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Free Tibet

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Pino Daniele: Ricomincio da 30

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, maggio 18, 2008




Pino Daniele

Ricomincio da 30





Pino Daniele - Ricomincio da 30


     Pino Daniele - Ricomincio da 30

Pino Daniele guest star Giorgia - Vento di passione



Napoli non è solo spazzatura, in Sicilia non sono tutti mafiosi...

«Noi stiamo facendo tutto questo progetto per mostrare una parte positiva di Napoli: è come la voce di una generazione che ha ancora eco in certe mie canzoni. Voglio ricordare qui l'energia positiva della mia città, e mi preoccupa che vadano in concorso a Cannes due film come "Il divo" su Andreotti e "Gomorra" dal libro di Roberto Saviano: non vorrei che l'Italia, e Napoli, venissero guardate attraverso quella sola visuale».
«Gomorra» ha avuto una fortissima eco.
«E' un libro bellissimo: ma tante cose brutte, un napoletano le rifiuta. Da quando sono nato - e sono 53 anni - sento l'omertà, e il silenzio. Sono 53 anni che è così, e allora? Anche in Sicilia sono solo e tutti mafiosi? Andiamo anche a vedere i segreti di New York e Parigi. Ma loro, mica ce li mostrano...».

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:40 | segnalazioni, musica, cultura, canzoni, personaggi famosi, video, speciali, primo piano, cantanti, prima pagina, pubblicitĂ , artisti, ultime notizie, capolavori, cd , notizieflash, last news | clicca per commentare commenti (5)



Madonna Regina del Bacio Saffico

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, maggio 08, 2008



Madonna Regina del Bacio Saffico






Madonna non perde il vizietto. Già agli Mtv Awards del 2003
ci aveva deliziati con un gran bel bacio da donna a donna.
Veronica Ciccone, in arte Madonna, aveva dato un bel lungo bacio
con la lingua alla stellina di turno Britney Spears,
che rimase travolta dalla carica erotica
della collega più anziana ed, evidentemente, più esperta.
Oggi, sulla soglia dei cinquanta anni, a Parigi sul palco dell'Olympia Theater,
Madonna non aveva un'altra Britney da stordire con un voluttuoso bacio,
per cui ha dovuto straziare la prima che gl'è capitata sotto tiro.

La cantante ha baciato sulla bocca una ragazza,
di cui non si conoscono ancora le generalità, anche se si sospetta
che la presunta sconosciuta facesse parte dello spettacolo sin dall'inizio.
Sia come sia, per Madonna tutto fa brodo e poco gliene importa
che la critica musicale più attenta glielo urli in faccia che non canta
ma che è buona solo a canticchiare: più accorta businesswoman
nel panorama musicale non c'è mai stata.

Madonna non passerà di certo alla storia per la sua ugola,
ma come donna manager di sé stessa
potete metterci le mani sul fuoco sin da adesso.





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Bob Dylan, Pulizter alla carriera

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, aprile 09, 2008







Bob Dylan


Pulitzer alla carriera

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


Tempo di Pulizter. Robert Allen Zimmerman meglio conosciuto come Bob Dylan ne ha fatta di strada dal primo album del 1962 per la Columbia. In copertina un giovanissimo Bob appena ventenne, un evidente omaggio a Woody Guthrie: il menestrello è ritratto con la chitarra in mano, il cappello di velluto da macchinista-ferroviere, un giubbotto imbottito. Nelle liner notes è possibile leggere: “Song to Woody, is another original by Bob Dylan, dedicated to one of his greatest inspirations, and written much in the musical language of his idol. […]In less than one year in New York, Bob Dylan has thrown the folk crowd into an uproar. Ardent fans have been shouting his praises. Devotees have found in him the image of a singing rebel, a musical Chaplin tramp, a young Woody Guthrie, or a composite of some of the best country blues singers.[…] Bob Dylan first came East in February, 1961. His destination: the Greystone Hospital in New Jersey. His purpose: to visit the long-ailing Woody Guthrie, singer, ballad-maker and poet. It was the beginning of a deep friendship between the two. Although they were separated by thirty years and two generations, they were united by a love of music, a kindred sense of humor and a common view toward the world.[…]”
 
Di strada il giovane Bob Dylan ne ha fatta, indiscutibilmente tanta. Oggi è un signore vicino ai settanta, ma la tempra che sempre lo ha contraddistinto è rimasta intatta. In questi anni ha anche avuto una parte importante per il ritorno sul mercato del vinile: dalla sua radio ha convinto molti che il vinile è meglio del Cd, ha saputo convincere pubblico e critica che il vinile è caldo, che ha un’anima. Chi oggi ascolta buona musica, quando può si concede il classico album, anziché il Cd o altro supporto. La reiterata campagna di convinzione portata avanti da Dylan ha dato i suoi frutti, tant’è che oggi per un modico prezzo di 200€ circa è possibile avere un buon giradischi usb. Il vinile è tornato a fare mercato e sono sempre di più gli ascoltatori che preferiscono il caro buon vecchio vinile al più freddo Cd. Dovrei poi dire peste e corna degli mp3, ma non lo faccio in questa occasione.
Dunque, a 66 anni Dylan ha ricevuto il Pulizter alla carriera con la seguente motivazione: “…per il suo profondo impatto sulla musica popolare e la cultura americana, attraverso composizioni liriche dallo straordinario potere poetico”.
 
Il Pulizter è uno dei premi “americani” più ambiti da giornalisti e artisti. I vincitori ricevono un assegno di diecimila dollari, poca cosa in verità, ma il premio è prestigioso, in quanto intitolato all’editore di giornali Joseph Pulitzer. Tra i premi Pulizter in ambito musicale, John Coltrane e George Gershwin. Dylan è il primo musicista “rock” a ricevere il premio. Gli organizzatori del premio con questo doveroso tributo a uno dei più importanti cantautori di tutti i tempi intendono “esplorare l’intera gamma dell’eccellenza musicale americana.”
 
Da quel lontano 1962, in quarant’anni di carriera, Bob Dylan ne ha scritte di canzoni, molte delle quali sono già dei classici. Per alcuni il Dylan più puro è morto sul finire degli anni Sessanta, ma questa è una polemica che si trascina da un po’ di decenni e che solo qualche hippy scoppiato cerca di tenere in vita. Tra i tanti successi di Dylan impossibile non ricordare “Blowin’ in the Wind”, “Chimes of Freedom”, “I Want You”, “Song to Woody”, “Desolation Row”, “Mr. Tambourine Man”, “Hurricane”, “Like a Rolling Stone”, “Forever Young”, “Just like a Woman”, “Masters of War”, “I Shall Be Released”, “All Along The Watchtower”, “If You See Her, Say Hello”, “Silvio”, “Cold Iron Bounds”… Molte canzoni di Dylan fanno oramai parte della storia della cultura Americana e non solo: un sondaggio del magazine Rolling Stone indica “Like a Rolling Stone” come la miglior canzone fra cinquecento brani storici, anche se a dire il vero il menestrello Dylan ha scritto melodie e testi ben più forti e belli della celeberrima “Like a Rolling Stone”.

Nel 1988 Bob Dylan è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame. Quale sarà il prossimo riconoscimento? Il Nobel? Sono anni che le voci si rincorrono, che si gira intorno a tre nomi in particolare, uno è quello di Bob Dylan, poi Leonard Cohen e Nick Cave.
 
Staremo a vedere, o meglio, a sentire.

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Il Vasco Rossi che non vorrei: il Blasco nazionale rinnega sé stesso

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, marzo 27, 2008






Il Vasco Rossi che non vorrei

Il Blasco nazionale rinnega sé stesso
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Dopo Giovanni Lindo Ferretti, dopo il più internazionale e conosciuto Nick Cave, entrambi folgorati dalla luce, ci mancava sol più Vasco Rossi, il Blasco. Anche lui, oramai ben più che cinquantenne, ha visto la luce: «Non si può spingere solo l’acceleratore, bisogna anche frenare... ci si deve accontentare». La dichiarazione del Blasco non dovrebbe sconvolgere nessuno, nemmeno i fan di vecchia data, che oramai dovrebbero essersi abituati alle innumerevoli contraddizioni del Blasco nazionale, di uno che un giorno dice una cosa e quello appresso subito cambia le carte in tavola. Sia questo il motivo per cui non è mai riuscito a sfondare all’estero, a differenza di tanti altri suoi colleghi, più giovani anche? Uno dei tratti più marcati del Blasco è l’incoerenza, portata avanti nel corso degli anni con una certa sfacciataggine, che però piaceva agli italiani, allo zoccolo duro dei suoi ammiratori.
Oggi anche Vasco Rossi non ne vuol più che sapere della “vita spericolata”: viviamo tempi bui in cui anche le canzonette s’inchinano a novanta gradi di fronte alla vecchiaia spacciata per (ri)scoperta spiritualità.
 
Vasco Rossi non è sicuramente Mick Jagger. Molto più modestamente è un cantante italiano, che in tanti anni di carriera non è riuscito a sfondare all’estero, e forse non ci ha neanche mai provato consapevole dei suoi limiti. In ogni caso, oggi che deve uscire con un nuovo disco, spiega così il suo voltafaccia alla “vita spericolata”: «La realtà che vedo mi fa schifo, è triste e odiosa. Per questo ho rivalutato i sogni e le illusioni che aiutano a vivere meglio: credere in un amore, una donna, un rapporto, avere una fede, magari non vera o sbagliata. L’importante è crederci. Vivi meglio». Un nuovo disco? Ma per Dio!, credo di non ricordare male, ma solo un anno or sono Vasco Rossi si diceva stanco di fare dischi, che la sua musica l’avrebbe venduta su Internet, tranne poi rimangiarsi tutto. Non è stato il solo: in tanti ci hanno provato a vendere la loro musica esclusivamente su Internet, mettendo a segno un miserabile flop. La gente vuole ancora il disco, il compact disc, e desidera ancor di più i vecchi vinili. Molti rimpiangono le musicassette, il cui suono non era pulitissimo, ma che te le potevi cacciare in tasca, tenere in macchina, sdoppiarle, maltrattarle anche fino alla noia più assoluta. E cancellarle.
 
Oggi Vasco è un signore che ha passato la cinquantina, che sul palco ci sta ancora ma che fatica a trascinarsi da un bordo all’altro: la stanchezza comincia a farsi sentire e non in maniera lieve. Insomma, il Blasco nazionale è uno che oggi, per forza di cose, si deve accontentare, anche se lui dice d’aver fede che alla fine ci sia un angelo o un rock’n’roll ben riuscito. «La realtà è veramente pessima: non solo mortifica moltissimo le aspirazioni umane, ma non pone limiti alla sofferenza. Lo so, è una presa di coscienza un po’ amara. Bisogna accontentarsi. A me la cosa non piace per niente. L’uomo normale non ha scelta, soffre, l’artista si ribella all’idea di non poter spiccare il volo. Io spero solo che alla fine della corsa ci sia un angelo o un rock and roll ben riuscito». Sia come sia, il vecchio Vasco, quello di una “sera al Roxy Bar” è bell’e morto, o perlomeno così ci vuol far credere il cantante, forse per andare incontro a quelle esigenze di mercato per cui il rocker di oggi deve essere una faccia d’angelo che possa piacere tanto a papa Ratzinger quanto a Veltroni e Berlusconi.
 
«I miei genitori sognavano per me una vita sicura, il posto in banca o in comune o statale. Io sognavo invece un avventuroso precariato, una esistenza non garantita. Però neppure io posso vivere come un cartone animato, ma d’altra parte sono insofferente ai limiti che la natura dà all’uomo. E allora ecco che ritorniamo alla rivalutazione dei sogni, i protagonisti di questo disco». In pratica, il caro buon vecchio Vasco, sempre più attempato e con una esagerata calvizie nulla affatto mascherata dai pochi capelli superstiti tenuti esageratamente lunghi, ci dice bellamente che per sé, quand’era giovane, ha sognato di vivere un avventuroso precariato. Ahia! Non c’è artista o politico che oggi non ti parli del precariato come di un’avventura, da vivere. Siamo alla frutta. No, al caffè con la varechina dentro o la diossina, secondo i gusti.
 
Nel nuovo disco, “Il mondo che vorrei”, c’è una canzone, «E adesso che tocca a me»: sulle colonne del Corriere della Sera, Vasco spiega che «in verità mi accorgo che non abbiamo bisogno di cose, oggetti, ma di situazioni ‘dentro’. Ed eccomi qui a ringraziare il cielo e le chitarre. Se stai bene dentro è okay anche una modesta capanna, ma se vivi in una villa grandissima e il tuo riferimento è Bill Gates, sei finito». C’è anche un’altra canzone, «Cosa importa a me», e a questo punto Vasco tira in ballo Cristo, com’era logico aspettarsi: «Dimenticare non è facile, ma perdonare, almeno per me, è impossibile. Gesù Cristo proclamava la necessità del perdono. Ma è qualcosa che sono costretto a lasciare agli uomini grandi. Quelli piccoli come me si sforzano di dimenticare perché a perdonare non ce la fanno». Si potrebbe anche essere d’accordo: il perdono è qualcosa di divino e l’uomo è tutto fuorché un essere divino, quindi al massimo gli è concesso di bruciare un po’ di neuroni e dimenticare ciò che l’ha fatto soffrire. Ma dimentichiamo tutti, alla fine, vuoi per colpa della vecchiaia, vuoi per la troppa stanchezza… Alla fine tutti dimentichiamo, persino chi siamo stati.
 
In ultimo, uno strale il vecchio, vecchissimo Vasco Rossi ce l’ha per i politici: «I politici sono dei tossicodipendenti da potere. Però a loro non li arresta nessuno, ai drogati sì». Che bravo! Il Blasco ha scoperto l’acqua calda, una moda che, ahinoi, non passa mai di moda.
Giacché anche il Blasco nazionale è rimasto folgorato dalla luce, non da quella elettrica però, adesso che si è illuminato per bene non è da escludere che domani o posdomani si porterà davanti a papa Ratzinger per intonare una Ave Maria o un Eterno Riposo.

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Lindo Ferretti: la passione secondo l’ex punk che ama Ratzinger e Giuliano Ferrara

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, marzo 17, 2008





Lindo Ferretti


La passione secondo l’ex punk

che ama Ratzinger e Ferrara
 


 
di   Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Negli anni Ottanta Giovanni Lindo Ferretti era un punk, un anarchico, era la voce e la mente più rivoluzionaria degli ex CCCP. Oggi Ferretti stringe la mano a Giuliano Ferrara, s’inginocchia fino all’inverosimile davanti a Ratzinger, parla come un Don Abbondio selvatico tutto pelle e ossa -copia malriuscita d’un vecchio prete di campagna in odor di fondamentalismo cattolico.
Dell’anarco-rivoluzionario Lindo Ferretti non è rimasto più alcunché: solo vecchi dischi, che ad ascoltarli oggi fanno più tristezza che rabbia. Lindo Ferretti è morto abbracciando Ratzinger, ed è davvero inutile che riesumi i suoi cavalli di battaglia cantandoli con voce clericale per renderli piacevoli alle orecchie del Vaticano e della destra più fanatica e chiusa. La vecchiaia fa brutti scherzi, ma forse è più vero dire che si nasce rivoluzionari e si muore preti.
 
Olimpia Tarzi, presidente del Comitato per la Famiglia, insieme a Giuliano Ferrara, sotto l’Ambasciata francese presentano i loro candidati. Alcune donne di “Tutti fuori” sbandierano contro Ferrara e amici lo slogan “In difesa della 194. Meglio abortire oggi che partorire Giuliano Ferrara domani”. Nell’insieme un quadretto patetico quello offerto da Ferrara. Ma d’altro canto che ci si poteva aspettare se non questo, dopo che nel pomeriggio un ossuto Lindo Ferretti, che dello spirito punk degli anni Ottanta non conserva più un amen o una bomba a mano, ha stretto mani su mani felice come una pasqua d’essere circondato da tanti poveri cristi armati di crocefissi dolore e pudibondi rossori? 
Pochi in verità sono coloro che oggi s’interrogano su Ferretti e sul suo aver perso completamente la brocca. Qualcuno dice che tornato nel suo casolare, dove i cavalli non mancano, sia stato violentato dallo spirito tedesco dell’intransigente fondamentalista Ratzinger, che l’ha subito invitato a inginocchiarsi, ad abbracciare il Papa e poi dopo anche il Cristo in Croce. In realtà nessuno sa bene che cosa sia capitato a Ferretti: si potrebbe ipotizzare una condizione di demenza senile precoce, ma chi l’ha visto giura e spergiura che Lindo Ferretti i due gran compagnoni Ratzinger e Ferrara lo faranno diventare santo in un batter di ciglia.
 
“Votare a destra è stato liberatorio: è stata la dimostrazione ultima e necessaria per tornare a casa. In questo pezzo di mondo confuso ci siamo ritrovati tutti a votare PCI perché ci governava bene e non capivamo quello che ci stava accadendo intorno”: questo è Lindo Ferretti? Sì, è lui che parla. Che ha parlato. Che parlerà ancora, purtroppo per noi. In piazza Farnese Lindo Ferretti, perfetto nella veste di nuovo Don Abbondio tutto pelle e ossa, sciorina un “piazza piazza bella piazza/ che sostiene una lista pazza”. Poi attacca un canto gregoriano, o perlomeno così pare. Qualcuno prova a protestare, ma viene subito messo a tacere, e dal palco la protesta di chi difende la 194 viene ricondotta a degli “ululati un po’ primitivi”.
Giuliano Ferrara, in ultimo per chiudere in bellezza, porta sul palco una giornalista cattolica fervente e fervente precaria che legge la “Lettera alle donne” di Giovanni Paolo II, lettera che risale al lontano 1995. La fervente precaria esprime la sua preghiera di voler vincere per “chiedere a Berlusconi di fare il Ministro della Salute.” Segue l’ultimo delirio, quello di seppellire i feti affinché da rifiuti ospedalieri acquistino un’anima, con l’inevitabile conseguenza che così gli aborti dovrebbero diminuire drasticamente.
 
In un articolo apparso su L’Espresso, nel settembre 2000, a firma di Umberto Eco, si legge: “[…]A che punto della formazione del feto viene infusa quell’anima intellettiva che ne fa una persona umana a tutti gli effetti? La dottrina tradizionale era molto cauta su questo punto. […] nel Supplemento alla Summa Theologica (80, 4) si dice che gli embrioni non parteciperanno alla risurrezione della carne, pria che in essi sia stata infusa un’anima razionale. Cioè, dopo il Giudizio Universale, quando i corpi dei morti risorgeranno affinché anche la nostra carne partecipi della gloria celeste (quando già secondo Agostino rivivranno nel pieno di una bellezza e completezza adulta non solo i nati morti ma, in forma umanamente perfetta, anche gli scherzi di natura, i mutilati, i concepiti senza braccia o senza occhi), a quella “risurrezione della carne” non parteciperanno gli embrioni. In loro non era stata ancora infusa l’anima razionale, e pertanto non sono esseri umani. […] è singolare che qui ci si trovi di fronte alla tacita sconfessione non più di un’autorità qualsiasi, ma dell’Autorità per eccellenza, della colonna portante della teologia cattolica.” Osservava molto acutamente Umberto Eco che il Vaticano pur di far valere la sua necessità di dare ai feti un’anima (a ogni costo) non aveva esitato a menarsi la zappa sui piedi, negando addirittura Sant’Agostino, colonna portante della Chiesa Cattolica.
 
Lindo Ferretti oggi passa per uno che conosce molto bene gli scritti del Ratzinger teologo; Ratzinger dovrebbe essere un teologo intransigente quindi seguire alla lettera Sant’Agostino; ma Ratzinger se ne infischia altamente di Sant’Agostino, purché la Chiesa riesca a imporre la sua tirannide su fedeli e non, che davvero non sospettano che il Vaticano possa mettere sotto i piedi uno dei suoi maggiori rappresentanti, se non il maggiore, e così Lindo Ferretti, da brava pecora bianca – ma nera per quanti l’hanno seguito con i CCCP e poi con i CSI – continua a belare, a improvvisarsi prete, prendendo per il sedere quella brava bravissima gente che gli sta alle costole credendolo un giusto e uno che davvero non può incorrere in infernali errori.
E che dire della fervente giornalista precaria? Niente, per Dio.  

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La morte di Lindo Ferretti e del Consorsio Suonatori Indipendenti

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, marzo 13, 2008





La morte di Lindo Ferretti

e del Consorsio Suonatori Indipendenti

 
La tigre è di carta e non farà mai più la sua parte


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
Era una sera come tante altre presso la Certosa Reale di Collegno, nel senso che la vita scorreva in mezzo all’erba con la sua solita ignota maschera fatta di vento lucciole e grilli. D’un tratto la quiete viene uccisa dal rullare tribale di tamburi in vicina lontananza: repentinamente la natura si sveglia e nell’aria centinaia di concitate voci s’involano nell’aria fresca, sono le voci della gioventù, della speranza che rimette tutta sé stessa nel Futuro, il Futuro da nutrire con ideali e altre sciocchezze poetiche del genere.
Ma per l’intanto, quel venerdì del 14 luglio 2000 la gioventù non ci pensa che gli ideali muoiono prima degli uomini, o meglio, che si riducono in un bel nulla prima che i giovani abbiano modo e tempo di farsi uomini e quindi burattini disillusi.
 
Il ritmo martellante dei Les Tambours du Bronx alle ventuno e trenta circa di quella sera si diffonde senza pietà: il concerto ha inizio e il pubblico fatica poco o niente a riscaldarsi. La musica dei Les Tambours du Bronx è trascinante e anche chi non è propriamente un amante della musica d’avanguardia non può fare a meno di riconoscere che sono bravi. Il gruppo sfoga un’energia genuina: le percussioni incalzanti contro caratteristici fusti di latta non lasciano quasi lo spazio di respirare alla folla raccolta, pienamente eccitata. I fiati della gente par quasi che seguano il ritmo del beat prodotto dal gruppo sul palcoscenico: espirare ed espirare perdono momentaneamente la loro natura puramente meccanica involontaria e sottostanno al beat dei tamburi percossi dall’energia dei loro battitori. L’eccitazione è grande e quando, intorno alle ventidue e trenta, Les Tambours du Bronx eseguono il loro ultimo pezzo prima di lasciare il palco ai CSI, l’atmosfera è calda.
 
A gran voce si reclama Giovanni Lindo Ferretti, leader carismatico dei CSI: sotto il palco tutti vogliono assistere a quello che probabilmente sarà una delle ultime esibizioni dei CSI dal vivo. Si è tutti coscienti delle diatribe artistiche nate all’interno del gruppo, diatribe che hanno portato a maturare la decisione unanime(!) che i CSI non hanno più motivo di continuare a restare insieme come gruppo. Lo scioglimento del gruppo era nell’aria già da un po’ di tempo: recentemente Lindo Ferretti ha fatto il suo esordio solista nel mercato-business discografico con l’album Co.Dex, un disco difficile impreziosito da troppi virtuosismi elettronici e preziosismi lirici ermetici, un lavoro che i fan dei CSI e dei CCCP non hanno accolto con favore.
Ma quella sera i fan erano lì, a Collegno, per sentire i CSI ed assistere a un concerto vecchio stile che trasmettesse loro le emozioni autentiche di quando Lindo Ferretti cantava credendoci davvero “conosco le abitudini so i prezzi e non voglio comperare né essere comperato/ attratto fortemente attratto/ civilizzato sì civilizzato/ comodo ma come dire poca soddisfazione… voglio ciò che mi spetta lo voglio perché mio m’aspetta/ voglio ciò che mi spetta lo voglio perché mio m’aspetta”, ed ancora “bello ti sembro/ già abbastanza/ ma sono gli occhi tuoi/ intelligente ti sembro poco/ non sono affari tuoi/ onnipresente onnipotente/ così mi vorresti tu/ né troppo cotto né troppo al dente/ tuo sempre di più/ ma tu cosa mi dai?”… Le cose non sono andate propriamente come i fan più affezionati dei CSI si aspettavano.
 
I CSI salgono sul palco, ma si presagisce subito che l’infezione d’una carogna marcia è nell’aria: e difatti, Lindo sale sul palco quasi a occhi bassi, quasi vergognoso, quasi snob e pianamente si appollaia su di uno sgabello e senza troppi complimenti il concerto ha inizio. Lindo per tutta la durata del concerto rimane seduto sul suo sgabello: la sua voce è stanca, malinconica, scazzata, insomma quella di uno che è lì solo perché pagato da pubblico pagante, che reclama a gran voce che si alzi e dia mostra di sé stesso come un tempo, quando esprimeva energia pura, quando ancora militava nei CCCP. Inutile gridare che così non può andare, che non può stare sul palco seduto come una vecchia cariatide pronta a spezzarsi al primo alito di vento leggermente più forte: si accende una sigaretta, poi la seconda, la terza… la voce gli muore nella bocca impastata da una malinconia tutta snob, studiata; è chiaro che non è disposto a concedersi al pubblico né in veste di uomo né in quella di artista. Qualcuno dabbasso, sotto il palco grida che è una truffa e che qualcuno ci sta marciando: i più intransigenti non disdegnano di allontanarsi da sotto il palco, senza però avere il coraggio d’abbandonare il concerto così come sarebbe convenuto.
I CSI continuano la loro performance senza dar segno di ascoltare minimamente gli epiteti dei loro fan ormai esausti di gridar loro contro che non è così che ci si comporta; i brani eseguiti sono tristemente tutti tratti, per la maggior parte, dall’album Linea Gotica del 1996 (ed. Black Out) e gli intenditori non esitano, senza mezze misure, a dichiarare a gran voce che Lindo sta facendo ‘schifo’ eseguendo il repertorio più triste e meno espressivo dei CSI. L’acme nostalgico diventa assai critico quando i CSI eseguono il brano Annarella, brano dedicato all’Annarella dei CCCP, quasi a sottolineare che i CSI sono ormai morti come i CCCP quando incisero il brano Annarella: “lasciami qui lasciami stare lasciami così non dire una parola che non sia d’amore per me per la mia vita che è tutto quello che ho è tutto quello che io ho e non è ancora finita…” E’ ormai chiaro che è finita: l’individualismo di Lindo Ferretti nell’esecuzione di questo brano è ormai palese ai più, a chi ha seguito dall’inizio la nascita dei CCCP ed ha assistito alla loro fine, a chi ha amato sinceramente i CSI: resta la cenere al vento dei CSI che scrivono il loro epitaffio con Annarella, un brano mai amato dai fan e che i CSI non esitano a propinare al pubblico. Lindo canta: “lasciami qui, lasciami stare, lasciami così, non dire una parola…”; e alla fine ci si stanca di chiamarlo, di gridargli che così non può andare avanti. Ma ostinatamente lui non ascolta, non dice una parola e non ascolta un solo fiato.
All’improvviso il concerto è finito: non una parola di congedo, non un sorriso, solo il frettoloso trascinarsi fuori dal palco del gruppo che non degna d’uno sguardo il pubblico. Si ha quasi l’impressione che l’impostazione malinconica del concerto fosse cosa studiata a tavolino, anzi qualcuno ne è quasi certo.
Lo scontento, l’amarezza, la rabbia si diffondono in mezzo a un pubblico sconfitto così come i CSI sconfitti lo hanno voluto, spezzato, assoggettato alle proprie necessità individuali. Il pubblico, fan di vecchia data e giovani invasati di ideali della vecchia generazione, sciamano via; qualcuno ancora grida che “hanno fatto cacciare”, ma ormai le luci sono calate e lo spettacolo non va più avanti.
 
C’è una regola riconosciuta da tutti i più grandi: “The show must go on”, lo spettacolo deve andare avanti, una regola tacita che i CSI non hanno rispettato per dettare il loro personalissimo egocentrico epitaffio.
 
Non c’è ombra di dubbio, quel 14 luglio è una data da dimenticare: “è una questione di qualità/ o una formalità/ non ricordo più bene, una formalità/ come decidere di radersi i capelli/ di eliminare il caffè, le sigarette/ di farla finita con qualcuno/ o qualcosa, una formalità una formalità/ o una questione di qualità/ io sto bene io sto male/ io non so come stare…non ricordo più bene, una formalità”. Sicuramente Lindo Ferretti e Massimo Zamboni hanno deciso che quel 14 luglio doveva essere una “formalità” e così è stato, una formalità studiata a tavolino che rinnega il loro antico motto che “la tigre non è di carta, è di giada e farà la sua parte”.
La tigre è morta nella formalità borghese di fare un concerto senza credere veramente nella musica, nelle parole, nei fan.
Ora, Lindo Ferretti è libero o lo sarà presto: Co.Dex, il suo album da solista, è la nuova “formalità” da propagandare, una formalità che il pubblico non pagherà con quella fede filobolscevica un tempo riposta negli ideali promossi dai CSI e dai CCCP.


Nota Bene: Questo articolo è stato scritto il 15 luglio del 2000, subito dopo aver assistito a quello che fu l'ultimo concerto dei CSI.
Oggi ve lo ripropongo per un motivo ben preciso, che saprete a breve seguendomi su queste pagine.
Leggete questo pezzo e scoprirete che non si parla solamente di musica, si parla infatti di politica anche e soprattutto.

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