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Hella Wenders e Luca Lucchesi sul set - Il truccatore dei morti di Zingales

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, luglio 20, 2008



 
© immagine di copertina di Marco Scalici




Hella Wenders e Luca Lucchesi sul set

In anteprima “Il truccatore dei morti” di Zingales
 
 


 
A breve uscirà il nuovo romanzo di Vito Benicio Zingales, “Il truccatore dei morti”, prima parte di una trilogia noir esoterica. Il countdown è iniziato, l’uscita è prevista entro fine luglio: il nuovo lavoro di questo superbo scrittore è stato affidato alle amorevoli cure di Armando Siciliano Editore.
Vito B. Zingales ultimamente ci ha sorpresi con il romanzo “Cosa di Noi”, edito da Edizioni Clandestine. Oggi torna con una trilogia che vi lascerà senza fiato. Non siamo di fronte a uno dei soliti noir scontati cui ci ha abituato l’editoria moderna. Siamo invece di fronte a un lavoro a trecentosessanta gradi che si configura per essere Opera Magna, che scava nel malcostume italiano, non senza sofferenza, con una forte incisività epica propria di chi racconta il Presente Storico. “Il truccatore dei morti” è la prima parte di una trilogia: la seconda e terza parte hanno per titolo rispettivamente “La città dei maschi” ed “Inservibili resti”. Di cosa si parla? Di follia e del Cristo tra lastre d’obitorio e centurie di mosche in una città fatta di coca, di mafia e piccole puttane travestite da Dèi. La copertina del libro è stata realizzata dal grafico pubblicitario Marco Scalici, anch’esso palermitano come Zingales.
 
Procede a ritmo serrato la sceneggiatura del film tratto da un altro, e nuovo, romanzo di Zingales, “Da Mezzanotte a Zero”: Hella Wenders e Luca Lucchesi stanno facendo un lavoro eccellente. Non mi posso sbilanciare troppo, ma è sicuro che vi terrò aggiornati sulle riprese del film, non avete che da seguirmi su queste pagine.  

In anteprima assoluta vi presento qui un brano tratto da “Il truccatore dei morti” nonché quella che sarà la copertina del libro, realizzata appositamente per questo romanzo di Zingales dal valentissimo Marco Scalici.
 
 
Giuseppe Iannozzi
 


 
Da “Il truccatore dei morti”
di Vito Benicio Zingales


Proprio nel mezzo di quell’afoso sperticare spiovente di muri, s’allunga una stanza. Tra il cesso e la camera di “quelli”, sorge quest’involucro invertebrato di aria e di tramezzi. Da quando abito casa, la stanza di mezzo l’ho vista sempre ferma e sprangata. Fuori, in alto, incollato ad una leporina cornicetta, campeggia borioso un numero: il 48.
Io so che là dentro ci vive una specie di storpio. Un corpo venuto a metà. Lo so perché lì le puzze è come se ristagnassero, di zolfo e medicinali. I suoni rilasciati da quelle mortifere zaffate evocano dolore.
La stronza sofferenza di un paralitico semovente.
Una volta mi capitò di spiarne il contenuto. Era sera. Ma lì, al buio, non gliene frega di ricompattare i testicoli. Il buio s’abortisce nel suo rumore. La stanza s’informa su uno squallido tragitto di rettangoli rovesciati. Un’impertinente congruenza di lati e diagonali appesi ad un piscio d’aria. Pare ridisegnarsi su di un involontario centro, scandito, qua e là, da una lampada epilettica ed orba. Le pareti scorrono il giallo e l’arancio avanzando su un prostituirsi rosso languido di mattonelle ai piedi. Il tetto alla fine divarica su uno schifoso scrosciare di grigio che dissolve. La stanza è un ripieno susseguirsi di acquosi mobili e di leccornie in porcellana, di smancerie e coloranti stronzate riciclate alle pareti. Là incistata è perfino una finestra che immagino scosci fino al veneggiare turrito dei palazzi di fronte e sotto “Uhm”.
Quella volta tanta fortuna mi sorprese. “Lui” era là. Nudo. Anche se di spalle ed immerso in una grumosa tonsilla di luce. Mi stupì. Nonostante fosse appiccicato alla sua sedia, quel corpo era in tutto verosimile al mio. Il corpo dello storpio sconosciuto somigliava alle mie circostanze. Il taglio schiantato della nuca, le spalle disegnate in basso, le braccia scivolanti a pendola, i capelli tinteggiati di nero… e i guanti. Ne indossava un bel paio nero lucido. Quel paralitico mi era quasi identico.
Quando feci per averlo in mezzo agli occhi mi ritrassi dal buco incarnito nella serratura. E scappai. I miei intestini schiodarono. Verso la mia stanza, dieci metri aldilà tra le parti declive di casa.
Da quella volta non ebbi più modo di spiarmelo. Anche quella schifezza di stanza.
Io, a quello, nei giorni e negli anni, non ci pensai nemmeno.
Ero un altro, io.


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Mistress Eliselle. Fidanzato in affitto. Newton Compton Editori

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, luglio 11, 2008


mistress Eliselle



Mistress Eliselle


Fidanzato in affitto


 
intervista a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Eliselle - Fidanzato in affitto1. Tu, Eliselle, timida e sottomessa, uguale a Cristal?
Nel tuo ultimo romanzo “Fidanzato in affitto”, edito da Newton & Compton, la protagonista appare, per lo meno all’inizio, più come una totale imbranata che non come una possibile femme fatale.
Quale necessità ti ha spinta ad affrontare il mondo fetish, tra dominatori, mistress, slaves e quant’altro?
 
Timida sì, sottomessa no. Cristal è un personaggio dedicato alle ragazze “che amano troppo”, quelle che sono disposte a tutto pur di compiacere il proprio uomo, anche a scapito di se stesse. E per questo motivo perdono di vista i propri bisogni. L’ho calata in un mondo, quello del fetish e dei rapporti tra dominatrici e schiavi, per far nascere il contrasto e le contraddizioni che ha dentro di sé, e poi diciamocelo: è un mondo molto affascinante.
 
 
 
2. Ho trovato che il mondo da te descritto nel romanzo sia quasi tutto basato su dei cliché, per altro abbastanza edulcorati, quando è invece risaputo che le pratiche sadomaso sono piuttosto crudeli ed estreme, e in alcuni casi pericolose se non addirittura letali. Cristal invece, nonostante i consigli delle amiche, non diventa crudele fino in fondo: rimane fedele a sé stessa, solo un po’ più dispettosa, come una bambina che ha scoperto che giocare a tagliare le code alle lucertole può essere divertente.
 
È un mondo edulcorato quello che ho descritto, ma è stata una scelta voluta e ponderata: ho voluto dare una chiave di lettura ironica e molto personale che si discostasse da altri libri che ho letto sull’argomento e che ho trovato addirittura più “omologati” del mio, in cui abbondavano veramente i luoghi comuni. Cristal si cala in questo mondo da scettica e non abbandona mai la propria titubanza, ma durante il suo percorso personale scopre che è cresciuta interiormente, ha trovato dei punti di forza caratteriali che credeva di non avere: non è necessario diventare crudeli per maturare, quel che è necessario è fare i conti con se stessi.
 
 
 
3. Cristal viene mollata dal fidanzato in un ristorante di lusso. In meno di un minuto solleva un disastro, per cui le vengono richiesti quasi 10.000 € di danni. Ovviamente Cristal è una eterna precaria, senza il becco di un quattrino; ma c’è che deve pagare i danni, o per lei saranno guai ben peggiori. Ha tre mesi di tempo per far fronte al debito contratto. Non sa come fare per rimediare i soldi necessari. Ma poi incontra una vecchia amicizia che le suggerisce di prendersi uno “schiavo”.
Tu, Eliselle, sei mai stata schiava di qualcuno? Ed ancora: hai mai pensato di prenderti uno “schiavo” che ti lecchi le scarpe, ad esempio?
 
Schiava in senso stretto o in senso lato? Perché anche io, come credo il 90% delle donne, ho vissuto un amore che mi ha fatto soffrire e col senno di poi ho capito che ero schiava (mentalmente) di quel rapporto e di quella persona. Schiava come gioco erotico o come esplorazione della mia sessualità no, se mi chiedessero di scegliere un ruolo, sceglierei quello della padrona, mi si addice di più. E sì, ho pensato di prendermi uno schiavo che mi regali tante scarpe! Ma quale donna non lo vorrebbe?!
 
 
 
4. Cristal è lo stereotipo della tipica ragazza imbranata, incapace di stare con un uomo, per il semplice fatto che la relazione con Max, suo ex fidanzato, era di pura sottomissione. Ha 25 anni e una paura boia di guardare il mondo per quel che è realmente: spietato. Lei non vorrebbe essere spietata – e con tutta probabilità non ce l’ha in seno la cattiveria per farsi strada in una società sempre più maschilista -, ma alla fine accetta di prendere con sé uno schiavo, Dorian. Dorian è apparentemente sottomesso, un perfetto adone, il sogno di tutto le ragazze o quasi. E’ bello, è alto, è biondo, ha gli occhi azzurri, è obbediente: non fosse per il fatto che ama essere sotto Padrona, lo si potrebbe disegnare come la controfigura del vizioso Dorian Gray. Chi è il Dorian di “Fidanzato in affitto”? Come è nato? E’ solo il frutto della tua immaginazione?
 
Il “mio” Dorian è lo schiavo ideale, ed è nato attraverso tre fasi principali: grazie a contatti virtuali con schiavi che mi hanno raccontato le proprie esperienze, grazie a letture specifiche sull’argomento che contenevano testimonianze dirette e, infine, grazie alla visione di vere e proprie performance fetish in cui sul palcoscenico si esibivano padrone e schiavi. Questo ha creato una base su cui lavorare. L’immaginazione ha fatto il resto.
 
 
 
5. Oggi, molto più di ieri, gli uomini sono degli insicuri, in particolar modo con le donne. Ciò è dovuto in parte alle mutate condizioni sociali, difatti viviamo in una società divisa in due: ricchi da una parte e poveri dall’altra. La middle class non esiste più, di conseguenza non esiste più neanche la modesta ambizione di sposare il classico operaio Fiat, che se non altro avrebbe un posto fisso che gli durerà a vita. Una indagine sociologica ha evidenziato che le coppie scoppiano proprio perché o lui o lei è senza un lavoro fisso. Per i precari, per i disoccupati, non c’è possibilità alcuna, nemmeno quella di una relazione di coppia. Nel mondo edulcorato di “Fidanzato in affitto” si legge anche questa verità fra le righe. Vuoi approfondire?
 
È una realtà abbastanza triste che non permette di avere un minimo di certezze in una vita già precaria di suo. Io ne faccio parte perché il lavoro di copywriter freelance non è certo un mestiere che ti può dare stabilità, ma d’altro canto anche coi miei tentativi di cercare lavori che oggigiorno vengono considerati “più sicuri” non sono stata più fortunata, anzi: sono stata vittima delle solite trappole dei contratti a tempo determinato, a progetto, mensili, bimestrali e via dicendo, che in realtà servono solo alle aziende per avere un ricambio continuo di persone “usa e getta” e tagliare sulle spese. E sì, le relazioni di coppia in questo clima possono farsi ancora più difficili: non ho mai creduto al proverbio “due cuori e una capanna”, ma adesso come adesso non ci si può permettere nemmeno la capanna...
 
 
 
6. Ultimamente scambi di coppie (sul filo del rasoio), festini a base di cocktail di droghe e di sesso estremo, ma soprattutto orge in stile fetish con tanto di armamentari nazifascisti sembrano essere diventati l’ultima moda, così tanto che quasi nessuno si sconvolge più del necessario. Sicuramente avrai letto di Mistress Abi: nello scandalo troviamo coinvolti dei vip e non di certo dei morti di fame. Nel tuo romanzo accenni che sono proprio le persone che meno te lo crederesti che invece sono dei sadomaso incalliti. Tu, come te lo spieghi? “Fidanzato in affitto” vuol essere semplicemente una storia o anche una riflessione, per quanto delicata, intorno al mondo del latex e del pvc?
 
Credo sia una questione di ruoli a cui bisogna sottostare: chi tutti i giorni ha in mano il potere (sotto diverse forme), è più probabile che decida di concedersi una pausa dalla propria vita, in cui è abituato a decidere per gli altri, e scelga un ruolo che non interpreta mai, lasciandosi dominare. È una sorta di catarsi. “Fidanzato in affitto” è una storia ironica, ma al suo interno ci sono riflessioni sul mondo della dominazione che mettono in relazione questo sottobosco (che comunque crea ancora qualche scandalo) con la vita di tutti i giorni, quella che spesso viene considerata “normale”, ma che poi (a ben guardare) tanto normale non è. È una mia interpretazione della schiavitù intesa in senso lato: alla fine tutti siamo schiavi di qualcosa o di qualcuno, e il più delle volte lo vogliamo noi.
 
 
 
7. La protagonista è circondata da amiche che sono delle vere oche. Come mai? Si dice, “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei!” Dobbiamo forse pensare a Cristal (anche) come a una potenziale oca?
 
Di ochette autentiche in realtà nel romanzo ce ne sono due, Amanda e la sua compagna di merende. La migliore amica di Cristal infatti la definirei più che altro una “svampita”. Morgana invece è forte ma fragile. Cristal è solo molto, molto ingenua e insicura, ma questo non significa che sia un’oca: infatti dimostra di saper tirare fuori il carattere proprio grazie al suo “percorso iniziatico”.
 
 
 
8. Nonostante tutte le sue imperfezioni caratteriali, nonostante tutti i guai in cui si trova impelagata di punto in bianco, Cristal esiste sempre dentro a un’ironia da situation comedy: com’è possibile?
 
Perché questo è lo spirito del romanzo, che vuole essere di puro intrattenimento ed evasione. Da sempre sostengo che esiste una letteratura di “compressione” e una di “decompressione”: la prima ti costringe a fermarti a riflettere e a volte è così potente che ti porta persino a rivedere la tua vita, la seconda invece ti permette di staccare il cervello e di goderti un po’ di ore in relax, senza pensare a nulla. Per me hanno entrambe importanza, io stessa alterno questo tipo di letture. Con “Fidanzato in affitto” volevo scrivere e far leggere qualcosa che fosse ironico e “distensivo”.
 
 
 
9. A tuo avviso che limite non si dovrebbe superare nella moralità e nel pudore, che ogni individuo si è segnato nella mente o nell’anima? Dove inizia la perversione sessuale, dove inizia l’asservimento a qualcuno o qualcosa?
 
La perversione inizia quando non c’è più condivisione d’intenti, quando inizia la violenza di una parte sull’altra. Per come la vedo io, la perversione è prevaricazione. L'asservimento inizia quando perdi di vista te stesso e le tue esigenze e metti davanti quelle di un'altra persona.
 
 
 
10. “Fidanzato in affitto”, che cos’è, l’ennesimo romanzo rosa? Mi sembra che gli scaffali delle librerie siano stracarichi da tempo di letteratura rosa (o al femminile): c’era davvero bisogno di un altro harmony leggermente più osé? Vorrei che mi spiegassi le ragioni per cui hai scritto questo romanzo, che in definitiva, stringi stringi, è una storia d’amore, o se preferisci la storia di una ragazza che viene sedotta e abbandonata.
 
Il bello è che il mio romanzo non è per nulla osé, anzi, è molto più casto di quei romanzi definiti “rosa” in cui c’è puntualmente la scena di sesso bollente alla pagina x del determinato capitolo. Una noia mortale. Ho volutamente evitato situazioni erotiche, visto l’argomento, perché avrei rischiato di cadere nelle banali trappole del sesso-estremo-per-vendere e ho preferito privilegiare gli aspetti psicologici e sentimentali, ma senza abusare dei cliché di genere. La ragione per cui ho scritto “Fidanzato in affitto”? In realtà è molto semplice: perché amo scrivere le storie che mi piacciono, e questa faceva parte della categoria.
 
 
 
11. Se dovessi attribuire un’etichetta al tuo ultimo lavoro, quale sceglieresti? Perché?
 
Le etichette non sono il mio forte e non le sopporto, però lo definirei una commedia: non utilizzerei il termine “femminile” perché, per assurdo, fin’ora ho ricevuto ottime critiche e pareri positivi, molto più dagli uomini che dalle donne, quindi è un libro abbastanza trasversale, che fa ridere tutti. La cosa mi fa piacere.
 
 
 
12. Credi nelle etichette letterarie, o sei piuttosto dell’avviso che queste siano solamente un inutile vizio della critica per parlare di un testo e magari relegarlo nell’oblio o tra i romanzetti d’appendice?
 
Come ti dicevo, non amo molto le etichette. Credo sviliscano i testi, soprattutto quei testi di “compressione” di cui parlavo qualche domanda fa. Forse servono più a chi vende i libri, piuttosto che alla critica letteraria: incasellare e presentare i libri in una determinata zona della libreria facilmente identificabile rende più immediato il percorso e più semplice l’acquisto. In tempi di crisi, “semplificare” la vita ai lettori è d’obbligo, no?
 
 
 
13. Si è fatta una gran cagnara intorno al New Italian Epic. Una domanda così, mi spiace per te, ma dovevi prevederla. Anzi, non mi dispiace, quindi mi auguro tu voglia rispondere con piena sincerità. Che cos’è il New Italian Epic per te, Eliselle? Esiste o non esiste? E’ utile o è una “baggianata” come ha decretato Carla Benedetti («È una baggianata. È solo autopropaganda» - Carla Benedetti)?
E “Fidanzato in affitto” potrebbe in qualche modo entrare a far parte del non poco arzigogolato manifesto del New Italian Epic?
 
Ho letto poco sull’argomento e non ho seguito il dibattito e le polemiche scaturite attorno al saggio sul New Italian Epic, ma mi pare forse eccessivo inserire il mio romanzo nella serie di titoli che sono stati citati come facenti parte di questa corrente letteraria, considerate soprattutto le finalità di “Fidanzato in affitto” (intrattenere, intrattenere, intrattenere). Poi, sinceramente, questi sono mestieri da critici letterari, cosa che io non sono.
 
 
 
14. Chi ti ha spinta, o aiutata, a pubblicare per i tipi Newton Compton Editore? O sei arrivata così in alto grazie alle tue capacità di seduzione?
 
Capacità di seduzione io? Non prendermi in giro, dai! Ho fatto quello che qualsiasi scrittore-banzai senza un agente letterario avrebbe fatto: ho preso il telefono, ho chiamato la Newton Compton e ho esclamato “ho una proposta editoriale per voi”. Loro mi hanno passato l’ufficio competente, lì mi hanno fatto qualche domanda sul testo e infine mi hanno detto “ok, lo leggiamo, spediscilo”. È piaciuto ed eccolo lì, un anno dopo, nella collana Anagramma. Una collana che ho sempre seguito. Non mi pareva vero quando mi hanno detto sì.
 
 
 
15. La famosa torre: tu e tre rinomati critici. Ne devi necessariamente buttare uno di sotto. Non ci sono altre strade percorribili, tranne nel caso tu voglia salvare tutt’e tre e sacrificarti buttandoti tu nel vuoto, ma così finirebbe la tua vita e anche la tua carriera di scrittrice. Tre critici dicevo: Filippo La Porta, Carla Benedetti, Antonio D’Orrico. Chi butterai giù? Per quali motivi? No, niente risposte diplomatiche, Rubina. Non questa volta. Un nome e perché.
 
D’Orrico. Perché dopo Faletti è stata tutta una discesa.
 
 
 
16. In “Fidanzato in affitto” offri una immagine non proprio esaltante del mondo maschile: o sono dei sottomessi come Dorian o sono degli arroganti come Max. Gli uomini che sono in questo tuo lavoro non godono di alcuna attenuante, quasi che l’universo femminile non sia in grado di capirli o molto più semplicemente di accettarli. Ad un certo punto la protagonista viene indicata come un’“amazzone”. Quello che ti voglio chiedere, Eliselle è: pensi che i maschi italiani siano dei mammoni, dei pavidi, degli incapaci, degli arroganti, punto e basta? Forse le donne sono anche loro colpevoli, colpevoli di aver voluto dei mammoni o degli arroganti al loro fianco: lo stereotipo della coppia moderna è quello di chi si accompagna a un arrogante o a un mammone. Non ci sono quasi mai vie di mezzo. Forse è vero che alle donne l’uomo piace soprattutto se è stronzo: non a caso, Cristal si era innamorata di uno così, e anche dopo che l’ha lasciata lei ha continuato a pensarlo, a pedinarlo addirittura.
 
Ennò, e Robby dove me lo metti? Lui è un cazzone ok, però è un personaggio molto positivo. E guarda un po’, è pure maschio. Le attenuanti ci sono eccome. E il termine “amazzone” è impropriamente affibbiato a Cristal dai giornalisti di cronaca (altra categoria abbastanza tartassata nel romanzo, descritta come approssimativa e a dir poco fantasiosa quando si tratta di riportare le notizie). L’amore può far fare cose stupide, come pedinare un ex che si credeva di amare o tenersi accanto un uomo che ti tratta male, ma si può guarire da queste aberrazioni: basta ritrovare il rispetto per se stesse. E poi non è vero che l’uomo piace se è stronzo: ti assicuro che conosco parecchie donne che gli stronzi li mandano a quel paese, senza passare dal via.
 
 
 
17. Hai mai reso qualcuno schiavo di te, deviandone inconsapevolmente il carattere?
Le donne fanno sia le pentole sia i coperchi, e dopo il Sessantotto le pentole sono diventate tutte o quasi d’acciaio inox e antiaderenti, capaci di cuocere i polli più impossibili, anche quelli di plastica e geneticamente modificati. Ad esempio tu credi che io mi sia divertito nel vedere il povero Dorian sottomesso, ridotto a mero zerbino? Credi che me la sia bevuta che il suo più grande desiderio era quello di essere adoperato proprio come uno zerbino umano? Forse hai offerto del maschio italiano una immagine un po’ – come dire…? – avvilente, che qualcuno potrebbe non perdonarti. Difenditi se ne sei capace.
 
Ma guarda, nemmeno io credevo che esistessero uomini come Dorian fino a quando... non ne ho conosciuto qualcuno in carne e ossa. E dovevi vedere che sguardi adoranti lanciavano alle loro legittime padrone. Gli schiavi o aspiranti tali sono una piccola parte della popolazione maschile, non certo la maggioranza, ed è impossibile che gli uomini possano sentirsi offesi dal mio romanzo o dal modo in cui ho dipinto Dorian. È una realtà minima, ma molto curiosa e interessante. E io non ho mai reso schiavo nessuno, anzi, preferisco vivere relazioni tranquille in cui non vi siano prevaricazioni né dall’una né dall’altra parte.
 
 
 
18. Sei una femminista?
 
No. In barba a chi lo pensa.
 
 
 
19. A chi consiglieresti di leggere “Fidanzato in affitto”? Solo alle ragazze “che amano troppo” e alle casalinghe, o è un libro adatto a tutti, anche ai tanto vituperati maschi?
 
È adatto a tutti e sono convinta che gli uomini si potrebbero divertire anche più delle donne, a leggerlo.
 
 
 
20. Quale sarebbe la colonna sonora adatta per “Fidanzato in affitto”? Che brani musicali legheresti al tuo lavoro e perché?
 
Sembrerà banale, ma... Madonna, da Human Nature in poi. È lei l’icona fetish per eccellenza. Ed è l’unica cinquantenne a potersi permettere di indossare gli stivali in latex fino a metà coscia senza apparire ridicola (guardare il video di Give it 2 me per credere). La odio e la ammiro per questo!
 
 
 
21. Sogni nel cassetto? Progetti futuri?
 
Sogni nel cassetto, poter continuare a scrivere. Progetti futuri, trovare un lavoro con la L maiuscola.
 
 
 
22. Scordatelo. Non sarò mai il tuo zerbino. Però ti auguro tanta fortuna con questo romanzo, sperando che il prossimo dia un po’ di voce in capitolo in più al maschio italiano.
 
E pensare che ti avrei messo volentieri davanti all’uscio di casa mia! Grazie Giuseppe per le tue domande da vero... padrone!
 
  
Fidanzato in affittoEliselle – Collana Anagramma – Newton Compton Editori – 320 pp – ISBN 978-88-541-1127-1 - Euro 9,90


Fidanzato in affitto - il booktrailer


Il blog di Eliselle: http://eliselle.splinder.com

Il sito di Eliselle: http://www.eliselle.com

Eliselle su Delirio.net: http://www.delirio.net



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Gian Ruggero Manzoni. L'ALBERO DI MAEHWA. Edizioni Il Filo

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, luglio 07, 2008



Gian Ruggero Manzoni


L'albero di Maehwa


Edizioni Il Filo



L'ALBERO DI MAEHWA
L'albero di Maehwa


L’ALBERO DI MAEHWA di Gian Ruggero Manzoni, Ed. Il Filo, collana “L’ordito e la trama” diretta da Paolo Lagazzi, Daniela Tomerini e Tiziana Fumagalli, distribuzione nazionale Mursia.

Il ricavato delle vendite dell’Autore verrà devoluto (come sempre) alla ricerca medica riguardante il Morbo di Crohn.


Una provincia ipocrita e omertosa fa da sfondo a questo romanzo estremo che diviene affresco graffiante di un’Italia d’inizio millennio. Un nobile decaduto, un allenatore di boxe, cinque giovani boxeur “migranti”, un’affascinante ragazza algerina e due mafiosi russi di particolare e fine erudizione s’incontrano e si scontrano alla ricerca disperata di un’identità e di un valore. Una Rimini invernale, ormai preda di bande criminali e lupi giunti dai quattro angoli del pianeta, si ammanta di tragedia. Una truffa, la stanchezza di vita, il desiderio di riscatto, viaggiano su di una sura del Corano, per poi trovare rifugio tra i rami di un bonsai vecchio di duecento anni. Crudo l’epilogo, seppure sostenuto da una fierezza d’altri tempi. Infine il giocare a scacchi con la morte, come nel film di Bergman, non può che ridare nuova vita, dignità, speranza e un senso a chi ha vissuto ai bordi per anni, nel ricordo dei fasti di un passato, di un titolo di Campione d’Italia o in fuga dalla miseria o da “moderne” schiavitù.
Gian Ruggero Manzoni è nato a San Lorenzo di Lugo, dove risiede. Narratore, poeta e pittore, ha al suo attivo numerose pubblicazioni fra le quali ricordiamo: Pesta Duro e Vai Trànquilo/Dizionario del linguaggio giovanile (Feltrinelli, 1980), Il dolore (Scheiwiller, 1991), Caneserpente (Il Saggiatore, 1993), Peso Vero Sclero (Il Saggiatore, 1997), Il morbo (Diabasis, 2002), Gli addii (Moretti & Vitali, 2003), Oltre il tempo (Diabasis, 2004), La Banda della Croce (Diabasis, 2005), Scritture scelte – volume I e II (Edizioni del Bradipo, 2006). Per anni ha diretto la rivista di letteratura e arte “Origini”. Con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni ha collaborato alla realizzazione dell’almanacco di prose Il semplice (Feltrinelli). Sue opere sono state tradotte in Germania, Gran Bretagna, Grecia, Francia, Spagna, Irlanda, Argentina, Uruguay.

In copertina:
Gian Ruggero Manzoni, Autoritratto.

Gian Ruggero Manzoni - L'albero di Maehwa - L’ordito e la trama - Edizioni Il Filo - pp. 162 - ISBN e EAN - 978-88-6185-790-2 - Euro 13,00


Maggiori info sul sito dell’editore, Edizioni Il Filo


A breve parleremo appofonditamente dell'ultimo lavoro di Gian Ruggero Manzoni.

Nell'intanto il mio consiglio è quello di cominciare a prenotare la vostra coppia, perché sin da ora posso assicurarvi che trattasi di un romanzo senza compromessi, di gran spessore umano e letterario, il cui ricavato delle vendite dell'Autore sarà devoluto alla ricerca medica riguardante il Morbo di Crohn.  (g.i.)


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Emiliano Grisostolo, Il castello incantato. Zona editrice

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, giugno 28, 2008


Emiliano Grisostolo - Il castello incantato


Il castello incantato


Emiliano Grisostolo
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

   
Giuseppe Iannozzi raccomandaEmiliano Grisostolo ha alle spalle almeno tre romanzi di forte impegno sociale, “L’ultima notte”; “Il grande burattinaio” e l’ultimissimo “Il castello incantato”, tutti editi da Zona editrice. Non temo una smentita se oggi qui dico che “Il castello incantato” è sicuramente il miglior lavoro dell’autore maniaghese, sia per stile sia per contenuti.
Emiliano Grisostolo già nelle sue opere precedenti ci ha abituati a temi di grande attualità, come la pena capitale e la pedofilia, riuscendo a mettere bene in evidenza questi mali della società, mali che purtroppo diventano day after day più che mai attuali, drammatici e reiterati. E’ quasi impossibile aprire un quotidiano e non doversi confrontare con una notizia di nera che riguarda la scomparsa di un minore, forse vittima dei pedofili, forse rapito da non si sa chi e chissà per quali tristi fini. La nera oggi ci ha purtroppo quasi anestetizzati di fronte all’idea che nel mondo, ogni giorno, scompaiono nel nulla tantissimi innocenti, che non ritorneranno mai più a casa. E’ il caso di definirli desaparecidos? Ahinoi, la più parte di quei fanciulli che scompaiono da un giorno all’altro, senza un motivo apparente, senza la richiesta d’un riscatto, sono da considerarsi desaparecidos. Se fino a qualche decina d’anni or sono si pensava, erroneamente, che le persone scomparse misteriosamente fossero solo una macabra realtà presente in stati totalitari quali l’Argentina e il Cile, oggi non è più così: chi oggi scompare dalla faccia della Terra, senza di sé lasciare traccia, è una persona comune, di qualsiasi età ed estrazione sociale. Non di rado gli scomparsi finiscono spolpati dai macabri ingranaggi di organizzazioni malavitose – che si annidano nel cuore di quelle società apparentemente più civili e democratiche. Pensare che oggi non esistano più i campi di concentramento è un’ingenuità bella grossa. Il mercato della prostituzione, della pedofilia, dello schiavismo, del traffico di organi umani non si ferma davanti a niente e a nessuno: le autorità, per quanto cerchino di sgominare schiavisti e pedofili – purtroppo ampiamente diffusi anche in Rete, che da alcuni anni è diventata la spiaggia preferita di moltissimi adescatori -, spesse volte si trovano con le mani legate o in un vicolo cieco.
“Il castello incantato” di Emiliano Grisostolo è un noir, un’indagine che parte dalle radici della psiche umana, per svellere in ultimo, nel profondo, le ragioni che spingono alcuni individui a rapire degli innocenti per utilizzarli come pezzi di ricambio da rivendere al migliore offerente. Il romanzo dell’autore maniaghese ricorda per stile crudo e diretto quello di Eraldo Baldini, soprattutto per il romanzo “Bambine”, per la vicenda narrata autori quali il già citato Baldini, Massimo Carlotto, e in una certa misura Dacia Maraini per “Colomba”, tenendo però ben presenti le dovute e sostanziali differenze caratteriali ed espositive fra il giovane Grisostolo e la maestra della narrativa italiana Dacia Maraini.  
Nel suo nuovo romanzo Grisostolo ci mette di fronte a un caso di scomparsa: una ragazza, poco più che ventenne, Maria Purini, da un momento all’altro scompare. Maria era una ragazza posata, che non avrebbe mai osato un colpo di testa, quindi la sua sparizione mette subito in allarme la famiglia. Bartolomeo Noti, avvocato in pensione e non più in ottima salute ma sempre attivo, si trova fra le mani il caso. Non lo può ignorare. Non può far finta che non sia accaduto niente e che lui, Bartolomeo Noti, non possa far qualcosa per restituire alla famiglia Maria. Però l'avvocato sa bene che l’impresa di trovare la ragazza, viva, è disperata, tutt’altro che facile e ostacolata da tanti se e altrettanti ma. L’indagine è una corsa contro il tempo. L'avvocato Noti dovrà ricorrere a tutte le sue conoscenze per raccapezzarsi. Dovrà infiltrarsi nelle non-esistenze notturne che si consumano prostituendosi sui marciapiedi; dovrà cercare di carpire informazioni da chi la strada la vive per morire ammazzato di botte e di terrore nel migliore dei casi, e non da ultimo sarà costretto a far appello a tutta la sua forza di volontà per non soccombere sotto i colpi del suo cuore malato. Se c’è un lieto fine in una vicenda drammatica come questa, tra prostituzione e traffico di organi, è un happy end in pieno stile hollywoodiano, dove il The End è solo e sempre l’inizio di qualche cosa di molto più grande.
Per un volta concedetevi il piacere di una lettura che ha da insegnarvi che non si vive in una società perfetta né in una montatura funzionale alla fiction, perché Emiliano Grisostolo affonda il coltello in una piaga aperta più che mai reale, e forse inguaribile sin tanto che gli occhi di genti e di autorità continueranno a soffocare nel buio dell’ignoranza. Dimenticate le facili storie griffate degli autori di moda, che si ergono a paladini delle Patrie Lettere, e guardate invece in faccia la realtà che vi circonda, quella porzione che non vorremmo sapere e che eppure c’è. Concedetevi per una volta una lettura che non sia soltanto mero intrattenimento, perché “Il castello incantato” di Emiliano Grisostolo non è semplice fiction, è anche un castello di crude e terribili verità.   
 
 
Il castello incantatoEmiliano Grisostolo – Zona editrice – ISBN 978-88-95514-23-9 – 150 pp. – 15 €

 


Emiliano Grisostolo
Emiliano Grisostolo

parla de “Il castello incantato”
 
 
Perché per “Il castello incantato” un finale che, a mio avviso, è in perfetto stile americano?
 
 
Il finale l’ho voluto mettere io, c’era nella bozza grezza. L’editor lo aveva tolto, lasciando il finale dove il magistrato presenta alla stampa il caso appena risolto. Il vecchio finale l’ho voluto ostinatamente io, ma per un semplice motivo. O forse due… Il finale, ripeto, l’ho voluto così perché mi dava modo di avere una storia che finisce tragicamente, con la morte dell'avvocato per arresto cardiaco, infatti stava già male durante il caso illustrato ne “Il castello incantato”, anche se la sua malattia l’ho appena sfiorata, volutamente sfiorata, in attesa del finale definitivo e che è poi nella storia pubblicata. L’ho voluto così proprio perché introduceva di forza la giovane prostituta, che prenderà le redini dei casi irrisolti dopo la dipartita di Bartolomeo Noti, ovviamente non senza problemi... anche se questa non è sicuramente la terza storia della trilogia, ma forse una in divenire e a sé… Infine perché personalmente i finali tragici mi hanno toccato in prima persona: non sono uno che pensa che tutto vada male, più semplicemente sono realista e spesso le cose vanno purtroppo male. I finali belli non mi piacciono, non sempre per lo meno. Lo avrai notato leggendo i miei precedenti lavori. Anche in quelli che ho pubblicato nel ‘97 e ‘98 i finali sono simili. A modo loro, ma simili. Un po’ tutti i miei racconti o romanzi hanno questi finali non scontati, per lo meno spero sia così… eventualmente smentiscimi, lo “pretendo”; e se ci riuscirai, accetterò volentieri le tue osservazioni sempre molto attente. Diversa è invece la sceneggiatura di “Alice”, che due anni fa doveva divenire un film, e che invece è rimasta in un cassetto. “Alice” è un bel romanzo, non troppo lungo, adatto ai bambini, un libro lieto, dove ci vorrà un editing per sistemarlo. Ahimè, ho dei limiti che riconosco; ma il romanzo è bello e commovente, con una morale di fondo, così come spero di essere riuscito a portarla in tutti i miei lavori.
La morte, quella che pervade i miei finali, è dovuta a un motivo ben preciso: la morte di uno dei miei fratelli, 13 anni or sono. La ricorrenza è caduta proprio in questi giorni. Questo fatto mi ha lasciato dentro un senso di realtà che spesso la gente non ha, che spesso non prova, se non dopo aver passato tre ore come quelle che ho passato io all’epoca. Una morte improvvisa, un trauma tirato per le lunghe e inaspettato, avvenuto dopo una corsa in bici - un allenamento (vedi il mio sito) -, dopo una scampagnata in allegria, dopo una giornata di duro lavoro. Un finale tragico che arriva alle otto di sera, quando la gente e i ragazzi di 15 anni dovrebbero sedersi a tavola e mangiare, e poi.... andare a dormire. Ma non per sempre. Quindi per me un senso di realtà che mi ha lasciato dentro una immane tristezza, dalla quale mi sono ripreso, ma che ritorna in maniera prepotente nelle mie storie, nei miei lavori…
Una realtà scioccante che spesso ci coglie impreparati… la morte ci coglie impreparati, il più delle volte. Quando poi queste sono particolarmente brutali, ancor di più, anche se nelle mie storie cerco di renderle veloci e indolori. Ma così ovviamente non è. Il motivo di fondo che, inconsciamente o no, mi spinge a costruire finali drammatici è poi solo questo. Tuttavia non vuole essere un alibi, molto più semplicemente una rivelazione, un motivo e non una colpa, perché in fondo è una mia scelta che in questo caso è andata contro il volere e il consiglio del mio editor, che gentilmente ha accettato le mie spiegazioni.



Il sito ufficiale di Emiliano Grisostolo:

http://www.emilianogrisostolo.it


Scarica il pdf delle prime pagine del romanzo:

Il castello incantato – cap. 1

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Visconte di Lascano Tegui: "Sogno senza fine" - su Il Corrierre Nazionale

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, giugno 22, 2008


Visconte Di Lascano Tegui - Sogno senza fine


Visconte di Lascano Tegui

Sogno senza fine



Il crimine, il sesso, il desiderio
d’un dandy nel mezzo della Senna

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Scritture & Pensieri a cura di Stefania Nardini[   Questa recensione è apparsa il 22 giugno su Il Corriere Nazionale (il quotidiano che vende le sue 65 mila copie al giorno nelle edizioni locali di Arezzo, Siena, Viterbo, Grosseto, Umbria ), per la pagina culturale Scritture & Pensieri a cura di Stefania Nardinig.i. ]
 
 
 
“Di stupore in stupore si resta soggiogati. Meravigliati. Un libro cinico e brutale. Disincantato e visionario. Le mosche, la sifilide, i gesuiti, i gobbi, consentono al Visconte digressioni tanto stravaganti quanto spassose”. (Le Canard Enchainé)
 
“Ha il dono letterario di sorprendere il lettore, passando impercettibilmente da un‘osservazione apparentemente banale a una imprevedibile.” (Le Monde)
 
 
 
Si faceva chiamare Visconte di Lascano Tegui, ma Visconte non lo era. Fu soprattutto un dandy, anche se non al pari di Oscar Wilde o del più nostrano Gabriele D’Annunzio; ciò nonostante riuscì ad avere una certa notorietà per la sua epoca, soprattutto grazie a un romanzo, “Sogno senza fine”, che sarebbe più giusto indicare come metaromanzo. Il libro gli attirò subito alcune simpatie, in particolare fra i circoli letterari: “Sono estremamente imbarazzato a parlare di questo libro, che [….] è sicuramente una delle cose più originali, più singolari che abbia mai letto. In cosa consiste la sua originalità? Io sento che in queste pagine c’è qualcosa di inafferrabile, che sfugge a qualsiasi definizione, a qualsiasi spiegazione”. Francis de Miomandre, nel 1930 con queste parole presentava la sua traduzione dell’edizione francese di “Sogno senza fine”. Miomandre fu un celebre ispanista: si fece in quattro per difendere Louis-Ferdinand Céline quando venne accusato di turpiloquio, e non si risparmiò quando promosse all’attenzione della critica e del pubblico autori monumentali quali Claudel, Valéry, Proust e Gide. Miomandre nel 1908 ricevette il prestigioso premio Gouncort per il suo lavoro più celebre, “Ecrit sur de l’eau”. Viene così ammesso tra i grandi letterati del tempo e ha la possibilità d’incontrare artisti quali Jean Cocteau, Debussy, Paul Valéry, Oscar V. Milosz, e molti altri. Miomandre inizia a collaborare per riviste importanti, Nouvelles littéraires e Cahiers du Sud, alternando l’attività di pubblicista con quella di traduttore. Muore quasi del tutto dimenticato, nonostante il grande impegno di tutta una vita per promuovere artisti e cultura. Solo negli ultimi anni alcuni illuminati intellettuali lo stanno risollevando dall’ingiusto oblio in cui fu precipitato dagli intelletti del suo tempo. Tuttavia, nel 1930, Francis de Miomandre era una voce autorevole che veniva ben accolta e ascoltata: “Sogno senza fine” ottenne visibilità proprio grazie a Miomandre che lo presentò ai francesi curandone in prima persona la traduzione.
Lascano Tegui nacque in un paesino della provincia argentina di Entre Ríos. Di famiglia assai modesta, presto si trasferì a Buenos Aires. Emilio Lascano Tegui (1887-1966), oltre che scrittore, fu traduttore per L’Ufficio internazionale delle Poste. Viaggiò parecchio, soprattutto a piedi, in Francia, Italia e Nord Africa. Proprio in Nord Africa si attribuì il titolo di Visconte e pubblicò la sua prima opera, una raccolta di versi, che subito venne accolta con discreto entusiasmo dagli intellettuali del suo tempo. Nel 1913 fu a Parigi e qui strinse amicizia con Apollinaire e Picasso. Non gli bastò: per sbarcare il lunario fu costretto a svolgere diversi mestieri, venditore ambulante, arredatore, meccanico, dentista, e nell’intanto esponeva alcuni suoi dipinti presso importanti mostre collettive. Uno spirito bizzarro, un dandy ma anche un instancabile viaggiatore modernista. Fu in seguito un diplomatico i cui incarichi lo portarono a Boulogne Sur Mer, Cherbourg, Parigi, Caracas (dove realizzò un gigantesco murale) e Los Angeles. Di lui si dice che fu squisito maestro dell’arte culinaria e bon vivant. Collaborò a importanti pubblicazioni in patria e all’estero, e senz’ombra di dubbio fu uno dei precursori della nuova sensibilità modernista.
Oltre a “Sogno senza fine”, pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1925, nel 1936 diede alle stampe altri due romanzi piuttosto singolari, “El libro celeste” e “Album de famiglia”, e nel 1954 i versi di Muchacho de San Telmo. Dandy, provocatore, cosmopolita, morì a Buenos Aires. La sua opera, riscoperta negli ultimi anni dalla critica, ha avuto edizioni in Francia, Olanda e Germania.
“Sogno senza fine” è senz’altro l’opera più conosciuta del Visconte, un racconto lungo che nelle sue quasi centotrenta pagine dispiega una storia difficilmente inglobabile in un genere letterario, in quanto accoglie in sé briciole di storia, di aneddoti, di scienza, di sapienza andata perduta, ma anche un fortissimo spirito di ribellione e di iniziazione al sesso e al crimine.
In quest’opera il protagonista scopre il sesso, con le donne dei postriboli, con ragazzetti facili a darsi, e diventa suo malgrado un Don Giovanni sifilitico, un poeta dell’amore carnale e soprattutto un poeta del crimine artistico.
Il giovane protagonista lo incontriamo quand’è ancora un bambino: senza temere le acque della Senna, si getta nei suoi gorghi per recuperare i cadaveri che affiorano a pelo dell’acqua e che nessuno osa portare a riva. Questo suo “lavoro di salvataggio” gli permette di ottenere il rispetto dei coetanei, che non possono non guardarlo con rispetto e paura, perché chi altri, a parte lui, oserebbe gettarsi nelle acque della Senna e trascinare a riva le salme pesanti e gonfie, perché siano da tutti viste e ammirate per poi esser alfine seppellite? Nessun altro. Il rispetto gl’è dunque dovuto. Il ragazzo cresce e nell’arco degl’anni viene a contatto con personaggi a dir poco bizzarri, un cocchiere ex prete sconsacrato che racconta storie trasudanti spirito vittoriano, vecchi amici dei bei tempi lungo la Senna, e uomini e donne senza morale eppur tutti ammantati d’una poesia fragile quanto maligna. E c’è la prima donna, non il primo amore, che è la prima avventura completa, non solo sessuale: lei è già avanti con gl’anni quando il giovane protagonista finisce nel suo letto, è una spiritista ed è una vedova il cui marito è morto annegato nel fiume. E’ poi il turno della sgualdrinella Gabriela, animo tormentato e più che mai shakespeariano, che la dà a tutti da quando il padre, proprio di fronte a lei, completamente sbronzo s’è tagliato l’uccello, lasciando di sé vivo uno zampillo di sangue e l’assenza dell’organo sessuale. Incubi e fole, intrecci impossibili che solo la raffinatissima penna del Visconte di Lascano Tegui poteva tenere assieme.
Un racconto, un romanzo breve, per un’opera che non accetta la prigione d’un genere letterario: la materia narrativa in “Sogno senza fine” è magma bollente, che completa la schizofrenia di José Lizama Lima e di Gabriel Garcia Márquez, Nelle pagine di quest’opera è tracciata la via verso il Capolavoro: crimine, sesso e desiderio confluiscono tutti nelle vene del dandy, che noi lettori conosciamo quando ancora ragazzino impegnato lungo il fiume a recuperar cadaveri e che abbandoniamo a malincuore nel momento in cui è Don Giovanni fatto, pronto a scrivere le sue memorie, ma non prima d’aver vergato col sangue la sua poesia più bella completa e matura, in uno stile che è al tempo stesso vittoriano e decadentista.
“Sogno senza fine” è imperativo che venga letto: per troppo tempo, come pecore al pascolo, abbiamo brucato l’erbetta innocua e scevra di stile di tanti scrittorucoli contemporanei - che hanno avuto l’adire di spacciarsi per bon vivant tra le chiacchiere degli showmen e dei talk-show -, è dunque giunta l’ora di affrontare il Visconte di Lascano Tegui e rifarsi il palato. L’alternativa è la vergogna di continuare a vivere una dieta d’ignoranza.
 
 
Sogno senza fine - Visconte di Lascano Tegui – Barbera Editore – Collana Radio Londra - Isbn: 88-7899-204-7 – 132 pagine – 14,50 Euro

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Angeli e Demoni bloccato dal Vicariato, ma Ron Howard non cede alla censura della Chiesa

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, giugno 15, 2008


Dan Brown


“Angeli e Demoni” bloccato dal Vicariato di Roma

Ma Ron Howard non cede al “no” della Chiesa
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
A rivelare la notizia è il settimanale Tv Sorrisi e Canzoni: le riprese di “Angeli e Demoni”, il film tratto dal romanzo di Dan Brown, non potranno essere effettuate all’interno di quei luoghi descritti dallo scrittore. Il Vicariato di Roma ha difatti dettato il suo secco “no”, in perfetto stile inquisitorio.
“Angeli e Demoni” vede alla regia il pluripremiato regista Ron Howard, già al centro di calde polemiche per aver girato “Il Codice Da Vinci”. Protagonista di “Angeli e Demoni”, ancora una volta, il professor Langdon interpretato da Tom Hanks.
 
Il 4 giugno è stata girata la scena iniziale del film con set blindati a piazza del Popolo e anche con un titolo fittizio scritto sul ciak. Il thriller, che dovrebbe essere nelle sale tra circa un anno, tra gli altri protagonisti vede anche la partecipazione di McCgregor nei panni del camerlengo Carlo Ventresca, uomo del Vaticano e potente servitore della Chiesa, custode di pericolosi segreti.
 
“Angeli e Demoni”, per la sceneggiatura di Akiva Goldsman, ha per protagonista l’esperto di simboli Robert Langdon (Tom Hanks), che nel tentativo di risolvere l’enigma nascosto dietro l’omicidio dello scienziato del Cern di Ginevra, Leonardo Vetra, con l’aiuto di sua figlia Vittoria Vetra (l’attrice israeliana Ayelet Zurer, diventata famosa per aver partecipato al film capolavoro di Steven Spielberg “Munich”), per puro caso – o misericordia - scopre un complotto legato a una antica setta, quella degli Illuminati. Suo malgrado Robert Langdon si vede costretto a dover salvare il Vaticano da un’imminente esplosione, esplosione causata da un cilindro di antimateria rubato al Cern, e tutto questo proprio durante il conclave papale che deve eleggere il nuovo pontefice.
 
Circa un anno fa, la produzione americana della pellicola ha richiesto i permessi per girare all’interno di due chiese, Santa Maria del Popolo e Santa Maria della Vittoria. La competenza dei due edifici di culto è sia dello Stato che della Chiesa, attraverso il Ministero dell’Interno e il Vicariato di Roma. La produzione si è rivolta al primo ma la Diocesi ha bloccato la procedura comunicando il proprio parere negativo.
 
Don Marco Fibbi, responsabile dell’ufficio stampa e comunicazioni sociali della Diocesi di Roma, motiva così il “no”: «Forniamo spesso le nostre chiese a produzioni che hanno finalità o compatibilità con il sentimento religioso, ma non quando il film agisce in una linea di fantasia che va a ledere il comune sentimento religioso, come è successo con “Il codice da Vinci”. Nel caso di “Angeli e demoni” non c’erano neanche i presupposti per chiederci permessi. E quando gli americani lo hanno fatto con il Ministero dell’Interno, abbiamo dato il nostro parere preventivo».
Ci va giù pesante anche il vescovo canonista Velasio De Paolis, ministro vaticano dell’Economia, non capendo un'acca né di Dan Brown né di fiction: «Dan Brown ha stravolto il Vangelo per inquinare la fede. Era inaccettabile che ora, in nome del business e in offesa a Dio, i film menzogneri tratti dai suoi romanzi blasfemi trasformassero le chiese in set cinematografici». Ma al Vaticano è evidente che va bene così: una bella caccia alle streghe, in stile Inquisizione medioevale, e la Chiesa si fa una pubblicità della Madonna all over the world
 
Dopo le riprese in esterni a piazza del Popolo e a piazza della Rotonda, per ovviare alla mancanza di location originali vaticane ed ecclesiastiche, il regista Ron Howard ricreerà alcuni ambienti nella Reggia di Caserta, interamente requisita per tre giorni (si girerà tra l’altro nella Biblioteca Palatina) e ricostruirà gran parte dei luoghi ancora mancanti in studio a Los Angeles.
La Soprintendenza di Caserta ha fatto sapere che con provvedimento ministeriale dell’11/06/2008 è stata disposta la chiusura al pubblico della Reggia di Caserta nei giorni 18 e 19 giugno 2008, per motivi di sicurezza connessi alla realizzazione di riprese cinematografiche.
Ron Howard, nonostante il secco “no” della Chiesa, non si lascia mettere in ginocchio: è proprio il caso di dire che la finzione, oggi come oggi, può abbattere la censura ecclesiastica e costringere la fede cattolica in un angolino buio di dannazione eterna!

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Mara Venuto, intervista all'autrice di "Leggimi nei pensieri", Cicorivolta edizioni

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, giugno 09, 2008


Mara Venuto - Leggimi nei pensieri
in copertina, “City (china e collage su carta) di Claudia Venuto,
elaborazione di Phab Postini



Intervista a


Mara Venuto




a cura di Giuseppe Iannozzi




speciale1. Di te si sa poco o niente: chi è Mara Venuto, forse solo l’autrice di “Leggimi nei pensieri” edito da Cicorivolta edizioni? Racconta qualche cosa di te.
 
La premessa è che non amo molto parlare di me. Infatti, nella vita, essenzialmente ascolto. Ho fatto studi sociali e mi occupo di counseling: la mia è stata una scelta naturale, compiuta, tuttavia, dopo un percorso di auto-esplorazione durato qualche anno. Ho sempre amato ascoltare, le persone mi interessano profondamente, mi nutro di storie. Solo di recente mi sono avvicinata anche al mondo dell’informazione, a seguito della mia partecipazione, via webcam, al format di Maurizio Costanzo “Stella”,  in onda sul satellite e in streaming: un’esperienza voluta, che mi ha messa alla prova sotto molteplici aspetti, facendomi crescere molto. Nella vita privata sono una persona serena, vivo un amore molto forte da alcuni anni, ho una sorella gemella artista e una famiglia presente.


 
Mara Venuto - (c)
Mara Venuto - foto per gentile concessione - [ c ] tutti i diritti riservati


 
2. So che ami la letteratura, soprattutto quella giapponese: chi sono i tuoi autori di riferimento e perché?
 
Le mie preferenze letterarie seguono un andamento fasico e, attualmente, mi sento vicina alla narrativa giapponese. Si tratta di una scoperta recente, tuttavia, posso dire che hanno colpito molto la mia immaginazione e il mio mondo emotivo, scrittori come Haruki Murakami, Inoue Yasushi e anche la Banana Yoshimoto dei primi tempi. Pur essendo autori diversi per epoca, storie, temi cari, hanno in comune un senso del tragico ineluttabile e i silenzi, muti ma non vuoti, colmati con solitarie e intense meditazioni. Andando a ritroso, ho amato moltissimo la letteratura sudamericana: Jorge Amado in particolare -“Mar Morto”, ad esempio, è stato una suggestione molto forte nella mia adolescenza-, ma anche Gabriel Garcia Marquez, Isabel Alliende, Luis Sepulveda. Di tutti, mi hanno attratta il legame onirico con la realtà e la passionalità della carne. Nel mezzo, mi sono accostata ad Albert Camus e a George Simenon che considero senza dubbio fra i più grandi scrittori del Novecento. Di Simenon ammiro anche la straordinaria prolificità, senza che mai il lettore possa chiedersi: << perchè quest’altro romanzo? >>; le creazioni linguistiche pulite, lineari; le atmosfere nere degli abissi intimi umani. Potrei elencare tanti altri autori che amo e da cui ho tratto emozioni e stimoli, ma mi rendo conto di essermi dilungata già troppo...
 
 
 
3. Leggendo i tuoi racconti, non ho potuto fare a meno di pensare a due autori, Haruki Murakami e Douglas Coupland, ma anche a molti esponenti dell’avantpop. Questo libro “Leggimi nei pensieri” – che è un vero brainstorming – accoglie fotografie perfette operate su quindici persone, normali o quasi: ci sono disperati, borderlines, drogati, massaie, non-amati, sognatori, sconfitti, amanti rifiutati, schiavi, poeti e persino un frate. Come hai maturato l’idea di dare voce a quindici personaggi diversi eppure fra loro legati da un comune, sottile ma resistente, fil rouge?
 
Mi sono piaciute molto le immagini che hai creato parlando dei miei personaggi, in particolar modo laddove li hai pensati come “non amati”, e questo perché in effetti hai colto il senso principale di “Leggimi nei pensieri”: le mie istantanee sulle vite di questi quindici personaggi vogliono essere proprio delle carezze. Carezze a volti spesso sfigurati da vite sofferte, soffocanti, ingrate e senza misericordia. Questi racconti sono voce di chi non ha mai trovato il coraggio di parlare, di chiedere, di chiamare; luce su esistenze anonime, quali quelle della maggior parte di noi, che nascondono anche nelle cadute, le tracce della possibilità di risollevarsi. I miei protagonisti sono, come ha ben scritto il mio editore nella quarta di copertina, semplicemente persone: vive, autentiche, finalmente senza maschere, poiché qui, nelle mie pagine, non ne hanno bisogno; non devono difendersi da nessuno, io li amo tutti e quello che mi auguro è che, al termine del libro, i lettori provino tenerezza per loro come per sé stessi. Per tornare poi alla tua domanda, l’ispirazione mi è venuta all’improvviso, senza un perché apparente: ero al cinema, a vedere un fantasy e, come sfilando l’uno dopo l’altro, mi sono apparsi i miei futuri protagonisti, portando ognuno con sé la traccia della propria storia. Nel buio, ho preso appunti sul biglietto e l’indomani, mentre studiavo per un esame, ho lasciato tutto e ho scritto di getto il primo – “Sandra”- . Poi sono venuti, via via, tutti gli altri. L’ordine con cui i racconti sono presenti nel libro, è quello di scrittura.
 
 
 
4. Ti pongo ora una domanda difficile, ma per quanto ti è possibile, ti sarei assai grato se rispondessi.
Dunque, questi sono nel dettaglio i personaggi inseriti in “Leggimi nei pensieri”:

- Sandra, una mamma giovane che desidererebbe non esserlo mai stata.
- Fra’ Giorgio, un frate semplice che vive nella pace.
- Franco, poeta finito in strada.
- Djionis, adolescente albanese nella sua nuova patria.
- Santiago, violinista estatico ribattezzato ad una nuova fede.
- Tati,