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Boicotta le Olimpiadi di Pechino

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nessuno ascolta il grido dei monaci tibetati assassinati

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, luglio 22, 2008



nessuno ascolta il grido


dei monaci tibetati assassinati






ecco le vere Olimpiadi di Pechino 2008






Anche tu sei un assassino?

Scoprilo leggendo qui



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 07:49 | sport, foto, cronaca, controinformazione, diritti umani, primo piano, di voce e di rabbia, cronaca nera, violenza, prima pagina, ultime notizie, cronaca vera, crudeltà, tirannia, last news | clicca per commentare



Pechino 2008: non è ancora troppo tardi, boicottiamo insieme le Olimpiadi

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, luglio 21, 2008





Pechino 2008: non è ancora troppo tardi

Boicottiamo insieme le Olimpiadi

 
di Giuseppe Iannozzi



Sino a poco tempo fa si reclamava a gran voce “Tibet libero!”, anche i paesi occidentali, di solito chiusi nella loro indifferenza capitalistica, sembrava fossero rimasti inorriditi dalla violenza della Cina nei confronti dei monaci tibetani. Oggi che le Olimpiadi di Pechino si faranno tutti hanno fatto dietrofront, compresi Nicolas Sarkozy e Carla Bruni che furono tra i primi a dichiarare che loro non avrebbero presenziato ai giochi. Sarkozy oggi dice, con candore innocentista quasi, che non si possono boicottare 1,2 miliardi di cinesi.
Nell’intanto il Théâtre du Soleil, storica compagnia teatrale francese, in segno di protesta contro la mancanza di diritti umani in Tibet, per sostenere il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino, ha creato dei video che sono delle provocazioni molto forti nei confronti dell’ipocrisia occidentale e non. In un clip si vedono Nicolas Sarkozy e Carla Bruni; i due stanno guardando una gara delle Olimpiadi di Pechino. Lui sembra oltremodo nervoso: prova a fare una chiamata con il cellulare ultramoderno e ultrapiatto, poi giocherella con l’orologio al polso. In quel momento appare un manifestante. “Tibet libero!”, urla, con una bandiera in mano, finché non viene freddato da un colpo di pistola. E uno schizzo di sangue macchia il braccio della Première Dame. A questo punto, su uno sfondo nero, appaiono le parole che fanno capire come tutto questo sia solo un film. Parole che sono rivolte proprio alla coppia presidenziale francese: “Tranquilli, non vedrete mai questa scena. Sarà già avvenuta prima della vostra partenza”.
Sono stati realizzati in tutto tre clip di denuncia.
Il primo ci mostra la coppia presidenziale francese. “A Sarkozy chiediamo, almeno, di non presenziare alla cerimonia d’apertura. Ha detto che ci andrà perché non si possono boicottare 1,2 miliardi di cinesi. Ma questa è disonestà intellettuale: il boicottaggio non sarebbe stato al popolo, ma ai dirigenti cinesi. Che sui diritti umani hanno fatto mille promesse, senza mai rispettarne alcuna”. Un secondo video, invece, è diretto agli atleti: si vede sul trampolino un atleta pronto per fare il grande tuffo, quando all’improvviso irrompe un manifestante che subito viene aggredito dalle forze dell’ordine e ridotto al silenzio. L’atleta dovrebbe fare il tuffo: è già pronto e ben bilanciato sul trampolino, però ha visto con i suoi occhi quello che è accaduto proprio sotto di lui e non riesce a essere indifferente. Alla fine prende la sua decisione: volta le spalle alla piscina e al trampolino, decide di non tuffarsi in segno di protesta, perché anche lui ha una coscienza e non se la sente proprio di essere colpevole assassino al pari delle autorità cinesi. Sceglie di non giocare allo sporco gioco delle Olimpiadi di Pechino, sceglie che non è umano mostrare cieca indifferenza nei confronti del Tibet martoriato dalla tirannia del governo cinese. In un terzo clip si vede un monaco tibetano seduto a gambe incrociate sulle piste da corsa: lo vediamo di spalle. Lo stanno per caricare la polizia e gli organizzatori delle Olimpiadi di Pechino. In meno di un niente i manganelli si abbattono sulla schiena del monaco insieme ai calci e i pugni degli organizzatori. Il monaco viene pestato sulle piste da corsa, ridotto a uno straccio e subito preso di peso e portato via.
“Certo, perché prima di esser campioni, sono cittadini. Hanno una coscienza. In passato ci sono stati sportivi che si sono esposti, e con forza (basti pensare a Carlos e Smith sul podio del Black Power, ai Giochi di Messico ’68, ndr). Perché non lo si può fare oggi? Nessuno può andare innocentemente a questi Giochi. Che sia atleta, capo di stato, o semplice turista”. Così spiega Mnouchkine, fondatrice e anima del Théâtre du Soleil.
I tre filmati sono frutto di uno sforzo collettivo: a idearli, insieme ad Ariane Mnouchkine sono stati tra gli altri dissidenti cinesi, rifugiati tibetani e Reporters sans Frontières. “Non è mai troppo tardi per reagire. Questi Giochi restano un palcoscenico per poter difendere i diritti umani in Cina». Dopo la forte mobilitazione al passaggio della fiaccola, infatti, “c’è stato un momento di stasi, dovuto al terremoto in Cina. E’ stato normale, lo imponeva la decenza. Ma ora è giunto il momento di rilanciare il movimento”. Così ha spiegato al quotidiano francese Libération la 69enne Mnouchkine, fondatrice e anima del Théâtre du Soleil.
 
Non è ancora troppo tardi. Non essere anche tu complice assassino insieme al governo cinese.
Fa’ sentire la tua voce, boicotta la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Pechino.
Informa amici, conoscenti e chiunque abbia voglia d’ascoltare, spiegagli cosa sta realmente accadendo in Tibet. Non lasciare che un solo uomo si trinceri nell’ignoranza e nell’indifferenza di fronte al barbaro stermino dei monaci del Tibet, che la Cina sta operando con selvaggia inaudita crudeltà  Non ti viene chiesto molto, solo di provare a portare un po’ di informazione con i mezzi che hai e se ne hai.
 
Chi oggi mostra cinica indifferenza di fronte al dramma del Tibet ha le mani sporche di sangue al pari delle autorità cinesi.
Chi oggi si barrica dietro la diplomazia è colpevole assassino allo stesso modo del governo cinese.
Chi oggi si mette di fronte alla tv per guardare le Olimpiadi di Pechino è uno sporco assassino che tollera la violenza e corrobora la tirannia cinese.
Chi oggi tace e passa avanti è colpevole, perché chi tace acconsente.
Chi oggi pensa di non poter fare niente pensa male: ognuno di noi può fare qualcosa.
E non da ultimo: gli atleti che intendono partecipare alle Olimpiadi di Pechino, anche loro saranno per sempre considerati complici colpevoli assassini.

Una piuma non potrà mai rimettere al mittente una pallottola sparata a bruciapelo, ma milioni di piume insieme possono mettere in ginocchio chiunque abbia venduto l’anima alla brutalità della violenza. Pensaci prima di dire che non è vero.
 
 
I clip si possono vedere sul sito Théâtre du Soleil:
 
http://www.theatre-du-soleil.fr/
 
 
Aggiornamenti in tempo reale e petizioni su Reporters sans Frontières.
 
http://www.rsf.org/
 
 
Free Tibet

Firma la petizione per boicottare la cerimonia
d’apertura delle Olimpiadi di Pechino 2008


Qui il codice del bannerino


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Rachael Ray e la kaffiyeh per la Dunkin’ Donuts

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, maggio 31, 2008


Rachael Ray



Rachael Ray


e la kaffiyeh per la Dunkin’ Donuts
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
ultime notizieRachael Ray, la pin up della cucina made in America, è stata censurata per via di uno spot che ha girato. No, non è apparsa nuda. Molto più banalmente indossava una kaffiyeh, la tradizionale sciarpa palestinese. Un putiferio: i neocon subito si sono scagliati contro Rachael Ray additandola pericolosa nemica. La sciarpa è stata indicata prima come simbolo dell’intifada contro Israele, poi della Jihad, ovvero della guerra santa islamica contro l’America.
 
Lo spot reclamizzava le ciambelle della Dunkin’ Donuts. Inutili le spiegazioni della Dunkin Donuts che ha puntualizzato ai neocon che era solo una banale sciarpa studiata apposta per lo spot. I neocon hanno tuonato peggio di Zeus ed Era dall’alto del loro personalissimo Olimpo: “Questa è propaganda per il terrorismo”. Tempo quattordici giorni e la Dunkin’ Donuts è stata costretta a presentare pubbliche scuse per violazione della “political correctness”: ha ammesso che la pubblicità “poteva essere equivocata”.
 
Michelle Malkin, una neocon, ha sparato senza mezzi termini contro la Ray: “La kaffiyeh celebra i terroristi che nei video tagliano le teste degli ostaggi, è inaccettabile che venga indossata dalle icone liberal”. La Ray, conduttrice del celebre programma Un piatto in 30 minuti, si è difesa definendosi apolitica. Tuttavia la Malkin ha continuato la sua filippica con parole ancora più dure: “L’ignoranza non giustificata questa provocazione, via la kaffiyeh”. Le ha risposto l’antropologo Amahl Bishara, spiegando che la kaffiyeh non può essere ridotta a mero simbolo dell’estremismo islamico, pur ammettendo che a renderla popolare fu il defunto leader palestinese Yasser Arafat; ma subito puntualizza che la sciarpa è indossata da tutti in Medio oriente, da giovani e vecchi, sia a scuola sia sul posto di lavoro, dunque farla apparire in uno spot pubblicitario non è apologia di reato. I neocon, come tutta risposta, hanno tuonato che non permetteranno nessuna altra pubblicità “filo musulmana”.
 
Il neoconservatorismo, per l’ennesima volta, l’ha avuta vinta, mentre i liberali sono stati stretti in un angolo.

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Boicottiamo Tariq Ramadan e Valerio Evangelisti, e non La Fiera del Libro

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, maggio 06, 2008





Boicottiamo Tariq Ramadan


e Valerio Evangelisti,


e non La Fiera del Libro
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
La battaglia di Maratona
A pochi giorni dall’inaugurazione della Fiera del Libro di Torino c’è ancora chi polemizza, a volte con argomenti a dir poco fallaci e privi di qualsivoglia buonsenso, altre ancora in modo del tutto pecoreccio. Tra i contestatori non troppo eccellenti anche Valerio Evangelisti, sulle colonne di Carmilla on line: “[…] Attualmente, oltre a strangolare Gaza e Cisgiordania, il governo di Israele ha cominciato a infierire anche sui palestinesi che hanno la sua cittadinanza.
Creato il nemico, spintolo all'integralismo islamico, riaffiorano i propositi di cancellarlo per sempre, proprio come etnia. Persino alcuni ministri israeliani ne parlano senza riserve.
E questo lo Stato cui il Salone del Libro di Torino intende rendere onore, celebrandone la nascita: una specie di apologia del colonialismo moderno.
E ora veniamo al tema degli scrittori. La protesta contro il Salone del Libro di Torino equivale a una condanna al rogo di autori e opere?
Già una selezione di scrittori imposta dal governo Olmert, dalle sue ambasciate e dai suoi uffici di propaganda, dietro sottoscrizione (almeno a Parigi) di un impegno a non criticare le proprie autorità nazionali, risulta sospetta. […] Domanda: è giusto glorificare in un Salone del Libro uno Stato (non una "cultura", ma una successione di governi ispirati alle stesse linee) che esilia scrittori propri ed elimina, tramite sicari, scrittori appartenenti a una diversa etnia che si intende cancellare?
Io lo trovo disgustoso.” Faccia una cosa saggia il buon vecchio Evangelisti, stia in santa pace a casetta sua, in Messico, invece di fomentare l’odio con approssimative quanto fallaci motivazioni per cui anche noi dovremmo provare il disgusto che prova lui. Il boicottaggio di un evento culturale è sempre e solo drammatico indizio di inciviltà. Ma in un paese come il nostro, l’Italia, che ha fatto dell’inciviltà il suo vessillo più di moda sia tra le fila di sinistra sia tra quelle di destra, par quasi superfluo domandarsi quale differenza dovrebbe mai esserci fra contestatori e contestati. In un paese dove si contesta per sapere dove si dovrebbe portare a cagare il proprio cane, dove l’editoria è in mano a quattro editori, in un paese che pubblica ogni minchiata purché firmata dall’idiota o dalla puttanella di turno, non sorprende che ci sia ancora gente incapace di capire che boicottare la cultura è solo sintomo di inciviltà pecoreccia.
 
Con una nota, il Quirinale ha risposto alle dichiarazioni dello scrittore musulmano Tariq Ramadan, tra i promotori del boicottaggio di Israele alla manifestazione torinese: “Il presidente della Repubblica non ha mai affermato che chi critica Israele è un antisemita e la sua presenza all’inaugurazione della Fiera del Libro di Torino è nella stessa linea della sua partecipazione a molteplici eventi culturali che hanno luogo in Italia”. Secondo Ramadan il Capo dello Stato avrebbe commesso un doppio errore: decidendo di partecipare all’inaugurazione della kermesse le avrebbe dato connotazioni politiche e avrebbe tacciato di antisemitismo i contestatori. “Venendo alla Fiera del Libro commette un duplice errore. Il primo semplicemente partecipando, perché la sua presenza certifica che si tratta di un evento politico e non solo culturale. Il secondo errore sta nell’aver tacciato di antisemitismo chiunque critichi lo stato di Israele: è un errore estremamente pericoloso”. Io invece trovo ben più pericolose le basse insinuazioni di Ramadan e lo sproloquio pecoreccio di Evangelisti, per esempio, ma è purtroppo una mera questione di punti di vista!
Ramadan, controverso e discusso teorico dell’Euroislam, ha continuato la sua polemica, senza tenere mai a freno la lingua: “A Parigi ero d’accordo a non boicottare il Salon du Livre perché all’interno c’era uno spazio riservato alla Palestina. A Torino, invece, sono a favore del boicottaggio perché qui non c’è nessun dibattito democratico, ci sono solo posizioni a favore di Israele”. La risposta del Quirinale non si è fatta attendere; in una nota si spiega chiaramente che la visita di Giorgio Napolitano avrà lo stesso valore delle sue partecipazioni ad altre manifestazioni italiane: “E’ del tutto falso attribuire al presidente Napolitano l’errore di aver tacciato di antisemitismo tutti coloro i quali criticano lo stato di Israele. La critica delle politiche del governo israeliano è del tutto legittima, innanzitutto all’interno di Israele. Quel che è inammissibile è qualsiasi posizione tendente a negare la legittimità dello stato di Israele, quale nacque per volontà delle Nazioni Unite nel 1948, e il suo diritto all’esistenza nella pace e nella sicurezza”.
 
Visto che siamo invischiati, volenti o nolenti, in modaiola epoca di boicottaggi, sarebbe interessante invitare i lettori a boicottare quegli scrittori che oggi invitano a non accedere alla cultura che sarà alla Fiera del Libro di Torino. Questi scrittori, o intellettualoidi che li si voglia considerare, che assaggino la loro stessa medicina: invito dunque i lettori a non leggere né Valerio Evangelisti né Tariq Ramadan. Io direi, finalmente in pace con me stesso, che è atto dovuto e più che mai legittimo boicottare chi oggi si fa promotore di idee tanto disgustose.

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Parroco vieta “Bella ciao” in chiesa

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 05, 2008





Parroco vieta “Bella ciao” in chiesa

partigiano sepolto con rito civile




Il parroco vieta Bella ciao dentro e fuori la chiesa, e la famiglia del partigiano annulla i funerali in parrocchia. E’ accaduto a Castelnuovo del Friuli (Pordenone), roccaforte partigiana della destra Tagliamento. Protagonisti della vicenda sono la famiglia di Egidio Cozzi , 80 anni, ex partigiano, e don Renato D’Aronco , parroco di Castelnuovo. L’anziano partigiano aveva chiesto, prima di morire, che il suo funerale si svolgesse in chiesa e che fossero eseguite canzoni partigiane.

Un pallino per il defunto che aveva espresso più volte il desiderio di avere la banda alle sue esequie, ma il parroco si è opposto, non ha permesso che la piccola orchestra entrasse in chiesa e si è rifiutato anche di farla suonare sul sagrato. La famiglia ha quindi deciso di far svolgere solamente il rito civile, durante il quale sono state eseguite tutte le canzoni patriottiche care all’anziano partigiano.

“E’ stata una cosa poco sensibile e rispettosa del defunto, dei suoi familiari e dei tanti amici che si erano radunati per l’ultimo saluto” ha detto il segretario dell’Anpi di Spilimbergo (Pordenone), Gianni Afro. “Sia i congiunti, sia i soci e i simpatizzanti dell’Anpi - ha precisato Afro - avevano capito perfettamente il disagio del parroco nel fare eseguire simili brani in chiesa e, quindi, avevano accettato di buon grado di non far suonare la banda nel luogo di culto. Quando, però, il prete si è rifiutato di concedere il nulla osta perfino per l’esibizione sul sagrato, su quello che è ormai suolo pubblico, è sembrato a tutti un affronto, e si è optato per rinunciare alla cerimonia religiosa per dare corso unicamente a quella civile”.

“Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l’uso della musica e degli strumenti all’interno dei luoghi di culto senza dare alcuna interpretazione ai canti che si sarebbero dovuti eseguire” si è giustificato don Renato D’Aronco, precisando di non essersi opposto all’esibizione della banda all’esterno della chiesa. Il sacerdote, che è parroco da 11 anni della piccola comunità friulana, ha anche spiegato che “era impossibile trovare un compromesso come qualche esponente dell’Anpi aveva richiesto. Il rito funebre ha il significato di una comunità cristiana che accoglie e accompagna”.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 09:27 | polemiche, religione, cronaca, controinformazione, diritti umani, censura, intolleranza, ingiustizia, ultime notizie, cronaca vera, allarmi, notizieflash, last news, inkazzatissimo | clicca per commentare commenti (8)



Padre Pio seppellito nel suo stesso vestiario

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, aprile 24, 2008





Padre Pio seppellito nel suo stesso vestiario

esposto per la gioia della folla in diretta mondiale

Ed è subito bagno di fedeli e di curiosi



di Giuseppe Iannozzi



E’ durata un paio d’ore a San Giovanni Rotondo, davanti a 15mila fedeli, la cerimonia eucaristica presieduta dal cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto della congregazione delle cause dei santi, in occasione dell’ostensione del corpo di Padre Pio. Un evento mondiale seguito in diretta anche da alcune televisioni straniere, ma anche preghiere lette in diverse lingue per i fedeli di tutte le origini.
Alla cerimonia è seguita l’esposizione delle spoglie del santo per la venerazione del popolino. Prima è stato il cardinale Saraiva Martins a sostare in preghiera per diversi minuti davanti ai resti di padre Pio, nella cripta del convento di Santa Maria delle Grazie. La salma del santo è poco visibile, a dire il vero è invisibile: il volto è difatti seppellito in una bella maschera di silicone e il corpo dal pesantissimo abito e dalle scarpe.

«Non cerchiamo clamore, chiasso, letture distorte e avventate, vogliamo onorare e benedire il Signore mirabile nel suo fedele Servo che ha fatto della sua esistenza e del suo corpo segnato dalle stigmate di nostro Signore Gesù Cristo uno strumento alto e leggibile di quella immagine e somiglianza di sé con cui il Dio creatore ci ha plasmati»: così assicura l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico Umberto D’Ambrosio, al cardinal Saraiva Martins. «E’ un giorno di festa - ha detto D'Ambrosio - perché vogliamo celebrare l’immensa santità di Dio che si riverbera e si rende visibile e fecondante nelle creature che sanno accogliere il mistero di Dio e lasciano che il dono del suo spirito le modelli a immagine della sua unica e inimitabile santità».

Nell’omelia il cardinale Saraiva Martins ha definito Padre Pio «santo della gente» e «padre fecondo di anime». «Avvicinarci, conoscere meglio Padre Pio, diventato ormai il santo della gente, che ora sarà ancora più accessibile, mediante la nuova sistemazione del suo corpo, richiede da parte nostra l’umiltà di riconoscere il mistero. Lui stesso aveva detto di sé, scrivendo il 15 agosto 1916 al suo direttore spirituale e confidente, padre Agostino: “Che dirvi di me? Sono un mistero a me stesso”. Noi oggi veneriamo il suo corpo, inaugurando un periodo particolarmente intenso di pellegrinaggio. Questo corpo è qui, ma Padre Pio non è soltanto un cadavere: infatti egli, che è vissuto in piena unione con Gesù crocifisso, vive adesso nella definitiva comunione con Gesù risorto. E le reliquie sono l’annunzio della nuova creatura che sorgerà in comunione con il Risorto».

Nel pomeriggio una conferenza: partecipano l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D’Ambrosio, frate Aldo Broccatro, ministro della Provincia religiosa Sant’Angelo e Padre Pio dei Frati minori cappuccini, nonché la commissione dei periti che nella notte tra il 2 e il 3 marzo ha riesumato le spoglie. Il 19 marzo il Consiglio dei Ministri, a seguito della richiesta portata alla Prefettura di Foggia e dal Comune di San Giovanni Rotondo, ha dichiarato il 24 aprile «grande evento». Carabinieri, poliziotti e Guardia di finanza per evitare incidenti, una mobilitazione di forze che non ha quasi precedenti nella recente storia d’Italia. Novemila posti letto degli alberghi di San Giovanni Rotondo stracolmi di fedeli e di addetti ai servizi. Si contano 93 testate giornalistiche accreditate ospitate a San Giovanni Rotondo. Accreditate da chi e per che cosa? L’interrogativo c’è e rimane tale.

La faccia di Padre Pio
è stata preventivamente nascosta da una maschera in silicone, l’abito che indossa è stato invece cucito dalle mani delle suore clarisse di clausura del Monastero della Risurrezione di San Giovanni Rotondo. I mezzi guanti e le calze sono quelli che Padre Pio conservava nell’armadio a muro nella cella in cui è stato trovato morto, tra gli indumenti non ancora utilizzati. La stola è di una foggia precedente il Concilio Ecumenico Vaticano II; grossomodo è simile a una «broccatura» su pura seta bianca. La stoffa (cinque metri) è stata tessuta negli anni Sessanta; fu acquistata nel 1987 e conservata in previsione di eventi particolari. Il ricamo evidenzia i dettagli dei melograni (simbolo della fecondità ministeriale nella Chiesa) e dell’uva (simbolo della gloria della vita eterna). La stola conta ben 312 pietre di cristallo di rocca fumee e sferule d’oro; la frangia è stata realizzata alternando elementi gemmati in canutiglia e fiocchi d’oro. Il paramento è costato oltre 200 ore di lavoro. Realizzata da un’azienda di Treviso - la stessa che a suo tempo curò l’abbigliamento liturgico di Papa Giovanni Paolo II e che oggi veste Joseph Ratzinger, nonché i fedeli del Giubileo del 2000 -, la stola non passa inosservata addosso alla mummia di Padre Pio, che così addobbato pare seppellito nel suo stesso vestiario.

«Qui non è un feticismo, è mettere in risalto la dignità, la bellezza del corpo mortale che è un tutt’uno con l’anima»: a gridare è il vescovo di San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D'Ambrosio, sulla riesumazione del corpo di Padre Pio durante la conferenza stampa. «Nella norma della Chiesa c’è il procedere alla ricognizione di corpi mortali, di candidati alla santità o di santi. Solitamente la norma è che si proceda alla riesumazione durante il processo canonico, nella fase diocesana o quando tutto passa alla congregazione delle cause dei santi. Se c’è una differenza per Padre Pio è che ciò non è avvenuto durante la fase canonica». Citando le parole di Paolo VI - che aveva definito la devozione per Padre Pio una “clientela mondiale” -, D’Ambrosio ha sottolineato che con la riesumazione «abbiamo ritenuto procedere alla ricognizione perché abbiamo bisogno anche di questi segni».

Non c’è che dire: è il trionfo assoluto della Morte portata sotto gli occhi dei vivi loro malgrado, presenti e incapaci di levare gli occhi dal più orrido feticismo che si possa immaginare in Terra. E’ il trionfo della Morte e dell’iconoclastia più becera. Padre Pio continua a rimanere sepolto nel suo stesso vestiario. E questo è davvero tutto quel che c’è da sapere.

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Il mondo del lavoro sta cambiando

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, marzo 05, 2008





Storie di Masche


Il mondo del lavoro sta cambiando *

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Chi ancora pensa ingenuamente che oggi Torino sia la “capitale dell’automobile”, resterà deluso nell’apprendere che Torino è sol più un mito, una memoria d’altri tempi, memoria che morirà presto con gli ultimi grandi vecchi, quelli che videro i partigiani, l’esilio dei Savoia, coloro che diedero vita a figli per le catene di montaggio dell’industria automobilistica, figli oggi in pensione o già dimenticati in qualche loculo nostrano.
 
Torino ha preso lo stesso abbrivio caro a Milano e un po’ comune a tutte le città del Nord: l’impostazione lavorativa ricalca nettamente quella americana, impostazione che negli USA non ha trovato a suo tempo difficoltà ad attecchire, e, oggi, anche in Italia sembra esserci terreno ubertoso. La Fiat, ad esempio, che fino a vent’anni fa contava 115.000 unità lavorative (per la maggior parte operai), oggi ne conta più o meno 40.000; in un arco di tempo di 20 anni, il famoso marchio è stato capace di assumere licenziare e riciclare qualcosa come 220.000 unità lavorative. Torino città dell’automobile è ormai un mito relegato in un passato che si è fin troppo mitizzato quasi ad assurgerlo ad arcadia del lavoro, dell’occupazione.
 
Durante una visita in America, il dandy Oscar Wilde, in un articolo datato 1882 scriveva: “La prima cosa a colpirmi sbarcando in America fu che se gli americani non sono il popolo meglio vestito del mondo, sono quello vestito nel modo più adeguato. Anche laggiù si vedono degli uomini col terribile cappello a tubo di stufa, ma pochissimi sono gli uomini senza cappello; c’è chi porta l’orripilante giacca a coda di rondine, ma è raro vedere qualcuno privo di giacca. C’è insomma nell’aspetto delle persone un’aria di benessere in netto contrasto con quella che si vede in questo paese, dove troppo spesso si vedono persone in contatto ravvicinato con degli stracci.” Se un acuto osservatore come Wilde già sul finire del 1800 osservava ciò, ecco che l’America non è mai stato un mito reale, ma solo un mito costruito e confezionato per gli spiriti dei poveri, degli emigranti italiani dipinti con il cliché della valigia di spago e cartone in mano (e faccia scavata e ombrata da una barba di tre o quattro giorni), un mito comunque che non solo gli italiani hanno contribuito ad alimentare, bensì tutta l’Europa. Per rendersene conto basta appicciare la tv e guardare con attenzione un qualsiasi film made in USA: ogni pellicola hollywoodiana, o più modestamente di serie B punto e basta, non fa altro che mettere in scena gli stessi personaggi, ricchi e poveri, perbenismo e arrivismo, stereotipi tanto radicati nella società ormai da esser diventati una riserva di fantasia indispensabile all’uomo moderno per andare avanti giorno dopo giorno.

Sin dalla notte dei tempi l’uomo ha voluto marcare il contrasto fra ricchezza e povertà; e in tempi neanche poi troppo lontani, la povertà è stata associata al male: basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe, in Piemonte note con il nome di masche. Oggi che le masche fanno ridere o quasi, relegate come sono nell’immaginario di pochi, oggi che si parla addirittura di due Italie, una del Nord e una del Sud, oggi che si parla di Unione Europea, oggi che si punta tutto sull’industrializzazione, si ha la sfrontatezza di parlare anche di lavoro in affitto. Il problema del lavoro non è nuovo: Karl Marx nei “Manoscritti economici-filosofici” (1844) già evidenziava come il lavoro ha naturale tendenza ad alienare il lavoratore dal mondo razionale; nulla di nuovo se si pensa che già un poeta romantico qual era George Byron aveva evidenziato il problema e che per tale atto gran parte degli amici gli divennero acerrimi nemici. La Rivoluzione Francese ha fatto anch’essa la sua parte: l’errore più grande commesso dalla rivoluzione fu senz’altro quello di credere d’aver vinto e per questo atto d’ignorante presunzione fu tosto consegnata alla Storia, al mito, quello facile e falso che vede vincitori il proletariato e ghigliottinato Luigi XVI… La realtà è tutt’altra: l’aristocrazia fu la vera vincitrice pagando un tributo di sangue reale, un sacrificio che di tanto in tanto si deve lasciar a una comparsa storica perché qualcuno possa alzare le braccia al cielo ed impetrare i Numi e domandarsi con malcelata ipocrisia perché l’acerrimo Fato non è mai stanco di bere il sangue degl’animi nobili, delle vittime.
Quanto sta oggi accadendo non è poi tanto diverso: tutti sono pronti a prestarsi per il ruolo della vittima, dell’agnello di Dio, un ruolo che non deve essere poi tanto male se ambito da tanti nomi illustri del panorama industriale; prima degli anni Ottanta la figura della donna manager non esisteva, oggi invece l’industria è piena di tanti e tanti manager asessuati… l’alienazione ha toccato allo stesso modo il mondo operaio e quello manageriale. La vita è tutta dedicata alla produzione: è tristemente nota la figura dell’operaio che muore tritato catturato terminato dalle maglie d’uno strano marchingegno produttivo, così come è nota quella dell’operaio che lavora da mane a sera per protestare in un secondo momento in piazza per un aumento di salario, ma con tanto di cellulare manageriale da mantenere al pari d’un figlio in carne e ossa.

L’operaio moderno è quanto di più vecchio la storia abbia mai prodotto: egli invidia la proprietà del ricco e non potendo ottenerla per via testamentaria, si adopera a star sotto il ricco e a chiamarlo padrone con piena fede di necessario odio verso colui che gli dà al medesimo tempo e la vita e la morte, una morte che però si rinnova ogni ventisette del mese, giorno di paga. Se il lavoro in affitto (o interinale) è diventato ormai una prassi, la colpa non è di certo tutta dell’imprenditore, anzi! Purtroppo le nuove generazioni si sono lasciate subito inglobare nella catena di montaggio, quella che vede al lavoro giovani uomini inquadrati con contratti di collaborazione nel migliore dei casi, giovani schiavi del lavoro in nero, giovani che a fine settimana spendono i pochi danari in discoteche alcol donne e morte a duecento all’ora alle cinque di mattina d’un sabato sera. Questi giovani lavorano solo per il gusto di metter in mostra una posticcia virilità, quella di chi lavora e si può dunque permettere di fare la dolce vita preconfezionata acquistata nel reparto surgelati, ovvero nel più vicino obitorio di Stato. Il mondo del lavoro si è subito reso conto di questa situazione e ha preso a sfruttarla sicuro che tanto nessun giovane scenderà mai a in piazza a protestare; se la prima metà degli anni Novanta è stata quella dei contratti di collaborazione, oggi che si è nel Duemila l’imprenditore non assume più, e si permette il lusso del lavoro in affitto. In termini pratici, il lavoro in affitto significa: una figura lavorativa si ammala e si mette in mutua, allora l’industria per non perdere il suo profitto si rivolge a una agenzia specializzata nel fornire lavoratori disposti a tappare il buco per una settimana o due, il buco viene tappato e l’azienda fa la sua bella figura agl’occhi del mondo, il lavoratore si dice contento d’aver avuto l’occasione d’aver fatto una simile esperienza, e vissero tutti contenti e felici.
 
In un primo momento il lavoro in affitto doveva essere una situazione temporanea e per il lavoratore e per l’industria; nessuno ha detto una parola, allora anche la grande industria, al pari di quella media e piccola, ha cominciato ad attingere dalle agenzie di lavoro interinale. Oramai la più parte dei giovani ritiene che prestare la propria attività lavorativa sia una cosa normale, e non protesta: il giovane moderno non ha un futuro, non ha neanche la speranza di diventare una puleggia in stile “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin. Qualcuno s’industria, si rende conto che così le cose non possono continuare, tenta di metter su una sua propria attività lavorativa, ma subito la burocrazia gli taglia le gambe peggio della mafia: le strade pullulano di poveri che s’illudono di diventare ricchi, alcuni muoiono fatti di ecstasy, altri s’accasciano come burattini il sabato sera in autostrada, altri si sono ormai abituati all’idea che è meglio lasciare di sé un bel giovane cadavere che non lasciarne affatto.
 
Pensare Torino capitale dell’automobile oggi non è più possibile. Probabilmente non è mai stata capitale di niente. Le auto che si producono sono macchine umane destinate a durare pochi anni per la dura legge del mercato, che vuole un continuo ricambio, così le automobili sono prodotte all’estero ed assemblate a Torino grazie al lavoro in affitto, automobili pagate in comode rate mensili  che però diventano il sabato sera groviglio confuso di lamiere e sangue.

A ben pensarci le masche esistono davvero, non sono una allucinazione, non sono allucinazione quelle auto sfracellate a duecento all’ora lungo un’autostrada; ed è possibile che quella Torino che i nonni ci descrivono come centro del lavoro e delle auto non sia mai esistita se non nel mito, nella finzione che l’uomo s’ingegna a costruire per sfuggire a sé stesso e consegnarsi così alla storia, come un prodotto di magia, occulto e ambiguo, quindi assurdamente più vero del vero!


* Questo editoriale è stato scritto all'inizio del Duemila. E' datato, troppo datato per essere ancora attuale?
Non credo sia da buttar via. Ci sono ancora degli spunti purtroppo più che mai attuali, di qui il perché di proporlo ai lettori di oggi. (g.i.) 

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No al canone Rai sui computer - firma la petizione su Repubblica.it

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, febbraio 24, 2008






No al canone Rai sui computer



Con lettere di sollecito dai toni quasi minatori la Rai dà la caccia ai cittadini che non pagano il canone Tv. Non solo, da un po' di tempo, la missiva comprende una frase in cui si precisa che il canone andrebbe pagato anche per "personal computer, decoder digitali e altri apparecchi multimediali". Questo perché il decreto del 1938 che istituisce il canone (allora solo per la radio) stabiliva che la tassa andava pagata su ogni "apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni". I consumatori e il mondo internet si ribellano all'idea di questa tassa assurda.

Firmate l'appello promosso da Repubblica.it senza pensarci su una sola volta.
E' solo un consiglio.


clicca su No al canone Rai sui computer



copia e diffondi liberamente questa notizia
non esitare un solo istante...
anche il tuo computer è nel mirino Rai





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Veronesi attacato dalla teodem Binetti e dai cattolici

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -





Veronesi attaccato dai cattolici

La teodem Binetti non risparmia di censurare
in tempo zero la candidatura dell’inclito oncologo

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
La candidatura dell’inclito oncologo Umberto Veronesi in qualità di capolista in Lombardia, dopo l’avvenuto accordo tra il Pd e i Radicali, ha subito sollevato un mare di polemiche, perlopiù ingiustificate ma soprattutto di chiaro stampo censorio. Ovviamente chi se non i cattolici potevano gridare “allo scandalo”?
Paola Binetti, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica: “Noi cattolici ci coalizzeremo ancora di più per difendere i nostri valori dentro il partito”. La risposta della Binetti è arrivata subito dopo che è stato siglato l’accordo per l’inserimento nelle liste del Partito Democratico di candidati radicali. A dare l’annuncio che sarà Umberto Veronesi capolista in Lombardia è stato il segretario Walter Veltroni.
E su Il Giornale, la teodem Binetti spara duro, senza mezzi termini, arrivando al punto di definire  Veronesi “una medaglia con due facce”: “Mi preoccupa moltissimo. Il professor Veronesi è una medaglia con due facce. La prima, la più importante, è l’immagine del grande oncologo, quello che ha posto un’attenzione nuova al tumore alla mammella, il testimonial della lotta contro il cancro in grado di attrarre ingenti risorse in virtù della sua credibilità. In campo scientifico, e lo dico da medico, infonde fiducia e autorevolezza […] Lui è stato uno dei più strenui e autorevoli oppositori nella campagna referendaria sulla legge 40, ha scritto un libro che lascia emergere la sua posizione a favore dell’eutanasia”. La teodem Binetti si dice anche sicura di ottenere/avere tutto il solidale appoggio dei cattolici: “Queste candidature, dai radicali a Veronesi, stanno ottenendo un effetto strepitoso: tutte le componenti cattoliche, davanti alla possibilità che i nostri valori corrano un rischio, si stanno stringendo, e cresce la partecipazione. […] La mia è una sfida. Io contesto che i cattolici possano stare solo a destra o al centro. Perché a sinistra dobbiamo essere sempre sotto scacco? Voglio dimostrare che i cattolici possono stare anche a sinistra, senza rinunciare a una virgola dei propri valori”.
 
La possibilità che l’oncologo Umberto Veronesi ricopra il posto di ministro della Salute allarma non poco i cattolici, così tanto che la censura arriva in tempo zero: “L’ipotesi di Veronesi ministro non la prendo neanche in considerazione”.
 
“Dopo questa intesa non possiamo non essere perplessi ed amareggiati. Anche perché a questo punto che fine farà l’equilibrio raggiunto tra le componenti del Pd nel manifesto dei valori e nel programma?” Ed ancora: “I cattolici del nostro partito, che sono tanti, dovranno fare quadrato per difendere i loro valori stando sempre all'interno del Pd”. Dalle colonne de Il Giornale la teodem Binetti non si vergogna di lanciare un vero e proprio anatema: “Chiunque si candidi con il Pd deve rispettare la carta dei valori, il codice etico, il programma”.
 
A farle eco il collega teodem Luigi Bobba, che grida un forte “no” alla candidatura del ginecologo esponente radicale Silvio Viale: “Chi sottoscrive un programma, chi si candida nel Pd, non può alzare altre bandiere, non può appartenere ad altri partiti. Né può violare deliberatamente, come è nel caso del dottor Silvio Viale, la legge. La sua candidatura è semplicemente improponibile, altrimenti il codice etico del Pd, da poco approvato, apparirebbe come carta straccia”. E non ancora contento: “I cattolici nel Pd non sono né ospiti mal sopportati né componente marginale: sono una realtà decisiva per costruire un grande partito nazionale, un partito del Paese, un partito capace di rigenerare la democrazia”.
Anche Padre Bartolomeo Sorge, direttore di Aggiornamenti sociali, non manca d’intervenire lanciando ben poco divini strali: “Una cosa è che culture diverse si uniscano e trovino ciò che le unisce, altra cosa è imbarcare culture diverse che non condividono chiaramente i principi degli altri, solo perché si rischia di non avere il quorum. E questo mi sembra il caso dei Radicali, dei quali conosciamo bene la cultura politica e non vedo come si possa conciliare con la cultura del Pd”. E non poteva mancare il presidente nazionale del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli: “L’accordo fra Pd e Radicali, oltre che la candidatura di Veronesi, scienziato favorevole all’eutanasia, determina nel Pd un ulteriore snaturamento e ridimensionamento dei valori cattolici”.
 
Anche su Avvenire, quotidiano di proprietà dei vescovi italiani, c’è un forte attacco censorio contro la candidatura di Umberto Veronesi. A firmarlo è Francesco D’Agostino che scrive: “E’ impossibile ignorare quale sia l’antropologia di Umberto Veronesi. E’ impossibile ignorare la visione libertaria (e non liberale, come viene spesso arbitrariamente presentata) di chi ha sempre militato nel Partito Radicale”.
 
Per l’ennesima volta il paese, l’Italia, vede in prima fila i cattolici pronti a censurare chiunque non sia allineato con le loro posizioni etiche a dir poco di chiaro stampo medioevale.
Ma noi si vuole sperare che quest’Italia democratica saprà scegliere il meglio per la qualità della vita, per una vita dignitosa non legata alla pericolosissima esaltazione della religione cattolica e del dolore.

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