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Mario Favini. Centro commerciale. Cicorivolta edizioni.

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, aprile 02, 2008





Centro Commerciale


Mario Favini
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Non credo di sbagliare asserendo che il luogo deputato per gli incontri oggi è uno e uno solo, il centro commerciale: qui si radunano le più svariate forme di esseri, siano essi umani siano essi non-umani. Il centro commerciale, oggi come oggi, è per tutti quelli che hanno una qualsiasi necessità, reale o fittizia, perché semplicemente non si è se non ci si incontra nel suo dedalo ventre. Le icone della contemporaneità vivono e muoiono tra le varie corsie, tra gli sponsor e le standiste appostate a ogni angolo del centro, pronte a rifilare ai malcapitati un nuovo miracoloso prodotto dell’ingegneria alimentare.
Mario Favini, giovane autore al suo esordio nella narrativa, ci invita a entrare nel suo “Centro commerciale”, che è ricco di tutto, di tutto l’impossibile e il superfluo. Quello che ci offre Favini è un vero e proprio tour guidato all’interno del Centro, più che mai surreale, voluttuosamente splatter, dove ogni desiderio del cliente viene esaudito in un men che non si dica: basta avere le tasche gonfie di “reumi”, la sola valuta accettata. Protagoniste del “Centro commerciale” sono un’anonima signorina e la sua inseparabile amica Niki, oltremodo glaciale, senza mai una parola in bocca. Per nostra fortuna la protagonista, senza nome, parla con Niki e parlando con lei parla anche con noi e forse cerca anche di parlare con tutte le cose che, vive o morte, sono raccolte nei bancali, lungo le innumerevoli corsie.
Nel Centro commerciale c’è il superfluo soprattutto: le persone che lo frequentano sono lì per dar sfogo a uno shopping compulsivo, perché secondo la logica del consumismo – presente in ogni anima del Centro – le necessità nascono nel momento in cui l’individuo crede di non aver bisogno d’un dato prodotto. Il Centro soddisfa tutte le necessità della clientela e ne crea immediatamente delle nuove, estreme e surreali: in vendita ci sono pani cornuti con briciole di ossa, cani amputati, profilattici a dir poco bizzarri, spaghetti viventi, tavolini con criceto incorporato, neonati prematuri, polli sottoposti a chirurgia estetica, uomini-frigo… Nel Centro è possibile trovare questo e molto altro ancora: Niki si lascia accompagnare durante il suo giro, mette nel carrello, e non parla. Mai. Nessuno parla con nessuno. I neon illuminano ogni angolo dell’immenso ambiente, ma non ci sono ombre: quelle non si trovano, e non è possibile comprarle.
Il microcosmo che Mario Favini ci offre è surreale, a tratti gotico, spietato, crudele: non c’è rispetto per niente, per nessuno. Il cliente esiste in funzione della merce che caccia dentro al carrello, e non per altro. In una cornice surreale ma veritiera, Niki e la sua compagna finiscono col diventare parte integrante del Centro commerciale, loro stesse un prodotto.
Per questo romanzo breve, l’autore fa leva su frasi didascaliche come epitaffi: ognuna porta a una considerazione, a una macabra verità, un po’ come in quella mostra delle atrocità di J.C. Ballard.
“Centro commerciale” di Mario Favini è destinato a coloro che oggi, che ancora oggi, tra reality show e canali televisivi e in Rete dedicati allo shopping più sfrenato, hanno ancora l’assurda pretesa di pensare con la propria testa.   
 
 
Mario Favini – Centro commercialeCicorivolta edizioni – collana: i quaderni di Cico – pp. 97 -ISBN 978-88-95106-12-0 - € 11,00


Per altre info, i blog di Mario Favini:

http://mariofavini.splinder.com/
http://www.myspace.com/mariofavini



  Il sito dell’editore, Cicorivolta Edizioni:

  http://www.cicorivoltaedizioni.com 
 
  Per leggere un assaggio del romanzo, cliccare qui sopra.



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:12 | recensioni, libri, editoria, scrittura, autori, in libreria, esordienti, blogger, scrittori, avanguardia, novità in libreria, avantpop | clicca per commentare commenti (16)



Giuseppe Genna, Michele Monina e Ferruccio Parazzoli: tre demoni per Dostoevskij

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, marzo 09, 2008





Giuseppe Genna, Michele Monina

e Ferruccio Parazzoli
 

Tre demoni per riscrivere “I Demoni” di Dostoevskij
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 



 
Nota Bene: Questa recensione fu scritta sul finire dell'anno 2003 d.C. e rappresenta una vera e propria chicca, in quanto apparve in Rete in una sola occasione, sul primissimo King Lear Officina Avanguardie oramai andato in pensione. Praticamente più che ibernato.
 
L'ultima fatica letteraria di Giuseppe Genna è "Hitler" - che però non ho letto.

Forse questi "Demoni", scritti quasi cinque anni or sono, sono stati il banco di prova per "Hitler". Non posso dirlo con assoluta precisione. Posso però dire che se oggi dovessi recensire "I Demoni" di Genna, Monina e Parazzoli non cambierei una virgola alla mia critica.
 
 


Milano. Milano. Milano. Era ieri, Milano. E’ oggi. E’ il futuro. L’adrenalina ti fotte se non stai attento a dove metti piedi, se non ti tocchi quando incontri un prete nero. Ma Milano non è solo nuvole, non è solo un Pirellone e un Duomo, è anche fuoco, fuoco che brucia e che è impossibile domare. Piazzale Loreto, l’impiccagione di Mussolini, c’è dietro una congiura che abbraccia passato presente e futuro. Moses legge ai congiurati un Vangelo apocrifo, terribile. Poi c’è il Gobbo, l’edicolante che vede nel futuro (o forse si illude di vedere “il futuro”). Ed ancora, ci sono gli apocalittici, gli arrivati e gli integrati che fanno la corte ai congiurati. Di questi leccaculo sappiamo ben poco, non conosciamo la loro reale realtà. Ed ancora, un professore suicida, una fotografa sciamana, i bobos giovani e sportivi destinati a una triste sorte di “massa”, poi una ricercatrice di mercato che, per puro caso, incontra i personaggi della congiura, ma anche un impiegato che repentinamente ferma la macchina in mezzo al traffico e decide di mettersi assiso sul suo tettuccio per non muoversi più di lì. E come se tutto ciò non fosse già abbastanza, c’è un prete dell’hinterland che, apparentemente, conosce la verità ma non osa gridarla.
 
Il mondo è illusione e tutto ruota su se stesso, un parossismo lisergico di fantasia e realtà, per disegnare il dubbio che Tutti sono Attori e Vittime di una congiura più grande dei destini già scritti per Loro (o per Noi) da un dio infernale e maledettamente lovecraftiano. E poi, ancora, uno sceneggiatore americano di fumetti fa la sua comparsa e l’orrore si disegna in tutta la sua crudezza: par quasi di essere dentro a un complesso meccanismo, dentro a un programma, dentro a un videogame di quelli che non hanno soluzioni, così il nichilismo diventa protagonista e spinge qualcuno a produrre un incendio doloso nel tentativo di occultare la verità, a Milano. Ma siamo sicuri di essere ancora a Milano? Traffici sessuali, uomini pedine, l’omicidio rituale necessario alla Casa Reale d’Inghilterra, e poi la Stazione Centrale di una Milano grottesca che è teatro di inquietanti sedute medianiche, tutti elementi che non sono un semplice e banale contorno. E in mezzo a questo concerto di situazioni irriverenti, Hitler potrebbe esser già stato clonato.
Questi “I Demoni” di Dostoevskij riscritti da Genna, Monina e Parazzoli. Sembra quasi che tutti siano vittime e carnefici, che tutti siano dentro l’incubo d’una scimmia, d’un pasto nudo; e la giostra degli accadimenti continua il suo ciclo infernale, perché il pianeta Terra è destinato a sprofondare nelle negre latebre della selvaggia globalizzazione. I mass-media sono tutti votati all’assoluzione e dicono che la globalizzazione è necessaria: gli uomini abbindolati da questa realtà sono gusci vuoti, forse simulacri dickiani inseriti in una trama in perfetto à la William Gibson. Tutti colpevoli, forse vittime, dalla Regina d’Inghilterra, mummia viva, ad Enzo Biagi che è un mezzobusto con gli occhiali e la severa canizie mostrata senza ritegno in Tv quasi fosse un blasone. E in ultimo, deus ex machina, Dante Virgili, che ne “I Demoni” è Dante Virgilio, un personaggio losco, che in vita ottenne un successo di critica e pubblico uguale a zero, un destino che fu maltrattato e perseguitato. Quale il ruolo di Dante Virgili(o)? Un ruolo decisivo, che ricompone il puzzle de “I Demoni”. Dante Virgilio manager poeta, ormai alla soglia degli ottanta anni, tra le dita continua a rigirare la copia di N.N., unico libro mai scritto e pensato. Ma Dante Virgilio detiene anche il record mondiale di gangbang: 130 rapporti sessuali in un’ora e mezza, e che presta il proprio fisico al Centro Ricerche per la Cura dei Disturbi Genitali. Ma è anche uno il cui vero nome è Luca Arzeni e che se ne sta ad Ancona a frequentare il terzo anno fuoricorso di Ingegneria Meccanica. Ma Dante Virgilio, forse, in realtà, vive a Chicago di fronte al General Hospital: nessuno sa cosa faccia per sopravvivere, ma lo si vede spesso in giro per il Loop, il centro finanziario della città, a bordo di una limousine gialla come il tartaro dei denti, una limousine a dodici porte. Anche il Dante Virgilio dalle tante identità è “assalto a un tempo devastato e vile”, è anche “God Less America”, è anche “crocifissione di Gesù Cristo”. 
 
Parlando de “I Demoni”, Giuseppe Genna scrisse: “…il protagonista occulto di questo libro è Dante Virgili, uno scrittore psicotico pornomane e nazista esistito davvero, che pubblicò La distruzione per Mondadori, nel ‘70: testo sepolto nell’oblio almeno quanto il suo autore. Fu trovato morto dissanguato, Virgili. Dentro I Demoni ci sono fumetti, sciamane, troie, profeti, il Papa, Enzo Biagi e Franco Tatò che parlano davanti alle telecamere sul Pirellone di Milano, la Regina d’Inghilterra diventata una lucertola alta 2mt, un uomo che si muove al contrario, i mendicanti, il sangue di una santa, Gianni Agnelli in chemioterapia, due omicidi in Canadà, le ceneri dei morti compresse e fuse fino a diventare diamanti immessi sul mercato, il ragazzo con gli angeli sulle spalle, Piccolo Kierkegaard, il Gobbo all’edicola, un pappagallo di nome Oriana, piazzale Loreto in forma di immenso polipo dove tutto accade senza che mai venga nominato Benito Mussolini, i dinosauri, un campo paramilitare, gli uomini primitivi, Dante Virgilio.”
 
Cosa posso dire io de “I Demoni”? Quello che ho già detto. Tre autori che hanno scritto un romanzo che è fiction, ma neanche troppo, dove ogni parte si lega e conduce alla pazzia, una fantasia sfrenata che mette in dubbio le nostre identità e le ricostruisce come arcata dentaria, come protesi per sopravvivere e masticare l’aria pesante del mondo. Della globalizzazione.
 
Genna, Monina e Parazzoli hanno investito ingegno, fantasia e realtà in una storia che sembra esser stata scritta da una sola unica grande mente: dentro c’è il nero lovecraftiano, c’è la paranoia dickiana, c’è la complessità di trame su trame tipica di William Gibson, c’è la pazzia sotto analisi di un Roger Zelazny impegnato a scrivere “il signore dei sogni”. C’è tanto, tantissimo. Ma, paradossalmente, non è ancora abbastanza, perché la verità ultima spetta a noi scoprirla, e questa è nascosta sotto la protesi dentaria che abbiamo in bocca quando pronunciamo il nome “Dante Virgilio”.
 
 
I Demoni - Giuseppe Genna, Michele Monina, Ferruccio Parazzoli - Pequod 2003 - euro 15,00

 



Crac per la tastiera di Genna




Con non poco sconcerto apprendo da Giugenna.com che il Miserabile scrittore non potrà più scrivere, almeno per un certo lasso di tempo, in quanto gli si è rotta la tastiera del pc.

"Sono addolorato nel dare l'annuncio della morte della tastiera dell'unico pc in mio possesso - sto digitando con taglia e incolla delle lettere da Word, col mouse, alla velocità di Zavarov quando faceva il regista nella Juve di Zoff o, meglio, alla velocità dell'eloquio di Zoff (ascoltate l'imperdibile intervista svizzera del suddetto, dal titolo: "L'entusiasmo è pericoloso", dove Zoff inventa una nuova metrica: l'andamento giambico iperpausato). Ci vorrà circa una settimana perché questo pc venga riparato. Ciò significa che stenterò a leggere e rispondere alle mail, che già fatico a evadere. Il sito riprenderà a essere aggiornato con novità riguardanti il romanzo Hitler e nuove notizie e video appena possibile. Ringraziando i Miserabili Lettori, mi unisco al lutto di me stesso e a quello perenne di Dino Zoff."


Propongo:
Organizziamo una colletta per il Miserabile Genna che è rimasto senza tastiera?


   La tastiera che vedete riprodotta nella foto di cui sopra costa 8€.

   Se ognuno di Noi dona anche solo pochi centesimi, possiamo
   aiutare il Miserabile scrittore a tornare in Rete.

   Non restiamo indifferenti di fronte a questa tragedia.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:20 | segnalazioni, recensioni, libri, letteratura, fiction, editoria, scrittura, autori, critica, in libreria, prima pagina, vintage, solidarietà, scrittori, casi letterari, avanguardia, novità in libreria, avantpop, neoavanguardia | clicca per commentare



Valentina Santomo, "Madrigale", collana i quaderni di Cico, Cicorivolta Edizioni

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, gennaio 29, 2008


Madrigale, Valentina Santomo

in copertina, olio su tela by ANIMO
adattamento grafico, di Phab Postini




"Madrigale"


Valentina Santomo




 
Cicorivolta EdizioniMadrigale è l'impulso originario. L'atto successivo è quello di raccogliere secchiate di memoria, per comunicare il senso profondo dell'essere, della carne, della materia e del vuoto vivo che non si può altrimenti descrivere, per arrivare a comprendere (senza per questo giudicare) i perché di una e di cento esistenze. Ciò che ne scaturisce è un clima dal piglio drastico e indulgente, paradigmatico e svincolato dall'evidenza immediata.
L'anima è un vaso. La madre ha occhi verde uva. E Caino è padre. La nonna è semplicemente Lupa. Leone partì innocente e tornò veterano. Paolina corrisponde a una Penelope di serie b. La famiglia, la città di provincia, la storia passata, sono rivisti attraverso molti filtri; uno slittamento di livelli che conferisce all'impatto narrativo valenza di favola predestinata, di eterno cammino per raggiungere strade, cose, persone, verità. Nel fiume delle immagini, si incontrano personaggi veri e appartenenti a una dimensione universale, soprattutto donne, di ogni tempo, viste talmente a nudo da risultare trasparenti. Non è un romanzo, né un racconto breve o una filastrocca. E allora cos'è? Valentina Santomo risponde: "Immagino il madrigale come la parte di un arazzo dal ricamo fitto e coloratissimo. Alcuni fili arrivano da lontano e saranno gli stessi a ricamare l'ultimo elemento."

"Madrigale è il manifesto anarchico di un donna, la matrice apolide/cosmopolitana/alata che simbolizza il fiammifero nella notte e tutti i vagiti, bagliori successivi e simboli e trasposizioni equivalenti fino all'alba e fino all'evidenza luminosa dell'Io: perno immarcescibile della vita, fra orizzontalità terrestre, verticalità del cielo e ubiquità del tempo; laddove il senso del sacro e del profano si perdono e pure coincidono sempre, fatalmente, con la presa di coscienza spazio-temporale dell'Individuo/Uno." (Paolo West)



un brano tratto da "Madrigale" di Valentina Santomo

(...)
Vorrei, a questo punto della storia, parlare di amore.
Dopo tutti questi secoli di uomini e donne, coi loro figli, i loro peccati, le passioni sterili e le fertili lontananze, non riesco a dire quanto sia e perché sia, amore.
Non mi stupirei se alla fine mi dovessi costringere a nominare amore l'ultimo dettaglio, il lumino più debole, la lucciola nella siepe.
Perché, invece di chiamare a raccolta i fanti e la cavalleria dei sentimenti, non si prova a raccontare le retrovie e le sentinelle di azioni forse ben più ardite?
Che Paolina si sia macerata di passione per il condottiero corso è ormai vicenda nota, ma cosa ne sarà stato di quella povera ragazza in crinolina che tutte le sere lustrava gli stivali dell'imperatore intingendo lo straccio nelle proprie lacrime anziché nel lucido da scarpe?
In tutte le nostre vite c'è, rannicchiata in un cantuccio, una Penelope di serie b, la cui storia non è ritenuta degna degli onori della cronaca.
Nella mia famiglia, all'ombra di Leone e spina, di rosa e l'alchimista, di Caino e mamma uva, e tanti altri di cui forse avrete la pazienza di sapere, si annida il ricordo di Penelope Piccola.
Di lei si potrebbe raccontare in un punto qualsiasi della vicenda, giacché la sua lunga vita si stese da un capo all'altro di questa storia.
Una mattina d'inverno si presentò al cancello del giardino.
Leone la vide, e la scambiò per una bambina che aveva smarrito un gioco al di là della siepe. Quando aprì i battenti trovò una coppia di occhi lucidi sull'orlo della disperazione. Cercava lavoro e un tetto, una casa e magari una famiglia, un posto per far nascere il figlio bastardo dentro di lei.
Leone la guardò, e si rese conto che nel suo giardino, oltre all'opulenza di rose ed ortensie, ci sarebbe stato posto anche per una povera margherita.
Di vita non ce n'è una sola.
Non so quale sia la misura, la quantità o il grado che possa descriverla.
Eppure percepisco che esistono ampiezze di vita.
Un uomo ama e viaggia per quasi cento anni.
Una tartaruga si nutre, si accoppia e si riproduce innumerevoli volte per quasi trecento anni.
Un albero si accresce e respira per fotosintesi per un numero di anni pari ai cerchi del suo tronco, a volte più di mille.
Insetti frenetici nascono, si nutrono, crescono, si riproducono e muoiono dall'alba al tramonto di un solo giorno.
E non riesco a convincermi che il sasso che stringo nella mia mano non possa dirsi vivo.
Penelope visse a lungo, piccola e nascosta. In un angolo ombroso di un piccolo giardino.
(...)



Valentina Santomo, nata e cresciuta a Pescara, viaggia molto e spera quindi, per i numeri del caso, di morire altrove. Conquistata un'ambita laurea in lettere a indirizzo storico artistico all'università di Firenze, pensa di poter fare il critico d'arte. Infranti i sogni a causa di un coriaceo verginismo intellettuale, preferisce il secondo mestiere più antico del mondo: la pubblicità. Dismesse le ultime vestigia di pudicizia, si dedica alla pittura, alla fotografia e alla carta/calamaio. Oggi cerca di vivere a New York facendo web design.



Madrigale - Valentina Santomo - collana i quaderni di Cico - Cicorivolta Edizioni - ISBN 978-88-95106-18-2 - 1a ediz. 2008 - € 11,00 - pp. 117
 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:09 | segnalazioni, libri, anticipazioni, editoria, autori, comunicati stampa, in libreria, al femminile, prima pagina, esordienti, preview, avanguardia, novità in libreria, avantpop, dalla parte delle bambine | clicca per commentare commenti (6)



Riflessioni di Drella, Un patchwork

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, dicembre 18, 2007



Self-Portrait (Red, Yellow), 1966 – Andy Warhol


Riflessioni di Drella


Un patchwork




di Giuseppe Iannozzi




Vi avverto: questo scritto è pieno zeppo di imprecisioni e di errori grammaticali, con tutta probabilità. Non me n’è fregato niente di aggiustarlo. Ed è questo lo spirito con cui dovreste leggerlo, andando incontro a contraddizioni, errori e sbalzi spazio-temporali. Questi pezzi sono stati scritti in tempi diversi, su alcuni blog e altrove, ma sono riuniti qui per la prima volta, come se il tutto fosse stato scritto oggi. In questo preciso momento.

Drella




IL MIO STILE CHE E’ UN NON-STILE

Riguardo al mio stile: io non ho uno stile, nel senso che amo sperimentare tutti gli stili, anche i più estremi ed incomprensibili. Chi mi ha maggiormente influenzato nello stile sono stati Allen Ginsberg, Gregory Corso, Jack Kerouac, Ferlinghetti, William Burroughs, tutti poeti e romanzieri americani. Con la fantascienza, chiaramente, a parte W. Burroughs, gli altri citati autori non hanno nessun punto di contatto con la SF (o comunque pochi e tutti da cercarsi con occhio attento). Tuttavia, l'ambizione prima che io mi ripropongo è di arrivare ad una scrittura spontanea (automatica) come quella di Kerouac per inserirla in un costrutto fantascientifico. Ovviamente l’influenza maggiore, per quanto concerne le mie idee circa la fantascienza, me le ha regalate Philip K. Dick. La commistione tra la poetica della Beat Generation e quella visionaria di Dick è forse la chiave per comprendere quelli che sono i miei obiettivi letterari. Almeno alcuni.
Il mio stile è discontinuo, me ne rendo perfettamente conto, ma in questo momento voglio che sia così e non diversamente: la discontinuità, le contraddizioni, fanno parte del mio non-stile; in fondo sono un neodadaista, almeno credo, un po’ folle, ironico, malinconico, blasfemo, decadente. Nel momento in cui dovessi raggiungere uno stile pienamente comprensibile, temo che non avrei più niente da dire né a me stesso né agli altri. La discontinuità è la puleggia mentale che mette in moto la mia vena creativa. Sicuramente chi ha letto “On the Road” & “Visions of Cody” di Kerouac (i due romanzi più belli di Kerouac a mio giudizio), si sarà reso conto che in molti molti punti si perde il filo del discorso e poi, improvvisamente, quando sembra che non ci sia senso nelle parole di Kerouac, come per magia, all’improvviso i conti tornano ma rimangono in sospeso perché la strada è infinita, e all’infinito dev’essere percorsa con la fantasia, con il raziocinio poetico. Per questo la mia poesia, quando c’è nei miei scritti, ad un certo punto sembra morire: io non offro soluzioni ma solo indicazioni, indicazioni costruttive che possono condurre su strade diverse, magari fuori rotta, magari sbagliate. E’ proprio questo che voglio. Questa è la poesia per me.



TRA PELATI E PRELATI

Allora, volgo lo sguardo allo specchio: lametta o no, sul cranio? Al solito mi decido per un secco “sì”, perché di quattro capelli appiccicati con lo sputo non so che farmene, quindi, giù con la schiuma da barba e col rasoio. Ecco, la pelata è pronta. Scegliere il vestito: niente di più semplice, giacché il mio armadio contiene solo vestiti rigorosamente d’un bel nero. Vabbe’, c’è qualche capo dalle tonalità più vive, blu e grigio. Bassa ironia, lo so. Non ve ne lamentare, non troppo, tanto non cambia il mio armadio e neanche io.
Per fortuna non ho problemi coi tacchi a spillo. Solo quello degli orecchini è un problema: agganciarli tutti è un’impresa. E poi ci devo mettere pure il pendaglio, la croce, e sempre sbaglio e non trovo i buchi nei lobi degli orecchi e rischio così un piercing casalingo, il che non va molto bene. Ad ogni modo, risolti questi piccoli inconvenienti nel tempo di cinque minuti, posso dirmi già fuor di casa. Odio le serate che vedono protagonisti maschi e basta. Difatti cerco sempre di disertare serate così.
La Chiesa Cattolica m’ha sempre messo l’angoscia addosso. Come disse Nietzsche: “Dio mi salvi da Dio!” Ed io aggiungo: “Ma quand’è che la Chiesa inquisisce se stessa e si prende in una bella avvolgente fiammata infernale?” Sì, sono per le soluzioni radicali, come per i capelli che cadono, ed allora uno ci va giù di rasoio. Solo che tra prelati pelati e cardinali imporporati, nutro tema che se li contassi sarebbero ben più assai dei miei quattro capelli.
Ricordo, per esperienza diretta – ahimé – che solo una volta ebbi a che fare con un gruppo di suore, ed è un fatto piuttosto recente, di otto anni fa. Fatto sta che ebbi a che fare con questo gruppuscolo di suore che se sorridevano davanti, dietro la menavano dura. A quel tempo non avevo ancora completato gli studi, li stavo terminando, mi mancava davvero poco. Comunque, tra un’attività ed un’altra, decisi di frequentare un corso regionale, uno dei tanti: scelsi ad occhi chiusi, senza curarmene; quando poi appresi che era presso un istituto cattolico, non vi dico come sono sbiancato, io che sono anticlericale al massimo grado. Vabbe’, ormai era fatta, così m’addentrai nella tana del diavolo giusto per verificare l’effetto che m’avrebbe fatto: in fondo - non ricordo chi - qualcuno disse che solo il diavolo conosce il diavolo. Così entrai e appresi subito che quelle suore il diavolo lo erano in ogni senso e sapevano bene di essere di tal natura, ma davanti squadernavano sempre cachinni affettati, trentadue denti e dentiere bianche come l’avorio. Chiaramente, come si può intuire, non fu troppo difficile entrare subito in contrasto: cominciai a fargli notare alcune cose a mio giudizio sbagliate, portando esempi concreti, ma queste (le suore) subito mi bollarono come sobillatore o disturbatore, al punto che scomodarono la madre superiora. Si favoleggia che non accadeva da anni che la Madre Superiora chiamasse qualcuno, un allievo, nel suo Ufficio. Bene, l’incontro si fece: e furono tuoni e lampi, i lampi miei, i tuoni quelli della madre superiora, perché i lampi fulminano, i tuoni invece sono solo la loro eco. Però ebbi modo di comprendere che con quei diavoli di tuoni, la madre mi rompeva ben bene gli orecchi e qualcos’altro. Alla fine mi comminò espulsione se non avessi ritirato alcune mie dichiarazioni che avevo scritto in una relazione: disobbedii. La reazione fu che ci pensarono loro a censurarmi la relazione riscrivendola di loro pugno e firmandola con il mio nome. Non so neanche io quante bestemmie piantai in fase di esame, e alla fine me ne andai non sostenendo l’esame e piantando su un casino che solo vi lascio immaginare. Tutto questo per dire che la perfidia, il diavolo, è un “sorriso”, e le suore il sorriso del diavolo ce l’hanno e nel corpo e nell’anima. Nel frattempo ero diventato giornalista: fu solo questo il motivo per cui non fui segato e passai comunque l’esame pur non avendolo sostenuto. Non raccattai mai quel pezzo di carta che attestava che avevo seguito “non si sa bene cosa”.
Porca miseria! Maria De Filippi e Costanzo: devo solo riuscire a capire chi fra i due porta “realmente” i baffi e i pantaloni. Ma di una cosa sono sicuro: Costanzo usa calzare tacchi a spillo, anche se non si vede, altrimenti non mi spiego perché il Costanzo Show sia diventato covo e ritrovo per tutte le lucciole di quest’Italia sempre più fedele a se stessa, cioè “sfondata” e nulla affatto vergine, neanche nelle intenzioni.
Gli amici, strani esseri, devo dire in tutta sincerità. Mah, le poche volte che si è fra noi maschi, vi assicuro che sono insopportabili anche se poi cercano di rendersi simpatici muovendo imbarazzanti scene del tipo “io sono macho”, “io onanista”, “io scimmia”, “io latin non-si-sa-bene-chi-o-che-cosa”, e via di questo passo. Quando s’arriva a questo punto, volto le spalle – ed è pericoloso per ovvie ragioni che lascio a voi intuire – e me la batto via con una scusa del tipo: “Il babbo mi sta in ospedale e non si sa mai che… Facciamo gli scongiuri, ma voi capite che…” Insomma, non se la beve nessuno, ma se non altro io me la batto proprio via, e quelli ancora lì a menarsela, mentre cercano indarno di capire chi fra di loro ce l’ha più duro. Non voglio sapere come potrebbero fare! Scoprendoselo…
In quanto al mio matrimonio, mi sono sempre visto sposato ad una casinista, nel senso che non ci sono più le fanciulle d’un tempo che sapevano cucinare e pure rammendare i pedalini al maritino. Ragion per cui, sono rassegnato.



AMORE ET ODIO

A volte penso che amore et odio, alla fin dei conti, senza rovescio della medaglia, siano essenzialmente la stessa cosa, anche se il loro nome è diverso, anche se producono effetti diversi su chi li accusa e/o li sente. L’indifferenza - ecco! - un sentimento così che è “distacco”, questo è più forte dell’amore e dell’odio, in quanto non concede neanche se stesso, ma passa oltre ogni sentimento e sua sfumatura. Qualche volta ho amato, qualche volta ho odiato, ma credo di non aver mai provato l’indifferenza e il suo tristo negligere i sentimenti. Non mi sono sorpreso nell’amare persone odiate, e neanche per il contrario. Non credo d’odiare me stesso, per il semplice fatto che sono troppo io per concedermi un simile lusso; e neanche mi amo. Ma non mi sono neanche indifferente. Ho scoperto, col passare degli anni, con l’argento mischiato fra le tempie - perché sì, sto lasciandoli crescere i capelli e ho scoperto che sono molti di più di quanto sospettassi e ho anche scoperto che sono ormai quasi tutti bianchi - che chi mi ha odiato, e chi ancor mi odia, mi offre un sentimento genuino: odio e basta. Chi invece mi ha amato, oggi ha delle riserve e ogni tanto tenta una pugnalata alle spalle. I nemici sono capaci di darti un sentimento inestinguibile nel tempo, gli amici troppo amici, invece, no, sono mutevoli, abituati a seguire i disturbi del loro tempo, quindi esagitati nel mare delle umane passioni. Il mio cuore è lo stesso, anche se il volto non è più quello di vent’anni fa: batte allo stesso modo, ora calmo ora veloce, e solo raramente si concede un riposo che sia un po’ di pace. Non ho mai pensato di strapparmelo dal petto: qualcuno ne potrebbe abusare e metterci dentro sentimenti che non provo, che non sono i miei. Amo me stesso, quello che sono diventato internamente ed esternamente. Il mio volto allo specchio è rigido, severo, due rughe forse ma sottili, poi il contrasto con la barba che prima era nera ed adesso è invece rossa, d’un bel colore ramato con qualche pelo grigio: gli occhi, quelli, invece, sono rimasti gli stessi. Qualche volta inciampo e riparto da zero, e mai arrendo la mia identità ad una foto da passaporto. Mi fa male quasi niente: le defezioni di ieri, quelli di oggi, subite o inflitte, non mi portano disturbo, e passo oltre. Alla sera continuo a scrivere: quando ho un po’ di ispirazione, accendo una sigaretta, ma questa riposa nel portacenere e si consuma quasi del tutto da sola; mi piace però sentire l’odor di fumo di nicotina, spiare nelle spire del fumo il tempo che passa inesorabile. E’ una certezza non da poco sapere che il tempo passa per me così come per le cose che brucio, siano esse materiali o affetti (immateriali). Amore ne ho avuto: sono stato amato. Odio ne ho avuto: sono stato odiato. Perché dovrei lamentarmi? La civiltà, a suo modo, mi ha dimostrato che sono vivo, nonostante tutto. Metto gli occhiali sul naso, quasi sulla punta, quasi a voler mascherarlo, perché aquilino, quasi ebreo, poi prendo a compulsare libri o a grattarmi in cerca di un nuovo amore o d’un genuino odio che mi dimostri, per l’ennesima volta, che sono vivo. I sentimenti servono a confermarci che siamo vivi, poi gestirli è una faccenda complicata, ma non troppo: cogli anni s’impara che molto esperienze provate erano solo costume di vanità, e che nulla è restato. Allora, fatti due conti in tasca, quasi usando gioco di prestigio, lanciando in alto una monetina per scoprire se verrà fuori testa o croce, il risultato finale non è più importante, mentre è invece interessante e doveroso l’atto, il “lanciare”.



FRAMMENTI DI BONO VOX

Grande Brian Eno. Grande gli U2 quand’erano U2, entrati nella storia: ultimo album valido, completamente, il live “Rattle and Hum”. Poi, dopo, Bono Vox troppe concessioni al pop: e la voce, non si sa che fine gli abbia fatto fare. E anche The Edge, ma che fa? Vabbe’, insomma, non sono più gli U2 d’una volta. Poi, dopo che Bono c’ha avuto l’incontro con sua Santità, farebbe bene a farsi prete, almeno sarebbe più coerente con la sua linea di pensiero che è alquanto storta e bigotta. Pensare ch’era un contestatore che amava Joe Strummer! Adesso Joe Strummer se lo ricorda solo per dar voce alla sua voce stanca, insomma per raccogliere fama e far vedere che non è cambiato, che è il sempre il solito Bono Vox. Adesso che ha famiglia, il caro Bono, mica le disprezza più le armi! Ah, no. Che bell’esempio di coerenza. Puah! Disgustato, mi ritraggo. Che la storia se lo segni per il buono che ha fatto e lo dimentichi per tutto il resto.
Nelle parole di Bono Vox: “Sono cambiato, ma resto pacifista. E’ pure scorretto suggerire che io abbia in qualche modo cambiato idea riguardo alla ‘rappresaglia’ che seguì l’11 settembre… E’ vero che non sono un pacifista in senso letterale, così come ero negli anni Ottanta. Il mio cambiamento interiore si deve a un’incapacità personale di vivere la vita secondo le aspirazioni più alte e si deve anche, in verità, avendo oggi dei figli, alla responsabilità e alla volontà di proteggerli… Le mie energie trovano un impiego assai migliore in un altro tipo di guerra: la guerra contro la povertà e l’Aids. Dovremmo essere molto preoccupati di vivere in un mondo nel quale 2 milioni e mezzo d’africani moriranno l’anno prossimo, benché ci siano i farmaci che potrebbero salvarli… La guerra contro il terrore può dominare i mass media, sì, ma non potrà essere vinta senza vincere la guerra contro la povertà.” Pacifismo di convenienza e all’acqua di rose, sponsor “cause giuste” per tenere alta l’immagine sua, almeno per quanto mi riguarda, questo il mio giudizio su Bono Vox. Allora che si guardi la sua famiglia col fucile in mano, o faccia musica, ma non mi venga a militare per farsi pubblicità e la faccia bella.
“Actung Baby” è un disco che ancora tiene abbastanza bene, almeno secondo il mio modesto giudizio, anche se non riesce a raggiungere i vertici espressivi dei lavori precedenti degli U2. “POP” è un disco flop. Forse qualcuno ricorderà “Hot Space” dei Queen: al tempo si disse che era un disco “avanti nel tempo”, di almeno dieci anni. Dall’uscita di “Hot Space” sono passati 20 anni, nessuna rivalutazione, e dico per fortuna: tolti un paio di pezzi, rimane forse il più brutto album dei Queen. Aspetterò ancora dieci anni per “POP”, ma credo che non ci sarà una sua rivalutazione: è quel pop-rock che fanno altri gruppi, in sordina, ma che purtroppo non avendo nome U2 sono poco o nulla conosciuti ed ascoltati. Da rivalutare sarebbero invece i Garbage con i loro primi due album, almeno: lì si è davvero forti, musicalmente parlando. Sempre ottimi i Radiohead: mai commerciali, mai piegati alle regole del facile consumo, del disco che ascolti una stagione e poi butti via.
Bono Vox: è “profondamente” incoerente. Vent’anni fa era un Bono Vox, oggi è un altro. Quello che vedo io oggi è opportunista, un personaggio che sta dietro a tutte le campagne “di moda” in favore di questo e quello ma solo perché è Bono Vox degli U2. Quindi, se Bono si fa ricevere da Sua Santità e con lui si confonde, bene, che faccia pure: ma io non vedo bene né l’azione della Chiesa Cattolica né quella che si maschera con la faccia di Bono Vox. Vuol difendere la famiglia con il fucile in braccio? Bene. Vuole andare dal Papa e parlare di pace? Bene. Ma l’incoerenza c’è. Non sono orgoglioso di quello che fa Bono Vox, perché fa più male che bene: il problema è che è famoso, un problema nostro ovviamente, ed allora la gente gli sta dietro e gli stende tappeto rosso quasi fosse un cardinale. Ecco, Bono è una sorta di Cardinale. Lo vedo bene come Cardinale. Ma a me i Cardinali non piacciono, mutevoli come sono a darsi a tutti i punti cardinali! Bono vorrebbe forse essere il nuovo Frank Zappa? Impossibile. Ce n’è stato uno di Frank Zappa, geniale, dall’inizio alla fine: Bono è solo un ago nella bussola delle mode, delle campagne. Questa la mia opinione, discutibile. Ma è ciò che penso.
“Intendi dire che le iniziative sostenute, promosse, pagate da Bono Vox fanno più male che bene?”
La mia risposta è: Sì. Bono - mettiamo i puntini sulle “i” - non è che paghi di tasca sua, è invece vero che presta la sua faccia affinché qualcuno paghi per le iniziative umanitarie. Quanto umanitarie? Be’, sarebbe il caso di definirle tragicamente umanitarie.
Bono Vox ha fatto dichiarazioni assai pesanti in merito all’11 settembre, tanto da suscitare l’indignazione (inventata o reale) dello stesso The Edge, il quale, prontamente, allarmato, non ha mancato di rilasciare ai giornali di mezzo mondo che lui, The Edge, non era d’accordo con le dichiarazioni rilasciate dal leader Bono Vox. Precisava che lui fa musica, punto e basta. Ad ogni modo, anche lui, quando si tratta di Pavarotti o Ravioli o Live Aid, non manca di accompagnare il “compagno” (!) Bono Vox con la sua chitarra. Ognuno giudichi secondo il suo metro chi più incoerente, se Bono Vox o The Edge.

La Chiesa: cosa di più sporco e malvagio? Una Chiesa che ancora brucia sul rogo Giordano Bruno da Nola? Se questa è la Chiesa che dovrebbe portare speranza e migliorie e speranza nel Terzo Mondo, io ne ho profondo orrore. Bene, Sua Santità - ma poi bisognerebbe approfondire che cosa è o sia la santità - è una piaga per la società. Ma non è che sia l’attuale Papa la piaga: è la Chiesa un Potere non dissimile da Cosa Nostra, che nel corso dei secoli ha distrutto, bruciato, sodomizzato, annientato, umiliato, milioni e milioni di coscienze innocenti. Oggi non mi sembra che sia molto cambiata la Chiesa: è assolutamente incapace di usare un metro razionale, ma è eternamente buona, sempre, a pontificare e a dispensare beatificazioni a Destra e a Destra, tanto per cambiare. Ma l’orrore massimo è che con la sua opera di “aiutare” i Paesi Poveri, li colonizza con la Fede, altrimenti ciccia!, niente lattino liofilizzato. Bene, io le colonizzazioni le vedo male, molto male, anzi malissimo. Se la Chiesa volesse aiutare veramente il Terzo Mondo, allora che si adoperi a portare aiuti materiali, economici, e non la fede cristiana nei cucchiai. E Bono Vox perora tutto questo “schifo” con la sua immagine di “personaggio famoso e pubblico”. Spiacente. Un Bono Vox così mi fa un po’ inorridire, diciamo pure tanto.
Ritornando alla musica, “POP”, questione di gusti forse. Ma io penso che POP sia un disco da buttare, e tanto fa, almeno per me: altri hanno fatto dischi simili a “POP”, ma non avendo nome U2, sono passati inosservati (basti citare i Pet Shop Boys, che in Italia, dopo l’album “Actually”, non se li fila più nessuno, eppure fanno ottima musica elettronica commista a pop e rock, aggiungendo un sempre coerente impegno civile mai smentito nel corso di 20 e passa anni di onorata carriera).
Che Bono faccia pure il cowboy col fucile in braccio se è questo che vuole: ma che non mi venga a promuoversi come un “buono”, perché, almeno, io non gli credo.






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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:15 | musica, poesia, politica, amore, riflessioni, polemiche, diario, arte, religione, amicizia, miscellanea, scrittura, borderline, provocazioni, prima pagina, artisti, curiosità, cattolicesimo, alienazione, beat generation, avanguardia, società e politica, opinionismo, neoavanguardia, king lear, jujolcom | clicca per commentare commenti (8)



Le bukowskiane, la serie delle nere - versioni alternative inedite

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, dicembre 16, 2007



fotomontaggio di g.i.
- i versi nell’immagine sono di G.D. Rossetti (The House of Life) -
 

 
Le bukowskiane


la serie delle nere

 
versioni alternative inedite


 
di Giuseppe Iannozzi
 




 
“Impossibile per gli amati è morire, perché l’amore è eterno”
 
Emily Dickinson
 
 
 

 
DARK LADY
 
 
Sfocia il mare nella spuma
E c’è quella barca nera
E tu lì, persa a guardare
            te stessa immobile
            mentre le onde tempestano
 
Sei in quel nero vestito
       che fa capire un desiderio
       che solo la barca sulla sabbia sa
 
Dark Lady, il mare spuma
Viene in te
Ma tu non vieni nel mare
Rimani ancorata alla barca
              reclinando sullo scafo
              negra tempesta di capelli,
              tenendo gli occhi aperti
              al cielo sposati
              in un quasi orgasmo salato
              e nelle onde perso
 
Onde lontane,
lontane come te
 
Chissà che pensi!
Che immagini dando il ventre,
         il seno, il pube,
         alla barca arrovesciata?
Che è il posto sbagliato
Che non doveva essere così
         il sogno d’una vita
Che non può essere tutto
         un perdersi così
         senza senso, senza sesso,
         un amare salato sulle labbra
         sulle nude gambe scoperte
         ad aprire un solitario spiraglio
         al vento
 
E la sabbia, la sabbia preme sulla pelle
E la spiaggia confonde sua vastità nel sale
 
Dark Lady, che ci fai in quel nero sudario?
Il mare s’è calmato ma non il cielo
             che continua a sprofondare
             oltre l’orizzonte
 
Guardi il mare
Guardi il mare, ancora
Poggi la schiena alla barca arrovesciata
            e ti fai sua àncora
            provando a penetrarla
            con la carne
 
Cercando l’infinito
                  gli occhi invidiosi
                  varcano il cielo
Tenti di calmare i capelli
               raccolti in un’erezione
E comprendi che sei nera, nera, nera
    non più vergine come il mare, come il cielo
 
Ma non è bello capire
      starsene lì nell’abbandono
      con l’amore chissà dove, lontano
E tu a vestire parte di Dark Lady
 
C’è ancora sabbia
       e una spiaggia da camminare
 
Una barca se ne va felice
        a cavallo delle onde
E un uomo che non conosci
   guida la sua vela
Lontano
 
 
 
 
 
INFINITO
 
 
Si tende all’infinito assoluto
che è sempre insoluto.
 
Non c’è sorriso su questa spiaggia
per la donna solitaria plagiata dal mare:
le onde, la barca arrovesciata, il cielo.
E lei,
        e lei,
e la schiena par quasi penetri
lo scheletro dello scafo,
ma i seni puntano il cielo.
Peccato lei non li possa vedere:
c’è la notte celeste a coprirla
con la sua profondità.
 
Si tende all’infinito.
 
 
 
 
 
MISTERO
 
 
Nudo di donna
sotto la gonna.
Metti i tacchi alti
sui baci stampati
nei nostri volti
di nero mascherati.
 
Si è
amanti,
distanti.
 
 
 
 
 
EREBO
 
 
Se pareba boves, alba pratalia araba, / albo versorio teneba et negro semen seminaba.
 
 
Non so se sia sbagliato
Ma qui fanno le quattro
 
Mi scrivesti
Che avresti voluto scrivermi
Una lettera romantica
Ma c’è che ti voglio,
ti voglio e sono proprio io
E qui fanno sempre le quattro
E un’ubriacatura dura
   come il culo del diavolo
 
Avrei voluto scrivere poesia d’amore
Non troppo harmony, non troppo innocente
Ed invece c’ho solo il sospetto d’esser inetto
Mentre cullo abbracciato il tuo sogno
Che non mi si leva dalla mente
Che non mi assolve da te
Perché ti immagino a me stretta a scivolare nei vicoli
A farci fare l’amore dal buio,
riparati da sguardi indiscreti
Perché ti immagino spiare l’affanno nostro
             consumato tra le tue gambe
Mentre stretti stretti gli invidiosi
              ci dicono Gabriel and Elisabeth Siddal
 
Ma, caro amore, qui fanno sempre le quattro
E solitudine, e cenere alla cenere, e una Diana e un po’ di neve
Mentre son qui ammazzato da dieci seghe
Così perdonami se sono un tipo alla mano
E mi sbatto al freddo sul balcone
   a guardare la neve che fiocca via
E poi sbatto il volto nel bianco di sua verginità
 
Avrei voluto esser romantico
 
E invece mostro ingenuità in preghiera
    come le campane della chiesa a trombare le quattro
    nell’agitato animo
 
Io che non c’ho manco il polso preciso d’un meccanico
Io prego un Dio che non so
    per muovergli rimprovero che è ossessione
    se un uomo deve accendere una sigaretta,
    - vento e fumo -
    e rimettere cenere alla cenere
 
Cazzo! Tira un vento selvaggio su questo balcone
E brucio in volto un rasoio che non conosco
 
Chissà che si prova a stringersi stretti stretti
Sfidando il freddo nei vicoli a correre dietro a noi
Che indiavolati sciupiamo baci per dannarci
[…]
Chissà che si prova a spiare l’invidia di chi non ha…
Rubando al sole tutta la luce
[…]
Chissà che si prova a congelare i fiati,
              fumetti nell’aria sposati
E poi insieme ridere e sorprenderci
   che è vero il nero sole calato in noi
 
Lo so
Lo so
Ma tu non seguire da lontano le mie orme
Ma tu non inseguire il mio fantasma silenziosamente
Lo sai, lo sai, lo sai
             che qui il vento tira forte
             e la neve fa la sua parte
E fa che qui fanno sempre le quattro
    d’un mattino presto alba
    mentre staglio severo il volto
    come rasoio a tagliare l’aria solitaria
    per dannarci
    con il romanticismo che so,
    che posso
    che dice che i buoi sono le dita delle mano,
    il campo bianco è il foglio di carta,
    mentre il bianco aratro
    e la penna d’oca
    e il nero seme
    è l’inchiostro 
 
Dovrei sorridere
C’è l’Erebo da passeggiare con la mia Bella
Dovrei sorridere o sembrerò brutto, troppo
Il mio profilo, lo conosco, è il solito, severo:
sembro Lenin da giovane,
ma io ho occhi grandi e belli, neri come petrolio
Mi fregano gli occhi: dicono troppo di me
Fossi stato allucinato epilettico nello sguardo
come Fjedor Michailowitsch Dostojewski,
fossi stato completamente disperato
come Vladimir Vladimirovič Majakovskij,
e invece manco un sorso di whisky
per inventarmi suicida ‘suicida'
con un colpo di pistola nel vicolo Lubjanskij,
perché lo giuro, sono d’un amore immutabile e fedele
E l’Erebo che penso,
coi suoi vicoli,
non accoglie un dove per un colpo di pistola,
e neanche nasconde un dove per una testa rotta
da un’anonima svogliata bottiglia
piena di vuota ubriacatura
 
E’ buio nero
E’ notte alle quattro d’un quasi mattino,
perché non ti ho baciata,
non quando tu lo volevi,
non nel modo che desideravi
 
E qui fanno sempre le quattro
e un’ubriacatura.
Ma c’è di bello che
che non ho una pistola
e neanche un dolore
che possa trapanarmi la tempia
 
 
 
 
 
NERO EROTICO
 
 
Ti disegno con la mente
Ti disegno con le mani
Ti disegno col nero
Ti disegno con altro nero
Ti disegno con l’oro
Ti disegno le labbra con un po’ di rossetto
Ti disegno gli occhi con i miei
Ti disegno con le mani i seni
Ti disegno con le mani le spalle
Ti disegno con le mani il fondoschiena
Ti disegno con le mani le gambe
Ti disegno con un bacio l’Inferno dantesco
E ti mangio,
Rosa Pelvica
 
Ti spoglio con la mente
Ti spoglio con le mani
Ti spoglio perché ti ho disegnata
Ti spoglio con il mio corpo sposandolo al tuo
Ti spoglio così, semplicemente complicato
E ti mangio tutta, senza pietà
Rosa Pelvica
 
 
 
 
 
ETERNA EBBREZZA
 
 
Mia sola Tenerezza,
mi sei ebbrezza:
in un sorriso
sul tuo viso
io ci vivo.
 
Mi manca l’aria
se non sento gioia
spremuta
temuta
da sazietà
confinata
nella libertà
d’una carezza
subito mutata
in graffiante freschezza.
 
Mi manca
il sapore
di quell’amore
assoluto
che sbianca
in rossore
che fa all’amore
risoluto.
 
Tenerezza
al petto legata,
tengo tua carezza
baciandola,
sapendola
inutile triste
ricchezza.
 
Ti appartengo
senza condizionale;
e poi m’arrendo
nel tuo grembo
quasi morendo
quasi nascendo.
 
In te sono lontano
da ogni umano
male.
 
In te sono vicino
ad ogni divino
dolore.






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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:10 | poesia, amore, ricorrenze, dark, amicizia, sesso, senza parole, hard, erotico, sgarbi, gotico, luci rosse, giuda, avanguardia, avantpop, king lear, jujolcom | clicca per commentare commenti (7)



SIGNIFICATI, Teorema della Pazzia

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, ottobre 07, 2007



- fotogramma da “Pi Greco”, regia di Darren Aronofsky -



SIGNIFICATI


Teorema della Pazzia
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
 


 
La morte del poeta
 
 
Quel giorno il poeta raccolse il libro
che leggeva in uno stordimento
tutto suo;
e si disse
che le stelle erano troppe
perché potesse contarle
e poi cantarle ‘poesia’.
 
Un dente gli ballava in bocca,
il vento faceva eco muta nel petto,
ma lagrime gli rigavano il viso.
 
 
 
 
 
Il passo
 
 
Attraversò
la strada:
e trovò
un’altra via
tutta da percorrere.
 
 
 
 
 
Il saluto
 
 
Buttando la carta,
s’accorse d’aver perso:
raschiò via la polvere
dal viso e dal cappello.
A tutti, fece un inchino,
poi bevve un ultimo sorso
dalla stanca bottiglia.
E sorrise in un saluto
per darsi alla notte.
 
 
 
 
 
Ombra
 
 
Nella luce del riflettore
disegnò un’ombra
che gli pizzicava la voce:
e cantò,
ancora.
 
 
 
 
 
Camminare
 
 
Camminare,
ci tocca camminare
per bruciare una favola,
affogando la gola
nei passi
che ci guidano.
 
 
 
 
 
Uomini
 
 
Non sapeva,
ma gli bastava
lo sguardo del padre.
 
 
 
 
 
In piedi
 
 
La sedia cadde
e l’uomo l’accompagnò.
 
 
 
 
 
Vita
 
 
L’inchiostro e l’infinito.
O una puttana.
 
 
 
 
 
Piaghe
 
 
Raccolse un fiore
in un cimitero di croci.
 
Raccolse una stella
in un cielo di nuvole.
 
Raccolse solo un chiodo.
 
 
 
 
 
Melmoth
 
 
Pervade stanchezza
Inusitata delicatezza
Pensare che
Fare che
Iniziare finendo passioni
Si concretizzano delusioni
 
Lo sa Melmoth
Dove chi affogare
Cuore di vetro
E’ luna pulsante trafitta di luce
E buio nelle trame che il tempo scuce
 
Ci si ritrova in incanto di
Di scoprire che
Che finita è la notte
Che iniziato è il giorno
Ma noi sempre a domandarci
Quando e quando ancora finirà
Il barbaro dono d’amare
Tessendo stanchezza
Delicatezza
 
 
 
 
 
Fragilità
 
 
Camminare
lenti passi
sulle pietre,
a piedi nudi,
scoprendo
che
una
goccia
di pioggia
ha scavato
la profondità
antica
della durezza.
 
 
 
 
 
Infinito
 
 
Quella sera era uguale a tante altre: come sempre si discuteva del più e del meno, facendo i conti, ma mai tornavano, ché il meno era sempre di più. E tu guardavi il mondo di fuori attraverso i vetri rotti della finestra, soffrendo stanchezza: tutto t’appariva uguale, e le chiome commosse dal vento d’estate non ti portavano gioia. Fuggivi lontano con la mente in cerca d’un riparo in te stesso, ma poi l’amico ti batteva con un sorriso e dal sogno riemergevi, rassicurando tutti che era stato un niente, solo un passaggio di tempo di cui non t’eri reso conto. E noi lì, tra l’imbarazzo e la gioia dura a venire, ti guardavamo mentre chinavi il capo abbozzando un sorriso non vero. Era disturbo cercarti ancora con uno sguardo. Ed allora portavamo gli occhi su un particolare, una brocca piena d’acqua, che era lì sul desco da sempre: da quanto tempo, nessuno di noi avrebbe saputo dire. Così si restava nell’infinito, quando di dentro le anime facevano orgia di dolori sconfitti, impossibili, per poter esser dati in pasto alla sete, quella che avremmo voluto affogare sfogando nostra impotenza per dirti, per rassicurarti che non eri solo. Eppure ci si rendeva conto che non sarebbe servito farti sapere che la solitudine non è camminare nell’infinito. Ognuno di noi ne era consapevole.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:14 | poesia, avanguardia, avantpop, neoavanguardia | clicca per commentare commenti (10)



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