità. O perlomeno l’illusione fallace che è stata distribuita alle masse lobotomizzate è che un handicap fisico e/o mentale possa in qualche modo servire all’evoluzione del genere umano, per renderlo migliore, più forte. La realtà è più amara, e Cinzia Pierangelini ce lo ricorda attraverso la storia di Julia.
«Viviamo in un periodo in cui il nome freak (fenomeno) viene rifiutato da tutti quegli umani fisiologicamente devianti ai quali è stato applicato per tradizione: giganti, nani, fratelli siamesi, ermafroditi, donne cannone e scheletri viventi. Lo considerano un marchio infamante, un ricordo della loro lunga emarginazione e del loro sfruttamento da parte di altri umani, che dando loro questo nome hanno anche definito se stessi come “normali”. Come tutte le richieste, da parte degli stigmatizzati, di cambiare nome, questa evoluzione si esprime in una sorta di discorso politico. […] non c’è accordo, tra le persone tradizionalmente chiamate freaks, su come ora vorrebbero, per ragioni programmatiche, farsi chiamare; c’è soltanto il fermo proposito che sia qualche altra cosa. […] Al pari di tutti gli uomini, i cristiani hanno incontrato per la prima volta i freaks non come creature venute da qualche altro luogo, ma come bambini mostruosi nati nelle loro stesse famiglie. Solo che, a differenza dei pagani, non potevano considerare queste nascite anomale come incarnazioni degli dèi egualmente mostruosi. E quindi non potevano mummificarli e venerarli come facevano gli antichi egizi, né ucciderli ritualmente alla stregua dei greci e dei romani, perché per loro il divino s’identificava con la perfezione, anziché con la mostruosità, e l’infanticidio era proibito dalla Legge di Dio. […]»: Leslie Fiedler, nel suo saggio “Freaks: Myths and images of the secret self “(1978), porta avanti un discorso di politica, di fenomenologia e teologia, di teratologia e sociologia. In definitiva, il fenomeno (freak) serve alla comunità per essere allontanato e disprezzato, ma serve anche alla cultura popolare per creare dal nulla eroi e dèi che altrimenti non avrebbero possibilità alcuna d’insediarsi nell’immaginario popolare e quindi di esistere.
Cinzia Pierangelini ci racconta di Leda, una bambina nata bella, anzi di più, bellissima. Per il nonno Nitto la nipote è una creatura sacrificabile: a tredici anni viene promessa in sposa a Tindaro, figlio maschio della famiglia di Tino, famiglia di possidenti terrieri e non solo. Tindaro e Leda dovranno sposarsi, così hanno decretato i vecchi, perché la terra si fa unendo più fazzoletti fra di loro. Da bambini Leda e Tindaro hanno giocato insieme ed hanno condiviso gli stessi piccoli dolori e le stesse innocue gioie. Leda diventa giorno dopo giorno più splendida, un angelo. Tuttavia un brutto dì scopre che il suo volto sta cambiando. Nel giro di poco la bella Leda si ritrova il volto angelicato coperto da una folta barba bionda. Tindaro non ne vuole che sapere di maritarsi con la “donna barbuta”, ma per Tino e Nitto, le nozze dei due giovani rappresentano un delirio di potenza e ricchezza cui non possono proprio rinunciare. Impossibile recidere la volontà di Nitto e Tino: i due condurranno per mano il frutto dei loro lombi dritto nella tomba dell’amore.
“Un’altra Julia” non è la semplice storia di una emarginazione, dell’ignoranza umana prima che di quella del popolo; è piuttosto il disegno di una società che partorisce incubi e mostri quasi a tradire l’idea che solamente il sonno sia in grado di fare tanto nella mente dell’uomo. Se è vero che “la fantasía abandonada de la razón produce monstruos imposibles: unida con ella es madre de las artes y origen de las maravillas”, come il pittore spagnolo Francisco Goya osserva con occhio di trapano, allora è altrettanto vero che i mostri sono da sempre una parte importante e concreta della società, che nel tentativo di disfarsene per sempre li ha etichettati cercando infine di relegarli in un universo immaginifico. Cinzia Pierangelini con “Un’altra Julia” traduce il lettore non in un universo popolato da sole fantasie, bensì in un microcosmo reale, tangibile e crudele: ma è pur sempre meglio la concretezza della crudeltà all’eterno confino nell’inferno della fantasia. Un’altra Julia – Cinzia Pierangelini – edizioni Historica – collana celeris – prima edizione 2009 – 120 pagine - Euro 7,90
Imprinting
Quando avvistò le montagne di Bagheria, che preludevano alla città, Tindaro provò una strana sensazione, un’emozione profonda, un richiamo. Forse perché il suo uovo si era schiuso lì, o forse perché così gli avevano raccontato. Fatto sta che si sentì pervadere da un brivido commovente: Palermo gli sembrava la patria sua, la sentiva come il posto che gli era destinato. Con gli occhi luminosi fissi al monte Pellegrino, laggiù, oltre la piana della città, la elesse terra d’origine, origine misteriosa certo, e la scelse per la sua vita futura. La riconobbe ben prima di mettere piede sui palchi di teatro e negli eleganti caffè o di scaldarsi sulle spiagge di sabbia fina; prima di perdersi per vicoli lasciando i sensi sui banconi colorati dei mercati o sulle gonne delle femmine che scendevano dalle carrozze laccate. E prima di poggiare lo scarpino, lucido e titubante, sul tappeto rosso del casino di madama Godiva, soprannominata così perché pareva che, come l’antica eroina, avesse da giovinetta cavalcato nuda, sebbene con propositi meno nobili, in altre parole per puro capriccio e sotto i fumi dell’alcool.
La campagna, gli stivali infangati, le bestemmie di Tino e dei contadini sotto il sole e la pioggia, le gelate che cristallizzavano mandorli e peschi, i venti improvvisi che ghermivano le olive dai rami argentati, il vino che sapeva d’aceto e l’olio che irrancidiva, tutte le maledizioni della vita al podere e Leda, la moglie mostro, tutto spariva ingoiato da un gorgo fatato, davanti alle montagne di Palermo e a quel mare sapido così vicino. Quel mare che lo separava, appena, da un universo sconosciuto; un mondo diverso che aveva spinto le sue braccia e il suo seme sin dentro la città, nelle chiese, nei palazzi, nel sangue della gente.
Era troppo per un campagnolo come lui: la città se lo prese come un’amante lubrica e indecente, suggendogli l’anima non ancora formata. Gli si offrì ammantata di sete e merletti, ornata di vestigia e progresso, nuda di sole, bagnata di mare, parata di musiche, spettacoli e buttane: in un tripudio di gente, colori, forme e lingue dal sapore magico e di sguardi azzurri o neri come la pece; gli si strusciò addosso come una gatta in calore, artigliandolo con zampe di velluto e occhi di brillante, gli entrò sottopelle battendo al ritmo del suo stesso cuore.
Infine lo partorì, nuovo, diverso: un signorino di bell’aspetto, viziato, lussurioso e spendaccione.
Riportarlo a casa fu un’impresa. Palermo non ne voleva sapere di lasciarlo andare, gli stava avvinghiata ai pantaloni e alle tasche, e il cuore gliel’aveva bevuto come un ovetto fresco di giornata, di quelli che Tindaruzzu raccoglieva da ragazzino nel recinto delle galline, un buchetto con l’ago e via: se l’era succhiato tutto, in un boccone solo.
breve estratto da "Un'altra Julia" di Cinzia Pierangelini, per gentile concessione dell'Autrice - (c) tutti i diritti riservati
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commenti (9)
Vittorio Catani e il Quinto Principio su Urania speciale
written by King Lear
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venerdì, dicembre 04, 2009
IL QUINTO PRINCIPIO
di Vittorio Catani
[È in edicola l’Urania “speciale” Il quinto principio di Vittorio Catani (Mondadori, Urania "speciale". Pagg. 543, € 5,50). L’autore ha lavorato vari anni a questo romanzo, un’opera “corale” nella quale alle storie di protagonisti
di maggiore evidenza si aggiungono quelle di altri personaggi secondari; alcune di queste storie si risolvono da sole, le maggiori confluiscono nel finale. Lo scenario viene a delinearsi attraverso le vicende narrate e si colloca nel 2043. Ruolo fondamentale ha una nuova tecnologia delle telecomunicazioni, la “pem” (protesi elettronica mentale) che consente una sorta di Internet psichica. La società descritta è il risultato di un post-post-capitalismo a doppio binario i cui burattinai agiscono in modo occulto, manovrando immense quantità di denaro, influenzando in modo schiacciante il mercato mondiale del lavoro e della produzione; mentre lo strapotere politico-economico passa attraverso il controllo della mente. Virus cerebrali, intere città vendute, degrado ambientale, metropoli ipogee per i meno abbienti (come Uny, Underground New York), turismo delle catastrofi, Seconda Secessione degli Usa, “democrazia estesa” (di fatto azzerata) in Italia, enormi fazendas con milioni di schiavi, sono alcuni aspetti di un mondo in cui si amplificano tendenze odierne. In tale contesto, dove i protagonisti si muovono avventurosamente, si manifestano all’improvviso eventi apocalittici che contraddicono le leggi fisiche note.Alex Brandon Pantega ha ricordi intermittenti di una misteriosa personalità che ha teorizzato l’esistenza d’un Quarto e Quinto Principio della Termodinamica e per questo è braccato dalla polizia; un misterioso committente incarica Martin di calcolare il valore monetario del pianeta Terra; Waldemar Pozharitskij scopre il Mondo B, una “zona” impossibile ma reale in cui ci si può trasferire, vivendo in forma d’energia pura... L’alternativa, per i protagonisti, è rimanere sulla Terra e azzardare il tutto per tutto.
Riportiamo un breve estratto dal romanzo]. - fonte: Carmillaonline.com
(Siamo nel 2043. Dopo varie peripezie, braccato da una polizia privata per delitti che non ha commesso, Alex Brandon Pantega viene arrestato e condotto a Città Grande, una misteriosa megalopoli-enclave blindata al resto del mondo, che sorge nel mezzo della ex Amazzonia e di cui praticamente nessuno dei Bhuman (umani di serie B, i poveri mortali) conosce l'esistenza. Città Grande è abitata da decine di milioni di persone che costituiscono la gran parte dell'élite economica mondiale. Alex, processato, viene assolto grazie a un suo stratagemma, ma con l'obbligo di abbandonare Città Grande nelle 24 ore. Mentre si accinge alla partenza Alex viene fermato da Waldemar Pozharitskij, una sua vecchia conoscenza. Waldemar chiede ad Alex un particolare favore e in cambio si offre di fargli visitare - prima di andar via per sempre - alcuni dei luoghi più interessanti di questa megalopoli che raccoglie la créme del Potere mondiale. Fra l'altro, Waldemar fa visitare all'amico alcuni locali notturni, uno dei quali si distingue per la rappresentazione di uno spettacolo particolare. I due entrano, lo spettacolo sta per incominciare)
Quasi come se un’entità onnipotente ti avesse ascoltato, una voce amplificata tuona:
— Questi Bhuman sono venuti da soli. Di loro volontà. Tutto ciò che vedrete sarà fatto da ciascuno volontariamente e consapevolmente. — Tutto ciò che vedrete. Ma che faranno vedere, accidenti? Intanto le parole della voce incorporea sono state accompagnate da un altro tuono, quello di urla e strilli d’impazienza d’un pubblico acceso, fremente, scalpitante, quasi inferocito.
— Per chi non dovesse saperlo, signori, questi Bhuman — continua la voce — non sono una rarità. Ogni sera troverete qui, in questo eccezionale locale di Città Grande, Bhuman che di loro iniziativa giungono e vogliono eseguire la performance cui assisterete, Bhuman che supplicano perché possano essere presenti qui, offrirsi a voi... Abbiamo code, liste d’attesa per mesi, anni. Ne giungono da ogni parte del mondo, informati da una particolare rete segreta. Perché questa è una delle rarissime evenienze in cui le autorità accettano l’entrata di esterni. Eppure la richiesta del nostro pubblico è esorbitante. —
Tu pensi: accidenti che roba! Allora li guardi meglio per cercare di capire qualcosa. Sono bianchi, neri, dell’ovest, dell’est, nord, sud, zenit, nadir. Arrivano da ogni luogo possibile. Misti: uomini e donne, c’è anche una bambina, ma a ben vedere ti accorgi che un elemento in comune ce l’hanno, un dettaglio che li unifica e li appiattisce. Vestono in modo molto precario e sembrano non proprio floridi, o in carne. Lo noti meglio ora che si sono spogliati, nudi di corpo e – diresti – d’anima. Hanno facce lunghe e ostentano un sorriso che pare proprio di convenienza. E gli occhi... Quegli occhi hanno qualcosa di diverso, di intenso ma malato, penseresti. Qualcosa che ti strizza lo stomaco e non riesci a capire perché. Quegli occhi hanno un’espressione orribile!
Parte l’azione. C’è un tipo, nudo anche lui, capo rasato, muscolatura da Ercole, che distribuisce al gruppo – tu li conti, sono quattordici – strane pinze di ferro appena arroventate su un grosso e coreografico braciere. I quattordici prendono le pinze, le toccano, mettono le dita anche lì dove il ferro appare incandescente come per saggiarne l’efficienza. Sfrigolare di pelle bruciata, ma pare che nessuno d’essi reagisca. Ora capisci che davvero qualcosa non va. Ma perché non dovrebbe “andare”, poi? È uno spettacolo come gli altri, no? Magari sarà diverso, ma cielo, non esageriamo. Ragazzi, dov’è il trucco?
Allora: comincia il primo. Anzi, la prima. Porta la pinza arroventata al seno destro, che a te che stai di fronte sembra il sinistro, e stringe. Sfrigola, sfrigola, fuma. Stringe, fino a mozzare le carni e, con uno strappo violento, l’intera mammella lasciando una larga lacerazione.
Fiotti di sangue fumanti. Disgustoso! La donna sembra impassibile, ma ciò è inverosimile: c’è il trucco! A meno che non sia stata imbottita di qualche droga: altro che sono qui per loro iniziativa!
Poi però… nella tua testa si fa strada un pensiero più inquietante: quella gente può essersi autonomamente, volontariamente imbottita, proprio per fare ciò che sta facendo. Un’idea atroce, che ti lascia senza forze. Intanto sta succedendo qualcosa. Noti un rumoreggiare della folla nelle prime file. Una signora si lancia, svincolandosi da altri che la trattenevano. Si fionda, va ad afferrare la mammella straziata, semiarrostita, la strappa dalle mani già tese della donna e prende a divorarla golosamente, gorgogliantemente. La donna nuda Bhuman lacerata ha ricevuto un’altra pinza infuocata e ora si sta tranciando il seno sinistro. Ma anche gli altri tredici si stanno mutilando con pinze incandescenti nel più assoluto silenzio, senza un lamento, continuando a fissare la folla con occhi privi di lacrime, occhi che sembrano non vedere, o vedere altrove.
Ora, anche se lo stomaco ti si è attorcigliato, noti bene che tutti i quattordici si sono staccati dita, mani, piedi, braccia, seni, natiche, organi sessuali, qualcuno si sta tirando fuori pezzi di interiora. La folla è impazzita, non riusciresti a tenerla più, si è catapultata come un vortice verso i quattordici e li ha assaliti. Una signora agguanta – quasi strappa dall’inguine – un pene con testicoli e tra schiocchi e risucchi quasi si soffoca per inghiottire, praticamente senza masticare. Essi, i Bhuman, donano le loro carni; la folla le divora famelica, come il cibo più prelibato. Alcuni “donatori”, già provati, sono allo stremo fisico, non reggono, crollano per terra: eppure continuano meccanicamente a estrarsi visceri residui bruciati, affumicati, carbonizzati; a tenderli con mani tremanti, a chiamare invocare supplicare ancora la gente, a offrirsi pregando, implorando di accettare il loro dono, l’offerta di se stessi. Si vedono milze, fegati grondanti, spezzoni di arterie che orinano sangue bevuto a garganella da gente stesa anch’essa sul pavimento, per trovarsi più “in diretta” con coloro che sono accasciati al suolo. Nell’aria si è dilatato un sentore acre, pesantissimo, stomachevole, vomitevole; ma gli aeratori non funzionano – spiega in tono neutro e compito la voce – perché gli odori sono parte integrante dello scenario e contribuiscono all’eccitamento dello spettabile pubblico. Al suolo ci sono laghi di sangue scivoloso, e infatti la gente scivola ma non capisce ragioni, si rialza e riscivola per lanciarsi sui resti sfatti di chi ormai non agisce più, non ha più voce per chiamare al banchetto; lo spettabile pubblico continua a strappare carni, budella, interiora o quel che resta, inghiottirle con ingordigia, stracciare cartilagini, rosicchiare e fracassare ossa e midolli. A un certo punto si odono grida disperate: qualcuno, nella foga cieca, ha preso una pinza arroventata e ha tranciato il seno d’una donna del pubblico; la malcapitata si è gettata inferocita e latrante sul suo massacratore, cerca di estrargli dalla bocca e dalla gola, con le unghie, i resti della sua preziosa mammella ultimo modello extra-erotic.
Siamo all’epilogo e ti accorgi che esso è triste, miserevole e un po’ in sordina. Quasi che tutto ciò avesse invece meritato palcoscenici più ricchi e fastosi, e un servizio più efficiente. Infatti per terra rimangono ossa, enormi chiazze nere raggrumate come in un mattatoio, mura imbrattate, pezzi sparsi di corpi di cui non si accorge più nessuno. La folla finalmente sembra placata, eppure serpeggia ancora un certo nervosismo. Della bambina nessuna traccia: non sono rimasti neanche gli ossicini, è stata la prima e la più prelibata, si è visto qualcuno che la teneva in braccio e spolpava le piccole natiche, poi qualcun altro le affondava i denti nel basso ventre. In un angolo giace solo un ciuffo di capelli che devono essere stati i suoi. Li aveva lunghi, lucenti e così neri. Sono ancora bellissimi, qualcuno cerca di ingoiarne un ciuffetto. È durato poco lo spettacolo, tutto sommato. Sulle vesti estremamente ricche, elaborate, ornate di ori e costellate di diamanti d’alta caratura, di zaffiri e rubini, artistiche spille, si stampano le stimmate indelebili della gozzoviglia. Vestimenti già splendidi e costosissimi ora logori, luridi, strappati, o che sono serviti a raccogliere rimasticature di carni e organi. I proprietari se li sfilano, si spogliano completamente, un inceneritore in un angolo accoglie e ingurgita a sua volta valori globali che fino a poco fa ammontavano a milioni o miliardi di Free$, ora sono spazzatura. Restano i corpi nudi dei banchettanti, brutale contraltare dei quattordici: carni rigonfie e deformate dal pasto smodato. Pance mostruosamente prominenti, stomaci come otri, pelli tese che si smagliano fin quasi a strapparsi, ma anche cosce rugose, natiche flosce, seni cadenti. E c’è poi l’incrociarsi di rutti, peti, gorgoglii, borborigmi. Qualcuno vomita senza sapersi contenere, e c’è chi guarda quel vomito sul pavimento con occhi di desiderio sfrenato ma non sa decidersi; gente corre nei bagni; altri in un ripensamento raccolgono da terra dita o mani dimenticate o già rosicchiate e infilano tutto in fagotti di stoffa insozzata e insanguinata; una ragazza nuda lecca il pavimento come un’indemoniata: lo ripulisce del sangue residuo. In un angolo, un uomo anziano è già alla digestione e se ne sta tranquillamente accoccolato a defecare per terra con espressione estatica.
E tu, Alex?, insiste Waldemar. Eh, Waldemar sapeva già, più o meno ha sopportato con una certa nonchalance, insomma con l’aria vissuta di chi sa bene come va il mondo. Tu, Alex, sei più in subbuglio. Per tua fortuna eri già sufficientemente sbronzo e, pensi, certamente sarà tutto un orribile sogno. Gli chiedi perché lo fanno. E Waldemar te lo spiega, sibillino. In questa società che cerca solo il piacere, dice, lo spettacolo del dolore finisce per avere un effetto liberatorio. Dice: per coloro che si offrono, a volte il dolore, il morire, è il solo modo di affermare la propria esistenza.
Io vi raccomando, con molta semplicità, di non lasciarvi scappare questo piccolo grande gioiello. E' fantascienza? Non è solo fantascienza. E' il ritratto del mondo che sarà. Che potrebbe essere. Vittorio Catani è un signore. Pardon! Un Signore con la S maiuscola: questo romanzo l'ha pensato e l'ha scritto, ci ha messo tutta l'anima e il cuore, e non è stato il lavoro di un giorno o di mesi. E' un romanzo Il quinto principio di Vittorio Catani che merita d'essere accolto almeno almeno nella collana mondadoriana Piccola Biblioteca Oscar. Io mi auguro che in Mondadori se ne rendano presto conto, affinché Il quinto principio di Catani sia disponibile per più fasce e generazioni di lettori, sempre. - giuseppe iannozzi
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La Zolfa di Heman Zed, irriverente ritratto dell’Italia secessionista e non
written by King Lear
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lunedì, novembre 23, 2009
La Zolfa di Heman Zed irriverente ritratto dell’Italia secessionista e non
di Iannozzi Giuseppe
Sulfo IV, nato Amilcare Fusillo, è uno stronzo patentato: alla sua famiglia non piace e a dire il vero una famiglia non ce l’ha più, perché se potessero lo farebbero fuori in un men che non si dica. Ad Amilcare non resta che una soluzione, trovarsi un nuovo lavoro e dimostrare a quelle canaglie dei suoi parenti che è sì uno stronzo ma uno di quelli con il pedigree. L’occasione gli viene offerta quando incappa in un singolare annuncio: a San Pinerlo, sperduto paesino della provincia italiana, si cerca un portinaio, e lui Amilcare risponde all’annuncio e gli ci vuole poco per capire che il lavoro offertogli è proprio quello adatto a un tipaccio come lui. Quello che ancora non sa è che la Zolfa, il cuore di fuoco del paese, è qualcosa di ben più complesso di una ex fabbrica di fiammiferi adibita a residence. Gli inquilini sono tutt’altro che normali: hanno cervelli mostruosi, da freak, anche se la loro apparenza, a una indagine non troppo scrupolosa, possa sembrare abituale, quella della tipica testa di cazzo made in Italy. Amilcare Fusillo accettando il nuovo lavoro viene ribattezzato Sulfo IV per continuare la tradizione dei suoi predecessori. Sulfo prende dunque servizio e subito viene a contatto con buttane, squarquoie, squinternati, invasati mussoliniani e altri tristi figuri che sembrano essere fuggiti da un manicomio criminale, ma anche a dirla così è un eufemismo. Quando il suo capo, il Cavaliere Pistone, annuncia un colpo di Stato per proclamare la Repubblica Comunale di San Pinerlo, dopo il dovuto tributo di sangue, Sulfo IV intuisce d’essersi cacciato in un pasticciaccio; eppure non abbandona, forse perché, pur non volendo ammetterlo, lui Amilcare è più pazzo che stronzo. Impossibile evitare lo scontro diretto: le rivendicazioni secessionistiche avanzate dal Cavaliere Pistone per nome e per conto della Zolfa, alla fine, attirano le ire dello Stato italiano ma anche del Vaticano. Inizia così una vera e propria battaglia con tanto di assedio, durante il quale il Cavaliere Pistone dimostrerà a tutti le sue innate doti di condottiero secessionista. E mentre sotto gli occhi sbalorditi dell’opinione pubblica si consuma il dramma, Telebronco, il primo canale di San Pinerlo, trasmette in diretta, ovviamente sotto la stretta vigilanza del Cavaliere.
Una galleria di personaggi anomali - che a livello mentale sono dei freak – e la cui sola aspirazione par essere quella di diventare giorno dopo giorno più anormali, perché di integrarsi nella società non ci pensano affatto. Heman Zed dipinge l’Italia, i suoi vizi e le sue poche virtù, nella Zolfa: un ritratto impietoso che richiama (in)volontariamente l’assurda comicità della famiglia Simpson di Matt Groening, ma soprattutto l’irriverenza dei Griffin creati da Seth MacFarlane. 
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Danilo Arona torna a Bassavilla. Una guida insolita di Alessandria!
written by King Lear
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sabato, novembre 07, 2009
Danilo Arona torna a Bassavilla
Una guida insolita di Alessandria!
di Iannozzi Giuseppe
Bisogna essere disposti a credere nel “non conoscibile” per addentrarsi lungo le strade di Bassavilla. Con fede, cieca quasi. Ciò che non si conosce, non significa che non esista. Esistono le masche e i poltergeist e le case maledette, i dèmoni e gli angeli caduti. Il più delle volte sono dei poveri cristi investiti loro malgrado da una cattiva e immeritata fama, che agli occhi dell’opinione pubblica li ha trasformati in creature da bestiario se non addirittura in essere infernali. La fantasia popolare, il desiderio - spesse volte inconscio - di voler a tutti i costi credere che esista un mondo sovrannaturale, porta le masse, il popolo o il volgo che dir si voglia, a vedere creature fantastiche e satanassi, soprattutto in quei luoghi che sono stati teatro di gravi fatti di sangue. Streghe e fantasmi diventano così reali, ma reali ai soli occhi di chi li vede, di chi crede di averli incontrati sulla propria strada. Un accadimento, per quanto banale possa essere, se non trova subito una spiegazione razionale, viene ricondotto “ai confini della realtà”. Quando poi la scienza, per sua ignoranza o incompetenza, non è in grado di spiegare un fenomeno, è facile che la gente lo trasformi in prodotto del Diavolo. Danilo Arona è un seminatore di inquietudini, autore di un genere proprio, che spezza i confini del quotidiano e ci sposta sull’orlo di abissi vertiginosi, popolati da fantasmi e infestati da strane entità. Sulla base di coincidenze, di prove, di analogie, di episodi tanto insoliti quanto documentati.
Arona è un Charles Fort moderno o uno dei migliori autori fantastici che abbiamo in Italia? Tra i mille dubbi che lascia nel lettore, questo è forse il più insondabile.”
Ogni città, nel cuore del New England più puritano di Nathaniel Hawthorne od inaccessibile e persa nelle Langhe piemontesi, ha una sua storia, di folclore e leggende soprattutto. Non è importante quante anime (ci) vivono e quante invece riposano nei loro letti o nei cimiteri, perché ogni luogo abitato ha dei misteri esagerati – come le chiacchiere portate in punta di lingua dalle comari, sempre pronte a giurare e spergiurare che Tizio e Caio se la intendono e che Sempronio è di sicuro un poco di buono. Al pari del gossip più becero, le leggende proliferano in ogni dove, da Torino a Milano, da Firenze a Napoli, da Roma a Palermo. Ogni centro abitato ha i suoi delitti di paese, i suoi fantasmi, la sua haunted house, oltre a un serial killer doc, a una donna di malaffare e a un prete impiccione e manesco (nascosto nel buio della sacrestia). Danilo Arona in “Ritorno a Bassavilla” conduce il lettore lungo alcuni sentieri di una Alessandria misteriosa, ma per il solo fatto che Dio ha creato fantasmi e dèmoni a sua immagine e somiglianza molto prima di avere la genialata di dare corpo e anima all’Uomo. “Ritorno a Bassavilla” di Danilo Arona è una raccolta di racconti, di osservazioni, di racconti appena abbozzati. Una raccolta che è una sorta di guida insolita tra masche, spettri e mostri che si dice abbiano infestato le mai tranquille vie di Alessandria. Non dimentichiamoci però che “Alessandria non è stata fondata da un giorno all’altro come vuole la leggenda. E’ stata una impresa collettiva, lenta, faticosa, risultato di collaborazione da parte di genti diverse” (.U. Eco, in “La cittadella da riciclare”); e se è Umberto Eco a dirlo, allora deve essere vero per forza.
L'autore
Danilo Arona è uno dei maestri indiscussi della letteratura fantastica contemporanea. Critico cinematografico e giornalista, nonché ricercatore sul campo di fenomeni “insoliti”, ha collezionato in trent’anni di carriera un enorme numero di pubblicazioni tra romanzi, raccolte, saggi e racconti editi da molti editori italiani e stranieri.
Tra i suoi libri La Stazione del Dio del Suono, Palo Mayombe, Black Magic Woman, L’estate di Montebuio. È anche tra gli autori della raccolta Archetipi di Edizioni XII.
Il suo sito Internet è www.daniloarona.com
Danilo Arona - Ritorno a Bassavilla - 1a edizione anno 2009 - 192 pp.brossura - Edizioni XII [ www.xii-online.com ] - Collana Eclissi - n. 5 - ISBN 978-88-95733-12-8 - Prezzo 12,00 €

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Il seme della colpa. Christian Lehmann. L'eutanasia e i baroni della medicina
written by King Lear
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domenica, ottobre 18, 2009

Il seme della colpa
Christian Lehmann
L’eutanasia e i baroni della medicina
Il vero volto del medical thriller
di Iannozzi Giuseppe
Se si escludono Kathy Reichs, Patricia Cornwell, Robin Cook, autori anglofoni, il solo autore di un certo rilievo per l’Europa sarebbe David Khayat, che è soprattutto un oncologo, di fama mondiale. Fortuna nostra, in Italia il medical thriller ha conosciuto soltanto delle comparsate con Eraldo Baldini, Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi per un volume antologico edito da Einaudi qualche anno or sono: il solo racconto meritevole, Una lunga quaresima di paura – che avrebbe meritato una edizione a sé – è quello di Eraldo Baldini, che mischia con comprovata sapienza leggende popolari, riti pagani ed elementi horror per un thriller all’ultimo spasimo. Insignificanti rimangono i lavori di Lucarelli e Rigosi, che tentando una strada, per certi verso meno specialistica, danno vita il primo al solito killer, il secondo a un commissario malato di premonizioni.
Christian Lehmann è autore che rifugge il sensazionalismo spicciolo, i cliché tipici degli hard-boiled, per soffermarsi soprattutto sul cotidiano, sul mal di vivere di ogni giorno che colpisce indistintamente tutti, da chi ha una salute da leone a chi invece conta i minuti che gli rimangono sulle lancette dell’orologio.
Il seme della colpa di Christian Lehmann è un romanzo che affonda il bisturi nel dolore di tutti i giorni, ma non tenta di esorcizzarlo o di estirparlo, semplicemente perché non è possibile, tranne nel caso si voglia credere alle impossibili promesse (e terapie) della New Age per andare incontro presto o tardi a una cocente delusione. Con Il seme della colpa Lehmann ci introduce in un tema più che mai attuale, quello dell’eutanasia o dolce morte.
La storia è quella di Laurent Scheller e Thierry Salvaing, due medici. Con il passare degli anni il primo diventa famoso dopo aver scritto un bestseller, ma il suo è un successo effimero; Thierry invece non la prova neanche la carta della fama, si dedica invece anima e corpo ai suoi pazienti, è un bravo padre e marito e non chiede poi molto altro alla vita, forse solo di riuscire ad alleviare il dolore di chi muore. Un brutto giorno Thierry viene accusato di omicidio: una paziente terminale, che solo sotto morfina trova un minimo di sollievo, muore in circostanze poco precise. Il medico viene subito accusato d’aver dato mano libera alla dolce morte. In un men che non si dica è in prigione. La moglie di Thierry disperata, dopo anni che non sente più Laurent, decide di chiamarlo per chiedergli il suo aiuto. E’ convinta che solo Laurent possa tirare fuori di prigione Thierry, perché adesso Scheller è un uomo di fama e poi è stato un grande amico di suo marito. Peccato che Scheller non sia più quello d’una volta: è ancora famoso, ma ogni giorno che passa è un passo in più incontro all’impietoso oblio. Tuttavia quando sente la voce di Béatrice Ferey, donna che è stata anche la sua amante, decide di aiutare Thierry, l’uomo che Béatrice alla fine ha deciso di sposare.
Adèle Cellier, ricoverata nel reparto di oncologia del professor Grenier, curata dal medico generico Thierry Salvaing, muore. Grenier subito accusa Salvaing di aver praticato l’eutanasia su Adèle. A nulla servono le rimostranze di Thierry: il giudice Silvia Rijic ha ascoltato il medico, ma preferisce credere a Grenier, gran barone della medicina. Laurent, una volta a casa dell’amico insieme a Béatrice, sua ex fiamma, ha il sospetto d’aver sbagliato tutto nella vita: forse avrebbe dovuto sposare Béatrice e accontentarsi d’una vita umile e semplice. Tra Béatrice e Laurent rinasce subito l’amicizia e Laurent si illude che la donna provi ancora qualche cosa per lui; ma soprattutto capisce che se riuscirà a portare fuori di prigione il suo amico Salvaing per lui Laurent Scheller si spalancheranno ancora una volta le porte della fama. Perché sì, per riuscire a far scarcerare l’amico c’è una sola via praticabile: convincere l’opinione pubblica, con ogni mezzo possibile, che il medico di famiglia Thierry Salvaing è innocente mentre il gran barone della medicina Grenier potrebbe non essere quello che fa credere di essere. Coinvolgere giornali e televisione per dire ai francesi che Thierry è un bravo medico, un padre di famiglia e un uomo coscienzioso: di questo deve concedere l’opinione pubblica e soltanto lui può farlo interpretando il ruolo di “regista assoluto”.
Ne Il seme della colpa non ci sono né iperbolici inseguimenti lungo le strade parigine né macabri cadaveri ogni cinque minuti, non c’è il serial killer né il poliziotto incazzato e duro a morire: c’è invece la terribile realtà, la vita quotidiana di un semplice medico di famiglia che viene accusato d’aver dispensato la dolce morte a una sua paziente. C’è il dramma di chi muore e lo sa, senza che nessuno si preoccupi di alleviare le sue pene. C’è l’accanimento terapeutico finché fa comodo ai baroni della medicina, ma poi, dopo, c’è la dimenticanza totale e assoluta, un paziente in fin di vita con le sue piaghe da decubito immobilizzato a letto che solo gli infermieri di tanto in tanto passano a trovare. C’è l’arroganza e l’indifferenza dei baroni della medicina che fanno i loro interessi e quelli delle case farmaceutiche. C’è che la normalità da (quasi) tutti accettata è quella di salvaguardare gli interessi delle multinazionali farmaceutiche. Ne Il seme della colpa c’è tutto questo e c’è di più: la denuncia. Christian Lehmann non offre soluzioni contro lo strapotere dei baroni della medicina ma la denuncia c’è; e fra le righe, ma neanche poi tanto, ci suggerisce che la dolce morte in alcuni casi è compassione e pietas.Christian Lehmann nasce a Parigi nel 1958. Diventa medico generico nel 1985. Da allora affianca la sua professione con quella di scrittore e giornalista. Oltre a essere autore di gialli e noir è un apprezzato scrittore per bambini.
Il seme della colpa - Christian Lehmann – MeridianoZero – noir - traduzione di Giovanni Zucca - ISBN 978-88-8237-175-3 - Pag. 160 - Euro 13,50

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