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Giusy Shane intervistata da Emiliano Grisostolo

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, agosto 18, 2008



Giusy Shane



Intervista alla giovane cantante


Giusy Shane




di Emiliano Grisostolo
 
 




Ricevo e pubblico questa intervista a Giusy Shane realizzata da Emiliano Grisistolo, autore di ottimi romanzi di cui già vi ho parlato in questa sede ("L'ultima notte", "Il grande burattinaio" e il notevole "Il castello incantato" tutti editi da ZONA editrice), invitandoVi a leggerla con calma e a visistare il sito della giovanissima cantante. Giusy Shane merita davvero d'essere ascoltata, datemi ascolto. - g.i.   




Ciao Giusy, abbiamo già parlato di te, ma vorrei sapere da te chi è Giusy Shane, di Maniago.
 
Giusy Shane è una cantautrice di 22 anni nata a Maniago, che oggi vive a Montereale Valcellina. Da quando avevo 8 anni canto e mi esibisco, da qualche anno poi scrivo e compongo le mie canzoni, scrivo esclusivamente in inglese per quanto riguarda le canzoni, mentre scrivo delle poesie anche in italiano.



La tua famiglia ti supporta? Ti ha aiutato e ti sta aiutando tuttora nella ricerca della tua strada? Se puoi parlarcene, come sono i rapporti con la generazione adulta più vicina a te.
 
Beh diciamo che il discorso è un po’ complicato, mi limito dicendo che alcune volte per loro è difficile vedere che la loro figlia spende denaro ed energie per qualcosa che finora oltre alla soddisfazione personale non gli ha dato nient'altro.



Hai partecipato a diversi concorsi nazionali e internazionali, con quali risultati?
 
Allora... ho partecipato ad un po’ di concorsi senza mai classificarmi tra i primi tre, diciamo che poi ho cercato di optare su delle manifestazioni e concerti nella quali non dovevo gareggiare.




Parlaci dei singoli che hai già pubblicato. Come sono stati accolti dal pubblico?
 
Per il momento è stato pubblicato un album di musica chillout di cui ho scritto i testi dei brani, è stata una collaborazione con i Digital Project. L'album in questione si intitola The end of time ed è in vendita in vari portali internet tra i quali per esempio http://www.djdownload.com/ nel quale su cerca potete inserire il mio nome e visualizzare i vari brani... sono passati circa sei mesi dall'inizio della promozione e della vendita e devo dire che ci sono stati dei buoni riscontri che spero si possano intensificare nei prossimi mesi; poi sempre in collaborazione con i Digital Project abbiamo pubblicato un brano “Here” che è riuscito ad entrare all'interno di varie compilation, se fate una ricerca on line sicuramente trovate i vari siti dove è in vendita il brano. Ultimamente poi sono in lavorazione per l'album di debutto, ci sono alcune anteprime da poter ascoltare sul mio sito.



Come sei stata accolta dalla tua comunità? Ti conoscono? Sanno che tra loro c’è una giovane cantante con grandi potenzialità? Hai avuto modo di fare qualche serata in locali della zona?
 
Diciamo che non sono stata accolta dalla mia comunità in quanto la promozione dei brani fino ad ora non è stata toccata nella mia città natale, probabilmente qualcuno mi conosce ma non posso dire di vantare più di dieci fan nella mia città per il momento, spero in un futuro molto prossimo. Per le serate ho avuto modo di esibirmi fuori, ma non a Maniago.



Hai un album in uscita, lo hai già inciso? Ce ne puoi parlare un po’? Libera di raccontarci ciò che vuoi.
 
Si, c'è un album in uscita, di cui ho già inciso alcuni brani altri invece sono ancora da finire, ma spero entro la fine dell'anno di riuscire a pubblicizzare almeno un paio di singoli. Io e la mia manager Mimma Leone abbiamo pensato ad un album molto ricco, di 20 brani di cui una metà in italiano e l'altra metà in inglese, quelli in italiano scritti e composti dalla mia manager, siamo sempre su un genere molto pop, però stiamo cercando di creare qualcosa di un po’ più particolare sperando che piaccia al pubblico.



Ci puoi indicare qualche appuntamento durante il quale i nostri lettori potranno ascoltarti? Stai promuovendo l’uscita del disco? Stai facendo qualche serata o ne hai in programma?
 
Per il momento non avendo ancora finito la maggior parte dei brani, non abbiamo ancora progettato la promozione, credo che questo avverrà nei prossimi mesi almeno per alcuni brani e quindi spero poi di poterli far sentire in giro anche dal vivo.



Grazie Giusy per la tua disponibilità. Sono sicuro che i lettori di Friulweb sapranno riconoscere la tua voce in radio d’ora in avanti.
Ricordo che possono anche ascoltarti sul web, all’ indirizzo www.giusyshane.com  
Alla prossima, ne sono sicuro. Avrò ancora modo di parlare con te della tua carriera che è solo agli inizi.
 
Ringrazio io te, per la possibilità di farmi conoscere e dar modo alle persone che vorranno di poter ascoltare qualcosa su di me.
A presto.

Giusy Shane


Il sito ufficiale: http://www.giusyshane.com

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Dieu n’existe pas, Max Aplboïm

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, luglio 31, 2008



Dieu n’existe pas | Max Aplboïm

Prezzo: 14,00 €


Lingua: francese | 120 pagine | Brossura 12x19,5
 

Di cosa parla
In questo libro l'autore critica tutte le ideologie che, in una forma o in un'altra, pretendono di spiegare il movimento e la struttura della materia fino all'apparizione degli organismi viventi — e la loro evoluzione che ha prodotto degli esseri coscienti e infine pensanti — per l'intervento di una coscienza, di una intelligenza, di una volontà, in breve per l'esistenza di uno spirito immateriale. Nella prima parte, l'autore dimostra come la materia più sfuggire al determinismo assoluto che sembra avere origine dalle leggi della Fisica, ciò che permette l'apparizione di diversi tipi di determinismo, e quali sono le proprietà della materia che le rende possibili. Attraverso una discussione epistolare con un filosofo, Max Aplboïm sviluppa in seguito questi argomenti, mostrando come le proprietà della materia permettono, non solo di capire l'apparizione della vita e del nostro spirito pensante — attività del nostro cervello —  ma sono incompatibili con l'azione di un ipotetico spirito immateriale sulla materia. Questo libro apporta così un contributo importante alla domanda: «materialismo o spiritualismo?», rilanciato dalla propaganda di diverse religioni e dai sostenitori dell'evoluzione intelligente.
 
 
Chi è l’autore
portaparoleMax Aplboïm non è uno scrittore. Egli non sa d'altronde che cosa sia, ne chi sia: questo non gli interessa. Egli si interroga su ciò che fa e su cosa deve fare. Fa diverse cose, e sotto nomi diversi. Tra l'altro della pittura surrealista, delle sculture mobili, assai originali, della Ricerca e dell'Insegnamento in Fisica, e non poco militantismo politico.


Aplboïm è anche l'autore di Un jambon-beurre pour le rabbin, libro meno serio ma più divertente, dove vi ha malgrado tutto infilato delle idee.

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Marco De Franchi - La carne e il sangue, il romanzo delle nuove BR

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, luglio 29, 2008







L’autore



Marco De Franchi è nato a Roma e attualmente vive in Toscana. È Sostituto commissario della Polizia di Stato in servizio presso la Squadra Mobile e ha fatto parte del gruppo investigativo che ha condotto l’inchiesta sulle nuove Br fino all’arresto dei responsabili degli omicidi D’Antona, Biagi e Petri. Anche da questa esperienza è nato il romanzo La carne e il sangue. Ha pubblicato in numerose antologie e riviste come L’Eternauta e M-Rivista del Mistero. Un suo racconto è apparso di recente nell’antologia La Legge dei Figli, per Meridiano Zero. Molti suoi racconti, oltre alla traduzione del romanzo breve Gli Occhi nel Bosco, sono apparsi in Francia. È stato soggettista e sceneggiatore di fumetti per le riviste Lanciostory e Skorpio.


Autore: Marco De Franchi
Titolo: La carne e il sangue
Barbera Editore

Collana: Radio Londra
In libreria:  agosto 2008
Prezzo: 14,90 euro
ISBN: 978-7899-242-9


“Finalmente il romanzo che ci racconta con potenza narrativa e conoscenza diretta dei fatti il nuovo terrorismo italiano”.

Gianfranco de Turris


  Leggi l'incipit



Il libro


Marco Biagi è stato appena ucciso. Prima e dopo di lui, gli omicidi di Massimo D’Antona e di Emanuele Petri. E poi le rapine, gli attentati. Il Paese precipita di nuovo nell’incubo degli anni di piombo. Ma il mosaico di sangue che i terroristi delle Nuove Brigate rosse hanno iniziato a tracciare è solo all’inizio. Il loro progetto è audace e terribile. E sta per colpire ancora una volta.
Mentre un gruppo di investigatori tra Roma, Firenze e Bologna tenta di svelare le identità degli appartenenti all’ultima, feroce colonna armata del partito combattente e a impedire il compimento del definitivo, fatale attacco allo Stato, sui fronti opposti di questa guerra disperata due donne intrecciano in maniera imprevedibile i loro destini.
Lucia Cardini è una moglie innamorata, una madre amorevole e conduce un’esistenza tranquilla, borghese. Eppure, quando le esigenze lo richiedono, quando nessuno guarda, Lucia si trasforma in “Federica”, militante rivoluzionaria, combattente determinata e spietata, fedele alla causa brigatista, decisa a percorrere la sua strada fino in fondo, fino al sacrificio dei propri affetti. Fino all’omicidio.
Serena D’Amico è un commissario di polizia che ha sacrificato la sua vita alla caccia ai terroristi. Il suo compito, adesso, è quello di dare un nome e un volto all’imprendibile Federica. Ma dalla terrorista e dalla sua vita nascosta Serena finirà per restare ossessionata, imprigionata. Finché scoprirà, con sorpresa, di essere legata alla brigatista da un episodio, doloroso e terribile, del suo passato.
Lo scontro a distanza tra le due donne travolgerà, alla fine, ogni loro riferimento, l’amore di un uomo, l’affetto di un figlio, gli ideali e l’integrità stessa delle loro vite, verso un’inevitabile, tragica conclusione.
Sullo sfondo autentico delle ultime vicende della lotta tra Stato e BR, un romanzo che immagina quello che avrebbe potuto accadere e svela quello che per poco non è realmente successo.




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Hella Wenders e Luca Lucchesi sul set - Il truccatore dei morti di Zingales

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, luglio 20, 2008



 
© immagine di copertina di Marco Scalici




Hella Wenders e Luca Lucchesi sul set

In anteprima “Il truccatore dei morti” di Zingales
 
 


 
A breve uscirà il nuovo romanzo di Vito Benicio Zingales, “Il truccatore dei morti”, prima parte di una trilogia noir esoterica. Il countdown è iniziato, l’uscita è prevista entro fine luglio: il nuovo lavoro di questo superbo scrittore è stato affidato alle amorevoli cure di Armando Siciliano Editore.
Vito B. Zingales ultimamente ci ha sorpresi con il romanzo “Cosa di Noi”, edito da Edizioni Clandestine. Oggi torna con una trilogia che vi lascerà senza fiato. Non siamo di fronte a uno dei soliti noir scontati cui ci ha abituato l’editoria moderna. Siamo invece di fronte a un lavoro a trecentosessanta gradi che si configura per essere Opera Magna, che scava nel malcostume italiano, non senza sofferenza, con una forte incisività epica propria di chi racconta il Presente Storico. “Il truccatore dei morti” è la prima parte di una trilogia: la seconda e terza parte hanno per titolo rispettivamente “La città dei maschi” ed “Inservibili resti”. Di cosa si parla? Di follia e del Cristo tra lastre d’obitorio e centurie di mosche in una città fatta di coca, di mafia e piccole puttane travestite da Dèi. La copertina del libro è stata realizzata dal grafico pubblicitario Marco Scalici, anch’esso palermitano come Zingales.
 
Procede a ritmo serrato la sceneggiatura del film tratto da un altro, e nuovo, romanzo di Zingales, “Da Mezzanotte a Zero”: Hella Wenders e Luca Lucchesi stanno facendo un lavoro eccellente. Non mi posso sbilanciare troppo, ma è sicuro che vi terrò aggiornati sulle riprese del film, non avete che da seguirmi su queste pagine.  

In anteprima assoluta vi presento qui un brano tratto da “Il truccatore dei morti” nonché quella che sarà la copertina del libro, realizzata appositamente per questo romanzo di Zingales dal valentissimo Marco Scalici.
 
 
Giuseppe Iannozzi
 


 
Da “Il truccatore dei morti”
di Vito Benicio Zingales


Proprio nel mezzo di quell’afoso sperticare spiovente di muri, s’allunga una stanza. Tra il cesso e la camera di “quelli”, sorge quest’involucro invertebrato di aria e di tramezzi. Da quando abito casa, la stanza di mezzo l’ho vista sempre ferma e sprangata. Fuori, in alto, incollato ad una leporina cornicetta, campeggia borioso un numero: il 48.
Io so che là dentro ci vive una specie di storpio. Un corpo venuto a metà. Lo so perché lì le puzze è come se ristagnassero, di zolfo e medicinali. I suoni rilasciati da quelle mortifere zaffate evocano dolore.
La stronza sofferenza di un paralitico semovente.
Una volta mi capitò di spiarne il contenuto. Era sera. Ma lì, al buio, non gliene frega di ricompattare i testicoli. Il buio s’abortisce nel suo rumore. La stanza s’informa su uno squallido tragitto di rettangoli rovesciati. Un’impertinente congruenza di lati e diagonali appesi ad un piscio d’aria. Pare ridisegnarsi su di un involontario centro, scandito, qua e là, da una lampada epilettica ed orba. Le pareti scorrono il giallo e l’arancio avanzando su un prostituirsi rosso languido di mattonelle ai piedi. Il tetto alla fine divarica su uno schifoso scrosciare di grigio che dissolve. La stanza è un ripieno susseguirsi di acquosi mobili e di leccornie in porcellana, di smancerie e coloranti stronzate riciclate alle pareti. Là incistata è perfino una finestra che immagino scosci fino al veneggiare turrito dei palazzi di fronte e sotto “Uhm”.
Quella volta tanta fortuna mi sorprese. “Lui” era là. Nudo. Anche se di spalle ed immerso in una grumosa tonsilla di luce. Mi stupì. Nonostante fosse appiccicato alla sua sedia, quel corpo era in tutto verosimile al mio. Il corpo dello storpio sconosciuto somigliava alle mie circostanze. Il taglio schiantato della nuca, le spalle disegnate in basso, le braccia scivolanti a pendola, i capelli tinteggiati di nero… e i guanti. Ne indossava un bel paio nero lucido. Quel paralitico mi era quasi identico.
Quando feci per averlo in mezzo agli occhi mi ritrassi dal buco incarnito nella serratura. E scappai. I miei intestini schiodarono. Verso la mia stanza, dieci metri aldilà tra le parti declive di casa.
Da quella volta non ebbi più modo di spiarmelo. Anche quella schifezza di stanza.
Io, a quello, nei giorni e negli anni, non ci pensai nemmeno.
Ero un altro, io.


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Gian Ruggero Manzoni. L'ALBERO DI MAEHWA. Edizioni Il Filo

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, luglio 07, 2008



Gian Ruggero Manzoni


L'albero di Maehwa


Edizioni Il Filo



L'ALBERO DI MAEHWA
L'albero di Maehwa


L’ALBERO DI MAEHWA di Gian Ruggero Manzoni, Ed. Il Filo, collana “L’ordito e la trama” diretta da Paolo Lagazzi, Daniela Tomerini e Tiziana Fumagalli, distribuzione nazionale Mursia.

Il ricavato delle vendite dell’Autore verrà devoluto (come sempre) alla ricerca medica riguardante il Morbo di Crohn.


Una provincia ipocrita e omertosa fa da sfondo a questo romanzo estremo che diviene affresco graffiante di un’Italia d’inizio millennio. Un nobile decaduto, un allenatore di boxe, cinque giovani boxeur “migranti”, un’affascinante ragazza algerina e due mafiosi russi di particolare e fine erudizione s’incontrano e si scontrano alla ricerca disperata di un’identità e di un valore. Una Rimini invernale, ormai preda di bande criminali e lupi giunti dai quattro angoli del pianeta, si ammanta di tragedia. Una truffa, la stanchezza di vita, il desiderio di riscatto, viaggiano su di una sura del Corano, per poi trovare rifugio tra i rami di un bonsai vecchio di duecento anni. Crudo l’epilogo, seppure sostenuto da una fierezza d’altri tempi. Infine il giocare a scacchi con la morte, come nel film di Bergman, non può che ridare nuova vita, dignità, speranza e un senso a chi ha vissuto ai bordi per anni, nel ricordo dei fasti di un passato, di un titolo di Campione d’Italia o in fuga dalla miseria o da “moderne” schiavitù.
Gian Ruggero Manzoni è nato a San Lorenzo di Lugo, dove risiede. Narratore, poeta e pittore, ha al suo attivo numerose pubblicazioni fra le quali ricordiamo: Pesta Duro e Vai Trànquilo/Dizionario del linguaggio giovanile (Feltrinelli, 1980), Il dolore (Scheiwiller, 1991), Caneserpente (Il Saggiatore, 1993), Peso Vero Sclero (Il Saggiatore, 1997), Il morbo (Diabasis, 2002), Gli addii (Moretti & Vitali, 2003), Oltre il tempo (Diabasis, 2004), La Banda della Croce (Diabasis, 2005), Scritture scelte – volume I e II (Edizioni del Bradipo, 2006). Per anni ha diretto la rivista di letteratura e arte “Origini”. Con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni ha collaborato alla realizzazione dell’almanacco di prose Il semplice (Feltrinelli). Sue opere sono state tradotte in Germania, Gran Bretagna, Grecia, Francia, Spagna, Irlanda, Argentina, Uruguay.

In copertina:
Gian Ruggero Manzoni, Autoritratto.

Gian Ruggero Manzoni - L'albero di Maehwa - L’ordito e la trama - Edizioni Il Filo - pp. 162 - ISBN e EAN - 978-88-6185-790-2 - Euro 13,00


Maggiori info sul sito dell’editore, Edizioni Il Filo


A breve parleremo appofonditamente dell'ultimo lavoro di Gian Ruggero Manzoni.

Nell'intanto il mio consiglio è quello di cominciare a prenotare la vostra coppia, perché sin da ora posso assicurarvi che trattasi di un romanzo senza compromessi, di gran spessore umano e letterario, il cui ricavato delle vendite dell'Autore sarà devoluto alla ricerca medica riguardante il Morbo di Crohn.  (g.i.)


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Vito Benicio Zingales, Ella Wenders, Luca Lucchesi: insieme per "Da Mezzanotte a Zero"

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, luglio 02, 2008








Ella Wenders e Vito B. Zingales 

“Da Mezzanotte a Zero”


un film per la regia di Luca Lucchesi

 
 
 
 
Vi avevo segnalato e proposto, neanche poi troppo tempo fa, uno straordinario romanzo, “Cosa di noi” di Vito Benicio Zingales, edito da Edizioni Clandestine: scrivevo allora “un pugno diretto allo stomaco, che fa star male, perché impossibile è non riconoscere le ragioni di una terra, la Sicilia, e della sua gente. Un romanzo coraggioso, come pochi, da leggere assolutamente”, e aggiungevo inoltre senza mezzi termini, “il linguaggio spinto, volutamente maccheronico, adotta registri popolari non dimenticando di passare dal più sofisticato Leonardo Sciascia al più tradizionale Andrea Camilleri.” Ve lo presentavo come un libro da leggere assolutamente, perché opera di alta Letteratura come rarissimamente è dato oggi d’incontrare in un panorama editoriale sempre più asfittico e stereotipato. Leggere “Cosa di noi” di Vito Benicio Zingales mi fece una impressione enorme, enorme per l’alto stile letterario, enorme per i coraggiosi contenuti scevri di qualsivoglia ombra d’ipocrisia, non a caso paragonai la scrittura di Zingales al più sofisticato Sciascia e al più tradizionale Camilleri.

Oggi vi porto in anteprima delle notizie importanti, molto importanti – è bene sottolinearlo più e più volte – a proposito di questo straordinario autore che è Vito Benicio Zingales, criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia e notevolissimo Scrittore, con la S maiuscola. Chi mi segue sa bene che non sono uno di quei critici facile agli entusiasmi: in questa occasione sono però in fibrillazione, perché quanto sto per riferirvi conferma che la classe non è acqua, che la classe non nasce dagli stereotipi modaioli del minimalismo (carverismo).
“Cosa di noi” avrà presto un seguito: il titolo del nuovo romanzo di Zingales è “Il rigattiere del Cielo e il segreto codice dell’acqua”: vi anticipo solo che si parlerà di mafia, di Massoneria, di rabbia isolana e di onore, del vero onore Siciliano.Di per sé già solo questa notizia dovrebbe infiammare gli animi di chi ha saputo riconoscere nella scrittura di Zingales una notevole potenza espressiva di denuncia sociale e politica, di stile. Ma non è solo questo il motivo per cui sono su di giri: a breve uscirà per Armando Siciliano Editore la prima parte della trilogia de “Il truccatore dei morti”, un noir esoterico molto particolare, di cui vi parlerò molto presto; e sempre per lo stesso editore un altro romanzo firmato da Zingales, “Da Mezzanotte a Zero”. Bene, e adesso tenetevi forte: “Da Mezzanotte a Zero”, proprio questo libro di Vito B. Zingales verrà sceneggiato da Ella Wenders, nipote di Wim Wenders, e il film vedrà dietro la macchina da presa Luca Lucchesi. Vi sembra forse poco?

Vi terrò sicuramente informati sui nuovi lavori di Zingales e sul film, quindi fareste bene a seguirmi con molta attenzione. E non da ultimo vi invito ad accattarvi almeno una copia di “Cosa di noi” di Vito B. Zingales, perché ho la netta sensazione che se non vi date subito una mossa rischiate di rimanere senza un pezzo da novanta della nuova grande Letteratura italiana. Perché se c’è speranza di rinnovamento e di resurrezione per la Letteratura è per merito di Zingales e di autori coraggiosi come lui, che la classe e il talento ce l’hanno nel sangue.

Giuseppe Iannozzi

 
 
Cosa di noi


Lo straordinario romanzo

di Vito Benicio Zingales


  
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
“Io non so cos’è che si muove dentro a taluni uomini. Ma so per cosa muoiono certi siciliani. E’ come quei fiori che dilagano nel tempo dei sassi. Poi incominciò e fu soltanto uno di quei silenzi fruttati di mennule amare.”
 
 
Esistono romanzi scritti bene, altri scritti male, romanzi che sanno raccontare una storia, altri che raccontano solo la retorica. “Cosa di noi” di Vito Benicio Zingalesracconta la “maffia” siciliana, quella palermitana, una storia che potrebbe essere reale quanto realisticamente inventata. E’ un lavoro che si lascia leggere tutto d’un fiato, senza concedere pause al lettore. E’ uso comune dire che la “maffia siciliana” coincida con la nascita dello Stato moderno e ne rappresenti uno “stratificarsi di potere in alternativa alla debolezza mostrata dal radicamento del potere legale dello Stato stesso”. In “Cosa di noi”, Zingales si spinge più a fondo, perché “cosa-di-noi” è soprattutto una guerra che si combatte lungo le strade, una lotta per la sopravvivenza, per l’onore, ma anche per tentare di esistere. E’ una lotta barbara, quasi cristiana, dove la civiltà si spegne in una rabbia sociale quanto antropologica per risorgere come istinto di sopravvivenza, la stessa che Asbury Herbert disegnava ne “Le gang di New York”. «Quei gangster di New York, questo avevano di straordinario: erano materiale narrativo puro, grezzo ma di grande valore, carne da romanzo, racconto che si fa sangue e pelle, ferita e cicatrice. Naturale che Herbert Asbury ci abbia ricavato un libro documentato e puntiglioso, dickensiano e, a tratti, comico, perché, spesso, non c’è effetto comico più grande della violenza istintiva…», spiega Gabriele Romagnoli nella Prefazione al romanzo di Asbury.
Vito Benicio Zingales descrive il gangster di casa/cosa nostra e l’effetto è nell’insieme tragico, maturo, violento, comico, ma ogni pagina è spiegata con tratto amaro: la violenza per quanto istintiva possa essere, o anche solo ereditaria, è sempre una ferita che non potrà mai guarire. Le trasformazioni subite dalla mafia nel corso degli anni sono così tante che è impossibile stabilire una continuità diretta fra mafia borbonica e mafia moderna. Sicuramente i rapporti sociali sono stati violentati e guardare in strada la propria ombra, in alcuni casi, può essere necessaria precauzione. Zingales indaga nella violenza che percorre le strade: lo stile, a volte iperbolico, è una necessità per evidenziare che qualcosa di grosso sta accadendo anche se all’occhio non allenato, sprovveduto, potrebbe sembrare inezia. Niente accade per caso e anche i fatterelli da poco sono sintomo che qualcosa di grande si sta preparando, o che qualcosa è già accaduto; ed è così che quella che poteva sembrare una inezia, un fatterello, è puleggia di un ingranaggio mostruoso che non concede pietà a nessuno, né allo Stato, né al mafioso, né al cristiano vessato. Il linguaggio spinto, volutamente maccheronico, adotta registri popolari non dimenticando di passare dal più sofisticato Leonardo Sciascia al più tradizionale Andrea Camilleri. I personaggi sono macchiette, ridicoli, ma nella loro ridicolaggine sta la loro forza espressiva: il malavitoso, Don Giacomo Galanti, così come Sebastiano Vinci, ispettore di polizia, sono vittime dei tempi, del passato, della tradizione che li vede impegnati in una caccia all’uomo, a confrontasi l’uno di fronte all’altro, perché entrambi hanno un conto in sospeso in comune da risolvere e lavare col sangue, con la sconfitta o la vittoria. Non è romanzo che metta in campo vinti o vincitori, eroi per caso o miti inventati, è piuttosto un sapiente coacervo di identità umane che fanno orgia negli abusati significati che si potrebbero attribuire ai concetti di “bene” e “male”. Questi finiscono col perdere valore, perché i confini dei loro significati si intrecciano, si superano, si inghiottono nella loro stessa quiddità.
Vito Benicio Zingales, palermitano, nato nel 1963, svolge attività di criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia (Zingales è anche collaboratore del Professore Gianvittorio Pisapia), dopo Là, oltre i campi di Sfaax (2002), ci regala “Cosa di noi”, un romanzo attualissimo, che colpisce duro, un pugno diretto allo stomaco, che fa star male, perché impossibile è non riconoscere le ragioni di una terra, la Sicilia, e della sua gente. Un romanzo coraggioso, come pochi, da leggere assolutamente.
 
 
Cosa di noi - Vito Benicio Zingales - Collana frontier-line – Edizioni Clandestine - Codice ISBN 88-87899-63-0 - Pagine 184 - Euro 10,50
 
 
Bookmarks:
 
www.edizioniclandestine.com
 
http://www.edizioniclandestine.com/schede/cosadinoi.htm
 
 
 
Un estratto da “Cosa di noi”
 
 
Di là, passavano formichi, sciacalli e giaguari. Il passaggio, nonostante l'abbondante gocciolare dell'acqua, risultava comunque e sempre solcato dalla frequenza torrida di certe aride vene di terra. Qua e là verminavano scorzami di cielo che, indisponente, talvolta, dirompeva sulle polpose foglie dei radi cespugli d'alloro. Là non potevano dirsi distinte le stagioni.
Molto simili le une alle altre, l'unica differenza era data dal troppo caldo o dal troppo freddo. E comunque la pensassero gli isolani di quel posto, il tempo, valutando misere e mediocri le pretese degli uomini, si attribuiva sovranità e giudizio tanto, da mischiare lentezze e oblii con aristocratica crudeltà, a nani e giganti.
Che fosse un bel posto, lo era di certo e a tal punto che il cielo, abbassandosi di un tanto, tra giallanze e vitigni, si disputava, col sole quell'imbrunirsi di silenzi, agavi e perennità inviolate che tanto piacciono a formichi, sciacalli e giaguari. Tutto questo accadeva in silenzio nella perfezione del buio tanto che tra i nani più vogliosi e superbi, ma anche tra i più arroganti giganti era in uso scegliersi le tane più profonde per allungare su quel cielo bocca, narici e unghia.
E tutto questo per sentirsi simili a Dio. Ma nonostante l'arguzia di alcuni pochi e l'infamità di altri ancora, questi, tali e quali rimanevano. Certo è che molti di questi, per un verso o per un altro ci morivano sovente, tanti altri, nonostante il desiderio di sentirsi simili a Dio, preferivano, si vivere in quelle medesime tane, ma non certo per allungare il collo su quel tanfo di cielo.
Alla fine restavano i "moltissimi altri"…ma questi erano così compiaciuti di se stessi che fingevano di essere, in rapida alternanza, cielo, tanfo, tana e Dio. Questi, per alcuni, erano i migliori. Erano Siciliani. Ma in questa terra di figliolanze immischiate, di tanto in tanto, nascevano pure signori.
 
Ora X.
Odore di notte. L'odore della solita città, colle paure e gli errori di sempre. La città delle rivincite. Le lampade, come lacrime di zenzero, cadono piano e diritte e alla fine, scivolando sulle improbabili infiorescenze lilla e marrò del grande souk attraversano, lentamente, l'incenso delle turrite moschee. Medine, tarantelle e gonfi bordelli, tutti in fila approssimati, corrono, dalla casbah all'ultimo ribat. Alle 24, ombre e peccati insieme, sembra che stazionino davanti l'arco di Piazza Vittoria.
Gira la mezzanotte in Questura e gli odori, detonando sulle profonde colorazioni dell'oblio si fanno più forti. La città dorme "accanto"…di lato, dilatandosi compiaciuta per quelle solite scene che si ripetono sulle medesime frequenze, tra cristallo, fango e cemento. Tutto si moltiplica a velocità supersonica nel bizzarro tempio della notte: dai cieli che negreggiano in fondo allo stomaco del cassero, all'umida dissolvenza delle prostitute slave conficcate sul catrame a pattugliare il loro sepolcro di abusi. Le solite scene carambolano sul sempre solito taccuino del buon vecchio Sovrintendente Capo Angelo Carlone, capopattuglia di servizio sulla volante 0 12 "Duomo".
Ha il turno di notte; sta lì nel suo pezzo di città in movimento, per fermarne i battiti clandestini e le piccole illecite convergenze. E' mezzanotte. Tutta la prima squadra esce al completo. Sono sbirri di notte e sbirri in silenzio, sbirri infami del cazzo e d'animo sbirri soltanto. La squadra esce in silenzio, verso quei soliti labbri di marmo escoriati da una polpa indistinta di pupille senza fondo. Driiin! Fatalità? No, è la Omicidi, passamontagna, M12, più debiti e pruriti. Driiin! Holliwood? No, è Leone Bellamorte, il giornalista di cronaca in un solo filo di voce: - Novita?- Escono in silenzio con il Franchi a pompa e le ostie consacrate, le ordinanze d'arresto e la rabbia che gli affumica, ormai da mesi, le palle fino al cervello. Passo dopo passo tutta la squadra esce nella notte colla fede attaccata al culo e l'orgoglio del cazzo cucito ancora tra placca e Beretta 9x21.
Oggi si celebra la "Santa Messa": certo che credono in Dio…ma ancora di più credono in Bastià e sempre meno nella Polizia di Stato.
Escono: vanno a prendere don Giacomo Galanti per recuperare un vecchio credito…e tutto il resto, manco a dirlo, è meno che zero.

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Asia Argento e il rottweiller: chi dei due bacia meglio?

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, giugno 20, 2008


Asia Argento


Asia Argento e il rottweiller


Chi dei due bacia meglio?


Il film di Abel Ferrara fa abbaiare
 
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Abel Ferrara, piuttosto seccato, parlando di Asia Argento che nel film Go Go Tales bacia in bocca un rottweiller: “Per favore, non iniziate con questa storia... Asia non ha chiuso determinati contratti per colpa di quel bacio? E allora vi dico che anch’io avrei dovuto dirigere I predatori dell’Arca perduta”.
Asia Argento ha disertato la presentazione del film, in polemica con Abel Ferrara: a sua detta il bacio con il rottweiller l’avrebbe danneggiata professionalmente.
Il regista Abel Ferrara azzannato al collo da Asiaviene subito difeso a spada tratta da Willem Dafoe, che è tra i protagonisti principali di Go Go Tales: “La storia del film non riguarda il bacio al cane.” E Stefania Rocca: “E’ stato tutto improvvisato, Asia ha scelto di baciare il cane sul momento e non glielo ha certo chiesto Ferrara. Così come non c’era Abel a dirmi di togliermi il reggiseno, me lo sono tolto da sola e basta”. Quando le si chiede se lei l’avrebbe baciato il cane, viene una risposta diplomatica ma non troppo, che lascia sottintendere che non è poi così bello baciare un cane in bocca, alla francese: “Non l’avrei mai fatto, più che altro perché ho paura dei cani”.
 
Abel Ferrara, pur con tutto il pelo sullo stomaco di questo mondo di celluloide – frutto della sua lunga carriera di regista che ne ha viste di cotte e di crude - non ha digerito per niente l’offesa grave che Asia abbia ripudiato il suo film. E questo è quanto.
Il film di Abel Ferrara, con un’Asia Argento canina e rabbiosa ma assente alla presentazione, si candida ad essere uno delle pellicole più chiacchierate e meno viste della stagione estiva.
 
Go Go Tales esce nelle sale italiane il 20 giugno 2008 per Mediafilm. Ambientato in un night club newyorchese, racconta nell’arco d’un’unica serata le enormi difficoltà di Ray Ruby (Willem Dafoe), carismatico impresario del Paradise, alle prese con lo sfratto imminente, le lamentele delle spogliarelliste che non vengono pagate (tra le quali Stefania Rocca, Bianca Balti, Justine Mattera e, appunto, Asia Argento), la decisione del fratello (Matthew Modine) di chiudere i finanziamenti e, come se non bastasse, la spasmodica ricerca di una schedina finalmente vincente del lotto andata persa chissà dove. Un plot che in sé non ha niente di originale, tranne l’improvvisato leccarsi con la lingua fra Asia e il rottweiller. Speriamo almeno che il cane non abbia troppo sofferto.  
 
Attenti quindi ad Asia, o se preferite al rottweiller di Argento!
 
E se vi è possibile, quando uscite dalle sale di proiezione, evitate d’abbaiare alla luna: i residenti, pacificamente addormentati nelle loro cucce, non avrebbero poi tutti i torti se prendessero di loro spontanea volontà l’iniziativa di rinfrescarvi le idee con un bel secchio d’acqua gelata in testa.




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Francesca Boari. Il prezzo del riscatto. Cicorivolta edizioni

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, giugno 17, 2008



Francesca Boari

Il prezzo del riscatto

collana i quaderni di Cico
Cicorivolta Edizioni
ISBN 978-88-95106-14-4
© giugno 2008 - euro 10,00 - pp. 107

in copertina, illustrazione originale di Simone Pieralli
elaborazione di Phab Postini




Francesca Boari nasce il 16 ottobre del 1966 a Ferrara, piccola e meravigliosa città di provincia. Divoratrice di romanzi e di film sin da Bambina, coltiva in maniera del tutto solitaria questa sua passione e incomincia per gioco ad inventarsi storie. Laureata in lettere moderne, si occupa a tempo perso di arte e di scrittura, per un certo periodo collaborando con la pagina locale del "Il Resto del Carlino". Nel 1991 inizia a insegnare filosofia e arte al liceo linguistico della sua città, con la quale non è mai riuscita a rompere il cordone ombelicale. Lo studio della filosofia diventa insieme alla scrittura e all'interesse per l'arte il leitmotiv della sua vita. Ha la fortuna di conoscere Eugenio Borgna, dopo avere letto e amato quella scrittura così profonda e intimista, e di ricevere dopo alcuni mesi dal loro incontro alcune righe a prefazione del suo "Il prezzo del riscatto". Da questo momento il desiderio di pubblicare.


dalla Prefazione di Eugenio Borgna
(psichiatra fenomenologo e saggista Feltrinelli)

(...)

Nel primo dei due romanzi, così diversi e nondimeno così legati l'un all'altro da correnti carsiche luminose anche nei momenti di più dolorosa oscurità, gli orizzonti tematici si dischiudono alla luce della speranza; e la grazia inarrivabile dello stile riscatta anche le ombre possibili e fatali dell'esistenza: facendone rinascere illuminazioni stregate e stupefatte nella magia della scrittura di un'aerea leggerezza e di una acuta originalità.
Nel secondo dei due romanzi si vengono delineando i molteplici (indicibili) volti della sofferenza umana: il mistero dell'angoscia che è sempre angoscia della morte, il mistero della solitudine che regna invisibile nei cuori delle persone senza che esse ne abbiano la lacerante coscienza, il mistero (gli enigmi insanabili) che stanno a fondamento di azioni ferocemente distruttive solo apparentemente libere e in realtà condizionate da avvenimenti crudelmente segnati nella loro tragica evoluzione.
Anche dinanzi ad azioni, che oltrepassano ogni possibile comprensione umana, l'autrice non si arena nel deserto così arido e così improblematico della condanna radicale, e assoluta, ma cerca disperatamente di cogliere in esse, e di rivelare a ciascuno di noi, una qualche scheggia di straziata contemplazione e di impossibile decifrazione: nel vortice di una tensione emozionale umbratile e creativa, palpitante e viva.
Sono due romanzi di una struggente bellezza che la scrittura femminile rende ancora più preziosa e incancellabile.
 


Se la scelta è un luogo d'impurità, e la non-scelta è un luogo di purezza, non indulgenza o comprensione ricercano gli attori delle vicende narrate in questo libro. Essi rappresentano, attraverso la singolarità dei propri conflitti e legami, simbolo e approfondimento della teoria per la quale ogni conflitto umano (tra scelta e non-scelta) è riconducibile alla sessualità, che funge da ponte fra il centro dell'uomo e il principio del mondo. Alcuni degli individui rappresentati in queste storie vivono sul filo della nevrosi, ovvero “coscienza della perdita”, che concede a essi, rispetto agli altri, una lucidità salutare, inaccessibile all'uomo di massa, ovvero “collettivo”. E' dunque un libro sul bene e sul male di vivere, e sulla ineluttabilità del tempo. Se il male consuma e stimola l'intelligenza e apre le porte dell'inconscio all'attrazione del baratro, il bene riflette la salute della follia. Tutto questo permetterà di accedere, ognuno con i propri limiti, ad alcune delle leggi universali nelle quali si inscrive la più alta comprensione dell'esistenza. (Paolo West)



(Brani tratti da "E continuo a parlare con te" - Il prezzo del riscatto -)

(...)

7.
Da lontano ti ho guardata camminare. Lo sguardo perso nel vuoto, accostata ad una sconosciuta.
Ad un certo punto hai girato il viso. E ho rivisto il tuo sguardo cattivo. Perché, vedi, quando si è davanti alla perdita di qualcuno che amiamo, la memoria ci gioca un brutto scherzo. Sembra volere restituire al presente soltanto la versione buona di chi abbiamo amato, nascondendo la verità che potrebbe farci sentire in colpa.
Di quale verità parlo?
Non nasciamo buoni, no, siamo da sempre anche cattivi, capaci di mentire, di tradire, di odiare, di offendere. E allora ho incominciato a sfogliare anche quelle pagine che la tua malattia sta strappando giorno dopo giorno, sto cercando di attaccare i pezzi, soprattutto quelli che rischiano di andare perduti se non li afferro subito e li ripongo dove è giusto che stiano. Voglio riuscire ad amarti completamente senza il bisogno di nascondere quello che di te non mi è piaciuto, ciò che mi ha ferito, che di te non ho condiviso.
Si ama veramente solo quando si è capaci di perdonare senza che sia l’altro a chiedere.
Stasera viene tuo nonno a cena. Non ne posso più di quel vecchio che sbava mentre mangia.
Ma mamma il nonno ci ha sempre aiutato. Non pensi a quante volte il papà ha avuto bisogno di lui e poi non ti ricordi i pomeriggi da Marus a comperare i vestiti per noi, e la casa dove abitiamo ce l’ha regalata lui. E poi, mamma, ci ha voluto bene. Ludovica ed io eravamo felici, la domenica, quando ci portava al cinema e a mangiare la pizza da Gastone. Adesso è vecchio, come dici tu, ma è ancora presente nella nostra vita.
E questi pranzi e queste cene tutti insieme io li vorrei per mio figlio. La vorrei la famiglia che voi ci avete dato. Nonostante tutto, la vorrei.
La sera, quando mi siedo davanti a Marcello, soli, ripenso alle sere del mercoledì, alle patate con il rosmarino, al salame e ai bomboloni con la crema e la marmellata. E poi torna alla mente la tua cattiveria, quando più di una volta gridavi la tua stanchezza davanti a quel vecchio che per me era così importante. Dicevi al papà che eri stanca. Ma stanca di cosa, mamma, di fare i solitari, di andare alle tue riunioni a pretesto religioso, di andare a fare spese, alle nostre riunioni a scuola? Oppure stanca di non essere altro che una moglie, una madre?
Desiderosa di essere solo una donna, a prescindere da noi, corteggiata, amata solo perché sei tu.
Ma le nostre scelte hanno sempre un prezzo, un prezzo alto. Nessuna è senza dolore. Il problema esiste quando ci sembra di non essere state noi a farle, quelle scelte. Che qualcosa è uscito dal nostro controllo in un momento in cui eravamo distratte da un’idea, lontane dalla realtà. E così anziché entrare in una dimensione precipitiamo in un’altra, che da un giorno all’altro si rivela nella sua distanza dalle nostre attese, speranze. Ed eccoci improvvisamente estranei dentro una vita che smettiamo di affermare, lentamente, senza consapevolezza. Incomincia la rabbia contro chi ci sta intorno, a cui tentiamo di addossare ogni responsabilità. Poi quando comunicare non ci interessa più, ci mettiamo in disparte. E così il tempo passa sopra noi. Realizziamo un senso di inutilità sia verso noi sia verso chi pensiamo di amare. E niente odora più, niente si muove più, solo il tempo sopra noi segna i passaggi inevitabili. Ma a quel punto neppure il tempo è più nostro. Depressione, angoscia, disperazione, malinconia, comunque la si voglia clinicamente definire, tutto dipende da questo.

8.
Sono tornata. Ho indossato come gli altri la maschera dell’abbronzatura, ho messo due gocce di Chanel N.5 e sono venuta da te. Sei dimagrita ancora, mentre l’estranea che ti sta accanto è ingrassata. Ho sofferto lontana da te e adesso scopro che soffro ancora di più davanti a te. Dico all’estranea che può andarsene. Lontana lei e la sua avidità, vicine per qualche istante noi. Sole. Non dici più niente. Il tuo corpo mi sembra ancora più rigido. Sei vestita senza cura, sudata, pallida. Hai le gambe ricoperte di peli lunghi e neri. Perché non ti radono? Perché non ti mettono lo smalto? Non ti truccano e ti vestono come una signora? Tu sei la mia signora e loro perché ti trascinano lungo le strade della nostra città così ridotta a cosa, a fare parlare di come eri e di cosa sei, di una malattia che può conoscere solo chi vive indirettamente. Perché continuo ad essere arrabbiata? E soprattutto perché non faccio io quello che gli altri non fanno?
Mi sento in colpa. Ho trascorso due mesi al mare, lontana da te. Ho subito giudizi tra i più terribili da tutti su come educo non educo mio figlio. Non ho incontrato amore. E non sono riuscita a difendermi. Ho subito come un panno steso su un filo di ruggine immobile. In silenzio. Ho guardato da lontano gli altri. Non ho invidiato nemmeno per un secondo la loro realtà. Club, circoli, carte, Dolce e Gabbana, Gucci, Berlusconi, Prodi, il mutuo per la terza casa. Non mi interessa. Sono contro. Tutto mi sembra falso, convenzionale fino alla nausea. Non reggo. Sprofondo nel colore grigio del mare d’estate.
Antonio è tornato a casa. Per lui non è successo niente. Mi rinfaccia la mia incapacità di adattarmi, non mi difende abbastanza di fronte ai giudizi degli altri. Per loro non valgo niente, sono anomala, socialmente poco adatta. Mi dice di non pensare al passato, di guardare oltre. Di amarlo senza paura. Ma io sono congelata dentro. Vorrei stendermi nuda davanti ai suoi occhi e succhiare il sesso di uno sconosciuto che dice di amarmi. Vorrei rotolare tra le sue braccia e godere senza rimorso solo perché lo desidero. Vorrei tornare ad amare il mio corpo e smettere di mostrare una pelle grigiastra inodore. Vorrei…
E non riesco più a dire voglio. Non riesco ad alzarmi dal letto ed essere felice di aspettare.
Non c’è nei miei occhi, nel mio sguardo, quella luce contagiosa di un tempo. Mi hanno rubato i sogni, mi hanno tolto i veli e sono rimasta nuda, disarmata davanti al silenzio dei miei morti. Non riesco più ad amare neppure loro. Non mi rispondono, hanno altro da ascoltare. E tu? Perché continui a fissarmi senza voce? Ti domando di urlare e continui a non dire niente. E se smettessi anche di parlare con te? Cosa ne sarebbe di quello che resta di noi? Io questa solitudine non l’ho scelta.
E tu?
Dimmi, come fa a passarti sopra la pelle tutto, perché non ti accorgi che ti stai bruciando le mani a forza di fumare, che ti crescono lunghi e orribili peli neri sulle gambe. Come puoi essere tanto indifferente e non sentire questa voce che ti implora in silenzio, senza invadenza, di dire una parola. Una sola. Buona notte, mamma. Dormi bene. E che tra il sonno e la veglia non ci sia che una pausa. Se così vuoi, così sia.

(...)


(Brani tratti da "La casa dei silenzi" - Il prezzo del riscatto -)

Seduto mi domando se ho saputo amarti abbastanza e quanto di ciò che ho provato per te hai potuto capire. Non vedo ormai più niente e tutto ciò che arriva è solo una grande risata dal fondo della camera.
Nel buio intenso di questa soffitta, osservo le lancette dell’orologio e so bene che si fermeranno prima che faccia luce.
Aspetto e ti vedo nuda di fronte a me.
Mi guardi e sorridi.
Sono sicuro che ti stai facendo le solite domande. Infastidito dalla prevedibilità dei tuoi gesti, a volte ho voluto lasciarti. Per ritornare.
Era autunno quando ti incontrai di nuovo, sotto i portici dei grandi magazzini.
La luce era confusa, tra il bianco e il grigio. E anche il tuo viso era grigio. Ti ho invitato a prendere un caffè in una nuvola di fumo dove, nelle prime ore del mattino, fanno colazione i tranvieri.
“Hai il viso magro” e tu non dicevi niente e sorridevi.
Quella mattina abbiamo parlato anche di Calvino. Lezioni americane. Tu tremavi e continuavi a guardarti intorno. Tenevi in mano almeno dieci giornali: viaggio negli Stati Uniti. Non eri felice.
Hai mai creduto vero quello scenario dentro il quale questa dichiarazione d’amore per te si è mossa a passi lenti, a circuire la tua attenzione, ad ingoiare la tua giovinezza, a sorpassare gli entusiasmi e a mutarli troppo in fretta in cadute verso il basso?
La prima volta che appoggiai le labbra sul tuo seno giovane e bianco di luce, avvertii una strana sensazione, regressione involontaria all’infanzia, il profumo del latte, il basilico in estate, il rosso intenso dei pomodori. Quando le stagioni erano ancora stagioni.
Un voluttuoso mescolarsi di sensazioni olfattive e visive che mi portava lontano nell’armonia ospitale della riconciliazione con me stesso.
Adesso, intendo proprio ora, in questi minuti che precedono la fine, ho come la sensazione che il tempo danzi come quando i bambini si stringono in un cerchio e si muovono sul suolo cercando un equilibrio.
Un invito al pentimento, al rimorso, al rimpianto... dovrei in questi istanti amare la vita come allora, sull’erba verde d’estate assieme a te e al profumo delle fragole sciolte al sole... forse dovrei ritornare, ma che dico...
Mi tolgo i pantaloni e li appoggio sul pavimento. C’è cattivo odore. Una forza distruttiva incontrollabile mi ronza intorno insieme con un inequivocabile senso di morte, di lacerazione, di un vano dolersi alla ricerca di una terra senza male e alla guarigione di un’anima straniera. Ostinato restare, stupido ed inaccettabile attaccamento alle cose del mondo che amo, amo, amo!
Mi passa davanti un’esistenza intera vissuta all’ombra di me stesso, per essere sempre il protagonista di una scena dalle cornici erose dai vizi simili a quelli di un’attrice di Hollywood, del cui successo però si legge solamente sui rotocalchi stropicciati sopra il tavolino del barbiere.
Abbiamo fatto l’amore alcuni giorni fa e ti ho lasciato un forte odore di sesso tra le lenzuola.
Non c’è luce, ora al di fuori di questo ricordo, dentro il quale tu respiri sul mio ventre sudato di piacere di una polvere che profuma d’infanzia.
Il nostro è stato sempre un gioco d’incastri in cui è mancato il tassello centrale.
Sottile mancamento, abbandono leggero nel vuoto (un ragno d’enormi dimensioni sta salendo sulla mia gamba e decido di non fermarlo perché mi fa compagnia). Fluire rapido d’istanti in cui niente si distingue più.
Cercare, cercare, cercare.
Follia.
Sentirsi vivere
Mentre tu ti senti sola, continui ad avere voglia di vomitare, di piangere e urlare con rabbia contro gli ostacoli appoggiati a caso sulla tua strada, opporre un’inutile resistenza all’inevitabile procedere del tempo, come se nulla mai debba accadere oltre a noi. Eppure sei anche certa che tra non molto ti alzerai la mattina e tornerai a sorridere.
Perciò ti dico di accelerare questo momento in cui la disperazione dovrà lasciare il posto alla nostalgia e alla malinconia, alle chiacchiere sulla vita e alla tristezza delle sere trascorse davanti alla televisione nell’attesa del sonno. Ecco cosa diventeranno le tue lacrime tra poco. E’ inevitabile.
Per adesso non ti rimane che annegare la mia assenza nelle lenzuola inumidite del nostro ultimo amplesso, quel saluto così informale, nella bottiglia di cerasuolo rimasta alla polvere, sopra la credenza dove accumuli ricordi.
E se a volte il dolore dovesse diventare insopportabile tu balla e canta forte.

(...)



ordinalo direttamente qui:

http://www.cicorivoltaedizioni.com/ordini

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